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Santa Caterina un culto antico di secoli ad Ercolano
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Interessata ai lavori ordinati da Ferdinando IV fu, come s’è detto, anche la nostra Resina. Fino all’inizio del XIX secolo, la via principale della città non era diritta come al presente, come si evince chiaramente dalla tav. 28 della Pianta del duca di Noja. Giunta da Napoli là dove è oggi la chiesetta di S. Giacomo, la strada s’immetteva in piazza Fontana (allora detta dei “Colli Mozzi”) e, scendendo Per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la chiesetta di S. Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina, si chiamava via della Fragolara e terminava davanti alla primitiva chiesa di S. Caterina, che aveva la facciata rivolta verso Napoli.

Almeno dal 1560 è attestata a Resina la presenza di una chiesa dedicata a S. uterina. Qui vediamo le fondamenta del nuovo tempio in un documento del 1822. La chiesa attuale sorge nel luogo detto « la Fontana» , quasi dirimpetto al demolito tempio e quindi al centro del paese.

santacaterina

La strada fu dunque rettificata nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè nell’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di S. Caterina, progettata nel 1822  con la facciata rivolta al Vico di Mare.

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre più intenso. L’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1828, alle pagine 557 e 569, annota il passaggio di illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla villa Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto decennio francese. D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori della Corte non furono i soli a percorrere la bella strada larga e diritta, ma anche diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere si diedero ad intasare il corso in ogni ora del giorno.

#bloginresina

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Enrico Marino il sindaco di inizio 900 ricordi di una sua bis nipote
enricomarino

Questi sono i ricordi alla mia prima infanzia e dunque i fatti di seguito narrati risalgono ai primi anni ottanta, in Corso Resina a Ercolano, nel palazzo dove abitavano i miei nonni materni, Dott. Ciro De Simone e Flora Marino, figlia del notaio ed ex-Sindaco di Ercolano Avv. Enrico Marino, al quale è dedicato un articolo di questo blog.

Firmato Onorina Sarlo bis nipote di Enrico Marino

Il palazzo, sito al numero 44 di corso Resina, si trova quasi di fronte al palazzo municipale e a quel tempo era occupato come segue.

Al pian terreno, con vetrine sulla strada, c’erano delle attività commerciali ai due lati del grande portone in legno: a sinistra un bar che credo sia ancora esistente e a destra una farmacia, poi trasferitasi poco più avanti, che aveva in  affitto sia il locale sulla strada, sia un locale all’interno del cortile adibito a deposito (locale che anticamente era stato con molta probabilità una stalla).

Il cortile era abbastanza ampio, pavimentato a “san pietroni “ di colore antracite, suppongo in pietra lavica. Varcato il portone, attraversando un porticato, si accedeva al cortile a cielo aperto. Dal cortile, sulla destra,  si accedeva  alla rampa di scale, dai gradini in pietra lavica, che conducevano ai piani superiori. Sulla sinistra, invece, un’altra breve rampa di scale conduceva all’abitazione dei Biondi, discendenti di un altro ramo della famiglia. Nel cortile, inoltre, vi era l’accesso al garage dei nonni  e, in fondo, visibile anche dalla strada, c’era il cancello in ferro battuto che consentiva l’ingresso al giardino.

corsoercolano1925

Al primo piano, con affaccio sul corso, abitavano i miei nonni e, fino agli sessanta anche mia madre Annamaria e i suoi fratelli Stefano ed Enrico. Il nonno, utilizzando l’ingresso molto ampio come sala d’attesa per i pazienti, aveva dentro casa anche il suo studio, dove esercitava la professione di medico. Era un “medico del popolo” e all’antica, di quei medici con una tale esperienza da poter fare una corretta diagnosi anche solo in base a una rapida occhiata.

A metà tra il primo e il secondo piano (sì, in quel palazzo c’era anche un piano “1 e mezzo” e molti altri luoghi strani e misteriosi per me, di cui parlerò tra poco) con affaccio verso il Vesuvio e sovrastante il giardino, c’era lo studio di mio zio Stefano, fratello maggiore di mia madre, medico specializzato in cardiologia.  Il suo assistente era un signore anziano ed allampanato, dal naso aquilino sulla punta del quale poggiavano  dei piccoli occhiali rettangolari; di nome faceva Saverio, ma da noi veniva chiamato rispettosamente “Don Saverio”… Ignoro il perché di quel buffo “Don”, ma ricordo bene che, nel mio immaginario di bambina delle elementari, quell’appellativo era un tutt’uno col nome e si scriveva così come si pronunciava, ossia “Don zaverio”.

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Photo by Cira Riccardi

Il secondo piano del palazzo, dove molti anni prima avevano abitato i miei bisnonni e la sorella zitella del nonno, al tempo della mia infanzia era affittato al Comune e vi si trovava la succursale di una scuola, per cui nel nostro palazzo c’era un continuo andirivieni di scolari e di altra gente, nonché un bel po’ di fracasso, specie all’orario di entrata e di uscita da scuola.

