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Testimonianza foto e video eruzione 1944
ottobre 28, 2014
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“..La lava si muoveva alla velocità di pochi metri all’ora, e aveva coperto metà della città con uno spessore di circa 10 metri. La cupola di una chiesa, emergendo intatta dall’edificio sommerso, veniva verso di noi sobbalzando sul suo letto di cenere. L’intero processo era stranamente tranquillo. La nera collina di scorie si scosse, tremò e vibrò un poco e blocchi cinerei rotolarono lungo i suoi pendii. Una casa, prima accuratamente circondata e poi sommersa, scomparve intatta dalla nostra vista. Un rumore da macina, debole e distante, indicò che la lava aveva cominciato a stritolarla. Vidi un grande edificio con diversi appartamenti, che ospitava quello che chiaramente era stato il miglior caffè della città, affrontare la spinta della lava in movimento. Riuscì a resistere per quindici o venti minuti, poi il tremito, gli spasmi della lava sembrarono passare alle sue strutture e anch’esso cominciò a tremare, finché le sue mura si gonfiarono e anch’esso crollò“.

Soldati abbrustoliscono il pane sul Vesuvio

Questa è solo una delle tantissime testimonianze di quella che fu l’ultima eruzione del Vesuvio, del marzo 1944. L’agente dell’Intelligence Service britannico Norman Lewis, fu un testimone dell’eruzione e nel suo libro “Naples ’44” (1978), fornì un’interessante descrizione dell’avanzata del fronte lavico nella città di San Sebastiano. Questa eruzione è considerata come la fine di un periodo eruttivo iniziato nel 1913. Da allora si cominciò a costituire un conetto di scorie all’interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del ’44, un’altezza di 100 m. e portando l’altezza del vulcano a 1260 m. L’eruzione è stata descritta da Giuseppe Imbò, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all’interno del cratere. Essa iniziò il 18 Marzo con un aumento dell’attività stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Si verificò anche un’ intensa attività sismica fino al mattino del 23 in cui l’attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere. Il 24 marzo l’emissione di cenere chiara preannunciò il termine dell’attività eruttiva, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata, mentre le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l’attività si ridusse a nubi di polvere, probabilmente causate da frane dell’orlo craterico.

I paesi più danneggiati furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, (circa 12.000 persone), furono costretti all’evacuazione, mentre Napoli fu “graziata” dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. Ci furono 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni, due centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche e tre anni di raccolti persi nelle aree dove ci fu la ricaduta delle ceneri. Altri operatori dell’epoca, testimoniano come i fedeli mostrarono al vulcano la statua di San Gennaro, affinché il santo fermasse l’attività eruttiva.

Proprio grazie ai fotografi e ai reporter Alleati abbiamo oggi video e immagini di quell’eruzione. Possiamo rivedere l’avanzamento della lava che lenta e implacabile avvolge e distrugge edifici in una stretta scricchiolante, mentre, da una Napoli favorita dai venti che spingono altrove la nube piroclastica, si può ammirare la vista delle colate di magma sui fianchi dell’edificio vulcanico.

Vesuvio

Gli scatti del fotografo inglese George Rodger, precipitatosi ai primi segnali di risveglio alle falde del Vesuvio, fecero il giro del mondo. In un capoluogo come quello partenopeo che i soldati avevano già trovato liberato dai nazisti, grazie ai cittadini/eroi protagonisti delle Quattro Giornate di Napoli, l’eruzione fu occasione non solo di ulteriori aiuti alla popolazione, ma anche di una sorta di “visita turistica” spingendosi sino alle Valle dell’Inferno: celebre la foto che ritrae i militari mentre abbrustolivano il pane su un vulcano fatto di fuoco.

Il video, pubblicato su Youtube, è tratto dal sito della Regione Campania e mostra l’eruzione del Vesuvio del 1944 ripresa dai cameramen dellesercito americano. Dapprima si vede l’intensa attività del vulcano, con nuvole di fumo, piogge di lapilli e masse di lava incandescente che colano per le strade cittadine portandosi dietro interi palazzi che si sgretolano come sabbia, tutto questo davanti agli occhi impauriti delle persone riverse in strada. Città fumanti e campagne ormai desertificate, gente che scava a mani nude nella coltre di cenere o che cammina per strada cercando disperatamente di salvare dalla furia del vulcano quel poco che gli rimane, da un periodo storico già di per se devastante, quale quello del secondo conflitto mondiale.

 fonte : http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/50346-video-preziosa-testimonianza-leruzione-vesuvio-1944/

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Osservatorio Vesuviano la sua storia e dei suoi direttori
giugno 13, 2014
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La necessità di controllare da vicino le agitazioni del vulcano fece spuntare nella mente di molti, tra i quali il francese Ménard de la Groye, l’idea di un osservatorio vesuviano.

