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I Resinesi a Montevergine, una tradizione popolare
montevergine

L’articolo è tratto dal numero 1 del trimestre 2015 de La Voce Vesuviana scritto dal Cav. Luigi Cozzolino autore anche quì sul blog.

 

I RESINESI A MONTE VERGINE

Voglio qui ricordare le gite che la gente di Resina effettuava, nel dopoguerra, al santuario di Monte Vergine, l’antico monastero fondato da S: Guglielmo in Irpinia nel medioevo sul Monte Partendo (quota 1100).

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La devozione popolare per “Mamma Schiavona”, così denominata l’immagine “nera” del quadro della Madonna, ritenuta dispensatrice di grazie e miracoli, spingeva, sin dai tempi remoti, al pellegrinaggio. Nella prima decade di settembre, all’alba, le comitive si riunivano in Piazza Pugliano. Gli uomini indossavano maglioni scuri uguali (tipo “marinari”) mentre le donne esibivano vesti sgargianti e gioielli platealmente vistosi.

Le auto scoperte, provviste di “capote”, venivano addobbate con fiori di carta ed erano state fornite dai pochi noleggiatori esistenti sul territorio (ne ricordo il nome di alcuni: De martinis, Ottaviano, ‘O sergente).

Ma tanta gente partiva comunque per le zone di Avellino persino su camion scoperti gremiti, poiché era ritenuta “indispensabile” la gita al Santuario. Si raccontavano gli eccessi di un tempo, quando, le signore “perbene”, obbligavano i propri mariti, addirittura con contratto matrimoniale a rispettare il loro diritto di essere condotte annualmente all’abbazia. Si diceva, anche, che il popolino sarebbe disposto persino ad impegnare il proprio letto, pur di recarsi a Montevergine! Ma, in genere, le spese da sostenere per le gite erano coperte dai sacrifici che le famiglie si imponevano durante l’anno, sottraendo una piccola somma di danaro, settimanalmente, ai già magri bilanci familiari durante un anno intero. I risparmi venivano conservati in appositi salvadanai ( i cosiddetti “carusielli”).

Prima della partenza dalla piazza, era doverosa una rapida visita nella Chiesa di Pugliano per l’omaggio (“l’inchino”) alla statua della “Bruna Puglianella”. Poi, via!, preceduti dallo sparo di “tracchi” e botti e accompagnati dal canto :

“Statt’allera anema mia,

ca mo’ jamme a truvà a Maria…”

 

Il tragitto proseguiva attraversando i comuni di San Giorgio, San Sebastaano (non era stata ancora realizzata la Via Sacerdote Benedetto Cozzolino) Pollena, Sant’Anastasia e Somigliano.Qui ci si congiungeva con i cortei napoletani provenienti da Porta Capuana e Poggioreale,e tutti insieme, il fragoroso corteo si dirigeva verso i centri del nolano cantando:

“Chi vo a grazia a chesta vergine,

ca venessero a Monte Vergine…”

Venvano così raggiunte le località di Monteforte, Ospedaletto, Santa Filomena, Mercogliano, site ai piedi del monte Partendo, per rifocillarsi e intrattenersi in attesa della salita.

Prima che venisse allargata la strada che portava al Santuario – e prima ancora che fosse realizzata una funicolare per giungere alla vetta – un caos indescrivibile si creava nei tornanti della dura salita, per il fiume dei veicoli che la percorrevano! Era anche consuetudine una breve sosta per sedersi in un incavo della roccia, denominata la “sedia della Madonna” ritenuta dispensatrice di indulgenze.

montevergine

Si raggiungeva, poi, il piazzale dell’Abbazia, ove per accedere alla chiesa doveva essere percorsa una lunga scalinata.

Le “paranze” dei pellegrini, addobbati con le loro insegne, per ogni gradino percorso, recitavano dei versi per chiedere “interventi” alla Madonna.

Ed eccoci finalmente in chiesa dove campeggiava il grande quadro (oltre quattro metri di altezza) dell’immagine bizantina della “Schiavona” subito osannata ad alta voce con il canto :

 

quadromadonna

“che bell’uocchie tene ‘a Madonna… ca me parene ddoie stelle..”

 

Ma se la devozione e la commozione erano tantissime, purtroppo, si assisteva a scene di scomposta religiosità con urla, svenimenti e richieste esagitate di miracoli e grazie, con malati trascinati fino all’altare!

 

 

 

La visita al Monastero si completava con il giro degli “Ex Voto” portati dai devoti per ringraziare la Madonna per le grazie ricevute e si bevevo l’acqua del pozzo di S. Modestino.

