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Un ricordo dei riti e miti nei vicoli del centro storico di Ercolano
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Il centro storico di Resina prima ed Ercolano si concentrava essenzialmente nell’antica via Trentola, via dogana, Piazza fontana, vico mare ed i vari vicoli nelle traverse di corso Resina.

Si può affermare che non esiste Ercolanese le cui origini o non abbia almeno un discendente familiare che abbia abitato in questi luoghi.

Così descriveva lo scrittore Mario carotenuto, nel suo libro Da Resina ad Ercolano. Storia di una città (scritto nei primi anni ottanta) quei miti e quei riti che erano  l’essenza di quella umanità vissuta in quella realtà sociale :

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.

L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola nell’aureo secolo del Romanticismo.

I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di ‘a Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘o zelluso, Armando ‘o scartellato, Nicola ‘o surdo) o morali (Antonio ‘o buffone), dal mestiere (Pasquale ‘o scupatore, Enrico ‘o furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘o mericano, Bettina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva conoscere il cognome bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.

Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lecca lecca. Si aveva bisogno del falegname?

Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice (Ca capèra), il falegname (Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico (Co stagnino), lo stuccatore, il marmista (Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo (Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo (Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo (Co verdummaro) e perfino il becchino (Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case.

Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina  si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione.

Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità e della solidarietà. Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe di parvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.

E’ come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

Per molti non ci sono dubbi: al senso comunitario e alla solidarietà di un tempo è subentrato lo spirito maligno del «mors tua vita mea» o, per dirla alla napoletana, « chi more more echi campa campa ».

Queste amare riflessioni ci portano a delle considerazioni assai severe su questo tempo di belve e ad una nostalgia ancora più struggente del tempo che fu. Dove sono più la spensieratezza, la gioia di vivere, la poesia di una volta? Anche in mezzo alle più gravi vicissitudini rimaneva nei cuori la speranza di un domani migliore, come testimoniano le parole di una famosa canzone: « chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurddammece d’ ‘o passato ». E rimaneva soprattutto il senso di solidarietà verso tutti, e in particolar modo l’amore per i bambini.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Andrea Cacciottoli il sindaco della resina moderna e della battaglia per l’acqua del serino
maggio 2, 2014
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andreaacacciottolibis

Avv. Andrea Cacciottoli (Resina, 1846 – Resina 1913) a distanza di oltre un secolo dalla sua morte, raccontiamo la storia politica e umana di questo importante protagonista della vita cittadina che dovette fronteggiare non pochi problemi di ordine sociale. tra i quali la cronica mancanza di acqua e le epidemie del colera sviluppatesi nelle zone piu’ malsane dell’allora Resina. Quest’articolo spera di far conoscere al altri il suo grande impegno politico per la sua città sia come avvocato e come politico ed amministratore.

Prese le redini della civica amministrazione di Resina, l’avv. Andrea Cacciottoli (sindaco di Resina dall’11 novembre 1884) avviò un deciso programma di risanamento delle finanze comunali che portò all’ aumento degli introiti e al conseguente incremento delle spese per il decoro della città, per lo sviluppo commerciale, per l’istruzione e la viabilità. Si migliorò, così, il trattamento economico degli insegnanti e della forza pubblica, si creò un ispettore della pubblica illuminazione (da ricordare che nel 1886 i fanali a gas sostituirono i lumi a petrolio), si provvide a fornire di custode il macello e di giardiniere la villa comunale (inaugurata il 24 luglio 1887).
Vagheggiato un asilo d’infanzia l’opera divenne un fatto compiuto: oltre 200 bambini vi trovarono vitto, materne e protezione. La via Mare, appena iniziata, fu alacremente proseguita  e ultimata; lo stesso avvenne per il terzo tratto della via Trentola. La sistemazione  poi del Largo Pugliano e delle vie Cuparella, S. Elena, Bosco, FevoleIla, Dragonetti, Arcucci, del primo e secondo tratto della via Trentola, traversa Municipio, della via Patacca, nonché dei marciapiedi del corso Ercolano, furono tutte opere volute e compiute in poco tempo.

