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Andrea Cacciottoli il sindaco della resina moderna e della battaglia per l’acqua del serino
maggio 2, 2014
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andreaacacciottolibis

Avv. Andrea Cacciottoli (Resina, 1846 – Resina 1913) a distanza di oltre un secolo dalla sua morte, raccontiamo la storia politica e umana di questo importante protagonista della vita cittadina che dovette fronteggiare non pochi problemi di ordine sociale. tra i quali la cronica mancanza di acqua e le epidemie del colera sviluppatesi nelle zone piu’ malsane dell’allora Resina. Quest’articolo spera di far conoscere al altri il suo grande impegno politico per la sua città sia come avvocato e come politico ed amministratore.

Prese le redini della civica amministrazione di Resina, l’avv. Andrea Cacciottoli (sindaco di Resina dall’11 novembre 1884) avviò un deciso programma di risanamento delle finanze comunali che portò all’ aumento degli introiti e al conseguente incremento delle spese per il decoro della città, per lo sviluppo commerciale, per l’istruzione e la viabilità. Si migliorò, così, il trattamento economico degli insegnanti e della forza pubblica, si creò un ispettore della pubblica illuminazione (da ricordare che nel 1886 i fanali a gas sostituirono i lumi a petrolio), si provvide a fornire di custode il macello e di giardiniere la villa comunale (inaugurata il 24 luglio 1887).
Vagheggiato un asilo d’infanzia l’opera divenne un fatto compiuto: oltre 200 bambini vi trovarono vitto, materne e protezione. La via Mare, appena iniziata, fu alacremente proseguita  e ultimata; lo stesso avvenne per il terzo tratto della via Trentola. La sistemazione  poi del Largo Pugliano e delle vie Cuparella, S. Elena, Bosco, FevoleIla, Dragonetti, Arcucci, del primo e secondo tratto della via Trentola, traversa Municipio, della via Patacca, nonché dei marciapiedi del corso Ercolano, furono tutte opere volute e compiute in poco tempo.

Si ottenne, dopo non pochi sforzi, uno scalo di alaggio e per ricovero di barche alla cosiddetta Dogana del Pesce. Si realizzò un sogno che durava da molti anni, quello di avere una strada di circonvallazione, la Resina – S. Sebastiano al Vesuvio, i cui lavori ebbero inizio nel 1894. La chiesa di Pugliano, oltre ad essere trasformata negli stucchi, fu ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione, di due vasche per l’acqua lustrale (la cui collocazione sulle colonnine di marmo, addossate a una coppia di pilastri, risale all’anno 1886), ecc. Si chiese e ottenne, a beneficio dei contribuenti, un’Esattoria autonoma e indipendente, come pure una speciale sezione per l’elezione della Camera di Commercio. L’annosa questione per la limitazione dei confini col comune di Torre del Greco formò oggetto di studi severi, così come attestava un’ elaborata allegazione a stampa dell’ avvocato Margotta e dello stesso Cacciottoli, che difesero gli interessi di Resina.
Una citazione a parte merita la relazione sull’epidemia colerica del 1887 presentata dal sindaco Cacciottoli al Consiglio Comunale nella tornata del 25 ottobre 1887:

«[ … ] Non vi ricorderò che fin dallo agosto l’ onorevolissimo signor Prefetto fu istruito minutamente dei fatti, e su mia richiesta spedì l’istesso giorno sul luogo l’illustre Prof. Cav. Margotta, il quale, dopo di avere tutto accuratamente osservato, si lodò dei provvedimenti adottati, ne discusse·e suggerì altri da attuarsi.
Fu fin d’allora che istantemente richiesi l’autorevole parola del signor Prefetto per ottenere la presa giornaliera dell’acqua del Serino dalla Città di Napoli, ed il trasporto della stessa a mezzo della Società dei Tramways.
Fu fin d’allora che, seguendo il parere del nostro valoroso condottato Dr. Paolo Cecere, adottammo a norma dei dettati della nuova tecnica sanitaria, confermata dalle più recenti disposizioni Ministeriali, le disinfezioni col sublimato in proporzione dal 2 al 3 per mille.
Fu fin d’allora che provvedemmo a larghe disinfezioni con opportuni ed abbondanti lavaggi dei luoghi infetti dal morbo, nonché degli altri tenuti sospetti.
Fu fin d’allora che senza alcun limite autorizzammo la distribuzione di medicinali, brodi, latte, neve e carne agli infermi sulla semplice richiesta dei nostri sanitarii, oltre ai soccorsi in biancheria, cui provvedemmo con la Giunta direttamente a norma dei bisogni e delle constatate necessità.
Di fronte ad un nemico che insidiva la vita di tutti credetti opportuno fare appello a tutti, richiedere l’appoggio ed il concorso di tutti, senza relazioni di casta o posizioni sociali [… ].
Come pure in quei giorni di lutto e di desolazione furono per nome pel popolo di non lieve conforto le ripetute visite dell’Illustrissimo signor Prefetto, dell’Eminentissimo Cardinale Sanfelice Arcivescovo di Napoli, dei nostri onorevoli deputati, fra i quali primeggia il Commendatore Della Rocca Illustre Segretario Generale, nonché di Consiglieri Provinciali e di molti altri preclari cittadini, i quali tutti, ed in ispecie l’illustre per quanto benemerito signor Prefetto, sfidando disagi e pericoli di ogni genere, vollero minutamente osservare le condizioni del Comune, vagliare ed apprezzare il nostro modesto operato, e tutti ci furono generosi di una parola di conforto e di leale incoraggiamento [… ].
La presenza infine di S.E. il Presidente dei Ministri, ad un tempo Ministro dell’Interno e degli Esteri, congiunta a quella di S.E. Zanardelli Ministro di Grazia e Giustizia, e di altri non pochi onorevoli personaggi [… ] costituì tanto per Resina, che per noi, un vero orgoglio, ed io ne ringrazio tutti quelli che direttamente ed indirettamente contribuirono a provocarla.
E come mai potrei fare diversamente o signori, essendo in modo indiscutibile dovuto a questa visita se per Resina sta per schiudersi 1’orizzonte ad un’ era nuova di miglioramento, e di progresso igienico ed edilizio?
Forse che non fu S.E. Crispi, che pel primo decretò con la sua parola il risanamento del Comune?
Non fu forse lui che il giorno susseguente ne commise direttamente gli studi a persona di sua fiducia? Non è da lui infine che aspettiamo la piena realizzazione di una promessa che non può mancare, giacché è da tutti risaputo che la parola di Crispi non si cancella?
Non fu infine lui che pel primo dié l’esempio di un generoso concorso per sopperire alle spese necessarie per combattere l’epidemia, esempio immantinenti seguito da S.E. Zanardelli, nonché dagli onorevoli nostri deputati, dal presidente della Croce Bianca, dai Consiglieri Provinciali, dallo stesso Consiglio Provinciale, dagli altri molti che con noi gareggiarono in atti di deferenza, di affetto e di carità?».

Ad integrazione di quanto sopra, va ricordato che la persona di fiducia di cui sopra era l’ingegnere Giulio Melisurgo, cui fu affidato il progetto di risanamento delle zone malsane di Resina. Tale progetto, completo di relazione e disegni, approvato con le deliberazioni consiliari dell’ 11 maggio e del 3 giugno 1889, e depositato presso l’Archivio di Stato di Napoli, Bilanci e Conti Comunali,

Risanamento di Resina. «Tanto il bonificamento che l’ampliamento – precisava il Melisurgo – sono ideati in modo da poter dare nel loro insieme un’importanza speciale a Resina (e quindi un valore ai terreni espropriati), facendo di quel Comune una stazione sana, tale da richiamare il concorso di nuovi residenti, di convalescenti, i quali, altrove, non potrebbero trovare riunite tante favorevoli condizioni sanitarie. Ad otto chilometri da Napoli, alla quale è congiunta da una ferrovia ed una tranvia, Resina è opportunamente orientata per una residenza invernale ed estiva. Sita ai piedi del Vesuvio, in riva al mare, su di un suolo asciutto ed in pendio, tra i boschi di Portici e della Favorita, ed in eccezionali condizioni climatologiche, con le attrattive del golfo, della funicolare del cono vesuviano, delle antichità di Ercolano, con un’aria eccezionalmente balsamica per i tisici, benefica per i fabbricitanti, e con un orizzonte straordinariamente bello, poiché è al centro del golfo già detto delle Sirene, essa è certamente in condizioni di favorire un ampliamento di ville ricercate.
Come all’epoca romana Ercolano era una delizia del tempo, così nell’era nostra Resina, che sopra vi è edificata, può diventare, trasformando la sua incantevole plaga in una residenza di gente civile».

Ma il progetto rimase sulla carta, e della buona volontà espressa da Francesco Crispi non si seppe profittare. Così le zone malsane di Resina (particolarmente via Trentola e via Mare) continuarono a essere potenziali luoghi di infezioni e di epidemie, sprovviste com’erano di una risorsa indispensabile, l’acqua. Lo ricaviamo, soprat~utto, da un lungo articolo coevo di Gennaro De Luca, pioniere del giornalismo :

«Uno dei principali e necessari fattori della vita è l’acqua. Essa, ·a seconda della sua composizione e purezza, ha un’influenza sulla specie umana. Poiché è assodato che i germi di molte malattie che affliggono l’umanità, ci vengono portati dall’acqua: e nei paesi dove questa è pura ed abbondante, quivi la robustezza e la longevità non difettano.
Ed infattI dice il Klebs che persino il così detto gozzo, sorta di tumore, che abitanti d’intere regioni hanno alla gola, prodotto dal rigonfiamento della glandola tiroide, vien causato da germi minutissimi che, col mezzo dell’acqua, penetrano nel nostro sangue. E così tutti gli scienziati moderni sono concordi nell’ammettere, dopo gli ultimi studi e le ricerce batteriologiche fatte, come prima via di contagio le acque inquinate dei germi specifici delle malattie infettive.
A dimostrare tutto ciò con maggior chiarezza, in primo luogo citeremo l’esempio di Napoli avanti e dopo della conduttura d’acqua di Serino; ed in secondo luogo riporteremo le analisi chimiche e le ricerche eseguite sulle acque dei Comuni Vesuviani dall’egregio chimico Eugenio Casoria, professore della R. Scuola Superiore d’Agricoltura, in Portici.
Tra i mali infettivi che endemicamente dominavano in Napoli, prima del 1887, e che vi mietevano maggiori vittime, erano la febbricola ed i tifi, massime il tifo addominale, malattie codeste che riempivano gli ospedali di numerosi infelici; al punto che il Munièipio di quella città fu obbligato assegnare l’ospedale Cotugno per tali infezioni.
Ebbene, dacché i napoletan hanno potuto bene l’acqua di Serino, i malati nell’ospedale Cotugno non solo scemarono rapidamente, ma non sono stati rimpiazzati che da un numero di poche unità; cosa da neanche calcolarsi, in una popolazione di oltre mezzo milione.
E qui vale ricordare che dopo il 1884, epoca in cui il colera fece strage in Napoli, negli anni seguenti, quando i Napoletani potettero usare l’acqua di Serino, restarono immuni dal fatale morbo; mentre parecchi nostri Comuni, e massime Resina, nel 1887, furono crudelmente colpiti dall’epidemia. A viemaggiormente confermare i fatti esposti, noi citeremo le analisi chimiche delle acque di vari pozzi di  Resina, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco, eseguite parte dalla Regia Scuola Superiore di Agricoltura e parte dal prof.
Casoria, le quali analisi, fatte coi metodi di Schulze, Kubel e Tiemann, han fornito i risultati tanto straordinari che crediamo utile riportare i prodotti [… ].
Questa notevole copia di nitrati, che, al dire del prof. Casoria, non sono mai stati rinvenuti da altri chimici, fanno esclamare al professore, nella sua dotta relazione sul proposito, così:
“Ora, paragonando i limiti massimi di tolleranza, stabiliti dalla Commissione di Vienna, con le quantità da me rinvenute nele acque esaminate, ben si scorge come l’uso di queste costituisca un vero delitto di lesa igiene, e tale da richiamare la seriaattenzione delle autorità, a cui incombe l’ufficio di tutelare la salute dei cittadini, i quali, o per propria elezione, o per mancanza d’altro, sono costretti a far uso di tali acque.
Ora l’acido nitrico che trovasi in così grande eccesso nelle acque esaminate, non può evidentemente derivare che dall’azoto delle sostanze organiche, provenienti dai materiali di deiezione, e da altri liquidi di rifiuto dell’economia domestica.
Le condizioni speciali che favoriscono mirabilmente la diffusione dei materiali di deiezione, attraverso il sottosuolo, nonché la rapida nitrificazione dei materiali suddetti, sono le seguenti:

  1. La mancanza assoluta di fognatura, e la esistenza di uno o più pozzi neri, in ciascuna abitazione: il maggior numero dei quali non hanno serbatoio sotterraneo, ma sboccano liberamente nel sottosuolo, funzionando per tal modo da veri pozzi assorbenti.
  2. Le proprietà fisiche dei materiali che costituiscono il sottosuolo, attraverso i quali i liquidi di qualsiasi natura ed origine possono diffondersi agevolmente ed a notevoli distanze.
  3.  La costituzione chimica del sottosuolo, la quale determina la rapida ossidazione dei prodotti ammoniacali, derivanti dalla putrefazione delle sostanze fecali, e la trasformazione di essi in nitrati”.

Premesso tutto ciò, è innegabile l’assoluto bisogno di avere acqua pura ed abbondante, visto lo sviluppo rapido delle popolazioni nei nostri comuni, ed il crescendo delle malattie infettive, che spesso visitano questi ameni paesi, con esiti quasi sempre fatali, per quelli che più difettano di acqua potabile.
E dopo la scienza vogliamo dare posto alla legge, che, armonizzandosi con i bisogni cresciuti dei popoli e della civiltà, nella nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene (art. 44), dice:
“Ogni Comune deve essere fornito di acqua potabile, riconosciuta pura e di buona qualità. Ove questa manchi, sia insalubre o sia insufficiente ai bisogni della popolazione, il Comune può essere, per decreto del ministro dell’intemo, obbligato a provvedersene“.

E poi nel Regolamento della legge medesima, all’art. 101, dice:
“Per l’applicazione dell’ art. 44 della legge, il ministro dell’ interno può obbligare più comuni ad un consorzio, per provvedersi di acqua potabile”. Dunque è compito importante delle autorità dare ascolto all’impellente bisogno del popolo, mettendo all’uopo in attuazione la legge»

lanuovaercolano

«La Nuova Ercolano», Resina, 3 maggio 1891. Del problema dell’acqua si occupò a lungo «La Nuova Ercolano», periodico locale di cui si è smarrito perfino il ricordo, che pubblicò molti articoli volti a richiamare l’attenzione di chi di dovere sulla necessità di affrontare e risolvere una questione spinosa, la più difficile o forse del periodo post-unitario.