Fin dal 1823 il Covelli così precisava il programma del futuro istituto: «Se gli uomini istruiti vegliassero in un Osservatorio metereologico -vulcanico a notare tutte le vicende del Vesuvio ed osservare tutti gli effetti, che esse producono nell’atmosfera, nel suolo e nel mare … e se questi stessi scrutatori della natura attendessero a raccogliere … i numerosi prodotti ed edotti vulcanici di queste nostre regioni …, quale immenso vantaggio non ne trarrebbero l’orittognosia e la geologia ».
Tale aspirazione potè essere realizzata solo alcuni anni dopo. Toccò a Ferdinando II il merito di unire il suo nome all’istituzione dell’Osservatorio Vesuviano. Trovandosi questo sovrano a Parigi, si entusiasmò del funzionamento del Conservatorio perartiemestieri, e domandò al celebre fisico francese Arago chi avrebbe potuto dirigere un simile stabilimento a Napoli. L’Arago, forse consigliato anche dall’Humboldt, fece ilnome di un altro celebre fisico, Macedonio Melloni di Parma, esule nella capitale transalpina dopo i moti del 1831.

I direttori

Macedonio Melloni ( 1798 -1854). Accolto a Napoli « con dimostrazioni sinceredi amore e di ossequio bendovute al nobile carattere ed alla sapienza altissima di uno dei più illustri figliuoli della comune patria italiana », il Melloni manifestò subito a Nicola Santangelo (Ministro Segretario di Stato degli Affari interni, da cui dipendeva il Dipartimento della Pubblica Istruzione) il desiderio che, in luogo del previsto Conservatorio d’arti, venisse costruito «su le falde del Vesuvio … un piccolo ricovero» (da destinarsi ad Osservatoriometereologico)« perallogarvi gli strumenti». L’intento era quello di «sollevare il velo che avvolge quel che segue a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestiamo e dove tutti abbiamo vita e morte)).

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Il disegno dell’edificio, senza la torretta (innalzatasolo nel 1858), venne eseguito dall’ingegnere Gaetano Fazzini, e per la sua costruzione il monarca elargì la cospicua somma di trecentomila lire. Il punto in cui sorse l’Osservatorio fu scelto, molto opportunamente, su un’altura isolata, a 608 metri sul livello del mare, quel Monte Canteroni (o Colle del Salvatore) che rappresenta il dente più occidentale del Somma, dal quale lo separa verso nord il Fosso della Vetrana. 1.0 scopo era evidente: assicurare alla costruzione quella sicurezza ed immunità che nasceva dal trovarsi di circa 200 metri elevata sulla base del colle.
L’edificio, in elegante stile dorico a due piani e con ampia terrazza sul davanti e lateralmente, è cosi descritto dall’Alvino, che ebbe modo di osservarlo nel 1845 :

« La sua facciata anteriore ha una lunghezza di 118 palmi, con quattro colonne del diametro di due palmi e mezzo, tutte di pietr’arsa. Econ molto acco~gimento è stata adoperata la stessa pietra pel primo piano, la quale, dove l’arte così richiedeva, è stata bellamente avvicendata col mattone. Le pietre da taglio sono state inoltre concatenate con grappe di rame, non che con le solite catene metalliche per tutta l’ampiezza del muro, e ciò per garantire la solidità dell’edifizio. Alla quale provvede altresì la grossezza delle muraglie, essendovi alcune mura di sostruzione larghe fino a dieci palmi. Così niuna cura ha tralasciato il diligente architetto per evitare i danni a’ quali possono andar soggette queste fabbriche per gli scuotimenti prodotti dalle convulsioni del Vulcano, dappoichè in quanto alle lave, per la lor posizione naturale, e per quel che la storia di più secoli ne addimostra, ‘e pare che non debbano esserne tocche. Pur tuttavia, mentre noi ci congratuliamo con chi dié opera a tal lavoro, vogliamo augurare al
, novello edifizio lunga e prospera vita. Incominciato verso la fine del 1841, esso / sarà forse compiuto in questo stesso anno e fornito di quelle macchine, che più all’uopo possono bisognare» (Alvino, 1965: 77 -78).