Si ottenne, dopo non pochi sforzi, uno scalo di alaggio e per ricovero di barche alla cosiddetta Dogana del Pesce. Si realizzò un sogno che durava da molti anni, quello di avere una strada di circonvallazione, la Resina – S. Sebastiano al Vesuvio, i cui lavori ebbero inizio nel 1894. La chiesa di Pugliano, oltre ad essere trasformata negli stucchi, fu ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione, di due vasche per l’acqua lustrale (la cui collocazione sulle colonnine di marmo, addossate a una coppia di pilastri, risale all’anno 1886), ecc. Si chiese e ottenne, a beneficio dei contribuenti, un’Esattoria autonoma e indipendente, come pure una speciale sezione per l’elezione della Camera di Commercio. L’annosa questione per la limitazione dei confini col comune di Torre del Greco formò oggetto di studi severi, così come attestava un’ elaborata allegazione a stampa dell’ avvocato Margotta e dello stesso Cacciottoli, che difesero gli interessi di Resina.
Una citazione a parte merita la relazione sull’epidemia colerica del 1887 presentata dal sindaco Cacciottoli al Consiglio Comunale nella tornata del 25 ottobre 1887:

«[ … ] Non vi ricorderò che fin dallo agosto l’ onorevolissimo signor Prefetto fu istruito minutamente dei fatti, e su mia richiesta spedì l’istesso giorno sul luogo l’illustre Prof. Cav. Margotta, il quale, dopo di avere tutto accuratamente osservato, si lodò dei provvedimenti adottati, ne discusse·e suggerì altri da attuarsi.
Fu fin d’allora che istantemente richiesi l’autorevole parola del signor Prefetto per ottenere la presa giornaliera dell’acqua del Serino dalla Città di Napoli, ed il trasporto della stessa a mezzo della Società dei Tramways.
Fu fin d’allora che, seguendo il parere del nostro valoroso condottato Dr. Paolo Cecere, adottammo a norma dei dettati della nuova tecnica sanitaria, confermata dalle più recenti disposizioni Ministeriali, le disinfezioni col sublimato in proporzione dal 2 al 3 per mille.
Fu fin d’allora che provvedemmo a larghe disinfezioni con opportuni ed abbondanti lavaggi dei luoghi infetti dal morbo, nonché degli altri tenuti sospetti.
Fu fin d’allora che senza alcun limite autorizzammo la distribuzione di medicinali, brodi, latte, neve e carne agli infermi sulla semplice richiesta dei nostri sanitarii, oltre ai soccorsi in biancheria, cui provvedemmo con la Giunta direttamente a norma dei bisogni e delle constatate necessità.
Di fronte ad un nemico che insidiva la vita di tutti credetti opportuno fare appello a tutti, richiedere l’appoggio ed il concorso di tutti, senza relazioni di casta o posizioni sociali [… ].
Come pure in quei giorni di lutto e di desolazione furono per nome pel popolo di non lieve conforto le ripetute visite dell’Illustrissimo signor Prefetto, dell’Eminentissimo Cardinale Sanfelice Arcivescovo di Napoli, dei nostri onorevoli deputati, fra i quali primeggia il Commendatore Della Rocca Illustre Segretario Generale, nonché di Consiglieri Provinciali e di molti altri preclari cittadini, i quali tutti, ed in ispecie l’illustre per quanto benemerito signor Prefetto, sfidando disagi e pericoli di ogni genere, vollero minutamente osservare le condizioni del Comune, vagliare ed apprezzare il nostro modesto operato, e tutti ci furono generosi di una parola di conforto e di leale incoraggiamento [… ].
La presenza infine di S.E. il Presidente dei Ministri, ad un tempo Ministro dell’Interno e degli Esteri, congiunta a quella di S.E. Zanardelli Ministro di Grazia e Giustizia, e di altri non pochi onorevoli personaggi [… ] costituì tanto per Resina, che per noi, un vero orgoglio, ed io ne ringrazio tutti quelli che direttamente ed indirettamente contribuirono a provocarla.
E come mai potrei fare diversamente o signori, essendo in modo indiscutibile dovuto a questa visita se per Resina sta per schiudersi 1’orizzonte ad un’ era nuova di miglioramento, e di progresso igienico ed edilizio?
Forse che non fu S.E. Crispi, che pel primo decretò con la sua parola il risanamento del Comune?
Non fu forse lui che il giorno susseguente ne commise direttamente gli studi a persona di sua fiducia? Non è da lui infine che aspettiamo la piena realizzazione di una promessa che non può mancare, giacché è da tutti risaputo che la parola di Crispi non si cancella?
Non fu infine lui che pel primo dié l’esempio di un generoso concorso per sopperire alle spese necessarie per combattere l’epidemia, esempio immantinenti seguito da S.E. Zanardelli, nonché dagli onorevoli nostri deputati, dal presidente della Croce Bianca, dai Consiglieri Provinciali, dallo stesso Consiglio Provinciale, dagli altri molti che con noi gareggiarono in atti di deferenza, di affetto e di carità?».