Preoccupata dall’andamento ciclico delle malattie infettive nel nostro territorio, e forte della nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene, la civica azienda fin dal 1887 aveva avviato febbrili trattative per ottenere il prezioso elemento a Resina.

Ma ora la lentezza degli adempimenti burocratici che si dovevano compiere tra la Società dell’acqua di Serino, il comune di Napoli e gli altri comuni della plaga vesuviana; ora il succedersi e l’avvicendarsi dei rappresentanti comunali del vicino capoluogo, il che costringeva a cominciare da capo discussioni, pratiche, proposte e controproposte; ora la richiesta di altri concorrenti, che volevano acquistare direttamente dal comune di Napoli e poi di redistribuire alla popolazione il benefico liquido, curandone il trasporto e la canalizzazione, non fecero che rimandare nel tempo la’ soluzione dell’ esasperante problema.
Ancora nel 1891, nella seduta del 18 maggio, il sindaco Cacciottoli esponeva al Consiglio Comunale la necessità di avere l’acqua di Serino, perché le acque del paese erano scarse e per nulla potabili.
Questa la cronaca della seduta, ricavata da un articolo di E. Francese :

«[… ) Il sindaco dice, inoltre, che egli ha sempre sollecitato la prefettura ed i comuni circostanti per indurre questi ultimi a provvedersi di detta acqua, ma che le sue pratiche riuscirono sempre infruttuose; ciò nonostante, egli non s’è mai perduto d’animo; dopo tante fatiche, è stato appagato il suo desiderio, poiché il Prefetto invitò i sindaci di Resina, Torre del Greco, Portici e San Giorgio a Cremano a tener Consiglio, e, sotto la sua presidenza, si discusse a lungo l’argomento in questione [… ].
Infine partecipa che il consiglio dei sindaci, d’accordo col Prefetto, approvò il progetto per l’impianto della conduttura e dei serbatoi, le cui spese saranno ripartite tra i quattro suddetti comuni, riuniti in consorzio;
indi è stato stabilito il prezzo di centesimi 10 per ogni metro cubo, come pure è stata stabilita la quantità minima e massima di acqua da consumarsi in un giorno in ciascun comune; e ciò in proporzione del numero di abitanti d’ognuno di essi, cosicché per Resina, che conta 18.000 abitanti, è stato calcolato un consumo giornaliero dai 1200 ai 3000 metri cubi.
Dice pure che sarà nominata una commissione, composta di due rappresentanti per ogni comune del consorzio, la quale verrà incaricata di nominare, a maggioranza di voti, un ingegnere per i lavori da eseguirsi, e di stabilire le condizioni per la messa all’asta dei suddetti lavori [… ].
Conclude, dicendo:
Signori, spero che tutti vogliare aiutarmi nel compiere l’opera da me iniziata, col votare il progetto, già approvato dal comune di Portici, per la provvista dell’acqua di Serino, ciò che è stato sempre il mio ideale, l’oggetto dei miei sogni, ed io, per decor proprio e pel bene del paese, farò quanto posso per raggiungere lo scopo, e rimarrò a questo posto finchè la mia idea, i miei sogni non saranno realizzati ” (Applausi).
Il sindaco mette alla votazione per alzata e seduta. Tutti restano seduti. Il progetto è approvato all’unanimità» (6).

Ma ogni buon proposito della pubblica amministrazione fu vanificato da vecchi e nuovi problemi (7), gli stessi che costrinsero la nostra cittadina a rivolgersi direttamente al governo nazionale, nella persona del ministro dell’interno:
«Eccellenza, la salute di 18 mila e più cittadini è minacciata. L’acqua del Serino, il liquido salutare per eccellenza, il primo elemento indispensabile alla pubblica igiene si nega al Comune di Resina, dove 1’epidemia colerica in questi ultimi tempi ben tre volte passeggiò trionfante, dove l’acqua potabile esiste inquinata.
Invano l’Autorità locale con patema benevolenza si è interessata a pro della ridente città; invano con patjottico e civile pensiero ha cercato concordare idee e interessi; tutti gli sforzi riuscirono a vuoto; non resta ricorrere ai mezzi estremi per tranquillizzare gli animi eccitati, e curare ad un tempo la salute di tutta la popolazione resinese.
È bene quindi che l’Autorità centrale tutto vegga e sappia. Motivi altissimi di ordine pubblico e di pubblica incolumità reclamano assolutamente il suo intervento, malgrado sia già vigorosamente intervenuta  l’Autorità locale [… ].
Eccellenza!
Un materiale di conduttura per valore ingente è già pronto … Provvedasi al più presto perchè cessi uno stato di cose anomalo, inesplicabile, ruinoso per tutti, perchè gli animi di tutti siano urgentemente rassicurati.
Lo deve il Governo in omaggio alla legge, all’ordine pubblico, alla incolumità; lo attendono fidenti i cittadini di Resina.

Alla fine, come Dio volle, il 28 agosto 1894 fu firmato un contratto a Napoli, per Notar Scognamiglio, tra il signor Du Chantal per la Società dell’acqua di Serino, l’amministrazione partenopea e il Comune di Resina. In base all’accordo fu concessa l’acqua alla nostra città: il pagamento della stessa, neJla misura di 12 centesimi per ogni metro cubo, doveva aver luogo dieci mesi .. dopo la stipulazione del rogito, cioè il 28 maggio 1895.
Il 6 giugno 1895, per gli atti dello stesso notaio Francesco Scognamiglio, altro contratto fu concluso con la Società belga formata pour la eonduite des eaux de Lièges, società che aveva per rappresentante l’ingegnere Bernard Pétot. Fu stabilito quanto segue: che l’acqua del Serino venduta dal Comune di Napoli dovesse essere incanalata e trasportata a Resina con apposito acquedotto, costruito a spese della Società; che la quantità minima di acqua da convogliarsi quotidianamente per gli usi del nostro comune dovesse essere di 160 metri cubi, dei quali 60 da impiegarsi per le necessità di pubblico servizio e 100 per i bisogni dei privati; che si dovessero, fra l’altro, costruire a spese della Società, e mentenere a getto costante per uso pubblico, quattro fontanine.
I giornali locali e quelli partenopei salutarono il lieto avvenimento, che sembrava schiudere a Resina orizzonti di benessere e prosperità.

Così il Vesuvio:

«Finalmente Resina può dire di avere avuto l’acqua di Serino.  L’ingegnere cav. Pétot, malgrado tutti gli ostacoli che gli son creati da chi aveva interesse ad ostacolare il compimento dell’opera altamente civile, si è qeciso a dare l’acqua al popolo e già da varii giorni la fontanina che trovarsi al principio della salita di Pugliano gitta l’acqua di Serino, che tutti accorrono a prendere con gran piacere. Di questo atto umanitario l’ingegnere Pétot merita encomii sinceri, poiché a Resina ormai non si beverà acqua avvelenata nel più ampio senso della parola»

Risolto, dunque, l’annoso problema della mancanza d’acqua potabile?
Potevano finalmente gioire gli abitanti di Resina, specie quelli di via Mare e via Trentola? Purtroppo, le cose stavano diversamente. Le fontanine situate nei punti strategici del paese, dopo aver fornito incessantemente acqua al pubblico fino a metà settembre, furono rimosse, e questo all’insaputa delle Autorità. Era successo che il regolamento concordato a luglio sotto l’imperio della necessità imponeva 1’obbligo gravissimo di certe quantità minime di consumo, che formavano un tale onere sulla proprietà e il pigionante da rendere praticamente impossibile il rispetto del contratto, dato che ogni resinese avrebbe dovuto pagare per quattro.
La Giunta del tempo, presieduta dall’avv. Andrea Scognamiglio, fece del suo meglio per moderare 1’asprezza della nuova imposta. Già però il fremito dell’indignazione era corso per le case e le strade di Resina, e ai primitivi osanna al rappresentante della società belga erano seguite le invettive di coloro che si ritenevano turlupinati e presi in giro. Molti infatti, sicuri di attingere l’acqua limpida e salutare del Serino, avevano chiuso i loro pozzi inquinati ed insufficienti; ed ora il disinganno li rendeva incredubli, agitati, inferociti. Fortunatamente le nostre Autorità riuscirono ad ottenere dalla controparte delle condizioni che consentissero una più equa distribuzione degli oneri derivanti dal contratto, e cioè che l’acqua fosse pagata in proporzione ai benefici ottenuti.

Con il ritorno in sella dell’ avv. Cacciottoli (1898) si potè annunciare la prossima apertura dell’ acquedotto, alla quale furono invitati le più alte autorità civili e religiose della provincia.
Ma le sofferenze non erano ancora finite, anzi il martirio della sete avrebbe continuato a tormentare la sventurata gente di Resina per molti anni ancora.
Seguire tutte le tappe di quell ‘interminabile calvario equivarrebbe a cacciarsi in un ginepraio di proteste, di lotte, di rivendicazioni, di ricorsi in carta bollata, di articoli di giornale a non finire. Le cause erano sempre le stesse: nuove e infondate richieste di pagamento, minacce di sospensione, quantitativi d’acqua erogati col contagocce per una popolazione dai bisogni crescenti.
Quanto a Cacciottoli, la sua fu una vicenda personale non meno complicata, dato che una serie di accuse lo indicò come responsabile di irregolarità nella gestione daziaria.

Queste accuse, fatte proprie dalle superiori Autorità, portarono ad una relazione ministeriale del 28 dicembre 1902, destinata a provocare il Decreto di scioglimento del Consiglio Comunale di Resina, nonostante che i voti dell’8 e 27 luglio avessero ancora una volta premiato il Cacciottoli. Questi, , chiamato nel frattempo dalla pubblica fiducia al seggio di Consigliere Provinciale, aveva già orgogliosamente presentato le dimissioni da sindaco, indirizzando una lettera all’assessore anziano del Comune, nella quale vantava e opere compiute in quasi venti anni di milizia politica e amministrativa.
Sucessivamente, nel marzo del 1903, lo stesso Cacciottoli pubblicava una memoria difensiva, ricca di dati e di cifre, non meno che di citazioni letterarie e perfino di frasi in latino. Il documento rappresentava, peraltro, un saggio elquente del clima infuocato in cui si svolgeva la vita politica in quegli anni.
Questa era dominata da due soli partiti contrapposti, i liberali di Cacciottoli e i cIerico-moderati di Alessandro Rossi, i cui esponenti si accusavano a vicenda di preoccuparsi più del “particulare” che di dare al paese l’opportunità di inserirsi nel novero dei comuni più progrediti.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Corso Resina la sua storia la sua storia millenaria
aprile 29, 2014
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Il tracciato dell’attuale corso Resina (già corso Ercolano) corrispondeva, piu o meno, al decumano superiore dell’antica Herculaneum (il terzo della città, situato a nord degli altri due, il maximus e l’in/erior), ed era parte integrante di quella grande arteria che da Napoli conduceva ad Oplonti e Pompei, e di là a Stabia e Nocera Alfaterna.
Dopo l’eruzione del 79, che seppellì la città greco-romana, l’imperatore Adriano ordinò la ricostruzione della via, secondo quanto ci viene documentato da pietre miliari rinvenute a San Giovanni a Teduccio, a Resina (molto interessante quella ritrovata presso la seicentesca chiesa di Santa Maria della Consolazione, posta all’epoca dell’imperatore Massenzio e di nuovo utilizzata ai tempi di Costantino), a Castellammare di Stabia e a Sorrento.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano (476 d.C.), è probabile che anche questa strada subisse le conseguenze dell’abbandono e dell’incuria in cui caddero tutte le terre dell’Occidente. D’altra parte, le continue eruzioni del Vesuvio e le ricorrenti alluvioni dovettero disseminare sul suo tracciato lava e pietre rotolate dall’ alto.

La prima notizia certa sulle condizioni in cui versava l’antica via consolare, dopo un silenzio di molti secoli, risale al 1344, anno in cui la regina Giovanna I fu derubata, «sulla strada di Resina», ben due volte.
Per liberare il cammino dei viaggiatori dalle insidie dei ladri e dall’ingombro di rocce vulcaniche, il viceré Afan Perafan de Ribera fece ripulire ed allargare l’arteria che nel 1562 assunse la nota denominazione di «Via Regia delle Calabrie»: essa aveva inizio nell’attuale piazza Duca degli Abruzzi di Napoli, attraversava il ponte della Maddalena e, continuando per San Giovanni a Teduccio fino a Resina e Torre Annunziata, piegava poi verso oriente in direzione di Salerno, per proseguire infine per la Basilicata e il Principato  Citeriore fino a Reggio Calabria.

L’eruzione vesuviana del 1631 coprì ancora una volta la zona, particolarmente nel tratto che insisteva sulla Villa dei Papiri, là dove gli Eremitani Scalzi dell’ordine di Sant’Agostino stavano costruendo una nuova chiesa.
Sgomberato nuovamente il cammino, la «via regia» divenne meta delle escursioni dei nobili napoletani, i quali cominciarono a costruirvi quelle sontose residenze che, a partire dal Settecento, illeggiadrirono il «Miglio d’oro», «una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti».
«Era l’oro – scrive Mario Forgione – che Carlo di Borbone, col suo attivismo di principe illuminato, riusciva a cavare dalle pietre vesuviane. Era il momento magico in cui il ‘700 scopriva l’archeologia in un punto d’incontro di straordinaria vivacità culturale quando dalla villa dei Pisoni saltavano fuori statue e papiri e negli immediati dintorni si edificavano dimore che erano un’eco visibile del messaggio di cultura che veniva fuori dal sottosuolo vesuviano».

Altri lavori, nel quadro dei restauri voluti dai Borbone per ripristinare le arterie rovinate durante il periodo viceregnale, furono iniziati nel 1780. Questi lavori portarono alla sistemazione della strada dal ponte della Maddalena a Portici, e da Resina a Torre Annunziata.
Nel 1792, prima a Napoli e poi nei comuni della provincia, furono affisse le iscrizioni alle vie; così la strada che attraversava Resina, da Portici fino ai confini di Torre del Greco, si chiamò corso Ercolano.
Qui si svolsero almeno due degli episodi piu cruenti seguiti all’abbandono della Capitale da parte di Ferdinando IV e alla venuta a Napoli dei francesi, che il 23 gennaio 1799 avevano proclamato la «Repubblica Partenopea». Il primo (11 giugno) si ebbe alla Favorita, dove il comandante giacobino Schipani mise in fuga le truppe sanfediste ivi appostate, togliendo loro tre cannoni. Il secondo (13 giugno) si verificò tra Resina e Portici, là dove aveva inizio quel vico di Cecere che portava giù, fino al Granatello.

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Ai primi dell’Ottocento, la via principale di Resina non era diritta come al presente. Giunta da Napoli all’altezza della chiesetta di San Giacomo, la strada piegava a sinistra verso piazza Fontana (allora detta dei «Colli Mozzi», dal nome di quattro statue acefale innalzatevi nel 1715) e, proseguendo per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la cappella di San Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina fu rettificato nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè all’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di Santa Caterina, progettata nel 1822 con la facciata rivolta al vico di Mare (abitato tradizionalmente da pescatori, questo lungo budello ha ” una storia che s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III dell’antica Ercolano).