L’inaugurazione avvenne il 28 settembre del ricordato 1845, in occasione del VII Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Napoli. Gli illustri ospiti furono ricevuti all’Osservatorio dal Melloni e dal Santangelo. Quest’ultimo pronunciò un discorso, nel quale era ben delineata l’importanza del nuovo istituto. Dopo aver lodato la munificenza di Ferdinando II, i cui meriti sono ricordati da due epigrafi murate alle pareti del vasto salone del primo piano dell’edificio (lmbò, 1951, pago 17), aggiunse che l’iniziativa del monarca borbonico « non poteva mancare di riscuotere l’approvazione dei sapienti; dappoichè pochi luoghi sulla terra potrebbero rinvenirsi opportuni a misurare la pressione atmosferica, le correnti dei venti, l’apparire delle meteore ed i fenomeni dell’elettricismo, quanto le alture di un monte, il qualé, spingendo i suoi contrafforti fino al mare cui è vicino, e dominando la sottoposta ridente pianura, trovasi a fianco di un cono ignivomo, che nelle svariate e frequenti sue eruzioni offre ciò che di più stupendo può considerarsi dai cultori delle scienze naturali ».

A sua volta, il Melloni prendendo la parola-tracciò il programma dell’istituto, che assunse la denominazione di Osservatorio Metereologico Vesuviano. Il fisico parmense,tuttavia, non potè iniziare i suoi studi perchè,inviato nel 1847 a Parigi per l’acquisto di strumenti scientifici, fu destituito dal sovrano che lo accusava di avere simpatizzato con i promotori dei moti liberali del 1848. Tale provvedimento, mentre privava la scienza vulcanologica di un geniale studioso, risultò particolarmente dannoso per aver impedito che gli apparecchi acquistati, depositati in seguito presso il gabinetto fisico dell’Università di Napoli, potessero essere utilizzati all’Osservatorio.

Addoloratissimo, il Melloni si ritirò a Villa Moretti (attuale Villa Luisa), a Portici, dove morì di colera a soli 56 anni. Una lapide, murata sulla facciata della villa, ricorda tuttora l’illustre studioso :

Al nome del grande scienziato è anche intitolata una scuola media, che ha educato al culto dei più nobili ideali molte generazioni di porticesi (Asdone,1968: 344). Ma, quel che più conta, un monumento nel tempio di S. Croce in Firenze ricorda agli italiani tutti i suoi grandi meriti (Alfano, 1929, pago 63).

Luigi Palmieri (1807 -1896). Destituito il Melloni, l’Osservatorio rimase in uno stato di completo abbandono. E così rimase fino al 1852, quando Luigi Palmieri -già allievo e collaboratore del primo direttore dell’istituto, poi insegnante nell’allora Regia Università di Napoli – chiese ed ottenne il permesso di eseguire all’Osservatorio, a proprie spese, delle ricerche di meteorologia elettrica. I risultati furono, poi, così sintetizzati dal Cossovich (1858) :

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« … E di vero ne’pochi anni dalla sua installazione sono sifatte parecchie scoperte concernenti la elettricità atmosferica e la fisica del globo, e si sono rinvenuti novelli prodotti di questo nostro monte,sìcche i dotti stranieri trovano nell’Osservatorio Vesuviano l’ospizio scientifico tanto desiderato, ove possono comodamente soddisfare alle loro ricerche avendo materiali, notizie ed istrumenti opportuni; dei quali ultimi quello stabilimento anno per anno si va arricchendo. Fra gli altri meritano particolare attenzione due strumenti inventati ed eseguiti in Napoli, cioè ilsismografo elettro-magnetico, che nota, in assenza dell’osservatore, le più piccole scosse di terremoto, indicando la natura, la intensità, la durata ed il tempo preciso del cominciamento di esse, e l’elettrometro atmosferico a conduttore mobile; ambedue invenzioni del dotto professor Palmieri,a sì giusto titolo chiamato alla direzione di quello stabilimento; meritando per la seconda una medaglia d’oro dalla Reale Accademia delle scienze di Lisbona» (De Bourcard II, 1976 : 110).

