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Perchè si cambiò nome da Resina ad Ercolano
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In quest’articolo riportiamo l’iter finale che portò all’idea del cambio del toponimo da Resina (epoca medievale) all’antico nome Ercolano ed uno dei massimi sostenitori fu il grande Alfonso negro, medaglia d’oro Olimpiadi di Berlino, ex calciatore, medico e grande politico della storia Ercolanese. Leggetelo con attenzione sono passati quasi 50 anni ma è ancora attualissimo.

(al centro nella foto con a destra la Contessa Matarazzo consorte del Sindaco caramiello nel salotto culturale che si teneva presso Villa ravone attuale Villa Maiuri negl’anni 60)

Nelle varie guide turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, malfonsonegro010a pressoché sconosciuto ai turisti.

I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.

Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica».

Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi a fondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace . Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale .
L’interesse archeologico è un interesse turistico .
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture
custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte .
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabili produttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell’archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente .
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di Ercolano.
A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente –
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.
Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazione ferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude:

Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».
Assessore al turismo ed allo sport

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Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

I turchi a Resina, una storia d’amore a lieto fine
maggio 29, 2014
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Il capitolo dell’Ottocento romantico resinese si chiude con una delicata storia d’amore, che sembra tratta pari pari dalle pagine delle Mille e una notte. Correva l’anno 1879, quando la nostra città fu onorata dalla presenza di un ospite esotico, l’ex Kedivè d’Egitto Ismail Pascià.

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Questo principe, già noto per aver aperto sotto il suo regno il canale di Suez, era stato deposto e costretto a lasciare il suo paese per non aver pagato gli interessi del debito pubblico egiziano; imbarcatosi sul panfilo Mahrusse, era venuto a Napoli, ai primi di luglio di quell’anno, per chiedere pace e distrazione alla terra delle Sirene.
Era allora Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, che offrì al principe Ismail, che si era rifugiato a Posillipo, la bella villa della Favorita a Resina. Lo scopo dello statista lombardo era quello di accogliere l’ex Kedivè per poter poi, per mezzo suo, avere notevole influenza sulle cose d’Egitto.
Ismail Pascià accettò l’offerta con grande entusiasmo e si stabilì, col suo seguito, in quell’angolo suggestivo fra il Vesuvio e il mare, prendendo dimora al primo piano. Per accedervi fece costruire un’apposita scala a chiocciola, a destra del portone. Il resto del primo piano, e tutto il secondo, era per le principesse. Nell’ultimo piano matto e nel sotterraneo erano, alla rinfusa, le schiave. Il secondo palazzo era per il seguito maschile: la palazzina verso il mare, che Ismail aveva provveduto a riacquistare, per i principi.
Naturalmente i resinesi si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà. Mille leggende cominciarono a spuntare sulla bocca di tutti.
Invece le cose stavano alquanto diversamente. Le principesse erano soltanto tre, poche in: confronto al numero sterminato di mogli che popolavano gli harem dei sultani orientali: erano circondate da una corte di tre o quattro dame di compagnia, delle schiave che avevano, a loro volta, altre schiave di condizione inferiore, ai loro ordini. Pranzavano e vestivano all’europea, uscivano spesso in carrozza aperta, fatte oggetto della curiosità e dei commenti degli immancabili spettatori, e andavano alla  passeggiata a Napoli, al S. Carlo e a pranzare nei caffè. Solo gli eunuchi si mantenevano fedeli ai costumi tradizionali del loro paese: vestivano col fez e soprabito chiuso fino al collo, e mangiavano il pranzo turco, composto di cibi molto aromatici e … inutilmente eccitanti, e senza vino.