A metà tra il secondo e l’ultimo piano, con affaccio verso il Vesuvio, c’era “la casa del pittore”, altro luogo per me misterioso e affascinante, proprio come il personaggio che vi abitava. Doveva trattarsi di un eremita o almeno di un solitario e comunque di un uomo di cui non si sapeva molto; io, in realtà, credo di non averlo mai visto, ma soltanto immaginato. Ricordo che una volta sola, con estrema cautela e discrezione, mia nonna, aprendo la porta con le proprie chiavi e, per qualche motivo che oggi ignoro, mi condusse nella casa del pittore. Era tutto in disordine, con tubetti di colore, tele e pennelli sporchi ovunque, un lettino disfatto e una sola grande finestra con meravigliosa vista sull’azzurro vulcano.

Poi c’era un appartamento all’ultimo piano, dove abitavano i pizzicagnoli della salumeria che stava sul corso, di rimpetto al nostro palazzo. Lungo le scale, tra un piano e l’altro, dietro porte di legno spesse venti centimetri che si aprivano con antichi chiavistelli, vi erano ampi ripostigli freschi e ombrosi come cantine. In questi luoghi simili a grotte i nonni tenevano le provviste di vino, olio e conserve di pomodoro, oltre alle cose vecchie che erano ormai dominio dei ragni.

Abbondavano anche le intercapedini, gli anfratti, le bizzarrie architettoniche stratificatesi nei secoli. Il palazzo, infatti, risaliva al ‘700 e la prova delle sue gloriose origini se ne è avuta molti anni dopo, quando è scaduto il contratto d’affitto con la scuola e si è finalmente liberato il secondo piano. Durante i lavori di ristrutturazione, sono emersi degli affreschi di fine fattura, nascosti per decenni sotto alcuni strati d’intonaco e risalenti proprio a quell’epoca.

Anche nel salone del primo piano, dove vivevano i miei nonni, si poteva ammirare, sotto l’altissimo soffitto a volta, un dipinto raffigurante una gigantesca musa delle arti, coperta solo di fluttuanti veli e corredata da un gentile amorino, che sedeva leggiadra su una rosea nuvola, sullo sfondo del cielo color acquamarina, che nei miei ricordi conferiva all’intera stanza una luminosità strana e irreale, come quella di una grotta sottomarin

Tutti questi posti suggestivi, per me che ero una bimba, sono stati fonte di curiosità e meraviglia. Il giardino dei miei nonni, in particolare, era e rimarrà sempre un luogo magico e denso di spiritualità, forse anche grazie a tutti quei ragionamenti filosofici che negli anni aveva assorbito dal nonno, essendone peraltro l’unico beneficiario.

Infatti, mio nonno Ciro, sebbene avesse vissuto molte avventure da raccontare (basti pensare che, come ufficiale medico, partecipò alla colonizzazione dell’Etiopia e che fu uno tra quei pochi che sopravvissero alla famigerata ritirata dalla Russia), e che pure era dedito alla lettura, dalla quale certamente scaturivano in lui abbondanti riflessioni sulle questioni del mondo, era tuttavia quasi completamente impenetrabile!

Non amava raccontare le storie della sua vita e nemmeno amava troppo esprimere le proprie opinioni, benché richieste. Eppure, non lo potrò mai dimenticare, i pensieri gli si dipingevano sul volto ormai rugoso ed io sapevo con certezza se lui approvava o disapprovava una certa cosa.

Inoltre, e questo era un aspetto che mi divertiva tantissimo, molto spesso parlava da solo. Nell’ultimo decennio della sua vita, in particolare, era solito trascorrere le fresche ore pomeridiane a curare le piante del suo piccolo giardino, così come aveva curato per quasi sessant’anni i suoi simili e, lavorando a testa bassa, intratteneva lunghe conversazioni con se stesso. Io, che ero molto curiosa sul suo conto, cercavo di ascoltare quello che diceva, ma erano parole farfugliate che si perdevano tra i baffi e le begonie.

C’erano, in quel piccolo giardino quadrato, misteri da scoprire, vari aneddoti e leggende da raccontare e persino angoli inesplorati su cui fantasticare.

Ad esempio, il muro di confine, dove erano incastonati i cocci di vecchie anfore romane emersi dal terreno durante la costruzione. Oppure, l’incursione degli scugnizzi che, dal cortile della scuola adiacente, si arrampicavano sul muro (sfidando le schegge di vetro infisse all’apice) per staccare dai rami più alti le arance ed i limoni del giardino, mentre mio nonno brandiva invano un manico di scopa per ricacciarli fuori, tra gli strepiti della nonna spaventata.

Nel giardino, poi, in primavera ed in estate, la nonna “riceveva”. Giungevano spesso persone in visita: gente del popolo legata ai nonni per lontani vincoli, per aver ricevuto qualche favore o per esser stati beneficiati dalle cure del nonno, oppure inquilini benvoluti che venivano a pagare la pigione, ma anche parenti, amici e “comari” varie.

La nonna Flora, con la sua pelle vellutata come un petalo di camelia, i capelli argentei e le guance rosa pallido come quel corallo dei gioielli antichi, quando era finita la “controra”, ossia le prime ore del pomeriggio estivo che ella dedicava al rosario ed al riposo, si vestiva di tutto punto, spesso di bianco, si metteva una collana di perle e scendeva in giardino: lì se ne stava seduta in poltrona, eretta come una regina madre, ed aspettava le visite. Per inciso, non erano mai visite preannunciate, ma sempre e solo inattese; se si rendeva necessario offrire qualcosa agli ospiti, la nonna chiamava il ragazzo del bar a fianco e si faceva portare bibite o gelati.