Ad integrazione di quanto sopra, va ricordato che la persona di fiducia di cui sopra era l’ingegnere Giulio Melisurgo, cui fu affidato il progetto di risanamento delle zone malsane di Resina. Tale progetto, completo di relazione e disegni, approvato con le deliberazioni consiliari dell’ 11 maggio e del 3 giugno 1889, e depositato presso l’Archivio di Stato di Napoli, Bilanci e Conti Comunali,

Risanamento di Resina. «Tanto il bonificamento che l’ampliamento – precisava il Melisurgo – sono ideati in modo da poter dare nel loro insieme un’importanza speciale a Resina (e quindi un valore ai terreni espropriati), facendo di quel Comune una stazione sana, tale da richiamare il concorso di nuovi residenti, di convalescenti, i quali, altrove, non potrebbero trovare riunite tante favorevoli condizioni sanitarie. Ad otto chilometri da Napoli, alla quale è congiunta da una ferrovia ed una tranvia, Resina è opportunamente orientata per una residenza invernale ed estiva. Sita ai piedi del Vesuvio, in riva al mare, su di un suolo asciutto ed in pendio, tra i boschi di Portici e della Favorita, ed in eccezionali condizioni climatologiche, con le attrattive del golfo, della funicolare del cono vesuviano, delle antichità di Ercolano, con un’aria eccezionalmente balsamica per i tisici, benefica per i fabbricitanti, e con un orizzonte straordinariamente bello, poiché è al centro del golfo già detto delle Sirene, essa è certamente in condizioni di favorire un ampliamento di ville ricercate.
Come all’epoca romana Ercolano era una delizia del tempo, così nell’era nostra Resina, che sopra vi è edificata, può diventare, trasformando la sua incantevole plaga in una residenza di gente civile».

Ma il progetto rimase sulla carta, e della buona volontà espressa da Francesco Crispi non si seppe profittare. Così le zone malsane di Resina (particolarmente via Trentola e via Mare) continuarono a essere potenziali luoghi di infezioni e di epidemie, sprovviste com’erano di una risorsa indispensabile, l’acqua. Lo ricaviamo, soprat~utto, da un lungo articolo coevo di Gennaro De Luca, pioniere del giornalismo :

