Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in comments
Search in excerpt
Search in posts
Search in pages
Search in groups
Search in users
Search in forums
Filter by Categories
artisti locali
blog
Cultura ed eventi
Innovazione tecnologica
Moda e design
progetto tilgher
Risorse del territorio
Storia locale
Tradizione e folklore
Archeologia e ambizioni borboniche il saggio sul tour degli scavi di ercolano in tutta europa
settembre 11, 2015
0
carlo_III
Siamo stati contattati dal sig. Aniello Di Iorio studioso ed appassionato di archeologia e degli scavi di ercolano che diversi anni fa ha scritto un bellissimo saggio sul primo tour in tutta europa dei primi ritrovamenti per volontà di carlo di Borbone. Un documento eccezionale frutto di un lavoro di ricerca in archivi stranieri spagnoli ed inglesi racchiusi in questo bellissimo saggio. Ne pubblichiamo uno stralcio.

 

ARCHEOLOGIA E AMBIZIONI BORBONICHE

Dal 1757 il primo tomo delle Antichità di Ercolano esposte prese le vie le vie dell’Europa, mostrando, finalmente, i tesori ritrovati alle falde del Vesuvio. Altri volumi l’avrebbero seguito fino al 1792, soddisfacendo quella Repubblica delle Lettere che tanto aveva atteso per conoscere gli straordinari monumenti sepolti dalla catastrofica eruzione del 79 d.C.2

tomoprimoL’attesa era dovuta, oltre che ai tempi di lavorazione necessariamente lunghi, soprattutto alla determinazione regia di riservarsi l’esclusiva per la riproduzione dei materiali venuti alla luce: l’immagine che poteva derivarne a Carlo di Borbone era di sostegno alla costruzione di un’identità per quel Regno nato, in ultima analisi, dagli equilibri internazionali nel 1734. La pubblicazione dei ritrovamenti ercolanesi era il naturale sviluppo di un’impresa iniziata alcuni anni prima, che aveva catturato in modo inusitato l’attenzione degli antiquari del tempo fin dalla ripresa carolina del 1738, quando gli scavi, patrimonio personale della monarchia, costituivano solo un corollario della reggia di Portici, edificando la quale gli ingegneri militari si imbatterono nel sito, peraltro già in parte esplorato ed utilizzato anni prima, come è noto, dal principe d’EIboeuf.

Peculiarità di Ercolano, risvegliata dal sonno in cui era stata confinata in un istante preciso, era la scoperta non solo di strade, edifici pubblici e privati con ricche decorazioni ed iscrizioni, ma anche, ed in abbondanza, di oggetti attinenti alla quotidianità: utensili domestici, attrezzi di mestiere, vasi ed altro tornavano a nuova vita prelevati sotto gli ottantasei palmi di materiale vulcanico da cui il territorio era ricoperto. Nuove radiose prospettive si aprivano, abbastanza chiaramente avvertite da quanti lavoravano per la corte ancora negli anni cinquanta del secolo al progetto ercolanese: mentre «il Re Cristianissimo [Filippo V] colla forza delle armi va conquistando nuove città […] V.M. estende sotto terra le proprie conquiste […]. La conquista [sotterranea, ndr] accresce, se non la potenza, almeno la gloria di quella Regale Famiglia»3.

Meta immancabile del Grand Tour, «Ercolano si rese l’oggetto della comune curiosità, l’argomento del discorso di ogni genere di persone. Ercolano ancora al presente adesca chiunque à del gusto, e fa popolo in ogni benché lontano paese, che sia da gente colta abitato […]. Dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Spagna, dall’alta e dalla bassa Alemagna, dall’Ungheria, dalla Polonia, da’ Paesi settentrionali, e da tutta l’Italia sono concorse in frotte le genti per chiarirsi di sì meravigliosa discoperta, e molti pieni di nuovi lumi, tutti di stupore se ne sono partiti […]»4.