 Il valore scientifico di questi studi indusse il governo borbonico a conservare l’Osservatorio e a nominare direttore, nel 1856,10 stesso Palmieri. L’edificio mancava però della torretta metereologica, eseguita poi nel 1858, e di un locale adatto per gli strumenti magnetici, per cui Ferdinando II elargì altri fondi.
Messosi al lavoro, il nuovo direttore pubblicò -nel 1859 – il primo volume degli Annali del R. Osservatorio metereologico vesuviano, in cui auspicava che la narrazione delle grandi eruzioni del Vesuvio dovesse essere « la narrazione fedele, continua e compiuta di tutte le fasi e vicende del vulcano ». Dunque, giustamente il Palmieri stabilì che l’istituto da lui diretto dovesse essere vulcanologico: vi si dovevano eseguire anche ricerche meteorologiche, sismologiche e, in generale, di fisica terrestre; ma sempre al servizio della vulcanologia.
Conformemente a questo programma, furono effettuate in quegli anni continue osservazioni geofisiche e vulcanologiche. Purtroppo, nel 1860, l’Osservatorio cessò di essere autonomo, venendo annesso alla cattedra di fisica terrestre, istituitac on decreto dittatoriale dell’ottobre dello stesso anno -nell’Università di Napoli.

Allora il Palmieri, titolare di tale cattedra,a causa della natura tanto diversa degli studi che si dovevano eseguire al Vesuvio (dalle osservazioni sull’elettricità atmosferica in tempo di eruzione alle ricerche chimiche sui prodotti delle fumarole, dalle registrazioni di sismi locali alle indagini sul magnetismo terrestre), molto opportunamente propose al nuovo governo nazionale la nomina di una Commissione permanente dell’Osservatorio vesuviano, della quale il De Sanctis (Ministro della Pubblica Istruzione) chiamò a far parte Scacchi, Guiscardi, De Luca, Gasperini e lo stesso Palmieri. Ma quando la suddetta Commissione chiese al ministero di essere autorizzata a fare le spese occorrenti per i suoi lavori, non ebbe neppure risposta dal governo.
Il Palmieri continuò la sua attività, pubblicando -tra l’altro -cinque volumi di annali che riportano la maggior parte dei suoi studi ed una cronaca abbastanza dettagliata dei fenomeni che interessano il Vesuvio dal 1855 al 1859, nonchè ampie relazioni sulle eruzioni del 1867 e 1868. Nel corso del parossismo del 1872, peraltro, egli potè osservare da vicino i fenomeni eruttivi e condurre ricerche di notevole interesse, grazie alle quali – oltre a numerose onorificenze nazionali e straniere ottenne illaticlavio senatoriale.

Oggi, accanto alle numerose e qualificate pubblicazioni ed agli strumenti ai quali legò il suo nome, ricordano il grande vulcanologo -perenni testimonianze di gratitudine -un Istituto Tecnico a Benevento, due busti marmorei (rispettivamente, all’Osservatorio e nell’Università di Napoli), il« Salone Palmieri », sempre all’Osservatorio, una via di Ercolano (già Resina) e una scuola media di S. Giorgio a Cremano.

Raffaele Vittorio Matteucci (1862 -1909). Alla morte del Palmieri, avvenuta nel settembre del 1896, il posto di direttore dell’Osservatorio rimase vacante per più di sei anni. Finalmente, con decreto reale del 21 luglio 1902, su proposta del ministro Nasi, venne restituita l’autonomia all’istituto voluto dal Melloni. In seguito a concorso pubblico, dopo chela direzione dell’Osservatorio era stata tenuta da Eugenio Semmola, nel 1903 venne nominato direttore straordinario Raffaele Vittorio Matteucci, già coadiutore dell’Istituto di geologia dell’Università di Napoli dall’ aprile 1891.

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All’Osservatorio il Matteucci continuò le ricerche che aveva già iniziato quale assistente dell’Istituto di geologia, ma fece valere le sue doti di osservatore soprattutto in occasione dell’imponente parossismo del 1906. Nonostante che per alcuni giorni l’Osservatorio fosse stato investito da una nube vulcanica, egli rimase al suo posto insieme con l’assistente onorario ing. Perret, il brigadiere Migliardi (comandante la stazione locale dei carabinieri) e il telegrafista Mormile (capostazione della Cook). Risultò, cosi, possibile una continua diramazione alle competenti autorità di bollettini sull’attività del Vesuvio, ma i risultati di tali osservazioni (che si conservano nell’archivio dell’Osservatorio) non furono mai pubblicati, se si eccettua una breve comunicazione preliminare.