Naturalmente, i rapporti tra la gente di Resina e gli ospiti erano quasi del tutto inesistenti. Solo quando si dovevano eseguire dei lavori all’interno della Villa, si richiedeva !’intervento della mano d’opera locale: in quell’occasione, gli operai erano vigilati da egiziani, armati di lungo coltellaccio. Ma, nonostante quella truce presenza, gli operai se ne ridevano; anzi alcuni riuscirono, non si sa come, ad imparare certe male parole turche, con le quali rispondevano, pronunciandole alla napoletana, alle minacce dei loro guardiani, abituati a ben altro rispetto da parte delle corvées del loro paese. In breve, quello strano miscuglio di turco-napoletano entrò nel linguaggio popolare, e non era raro il caso in cui i lazzari locali, da lontano e’ pronti a fuggire, apostrofavano in malo modo i numerosi egiziani seduti e intenti a fumare nei dintorni della Villa.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e dalla diversa civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque, come s’è detto, all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quello di una bella odalisca e di un baldo giovanotto del luogo.
Spulciando tra « vecchie carte e amorose storie» , siamo riusciti a ricostruire la trama di quell’incredibile romanzo d’amore. I fatti si svolsero, più o meno, così:
Ogni sera, nell’ora « che volge il desio ai naviganti », due belle odalische, eludendo la sorveglianza dei loro guardiani, salivano sulla terrazza del palazzo, da dove il loro sguardo di straniere poteva carezzare, con profonda dolcezza ed ammirazione, quei dintorni ricchi di bellezze naturali.
E sognavano le due belle Milka e Severnisia. Il loro sguardo vagava lontano, e forse il pensiero correva veloce al loro paese e alle loro case. Guardavano il mare, e il mare tentatore metteva nei loro cuori un impeto di ribellione, un senso arcano di amare e di essere amate, un bisogno irresistibile di vivere una vita libera e felice.

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Una sera il suono dell’Ave Maria portò al cuore delle due inseparabili ancelle il messaggio che forse non avevano mai osato neppure sognare: in una terrazza di Villa Campolieto, al lato della Favorita, due giovanotti, un ingegnere e un avvocato, cominciarono a fissare le due belle straniere, rese ancora più belle dalla leggenda che le circondava e dal posto in cui si trovavano. Gli sguardi s’incrociarono, si smarrirono e gli occhi parlarono al cuore.
Per molte sere la scena muta e lusinghiera si ripetette: ne erano testimoni il cielo dall’alto e il mare lontano. E l’aria fremente e compiacente del luminoso crepuscolo di settembre avvolgeva in un’atmosfera di lusinga i due giovanotti, che ardivano amare le odalische di un principe straniero.
L’amore divampò e si nutrì di sorrisi, di promesse, di silenziosi giuramenti. Ma la Favorita non era accessibile a tutti, le odalische erano severamente sorvegliate ed Ismail era terribilmente geloso delle donne della sua corte.
Una sera la bella Severnisia, più ardente ed ingegnosa dell’altra, escogitò un sistema audace per rispondere al muto appello del suo innamorato, e cioè del giovane avvocato. Avvolse un foglio intorno ad una pietra e lanciò quel singolare messaggio nel giardino di Villa Campolieto.
I due giovanotti accorsero e raccolsero la lettera, ma non potettero leggerla perché non conoscevano il turco. Tuttavia, la necessità aguzzò l’ingegno dei due spasimanti, i quali fecero ricorso all’aiuto compiacente dell’interprete dello stesso Kedivè, tale Giuseppe Borel.
Questi, dopo aver tradotto la missiva ed esortato i giovanotti alla speranza, compilò la risposta che venne recapitata alle fanciulle con lo stesso mezzo.

Così si stabilì tra le due coppie una originale corrispondenza epistolare. Le odalische si dicevano disposte a ricambiare i sentimenti dei loro corieggiatori, ma facevano presente che non potevano corrispondervi appieno perché erano schiave del loro principe e sorvegliate gelosamente.
Tuttavia, come in tutte le favole belle, l’amore superò tutti gli ostacoli e alla fine trionfò.