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre piu intenso, percorso com’era da illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto «decennio francese» (1806-1815).
D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori delia corte dovettero spesso fare i conti con gli ingorghi provocati da diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere che si davano ad intasare il corso in ogni ora del giorno.
Simbolo di quell’epoca tumultuosa e romantica fu il calesse (o com’colo) , che faceva la spola tra Napoli e i paesi della provincia. Celebre addirittura fu il «calesse di Resina », del quale piu di un artista (dal Dura al Marras, dal Kaiser al Carelli) ci ha lasciato splendide immagini. Quel singolare mezzo di trasporto – sul quale prendeva posto un incredibile agglomerato umano composto da lazzaroni, popolane, fittavoli, scugnizzi, religiosi, ecc. – solleticò, tra l’altro, la fantasia di Dumas che volle dedicargli addirittura il titolo di un suo libro. Il calesse, che effettuò le sue ultime orse nel 1902, partiva da uno spiazzo a ridosso del corso (quella piazza Colonna che prendeva il nome dal monumento ivi eretto il 21 ottobre 1861, in occasione, cioè, del primo anniversario del voto con cui le province meridionali si erano unite al regno d’Italia) e arrivava alla napoletana chiesa del Carmine, impiegando circa un’ora, non prima di aver effettuato una sosta ai Granili e sul ponte de’ Maddalena (dove i cavalli erano sostituiti o sussidiati altre bestie).

Era un ambiente, quello della parte iniziale del corso Ercolano, in cui gli aspetti primitivi e popolareschi del costume non potevano non colpire i viaggiatori, che, sempre piu numerosi, venivano da queste parti per arrampicarsi sul Vesuvio o per visitare gli scavi. Era l’epoca dei viaggi in Italia, e gli spiriti avventurosi del vecchio continente non mancarono di tramandare ai posteri il ricordo di un’umanità brulicante, «immersa in un perpetuo e fantasmagorico carnevale».
In questa terra di sole e di mare, di musica e di canzoni, di calore e di passione, di voci e di grida, di lazzari e di maccheroni, il Romanticismo europeo scopriva la piu genuina personificazione dell’anima popolare.
Il 27 novembre 1875 la Società anonima per le ferrovie a cavalli ottenne dall’Amministrazione della Provincia di Napoli e da quella dei Comuni vesuviani la concessione di una tranvia fino a Torre del Greco. Questo servizio, che prevedeva due soste a Resina (in piazza Colonna e alla Favorita), entrò in funzione due anni dopo.  ismailpascia

Correva l’anno 1879 quando Resina fu onorata dalla presenza di un ospite illustre, l’ex Kedivé d’Egitto Ismail Pascià.
Nella bella villa Favorita messagli a disposizione dal governo italiano, l’esotico personaggio si trasferì con tutto il suo seguito. I resinesi, naturalmente, si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quelli di una bella odalisca e di un baldo giovanotto napoletano.
Questo, almeno, il racconto, non si sa quanto attendibile, probabilmente romanzato, che fiorì per molti anni sulle bocche dei locali cantastorie, ai quali non sembrò vero di aggiungere particolari inediti ed interessanti ad una vicenda che aveva rischiato di provocare un incidente diplomatico tra l’Italia e l’Egitto. Ad ogni modo Ismail era stato il primo ospite importante di Resina all’indomani dell’Unità, e questo non mancò di accrescere il fascino e il richiamo di una zona, quella del Miglio d’oro, nota un po’dovunque.
Tra Resina e Torre del Greco correva, infatti, quel «percorso incantato» così definito per la presenza, a destra e a sinistra, di amenissime ville settecentesche e di eleganti palazzine piu recenti. Trasformate in hOtels o pensioni, quelle costruzioni accolsero, a cavallo dei due secoli, quanti vi giungevano, sia per trascorrervi la villeggiatura sia – ed erano forse i piu – per ristorarvi la malferma salute.
Ivi, alle finestre, ai balconi e sulle terrazze, spesso cinte di verdeggianti pergolati, si potevano scorger, sul far della sera, i villeggianti, divisi in gruppi, a contemplare «il gran poema dei tramonti estivi», quando il sole, in tutta la gloria del suo fulgore, si tuffava nel mare al di là della punta di Posillipo.

La palma del fasto spettava, senza dubbio, a villa Aprile, conosciuta anche come villa Amelia (già Riario Sforza, Nugent, Galante), da tutti considerata «la regina delle ville, non solo di questi luoghi, ma di tutta Napoli, niuna essendovene, che la eguagli in magnificenza, buon gusto e splendidezza». Tali requisiti, che andavano ad aggiungersi ad un’ubicazione oltremodo felice, furono sempre apprezzati ed apertamente lodati da molti importanti personaggi, tra i quali si ricorda Antonio Salandra, solito a passarvi la stagione estiva.
Fiancheggiato da giardini fioriti, aperto, incantevole, il Miglio d’oro non mancò di destare la piu favorevole impressione in tutti coloro che ebbero il piacere di percorrerlo.
Qui, nel silenzio della campagna vesuviana, in mezzo alle altre gemme dell’età tardo-barocca, sorse villa Durante, attribuita a Ferdinando Sanfelice. La costruzione aveva di fronte «un bellissimo giardino bizzarramente costruito in forma sferica, con ispalliere di agrumi, e in mezzo ad essi de’ mezzi busti di marmo, ricco di piante nobili ». L’area verde, che si trovava oltre la strada, al di là di un imponente portale in piperno, fu acquistata nel 1878 dal duca di Valminuta. Da ricordare, infine, che al pianterreno della villa (oggi proprietà Arcucci), dimorò, ai primi del secolo scorso, l’abate Maccarone, certosino, grande meccanico ed inventore di strani congegni.
Un capitolo a parte meriterebbe, poi, l’imponente villa Campolieto, che si trova oltre l’incrocio che la strada forma con la via Marconi (a monte) e Quattro Orologi (a valle).
Basti dire che le conferirono lustro Mario Gioffredo (al quale si deve l’impostazione del fabbricato intorno ad un grandioso atrio coperto) e, soprattutto, Luigi Vanvitelli (che rimaneggiò l’ampio portico circolare riconducendolo ad una forma ellittica, creò al piano superiore un magnifico vestibolo sormontato da una cupola e ornato da due nicchie ad abside, e collegò il pianterreno ed il piano nobile con uno scalone monumentale che ricorda quello di Caserta).

Gran folla di signori dunque, sul Miglio d’oro, in un’epoca tra le piti gloriose della sua storia. Così stavano le cose quando, nel marzo del 1893, la Favorita – tornata al demanio dopo la partenza di Ismail Pascià – fu acquistata da Emilia Cito e Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono.

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Fu come un soffio di vita nuova che percorse l’antico complesso, che aveva dovuto sopportare molti anni di decadenza e di grigiore.
La villa vantava un teatro, dove il principe (già proprietario del «Fiorentini» e del «Sannazaro» di Napoli) raccolse  una troupe di gentiluomini che aveva la sua prima attrice nella marchesa Sanfelice di Bagnoli e una deliziosa prima attrice giovane nella <<vaghissima» Rosa Miraglia e un agguerrito manipolo di attori nel barone Amato, nel duca Sergio, nel duca Gennaro Caputo e nei signori Solimene e Pozzetti.

 D’un colpo la Favorita divenne la meta obbligata dei villeggianti locali e di quelli dei paesi vicini. La prima manifestazione di una certa importanza vi si svolse il 30 settembre 1894, avvenimento salutato euforicamente dal cronista: «Dall’entusiasmo, dal continuo andirivieni delle carrozze trasportanti le belle dame elegantissime nelle chiare e vaporose toilettes) i gentiluomini correttissimi negli
smokings) chiaramente si comprendeva che un avvenimento straordinario attirava da ogni parte tutta l’élite dei villeggianti. E come un faro luminoso, come punto d’attrazione, s’innalzava da lontano il gran palazzo della Favorita, dove doveva aver luogo il grande evento mondano, il ballo cioè dato dalla benemerita Associazione di Carità Napoletana. Sin dalle otto il grandioso salone del primo
piano rigurgitava d’intervenuti, che liberamente circolavano per la sala e sullo splendido terrazzo, ove la banda musicale di Resina, gentilmente concessa dal sindaco A. Rossi, suonava musica dei nostri grandi maestri. Verso le nove il suono dei mandolini e chitarre annunziò che si principiava la tarantella, ed attorno alle coppie delle fresche e procaci contadine, dei bei giovani sorrentini si formò circolo, e quando le nacchere e i tamburelli ebbero finito di suonare scoppiarono fragorosi, insistenti applausi e si volle il bis. Poi dagli stessi furono cantate le ultime popolari canzoni napoletane. li ballo fu piti che mai animato, e le molte coppie liberamente turbinavano nella gran sala~ la direzione del ballo era affidata al marchese Ettore Pignone del Carretto [… ].

Il cotillon cominciò verso le due e tutte le dame ebbero molti e preziosi doni, e tutti i cavalieri portarono seco vari ricordi della bella serata».

Seguì poi, in ordine di tempo, una lunga serie di riunioni, recite e mostre d’arte che sarebbe impossibile enumerare.
Tra le tante, va ricordata la grande festa di beneficenza, per i poveri del paese, del 15 ottobre 1898: degno di menzione, in quell’occasione, fu uno splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.
Non meno importanti erano le feste che si svolgevano nelle vicine ville Buonocore, Calcagno, Cuocolo (già Arena), i De Bisogno, De Martino, Isabella (che, nel 1892, aveva, ospitato nientemeno che Gabriele D’Annunzio), Lucia, Garnier, Filotico, Martinez, Migliorini, Savarese, Valminuta e Zeno.

Come in un crescendo rossiniano, il Miglio d’oro compare sempre piti frequentemente negli itinerari di viaggio che sono tra le notiziole piti interessanti dei «mosconi»”.
Tant’è che al 14-15 luglio del 1900 troviamo su «Il Mattino » una «donna Elisa Di Giacomo» diretta proprio a Resina. Che si trattasse della ninfa egeria del grande Salvatore è da escludere, giacché i due si conobbero – come ricorda Giovanni Artieri – solo nei 1905, ma tanto basti per dare un’idea dell’incredibile concorso di ospiti nella plaga vesuviana, dove «tutto è sorriso, tutto è fascino superbo
della natura, dall’alba argentata al tramonto infuocato, in un mare d’oro». Qui la villeggiatura era sempre «splendida, animatissima, meravigliosamente bella, superiormente deliziosa», crescendo e migliorando ogni anno la schiera compatta e aristocratica dei villeggianti, i quali si davano convegno nell’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori: e, in effetti, «la delizia del luogo [la Favorita], la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del servizio» facevano di questo elegante stabilimento «il centro della piu amena riunione, il ritrovo prediletto della piu eletta società».

Se la vita estiva offriva le stesse attrattive che si potevano godere nelle vicine località di villeggiatura, c’era una masteggiamenti: illuminazione «fantastica» al corso Ercolano; gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici; eco di Piedigrotta; corsa dei carri; «grandiosa» festa nel bosco della Favorita; concorso di bellezza per fanciulli, ecc.
alluvione piccolaIl 21 settembre 1911 una spaventosa alluvione isolò Resina dal resto del mondo. Il fango e i rottami, consolidati in una massa nera e durisima, invasero molte strade cittadine, giungendo fino al corso Ercolano. Una foto di quei giorni mostra un gruppo di persone sedute intorno ad un fanale che spunta a stento dall’ammasso di detriti accumulatisi particolarmente all’angolo di via Dogana, mentre piu in là si scorgono alcune autovetture (presumibilmente, dei soccorritori) ferme all’altezza di piazza Colonna.

Il 9 agosto 1914, una domenica, fu inaugurato alla Favorita la sede del Circolo Pro Miglio d’oro, sorto due anni prima con l’intento di secondare e promuovere tutte le iniziative volte a favorire gli interessi dei comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle nostre contrade. Il comitato di gentiluomini che componevano l’associazione (Pasquale e Umberto
Aprile, Alberigo Aschettino, Lorenzo Di Lorenzo, Francesco Matarazzo, Bartolomeo Mazza, Vincenzo Strigari, Giuseppe De Meis, Silvio Tosti di Valminuta ed altri) si proponeva, in particolare, di incoraggiare lo spazzamento e l’innaffiamento stradale, l’illuminazione, i servizi di comunicazione, lo sviluppo degli stabilimenti balneari, la creazione infine di un centro «di grande attrattiva e divertimento».

Per rendere piu concreto questo programma il circolo curò a sue spese l’alberamento di via Quattro Orologi, di via Belvedere (già via campestre, sistemata e alberata nel 1902, fu arricchita nel 1914 da trenta platani) e, parzialmente, del Miglio d’oro. In questo contesto unico, inimitabile, aveva ugualmente modo di distinguersi la maestosa \’illa Battista, che si ergeva proprio davanti alla Favorita.
Il suo nome era legato al farmacista Onorato Battista, che nell’Esposizione Italiana di Londra (settembre 1904) aveva meritato la medaglia d’oro per il suo Ischirogeno, prodotto rigeneratore delle forze a base di fosforo, ferro, chinino, coca e stricnina: successo confermato, poi, nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
Sui pregi della costruzione e i vantaggi di un soggiorno in uno dei suoi tanti appartamenti, che si fittavano a condizioni vantaggiose, vale la pena di riportare quanto stampato suI lato posteriore di una cartolina del 1915: «Resina – Villa Battista al Miglio d’oro – Vera espressione della casa moderna, massimo comfort: luce elettrica, gas, ascensore, ecc. Il Miglio d’oro è il soggiorno ideale, preferito dall’aristocrazia napoletana, comodo, fresco, salubre e gaio aria asciuttissima, vivificante, balsamica piu che in qualsiasi altro luogo; posizione incantevole, dove al profumo degli aranci ed agli effluvi delle rose si sposa il piu limpido ed azzurro cielo; splendida stazione balneare con spiaggia naturale bellissima».
I villeggianti trassero non pochi benefici dalla permanenza nella bella villa, e non mancarono di sottolinearlo nel e loro corrispondenze. Nel 1917, poi, l’edificio fu adibito a convalescenziario militare, analogamente a quanto disposto per la villa Dentale di San Giorgio a Cremano.
Anche dopo la guerra la Favorita continuò ad essere centro di un vasto programma di spettacoli e di ricevimenti che lasciarono il segno nelle cronache mondane. Un pubblico era sempre elegantissimo e pronto ad applaudire ora una nuova rappresentazione del Conte Verde ora una  rivista storico- satirica di Maxime. Attorno al principe di Santobuono, sempre impeccabile nelle vesti di protagonista, si facevano ugualmente applaudire vecchi e nuovi interpreti:
Maria Conforti, Anna Gurgo di Castelmenardo, Margherita e Teresa Serpone, Alessandro Piscicelli e l’immancabile duca Gennaro Caputo.