Gli scavi produssero un viavai continuo: «[…] Da tutta l’Europa non barbara, ove è giunta la fama di sì meravigliosa disco­perta, senza perdonarla agli incomodi, che seco indispensabilmente porta un lungo disastroso viaggio, vengono del continuo in frotta le genti per chiarire cogli occhi propri, non solamente del vero sito, e delle Reali indubitate ruine di Ercolano, che di quanto da esse dissotterrato compone il vostro rinomato Museo, tanto più stu-pendo, quanto che nella massima parte sua formato di Monumenti, che si cavarono da una città sola per molti secoli stata sotto terra sepolta»5. I viaggiatori «[…] colla mente piena zeppa di meraviglie se ne ritornano»6 a diffondere le conoscenze nuove, ma con ovvie difficoltà. Infatti era arduo accedere alla visione dei reperti: quanti ne ebbero possibilità erano sorvegliati a vista allo scopo d’impedire che se ne facessero i disegni7; alcune incisioni videro la luce, prima dei tomi napoletani, riproducendo le opere ammirate, ma ritratte a memoria e con immancabili errori8.

La vicenda ercolanese avrebbe accompagnato il radicamento dei Borbone sul territorio: dall’iniziale depredazione di quei tesori, si passò a pubblicarne le bellezze, esplicando una funzione didattica universalmente riconosciuta.

Quelle scoperte, proprio per la loro varietà e vastità, posero problemi assolutamente nuovi in relazione a prelievo, restauro ed esposizione museale, dando avvio all’archeologia moderna. La rappresentazione grafica ed i relativi commenti costituivano l’ultima fase dei lungo percorso, sublimazione dei lavoro di molti ingegni, frutto di investimenti di migliaia di ducati9: fu necessario organizzare la Stamperia Reale10 per la riproduzione delle incisioni curate dalla Scuola d’Incisione di Portici appositamente costituita e fondare, nel dicembre 1755, l’Accademia Ercolanese per illustrare i reperti11.

logoAnimava quelle istituzioni, in un primo momento, l’intento di rendere gloria al casato e, successivamente, anche quello di preparare. con il rafforzamento dell’immagine, il gradimento internazionale di Carlo alla successione sul trono di Spagna. Col tempo le rilevantissime somme investite contribuirono non solo a creare nuovi settori di lavoro, fonti di reddito per un consistente numero di famiglie, ma anche a fondare nuove branche dell’archeologia: una fra tutte fu lo studio dei papiri ritrovati nella villa dei Pisoni.

Lo svolgimento degli eventi, sommariamente riferito, non fu lineare: l’impresa era nuova e numerosi furono gli errori compiuti. fra cui spiccò l’inadeguatezza di Bayardi a commentare i tesori ritrovati12; sconosciuta è la vicenda che segue.

Alla pubblicazione dei ritrovamenti la Casa reale s’interessò già nei primi anni quaranta: lo testimonia il fatto che, nel maggio 1746, «El Rey ha resuelto, que por la Thesoreria General se Paguen luego a don Bernardo Buono, diez ducados, que hà suplido en ligar y enquadernar ricamente dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de las Antiguedades de Resina […]»13.

La somma conferita a Bernardo Buono14 non appaia tenue: dieci ducati erano tantissimi per due soli volumi, ma la spesa era necessaria, ultima e doverosa, per la presentazione al sovrano della riproduzione a stampa dei ritrovamenti ercolanesi, già tanto attesi in

quel 1746. Il pagamento aveva un significato che andava oltre il semplice valore venale, anzi appare particolarmente importante, in quanto ordinato di persona dal primo Segretario di Stato Giuseppe Gioacchino di Montealegre, marchese di Salas, in nome del re; l’ordine andava, tramite la Segreteria d’Azienda, alla Tesoreria Ge­nerale, massimo organo dell’amministrazione delle finanze del Regno. L’attivazione di alcune fra le più alte cariche dello Stato era possibile solo avendo presente che il destinatario dei «due libri ligati in alacca fina indorati, che appartengono alle antichità di Resina»15 era proprio il re.