«Uno dei principali e necessari fattori della vita è l’acqua. Essa, ·a seconda della sua composizione e purezza, ha un’influenza sulla specie umana. Poiché è assodato che i germi di molte malattie che affliggono l’umanità, ci vengono portati dall’acqua: e nei paesi dove questa è pura ed abbondante, quivi la robustezza e la longevità non difettano.
Ed infattI dice il Klebs che persino il così detto gozzo, sorta di tumore, che abitanti d’intere regioni hanno alla gola, prodotto dal rigonfiamento della glandola tiroide, vien causato da germi minutissimi che, col mezzo dell’acqua, penetrano nel nostro sangue. E così tutti gli scienziati moderni sono concordi nell’ammettere, dopo gli ultimi studi e le ricerce batteriologiche fatte, come prima via di contagio le acque inquinate dei germi specifici delle malattie infettive.
A dimostrare tutto ciò con maggior chiarezza, in primo luogo citeremo l’esempio di Napoli avanti e dopo della conduttura d’acqua di Serino; ed in secondo luogo riporteremo le analisi chimiche e le ricerche eseguite sulle acque dei Comuni Vesuviani dall’egregio chimico Eugenio Casoria, professore della R. Scuola Superiore d’Agricoltura, in Portici.
Tra i mali infettivi che endemicamente dominavano in Napoli, prima del 1887, e che vi mietevano maggiori vittime, erano la febbricola ed i tifi, massime il tifo addominale, malattie codeste che riempivano gli ospedali di numerosi infelici; al punto che il Munièipio di quella città fu obbligato assegnare l’ospedale Cotugno per tali infezioni.
Ebbene, dacché i napoletan hanno potuto bene l’acqua di Serino, i malati nell’ospedale Cotugno non solo scemarono rapidamente, ma non sono stati rimpiazzati che da un numero di poche unità; cosa da neanche calcolarsi, in una popolazione di oltre mezzo milione.
E qui vale ricordare che dopo il 1884, epoca in cui il colera fece strage in Napoli, negli anni seguenti, quando i Napoletani potettero usare l’acqua di Serino, restarono immuni dal fatale morbo; mentre parecchi nostri Comuni, e massime Resina, nel 1887, furono crudelmente colpiti dall’epidemia. A viemaggiormente confermare i fatti esposti, noi citeremo le analisi chimiche delle acque di vari pozzi di  Resina, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco, eseguite parte dalla Regia Scuola Superiore di Agricoltura e parte dal prof.
Casoria, le quali analisi, fatte coi metodi di Schulze, Kubel e Tiemann, han fornito i risultati tanto straordinari che crediamo utile riportare i prodotti [… ].
Questa notevole copia di nitrati, che, al dire del prof. Casoria, non sono mai stati rinvenuti da altri chimici, fanno esclamare al professore, nella sua dotta relazione sul proposito, così:
“Ora, paragonando i limiti massimi di tolleranza, stabiliti dalla Commissione di Vienna, con le quantità da me rinvenute nele acque esaminate, ben si scorge come l’uso di queste costituisca un vero delitto di lesa igiene, e tale da richiamare la seriaattenzione delle autorità, a cui incombe l’ufficio di tutelare la salute dei cittadini, i quali, o per propria elezione, o per mancanza d’altro, sono costretti a far uso di tali acque.
Ora l’acido nitrico che trovasi in così grande eccesso nelle acque esaminate, non può evidentemente derivare che dall’azoto delle sostanze organiche, provenienti dai materiali di deiezione, e da altri liquidi di rifiuto dell’economia domestica.
Le condizioni speciali che favoriscono mirabilmente la diffusione dei materiali di deiezione, attraverso il sottosuolo, nonché la rapida nitrificazione dei materiali suddetti, sono le seguenti:

  1. La mancanza assoluta di fognatura, e la esistenza di uno o più pozzi neri, in ciascuna abitazione: il maggior numero dei quali non hanno serbatoio sotterraneo, ma sboccano liberamente nel sottosuolo, funzionando per tal modo da veri pozzi assorbenti.
  2. Le proprietà fisiche dei materiali che costituiscono il sottosuolo, attraverso i quali i liquidi di qualsiasi natura ed origine possono diffondersi agevolmente ed a notevoli distanze.
  3.  La costituzione chimica del sottosuolo, la quale determina la rapida ossidazione dei prodotti ammoniacali, derivanti dalla putrefazione delle sostanze fecali, e la trasformazione di essi in nitrati”.

Premesso tutto ciò, è innegabile l’assoluto bisogno di avere acqua pura ed abbondante, visto lo sviluppo rapido delle popolazioni nei nostri comuni, ed il crescendo delle malattie infettive, che spesso visitano questi ameni paesi, con esiti quasi sempre fatali, per quelli che più difettano di acqua potabile.
E dopo la scienza vogliamo dare posto alla legge, che, armonizzandosi con i bisogni cresciuti dei popoli e della civiltà, nella nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene (art. 44), dice:
“Ogni Comune deve essere fornito di acqua potabile, riconosciuta pura e di buona qualità. Ove questa manchi, sia insalubre o sia insufficiente ai bisogni della popolazione, il Comune può essere, per decreto del ministro dell’intemo, obbligato a provvedersene“.