Molte furono anche le manifestazioni artistiche ospitate nel salone centrale del sontuoso complesso. Il 10 settembre 1920 si inaugurò la prima Esposizione Sociale di Pittura e Scultura, dove un uditorio intellettuale ascoltò religiosamente i distorsi dell’assessore Silvestro Carotenuto, del professore Zambrano e dello scultore Mossuti. Il 3 ottobre 1922 vi ebbe luogo un gran concerto vocale e strumentale del violoncellista Sergio Viterbini. Il 2 ottobre 1923 l’intera orchestra del San Carlo si esibì nel parco della villa, riscuotendo il piu grande successo.
Sempre nel 1923 tutto il basolato del corso Ercolano, unica eccezione nella provincia, fu completamente rifatto.
Con La danza delle libellule venne inaugurato, il 6 aprile 1924, l’elegante teatro Ercolano, con ingresso dalla traversa Municipio. Grazie all’impresa Gargiulo-Oliviero, vi recitarono le migliori compagnie della canzone sceneggiata.
dall’«Italianissima» a quella di Cafiero-Fumo. I successi si: “ripeterono uno dietro l’altro. Il 9 agosto 1925 vi fu un programma eccezionale con Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette. Domenica, 16 agosto 1925: altro magnifico programma con Armando Gill.

armandogillIl 1925 fu anche l’anno dell’istituzione dell’Alto Commissario della Provincia di Napoli, al quale furono concessi speciali poteri amministrativi e piu larga disponibilità finanziaria. Ne beneficiò anche Resina, che, affrettatasi a presentare un memoriale con la messa in evidenza dei problemi cittadini, fu come pervasa da un vento di rinascita.

Il 18 maggio 1927 Vittorio Emanuele III diede il colpo di piccone inaugurale agli scavi di Ercolano, il cui nuovo ingresso dal corso Ercolano fu ultimato il 21 aprile 1930:
evento destinato ad incrementare notevolmente l’afflusso di turisti e visitatori dell’antica città.
Qualche anno dopo, e precisamente nel 1934, fu aperta una nuova arteria, via IV Novembre, che, partendo dall’esedra prospiciente gli scavi, portava alla stazione della ferrovia circumvesuviana e, conseguentemente, all’autostrada aperta nel 1928 per raccogliere tutto il movimento turistico del golfo di Napoli.

Gli anni Trenta modificarono abitudini e stili di vita. Il segno piu visibile dei tempi nuovi fu l’affermazione dell’automobile come mezzo di locomozione, come si vede chiaramente anche nelle immagini riprodotte sulle cartoline di quegli anni.
La vita mondana, peraltro, continuava ad essere molto gradevole, a Napoli come in provincia, dove le feste erano sempre illeggiadrite da aristocratiche presenze femminili, tutte radiose e sfavillanti nei loro lamés glacés, merletti
leggeri e tulle.
Nella magnifica villa Emma ai Quattro Orologi, ad esempio, il ragioniere Ravone ospitava ogni anno un’«eletta»
schiera di villeggianti, in omaggio alla veglia piedigrottesca.
Nella sua fastosa residenza sul Miglio d’oro il conte Francesco Matarazzo, che aveva fatto in Brasile la reputazione e la fortuna della sua famiglia, si ritemprava, invece, del suo lavoro. «Dalla bella figura prestante che ricordava un poco quella del duca d’Aosta, dalla conversazione calma pacata intelligente», era un vero piacere intrattenersi con le sue figliuole, «Olga, principessa Alliata; Mimì contessa Marcello; Claudia principessa Ruspoli», nonché con il primogenito Peppino, «semplice e débonnaire, dal tratto schietto e cordiale».

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A questa elegante società fece da cornice, il 30 luglio 1933, il parco della Favorita per la celebrazione di una festa campestre. I numeri del programma furono tutti interessantissimi:
fiera gastronomica, concerto di varietà (con l’esibizione del soprano Horst de Lutio e dei tenori Papaccio, Parise e Celentano), concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina e, piacevole primizia, ritmi di jazz che fecero ballare gli aristocratici intervenuti fin oltre la mezzanotte, «nell’incanto lunare della bella serata estiva».

Nel suggestivo parco della principesca dimora, che per molti anni fece la parte del leone nell’allestimento di spettacoli, fu celebrata nell’agosto del 1935, per gentile concessione del principe di Santobuono, una splendida kermesse a favore degli infermi. Vi parteciparono artisti di grido, tra cui Giuseppe Godono. Fu offerto anche uno spettacolo cinematografico, proiettato su uno schermo teso fra gli alberi. Attrazioni diverse allietarono i convenuti. Fu il ‘canto del cigno’ della Favorita. Nel 1936, infatti,  acquistata dal governo, la villa divenne collegio militare. Si chiudeva, così, l’ultimo capitolo della gloriosa storia della sontuosa residenza, e calava definitivamente il sipario su un’epoca di fasti e splendori che non avrebbe avuto piu seguito.
Uno sguardo retrospettivo a quegli anni lontani fa scoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, un mondo diverso da quello di oggi, un mondo tutto teso a godersi gli ultimi scampoli di una stagione di euforia che la tempesta della seconda guerra mondiale stava per spazzare via.
I giornali continuavano ad ospitare le cronache degli avvenimenti mondani nelle residenze della zona, specie del Miglio d’oro.
Tutti gli intrattenimenti terminavano all’alba, e le notti erano di quelle in cui l’armonia del cielo stellato invitava a sognare. Spesso, dopo che si erano spente le luci di Napoli, continuavano a brillare quelle delle policrome granate che s’alzavano e s’aprivano ad ombrello verso oriente, segnali conclusivi di feste paesane.
Nel luglio del 1939 le pagine interne de «li Mattino» offrivano ampi resoconti sulla «sagra delle albicocche», nella cui produzione Resina vantava un incontrastato primato su tutti gli altri comuni della provincia. La manifestazione si svolse nell’ artistica esedra prospiciente l’ingresso degli scavi di Ercolano, e fu seguita da numerosissimo pubblico.
Contemporaneamente si riferiva dell’arrivo a Napoli, col transatlantico Rex, di Annabella e Tyrone Power, che effettuarono, poi, un’escursione al Vesuvio, dove i due artisti eseguirono una ripresa fotografica del vulcano in eruzione.
Ma il fuoco covava sotto la cenere. L’impiego di unità speciali per le «grandi esercitazioni dell’anno XVII», pubblicizzato sulle prime pagine dei quotidiani, non lasciava presagire infatti niente di buono. E fu il secondo conflitto mondiale, che travolse l’universo dorato di illusioni nel quale si era crogiolato tanta parte della società-bene.
I bombardamenti aerei del 1943 rovesciarono sull’intero corso Ercolano una pioggia di ordigni. Particolarmente pesante si rivelò l’incursione del 15 luglio all’ altezza del Municipio, ma non meno grave fu l’attacco (14 settembre) dei piloti nemici nella zona della Favorita. In frangenti così difficili le autorità fecero il possibile per lenire le sofferenze della popolazione, che si protrassero a lungo,
anche quando la guerra era diventata ormai solo un ricordo.

Una prima precaria sistemazione ai senzatetto fu trovata nelle baracche di legno e lamiera sorte in piazza Pugliano.
Altri trovarono rifugio nel palazzo Campolieto, che già aveva patito le conseguenze dell’occupazione militare. Ma i sinistrati erano ancora tanti, e si dovette adibire ad alloggio il complesso ospedaliero costruito nel periodo 1945-50 nella zona dei Quattro Orologi, lungo la strada che mena a Torre del Greco.

Nel 1956 tutto il corso Ercolano fu completamente ripavimentato.
Scomparso il tracciato della vecchia e gloriosa linea tranviaria, sostituiti i consunti e lucidi blocchi di pietra vesuviana, con cubetti di porfido, i tram elettrici andarono definitivamente in pensione, dopo mezzo secolo di onorato servizio.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il primo Re d’Italia a Resina in visita agli scavi
aprile 28, 2014
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La serie sei sindaci ha inizio al tempo di Giuseppe Bonaparte (1806-08), quando fu abolita l’antica «Università» e istituito, al suo posto, il «Comune».
Non essendo stato tuttavia possibile ricostruire la successione dei primi cittadini di Resina da quell’epoca fino all’Unità, ci limiteremo a indicare alcuni di . quelli che si sono avvicendati alla guida delle amministrazioni locali, dal 1860  nostri giorni, aggiungendo tutte le notizie che siamo riusciti a raccogliere sugli stessi.

Il primo ad inaugurare la serie fu, il 6-9-1860, Alfonso Correale, esponente di una famiglia facoltosa, nota tra l’altro per possedere edifici (1) e suoli (2). ;fra i problemi che la sua amministrazione dovette affrontare fu, preliminarmente, quello di trovare una decorosa casa municipale, per sistemarvi gli uffici fino a quel momento ospitati in locali di fortuna (3).
.Eletto sindaco una seconda volta (5-6-1866), il Correale si trovò ad occupare l’importante carica in un periodo in cui il nuovo governo nazionale concesse al soprintendente Giuseppe Fiorelli l’autorizzazione a procedere ai nuovi scavi nell’area archeologica di Ercolano. Ecco la cronaca dell’inaugurazione solenne dei lavori, tolta dal Giornale degli Scavi :

«Lunedì 8 febbraio (1869 N.d.A.) – Sua Maestà il Re (Vittorio
Emanuele II), accompagnato da S.A.R. jl principe Umberto, dai
Ministri Menabrea, Cantelli, Riboty, de Filippo, dal Generale Cialdini
e dall’ Ammiraglio Provana in mezzo a numeroso concorso di popolo,
poco dopo le ore nove a.m., è giunto in Ercolano. Lo hanno quivi
ricevuto il Soprintendente generale degli scavi comm. Fiorelli, il
segretario del Museo e l’ispettore degli scavi. Sua Maestà, dopo aver
osservato col più vivo interesse gli avanzi sotterranei del gran Teatro,
si è recato ad inaugurare i novelli scavi che dal R. Governo s’intraprendono
sopra un suolo che l’Amministrazione ha recentemente
acquistato dal sacerdote Pasquale Scognamiglio, e che confina ad
occidente col vicolo di mare ed a mezzogiorno si riattacca agli scavi
precedentemente fatti in questa città.

Il Ministro della RealCasa senatore Gualtiero ha pronunziato un discorso ove tra l’altro ha dato partecipazione del R. Decreto segnato oggi stesso con la data di Ercolano da Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia.
“Considerando che a Noi spetta l’esempio di tutte le grandi iniziative nazionali e la tutela del decoro di quanto forma patrimonio secolare delle glorie d’Italia, abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1 – Sul nostro bilancio della lista civile sarà stabilita una
somma di lire trentamila da ripartirsi in più esercizi all’articolo belle
arti incoraggiamento degli scavi di Ercolano.
Art. 2 – È stabilito un posto gratuito a nostre spese nella scuola
archeologica di Pompei. Le norme di ammissione’ saranno concentrate
fra il Ministro della Real Casa e il Soprintendente generale degli scavi
Comm. Giuseppe Fiorelli, Senatore del Regno. Il Ministro della R.
Casa è incaricato dell’ esecuzione del presente decreto. Dato in
Ercolano il dì 8 febbraio 1869. Firmato Vittorio Emanuele”.
Tutti gli astanti plaudendo hanno salutato questa comunicazione
con ripetute grida di Viva il Re; e S.M. visibilmente commosso, rjngraziando,
ha espresso con gentili parole la sua compiacenza al Comm. Fiorelli augurando buona fortuna ai nuovi scavi. La M.S. si è
quindi restituito in Napoli verso le ore 11 a.m., e per quest’oggi gli
scavi non sono stati più oltre continuati».

Altri meriti della civica azienda furono: l’acquisto (deliberazione consiliare del 16-2-1870) di parte del Demanio (nella proprietà una volta dei Barnabiti) per alloccarvi gli uffici municipali; la sistemazione delle via Savastano e Panto; la ricostruzione della via Trentola e della via Mare: la deliberazione (5-8-1870) di un regolamento per le guide e i facchini del Vesuvio, il primo di una serie he prefetti e sindaci adotteranno negli anni a venire per tutelare i diritti e precisarne i doveri.

Testo tratto da PROFILI E FIGURE volume IV di Ciro PARISI

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le strade che non ci sono piu’
aprile 27, 2014
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Percorrere le strade e le frazioni dell’odierna Ercolano, dal mare alla montagna, significa addentrarsi in un tessuto urbano in gran parte diverso da quello in cui vissero i nostri antenati. Alcuni luoghi sono irriconoscibili; altri mancano dei punti di  riferimento che ne costituivano gli aspetti peculiari; altri, infine, hanno cambiato perfino la denominazione.
Dove sono pizi il ribus de Risina, S. Andreum a Sesto, Terenziano, Nonnaria, Actone e Arinianum, di cui leggesi nei vari regesti del Capasso? Dove le chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani nella parte alta dell’abitato, quando il primitivo villaggio muoveva i primi passi sulla strada dello sviluppo?

Dove il terreno che il 22 giugno 1137 il prete Giovanni Pericolo e suo fratello Sergio presero in enfiteusi da Giovanni, abate del monastero dei SS. Sergio e Bacco, “nel luogo detto Latramanica”?

Dove la cappella intitolata a S. Margherita, lungo il litorale tra Resina e Portici, che fino ai primi anni del 1600 fu particolamente cara ai nostri pescatori? Dove la contrada alle falde del monte, che dicevano di “Pezzella”, in cui un povero guardiano di vacche, sepolto da una pioggia di pietre, fu la prima vittima dell’eruzione del 1631 ?

Dove le statue dette “Colli Mozzi” e la fontana borbonica di piazza Fontana?

Dove i tanti corsi d’acqua che traevano origine dal Vesuvio e che, per secoli, fino a che non si ebbe l’acquedotto del Serino, servirono sufficentemente agli usi della nostra città?

Dove la torre con l’orologio e con una sottostante edicola dedicata in via Dogana alla Madonna di Pugliano?

Dove le edicole mariane di via Trentola, raffinati prodotti maiolicati dei nostri artigiani di un tempo?

Dove la lapide di marmo, posta nel 1845 all’inizio di via Pugliano, che ci ricordava essere quella la “Strada che conduce al Reale Osservatorio Astronomico“?

Dove le case coloniche dei secoli scorsi, complete di cellai, depositi in legno e scale esterne?

Dove quella parte alta del bosco reale che faceva angolo con la strada nuova di S. Vito, in cui i Borboni cacciavano selvaggina, prima ancora che si allusero fagiani?

Dove quei poderi – Pignataro, Pezza di caso, Iacomino, Ruggiero – che producevano nell’ottocento il famoso Lacrima Christi?