Si lasciava il santuario e scendendo si cantava :

“A Monte Vergine simme venute

e quante grazie c’avimme avute…”

mentre le ragazze nubili aggiungevano :

“.. si chist’’anno so stata sola

l’anno prossimo che ve porto ‘o figliolo”

così augurandosi, per l’anno successivo, di tornare accompagnate da fidanzati o mariti.

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A questo punto finiva la parte religiosa del pellegrinaggio dando inizio, nelle varie località della Campania, alle manifestazioni esterne vistosamente clamorose. I veicoli sfilavano scorrazzando nelle strade, talvolta gareggiando fra loro in modo pericoloso. Particolarmente spettacolare era la parata che si svolgeva nella Piazza d’Armi di Nola, mentre venivano improvvisate danze, balli, accompagnandosi con tradizionali strumenti musicali quali “tammorre, nacchere, etc.” ed esibendosi in sfide canore con canti “a fronne ‘e limone”, e “figliole”. Il tutto reso ancora piu’ eccessivo per gli abbondanti pasti ingeriti e le numerose bevute, tracannate da generosi fiaschi di vino.

 

La gente di Resina, tornata dal Santuario, preferiva recarsi in antiche trattori, quali la “Casina Rossa”, “O Parrucchiano”, “ Francischiello”, “Santulillo ‘e vagne”, “ Cianfrone”, “a Pagliarella”… rientrando poi la sera a casa, stanchissima, ma felice di aver trascorso una giornata memorabile.

 

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le storiche quattro giornate vissute e raccontante da un resinese
marzo 7, 2014
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copertina

Dopo quanto ho già ricordato in merito all’eruzione del Vesuvio del Marzo 1944, desidero anche raccontare le drammatiche vicende, che da ragazzino, unitamente a migliaia di Resinesi, ho vissuto durante l’ultima Guerra Mondiale, soffermandomi su alcuni episodi che mi sono rimasti particolarmente impressi nella mente. Sono certo che questi ricordi susciteranno oggi, a distanza di 70 anni, ancora tante emozioni nei non più giovani Resinesi di quella epoca. Le privazioni e i sacrifici sofferti dalla
popolazione vanno ricordate agli attuali Ercolanesi, particolarmente ai giovani, augurando loro che gli orrori provocati dalle guerre non abbiano più a ripetersi.
Nel 1940 l’Italia fascista si era, purtroppo, affiancata alla Germania nazista che aveva iniziato una guerra disastrosa che avrebbe causato milioni di morti in tutto il mondo.giornate1A Napoli, in particolare, Centro strategico del Mediterraneo, subì oltre 100 bombardamenti aerei che colpirono il porto, le ferrovie, le strutture industriali, il patrimonio artistico, le chiese (gravissimi i danni provocati da una bomba che colpì Santa
Chiara) e, purtroppo, la popolazione. Durante gli eventi bellici ci furono oltre 20.000 morti, interi quartieri vennero rasi al suolo.
Anche Resina, periferia di Napoli, fu coinvolta tragicamente nei bombardamenti ed ebbe le sue vittime e i suoi danni!
Le sirene d’allarme suonavano continuamente, di giorno e di notte, allertando la popolazione. Cercavamo rifugio in ricoveri di fortuna, in umide cantine, più che altro delle grotte interrate, sprovviste  di uscite di emergenza che si rivelarono trappole
mortali quando vennero colpiti i fabbricati sovrastanti.
Particolarmente tragico fu il bilancio delle vittime durante una delle tante incursioni aeree.
Molti Resinesi si rifugiarono sotto terra, ad oltre 20 metri di profondità, nell’antico Teatro di Ercolano, seppellito durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I primi che scesero precipitosamente scivolarono lungo i gradini umidi e, cadendo, furono calpestati e uccisi dalla gente che sopraggiungeva di sopra. Vidi alcuni di quei corpi, devastati ed anneriti, quando furono estratti dal sottosuolo!
Mancò il cibo: il pane, prima di sparire del tutto, era stato razionato con Tessere Annonarie, giungendo persino a distribuirne 50 grammi al giorno per ogni componente del nucleo familiare.
Quando mancò la corrente elettrica seguì l’ interruzione di tutte le attività lavorative. Non circolavano i mezzi pubblici di trasporto, buie erano le case e le strade di notte. Fermo l’acquedotto, si formavano file di cittadini con secchi in mano davanti a pozzi e cisterne. L’acqua fu cercata persino scoperchiando i tombini nelle strade! Carenze alimentari e mancanza di igiene provocarono malattie infettive  quali il tifo petecchiale…
Si comprende allora perchè quando il 10 Luglio 1943 la radio annunciò che il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia, aveva fatto arrestare il Capo del Governo Fascista Benito Mussolini, sostituendolo con il Generale Pietro Badoglio, ad una gioia di una possibile fine della guerra si aggiunse la rabbia. Le privazioni e le sofferenze causate da anni di dittatura e guerre scellerate si espressero con violenza. La popolazione assaltò la sede del Fascio in via IV Novembre (attuale sede del M.A.V. – Museo Archeologico Virtuale) devastandolo, distruggendo mobili e suppellettili.
Ma, purtroppo, la speranza della fine del conflitto, fu di breve durata.
La risposta della Germania, che si ritenne tradita dall’Italia per la cessazione della nostra ostilità nei confronti degli Alleati anglo-americani, fu durissima e spietata.