Quando eravamo sole, invece, giocavamo come due bambine e, difatti, questa mia nonna era rimasta candida e genuina come una bambina. E ciò nonostante le traversie della vita, la perdita dell’amatissimo padre a soli tredici anni, e le due maternità in piena Guerra e senza il marito accanto! La nonna, a differenza del nonno, amava discorrere e mi raccontava spesso della sua infanzia felice e spensierata, trascorsa a giocare coi numerosi cugini nel cortile e nel giardino del palazzo Marino, confinante col nostro. Di quel lontano passato la nonna ricordava soprattutto il senso di sicurezza che le dava la figura paterna e l’agiatezza economica della sua famiglia, probabilmente scossa dalla prematura morte del mio bisnonno.

Ricordo pure che qualche volta la nonna mi portava a passeggiare nel giardino del palazzo Marino, che era ben più grande del nostro e si allungava verso il Vesuvio, fino alla casa del pollaio, antico inquilino dei miei bisnonni, che non perdeva occasione per regalarci uova fresche da bere a crudo. Di quel giardino ricordo vagamente delle piante secolari e delle altissime palme. Ma il luogo che ricordo meglio era il giardino del nonno, con un vialetto centrale che si diramava in due vialetti laterali. All’ingresso del giardino, oltre il cancello in ferro battuto verde, c’era un longevo glicine dallo spesso fusto attorcigliato. Il vialetto centrale, poi, passava sotto degli archetti sui quali erano cresciuti il gelsomino officinale e le roselline rampicanti di quella varietà antica coi petali dal colore rosa pallido, formando una galleria naturale che in primavera-estate risultava profumatissima.

Vi erano poi un altissimo pino argentato, una camelia anch’essa di circa 15 metri, coi fiori rosa fucsia e ai primi di marzo sotto i muri crescevano le violette. All’apice delle cose magiche della mia infanzia, comunque,  c’era senz’altro il pozzo.  Si trovava in un angolo di questo giardino, a ridosso del muro di confine e, anche perché gli adulti volevano tenercene lontani, costituiva da sempre un punto di irresistibile attrazione per me e per i miei cugini.

La botola di ferro che lo chiudeva era pesantissima e, quando il nonno non poteva fare a meno di alzarla, perché doveva innaffiare le piante, io ne approfittavo per sporgermi a guardare dentro. La prima sensazione che mi investiva era l’aria gelida e profumata di muschio che saliva da laggiù. Le pareti interne, scavate nella roccia, ospitavano piccole felci, tra cui delicatissime piantine di capelvenere, edere e muschi. Tre, quattro metri sotto il bordo, c’era l’acqua limpidissima. Secondo una teoria sostenuta dai miei zii, quell’acqua potrebbe appartenere ad un fiume sotterraneo e, in effetti, gli archeologi riconoscono che presso le mura dell’antica Ercolano scorreva un fiume, forse il Sebeto o un suo affluente, che poi fu sommerso e deviato dalla tragica eruzione del 79 a.C..

Il pozzo non era profondo e si poteva vederne il fondo, dove brillavano le monetine gettate negli anni dei sogni romantici, e dove, in seguito alla fine della seconda guerra, era stata ritrovata nientemeno che una spada! …Forse una spada gettata laggiù da un disertore in fuga! …chissà!

Photo by Cira Riccardi

 

Informazioni autore Onorina

Corso Resina la sua storia la sua storia millenaria
aprile 29, 2014
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Il tracciato dell’attuale corso Resina (già corso Ercolano) corrispondeva, piu o meno, al decumano superiore dell’antica Herculaneum (il terzo della città, situato a nord degli altri due, il maximus e l’in/erior), ed era parte integrante di quella grande arteria che da Napoli conduceva ad Oplonti e Pompei, e di là a Stabia e Nocera Alfaterna.
Dopo l’eruzione del 79, che seppellì la città greco-romana, l’imperatore Adriano ordinò la ricostruzione della via, secondo quanto ci viene documentato da pietre miliari rinvenute a San Giovanni a Teduccio, a Resina (molto interessante quella ritrovata presso la seicentesca chiesa di Santa Maria della Consolazione, posta all’epoca dell’imperatore Massenzio e di nuovo utilizzata ai tempi di Costantino), a Castellammare di Stabia e a Sorrento.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano (476 d.C.), è probabile che anche questa strada subisse le conseguenze dell’abbandono e dell’incuria in cui caddero tutte le terre dell’Occidente. D’altra parte, le continue eruzioni del Vesuvio e le ricorrenti alluvioni dovettero disseminare sul suo tracciato lava e pietre rotolate dall’ alto.

La prima notizia certa sulle condizioni in cui versava l’antica via consolare, dopo un silenzio di molti secoli, risale al 1344, anno in cui la regina Giovanna I fu derubata, «sulla strada di Resina», ben due volte.
Per liberare il cammino dei viaggiatori dalle insidie dei ladri e dall’ingombro di rocce vulcaniche, il viceré Afan Perafan de Ribera fece ripulire ed allargare l’arteria che nel 1562 assunse la nota denominazione di «Via Regia delle Calabrie»: essa aveva inizio nell’attuale piazza Duca degli Abruzzi di Napoli, attraversava il ponte della Maddalena e, continuando per San Giovanni a Teduccio fino a Resina e Torre Annunziata, piegava poi verso oriente in direzione di Salerno, per proseguire infine per la Basilicata e il Principato  Citeriore fino a Reggio Calabria.