Dove la romantica funicolare del Vesuvio, che fino al 1953 fece vivere indimenticabili momenti di emozione e di esaltazione a viaggiatori di tutte le latitudini?
Il gioco delle domande potrebbe continuare all’infinito, ma tanto basti per dare unJi&ad elle trasfwzioni che ha dovuto subire il nostro tmitmio nel corso dei secoli. Certo, il succedersi degli avvenimenti, il crescere della popolazione, le mutate esigenze non potevano non modificare I’imnzugine di paesi e cittd, ivi compesoZ’ambiente vesuviano: m, decisamente, quel che di negativo è awenuto nella nostra zona, spece negli anni convulsi di questo secondo dopoguerra, ha toccato vertici demenziali. Vale dunque anche per noi lo sfogo di Ferdìnando Russo:

‘O munno vota sempe e vota ‘ntutto:
se scarta ‘o bello, e se ‘ncuraggia ‘o brutto.

Una cinica filosofia del consumo e del guadagno ha prodotto gli effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti: cementazione del territorio, trasformazione di chiese e cappelle in supemarket o discoteche, sparizioni di vicoli o interi quartieri i cui nomi riflettevano le vicende municipali, il carattere del popolo, i suoi modi di vivere, i sivoi mestieri, la sua religione. E ma, con diabolica perseveranza, qualcuno vorrebbe continuare a demolire quel che resta della nostra storia.
Intendiamo riferirci in particolar modo a quella via Trentola che molto probabilmente è il centro stmico piu’  antico, articolato e ramificato della zona vesuviana. Forse gli scampati al disastro del 79 questi trovarono rifugio, anche per la vicinanza del luogo alla sepolta città di Ercolano, ma si tratta soltanto di una fantasia archeologica.
Di sicuro, invece, sappiamo che via Trentola fin da sempre fu l’unico tramite tra la parte alta e quella bassa di Resina, e che solo nel Settecento fu affiancata da via Pugliano. Un’arteria, quindi, di grande importanza stmica, ma anche di notevole rilevanza sociale eantropologica, e tale da farci spezzare una lancia a favore della sua salvaguardia e della sua valorizzazione, come meglio risulterà dalle vicende narrate nella presente monografia.

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Tratto dal Libro di Mario Carotenuto  “Via Trentola Immagini d’epoca e dettagli”  Ed. De Frede 1993

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Gabriele d’annunzio a Resina
aprile 27, 2014
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Nel 1892 Resina diede ospitalità per parecchi mesi ad un personaggio dal nome illustre: Gabriele D’Annunzio.
Laprolungata permanenza del poeta abruzzese nella nostra cittadina ci offre il destro per alcune considerazioni, che testimoniano il favore di cui Resina ha sempre goduto nel mondo degli artisti, dei letterati e degli uomini illustri.
Se l’antica Ercolano, infatti, era stata unanimamente in.Ila I I .I cxiine un luogo ideale per il soggiorno e la villeggiatura ‘, il Vesuvio era diventato una tappa obbligata per i viaggiatori che calavano dalle brume del Nord alle apriche conducevano sia nella  Campania, ugualmente Resina fu cantata e celebrata in ogni tempo per l’amenità del suo sito e la salubrità del suo clima : << Costruita sotto il cielo di cobalto purissimo sui resti dell’antica Ercolano, in dolce declivio sulle falde del suggestico ed irrascibile Vesuvio, fra il verde sconfinato della lussureggiante campagna e l’eterno sospiro dei fiori nelle notti stellate, accarezzata dai profumati effllivi alpestri e dalla brezza del mare screno e glauco che canta gli inni delle Sirene … ».
Occupando il punto più pittoresco del cratere partenopeo, in mezzo alle altre meraviglie che la circondavano, Resina consolidò via via la fama delle sue eccellenti virtù ambientali e paesaggistiche. A detta di Bernardino Rota (1509-1575), essa divenne celebre per i suoi lauri, come Portici per i mirtilli , Barra per le uve, S. Giorgio a Cremano per la sorba, Somma per i corbezzoli, Trocchia per i fichi, Pollena per le ciliege e Trocchia per le fragole:.

CINCTUS ARUNDINEA SEBETHUS CORNUA FRONDE
LUCIDULUS BLANDO MURMURE FUNDET AQUAS
HINC RESINA PARAT LAUROS, HINC PORTICA MIRTHOS,
BARRA UVAS, LARGO SORBA CREMANA SINU,
HINC FOETUS SUMMA ARBUTEOS, HINC TROCHIA FICUS
HINC POLLIS CERASOS, FRAGRAQUE FRACTA FERAT,
ADSIT PAMPINIA REDIMITUS VITE VESEVUS
CUI NOVA FUMANTI VERTICE FLAMMA MICAT

Una lapide murata nel 1613 fuori il Convento degli Agostiniani è oggi sistemata sulla porta d’ingresso della sagrestia di S. Maria della Consolazione, nell’atrio della chiesa, a sinistra di chi vi entra, definisce :

RHETINENSEM VILLAM CAELI SALUBRITATE
HORTORUM, FONTIUM, NEMORUM, ORAEQ. LITORALIS
AMOENITATE CONSPICUAM

Fu così che i feudatari e i nobili napoletani e spagnuoli, giustamente attirati dalla salubrità del clima e dalla bellezza dei giardini, delle sorgenti, dei boschi, delle spiagge e del litorale di Resina, cominciarono a costruirvi quelle sontuose residenze che nel settecento avrebbero costellato e reso famoso nel mondo il miglio d’oro.

Alla fine di quello stesso secolo che vide Resina assurgere al massimo splendore, a proposito del Bosco superiore quei mitici  luoghi che costeggiavano ad occidente la collina di Pugliano, legge in Celano-Palermo. Chiunque vede questi luoghi amenissimi non può far a meno di stimarli un paradiso  in terra, come da saggi piu’ forestieri vengono chiamati.

Vi si respira un’aria sanissima. Il territorio produce Ii.l~//as quisitissime, ottimi vini, e il mare dà ricca pesca di ~.t.c.c.llentsea pore. Gli abitanti ascendono a circa 9000, ed oltre l’agrricoltura, hanno l’industria ancora di nutricare i bachi ‘.  Vi si veggono grandiosi ed eleganti casini, tra i quali quelli ,li Itiario, di Casacalenna ‘, con de’ loro rispettivi giardini, in ville, formate con sopraffino gusto di disegno, adornate di vaghe fontane, peschiere, statue, ed altri ornamenti da rendere mirabili agli occhi degl’intendenti.

Questi elogi incondizionati, se da una parte venivano a confermare la bontà delle scelte operate nel Settecento dall’aristocrazia borbonica lungo la fascia costiera del miglio d’oro, non potevano non provocare nell’Ottocento l’interesse per Resina
dell’emergente borghesia. Così i possidenti, gli uomini di cultura, i medici, gli scienziati, i professionisti di-grido, punte avanzate della borghesia benestante, cominciarono a costruire le loro residenze estive in una zona compresa tra i dintorni del
santuario di Pugliano e le prime falde del Vesuvio. Sorsero così Villa Irene “, Villa Raja 12, Villa Falco, Villa Cassitto, Villa Cantani l3 e Villa Coppola: in esse gli scienziati, i poeti, i letterati, gli avvocati potevano trovare risposo alle loro membra e conforto per il loro spirito.

Preceduto da tanti illustri precursori, non c’è da farsi meraviglia che anche D’Annunzio approdasse in questo angolo di mondo benedetto da Dio e fornito dalla natura dei più singolari requisiti che mente umana possa immaginare.
Venuto a Napoli nel 1891 come collaboratore de Il Mattino, il giornale fondato da Scarfoglio e da Matilde Serao, il poeta abruzzese non mancò di stabilirsi qualche tempo dopo nella nostra Resina, dove avrebbe potuto trascorrere nella più perfetta quiete le sue vigiliae letterarie. Renata-foto

Ma la fama di cui già godeva allora nel mondo letterario fece sì che la sua presenza fosse continuamente richiesta nei salotti delle ville patrizie, che sorgevano numerose a Resina e nei paesi vicini.
Proprio a uno di questi incontri fa riferimento il marchese De Felice in un articolo su Bartolo Longo pubblicato sul Corriere d’Italia del 17 luglio 1926, da cui stralciamo appena qualche brano: << In una di quelle feste civili, mentre sedevamo  a mensa, giunse Gabriele D’Annunzio, che era stato invitato,  ma non aveva potuto desinare con noi. Era già illustre, comeché si tratti di più che trent’anni orsono; e tutti lo accogliemmo affettuosamente. Egli era a passar l’estate a Resina, amena cittadina vesuviana, nella villa D’Amelio, su quella via che si chiama dei Pini d’Arena; e li andai a raggiungerlo, fermandovi per tutto un giorno nel più alto e fraterno conversare .. ».

Perciò, neanche all’ombra del Vesuvio, la sua natura vulcanica gli permise di riposare. Resina fu, infatti, testimone del suo amore per la principessa Maria Gravina Cruylas di Ramacca, sposa dal conte Anguissola di S. Damiano, il quale non vide affatto di buon occhio il legame tra la moglie e il poeta abruzzese.

Nella nostra cittadina, dunque, D’Annunzio trascorse solo momenti densi di preoccupazioni dovuti alla gravidanza della Gravina, alla nascita di Renata (Cicciuzza familiarmente; Sirenetta poeticamente), alla malattia della piccola di cui parlò nel Notturno, al  processo di adulterio (intentato dal conte Anguissola e conclusosi in Corte d’Appello con la condanna dei due amanti a cinque mesi di carcere, non scontati per sopraggiunta amnistia), ai debiti, al sequestro dei suoi oggetti d’arte, infine, alla paresi nervosa alle braccia della Gravina nell’apprendere la  sua prossima partenza da Resina, partenza che ebbe luogo nel dicembre del 1893, allorché il poeta si procurò il denaro necessario.

Tutti i documenti ed episodi inediti sul soggiorno dell’abruzzese a Ottaviano e a Resina sono forniti da un prezioso epistolario tra il D’Annunzio ed il suo traduttore ed amico francese Hérèlle. Si tratta di un epistolario il cui contenuto fu riassunto in una serie di articoli pubblicati su Il Mattino da Gianni Infusino nel 1974.
Da quegli articoli ricaviamo la conferma che il soggiorno resinese di Gabriele D’Annunzio fu movimentato dalla causa per adulterio intentatagli contro dal conte Ariguissola, dalla vita di stenti, dagli isterismi di Maria Gravina, dai difficili rapporti con gli editori che sistematicamente gli rifiutavano acconti sul venduto. La corrispondenza tra D’Annunzio ed Hérèlle fu intensa negli anni del soggiorno napoletano. Le lettere del poeta sono datate << Corso Umberto n. 9 – Napoli >> o Villa Isabella »
oppure <( Palazzo dei Medici – Ottajano D, località, quest’ultima, nella quale D’Annunzio e la Gravina si rifugiarono il 4 per sfuggire alle persecuzioni di Anguissola. 

Queste lettere sono conservate ora nella sala manoscritti della biblioteca di Troyes in Francia, dove furono raccolte e pubblicate in un volume nel 1946 da Guy Tosi per le edizioni Denoel, mentre in Italia nessun editore ha ritenuto finora di adottare iniziative del genere.
Tra le suddette lettere, Infusino riporta su Il Mattino del 20 luglio 1974, pag. 3, quella con la quale il poeta abruzzese annunciò all’amico da Pescara la morte del padre. La lettera è del 19 giugno 1893.
Quando tornò a Resina, D’Anunzio fece di tutto per ritrovare la tranquillità e cominciò a lavorare alacremente per terminare il suo Trionfo.
La parentesi napoletana della sua vita volgeva però al termine. Nel dicembre del 1893 il poeta lasciò definitivamente Resina e Napoli e riparò a Pescara per riordinare la sua situazione , mentre la Gravina e la figlia si recarono a Roma dove presero alloggio in una casa di via Nazionale.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La processione del Cristo Risorto dal 1500 ad oggi.
aprile 19, 2014
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Le statue del Cristo Risorto e della Madonna del Rosario sono state, per la Città di Ercolano, sempre un elemento di importante culto religioso, tanto venerate ieri, quanto dimenticate oggi.

In un clima di perpetuo abbandono sociale, la voglia di recuperare la storia attraverso la meditazione religiosa, diventa per i “fratelli” dell’Arciconfraternita della SS. Trinità di Pugliano (Ercolano), uno dei punti cardini dell’impegno dei fedeli, diretti dal superiore responsabile del governo Luigi de Martinis, coadiuvato da Francesco De Biase, Francesco Iengo e Pasquale Sannino, membri dell’amministrazione dell’Arciconfraternita.

“La città di Ercolano ” precisa De Biase, è famosa non solo per la storia archeologica, rappresentata dal Vesuvio, gli scavi o le Ville Vesuviane, elementi di alto prestigio culturale, ma anche per il valore delle nostre chiese, quali la Basilica di S. Maria a Pugliano, oppure S. Caterina, o la Chiesa del Pilar, strutture monumentali che accolgono affreschi ed oggetti di importante valore storico, basti pensare che proprio l’Arciconfraternita è custode di alcuni elementi del 1500 che venivano usate in importanti processioni storiche. Ecco, con questo spirito, precisa Ciro Santoro, presidente dell’Associazione Ercolano Viva, bisogna riaccendere i riflettori in una città che è “morta” per colpa della mancanza di aggregazione, sviluppando un turismo che faccia bene direttamente alla città.

Infatti, inverosimilmente, la cittadina Vesuviana non trae alcun vantaggio economico diretto dai siti archeologici, dalle Ville o dal Vesuvio, che sono gestiti da società per lo più extraterritoriali, mentre sostiene i costi di gestione del turismo “tocca e fuggi”.
Il recupero di una processione storica si ricollega alla necessità di un territorio di riappropriarsi delle proprie tradizioni, per farle conoscere ai posteri, in quelle vesti che in tanti hanno dimenticato, quindi ha l’obiettivo di tramandare la memoria della città vesuviana non solo attraverso il racconto, ma anche con la rievocazione di un momento importante per i cittadini, cioè la Pasqua.

L’ intento è quello di riportare Ercolano all’attenzione dei media, non solo per i fatti di cronaca nera …

Nel 1600 attraverso alcuni atti del Card. Gesualdo, si dichiarava che “le festività pasquali facevano affluire a Pugliano e dal Napoletano numerosi fedeli, e che, il Sabato Santo, si portava in processione la statua di Cristo Risorto”, e dal 1952 si è tentato di recuperare questa storica cerimonia, … perchè non trasformare, oggi, un momento religioso in un importante occasione di rivalutazione-turistico sociale di questa città?

In un contesto storico di grande crisi economica, l’organizzazione entusiastica di un evento religioso, afferma Lino Vitiello, ex assessore Cultura ed Eventi della città vesuviana, restituisce ai cittadini una piccola speranza di rinascita, che se giustamente supportata da un’amministrazione più presente, nel tempo potrebbe condurre allo sviluppo di un filone di turismo religioso.