Il rimborso a Bernardo Buono fa conoscere, indirettamente, anche il contenuto dei due volumi: si trattava una raccolta di incisioni {estampas) di formato grande aventi ad oggetto i ritrovamenti di Resina, corne si diceva ancora nel 1746, almeno due anni prima che si cominciasse a scavare anche nella località «della Torre dell’Annunciata in un luogo detto Civita, dove a un di presso può credersi che fosse situata l’antica Pompei»16.

La raccolta costituiva il primo prodotto finale della vicenda archeologica ercolanese, perfettamente in linea con la crescita di prestigio della monarchia dopo gli eventi di Velletri dell’agosto 1744: seppellite definitivamente le ambizioni austriache sul regno delle Due Sicilie, con la stampa dei ritrovamenti si poneva, scientemente, una similitudine con le grandezze dell’antichità, nell’intento di rafforzare il prestigio della mo­narchia. L’impresa, avviata da Montealegre, fu condotta a termine nel 1746, un anno dopo la sua esclusione dal governo, con l’avvento di Giovanni Fogliani.

Il fervore della prima metà degli anni quaranta intorno aile scoperte di Resina ha testimoni coevi: Bernardo De Dominici scriveva nel 1742 che «[…] per ora sta il Gaultier impegnato al servizio del nostro clementissimo Re Carlo di Borbone nell’incidere le preziose antichità, e belle statue sotterrate nella Real Villa di Portici»17.

Ma ancora prima Antonio Francesco Gori aveva riferito che «[…] i molti scavamenti fatti nella real Villa di Portici e i monumenti insigni ritrovati […] hanno fatto risolvere Sua Maestà il Re delle Due Sicilie a far disegnar tutto con somma diligenza, per darsi poi alla luce colle stampe […]»18   .

In effetti la pubblicazione, già alla meta degli anni quaranta, era il migliore veicolo di propaganda di un museo che «[…] fra cinque in sei anni tale che qualsivoglia monarca in più secoli non potrà averlo simile […] Il nostro re si dimostra adesso geloso all’estremo di tutto, e già tutto si conserva e si son fabbricate più stanze sotto le logge reali del gran Palazzo di Napoli per situare (ma non sappiamo quando) il tutto con ordine, e con l’assistenza forse di Persone dotte dell’Antichità […]»19.

……..

Durante l’indagine amministrativa condotta nel 1753, e ciò oggi maggiormente interessa, non fu mai messa in dubbio l’esistenza del lavoro d’incisione.

Dall’officina di Francesco Ricciardi, dunque, un prodotto certamente uscì, perfettamente in linea con le aspettative reali. Produrre i «due libri ligati» fu una scelta consapevole e determinata, alla quale si era dato seguito coinvolgendo l’apparato politico-amministrativo. Centro e motore dell’iniziativa era la prima Segreteria di Stato, cui, peraltro, giungevano, insieme a tutte le richieste dell’Intendente del sito reale di Portici, le relazioni su quanto si reperiva negli scavamenti, alla cui riproduzione erano finalizzate le incisioni.

Dalla Segreteria di Stato, che gestiva l’impegno economico per tutti i real servizi, partivano le disposizioni; in particolare, per questo settore amministrativo, essa impartiva gli ordini alla Segreteria d’Azienda, con a capo Giovanni Brancaccio, alla Tesoreria Generale, guidata da Giovanni Echevarria, ed all’Intendenza di Portici retta da Bernardo Voschi29. Dagli alti livelli burocratici dipendeva un apparato, costituito da ingegneri-periti della Camera della Sommaria, ufficiali pagatori, segretari, corrieri, scrivani, aiutanti, eccetera; tutte le operazioni di spesa, ad ulteriore garanzia, erano soggette alla revisione della Giunta dei Conti della Casa reale30. Non è pensabile che l’intero apparato abbia preso un abbaglio nella vicenda sollevata da Cepparuli.