L’eruzione vesuviana del 1631 coprì ancora una volta la zona, particolarmente nel tratto che insisteva sulla Villa dei Papiri, là dove gli Eremitani Scalzi dell’ordine di Sant’Agostino stavano costruendo una nuova chiesa.
Sgomberato nuovamente il cammino, la «via regia» divenne meta delle escursioni dei nobili napoletani, i quali cominciarono a costruirvi quelle sontose residenze che, a partire dal Settecento, illeggiadrirono il «Miglio d’oro», «una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti».
«Era l’oro – scrive Mario Forgione – che Carlo di Borbone, col suo attivismo di principe illuminato, riusciva a cavare dalle pietre vesuviane. Era il momento magico in cui il ‘700 scopriva l’archeologia in un punto d’incontro di straordinaria vivacità culturale quando dalla villa dei Pisoni saltavano fuori statue e papiri e negli immediati dintorni si edificavano dimore che erano un’eco visibile del messaggio di cultura che veniva fuori dal sottosuolo vesuviano».

Altri lavori, nel quadro dei restauri voluti dai Borbone per ripristinare le arterie rovinate durante il periodo viceregnale, furono iniziati nel 1780. Questi lavori portarono alla sistemazione della strada dal ponte della Maddalena a Portici, e da Resina a Torre Annunziata.
Nel 1792, prima a Napoli e poi nei comuni della provincia, furono affisse le iscrizioni alle vie; così la strada che attraversava Resina, da Portici fino ai confini di Torre del Greco, si chiamò corso Ercolano.
Qui si svolsero almeno due degli episodi piu cruenti seguiti all’abbandono della Capitale da parte di Ferdinando IV e alla venuta a Napoli dei francesi, che il 23 gennaio 1799 avevano proclamato la «Repubblica Partenopea». Il primo (11 giugno) si ebbe alla Favorita, dove il comandante giacobino Schipani mise in fuga le truppe sanfediste ivi appostate, togliendo loro tre cannoni. Il secondo (13 giugno) si verificò tra Resina e Portici, là dove aveva inizio quel vico di Cecere che portava giù, fino al Granatello.

granatello

Ai primi dell’Ottocento, la via principale di Resina non era diritta come al presente. Giunta da Napoli all’altezza della chiesetta di San Giacomo, la strada piegava a sinistra verso piazza Fontana (allora detta dei «Colli Mozzi», dal nome di quattro statue acefale innalzatevi nel 1715) e, proseguendo per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la cappella di San Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina fu rettificato nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè all’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di Santa Caterina, progettata nel 1822 con la facciata rivolta al vico di Mare (abitato tradizionalmente da pescatori, questo lungo budello ha ” una storia che s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III dell’antica Ercolano).

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre piu intenso, percorso com’era da illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto «decennio francese» (1806-1815).
D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori delia corte dovettero spesso fare i conti con gli ingorghi provocati da diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere che si davano ad intasare il corso in ogni ora del giorno.
Simbolo di quell’epoca tumultuosa e romantica fu il calesse (o com’colo) , che faceva la spola tra Napoli e i paesi della provincia. Celebre addirittura fu il «calesse di Resina », del quale piu di un artista (dal Dura al Marras, dal Kaiser al Carelli) ci ha lasciato splendide immagini. Quel singolare mezzo di trasporto – sul quale prendeva posto un incredibile agglomerato umano composto da lazzaroni, popolane, fittavoli, scugnizzi, religiosi, ecc. – solleticò, tra l’altro, la fantasia di Dumas che volle dedicargli addirittura il titolo di un suo libro. Il calesse, che effettuò le sue ultime orse nel 1902, partiva da uno spiazzo a ridosso del corso (quella piazza Colonna che prendeva il nome dal monumento ivi eretto il 21 ottobre 1861, in occasione, cioè, del primo anniversario del voto con cui le province meridionali si erano unite al regno d’Italia) e arrivava alla napoletana chiesa del Carmine, impiegando circa un’ora, non prima di aver effettuato una sosta ai Granili e sul ponte de’ Maddalena (dove i cavalli erano sostituiti o sussidiati altre bestie).