I Tedeschi occuparono militarmente il nostro territorio ordinando ai cittadini di presentarsi ai loro Comandi per il lavoro obbligatorio, ma non furono ascoltati nonostante le minacce di immediate fucilazioni. Ricordo che la caccia agli uomini validi avvenne a Pugliano, dove abitavo, per strade e vicoli, mentre nella zona del Corso Ercolano i sequestrati vennero rinchiusi nella Chiesa di S. Caterina. Solo alcuni riuscirono a scappare dalla sacrestia: tante famiglie di Resina non videro più i propri cari, deportati in Germania in carri-bestiame e morti di stenti in campi di concentramento.
Mio padre di notte mi portava con sé da un nostro vicino di casa ad ascoltare la clandestina Radio Londra che ci informava degli eventi bellici incitando ggiornate2li Italiani alla rivolta contro il nazi-fascismo.
Sembravano dei cospiratori attenti a non farci intercettare da delatori fascisti! Fummo informati che nel Nord d’Italia valorosi eroici Partigiani, combattevano contro i Tedeschi e i repubblichini fascisti della Repubblica Sociale. Capimmo allora che l’arrivo degli Alleati, intanto sbarcati nel Sud d’Italia, era ormai prossimo. La repressione nazista fu allora ancora più dura nell’intento di lasciare terra bruciata alle loro spalle. Continuarono a distruggere i residui impianti industriali e a sottrarre le poche risorse rimaste. Ricordo quando al largo autostradale di Via Ulivi, ove si trovava un deposito alimentare, si venne allo scontro con i Tedeschi che lanciarono una bomba a mano per allontanare la popolazione che cercava di raccattare un po’ di viveri residui che i soldati non riuscivano a caricare sui camion. Mi sono anche trovato quando fu assaltato il deposito militare del materiale di cavalleria, sito nel Palazzo Mascalbruno di Portici, con le stesse drammatiche vicende tra la gente e gli occupanti nazisti.

Quanto sopra e tantissimi altri episodi che si ripetevano dappertutto dimostrarono che la popolazione non rimase passiva davanti alle atrocità naziste! Anche superando l’ambigua passività di quasi tutte le autorità militari e cittadine, spontanea fu la rivolta del popolo che a Napoli si tradusse negli ultimi giorni di Settembre nelle Gloriose 4 Giornate, preludio della Resistenza e della Guerra di Liberazione!
In tutti i quartieri della città uomini, donne, soldati e ragazzini insorsero combattendo con mezzi ed armi di fortuna contro gli agguerritissimi soldati tedeschi impedendo ulteriori distruzioni e costringendoli alla ritirata verso il Lazio! Vi furono tantissimi mutilati ed invalidi, ma, principalmente, fra civili e militari morirono oltre 1000 persone che col sacrificio della propria vita ci riscattarono facendoci conquistare la Libertà e la Democrazia.
Fra i tanti: Gennarino Capuozzo, morto a 12 anni, colpito durante l’assalto a un carro tedesco!
Finalmente giunsero all’alba del 1 Ottobre 1943 le truppe anglo-americane! Vedemmo spuntare sul Corso Ercolano, proveniente da Salerno, un enorme carro armato con militari americani che lo cavalcavano e lo affiancavano nel lento avanzare.
Seguirono per ore ed ore intere colonne di uomini e mezzi diretti verso Napoli. Accogliemmo i soldati con lacrime di gioia e con riconoscenza perché tanti di loro durante i combattimenti avevano sacrificato la loro vita per restituirci la Dignità di Nazione e Libertà dopo anni di dittatura!

Li festeggiammo fraternizzando con loro, favoriti dal fatto che tanti di loro, figli di emigranti meridionali, si esprimevano  in un curioso dialetto napoletano! La popolazione resinese lanciava fiori dai balconi, in strada si brindò con i soldati offrendo bicchieri di vino. I militari ci ricambiavano distribuendo scatolette di carne, biscotti, latte, sigarette…..
L’incubo era finito, finalmente eravamo liberi |

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.