L’atto coraggioso valse al Matteucci una medaglia d’oro con conferimento di onorificenze ed inoltre indusse le autorità competenti a nominarlo direttore ordinario, nomina che gli pervenne solo qualche mese prima della morte, avvenuta nel 1909.

Sulla sua tomba, nel cimitero del Comune di Senigallia, fu scolpita la seguente iscrizione :
« Raffaele Vittorio Matteucci – Direttore dell’Osservatorio Vesuviano – nato in Senigallia il 27 ottobre del 1861 – morto in Resina di Napoli il 16 luglio 1909 -sul vulcano vicino al cratere -lasciò nel mondo gli scritti dei suoi studi profondi onorando la patria la scienza -Il Municipio Senigalliese lo ricorda qui nel sepolcro ».

Giuseppe Mercalli (1850 -1914). Al Matteucci successe temporaneamente Ciro Chistoni, che non trascurò alcuna iniziativa per migliorare le condizioni dell’Osservatorio, caduto-dopo il 1875 -in uno stato di deplorevole abbandono. Qualche anno dopo, precisamente il 9 febbraio 1911, la direzione passò a Giuseppe Mercalli, nato a Milano. Il Mercalli, vulcanologo e sismologo noto in tutto il mondo, fu il quarto direttore di nomina dell’Osservatorio. A lui si devono il primo catalogo dei terremoti storici italiani, la carta sismica della Campania e la famosa scala sismica, adottata come scala ufficiale dall’Ufficio Centrale di Meteorologia. Fece parte di molti congressi e sodalizi,e poco prima della sua morte avvenuta in circostanze tragiche fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia.

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Il suo improvviso decesso fece sospendere, sia pure per poco, l’attuazionedi un vigoroso piano di lavori di riattazione e risanamento dei locali dell’Osservatorio nonchè di rimodernamento dell’attrezzatura scientifica. Più tardi, nel 1928,a cura del Circolo Cattolico Universitario di Napoli, fu murata una lapide marmorea sul muro di cinta del classico Istituto scientifico. L’iscrizione, dettata da A. Malladra, suonava così:
« Giuseppe Mercalli -sacerdote milanese -pervaso dal fuoco del sapere consacrò al fuoco dei vulcani -allo studio delle convulsioni telluriche -tutta la vita-che tra gli spasimi del fuoco -si spense ».

Alessandro Malladra (1865 -1944). In seguito alla scomparsa del Mercalli, la direzione dell’Osservatorio fu tenuta da alcuni docenti dell’Università di Napoli, costituenti un Comitato Vulcanologico Universitario presieduto dal Chistoni. In questo periodo fu ripresa la pubblicazione degli Annali del R. Osservatorio Vesuviano, di cui tre volumi videro la luce negli anni 1924,1925 e 1926. Col ripristino del posto di direttore (regio decreto del 27 ottobre 1926, n. 1933), all’Osservatorio venne riconosciuta la piena autonomia, e il l° febbraio 1927 la direzione passò ad Alessandro Malladra,natoaTorino,che fu pertanto il quinto direttore effettivo dell’Istituto.Sotto la sua direzione furono eseguite ricerche sulla polarizzazione atmosferica in relazione alla nube vulcanica,sulla variazione dell’attività vulcanicacolla pressioneatmosferica e colle precipitazioni, sul magnetismo terrestre, sul pulviscolo atmosferico, sul gradiente termico e sulle fumarole dell’Atrio del Cavallo. Merito principale del Malladra fu, tuttavia, l’osservazione in natura di minerali del tutto nuovi comel’acido selenioso e seleniti alcalini, la manganolangbeinite , la mitscherlichite , l’avogradite e la malladrite. Al suo attivo lo scienziato torinese vanta anche uncentinaio di pubblicazioni altamente qualificate, tra cui quell’Escursione da Napoli al Vesuvio che coniuga assai efficacemente la storia del vulcano e la geografia delle località poste alle sue falde.