Una sera Villa Favorita risplendeva di luci: si festeggiava il Ramadan, e tutto il palazzo era percorso da un andirivieni insolito di centinaia di persone. Il parco era illuminato, e le stanze e i corridoi della splendida residenza erano rallegrati dalle dolci melodie di musiche orientali: tutti erano come in estasi, pronti tuttavia a rubare la gioia ed il piacere ad una sera di divertimento.
Milka e Severnisia approfittarono di quello stordimento generale per attuare il loro audace disegno, la fuga verso la felicità. Travestite da uomini, col cuore gonfio per la paura ed ebbro d’amore, si avviarono verso l’uscita del palazzo.
Ma la sola Severnisia riuscì a sgusciare all’esterno e a fuggire verso Villa Campolieto. Qui il giovane avvocato, meravigliato e confuso per quell’incredibile sorpresa, accolse la bella fuggitiva come la visione di un sogno fantastico. Anche le sorelle del professionista ebbero per la bella odalisca mille premure e mille riguardi.

Al giovane la bellissima straniera, fuggita dal suo nido di schiavitù per amor suo, apparve come un’eroina, come una co.che aveva rischiato la vita per lui.
Quando Ismail seppe della fuga della sua Severnisia, ne reclamò a gran voce la restituzione. Ma il professionista si assunse tutta la responsabilità del caso e dichiarò di voler fare sua la bella creatura d’oltremare. E l’Italia, nazione libera, lasciò liberi gli innamorati di vivere l’uno per l’altro.
Ma poiché la comunanza spirituale si fa completa quando comune è il linguaggio, il giovane pensò di far apprendere alla sua amata la lingua italiana nell’Istituto Orientale di Napoli. Più tardi la fanciulla ricevette il battesimo e si chiamò Libera, Immacolata, Aida.
E, infine, la bella Severnisia sposò, in Resina, il giovane avvocato, e la loro unione fu legalizzata dal sindaco del tempo, comm. Alessandro Rossi.
E l’altra odalisca ? Meno fortunata di Severnisia, era stata subito scoperta ed arrestata dalle guardie del Kedivé e più nulla si seppe di lei. Certo si è che, quando Ismail tornò in Egitto dopo sei anni di soggiorno a Resina, delle ventitré donne condotte in Italia ne ritornarono in Egitto solo ventuno. Forse nella sera magica della fuga, mentre la fortunata Severnisia andò incontro all’amore, l’altra andò incontro alla morte.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Diego calcagno poeta mediterraneo
maggio 17, 2014
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diegocalcagnoForse si contano sulle dita di una sola mano le persone consapevoli del fatto che la nostra Resina ha dato i natali a Diego Calcagno, una delle personalità più vista del mondo poetico e giornalistico italiano.
Il primo a darne notizia, crediamo, è stato Mario Carotenuto: mezza paginetta, con l’indicazione dei dati biografici e della produzione letteraria.
Nella sua carrellata sui «figli di Ercolano che hanno fatto onore al paese», padre Agostino Falanga, pur auspicando notizie più dettagliate, si mostra meno  parco :

