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Quella mitica promozione dell’Ercolanese in quarta serie nel 1956
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Il 4 maggio 1956 magnifica giornata al Cocozza di Portici per il great event di promozione che poneva di fronte in un duello decisivo la capolista Ercolanese e la Russo di Cicciano. Gremiti, in ogni ordine di posto, gli spalti del campo porticese, che non poterono però – accogliere tutti gli appassionati desiderosi di assistere al match. Presenti, altresì, le autorità cittadine e sportive al gran completo.

Prima della partita il dottore negro commemorò, con accenti elevati e commossi, i caduti di Superga nel settimo anniversario della loro tragica scomparsa. Nel corso dell’incontro, poi, prestò i sussidi dell’arte medica (come si diceva una volta) al centravanti degli ospiti, infortunatosi in un’azione di gioco.

Al termine della gara, vittoriosa per la squadra di casa, ci fu una gran festa in campo e sugli spalti, anticipo dei piu’ solenni festeggiamenti per la promozione dell’Ercolanese in IV serie. Per l’assegnazione del titolo di campione, la squadra dovette affrontare il San Vito di Benevento. L’ Ercolanese alla fine riuscì a prevalere, ma occorsero ben 240 minuti di gioco – cioè due partite con relativi tempi supplementari – per avere ragione del coriaceo avversario.

Con quella vittoria si chiudeva per la squadra di Resina un ciclo memorabile, destinato non piu’ a ripetersi. Anche per Negro, assorbito sempre piu’ dal suo ruolo di amministratore della cosa pubblica, quella partita rappresentò una svolta. Ma il ricordo della sua inimitabile passione per i colori granata, tradotta in risultati che i migliori non avrebbero potuto essere, sarebbe rimasto a lungo nella memoria di chi visse quella stagione di trionfi.

Ricordiamo che lo stesso dott. Negro si preoccupò anche di trovare a sue spese uno spazio idoneo per la sede sociale della stessa Ercolanese che inaugurò con una cerimonia solenne insieme al Sindaco dell’epoca Ciro Buonajuto senior.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Alfonso Negro, campione nello sport e nella vita.
aprile 17, 2014
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Alfonso Negro: un nome che evoca mille episodi, mille immagini e altrettanti ricordi; una vita vissuta da protagonista nei campi dello sport, della professione medica e dell’ amministrazione della cosa pubblica; un curriculum che
ben pochi possono vantare.
Il nostro personaggio cominciò a farsi notare dalle folle del Sud nel 1934 allorché, diciannovenne centravanti del Catanzaro, risultò con 27 goals il “capocannoniere” del campionato calcistico di Serie B.
Le sue doti di fromboliere scelto non sfuggirono agli attenti osservatori della  massima divisione, tra i quali gli inviati della Fiorentina che – seguendo le direttive del loro Presidente, l’indimenticabile marchese Ridolfi – si affrettarono ad acquistarlo per la cifra, allora ritenuta folle, di 40 mila lire.