Giuseppe Imbò (1899 -1980). Con la cessazionedal servizio del Malladra, nel 1935 venne nominato direttore incaricato Giuseppe Imbò, nato a Procida, conservatore dell’Osservatorio per concorso, incarico che gli fu confermato anche dopo la nomina a titolare della cattedra di fisica terrestre nell’Università di Napoli (16 dicembre1936).Primacuradell’Imbò fu quelladi sostituire le vecchie attrezzature con altre più idonee, senza peraltro trascurarela serie di osservazioni metereologiche, vulcanologiche e sismiche che non furono mai sospese, neanche durante la seconda guerra mondiale e l’eruzione del 1944. Solo dopo il conflitto fu però possibile riprendere in considerazione l’attuazione del programma, parzialmente realizzato con la sistemazione, a partiredal gennaio del 1948, di sismografi Wiechert. A corredo dell’impegno organizzativo l’Imbò, che nel 1956 ottenne le funzioni di direttore di ruolo dell’Osservatorio, esplicò una copiosa attività scientifica: infatti, ben 180 pubblicazioni contengono i suoi studi, « tutti originali, molti pregevoli, non pochi eccezionali ». La mortelo colse il 19 settembre 1980,mentre stava concludendo la storia del Vesuvio (pubblicata postuma,grazie alla sensibilità dell’Accademia dei Lincei,che lo ebbe tra i soci più prestigiosi).

Paolo Gasparini . Dal 1971 al 1983, periodo in cui la direzione è affidata a Paolo Gasparini, titolare della cattedra di fisica terrestre nell’Università di Napoli,I’Osservatorio compie un notevole balzo in avanti rinnovandosi nelle strutture, nei metodi e negli obiettivi di ricerca ed aprendosi al confronto con i più importanti organismi scientifici internazionali. Un nuovo edificio viene costruito per ospitarè moderne attrezzature. Si sviluppano isettori della vulcanologia di base, le tecniche di sorvglianza e la sismologia. Si realizza una rete sismica regionale centralizzata via radio e registrazione su nastro magnetico. Spie sensibilissime,collocate all’esterno del laboratorio, cominciano a trasmettere -via cavo -ogni allarme ad una centrale elettronica. I ricercatori, il cui numero arriva fino a 45 unità, sono divisi in gruppi, e ogni gruppo ha dei compiti particolari.

Giuseppe Luongo . Docente di fisica del vulcanesimo presso l’Università di Napoli, in servizio all’Osservatorio fin dal 1963, il Luongo è direttore dello stesso dal 2 settembre 1983. Sotto la sua direzione l’Istituto deve affrontare l’emergenza del bradisismo puteolano, che serve tuttavia ad ammodernare e potenziare la rete di sorveglianza nell’area vu1canica napoletana.
Oggi l’Osservatorio Vesuviano è un moderno istituto di ricerca e di sorveglianza sul territorio. Sismografi, mareografi e impianto geochimico, autentiche sentinelle del vulcano, coprono una vasta area con una fitta rete di osservazioni al Vesuvio, ai Campi Flegrei e nel mare di Pozzuoli.

Le vicende

Strettamente legate alla personalità dei suoi direttori e agli  umori del vulcano sono le vicende dell’Osservatorio, che fin dalla sua costruzione ha svolto una proficua attività, pur avendo dovuto affrontare problemi di ogni genere.

1840 -1940 . Emblematico risulta, inquesto senso, il caso di Macedonio Melloni, destituito subito dopo l’inaugurazione dell’opera da lui voluta. Così l’Osservatorio rimase privo di tutto, ricovero di gufi e pipistrelli.
Seguirono poi, grazie al Palmieri, gli anni migliori (dal 1865 al 1872) per la vita scientifica dell’Istituto; pochi ma gloriosi, come attestano i volumi IV e V degli Annali dello stesso Osservatorio, pubblicati il primo nel 1870 e il secondo nel 1873. Negli stessi anni fu realizzata una stazione telegrafica con telegrafista militare in modo da evitare l’abusivo allontanamento, precisamente in quei casi in cui maggiormente sarebbe risultata indispensabile una continuità del servizio, specialmente a vantaggio del pubblico. Fin al 1910 fu retta da militari del genio e successivamente da carabinieri telegrafisti.

Purtroppo, dopo il 1875 l’Osservatorio, invece di progredire, andò incontro ad un progressivo declino: infatti non vi fu più una propria pubplicazione; e mancò perciò, per moltissimi anni, un diario continuo, completo, scientifico e, per così dire, ufficiale del Vesuvio. Fortunatamente, a queste lacune supplirono diversi studiosi privati, e specialmente il De Rossi col suo Bollettino del vulcanismo italiano, dal 1874 al 1887; il Johnston Lavis per gli anni 1882 -1898; il Matteucci per gli anni 1891 -1900; infine, il Mercalli con le sue Notizie vesuviane dal 1892 al 1906.