Era un ambiente, quello della parte iniziale del corso Ercolano, in cui gli aspetti primitivi e popolareschi del costume non potevano non colpire i viaggiatori, che, sempre piu numerosi, venivano da queste parti per arrampicarsi sul Vesuvio o per visitare gli scavi. Era l’epoca dei viaggi in Italia, e gli spiriti avventurosi del vecchio continente non mancarono di tramandare ai posteri il ricordo di un’umanità brulicante, «immersa in un perpetuo e fantasmagorico carnevale».
In questa terra di sole e di mare, di musica e di canzoni, di calore e di passione, di voci e di grida, di lazzari e di maccheroni, il Romanticismo europeo scopriva la piu genuina personificazione dell’anima popolare.
Il 27 novembre 1875 la Società anonima per le ferrovie a cavalli ottenne dall’Amministrazione della Provincia di Napoli e da quella dei Comuni vesuviani la concessione di una tranvia fino a Torre del Greco. Questo servizio, che prevedeva due soste a Resina (in piazza Colonna e alla Favorita), entrò in funzione due anni dopo.  ismailpascia

Correva l’anno 1879 quando Resina fu onorata dalla presenza di un ospite illustre, l’ex Kedivé d’Egitto Ismail Pascià.
Nella bella villa Favorita messagli a disposizione dal governo italiano, l’esotico personaggio si trasferì con tutto il suo seguito. I resinesi, naturalmente, si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quelli di una bella odalisca e di un baldo giovanotto napoletano.
Questo, almeno, il racconto, non si sa quanto attendibile, probabilmente romanzato, che fiorì per molti anni sulle bocche dei locali cantastorie, ai quali non sembrò vero di aggiungere particolari inediti ed interessanti ad una vicenda che aveva rischiato di provocare un incidente diplomatico tra l’Italia e l’Egitto. Ad ogni modo Ismail era stato il primo ospite importante di Resina all’indomani dell’Unità, e questo non mancò di accrescere il fascino e il richiamo di una zona, quella del Miglio d’oro, nota un po’dovunque.
Tra Resina e Torre del Greco correva, infatti, quel «percorso incantato» così definito per la presenza, a destra e a sinistra, di amenissime ville settecentesche e di eleganti palazzine piu recenti. Trasformate in hOtels o pensioni, quelle costruzioni accolsero, a cavallo dei due secoli, quanti vi giungevano, sia per trascorrervi la villeggiatura sia – ed erano forse i piu – per ristorarvi la malferma salute.
Ivi, alle finestre, ai balconi e sulle terrazze, spesso cinte di verdeggianti pergolati, si potevano scorger, sul far della sera, i villeggianti, divisi in gruppi, a contemplare «il gran poema dei tramonti estivi», quando il sole, in tutta la gloria del suo fulgore, si tuffava nel mare al di là della punta di Posillipo.

La palma del fasto spettava, senza dubbio, a villa Aprile, conosciuta anche come villa Amelia (già Riario Sforza, Nugent, Galante), da tutti considerata «la regina delle ville, non solo di questi luoghi, ma di tutta Napoli, niuna essendovene, che la eguagli in magnificenza, buon gusto e splendidezza». Tali requisiti, che andavano ad aggiungersi ad un’ubicazione oltremodo felice, furono sempre apprezzati ed apertamente lodati da molti importanti personaggi, tra i quali si ricorda Antonio Salandra, solito a passarvi la stagione estiva.
Fiancheggiato da giardini fioriti, aperto, incantevole, il Miglio d’oro non mancò di destare la piu favorevole impressione in tutti coloro che ebbero il piacere di percorrerlo.
Qui, nel silenzio della campagna vesuviana, in mezzo alle altre gemme dell’età tardo-barocca, sorse villa Durante, attribuita a Ferdinando Sanfelice. La costruzione aveva di fronte «un bellissimo giardino bizzarramente costruito in forma sferica, con ispalliere di agrumi, e in mezzo ad essi de’ mezzi busti di marmo, ricco di piante nobili ». L’area verde, che si trovava oltre la strada, al di là di un imponente portale in piperno, fu acquistata nel 1878 dal duca di Valminuta. Da ricordare, infine, che al pianterreno della villa (oggi proprietà Arcucci), dimorò, ai primi del secolo scorso, l’abate Maccarone, certosino, grande meccanico ed inventore di strani congegni.
Un capitolo a parte meriterebbe, poi, l’imponente villa Campolieto, che si trova oltre l’incrocio che la strada forma con la via Marconi (a monte) e Quattro Orologi (a valle).
Basti dire che le conferirono lustro Mario Gioffredo (al quale si deve l’impostazione del fabbricato intorno ad un grandioso atrio coperto) e, soprattutto, Luigi Vanvitelli (che rimaneggiò l’ampio portico circolare riconducendolo ad una forma ellittica, creò al piano superiore un magnifico vestibolo sormontato da una cupola e ornato da due nicchie ad abside, e collegò il pianterreno ed il piano nobile con uno scalone monumentale che ricorda quello di Caserta).

Gran folla di signori dunque, sul Miglio d’oro, in un’epoca tra le piti gloriose della sua storia. Così stavano le cose quando, nel marzo del 1893, la Favorita – tornata al demanio dopo la partenza di Ismail Pascià – fu acquistata da Emilia Cito e Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono.

villafavorita
Fu come un soffio di vita nuova che percorse l’antico complesso, che aveva dovuto sopportare molti anni di decadenza e di grigiore.
La villa vantava un teatro, dove il principe (già proprietario del «Fiorentini» e del «Sannazaro» di Napoli) raccolse  una troupe di gentiluomini che aveva la sua prima attrice nella marchesa Sanfelice di Bagnoli e una deliziosa prima attrice giovane nella <<vaghissima» Rosa Miraglia e un agguerrito manipolo di attori nel barone Amato, nel duca Sergio, nel duca Gennaro Caputo e nei signori Solimene e Pozzetti.