L’appuntamento, per ammirare e partecipare a questa splendida manifestazione, è per il 20 Aprile alle ore 18, nella splendida e storica cornice di Piazza Pugliano, dove, in presenza dell’Amministrazione comunale, verranno deposti fiori in omaggio all’effigie sacra, e da dove l’evento partirà in processione per le vie cittadine. Nel caso di avverse condizioni meteorologiche, la manifestazione verrà rinviata alla domenica successiva, nella speranza di condividere questo momento non solo di fede, ma anche di aggregazione cittadina.

Notizie scaricate da http://www.disagrainfesta.it/campania/2014/processione-cristo-risorto-dal-1500-ritorno-tradizione-ercolano-napoli/

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Alfonso Negro, campione nello sport e nella vita.
aprile 17, 2014
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Alfonso Negro: un nome che evoca mille episodi, mille immagini e altrettanti ricordi; una vita vissuta da protagonista nei campi dello sport, della professione medica e dell’ amministrazione della cosa pubblica; un curriculum che
ben pochi possono vantare.
Il nostro personaggio cominciò a farsi notare dalle folle del Sud nel 1934 allorché, diciannovenne centravanti del Catanzaro, risultò con 27 goals il “capocannoniere” del campionato calcistico di Serie B.
Le sue doti di fromboliere scelto non sfuggirono agli attenti osservatori della  massima divisione, tra i quali gli inviati della Fiorentina che – seguendo le direttive del loro Presidente, l’indimenticabile marchese Ridolfi – si affrettarono ad acquistarlo per la cifra, allora ritenuta folle, di 40 mila lire.

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A Firenze il giovane attaccante visse gli anni più belli della sua vita. Stimato dai compagni e rispettato dagli avversari, si fece  particolarmente apprezzare per il suo gioco vigoroso e incisivo. È di quel periodo, infatti, l’amicizia con i più celebrati campioni dell’epoca: da Meazza a Piola, da Ferraris ad Orsi, da Monzeglio ad Andreolo.
Il magic moment della sua carriera coincise con il trionfo della squadra azzurra alle Olimpiadi di Berlino. Chiamato dal commissario tecnico Vittorio Pozzo a far parte della rappresentativa nazionale, Negro segnò un memorabile goal nella partita di semifinale contro la Norvegia. Ricordiamo i protagonisti di quell’ esaltante impresa: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Negro.
Il nostro olimpionico, al pari degli altri trionfatori di Berlino, ebbe accoglienze entusiastiche in Italia: tra l’altro, fu ricevuto dal capo del governo ed insignito di medaglia d’oro.
Nella stagione 1938 – 39 passò a Napoli, dove trovò un altro giocatore di purissima classe, quell’Italo Romagnoli col quale i dirigenti partenopei speravano di formare un’ irresistibile coppia di attacco. Ecco lo schieramento di quell’anno: Sentimenti II, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Nel 1940, anno della laurea in medicina, fu costretto ad interrompere l’attività agonistica. In Europa infuriava la guerra e l’Italia, che fino a quel momento era rimasta fuori della mischia, fu a sua volta risucchiata nell’immane conflitto.
Inviato sul fronte greco-albanese col grado di tenente medico, prima nel 37° Battaglione mortai della Divisione Modena e poi negli ospedali da campo n.
209 di Gianina (Albania) e n. 316 di Atene, seppe farsi valere per le sue qualità professionali non disgiunte da una forte carica di simpatia.
Gli anni trascorsi in Grecia rivelarono le sue eccellenti capacità organizzative: invitato dal comando supremo delle truppe di occupazione ad allestire manifestazioni sportive per i soldati, organizzò un incontro di rappresentative tra l’Italia e la Germania (match conclusosi con la vittoria della prima per 4-0) e una piccola olimpiade nella culla stessa degli antichi giochi, Olimpia.
Dall’ ottobre 1943 esercitò la professione in piazza S. Maria degli Angeli, a Pizzofalcone, tra difficoltà di ogni genere. Ancora giovane, aveva appeso le classiche scarpette al chiodo, e gli anni dei trionfi sportivi sembravano, ahimé, così lontani.
Ma c’era chi si ricordava ancora di lui. II caso volle che due laureandi in medicina di Resina, Domenico Cataldo e Gaetano Russo (futuro consigliere provinciale), avendolo incontrato nel Policlinico di Napoli, gli proposero l’incarico di allenatore-giocatore dell’Ercolanese, promettendogli in cambio molte visite mediche nei propri ambulatori.
Il Negro accettò. Lo studio che aveva allestito in piazza S. Maria degli Angeli non rendeva nulla per il semplice fatto che a Napoli, nei primi mesi del 1944, non c’era quasi nessun civile, essendo ancora tutti rifugiati nelle campagne o sui monti, con l’eco delle cannonate che tedeschi ed Alleati si scambiavano da Montelungo a Cassino.
La sede dell’Ercolanese si trovava di fronte alla Casa Comunale: le stanze con un’ unica porta sgangherata, qualche sedia, una scrivania traballante. Presidente della società era il produttore di scarpe Andrea Amalfitano, coadiuvato da Aniello Calcagno e Gioacchino Fabbrocino, quest’ultimo svolgente le funzioni di direttore tecnico.
Con Alfonso Negro la nostra squadra vinse tutto quello che c’era da vincere in Campania. Tra i tanti successi resta indimenticabile, soprattutto, la conquista del primo titolo di campione regionale di Prima Divisione, sul campo neutro di Pomigliano, contro l’Avellino. Si era mossa tutta la città con in testa il sindaco Formicola, il Consiglio Comunale al completo, la nobildonna Scaramellini persino don Giuseppe Matrone, futuro parroco di S. Maria a Pugliano.

Mancavano due (diconsi due) secondi alla fine della partita, che era ferma sul risultato di parità, quando il dottore Negro, poco più che trentenne, infilò rete avversaria con un fortissimo tiro da trenta metri.
La sera a Resina fu festa grande. Quando l’allenatore-giocatore della squadra vittoriosa, in piedi su un vecchio Dodge residuato di guerra, apparve parte della reggia di Portici, venne strappato a vi va forza da quello scomodo mezzo di trasporto e portato in trionfo fino alla sede sportiva, dove giunse praticamente in mutande, essendogli stati strappati gli altri indumenti dalla folla in delirio.
Dalla stagione 1945-46 l’Ercolanese vinse per ben tre volte sia il proprio girone sia il corrispettivo titolo di campione regionale, l’ultimo dei quali fu aspramente conteso al Benevento, ancora sul campo neutro di Pomigliano.
I meno giovani ricordano con gratitudine l’opera di Negro e i nomi dei giocatori che fecero grande la rappresentativa cittadina, particolarmente di quelli in forza alla squadra nel 1951-52: Guardavaccaro (un portiere dal calcio di rimessa poderoso, tanto che divenne proverbiale l’incitamento: “Michè, va’ p”a porta! “), Leopardi, Volpini, Diani (biondo ed aitante mediano, dal gioco elegante
e dalla rimessa laterale lunghissima), Barbieri (stopper fortissimo nel gioco aereo, capace di saltare sempre una spanna in più dell’attaccante che gli toccava marcare), Angrisani, Vitale, De Maria, Romagnoli (10 stesso giocatore che con Negro aveva fatto coppia nell’attacco del Napoli, celebre per le sue spettacolari “sforbiciate”), Criscuolo (cursore come pochi, autentico motorino)
e Liguori (un’ala sinistra di cui si è perso lo stampo, guizzante, velocissimo, imprendibile, vera lama puntata nel cuore delle difese avversarie).
Questo entusiasmo genuino, che era anche un modo di canalizzare le frustrazioni dovute alla guerra e alle sue funeste conseguenze, si inseriva d’altra parte nel generale clima di euforia per le vicende del massimo campionato di calcio, che vedeva primeggiare squadre ricche di attaccanti famosi, soprattutto stranieri, il cui costo non era neanche lontanamente paragonabile a quello dei nostri giorni, sia pure considerando la svalutazione della moneta.
La messe di realizzazioni domenicali era così abbondante che qualcuno arrivò a suggerire l’immagine di un “romanzo-western”, in cui gli estremi difensori finivano settimanalmente impallinati da una grandinata di palloni, tutti imparabili. Se a narrare questi eventi ci si metteva infatti un giornalista  scrittore come Bruno Roghi, o un radiocronista estroso come Nicolò Carosio, allora ti sentivi proiettato di colpo al settimo cielo. Era una girandola scoppiettante di “invenzioni” e di “trovate”, una più pirotecnica dell’ altra, quella che scaturiva dai loro cappelli a cilindro di maghi della penna e della parola, per cui l’interi sta Wilkes veni va descritto come “attaccante che dribbla la sua ombra nello spazio di uno zecchino”; e Praest, ala sinistra della Juventus, era paragonato ad un classico “che pensa da tecnico e realizza da artista”; per non parlare di Gren, Nordhal e Liedholm, definiti “un trio jazzistico nella musica del goal”.
Il 1952 segnò una svolta importante nella vita di Alfonso Negro. Su invito del sindaco Ciro Buonaiuto, presentò la sua candidatura al Consiglio Comunale di Resina, risultando eletto con moltissimi suffragi nel partito democratico cristiano.

Già calciatore di fama nazionale, medico di provate capacità, amministratore oculato e disinteressato, l’ex olimpionico di Berlino era anche un uomo entusiasta, ricco di aspirazioni e di interessi culturali. Qui lo vediamo, sua qualità di rappresentante del Comune, alla Festa dell’albero, tenutasi nel parco di una delle tante ville zona turistica della nostra città.
Amministratore oculato e disinteressato, ricoprì più volte – fino al 1975 carica di assessore anziano, legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Resina ottenne il nuovo stadio, il consulto familiare e il sospirato cambio di denominazione in Ercolano (per il quella sua qualità di assessore allo sport e turismo, lesse la relazione introduttiva nella storica tornata del 21 ottobre 1967).
Ma, quel che più conta, diede un contributo pressoché decisivo alla Valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, favorendo la costituzione dell’Ente Ville Vesuviane del Settecento, di cui fu vice-presidente dal 1971se oggi la vanvitelliana villa Campolieto può offrire al mondo la visione di capolavoro finalmente restaurato di ciò si deve ringraziare non poco Alfonso Negro, che seppe operare in un ambiente non sempre sensibile ai valori della cultura, oltre che superare ostacoli di varia natura.

Il presente articolo è tratto dalla pubblicazione PROFILI ERCOLANESI di Ciro Parisi, concesso dalla Biblioteca Comunale “G. Buonajuto” di Ercolano.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La terribile alluvione del 21.09.1911
aprile 13, 2014
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I danni del maltempo. – Durante l’altra notte a Varese, si scatenò un violento temporale che allagó in. diversi punti, la città. Gravissimi danni si constatarono neiadintornia specie in Valle Olona, a Robarello, in Val. Ganna ove la Varese-Luino à interrotta in vari punti.
Le officine elettriche di Sant’Ambrogio rimasero allagate, ma senza conseguenze. Maggiori furono i danni alla stazione di Valle Olona, dove l’acqua uscita dal letto dell’Olona sorpassò il livello del ponte e inváse i prati, raggiungendo il livello di un metro e mezzo, determinando il crollo di terrazze ed altri incidenti.
. Il paese di Porto Seresto venne completame,ate allagato, Fra Sondrio e Morbegno la ferrovia venne interrotta per una ventina di metri. Fortunatamente non si devono deplorare vittime umane, In seguito a nuove pioggie altri danni si sono verificati a Porlezza.
Il torrente Rezzo si è riversato sulla .strada provinciale e si è scaricato nel lago abbattendo il muro frontale della strada provinciale.
Si teme l’ostruzione del ponte. La truppa lavora a riparare la strada.
La stazione di Porlezza è allagata. Il servizio dei treni ò mantenuto fino al cancello estremo della stazione.
Il maltempo ha pure infuriato nella stessa notte a Napoli e dintorni.
Dalle notizie pervenute fino ad iersera si apprendo che i danni prodotti a San Giovanni a Teduccio, a Portici e soprattutto a Resina sono gravissimi. alluvione piccola
La viabilità à completamente interrotta da valanghe di fango, che raggiungono quasi l’altezza dei fanali.
Varie case sono crollate, altre sono pericolanti.
Moltissimi pianterreni sono interrati; le masserizie sono andate completamente distrutte. Le condotture dell’acqua, del gas e della luce sono rotte in diVersi punti.
Sono stati presi i più urgenti provvedimenti.
A Torre del Greco sono maggiormente danneggiate le vie XX Settembre e Nazionale e Vico Fiorillo, dove sono crollate due case, senza vittime.
In via Umberto è sprofondato il cortile del palazzo Scognamillo.
È perita una bambina di 5 anni.
Sono state costituite diverse squadre di soccorso.
In seguito all’alluvione, si è verificato un avvallamento sulla strada terrata a qualche chilometro dalla stazione di Torre del Greco, per cui il passaggio dei treni è interrotto.
Si sono soppressi guindi i treni in partenza per Castellammare di Stabia e Gragnano.
Ulteriori notizie apprendono che a Resina sono stati trovati quattro cadaveri, ma si teme che altre vittime siano sotto le macerie di
alcune case crollate.
A Torre del Greco si deplorano due vittime e due scomparsi sulla strada di Bella Vista, che è ridotta in modo irriconoscibile. E crollata dalle fondamenta la villa Fucile, edificata in parte su un vecchio pozzo. Gli abitanti per fortuna hanno potuto mettersi in salvo mentre la villa crollava con grande fragore.
Il  prefetto, comm. Ferri, parti subito per i luoghi del disastro, si reco a presenziare i lavori di salvataggio e a distribuire i primi sussidi ai colpiti dalla alluvione.
Al Capo di Posillipo si è avuto uno sprofondamento stradale per una estensione di 500 metri.
Sono stati constatati gravi danni anche a Boscoreale ed a San Giovanni a Teduccio, ove le strade sono completamente ingombre ed è interrotto il servizio tramviario.

 A seguito di quel terribile evento atmosferico che causò all’epoca nella zona del vesuviano danni per 5 miliardi di lire, una cifra sbalortiva per quei tempi, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, che intervenne sul posto pochi giorni dopo, assegnò a questi eroi l’onoreficenza al valor civile :

Migliardi Antonio, maresciallo dei RR. carabinieri – Guarino Raffaele, vice brigadiere id., 11 21 settembre 1911, in Resina, (Napoli), in occasione di iin violento nubifragio, davanó prova di grande coraggio e salvando  col concordo di altri animosi, e con evidente loro pericolo – numerose, persone, minacciate nelle loro abitazioni, invase dalla corrente d’acqua e di fango.

Romanó Mario, studente il 21 settembre 1911, in Resina (Napoli), in occasione di un violento nubifragio, prestavasi coraggiosamente per venire in aiuto a persone in pericolo, rimanendo vittima del suo generoso ardimento, perchè travolto  dalla impetuosa corrente di acqúa e di fango.