E poi nel Regolamento della legge medesima, all’art. 101, dice:
“Per l’applicazione dell’ art. 44 della legge, il ministro dell’ interno può obbligare più comuni ad un consorzio, per provvedersi di acqua potabile”. Dunque è compito importante delle autorità dare ascolto all’impellente bisogno del popolo, mettendo all’uopo in attuazione la legge»

lanuovaercolano

«La Nuova Ercolano», Resina, 3 maggio 1891. Del problema dell’acqua si occupò a lungo «La Nuova Ercolano», periodico locale di cui si è smarrito perfino il ricordo, che pubblicò molti articoli volti a richiamare l’attenzione di chi di dovere sulla necessità di affrontare e risolvere una questione spinosa, la più difficile o forse del periodo post-unitario.

Preoccupata dall’andamento ciclico delle malattie infettive nel nostro territorio, e forte della nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene, la civica azienda fin dal 1887 aveva avviato febbrili trattative per ottenere il prezioso elemento a Resina.

Ma ora la lentezza degli adempimenti burocratici che si dovevano compiere tra la Società dell’acqua di Serino, il comune di Napoli e gli altri comuni della plaga vesuviana; ora il succedersi e l’avvicendarsi dei rappresentanti comunali del vicino capoluogo, il che costringeva a cominciare da capo discussioni, pratiche, proposte e controproposte; ora la richiesta di altri concorrenti, che volevano acquistare direttamente dal comune di Napoli e poi di redistribuire alla popolazione il benefico liquido, curandone il trasporto e la canalizzazione, non fecero che rimandare nel tempo la’ soluzione dell’ esasperante problema.
Ancora nel 1891, nella seduta del 18 maggio, il sindaco Cacciottoli esponeva al Consiglio Comunale la necessità di avere l’acqua di Serino, perché le acque del paese erano scarse e per nulla potabili.
Questa la cronaca della seduta, ricavata da un articolo di E. Francese :

«[… ) Il sindaco dice, inoltre, che egli ha sempre sollecitato la prefettura ed i comuni circostanti per indurre questi ultimi a provvedersi di detta acqua, ma che le sue pratiche riuscirono sempre infruttuose; ciò nonostante, egli non s’è mai perduto d’animo; dopo tante fatiche, è stato appagato il suo desiderio, poiché il Prefetto invitò i sindaci di Resina, Torre del Greco, Portici e San Giorgio a Cremano a tener Consiglio, e, sotto la sua presidenza, si discusse a lungo l’argomento in questione [… ].
Infine partecipa che il consiglio dei sindaci, d’accordo col Prefetto, approvò il progetto per l’impianto della conduttura e dei serbatoi, le cui spese saranno ripartite tra i quattro suddetti comuni, riuniti in consorzio;
indi è stato stabilito il prezzo di centesimi 10 per ogni metro cubo, come pure è stata stabilita la quantità minima e massima di acqua da consumarsi in un giorno in ciascun comune; e ciò in proporzione del numero di abitanti d’ognuno di essi, cosicché per Resina, che conta 18.000 abitanti, è stato calcolato un consumo giornaliero dai 1200 ai 3000 metri cubi.
Dice pure che sarà nominata una commissione, composta di due rappresentanti per ogni comune del consorzio, la quale verrà incaricata di nominare, a maggioranza di voti, un ingegnere per i lavori da eseguirsi, e di stabilire le condizioni per la messa all’asta dei suddetti lavori [… ].
Conclude, dicendo:
Signori, spero che tutti vogliare aiutarmi nel compiere l’opera da me iniziata, col votare il progetto, già approvato dal comune di Portici, per la provvista dell’acqua di Serino, ciò che è stato sempre il mio ideale, l’oggetto dei miei sogni, ed io, per decor proprio e pel bene del paese, farò quanto posso per raggiungere lo scopo, e rimarrò a questo posto finchè la mia idea, i miei sogni non saranno realizzati ” (Applausi).
Il sindaco mette alla votazione per alzata e seduta. Tutti restano seduti. Il progetto è approvato all’unanimità» (6).