«Nacque a Ercolano, al Miglio d’oro, dal barone Calcagno Giuseppe e da Maria Concetta Tosti, il 24 maggio 1901. Il padre era capitano marittimo di lungo corso. Al battesimo, celebrato il 25 maggio, il neonato ebbe i nomi di Diego, Giuseppe, Luigi, Maria, Giovanni, Emmanuele, Ermolao, Fulco, Benedetto, Adamo.
Nel passato, i Calcagno possedevano la villa Matarazzo, bellissima, a capo Torre. Diego frequentò le prime scuole nel paese. Una zia, molto devota, lo avviò alla religione; faceva parte di quelle pie donne, che frequentavano e aiutavano la chiesa di Campolieto; si chiamava Luisella.
Con lei ci piace ricordare Agnese Iacomino, Gelsomina, Concetta De Deo, Teresa Cannetiello, Ciretta, Sannino, Dodo (di alcune ricordiamo i nomi, di altre i cognomi; ce ne scusiamo). E avevano la bella premura e abitudine di procurare e avviare vocazioni religiose ed ecclesiastiche.
Luisella lo presentò al Superiore, P. Emilio, che, essendo stato maestro di novizi, lo esaminò e lo mandò al seminario francescano di Nola (1922). Si rivelò un giovane gentile, intelligente, intraprendente, di stile elegante, alquanto ambizioso, poeta, idealista, euforico; fu tra i più bravi del ginnasio.
Stette in seminario due anni e non vi durò.
Tornato a casa, proseguì gli studi a Napoli; prese parte al movimento fascista e si trasferì a Roma. Nel 1934-35 prese parte alla campagna di Etiopia, come graduato “Legionario”; si fece onore e guadagnò una medaglia sul campo.
Era un uomo di genio; si affinò con gli studi e divenne uno scrittore  fecondo, versatile. Fu un giornalista apprezzato, collaboratore e poi redattore del “Tempo”. Scrisse per 30 anni i “Mosconi” e innumerevoli articoli, opere e operette, libri di poesia e prosa, opere di teatro, radiofoniche, canzoni di musica leggera. Nel 1956, al Festival di Sanremo, raggiunse una grande popolarità.

Come stile e ideali, si avviò sulla linea della bella epoca di Scarfoglio e Matilde Serao, ma fu più religioso e serio, più moraleggiante.
Nel 1963 pubblicò l’ultima raccolta di poesia, un volume dal titolo:
“La pesca miracolosa”, ed. ERI.
Scrisse pure: I canti di Capri, Bordate del capriccio, Geografia sentimentale, L’anima in camicia da notte. .
Per la sua abbondante produzione fu pubblicista nazionale e risiedé a Roma, poi a Grottaferrata (Castelli Romani). Si firmava: Don Diego».
Siamo lieti di aggiungere, ora, altre notizie, desunte dalle fonti più diverse.
Diego Calcagno si fece conoscere da subito come poeta, pubblicando, tra l’altro, quei Canti di Capri che suscitarono una notevole impressione tra gli scrittori che soggiornavano nell’ isola delle sirene.
Ne riportiamo i giudizi.
Giuseppe Brunati, autore di Quaresimale: «Il poeta Diego Calcagno ha la mia stima e il mio affetto».

Lorenzo Giusso: «Diego Dilcagno, squisito poeta mediterraneo, lancia i suoi canti agli olivi di Punta Tragara ed alle girls internazionali desiderose di tramonti e di cocktails».

Ercole Rivalta, critico letterario de Il Giornale d’Italia: «Poeta deliziosamente ironico ed a quando a quando profondamente umano; poeta che avvicenda le fantasie piu’ strane coi patimenti piu’ sinceri della vira>>.