Le difficoltà nacquero anche dal fatto che, soprattutto dopo il 1896, -si andò discutendo a lungo se il successore di Palmieri dovesse continuare ad essere docente difisica terrestre all’Università di Napoli,e contemporaneamente avere come semplice incarico la direzione dell’Osservatorio vesuviano; ovvero se si dovessero separare i due posti e nominare un direttore dell’Osservatorio autonomo. Finalmente, dopo sei anni di discussioni, prevalse ilsecondo parere, e all’Istituto fu così restituita quell’autonomia che aveva avuto prima del 1860. Il direttore venne equiparato per lo stipendio ai professori ordinari universitari,conl’obbligo di tenere uncorso di conferenze sulla vulcanologia, nell’Università di Napoli: e ciò -scrive il Mercalli -«fu savio consiglio; perchè solo in questo modo si può sperare che dalla nostra Università escano allievi bene addestrati nello studio dei fenomeni vulcanici, tanto importanti per la geologia di tutta l’Italia meridionale».

Sembrava che dovesse sorgere una nuova era di prosperità scientifica per l’Osservatorio; ma si fecero le cose a metà. Non si pensò a dare all’istituto i mezzi sufficienti per il risanamento e l’ampliamento dell’edificio, e per l’acquisto di strumenti moderni, essendo quelli esistenti quasi tutti guasti o di tipo antiquato. Di più, non si migliorò per nulla il personale scientifico subalterno, che era sempre stato insufficiente di numero e mal retribuito. Così avvenne che il Matteucci si trovò all’Osservatorio quasi sempre solo; e questa fu la principale ragione per cui egli: pur proponendosi un programma di ricerche ampio e moderno, non potè, nei suoi seI anrn di direzione, rialzare le sorti dell’istituto.

Molto si adoperò il Mercalli per ridare all’Osservatorio una nuova e rigogliosa vitalità e farne un istituto modello, che bene rispondesse a tutte le esigenze e ai fini dell’istruzione universitaria e della scienza vulcanologica; ma la breve permanenza all’Osservatorio gli impedl di raccogliere i frutti del suo lavoro.
Il compito di att.uare un vigoroso piano di rinascita dell’istituto toccò al Malladra,graziealqualenel 1919 fu costruita,inprossimitàdel bordo meridionaledel cratere, una capanna vedetta, la quale, concepita sia come stazione di osservazioni continue metereologiche e d’altro genere, sia come posto di soggiorno o di deposito di attrezzature e strumenti in occasione di svariate campagne scientifiche, scomparve nel corso dell’eruzione del 1944.

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Ulteriore impulso alla vita dell’Osservatorio fu data dall’Imbò, la cui prima preoccupazione fu rivolta all’acquisto di nuove attrezzature che consentissero la possibilità di più estese ricerche. L’auspicata realizzazione di tale programma fu tuttavia resa impossibile dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, durante il quale lo studioso procidano ebbe a lamentare la distruzione, la rovina ed anche la semplice sospensione di servizi per alcuni strumenti. Sulle vicende dell’Osservatorio nel corso della guerra, l’Imbò scrisse -peraltro -un articolo che rappresenta un drammatico documento di un periodo buio, non meno che un capitolo a parte nella storia secolare -‘ dell’istituto.

1940 -1945 . Da quello scritto apprendiamo che, a partire dal lO novembre del 1940, furono sganciate bombe sulla parte terminale dell’edificio vulcanico, di modo che le pareti del Gran Cono vennero disseminate di craterini esplosivi, di schegge, di bombe inesplose,alcune delle quali scoppiarono in seguito, allorchè furono raggiunte da colate laviche. Il bersaglio dei bombardieri era evidente: centrare il conetto, obiettivo che fu conseguito la sera del 1o novembre 1941; in quell’occasione, la stampa inglese parlò di un « gigantesco getto di lava e di vapore » provocato da una bomba.
L’intensificarsi delle incursioniaeree nella zona napoletana indusse l’Imbò, che non aveva mai interrotto le osservazioni metereologiche, vulcanologiche e sismiche, a preservare il più possibile da eventuale distruzione tutto il materiale importante dell’Istituto di fisica terrestre dell’Università. Libri ed apparecchi furono, di conseguenza, in parte collocati nei sotterranei di S. Marcellino ed in parte trasportati all’Osservatorio, meno esposti ai raids notturni.
L’armistizio dell’8 settembre 1943 sembrò porre fine alle angosce dei residenti nella zonadell’Osservatorio, mailpeggio doveva ancora venire. Verso le ore 12dell’Il settembre alcuni soldati tedeschi procedettero al disarmo dei militari della stazione vedetta e dei carabinieri. Anche l’Osservatorio fu perquisito, allo scopo di portare via eventuali armi: il bilancio di tale operazione, tuttavia, fu magro, perchè altre armi, svariate ed efficienti, erano state nascoste nel bosco dell’Osservatorio e tra le lave, sempre pronte ad essere prelevate in caso di bisogno.
A partire dalla metà dello stesso mese si ripetettero le incursioni sulla lava vesuviana, mettendo a dura prova la stabilità dell’Osservatorio e l’incolumità del personale, giacchè l’edificio era sprovvisto di ricovero