Ma ogni buon proposito della pubblica amministrazione fu vanificato da vecchi e nuovi problemi (7), gli stessi che costrinsero la nostra cittadina a rivolgersi direttamente al governo nazionale, nella persona del ministro dell’interno:
«Eccellenza, la salute di 18 mila e più cittadini è minacciata. L’acqua del Serino, il liquido salutare per eccellenza, il primo elemento indispensabile alla pubblica igiene si nega al Comune di Resina, dove 1’epidemia colerica in questi ultimi tempi ben tre volte passeggiò trionfante, dove l’acqua potabile esiste inquinata.
Invano l’Autorità locale con patema benevolenza si è interessata a pro della ridente città; invano con patjottico e civile pensiero ha cercato concordare idee e interessi; tutti gli sforzi riuscirono a vuoto; non resta ricorrere ai mezzi estremi per tranquillizzare gli animi eccitati, e curare ad un tempo la salute di tutta la popolazione resinese.
È bene quindi che l’Autorità centrale tutto vegga e sappia. Motivi altissimi di ordine pubblico e di pubblica incolumità reclamano assolutamente il suo intervento, malgrado sia già vigorosamente intervenuta  l’Autorità locale [… ].
Eccellenza!
Un materiale di conduttura per valore ingente è già pronto … Provvedasi al più presto perchè cessi uno stato di cose anomalo, inesplicabile, ruinoso per tutti, perchè gli animi di tutti siano urgentemente rassicurati.
Lo deve il Governo in omaggio alla legge, all’ordine pubblico, alla incolumità; lo attendono fidenti i cittadini di Resina.

Alla fine, come Dio volle, il 28 agosto 1894 fu firmato un contratto a Napoli, per Notar Scognamiglio, tra il signor Du Chantal per la Società dell’acqua di Serino, l’amministrazione partenopea e il Comune di Resina. In base all’accordo fu concessa l’acqua alla nostra città: il pagamento della stessa, neJla misura di 12 centesimi per ogni metro cubo, doveva aver luogo dieci mesi .. dopo la stipulazione del rogito, cioè il 28 maggio 1895.
Il 6 giugno 1895, per gli atti dello stesso notaio Francesco Scognamiglio, altro contratto fu concluso con la Società belga formata pour la eonduite des eaux de Lièges, società che aveva per rappresentante l’ingegnere Bernard Pétot. Fu stabilito quanto segue: che l’acqua del Serino venduta dal Comune di Napoli dovesse essere incanalata e trasportata a Resina con apposito acquedotto, costruito a spese della Società; che la quantità minima di acqua da convogliarsi quotidianamente per gli usi del nostro comune dovesse essere di 160 metri cubi, dei quali 60 da impiegarsi per le necessità di pubblico servizio e 100 per i bisogni dei privati; che si dovessero, fra l’altro, costruire a spese della Società, e mentenere a getto costante per uso pubblico, quattro fontanine.
I giornali locali e quelli partenopei salutarono il lieto avvenimento, che sembrava schiudere a Resina orizzonti di benessere e prosperità.

Così il Vesuvio:

«Finalmente Resina può dire di avere avuto l’acqua di Serino.  L’ingegnere cav. Pétot, malgrado tutti gli ostacoli che gli son creati da chi aveva interesse ad ostacolare il compimento dell’opera altamente civile, si è qeciso a dare l’acqua al popolo e già da varii giorni la fontanina che trovarsi al principio della salita di Pugliano gitta l’acqua di Serino, che tutti accorrono a prendere con gran piacere. Di questo atto umanitario l’ingegnere Pétot merita encomii sinceri, poiché a Resina ormai non si beverà acqua avvelenata nel più ampio senso della parola»