Gaspare Casella, grande editore: «L’autore de L’anima in camicia da notte è lo scrittore a grande tiraggio di domani».
Augusto Cesareo: «Calcagno: gin cherry flip di grazia, di paradosso e d’armonia ».
Carlo Ravasio: «Diego Calcagno ha raccolto una manciata di poesie luccicanti, di una vena originale e degna di considerazione, ancora e sempre sgorgate dalla grande montagna del Romanticismo».
Arwid Moller, pittore danese: “Calcagno: il Brili dellirismo”.
André Soriac, letterato francese: “Calcagno peut devenir le Rimbaud d’ltalie”.
Azari, segretario generale del movimento futurista italiano: «Ne I canti di Capri di Calcagno rivedo qualche magico riflesso delle acque medianiche. Ma forse al chiaro di luna. Egli saprà renderle più vive incendiandole col sole futurista » .
Giulio Costantini: «Si dice che Diego Calcagno faccia del Palazzeschi e del Gozzano. Ottimo segno, la calunnia. Egli non fa niente di tutto ciò. Fa del Calcagno, mi pare, e di quel buono».
Francesco Caravita, principe di Sirignano: «Non si parla che di Diego. Sarei sicuro di trovare le sue poesie anche in un bivacco algerino».
Nike Letscinska, scrittrice russa: «Calcagno: ventiquattro anni, tre duelli, due libri, un nome patrizio, il sorriso di qualche donna bella ed una invidiabile notorietà» .
Per avere, poi, un’idea concreta dell’importanza di Diego Calcagno come giornalista basta ricordare, a titolo di esempio, la sua collaborazione, tra il 1929 e il 1931, alla terza pagina de “Il Mattino”, che ospitava quasi quotidianamente articoli di buon interesse culturale e di estesa varietà di argomenti, spesso con firme di grande prestigio(3). Rievocando quel tempo, così Salvatore Gaetani:
«… Che felice stagione! Che bella schiusa d’ingegni e di temperamenti …
Felice stagione, ripeto, che vedeva sulle colonne del vecchio giornale alternarsi
l’intima crepuscolare fioritura di Achille Geremicca, le squisite fantasie e notazioni
liriche di Mario Venditti, le originali e cadenzate sequele di Diego
Calcagno … »
Negli anni Trenta Calcagno fu anche redattore o collaboratore delle seguenti riviste: Autarchia e commercio, La Cabala, Cinema, Futurismo, Gerarchia, L’ltalie vivente, Il Mediterraneo, Il Meridiano di Roma e Quadrivio.

Nel dopoguerra Calcagno è, ormai, un personaggio affermato. Come giornalista, si fa ammirare per le sue note frizzanti su “Il Tempo”, noto quotidiano romano fondato da Renato Angiolillo.
Nel 1952, con lo pseudonimo “Don Diego”, pubblica a Roma Bel mondo, con tavole fuori testo all’inizio di ogni capitolo e disegni nel testo.
Quattro anni dopo, tutta l’Italia l’Italia lo acclama come autore dei versi della canzone La vita è un paradiso di bugie, vincitrice al Festival di Sanremo.
Scrive, poi, le parole di Le trote blu (un ritmo moderato di Luigi Gelmini, Milano, 1963), Avevamo la stessa età (musica di M. Marino, Milano, 1963),
Basta un poco di musica (ritmo lento di M. Marino), nonché La pesca miracolosa, libro di poesie pubblicato dalla E.R.I. (Torino, 1963), oltre a innumerevoli testi teatrali e radiofonici.
Come critico cinematografico, i suoi giudizi fanno testo. Ecco come si esprime, ad esempio, il curatore di un’enciclopedia del cinema mondialI!’
«Diego Calcagno, recensendo “Avanti, c’è posto”, film interpretato da Aldo Fabrizi, osserva: «è il primo omaggio affettuoso al fattorino dell’autobus»(6).
Per la sua produzione “Don Diego” godeva giustamente di fama nazionale quando il 10 agosto 1979 morì a Grottaferrata, nei pressi di Roma, dove anni aveva fissato la sua residenza.
I suoi “Mosconi” sono stati raccolti in un volume dal titolo significativo Tempo di valzer.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Resina ed il mito della Sirena per i Resinesi
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La Sirena bifida è stata sullo stemma ufficiale del Comune di Resina, fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

A proposito della Sirena che costituiva l’elemento più decorativo della fontana borbonica, occorre ricordare che quella figura è un elemento ricorrente della iconografia di Resina e di molte contrade della fascia costiera napoletana.

sirena1Infatti, proprio all’ingresso del favoloso golfo di Napoli, tra Capri e Sorrento, gli antichi collocarono la dimora di quei mitici personaggi femminili. Licofrone, poeta del I11 sec. a.C., ed altri ancora affermano che le tre sirene Partenope, Leucosia e Ligea (figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene) entrarono nel mito, seducendo con il loro canto gli sfortunati navigatori che si avventuravano nei pressi della loro dimora marina.
La leggenda narra che, non avendo Ulisse ceduto alle loro lusinghe, le tre Sirene si precipitarono in fondo al mare; ma solo Leucosia e Ligea perirono, in quanto la più fortunata Partenope fu rigettata dalle onde sui nostri lidi.

