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Villa favorita il suo parco e la regina Margherita che si ferma a resina
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Tra le «soste nella memoria» (come dal titolo di un altro lavoro della Tortora De Falco), una riguardava in particolare la villa Favorita della nostra Resina, meta un tempo della migliore società napoletana:

«Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Il principe Caracciolo di Santobuono (già patron del Teatro Fiorentini e del Festival di Piedigrotta),  invecchiò per cui l’attività teatrale che si era tenuta in villa andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Stemma della famiglia Anatra

Stemma della famiglia Anatra

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.
Il ricco comm. Anatra, per essere più precisi, la consorte di lui donna Maria, anch’ella nata da genitori italiani, ma in Turchia, a Costantinopoli – creò, dalle costruzioni ad un piano, una deliziosa dimora estiva. Così pure i due casotti a mare divennero due chalets per soggiornarvi durante la cura dei bagni.

Ricordiamo ancora i «ramages» della tappezzeria impermeabile venuta da Parigi, che ricopriva le pareti interne degli chalets affinché la salsedine di cui erano impregnate non trapelasse. Donna Maria, dunque, era una donna di gran gusto, di una originalità raffinata, mai grossolana. Ci fermeremo soltanto a sottolineare qualche particolare del salone sito al pianterreno della costruzione per rilevare alcune delle originalità dettate dalla fantasia di una donna singolare alla quale noi ragazzi avevamo affibbiato un nomignolo. La chiamavamo «terraferma» per la sua curiosa maniera di pronunziare la parola terraferma.
Nel suo italiano esotico, annullava le doppie consonanti e così terraferma era diventata «teraferma».

Le pareti del salone avevano un bordo alto da terra 60 centimetri, composto da cocci di piatti, schegge di bicchieri e bottiglie colorate (di verde, bianco, giallo e blu) infisse trasversalmente nel cemento sì da formare un rilievo rustico di un effetto veramente unico. Più avanti nel tempo, ci è occorso di trovare in altri arredamenti fregi che arieggiavano quello che abbiamo cercato di descrivere, ma nessuno di essi reggeva al paragone. Forse per la disposizione delle schegge, per i colori, per la dimensione.

In alto, sul plafond, era riportato un antico pizzo di Bruxelles, che un artista del tempo aveva minuziosamente riprodotto.
Le vetrate che si aprivano nel bosco erano giallo-oro, per cui quando il sole occiduo, attraverso i rami delle annose piante, illuminava quei vetri, il salone era invaso da un mare di luce color topazio che sprigionava effetti indimenticabili.

Ercolano - Villa Favorita

Il bosco proseguiva denso verso il mare. Lo arrestava un piccolo tunnel formato da un ponte, sul quale passava la strada ferrata. Dopo il breve tunnel s’apriva uno spiazzo largo, lievemente ovoidale fiancheggiato a destra e a manca da due ampie scalee di piètra anch’ esse lievemente ovoidali come i muri che da un lato le riparavano. Codeste scalee portavano all’ingresso di due palazzine che erano congiunte fra loro da un unico terrazzo più lungo che largo, fiorito di aiuole. Un massiccio cancello divideva il terrazzo dalla strada ferrata, oltre la quale s’infittiva il bosco. Cioè a dire che il treno era in casa. La linea ferroviaria che vi transitava era quella della Calabria, che anche allora comportava un traffico ininterrotto ed intenso.

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Ma se la cosa costituiva un grande fastidio per i grandi (ora ben lo comprendiamo), era, per noi e per i nostri giovani amici, la ragione prima del nostro gaudio.

reginaMargheritaE poi c’era il mare tutto nostro che rendeva le giornate sature d’interesse per noi e per i piccoli amici che passavano con noi gran parte della giornata, ansiosi di godere anch’ essi di quel terrazzo di sogno dove i lunghi convogli dei treni merci ci tenevano inchiodati davanti alle sbarre del cancello. Andavano a passo d’uomo quei treni particolari, pareva che si dovessero fermare all’improvviso e noi lì ritti, attoniti, in attesa. A volte il miracolo avveniva ed era la felicità. I rapidi invece procedevano di corsa sferragliando, assordanti, mentre dai finestrini salutava festosa [… ].
Regnava ancora Umberto I [… ] La regina Margherita doveva recarsi in Calabria in visita ufficiale. Il treno reale non poteva passare che di là, cioè davanti al terrazzo dei casotti Anatra.

Ed ecco che donna Maria [… ] ordinò al giardiniere di coprire tutto il terrazzo di margherite e di disegnare nell’ aiuola centrale, sempre con margherite, la scritta «Viva Margherita». Poi, mobilitando le sue grandi aderenze in campo politico e aristocratico, ottenne che il treno reale sostasse per qualche minuto davanti ai casotti, affinché fosse possibile offrire alla regina una gerla piena di margherite. La sovrana gradì l’omaggio e fece poi avere a D. Maria un prezioso spillo con lo stemma reale. Dopo vent’anni, «teraferma» raccontava questo episodio con gli occhi ancora lucidi.

Ritorniamo ai casotti. Lo spiazzo dove sorgevano le due rampe di scale, era chiuso da un monumentale cancello, oltre il quale – dopo pochi metri di strada selciata – si era suIla spiaggia. Il mare è largo, aperto su tutto il litorale di Resina, ma gli Anatra sul tratto di fronte alla loro villa fecero erigere una barriera di cemento. Crearono, cioè, una barriera artificiale, contro la quale le onde si frangevano. Questa scogliera, ancora esistente, per la sua conformazione creava all’ interno un piccolo porticciuolo, una piccola rada a basso fondale dove potevano prendere il bagno anche i neonati. Poi la sabbia di velluto, morbida, soffice, pulita, costituiva un altro genere di attrattiva per le bambine. La pesca del corallo, che a quei tempi era ancora fiorente, e le molte fabbriche ivi esistenti per la lavorazione del corallo, seminavano nella sabbia detriti di corallo. Piccoli rametti rossi, palline, schegge, si trovavano facilmente, scavando.

E le bimbe per ore restavano a testa in giù con piccole palette, intente a questa pesca miracolosa. Conserviamo ancora, nel museo delle cianfrusaglie, qualche rametto rosso a ricordo di quelle esplorazioni infantili.

Una piccola barca leggera, in quello specchio d’acqua che nessun vento avrebbe saputo increspare, ci allenava ai remi. Tre mesi durava la villeggiatura, in quei tempi, tre mesi di felicità.
Un caso fortuito ci portò, alcuni anni addietro, nella Villa Favorita . Tutto era così diverso, tutto così cambiato: il bosco, il porticciuolo, le stanze, la terrazza.
Pure in quello scoramento, dalle macerie di miti creati in un’ età irripetibile, si sprigionava un fascino sottile.
Un senso che non era solo rimpianto di antiche gioie, di attimi il cui profumo superava il tempo, ma era ritrovare all’improvviso ed in età matura, un caro profumo dell’infanzia, un oggetto, un gioco; ma nostro, tutto nostro, non dei nostri figli o nipoti: un gioco che ha fatto parte soltanto della nostra vita. Allora una dolcezza indefinibile, una gioia lieve ma penetrante, una tenerezza infinita, avvolse il nostro vecchio cuore»

 

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.