L’attività d’incisione, peraltro, sarebbe continuata ancora nel 1746, anno del rimborso dei dieci ducati a Bernardo Buono, testi-moniata da Sesone che chiedeva di essere pagato per l’incisione di una « figura del Pottino tirato sopra carro da due leoni intagliato à bolino», e di altre due «figure di una donna per ciascheduna figura intagliati ad acqua forte, e ritoccate a bolino»32. Il Gaultier, poi, per «quattro rami» di «varias figuras de las Antiguedades de las Grutas a Resina» avrebbe avuto poco più di sei ducati per il prezzo del rame, poiché il suo «trabajo se lo ha satisfecho separadamente»33. Ancora l’anno successivo Ferdinando Sanfelice «Avendo riconosciuto li quattro rami intagliati à bolino da Francesco Sesone dell’antichità trovate nella Real villa di Portici, in uno una tigre rabante, in un altro un cerbo rabante, e due altri in ogn’uno di essi un … [illeggibile] e considerando la fatica e l’incomodo di esso Francesco Sisone (sic) fatta con tanta sollecitudine, li valuto per docati cinque l’uno, oltre del prezzo del peso delle lamine della rama, che dice essere libre sette e mezza, che secondo il solito importano: a carlini quattro la libra, carlini trenta, et in tutto importa la summa di docati ventitrè»34.

Superata la metà degli anni quaranta, la volontà di pubblicare i reperti si espresse con crescente sistematicità, sia sul piano programmatico che effettivo. Con Gaultier cominciarono gli apporti di artisti stranieri, veri e propri punti di riferimento. Era il modo dei Borbone d’impostare un nuovo lavoro: grandi esperti erano ingaggiati fuori del Regno perché trasferissero la loro esperienza al servizio di un progetto ai cui fini rimanevano, sostanzialmente, estranei35.

………

Per quanto concerne i due tomi rilegati nel 1746 è poco rile-vante se avessero avuto una tiratura; incidere i rami avrebbe avuto senso solo in vista della pubblicazione: per godere della riproduzione dei reperti al re sarebbero bastati dei semplici disegni, senza imbarcarsi in un’attività estremamente più onerosa. Di certo quelle incisioni non ebbero successo.

Il fatto singolare che gli errori compiuti nella prima archeologia moderna si trasferissero nella sua prima rappresentazione grafica pone alcuni quesiti, anche per cercare una spiegazione al fatto che di quei due tomi del 1746 si è smarrita anche la memoria. Forse i due incisori non furono all’altezza del compito loro assegnato? Chi furono Sesoni e Cepparuli?

Del primo Giovanni Gori Gandellini dice: «Romano, attese alla professione dell’intaglio sotto la direzione del Frezza, ed infatti riuscï gran disegnatore, ed intagliatore a bulino, e ad acqua forte. Non lasciò di riportare nelle stampe molte opere di valenti uomini con una dolcezza ammirabile e con gran vaghezza. Viveva a Napoli nel 1733 con somma fama in età di 28 anni [,..]»42. Non era uno sprovveduto, e lo dimostrano i lavori eseguiti ancora prima del ’40: con Ricciardi aveva inciso, su disegno di Ferdinando Sanfelice, una tavola per un testo celebrativo43, ed altre per un lavoro di Thomas Salmon molto in voga in quegli anni44.

Probabilmente anche quelle collaborazioni gli valsero la possibilità di lavorare aile antichità ercolanesi.