Il giorno più lungo per l’Osservatorio fu il 30. Per tutta la giornata i proiettili delle batterie tedesche di San Sebastiano contro le postazioni amcricane passavano ululando a solo qualche centinaio di mctri sulla verticale dell’istituto; e per molte ore si avvcrtì il crepitio delle mitragliatrici americane contro i nidi di appostamenti tcdeschi sulle lave. A sera la battaglia siplacò,mal’aumentato afflusso di carri tedeschi nel corso della giornata faceva temere lo scoppio di nuovi e più violcnti scontri per il mattino successivo.
Invece, una quiete strana caratterizzò le prime ore della nuova storica giornata. Scrive l’Imbò : « Un gran nuvolo di polvere, apparso verso le 8 al centro di Torre del Greco, subito si estese in direzione di Resina. Esso, accompagnato da un frastuono dapprima cupo, poi sempre più forte e seguito da scampanii a festa delle campane di tutte le chiese di Torre, di Resina e successivamente di Portici, di San Sebastiano, di Massa, di Cercola annunciava il tanto atteso ingresso delle truppe della V armata americana» (1951, pago 72). La bufera era ormai passata per l’Osservatorio senza che l’attività scientifica avesse subito interruzioni, senza che l’istituto avesse subito danni rilevanti.

1945 -1986 . Fu così possibile avviare, dopo gli eventi bellici, un ambizioso programma di potenziamento della struttura seguendo l’esempio di quanto si realizzava in Giappone. Rivalutando l’archeologia fisica che tanto successo riscuoteva in quel lontano paese, l’Imbò tentò di riportare l’Osservatorio agli antichi obiettivi enunciati dal Melloni ed in parte realizzati dal Palmieri. Ma solo a partire dagli anni ’70, cambiata la direzione e registrato un incremento di personale di ricerca e tecnico, l’importante istituto scientifico napoletano si inserisce in un circuito di rapporti internazionali, ampliando i settori di intervento e diventando una struttura di riferimento per molti programmi.

Diciotto ricercatoria tempo pieno,cinquanta fra tecnici eimpiegati amministrativi, due miliardi di finanziamenti all’anno (escluse le quote per gli stipendi), d’intesa fra il Comitato Nazionale delle Ricerche e i Ministri della Pubblica Istruzione e della Protezione Civile: questo, in sintesi, è il quadro tecnico -scientifico che l’Osservatorio presenta oggi,dopo quasi un secoloe mezzo di vita. Ad esso fanno capo tutte le attività di controllo geofisico, nonchè importanti iniziative di studio nell’area vulcanica napoletana (Vesuvio, Campi Flegrei, Epomeo, Ischia). Per il Vesuvio la sorveglianza è assicurata attraverso una fitta rete di sismografi ed altri strumenti collegati direttamente con le stazioni scientifiche dell’Osservatorio e dell’Istituto Universitario di Geofisica, a Napoli. Nei Campi Flegrei, in seguito al recente bradisismo, il sistema di sorveglianza è stato notevolmente ammodernato e potenziato. Alla “centrale” di via Manzoni, a Napoli, sono collegati i terminali (via cavo e via radio) dei 23 sismografi e dei 4 mereografi sistemati nell’area e nel golfo di Pozzuoli. Nella Solfatara funzionano impianti di rilievo geochimico. A Ischia i locali del vecchio Osservatorio di Casamicciola, chiuso e abbandonato nel 1928, sono stati recentemente riattivati.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.