 D’un colpo la Favorita divenne la meta obbligata dei villeggianti locali e di quelli dei paesi vicini. La prima manifestazione di una certa importanza vi si svolse il 30 settembre 1894, avvenimento salutato euforicamente dal cronista: «Dall’entusiasmo, dal continuo andirivieni delle carrozze trasportanti le belle dame elegantissime nelle chiare e vaporose toilettes) i gentiluomini correttissimi negli
smokings) chiaramente si comprendeva che un avvenimento straordinario attirava da ogni parte tutta l’élite dei villeggianti. E come un faro luminoso, come punto d’attrazione, s’innalzava da lontano il gran palazzo della Favorita, dove doveva aver luogo il grande evento mondano, il ballo cioè dato dalla benemerita Associazione di Carità Napoletana. Sin dalle otto il grandioso salone del primo
piano rigurgitava d’intervenuti, che liberamente circolavano per la sala e sullo splendido terrazzo, ove la banda musicale di Resina, gentilmente concessa dal sindaco A. Rossi, suonava musica dei nostri grandi maestri. Verso le nove il suono dei mandolini e chitarre annunziò che si principiava la tarantella, ed attorno alle coppie delle fresche e procaci contadine, dei bei giovani sorrentini si formò circolo, e quando le nacchere e i tamburelli ebbero finito di suonare scoppiarono fragorosi, insistenti applausi e si volle il bis. Poi dagli stessi furono cantate le ultime popolari canzoni napoletane. li ballo fu piti che mai animato, e le molte coppie liberamente turbinavano nella gran sala~ la direzione del ballo era affidata al marchese Ettore Pignone del Carretto [… ].

Il cotillon cominciò verso le due e tutte le dame ebbero molti e preziosi doni, e tutti i cavalieri portarono seco vari ricordi della bella serata».

Seguì poi, in ordine di tempo, una lunga serie di riunioni, recite e mostre d’arte che sarebbe impossibile enumerare.
Tra le tante, va ricordata la grande festa di beneficenza, per i poveri del paese, del 15 ottobre 1898: degno di menzione, in quell’occasione, fu uno splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.
Non meno importanti erano le feste che si svolgevano nelle vicine ville Buonocore, Calcagno, Cuocolo (già Arena), i De Bisogno, De Martino, Isabella (che, nel 1892, aveva, ospitato nientemeno che Gabriele D’Annunzio), Lucia, Garnier, Filotico, Martinez, Migliorini, Savarese, Valminuta e Zeno.

Come in un crescendo rossiniano, il Miglio d’oro compare sempre piti frequentemente negli itinerari di viaggio che sono tra le notiziole piti interessanti dei «mosconi»”.
Tant’è che al 14-15 luglio del 1900 troviamo su «Il Mattino » una «donna Elisa Di Giacomo» diretta proprio a Resina. Che si trattasse della ninfa egeria del grande Salvatore è da escludere, giacché i due si conobbero – come ricorda Giovanni Artieri – solo nei 1905, ma tanto basti per dare un’idea dell’incredibile concorso di ospiti nella plaga vesuviana, dove «tutto è sorriso, tutto è fascino superbo
della natura, dall’alba argentata al tramonto infuocato, in un mare d’oro». Qui la villeggiatura era sempre «splendida, animatissima, meravigliosamente bella, superiormente deliziosa», crescendo e migliorando ogni anno la schiera compatta e aristocratica dei villeggianti, i quali si davano convegno nell’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori: e, in effetti, «la delizia del luogo [la Favorita], la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del servizio» facevano di questo elegante stabilimento «il centro della piu amena riunione, il ritrovo prediletto della piu eletta società».

Se la vita estiva offriva le stesse attrattive che si potevano godere nelle vicine località di villeggiatura, c’era una masteggiamenti: illuminazione «fantastica» al corso Ercolano; gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici; eco di Piedigrotta; corsa dei carri; «grandiosa» festa nel bosco della Favorita; concorso di bellezza per fanciulli, ecc.
alluvione piccolaIl 21 settembre 1911 una spaventosa alluvione isolò Resina dal resto del mondo. Il fango e i rottami, consolidati in una massa nera e durisima, invasero molte strade cittadine, giungendo fino al corso Ercolano. Una foto di quei giorni mostra un gruppo di persone sedute intorno ad un fanale che spunta a stento dall’ammasso di detriti accumulatisi particolarmente all’angolo di via Dogana, mentre piu in là si scorgono alcune autovetture (presumibilmente, dei soccorritori) ferme all’altezza di piazza Colonna.

Il 9 agosto 1914, una domenica, fu inaugurato alla Favorita la sede del Circolo Pro Miglio d’oro, sorto due anni prima con l’intento di secondare e promuovere tutte le iniziative volte a favorire gli interessi dei comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle nostre contrade. Il comitato di gentiluomini che componevano l’associazione (Pasquale e Umberto
Aprile, Alberigo Aschettino, Lorenzo Di Lorenzo, Francesco Matarazzo, Bartolomeo Mazza, Vincenzo Strigari, Giuseppe De Meis, Silvio Tosti di Valminuta ed altri) si proponeva, in particolare, di incoraggiare lo spazzamento e l’innaffiamento stradale, l’illuminazione, i servizi di comunicazione, lo sviluppo degli stabilimenti balneari, la creazione infine di un centro «di grande attrattiva e divertimento».