Nell’incisione dell’opera di Salmon gli fu collega Cepparuli45, che Gori Gandellini ricorda «napoletano, intagliatore di Sua Maestà il Re delle due Sicilie, fu uno dei prescelti ad intagliare le pitture ritrovate nella dissotterrata città d’Ercolano […]»46; avrebbe lavorato, poi, ad un testo di Giuseppe Maria Pancrazi47, ed a due tavole incluse in uno scritto del principe di Sansevero48; per Serafino Porsile avrebbe inciso tavole per una Relazione, opera celebrativa della famiglia Pignatelli49. Anni dopo sarebbe stato a lungo al servizio della Stamperia Reale, incidendo almeno per i primi sette tomi delle Antichità di Ercolano esposte50, nonostante il giudizio negativo, e forse strumentale, che ne ebbe Ottavio Antonio Bayardi, direttore della Stamperia Reale51.

 Sesone e Cepparuli, dunque, erano artisti di chiara fama, con i quali la corte, come suo solito, ottenne il meglio che il mercato offrisse, il che era anche sottolineato da osservatori d’indubitabile levatura: Ferdinando Sanfelice, ad esempio, faceva l’apprezzo dei lavori del Sesone, «intagliati a bolino» o «ad acqua forte e ritoccate a bolino»52 senza esprimere alcuna opinione riduttiva delle sue capacità.

Perché, allora, il lavoro dei due incisori napoletani non ebbe successo?

La volontà di pubblicare i ritrovamenti, evidente già dalla prima metà degli anni quaranta, era formata ai massimi livelli, ma le aspettative reali avevano trovato impreparati i livelli inferiori, e l’apparato amministrativo non sembrò in grado di reggere alle no-vità: significativo delle incertezze è il passaggio dei pagamenti at-traverso la Segreteria d’Azienda, utilizzata, in quegli anni, anche per le imprese d’incerto futuro, laddove la Tesoreria Generale prendeva in carico le spese sedimentate53.

Un limite delle incisioni poteva essere, a ben vedere, il disegno? In effetti la documentazione nota non riferisce di disegnatori che preparassero i lavori di Sesone e Cepparuli, come se questi ultimi provvedessero anche al disegno.

E ancora: i due tomi, pur contenenti almeno 86 incisioni, mancavano di una concezione unitaria che li animasse? In effetti le fonti riferiscono solo dei materiali rappresentati: «le statue ed altro che si ritrovavano nello scavamento di Resina»54. Ciò, forse, rendeva debole il lavoro, poco rispondente aile aspettative della Repubblica delle lettere, addirittura poco sistematico, data la mole dei reperti. Altro impianto, ripreso dal Montfaucon, avrebbero avuto le Antichità di Ercolano esposte: una tavola con brevi spiegazioni redatte da personaggi di nota ed apprezzata erudizione. Ma per i tomi del ’46 non c’è traccia di persone intente ad illustrare quei tesori.

Fu inadeguato lo stampatore Ricciardi? Forse, e non a caso, una struttura adeguata sarebbe stata costruita, asservita, almeno nei primi anni, alla pubblicazione dei reperti ercolanesi.

La verità è che i due tomi del ’46 esprimevano semplicemente l’attenzione che poteva essere loro dedicata nella prima meta degli anni ’40, sia per capacità complessive che per intenti di spesa. Fu solo un tentativo e perciò se ne è persa memoria. Ma gli errori compiuti in quell’occasione avrebbero indotto iniziative più ambiziose, frenate solo dalla scelta di uomini non sempre all’altezza dei loro incarichi.

La lungimiranza, la tenacia e la competenza di Tanucci avreb­bero consentito solo molti anni dopo il ritorno d’immagine che nel 1746 non era stato possibile ottenere.

Rimane aperta la caccia ai dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de la Antiguedades de Resina.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Carlo di Borbone, la rinascita degli scavi di Herculaneum
marzo 10, 2015
0
Carlo_di_Borbone_1716-1788