I napoletani la raccolsero, le composero un sepolcro e le intitolarono la città, e da allora Napoli si chiamò Partenope o terra delle Sirene.
Questo rapporto privilegiato tra le Sirene e le località che si specchiano nelle azzurre acque del golfo di Napoli è stato cantato in ogni tempo da artisti, poeti e letterati ed è presente in modo particolare nelle pagine di Giovanni Pontano.
Nelle ecloghe dell’umanista napoletano tale legame si trasforma in una sorta di simbiosi poetica e le contrade napoletane finiscono addirittura per identificarsi nell’immagine stessa di quelle affascinanti creature.

La prima di queste ecloghe descrive le nozze del dio fluviale Sebeto con la ninfa Partenope, ai quali fanno festa e recano doni processionalmente sette cortei di divinità agresti e fluviali della regione napoletana. In un boschetto del suburbio, Hacrone e Lepidina, giovani sposi contadini che attendono la nascita del loro primo figlio, si riposano perché stanchi del lungo cammino e del peso dei doni che portano alla ninfa.

In quell’oasi di pace attendono che giunga e sfili davanti a loro la successione dei sette cortei. Ed ecco, giunge la prima schiera: maschi e femmine che vengono dalla campagna e che con canto alterno esaltano il dio e la ninfa e celebrano le delizie dell’amore.
Viene poi dal mare il secondo corteo: le Neueidi. Lepidina e Macrone commentano alternamente la sfilata.

La prima nereide è Posillipo, cerula e incoronata di edera; segue Mergellina, che procede blandamente con candidi piedi ignudi, e poi Sarnite, la cacciatrice; e Resina dal candidissimo seno, ed Heracle ‘ricca di coralli e di miele’, e Capri, che da un lato ha Equana e dall’altro Amalfi, famosa domatrice di ostriche e di ricci marini.
Come si vede, Resina è qui fantasticamente trasfigurata in un mitico personaggio muliebre dimorante nelle acque del golfo partenopeo, ed è questo forse il motivo per il quale qualcuno ha voluto ricavare l’origine del nome di Resina dalla parola Sirena, di cui costituisce I’anagramma oppure la metatesi.
Ma, come si è già detto, la figura della Sirena è un elemento ricorrente della iconografia di Resina, anche indipendentemente dalle suggestioni poetiche o dai giuochi di parole, ed è più volte effigiata nei monumenti, nei dipinti e negli stemmi della nostra città.
Abbiamo già parlato nel precedente capitolo della sirena di marmo che ornava la fontana borbonica; accenneremo qui ai luoghi in cui appare ancora la figura della sirena.
Nella cappella dello Spirito Santo della chiesa di Pugliano c’è la già citata pala d’altare dedicata a S. Veneranda.

In quel dipinto la Santa stringe nella mano sinistra uno stemma, in cui è raffigurata una sirena, il simbolo stesso del Comune di Resina.
La figura di una sirena è scolpita su una Campana del campanile di Pugliano.
Due sirene sono scolpite nel marmo dell’altare dedicato alla Natività (ora cappella di S. Anna), nella chiesa di Pugliano.
L’altare fu fatto costruire dal Comune di Resina come ex-voto.
Infine, una sirena figurava sullo stemma ufficiale del Comune di Resina fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

Lo stemma in marmo della sirena è ancora visibile sul frontespizio della casa comunale.

Da ricordare che il nuovo simbolo del Comune di Ercolano è la figura dell’Ercole Farnese.

dal libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.