Per rendere piu concreto questo programma il circolo curò a sue spese l’alberamento di via Quattro Orologi, di via Belvedere (già via campestre, sistemata e alberata nel 1902, fu arricchita nel 1914 da trenta platani) e, parzialmente, del Miglio d’oro. In questo contesto unico, inimitabile, aveva ugualmente modo di distinguersi la maestosa \’illa Battista, che si ergeva proprio davanti alla Favorita.
Il suo nome era legato al farmacista Onorato Battista, che nell’Esposizione Italiana di Londra (settembre 1904) aveva meritato la medaglia d’oro per il suo Ischirogeno, prodotto rigeneratore delle forze a base di fosforo, ferro, chinino, coca e stricnina: successo confermato, poi, nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
Sui pregi della costruzione e i vantaggi di un soggiorno in uno dei suoi tanti appartamenti, che si fittavano a condizioni vantaggiose, vale la pena di riportare quanto stampato suI lato posteriore di una cartolina del 1915: «Resina – Villa Battista al Miglio d’oro – Vera espressione della casa moderna, massimo comfort: luce elettrica, gas, ascensore, ecc. Il Miglio d’oro è il soggiorno ideale, preferito dall’aristocrazia napoletana, comodo, fresco, salubre e gaio aria asciuttissima, vivificante, balsamica piu che in qualsiasi altro luogo; posizione incantevole, dove al profumo degli aranci ed agli effluvi delle rose si sposa il piu limpido ed azzurro cielo; splendida stazione balneare con spiaggia naturale bellissima».
I villeggianti trassero non pochi benefici dalla permanenza nella bella villa, e non mancarono di sottolinearlo nel e loro corrispondenze. Nel 1917, poi, l’edificio fu adibito a convalescenziario militare, analogamente a quanto disposto per la villa Dentale di San Giorgio a Cremano.
Anche dopo la guerra la Favorita continuò ad essere centro di un vasto programma di spettacoli e di ricevimenti che lasciarono il segno nelle cronache mondane. Un pubblico era sempre elegantissimo e pronto ad applaudire ora una nuova rappresentazione del Conte Verde ora una  rivista storico- satirica di Maxime. Attorno al principe di Santobuono, sempre impeccabile nelle vesti di protagonista, si facevano ugualmente applaudire vecchi e nuovi interpreti:
Maria Conforti, Anna Gurgo di Castelmenardo, Margherita e Teresa Serpone, Alessandro Piscicelli e l’immancabile duca Gennaro Caputo.

Molte furono anche le manifestazioni artistiche ospitate nel salone centrale del sontuoso complesso. Il 10 settembre 1920 si inaugurò la prima Esposizione Sociale di Pittura e Scultura, dove un uditorio intellettuale ascoltò religiosamente i distorsi dell’assessore Silvestro Carotenuto, del professore Zambrano e dello scultore Mossuti. Il 3 ottobre 1922 vi ebbe luogo un gran concerto vocale e strumentale del violoncellista Sergio Viterbini. Il 2 ottobre 1923 l’intera orchestra del San Carlo si esibì nel parco della villa, riscuotendo il piu grande successo.
Sempre nel 1923 tutto il basolato del corso Ercolano, unica eccezione nella provincia, fu completamente rifatto.
Con La danza delle libellule venne inaugurato, il 6 aprile 1924, l’elegante teatro Ercolano, con ingresso dalla traversa Municipio. Grazie all’impresa Gargiulo-Oliviero, vi recitarono le migliori compagnie della canzone sceneggiata.
dall’«Italianissima» a quella di Cafiero-Fumo. I successi si: “ripeterono uno dietro l’altro. Il 9 agosto 1925 vi fu un programma eccezionale con Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette. Domenica, 16 agosto 1925: altro magnifico programma con Armando Gill.

armandogillIl 1925 fu anche l’anno dell’istituzione dell’Alto Commissario della Provincia di Napoli, al quale furono concessi speciali poteri amministrativi e piu larga disponibilità finanziaria. Ne beneficiò anche Resina, che, affrettatasi a presentare un memoriale con la messa in evidenza dei problemi cittadini, fu come pervasa da un vento di rinascita.

Il 18 maggio 1927 Vittorio Emanuele III diede il colpo di piccone inaugurale agli scavi di Ercolano, il cui nuovo ingresso dal corso Ercolano fu ultimato il 21 aprile 1930:
evento destinato ad incrementare notevolmente l’afflusso di turisti e visitatori dell’antica città.
Qualche anno dopo, e precisamente nel 1934, fu aperta una nuova arteria, via IV Novembre, che, partendo dall’esedra prospiciente gli scavi, portava alla stazione della ferrovia circumvesuviana e, conseguentemente, all’autostrada aperta nel 1928 per raccogliere tutto il movimento turistico del golfo di Napoli.

