La storia di Via Mare , detta ‘o vico ‘e mare

0 6 anni fa

Presente in tutte le carte del Sette e Ottocento col nome di Vico di Mare, questa vecchia strada porrta da piazza Fontana al litorale, attraversando un quartiere abitato tradizionalmente da pescatori.
La storia di quest’arteria s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III.
I cunicoli dei primi scavatori borbonici minacciarono seriamente la staticità delle case; «il qual errore non tardò mol to a scoprirsi, quando col barcollare e spaccarsi di un gran numero di muraglie, i clamori degli abitanti ne andarono alle stelle, e bisognò spendere molti anni e molto danaro in rifondarle tutte … » (Ruggiero, 1885: 13).
Il9 gennaio del 1828 ebbero inizio gli scavi all’aperto. Duep onti dil egno furono eseguiti sul Vico di Mare, «onde agevolare lo sgombramento de’ materiali ». I lavori portarono all’esplorazione delle prime abi tazioni che s’incontrano risalendo il III cardo lungo il fronte meridionale dell’insula II, ma dovettero fermarsi davanti all’estremo ciglio della collina.

Il 25 ottobre del 1849 gli scavi furono visitati da Pio IX. Le cronache del tempo riferiscono che il pontefice, giunto all’ingresso, fu ricevuto dal soprintendente Francesco Maria Avellino, il quale fece osservare all’illustre ospite gli edifici portati alla luce dal 1828 al 1835, tra cui la bellissima Casa d’Argo. Dagli scavi, risalendo il Vico di Mare, il corteo si recò poi a visitare l’antico teatro di Ercolano: tutti avevano in mano un cero acceso, ad eccezione del papa, il quale si degnò di scendere fino al pavimento, situato alla profondità di 25 metri, percorrendo i corridoi, le cavee, i vomitori, i cunicoli e i sotterranei di passaggio, che erano rischiarati da mille lumi a cera e da altrettanti ad olio.

Gli scavi furono ripresi nel 1869, ma si arrestarono ancora una volta sotto la barriera delle case del Vico di Mare, chiudendosi con opere di restauro e di sistemazione del muro di sostegno della strada. Da sottolineare che lo scarico del materiale avveniva risalendo faticosamente col cofano a spalla i vari gradoni del terrapieno delle ultime case di Resina, per riversare la terra nel carretto ancorato presso il cancello d’ingresso.
Seguì un lungo periodo di sospensione dei lavori, dal 1875 al 1927, durante i quali Ercolano sembrò sprofondare in un oblio ancora più profondo del sonno che aveva dormito nei secoli precedenti. Solo le vecchie foto Lembo e le più recenti Alinari ricordavano al mondo che la città aspettava in concreto la sua piena valorizzazione, non essendo sufficiente il parziale disseppellimento del settore meridionale, su cui continuavano ad insistere le case del Vico di Mare (Maiuri, 1958 : figg. 5 e 6; Carotenuto, 1980 : fig. 38).

L’avvento alla Soprintendenza di Napoli di Amedeo Maiuri diede nuovo impulso agli scavi, i quali furono solennemente inaugurati il 18 maggio del 1927 da Vittorio Emanuele III, forse l’ultimo dei personaggi illustri a percorrere il Vico di Mare, giacchè i lavori avrebbero portato all’apertura (1930) del nuovo ingresso sul corso Ercolano. Per consentire l’accesso al corteo delle autorità, si dovette procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia degli scavi precedenti. Il colpo di piccone inaugurale fu dato in una cornice di generale entusiasmo, mentre dall’alto dei balconi e terrazze della zona assisteva una folla in tripudio.

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Fig. 4- Vittorio EmanueleII inauguragli scavi di Ercolano (1927). Sono presenti il ministro Fedele, l ‘alto commissarioCastelli, il soprintendente Maiuri e un folto gruppo di autorità civili e militari. Si noti, in alto, la folla assiepata sui balconi di via Mare, dove una copia multicolore di coltri nuziali e di finissimi drappi di seta fa da cornice all’avvenimento.

Dal 1927 alla guerra l’area fra il viale d’accesso a levante, il Vico di Mare a ponente e il perimetro della città a sud poteva dirsi interamente scavata. Il lento e faticoso lavoro di penetrazione verso il Foro di Ercolano riprese poi nel 1958, grazie ad un’intesa intervenuta fra il Comune di Resina, la Soprintendenza alle Antichità e l’Istituto per le case popolari della Provincia di Napoli, che permise che la zona malsana di Resina gravante sugli scavi (particolarmente quella del Vico Ferrara, sotto il quale si estendeva il vero e proprio quartiere del Foro dell’antica città) fosse inserita fra quelle meritevoli delle provvidenze previste dalla legge 9 agosto 1954 n. 640 per il risanamento urbanistico delle zone malsane. Alle spese di esproprio, di demolizione e di scavo provvide la Cassa per il Mezzogiorno. Un complesso di 80 famiglie venne traslocato e sistemato altrove. Fu liberato in questo modo tutto il cardo III fino al  decumano massimo, ma poi i lavori furono inesorabilmente bloccati dalle case della soprastante Resina.

Il grande evento della resurrezione di Ercolano non è ancora giunto alla sua naturale conclusione, poichè, senza contare le altre zone dell’abitato moderno che insistono sulla parte ancora sepolta dell’antica città, le abitazioni del Vico di Mare  (divenuto, nel frattempo, Via Mare) continuano a tenere interamente imprigionate l’insula occidentalis e l’insula VIII in alto, nonchè l’insula I in basso, mentre solo parzialmente scavate risultano, sempre a sinistra del cardo III, l’insula VII (a monte) e l’insula 11 (a valle).
Per riportare alla luce quanto è ancora nascosto, occorrerebbe realizzare una catena di espropri che, considerati i chiari di luna dell’economia italiana attuale, appare un fatto puramente utopistico. Nè, d’altra parte, sono ipotizzabili singole operazioni di esproprio, che rischierebbero di compromettere l’attuazione di un eventuale programma di interventi che può esser valido solo se considerato globalmente.
Un’impresa del genere sarebbe forse possibile solo grazie ad una collaborazione internazionale, così come aveva auspicato lo studioso inglese Charles Waldstein all’inizio di questo secolo. Il suo sogno, se avesse potuto realizzarsi, ci avrebbe restituito l’intera Ercolano, con la Villa dei Papiri, il Teatro, la Basilica, i templi e gli edifici del Foro. La città riemersa si sarebbe estesa fino alla Reggia di Portici, che ne sarebbe stata il Museo eilcentro di studi, comeaibei tempi dei Borbone,e del fatiscente e malsano Vicò di Mare non sarebbe rimasto nenche il ricordo