L’arrivo di Carlo di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna), figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, nel Regno e a Napoli (1734), segnò per il paese l’insperato ritorno – dopo oltre due secoli di “declassamento” istituzionale e di alterne fasi di dominio straniero  alle dimensioni dello stato nazionale e indipendente.
Scrive il D’Agostino: «… Tra alti e bassi si compiono i primi passi per affrontare, se non per risolvere, annose questioni: negli anni tra il 1739 e il 1741 (il “meriggio del tempo eroico”) sembrano realizzarsi più incisive e durevoli riforme sul terreno  economico e finanziario, su quello della legislazione generale, rispetto alla Chiesa romana (Concordato, 1741) e perfino nel campo, assai spinoso, dello strapotere baronale… È anche in virtù di ciò che la spirale regressiva si arresta, ed è anche questo il periodo in cui meglio brillano la tenuta e la ripresa del movimento degli intellettuali. La cultura napoletana a metà secolo, autentica “scienza ausiliaria per la trasformazione concreta della società”, si rinnova e ristruttura, preludio della successiva e più pregnante stagione di successi (Genovesi, Broggia, Intieri, Fragianni, Galiani, Galanti, Filangieri, ecc.).

Si riapre un dibattito che è tecnico e politico insieme e che coinvolge i nuovi saperi, il progresso civile, sociale ed economico».
In questa ottica va letto l’impulso dato alla rinascita dell’antica Ercolano, anche se «non si possono tacere limiti e inadempienze di questo sovrano, pur restauratore del Regno e artefice delle fortune della “terzogenita dinastia” Borbone»; nè «può bastare la magnificenza costruttiva, assai di facciata, peraltro, o la protezione, autogratificante se non adulatoria, a musei, biblioteche, raccolte d’arte, scavi archeologici, e neppure l’edificazione dell’ immenso Ospizio dei poveri, pur importante opera sociale».
Ad ogni modo, la storia ufficiale degli scavi comincia nel 1738, per volere di Carlo. Seguiamo il De Jorio:

«Nel 1738, avendo l’augusto Carlo III ordinato che gli si edificasse in Portici una casa di delizie, l’architetto D. Rocco Alcubierre nel rapportargli le ottime qualità del sito da S.M. prescelto, gli diede parte delle notizie ricevute dagli abitanti delle ricchezze di nuova specie esistenti, cioè di una antica città sepoltavi, non che delle preziose antichità di tanto in tanto estrattene. Appena informato il Re dell’indicato tesoro antiquario, ordinò che si facessero le più diligenti ricerche per assicurarsi del fatto. Il lodato Alcubier fatto diligel}ziare nel mese di Ottobre di detto anno 1738 il medesimo pozzo, dal quale Elboeuf si aveva procurati non pochi monumenti, ne ricavò gl’indizi delle antiche fabbriche descritte. ‘Dopo pochi giorni riuscì a cavarne una statua consolare. Questo bastò ad accendere il genio di quel Sovrano, e si diede mano allo scavo con energia e diligenza … ».

I lavori furono diretti da ingegneri militari: prima dall’Alcubierre, poi dal Bardet (fino al 1745), quindi dal Weber (dal 1750 al 1764), infine dal La Vega. Un labirinto di cunicoli e di pozzi forò il terreno per un’ estensione di circa 600 metri da nord-est a sud-ovest, e per più di 300 metri da Pugliano al mare. Lo scavo fu praticato dalle valorose maestranze di Resina (i cosiddetti cavamonti), che lavorarono al lume di torce in gallerie umide, alla profondità perfino di venti sette metri, col pericolo incombente delle frane e delle esalazioni di idro- geno solforato. Nel complesso, gli operai erano circa cinquanta, compresi alcuni forzati (ospiti del carcere annesso al convento di S. Pasquale al Granatello di Portici) e gli schiavi algerini e tunisini catturati nelle campagne contro i barbareschi.

mappadelavega_piccola

L’enorme cumulo di terra indurita in diciassette secoli, la mancata conoscenza dell’estensione di Ercolano, l’ignoranza delle più elementari nozioni di archeologia e l’agglomeramento delle case di Resina su tutta la superficie esplorata, non facilitarono di certo gli scavi. Ad aumentare le difficoltà contribuì molto anche la mancanza di direttive precise e coerenti. In tale situazione, molti rapporti degli scavatori andarono perduti, ed importanti opere d’arte abbandonate tra i rottami o disperse. I frammenti di tre o quattro statue equestri, rinvenuti nei primi tempi, vennero fusi per farne la statua della Concezione della cappella annessa al palazzo reale di Portici.