Gli anni Trenta modificarono abitudini e stili di vita. Il segno piu visibile dei tempi nuovi fu l’affermazione dell’automobile come mezzo di locomozione, come si vede chiaramente anche nelle immagini riprodotte sulle cartoline di quegli anni.
La vita mondana, peraltro, continuava ad essere molto gradevole, a Napoli come in provincia, dove le feste erano sempre illeggiadrite da aristocratiche presenze femminili, tutte radiose e sfavillanti nei loro lamés glacés, merletti
leggeri e tulle.
Nella magnifica villa Emma ai Quattro Orologi, ad esempio, il ragioniere Ravone ospitava ogni anno un’«eletta»
schiera di villeggianti, in omaggio alla veglia piedigrottesca.
Nella sua fastosa residenza sul Miglio d’oro il conte Francesco Matarazzo, che aveva fatto in Brasile la reputazione e la fortuna della sua famiglia, si ritemprava, invece, del suo lavoro. «Dalla bella figura prestante che ricordava un poco quella del duca d’Aosta, dalla conversazione calma pacata intelligente», era un vero piacere intrattenersi con le sue figliuole, «Olga, principessa Alliata; Mimì contessa Marcello; Claudia principessa Ruspoli», nonché con il primogenito Peppino, «semplice e débonnaire, dal tratto schietto e cordiale».

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A questa elegante società fece da cornice, il 30 luglio 1933, il parco della Favorita per la celebrazione di una festa campestre. I numeri del programma furono tutti interessantissimi:
fiera gastronomica, concerto di varietà (con l’esibizione del soprano Horst de Lutio e dei tenori Papaccio, Parise e Celentano), concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina e, piacevole primizia, ritmi di jazz che fecero ballare gli aristocratici intervenuti fin oltre la mezzanotte, «nell’incanto lunare della bella serata estiva».

Nel suggestivo parco della principesca dimora, che per molti anni fece la parte del leone nell’allestimento di spettacoli, fu celebrata nell’agosto del 1935, per gentile concessione del principe di Santobuono, una splendida kermesse a favore degli infermi. Vi parteciparono artisti di grido, tra cui Giuseppe Godono. Fu offerto anche uno spettacolo cinematografico, proiettato su uno schermo teso fra gli alberi. Attrazioni diverse allietarono i convenuti. Fu il ‘canto del cigno’ della Favorita. Nel 1936, infatti,  acquistata dal governo, la villa divenne collegio militare. Si chiudeva, così, l’ultimo capitolo della gloriosa storia della sontuosa residenza, e calava definitivamente il sipario su un’epoca di fasti e splendori che non avrebbe avuto piu seguito.
Uno sguardo retrospettivo a quegli anni lontani fa scoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, un mondo diverso da quello di oggi, un mondo tutto teso a godersi gli ultimi scampoli di una stagione di euforia che la tempesta della seconda guerra mondiale stava per spazzare via.
I giornali continuavano ad ospitare le cronache degli avvenimenti mondani nelle residenze della zona, specie del Miglio d’oro.
Tutti gli intrattenimenti terminavano all’alba, e le notti erano di quelle in cui l’armonia del cielo stellato invitava a sognare. Spesso, dopo che si erano spente le luci di Napoli, continuavano a brillare quelle delle policrome granate che s’alzavano e s’aprivano ad ombrello verso oriente, segnali conclusivi di feste paesane.
Nel luglio del 1939 le pagine interne de «li Mattino» offrivano ampi resoconti sulla «sagra delle albicocche», nella cui produzione Resina vantava un incontrastato primato su tutti gli altri comuni della provincia. La manifestazione si svolse nell’ artistica esedra prospiciente l’ingresso degli scavi di Ercolano, e fu seguita da numerosissimo pubblico.
Contemporaneamente si riferiva dell’arrivo a Napoli, col transatlantico Rex, di Annabella e Tyrone Power, che effettuarono, poi, un’escursione al Vesuvio, dove i due artisti eseguirono una ripresa fotografica del vulcano in eruzione.
Ma il fuoco covava sotto la cenere. L’impiego di unità speciali per le «grandi esercitazioni dell’anno XVII», pubblicizzato sulle prime pagine dei quotidiani, non lasciava presagire infatti niente di buono. E fu il secondo conflitto mondiale, che travolse l’universo dorato di illusioni nel quale si era crogiolato tanta parte della società-bene.
I bombardamenti aerei del 1943 rovesciarono sull’intero corso Ercolano una pioggia di ordigni. Particolarmente pesante si rivelò l’incursione del 15 luglio all’ altezza del Municipio, ma non meno grave fu l’attacco (14 settembre) dei piloti nemici nella zona della Favorita. In frangenti così difficili le autorità fecero il possibile per lenire le sofferenze della popolazione, che si protrassero a lungo,
anche quando la guerra era diventata ormai solo un ricordo.

Una prima precaria sistemazione ai senzatetto fu trovata nelle baracche di legno e lamiera sorte in piazza Pugliano.
Altri trovarono rifugio nel palazzo Campolieto, che già aveva patito le conseguenze dell’occupazione militare. Ma i sinistrati erano ancora tanti, e si dovette adibire ad alloggio il complesso ospedaliero costruito nel periodo 1945-50 nella zona dei Quattro Orologi, lungo la strada che mena a Torre del Greco.

Nel 1956 tutto il corso Ercolano fu completamente ripavimentato.
Scomparso il tracciato della vecchia e gloriosa linea tranviaria, sostituiti i consunti e lucidi blocchi di pietra vesuviana, con cubetti di porfido, i tram elettrici andarono definitivamente in pensione, dopo mezzo secolo di onorato servizio.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.