Di Fraía Franceseo, carabiniere – Lauri Parise, id. – Iavarone Biagio, id. aggiunto – Bulfone Giovanni, id. id. – Iardino Giusseppe, guardia municipale – D’Antonio Ciro, id. – Incoronato asquale, id. — Imperato Carmine ,- Pastore Natale  appuntato – Gallo Antonio, carabiniere, il 21 settembre 1911, in Resina (Napòli), in occasione di un violento nubifragio prestavano opera coraggiosa con evidente loro pericolo, nel salvamento di persone minacciate nelle loro abitazioni dalla corrente di acqua e di fango.

 

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Resina ed il mito della Sirena per i Resinesi
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La Sirena bifida è stata sullo stemma ufficiale del Comune di Resina, fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

A proposito della Sirena che costituiva l’elemento più decorativo della fontana borbonica, occorre ricordare che quella figura è un elemento ricorrente della iconografia di Resina e di molte contrade della fascia costiera napoletana.

sirena1Infatti, proprio all’ingresso del favoloso golfo di Napoli, tra Capri e Sorrento, gli antichi collocarono la dimora di quei mitici personaggi femminili. Licofrone, poeta del I11 sec. a.C., ed altri ancora affermano che le tre sirene Partenope, Leucosia e Ligea (figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene) entrarono nel mito, seducendo con il loro canto gli sfortunati navigatori che si avventuravano nei pressi della loro dimora marina.
La leggenda narra che, non avendo Ulisse ceduto alle loro lusinghe, le tre Sirene si precipitarono in fondo al mare; ma solo Leucosia e Ligea perirono, in quanto la più fortunata Partenope fu rigettata dalle onde sui nostri lidi.

I napoletani la raccolsero, le composero un sepolcro e le intitolarono la città, e da allora Napoli si chiamò Partenope o terra delle Sirene.
Questo rapporto privilegiato tra le Sirene e le località che si specchiano nelle azzurre acque del golfo di Napoli è stato cantato in ogni tempo da artisti, poeti e letterati ed è presente in modo particolare nelle pagine di Giovanni Pontano.
Nelle ecloghe dell’umanista napoletano tale legame si trasforma in una sorta di simbiosi poetica e le contrade napoletane finiscono addirittura per identificarsi nell’immagine stessa di quelle affascinanti creature.

La prima di queste ecloghe descrive le nozze del dio fluviale Sebeto con la ninfa Partenope, ai quali fanno festa e recano doni processionalmente sette cortei di divinità agresti e fluviali della regione napoletana. In un boschetto del suburbio, Hacrone e Lepidina, giovani sposi contadini che attendono la nascita del loro primo figlio, si riposano perché stanchi del lungo cammino e del peso dei doni che portano alla ninfa.

In quell’oasi di pace attendono che giunga e sfili davanti a loro la successione dei sette cortei. Ed ecco, giunge la prima schiera: maschi e femmine che vengono dalla campagna e che con canto alterno esaltano il dio e la ninfa e celebrano le delizie dell’amore.
Viene poi dal mare il secondo corteo: le Neueidi. Lepidina e Macrone commentano alternamente la sfilata.

La prima nereide è Posillipo, cerula e incoronata di edera; segue Mergellina, che procede blandamente con candidi piedi ignudi, e poi Sarnite, la cacciatrice; e Resina dal candidissimo seno, ed Heracle ‘ricca di coralli e di miele’, e Capri, che da un lato ha Equana e dall’altro Amalfi, famosa domatrice di ostriche e di ricci marini.
Come si vede, Resina è qui fantasticamente trasfigurata in un mitico personaggio muliebre dimorante nelle acque del golfo partenopeo, ed è questo forse il motivo per il quale qualcuno ha voluto ricavare l’origine del nome di Resina dalla parola Sirena, di cui costituisce I’anagramma oppure la metatesi.
Ma, come si è già detto, la figura della Sirena è un elemento ricorrente della iconografia di Resina, anche indipendentemente dalle suggestioni poetiche o dai giuochi di parole, ed è più volte effigiata nei monumenti, nei dipinti e negli stemmi della nostra città.
Abbiamo già parlato nel precedente capitolo della sirena di marmo che ornava la fontana borbonica; accenneremo qui ai luoghi in cui appare ancora la figura della sirena.
Nella cappella dello Spirito Santo della chiesa di Pugliano c’è la già citata pala d’altare dedicata a S. Veneranda.

In quel dipinto la Santa stringe nella mano sinistra uno stemma, in cui è raffigurata una sirena, il simbolo stesso del Comune di Resina.
La figura di una sirena è scolpita su una Campana del campanile di Pugliano.
Due sirene sono scolpite nel marmo dell’altare dedicato alla Natività (ora cappella di S. Anna), nella chiesa di Pugliano.
L’altare fu fatto costruire dal Comune di Resina come ex-voto.
Infine, una sirena figurava sullo stemma ufficiale del Comune di Resina fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

Lo stemma in marmo della sirena è ancora visibile sul frontespizio della casa comunale.

Da ricordare che il nuovo simbolo del Comune di Ercolano è la figura dell’Ercole Farnese.

dal libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ercolanesi da ricordare : Adriano Tilgher
aprile 8, 2014
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L’istituto superiore presente ad Ercolano, è intitolato ad un cittadino ercolanese illustre, Adriano Tilgher, ma  ben poco si conosce della sua storia e attività professionale.

Grazie la lettura del libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”, si è potuto conosce qualcosa in più di questo nostro concittadino.

Adriano Tilgher, il più acuto e geniale studioso del teatro di Pirandello e uno dei più grandi critici letterari d’Italia nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, nacque a Resina nel 1887.
Fin dagli anni del ginnasio, egli mostrò una spiccata tendenza per gli studi filosoiici. Appena quindicenne, infatti, egli recensì il discusso volume di Cesare Lombroso Genio e follia in un saggio che lo stesso Lombroso ebbe a lodare. Ma l’interesse
del giovane Tilgher era rivolto anche verso la lettura delle più famose opere letterarie straniere, che egli leggeva nella stesura originale.
Laureatosi in giurisprudenza, entrò subito dopo nella carriera delle biblioteche. Andò prima a Torino e poi a Roma, che fu la sua dimora definitiva. Qui attirò ben presto l’attenzione degli studiosi di filosofia con i suoi primi scritti, che nel 1911 furono raccolti nel volume Arte, conoscenza e realtà.
Collaborava già a varie riviste filosofiche, tra cui Italia nostra di Cesare De Lollis, ma cominciò ad essere più largamente conosciuto quando iu invitato dal senatore Frassati a diventare collaboratore de La Stampa: sul giornale torinese egli pubblicò elzeviri e saggi di indole sociale, << nei quali egli riversò il suo pessimismo apocalittico sul domani della nostra società e del mondo ». I1 suo nome divenne, infine, popolare, citando Giovanni Amendola gli offrì la critica drammatica nel suo quotidiano Il Mondo.
In seguito, la sua collaborazione in riviste e giornali, tra cui Il Tempo, fu molto larga. Il suo temperamento versatilissimo e lo sfolgorante ingegno gli permettevano di imposessarsi delle materie più diverse, che egli sistemava mirabilmente dentro schemi filosofici.
Su questo terreno, artistico e concettuale, avvenne l’incontro col teatro di Pirandello, di cui Tilgher diede un’interpretazione molto personale, legata alle teorie del relativismo, che egli fu il primo ad approfondire e a diffondere in Italia nei seguenti saggi: Relativisti contemporanei, Filosofia delle morali e Casualismo critico.
Il dramma di Pirandello consisteva, secondo Tilgher, nel << vedersi vivere », cioè nell’uscire da se stessi per guardarsi dal di fuori con gli occhi degli altri e considerare il contrasto che esiste tra la nostra realtà e la nostra maschera. I personaggi
del teatro di Pirandello sono « maschere nude », prive cioè di una vera realtà che persista al di fuori delle apparenze, e dimostrano che la vera realtà dello spirito, ammesso che ci sia, non si conosce mai. Il dramma dei personaggi rappresenta,
dunque, la crisi della fede tradizionale in un mondo dominato da interessi e da istinti che provocano la totale incomprensione tra gli esseri umani.
Nonostante il dissidio latente che la gelosia dei giovani commediografi cercava di alimentare tra il grande siciliano e il suo maggiore critico ed esegeta, lo stesso Pirandello riconobbe a Tilgher il merito di avere spiegato al pubblico << I’essenza
e il carattere >> del suo teatro. Infatti, rispondendo a una lettera di Tilgher, il famoso scrittore siciliano così si esprimeva:
<< Roma 20.6.1923. Mio caro Tilgher, potete immaginare come e quanto io sia lieto della traduzione in francese dello studio mirabile che nel vostro libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non avrei nessunissima difficoltà di dichiarare
pubblicamente tutta la riconoscenza che vi debbo per il bene inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto: quello di chiarire, in una maniera che si può dire perfetta, davanti al pubblico e alla critica che mi osteggiano in tutti i modi, non
solo l’essenza ed il carattere del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio, che non ha fine, del mio spirito ».
L’epistolario tra Pirandello e Tilgher rappresenta un capitolo a parte nella storia della nostra letteratura e indica il grado di profonda stima che legava i due scrittori ad onta dei pettegolezzi degli altri che cercavano di dividerli.
Altre due lettere del 1924 e del 1925 parlavano del nuovo teatro che Pirandello avrebbe diretto ed invitavano Tilgher  a sostenere questa impresa:
<< 6 aprile 1925 … Ho bisogno dell’aiuto di tutti gli amici dell’arte, per sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere
l’apatia e l’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di controveleno per immunizzarlo dallo scetticismo, dalle facili ironie con cui lo smontano i troppi che ci danno guerra … ».
Ma, oltre che per l’opera di Pirandello, Tilgher ebbe interessi di varia letteratura.
La sua doviziosa e pregevole produzione trattò, infatti, i più svariati argomenti con una competenza rara ed uno stile personalissimo.
Ecco solo alcuni dei suoi saggi più noti: Teoria del pragmatismo trascendentale.Dottrina della conoscenza e della volontà (1915); Filosofi antichi (1921);
La crisi mondiale e saggi critici di marxismo socialismo (1921); Voci del tempo. Profili di letterati e filosofi contemporanei(1921);
Studi sul teatro contemporaneo (1923); Ricognizioni. Profili di scrittori e movimenti spirituali contemporanei italiani (1924);
La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo(1925); La visione greca della vita (1926); Storia e antistoria (1928);
Saggi di etica e di filosofia del diritto (1928); Homo faber. Storia del concetto di lavoro nella civiltà occidentale e analisi filosofica di concetti affini (1929);
La poesia dialettale napoletana 1880-1930 (1930);  Julien Benda e il problema del « Tradimento dei chierici » (1930);
Teoria generale dell’attività artistica. Studi critici sull’estetica contemporanea (1931); Studi di poetica (1934); Studi sull’estetica di De Sanctis (1935);
Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (1937); Filosofia delle morali. Studio sulle forze, le forme, gli stili della vita
morale (1937); La filosofia di Leopardi (1940).
Era una produzione che si sarebbe certamente vieppiù arricchita se non fosse giunta precocemente la morte a sottrarlo
all’ammirazione degli amici e alle cure amorose della moglie Livia, che gli fu sempre vicina in tutti i frangenti della
vita.
Ammalatosi di fegato, quando aveva appena toccato la cinquantina, Tilgher morì la mattina del 2 novembre del 1941.
Ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne le elevate doti di ingegno.
In particolare, è da citare Liliana Scalero, che recensì con lunghi articoli i volumi filosofici di Tilgher, della maggior parte dei quali curò la ristampa, corredando ciascuno di essi di un’ampia e dotta prefazione. Quanto alle cronache teatrali del Nostro,
esse furono raccolte in un volume da Sandro D’Amico per le Collane del Teatro Stabile di Genova.
Infine, per i tipi delle << Edizioni del Delfino >>, Livia Tilgher ha pubblicato nel 1978 un opuscolo, Adriano Tilgher: com’era, in cui la moglie del nostro critico rievoca i momenti più significativi della vita di Adriano.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ciro Buonajuto il sindaco della rinascita
aprile 2, 2014
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Resina, 23 novembre 1957Resina, 23 novembre 1957

Ciro Buonajuto nasce a Resina il 27 gennaio 1906, frequenta nella Napoli degli anni Venti il liceo classico “Garibaldi”, noto allora per severità degli studi, che raccoglieva i giovani della Provincia di Napoli più inclini e capaci nelle materie umanistiche, molti dei quali segneranno la storia civile della prima Repubblica: tra i tanti, Giovanni Leone, che di Ciro Buonajuto fu amico e collega. Conseguita nel 1929, col massimo dei voti e la lode, la laurea in giurisprudenza presso l’Università’ di Napoli, fu nello studio dello zio materno che ha i primi contatti con la pratica legale, apprendendo i rudimenti di quell’arte oratoria che, misurata e trascinante allo stesso tempo, gli fa’ presto guadagnare la generale simpatia degli ascoltatori e lo accompagnerà per tutta la sua intensa vita professionale. Nel 1930 vince il concorso per l’accesso alle avvocature ed inaugura il suo primo studio legale in Resina, al Corso Ercolano, poi, anche a Napoli, alla Via dei Mille n.47, facendosi presto apprezzare per il rigore della condotta e la qualità di giurista.

Richiamato alle armi nel 1941 e congedato con i gradi di maggiore e la croce al merito di guerra, Ciro Buonajuto continua, nel dopoguerra, la sua professione di avvocato, che gli conferì una notorietà nazionale. coniugandola a quella dell’uomo politico. Egli, infatti, è coinvolto nell’appassionato dibattito sull’assetto istituzionale della Repubblica voluta dai Costituenti e sulla sua collocazione internazionale nella difficile stagione della “guerra fredda”. Il suo impegno sociale e professionale lo ha portato a diventare uno dei padri della democrazia nei Comuni vesuviani. Egli, ha contribuito da protagonista alla ricostruzione morale e civile della Nazione ed alla sua grande ripresa economica. Tra le alte cariche ricoperte, sul territorio, si ricorda quella di commissario per gli alloggi e, poi, segretario della Democrazia Cristiana, Sindaco di Ercolano.