Risolto, dunque, l’annoso problema della mancanza d’acqua potabile?
Potevano finalmente gioire gli abitanti di Resina, specie quelli di via Mare e via Trentola? Purtroppo, le cose stavano diversamente. Le fontanine situate nei punti strategici del paese, dopo aver fornito incessantemente acqua al pubblico fino a metà settembre, furono rimosse, e questo all’insaputa delle Autorità. Era successo che il regolamento concordato a luglio sotto l’imperio della necessità imponeva 1’obbligo gravissimo di certe quantità minime di consumo, che formavano un tale onere sulla proprietà e il pigionante da rendere praticamente impossibile il rispetto del contratto, dato che ogni resinese avrebbe dovuto pagare per quattro.
La Giunta del tempo, presieduta dall’avv. Andrea Scognamiglio, fece del suo meglio per moderare 1’asprezza della nuova imposta. Già però il fremito dell’indignazione era corso per le case e le strade di Resina, e ai primitivi osanna al rappresentante della società belga erano seguite le invettive di coloro che si ritenevano turlupinati e presi in giro. Molti infatti, sicuri di attingere l’acqua limpida e salutare del Serino, avevano chiuso i loro pozzi inquinati ed insufficienti; ed ora il disinganno li rendeva incredubli, agitati, inferociti. Fortunatamente le nostre Autorità riuscirono ad ottenere dalla controparte delle condizioni che consentissero una più equa distribuzione degli oneri derivanti dal contratto, e cioè che l’acqua fosse pagata in proporzione ai benefici ottenuti.

Con il ritorno in sella dell’ avv. Cacciottoli (1898) si potè annunciare la prossima apertura dell’ acquedotto, alla quale furono invitati le più alte autorità civili e religiose della provincia.
Ma le sofferenze non erano ancora finite, anzi il martirio della sete avrebbe continuato a tormentare la sventurata gente di Resina per molti anni ancora.
Seguire tutte le tappe di quell ‘interminabile calvario equivarrebbe a cacciarsi in un ginepraio di proteste, di lotte, di rivendicazioni, di ricorsi in carta bollata, di articoli di giornale a non finire. Le cause erano sempre le stesse: nuove e infondate richieste di pagamento, minacce di sospensione, quantitativi d’acqua erogati col contagocce per una popolazione dai bisogni crescenti.
Quanto a Cacciottoli, la sua fu una vicenda personale non meno complicata, dato che una serie di accuse lo indicò come responsabile di irregolarità nella gestione daziaria.

Queste accuse, fatte proprie dalle superiori Autorità, portarono ad una relazione ministeriale del 28 dicembre 1902, destinata a provocare il Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Resina, nonostante che i voti dell’8 e 27 luglio avessero ancora una volta premiato il Cacciottoli. Questi, , chiamato nel frattempo dalla pubblica fiducia al seggio di Consigliere Provinciale, aveva già orgogliosamente presentato le dimissioni da sindaco, indirizzando una lettera all’assessore anziano del Comune, nella quale vantava e opere compiute in quasi venti anni di milizia politica e amministrativa.
Sucessivamente, nel marzo del 1903, lo stesso Cacciottoli pubblicava una memoria difensiva, ricca di dati e di cifre, non meno che di citazioni letterarie e perfino di frasi in latino. Il documento rappresentava, peraltro, un saggio elquente del clima infuocato in cui si svolgeva la vita politica in quegli anni.
Questa era dominata da due soli partiti contrapposti, i liberali di Cacciottoli e i cIerico-moderati di Alessandro Rossi, i cui esponenti si accusavano a vicenda di preoccuparsi più del “particulare” che di dare al paese l’opportunità di inserirsi nel novero dei comuni più progrediti.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le strade che non ci sono piu’
aprile 27, 2014
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Percorrere le strade e le frazioni dell’odierna Ercolano, dal mare alla montagna, significa addentrarsi in un tessuto urbano in gran parte diverso da quello in cui vissero i nostri antenati. Alcuni luoghi sono irriconoscibili; altri mancano dei punti di  riferimento che ne costituivano gli aspetti peculiari; altri, infine, hanno cambiato perfino la denominazione.
Dove sono pizi il ribus de Risina, S. Andreum a Sesto, Terenziano, Nonnaria, Actone e Arinianum, di cui leggesi nei vari regesti del Capasso? Dove le chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani nella parte alta dell’abitato, quando il primitivo villaggio muoveva i primi passi sulla strada dello sviluppo?