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A Firenze il giovane attaccante visse gli anni più belli della sua vita. Stimato dai compagni e rispettato dagli avversari, si fece  particolarmente apprezzare per il suo gioco vigoroso e incisivo. È di quel periodo, infatti, l’amicizia con i più celebrati campioni dell’epoca: da Meazza a Piola, da Ferraris ad Orsi, da Monzeglio ad Andreolo.
Il magic moment della sua carriera coincise con il trionfo della squadra azzurra alle Olimpiadi di Berlino. Chiamato dal commissario tecnico Vittorio Pozzo a far parte della rappresentativa nazionale, Negro segnò un memorabile goal nella partita di semifinale contro la Norvegia. Ricordiamo i protagonisti di quell’ esaltante impresa: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Negro.
Il nostro olimpionico, al pari degli altri trionfatori di Berlino, ebbe accoglienze entusiastiche in Italia: tra l’altro, fu ricevuto dal capo del governo ed insignito di medaglia d’oro.
Nella stagione 1938 – 39 passò a Napoli, dove trovò un altro giocatore di purissima classe, quell’Italo Romagnoli col quale i dirigenti partenopei speravano di formare un’ irresistibile coppia di attacco. Ecco lo schieramento di quell’anno: Sentimenti II, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Nel 1940, anno della laurea in medicina, fu costretto ad interrompere l’attività agonistica. In Europa infuriava la guerra e l’Italia, che fino a quel momento era rimasta fuori della mischia, fu a sua volta risucchiata nell’immane conflitto.
Inviato sul fronte greco-albanese col grado di tenente medico, prima nel 37° Battaglione mortai della Divisione Modena e poi negli ospedali da campo n.
209 di Gianina (Albania) e n. 316 di Atene, seppe farsi valere per le sue qualità professionali non disgiunte da una forte carica di simpatia.
Gli anni trascorsi in Grecia rivelarono le sue eccellenti capacità organizzative: invitato dal comando supremo delle truppe di occupazione ad allestire manifestazioni sportive per i soldati, organizzò un incontro di rappresentative tra l’Italia e la Germania (match conclusosi con la vittoria della prima per 4-0) e una piccola olimpiade nella culla stessa degli antichi giochi, Olimpia.
Dall’ ottobre 1943 esercitò la professione in piazza S. Maria degli Angeli, a Pizzofalcone, tra difficoltà di ogni genere. Ancora giovane, aveva appeso le classiche scarpette al chiodo, e gli anni dei trionfi sportivi sembravano, ahimé, così lontani.
Ma c’era chi si ricordava ancora di lui. II caso volle che due laureandi in medicina di Resina, Domenico Cataldo e Gaetano Russo (futuro consigliere provinciale), avendolo incontrato nel Policlinico di Napoli, gli proposero l’incarico di allenatore-giocatore dell’Ercolanese, promettendogli in cambio molte visite mediche nei propri ambulatori.
Il Negro accettò. Lo studio che aveva allestito in piazza S. Maria degli Angeli non rendeva nulla per il semplice fatto che a Napoli, nei primi mesi del 1944, non c’era quasi nessun civile, essendo ancora tutti rifugiati nelle campagne o sui monti, con l’eco delle cannonate che tedeschi ed Alleati si scambiavano da Montelungo a Cassino.
La sede dell’Ercolanese si trovava di fronte alla Casa Comunale: le stanze con un’ unica porta sgangherata, qualche sedia, una scrivania traballante. Presidente della società era il produttore di scarpe Andrea Amalfitano, coadiuvato da Aniello Calcagno e Gioacchino Fabbrocino, quest’ultimo svolgente le funzioni di direttore tecnico.
Con Alfonso Negro la nostra squadra vinse tutto quello che c’era da vincere in Campania. Tra i tanti successi resta indimenticabile, soprattutto, la conquista del primo titolo di campione regionale di Prima Divisione, sul campo neutro di Pomigliano, contro l’Avellino. Si era mossa tutta la città con in testa il sindaco Formicola, il Consiglio Comunale al completo, la nobildonna Scaramellini persino don Giuseppe Matrone, futuro parroco di S. Maria a Pugliano.