slidevillapassaro

Si andò avanti così, saggiando qua e là il terreno, sfondando muri, abbattendo colonnati, sforacchiando soffitti, usando persino la mina per vincere la resistenza della durissima coltre di tufo che copriva i tesori sepolti. Con questi sistemi i marmi preziosi, gli alabastri, i pavimenti e le colonne dei templi e delle case signorili furono cavati a ceste, a cumuli, in frammenti grandi e piccoli, e le schegge di marmo polverizzate e vendute agli stuccatori. Lo stesso Marcello Venuti, gentiluomo di Cortona, allora sottotenente di vascello ed “antiquario del Re”, si lamentò che «i cavatori rompevano e guastavano ogni cosa», e riferì che «col torso della prima statua equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente … di formare due grandissimi medaglioni con su cornici di bronzo dell’ altezza di circa due braccia con i ritratti della Maestà del Re e della Regina»

slideshow0bis

Eppure la diligenza e l’audacia di quei primi scavatori furono veramente ammirevoli, e il fiuto della ricerca addirittura incredibile. Nonostante l’oscurità e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di perforazione, trazione e sopraelevazione, i valenti collaboratori di Carlo III completarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), rintracciarono più templi e in ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la Villa dei papiri riuscendo a portare alla superficie statue, busti, colonne, cornici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico e quadri di pregevole fattura.
Conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e dei diritti della cultura, il sovrano borbonico pensò di collocare i reperti archeologici nella reggia di Portici, e precisamente nella parte corrispondente al palazzo Caramanico, nel cui pianterreno furono sistemati i marmi, le iscrizioni, i bronzi, le lampade, le terrecotte, i vetri, gli utensili, le derrate, le medaglie, i cammei e i papiri; mentre al piano superiore vennero collocate le pitture. In questo modo si ebbe la possibilità di mettere insieme il materiale a mano a mano che veniva alla luce e inaugurare nel 1758 il Museo Ercolanese, alla direzione del quale fu posto Camillo Paderni.
Anche nella pubblicazione dei risultati degli scavi, che avevano rivelato quasi all’ improvviso un gran numero di opere d’arte, vi furono incertezze ed errori; ma alla leziosità di mons. Bayardi, già incaricato di redigerne il catalogo, Carlo III pose finalmente rimedio, istituendo nel 1755 l’Accademia Ercolanese. Lo scopo era di pubblicare, in grandi tomi in folio e con illustrazioni in rame dei maggiori incisori del tempo, quello che veniva alla luce dagli scavi e che restava più o meno nascosto nelle stanze del palazzo reale di Portici.
Gli accademici – collezionisti, giuristi, umanisti insigni, esperti in numismastica e qualche raro archeologo (l’archeologia era appena agli inizi) – lavorarono bene. Nel 1757 venne pubblicato il primo volume sotto il titolo Antichità di Ercolano esposte con qualche spiegazione, cui seguirono, fino al 1792, altri otto volumi, magnificamente illustrati, pubblicati per ordine e a spese di Carlo III.
Tutti questi volumi erano autentici gioielli di arte tipografica, tanto più preziosi perché sulla erudizione “superflua ed affastellata”, propria di tanti uomini di lettere di quel tempo, prevalse la dottrina ed il buon senso del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, filologo esperto in antichità greche, e di altri, fra i quali il marchese Tanucci (primo ministro di Carlo, già professore d’università), che molto sfrondò di inutile. I tesori che Ercolano restituì alla luce furono poi rimossi e trasportati, nel 1782, nel Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ed ora rappresentano una delle più formida-
bili attrattive della metropoli meridionale.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.