Dove il terreno che il 22 giugno 1137 il prete Giovanni Pericolo e suo fratello Sergio presero in enfiteusi da Giovanni, abate del monastero dei SS. Sergio e Bacco, “nel luogo detto Latramanica”?

Dove la cappella intitolata a S. Margherita, lungo il litorale tra Resina e Portici, che fino ai primi anni del 1600 fu particolamente cara ai nostri pescatori? Dove la contrada alle falde del monte, che dicevano di “Pezzella”, in cui un povero guardiano di vacche, sepolto da una pioggia di pietre, fu la prima vittima dell’eruzione del 1631 ?

Dove le statue dette “Colli Mozzi” e la fontana borbonica di piazza Fontana?

Dove i tanti corsi d’acqua che traevano origine dal Vesuvio e che, per secoli, fino a che non si ebbe l’acquedotto del Serino, servirono sufficentemente agli usi della nostra città?

Dove la torre con l’orologio e con una sottostante edicola dedicata in via Dogana alla Madonna di Pugliano?

Dove le edicole mariane di via Trentola, raffinati prodotti maiolicati dei nostri artigiani di un tempo?

Dove la lapide di marmo, posta nel 1845 all’inizio di via Pugliano, che ci ricordava essere quella la “Strada che conduce al Reale Osservatorio Astronomico“?

Dove le case coloniche dei secoli scorsi, complete di cellai, depositi in legno e scale esterne?

Dove quella parte alta del bosco reale che faceva angolo con la strada nuova di S. Vito, in cui i Borboni cacciavano selvaggina, prima ancora che si allusero fagiani?

Dove quei poderi – Pignataro, Pezza di caso, Iacomino, Ruggiero – che producevano nell’ottocento il famoso Lacrima Christi?

Dove la romantica funicolare del Vesuvio, che fino al 1953 fece vivere indimenticabili momenti di emozione e di esaltazione a viaggiatori di tutte le latitudini?
Il gioco delle domande potrebbe continuare all’infinito, ma tanto basti per dare unJi&ad elle trasfwzioni che ha dovuto subire il nostro tmitmio nel corso dei secoli. Certo, il succedersi degli avvenimenti, il crescere della popolazione, le mutate esigenze non potevano non modificare I’imnzugine di paesi e cittd, ivi compesoZ’ambiente vesuviano: m, decisamente, quel che di negativo è awenuto nella nostra zona, spece negli anni convulsi di questo secondo dopoguerra, ha toccato vertici demenziali. Vale dunque anche per noi lo sfogo di Ferdìnando Russo:

‘O munno vota sempe e vota ‘ntutto:
se scarta ‘o bello, e se ‘ncuraggia ‘o brutto.

Una cinica filosofia del consumo e del guadagno ha prodotto gli effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti: cementazione del territorio, trasformazione di chiese e cappelle in supemarket o discoteche, sparizioni di vicoli o interi quartieri i cui nomi riflettevano le vicende municipali, il carattere del popolo, i suoi modi di vivere, i sivoi mestieri, la sua religione. E ma, con diabolica perseveranza, qualcuno vorrebbe continuare a demolire quel che resta della nostra storia.
Intendiamo riferirci in particolar modo a quella via Trentola che molto probabilmente è il centro stmico piu’  antico, articolato e ramificato della zona vesuviana. Forse gli scampati al disastro del 79 questi trovarono rifugio, anche per la vicinanza del luogo alla sepolta città di Ercolano, ma si tratta soltanto di una fantasia archeologica.
Di sicuro, invece, sappiamo che via Trentola fin da sempre fu l’unico tramite tra la parte alta e quella bassa di Resina, e che solo nel Settecento fu affiancata da via Pugliano. Un’arteria, quindi, di grande importanza stmica, ma anche di notevole rilevanza sociale eantropologica, e tale da farci spezzare una lancia a favore della sua salvaguardia e della sua valorizzazione, come meglio risulterà dalle vicende narrate nella presente monografia.

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Tratto dal Libro di Mario Carotenuto  “Via Trentola Immagini d’epoca e dettagli”  Ed. De Frede 1993

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.