Mancavano due (diconsi due) secondi alla fine della partita, che era ferma sul risultato di parità, quando il dottore Negro, poco più che trentenne, infilò rete avversaria con un fortissimo tiro da trenta metri.
La sera a Resina fu festa grande. Quando l’allenatore-giocatore della squadra vittoriosa, in piedi su un vecchio Dodge residuato di guerra, apparve parte della reggia di Portici, venne strappato a vi va forza da quello scomodo mezzo di trasporto e portato in trionfo fino alla sede sportiva, dove giunse praticamente in mutande, essendogli stati strappati gli altri indumenti dalla folla in delirio.
Dalla stagione 1945-46 l’Ercolanese vinse per ben tre volte sia il proprio girone sia il corrispettivo titolo di campione regionale, l’ultimo dei quali fu aspramente conteso al Benevento, ancora sul campo neutro di Pomigliano.
I meno giovani ricordano con gratitudine l’opera di Negro e i nomi dei giocatori che fecero grande la rappresentativa cittadina, particolarmente di quelli in forza alla squadra nel 1951-52: Guardavaccaro (un portiere dal calcio di rimessa poderoso, tanto che divenne proverbiale l’incitamento: “Michè, va’ p”a porta! “), Leopardi, Volpini, Diani (biondo ed aitante mediano, dal gioco elegante
e dalla rimessa laterale lunghissima), Barbieri (stopper fortissimo nel gioco aereo, capace di saltare sempre una spanna in più dell’attaccante che gli toccava marcare), Angrisani, Vitale, De Maria, Romagnoli (10 stesso giocatore che con Negro aveva fatto coppia nell’attacco del Napoli, celebre per le sue spettacolari “sforbiciate”), Criscuolo (cursore come pochi, autentico motorino)
e Liguori (un’ala sinistra di cui si è perso lo stampo, guizzante, velocissimo, imprendibile, vera lama puntata nel cuore delle difese avversarie).
Questo entusiasmo genuino, che era anche un modo di canalizzare le frustrazioni dovute alla guerra e alle sue funeste conseguenze, si inseriva d’altra parte nel generale clima di euforia per le vicende del massimo campionato di calcio, che vedeva primeggiare squadre ricche di attaccanti famosi, soprattutto stranieri, il cui costo non era neanche lontanamente paragonabile a quello dei nostri giorni, sia pure considerando la svalutazione della moneta.
La messe di realizzazioni domenicali era così abbondante che qualcuno arrivò a suggerire l’immagine di un “romanzo-western”, in cui gli estremi difensori finivano settimanalmente impallinati da una grandinata di palloni, tutti imparabili. Se a narrare questi eventi ci si metteva infatti un giornalista  scrittore come Bruno Roghi, o un radiocronista estroso come Nicolò Carosio, allora ti sentivi proiettato di colpo al settimo cielo. Era una girandola scoppiettante di “invenzioni” e di “trovate”, una più pirotecnica dell’ altra, quella che scaturiva dai loro cappelli a cilindro di maghi della penna e della parola, per cui l’interi sta Wilkes veni va descritto come “attaccante che dribbla la sua ombra nello spazio di uno zecchino”; e Praest, ala sinistra della Juventus, era paragonato ad un classico “che pensa da tecnico e realizza da artista”; per non parlare di Gren, Nordhal e Liedholm, definiti “un trio jazzistico nella musica del goal”.
Il 1952 segnò una svolta importante nella vita di Alfonso Negro. Su invito del sindaco Ciro Buonaiuto, presentò la sua candidatura al Consiglio Comunale di Resina, risultando eletto con moltissimi suffragi nel partito democratico cristiano.

Già calciatore di fama nazionale, medico di provate capacità, amministratore oculato e disinteressato, l’ex olimpionico di Berlino era anche un uomo entusiasta, ricco di aspirazioni e di interessi culturali. Qui lo vediamo, sua qualità di rappresentante del Comune, alla Festa dell’albero, tenutasi nel parco di una delle tante ville zona turistica della nostra città.
Amministratore oculato e disinteressato, ricoprì più volte – fino al 1975 carica di assessore anziano, legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Resina ottenne il nuovo stadio, il consulto familiare e il sospirato cambio di denominazione in Ercolano (per il quella sua qualità di assessore allo sport e turismo, lesse la relazione introduttiva nella storica tornata del 21 ottobre 1967).
Ma, quel che più conta, diede un contributo pressoché decisivo alla Valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, favorendo la costituzione dell’Ente Ville Vesuviane del Settecento, di cui fu vice-presidente dal 1971se oggi la vanvitelliana villa Campolieto può offrire al mondo la visione di capolavoro finalmente restaurato di ciò si deve ringraziare non poco Alfonso Negro, che seppe operare in un ambiente non sempre sensibile ai valori della cultura, oltre che superare ostacoli di varia natura.

Il presente articolo è tratto dalla pubblicazione PROFILI ERCOLANESI di Ciro Parisi, concesso dalla Biblioteca Comunale “G. Buonajuto” di Ercolano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.