Durante il suo impegno politico la città di Resina cambio la propria denominazione in Ercolano, perchè come lui scrive “non per un nostalgico mutamento di nome, ma perche’ Resina aveva esaurito il suo ruolo di reggente e depositaria di antiche glorie, ed era giusto e legittimo che restituisse ad Ercolano quello che era stato sempre di Ercolano, il diritto al nome e al certificato di nascita”. L’Avv. Ciro Buonajuto, grazie alle sue qualità professionali, ha patrocinato in tutta Italia, affascinando i Giudicanti ed il colleghi per la sua onestà, l’umiltà e austerità dei costumi. Oratore forbito e coltissimo, che, pur affidandosi all’eloquenza non intendeva correre i rischi della cattiva retorica, Egli riteneva che la professione di avvocato deve essere finalizzata esclusivamente alla crescita sociale attraverso la legalità e soprattutto la giustizia. Ciro Buonajuto si spegne all’improvviso nel suo studio di Ercolano, l’8 gennaio 1986, tra le sue carte ed i suoi fascicoli, nel mentre adempiva i propri doveri di avvocato: lasciando ai figli Renato ed Antonio il testimone di una vita professionale e civile intensa e corretta. Della sua attività di professionista di altri tempi, circondato da stima e rispetto generali, rimane una deliberazione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e dei procuratori di Napoli che, in data 20 dicembre 1983, offrì all’Avvocato Ciro Buonajuto una medaglia d’ oro, in ricordo della sua lunga carriera professionale nella quale si distinse per competenza, probità e attaccamento alla toga. Il ricordo di Ciro Buonajuto è ancora vivo tra quanti lo conobbero e ne compresero la saggezza dei comportamenti e il progetto politico.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Scuola elementare “F. GIAMPAGLIA”: con TRINITY conosci l’inglese
aprile 1, 2014
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La professoressa Giovanna Tavani con il professor Michael Cross del Trinity College di LondraLa professoressa Giovanna Tavani con il professor Michael Cross del Trinity College di Londra

Ercolano, lunedì 31 marzo 2014

Oggi mi sono recato presso la Scuola elementare “F. Giampaglia” di Via Semmola. Avevo appuntamento con la dottoressa Elisabetta Pugliese di Poste Italiane che iniziava un corso sul collezionismo filatelico, argomento del quale parlerò in un prossimo articolo.

Dopo averla incontrata e salutata nella classe che le era stata assegnata sono stato ricevuto dalla Dirigente Scolastica Professoressa Giovanna TAVANI. Con lei ho avuto un proficuo scambio di opinioni sul ruolo, la difficoltà e la realtà di una scuola moderna che vive quotidianamente a contatto e deve commisurarsi con strati sociali diversificati ed, a volte, agli antipodi tra legalità e delinquenza.

Una interruzione sollecitata da una collaboratrice mi ha consentito di prendere visione ed entrare nel merito di una esperienza formativa in corso di svolgimento nella scuola. Parlo degli esami di inglese del 2° corso (gradi 2 e 3) per alunni (n. 51) e docenti (n. 15) che il Professor Michael CROSS del Trinity College di Londra stava tenendo dal mattino.

Il professor Cross, con precisione tipicamente anglosassone, aveva interrotto gli esami per gustare le sfogliatelle ed i succhi di frutta cortesemente offerti dalla scuola. Ho avuto modo di trattenermi a parlare con lui insieme alla preside Tavani ed ho colto l’occasione per scattare alcune foto; non avevo idea di cosa avrei trovato a scuola, ma ero uscito fortunatamente con la mia Pentax digitale K200.

IMGP3683_m_ridottaUna volta salutato l’ospite, al quale la preside ha consegnato opuscoli preparati da alunni e docenti nel corso del progetto Comenius, mi sono trattenuto all’esterno dell’aula degli esami IMGP3685_ridottadove, dopo gli alunni, i docenti, in attesa di essere convocati, facevano capannello e si scambiavano informazioni e commenti sulle probabili domande e sulle risposte che avrebbero dovuto dare aiutati dalla professoressa di lingue che coordinava le operazioni. I docenti mi sono sembrati più emozionati degli alunni; all’uscita, comunque, il sorriso aleggiava sui loro volti per la prova superata.

Nell’attesa ho colto l’occasione per avere notizie sul personaggio al quale era intitolata la scuola; ho ricevuto gentilmente un opuscolo (Edizione speciale di “Un Ciclone di notizie”) stampato nel 25° anniversario dell’intitolazione del Secondo Circolo Didattico.

 

Breve storia Francesco Giampaglia

Francesco Giampaglia nasce a Taranto il 29 novembre 1919 figlio dei resinesi Antonio e Losa Filomena. Iscritto nel Compartimento Marittimo di Torre del Greco, nel corso del 2° conflitto mondiale viene imbarcato come segnalatore sul cacciatorpediniere “ESPERO”, a bordo del quale muore il 28 giugno 1940 nelle acque a nord di Tobruk dove la nave era diretta. Aveva solo 21 anni non ancora compiuti. La nave fu intercettata da preponderanti forze navali inglesi che tenne impegnate con eroiche manovre consentendo al resto della squadra di sottrarsi al nemico. Si salvarono solo in 47. Nel 1949, con decreto del 29 luglio, gli venne concessa, alla memoria, la Croce di Guerra al Valor Militare.

 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

La Festa dell’Assunta
marzo 27, 2014
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 La festa della Madonna dell’Assunta

In moltissimi paesi, in oriente e in occidente, la principale festa patronale mariana è celebrata il 15 agosto, giorno consacrato dalla Chiesa all’Assunzione in cielo della Madonna.

 Questa solennità, risale ad un’epoca lontanissima, almeno a partire dal quinto secolo. Sappiamo che, già nel sesto secolo, la festa veniva celebrata a Gerusalemme; e dal settimo secolo in poi, anche a Roma.

 A Resina la festa dell’Assunta, fin dal Medio Evo, era di esclusiva competenza dell’Università, che la organizzava e finanziava direttamente, senza che ci entrassero gli Estauritari.

 Dunque, la festa della metà di agosto era in cima alla devozione dei resinesi, anche per i copiosi benefici spirituali che i Pontefici continuavano ad elargire. Alle indulgenze, confermate da Gregorio XIII nel 1579, fa riferimento una lapide murata sotto l’atrio del tempio: NELLA METÀ DI AGOSTO, NELLASCENSIONE DI MARIA VERGINE, INDULGENZA PLENARIA.

 Come si vede, l’espressione « la metà di agosto » ricorre spesso nella terminologia liturgica presa in esame. Scrive il Palomba:

 … la festa di S. Maria venerata sotto il titolo… di Ampellone… nei tempi antichi si celebrava il dì dell’Assunta che allora dinotavasi col nome di Madonna de Mense Augusti, e noi adesso diciamo corrottamente Madonna di Mezzo Agosto ».

 Qui, da noi la solennità assunse una particolare importanza, da quando, dal vespro del 1699, la nostra città si riscattò dal servaggio baronale. Narra un’antica cronaca cittadina:

 « Una commissione di cittadini recatasi espressamente in Spagna per concludere il patto del riscatto, ritornando nel mese di giugno del 1699, annunziò che tutto era stato fatto giusta il comune desiderio. Ma i resinesi vollero, sborsando la somma di ducati 35.533 a Mario Loffredo, marchese di Monteforte, che la firma del contratto fosse fatta il 14 agosto dello stesso anno, per rendere maggiore omaggio alla Madonna che veneravano ».

 Da allora la festa dell’Assunta ha acquistato un duplice carat-tere: religioso e civile. Cercheremo, qui di seguito, di illustrare i due aspetti della solennità, sulla scorta di vecchie e nuove cronache paesane.

 Grandiose erano le feste religiose di un tempo, alle quali presenziavano spesso i più bei nomi dell’aristocrazia civile e religiosa. Molti Vescovi e Cardinali qui venivano a celebrare la messa; e, fra i vari sovrani, Carlo III ne era un assiduo frequentatore.

 Per rendere la festa più solenne e degna di tanta tradizione, ogni anno un apposito

Comitato dei festeggiamenti allestiva un programma coi fiocchi: il tempio di Pugliano era tutto trasformato dagli addobbi, eseguiti con fine gusto ed arte, dalle migliori ditte di Resina o di altri Comuni vicini; serici drappi biancocelesti e una pioggia di veli e fiori ornavano le arcate; sotto la cupola centrale un portale con arcate a tutto sesto inquadrava bene sullo sfondo l’immagine della Patrona; una grande stella campeggiava sul trono della Madonna.

 Un’intera novena — dal 6 al 14 agosto — alimentava nel cuore dei resinesi il fermento dell’attesa. La funzione vespertina era preceduta dalle note festose della banda musicale del paese, che saliva l’erta di Pugliano (preceduta e seguita da un indescrivibile corteo di ragazzi caprioleggianti) per chiamare a raccolta i fedeli.

 E veniamo alla predica, che costituiva il clou della manifestazione durante i giorni della novena. Spulciando i manifestini-programma di un tempo ormai lontano, notiamo che il nostro pulpito è stato tenuto dai più prestigiosi esponenti della sacra eloquenza (allora l’oratoria era un’arte e gli oratori di spicco attiravano folle di uditori). Ne ricordiamo alcuni: P. Egidio Bertolozzi da Lucca, il prof. Ettore Dehò, il cappuccino prof. Alberto Gallazzi da Modena, Mons. Nicola Leone, P. Giuseppe Balestrieri da Spaccaforno, P. Eugenio Bovensi, P. Sgambati degli Agostiniani Scalzi, P. Ermenegildo Lupoli da Napoli, Mons. Francesco De Simone, don Salvatore Cozzolino, De Ciutiis, Di Monda, Mons. Salvatore De Àngelis (un habitué di Pugliano per diversi anni) e, infine, l’ineffabile Mons. Gaspare Cinque, il cui nome compare la prima volta, nell’elenco dei predicatori, nel 1923. Il discorso dell’oratore di turno, preceduto dalla recita del Rosario e della Coroncina (e, dal 1961 in poi, anche dalla celebrazione della Messa), era seguito dalle Litanie mariane e dalla Benedizione eucaristica, impartita a turno da parroci resinesi.

 La giornata del 15 era un’apoteosi. Tutta Resina e i paesi cir-convicini si riversavano nel Santuario, dalle primissime ore del mattino, per partecipare alle sacre funzioni; e per assistere, più tardi, al PONTIFICALE solenne, che veniva celebrato, di solito, da un eminente canonico della Cattedrale di Napoli.

 Ma quando era nata la novena in onore dell’Assunta? Scrive l’aw. Gaudino:

 « … Con certezza possiamo dire che fu S. Alfonso M. dei Liguori che istituì la novena in onore di S. Maria a Pugliano, per celebrare degnamente la di Lei assunzione in cielo.

 Questo grande Santo napoletano venne spesso a Resina, con i suoi confratelli, a tenere le Sante Missioni. Egli era devotissimo alla Madonna… e a tale effetto stabilì in vari luoghi l’uso di fare delle novene con predicazioni, nei nove giorni che precedono le feste mariane.

 Queste novene venivano celebrate qualche tempo dopo le varie missioni, e questo allo scopo di mantenere sempre accesa la devozione alla Madonna. S. Alfonso tenne dunque una Santa Missione a Resina nel novembre del 1741; e nell’agosto del 1742 mandò a Resina un suo confratello, Padre Rovigo, per la celebrazione della festività dell’Assunzione… ».

 La novena alla Madonna di Pugliano risale, dunque, alla metà del 700. A questa notizia l’aw. Gaudino aggiunge anzi un particolare interessante: a quell’epoca, date le condizioni sociali dei nostri antenati che erano tutti agricoltori o piccoli artigiani, la novena si teneva nelle prime ore del giorno, verso le tre (sic!) del mattino; ciò nonostante, il nostro storico assicura che « la Chiesa di Pugliano era sempre gremita non solo all’interno, ma la folla si pigiava anche fuori le porte del tempio ».

 Questa bella usanza… antelucana si tenne dal 1742 fino al 1914, anno dello scoppio della prima guerra mondiale. Da allora la novena si tenne solo nelle ore serali.

 Ma certe tradizioni sono dure a morire. Nel 1938, per iniziativa del sign. Antonio Sannino, detto “DON ANTONIO ‘O PRIATORIO, fu deciso di effettuare un pellegrinaggio mattutino, durante tutti i giorni del novenario, dall’emiciclo degli scavi di Ercolano fino a Pugliano.

 Quell’iniziativa attecchì profondamente nel cuore dei resinesi, e ancora oggi il corteo che sale verso il maggior tempio della nostra città è uno spettacolo commovente di fede. Commenta Mons. Cinque: « Il pellegrinaggio si inizia alle 5,30 dall’emiciclo degli Scavi ercolanesi. Dai ruderi dell’antica città pagana, distrutta dal Vesuvio, nel crepuscolo mattutino scatta un raggio di luce di Colei che è chiamat STELLA MATTUTINA! La folla dei partecipanti, come un ruscello che diventa torrente, s’ingrossa, a mano a mano che, per vie diverse, il corteo sale verso Pugliano. Lungo il cammino, si recita devotamente il Rosario.

 Quando i pellegrini arrivano al tempio, già la folla dei fedeli più anziani li ha preceduti! Così l’assemblea è davvero imponente. La S. Messa è comunitaria ed è intercalata da inni e preghiere liturgiche. Breve e fervorosa è l’omelia. Tutti si accostano alla Mensa eucaristica… L’assemblea è formata da giovani, di ambo i sessi, da uomini di ogni età ed anche da fanciulli, lieti di aver fatto un fioretto alla Madonna, per essersi alzati in un’ora tanto mattutina.

Una lode va data ai sacerdoti di Ercolano che, numerosi, sono impegnati per le Confessioni e le Comunioni.

Se pensiamo che il pellegrinaggio, con crescente fervore, dura nove giorni, è da dire che il sacrificio non è lieve!

Nel 1941, fu confezionato un vessillo, quale segno del pellegrinaggio; una Bandiera bianca che è portata, processionalmente, nell’ultimo giorno, vigilia della grande festa… ».

Dal 1938, dunque, le due manifestazioni, la mattutina e la vespertina, convivono nello stesso novenario in onore dell’Assunta a Pugliano. E, in entrambe le circostanze, nelle navate del nostro maggior tempio risuonano le note di un inno dedicato alla Madonna di Pugliano da Mons. Francesco Luisi (la musica fu composta dal sacerdote prof. C. Sannino), un indimenticabile esponente del clero resinese, già Rettore della Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli.

Non meno imponenti erano i festeggiamenti esterni. Un sacro fuoco si impossessava di tutti, già qualche settimana prima della fatidica ricorrenza. Membri del ricordato COMITATO DEI FESTEGGIAMENTI passavano letteralmente a setaccio le case di Resina, per sollecitare offerte “per la Madonna”. E la gente offriva volentieri quello che aveva, per contribuire alla migliore riuscita della festa.

Mille episodi, mille ricordi si affollano nella memoria di chi ha vissuto quei giorni di febbrile attesa. Come dimenticare, ad esempio, la solerte attività dei collaboratori di Lorenzo Ruggiero, detto LURENZO ‘O SCIURARO, cui era affidato il compito di preparare una degna cornice di fiori alla festa imminente? Il loro ingresso nelle case di Pugliano era salutato con particolare gioia, soprattutto dai bambini: venivano quei bravi giovani a tendere festoni tra un balcone e l’altro, quasi ad unire i cuori di tutti in un solo fascio di entusiasmo e di fede, e si arrampicavano sui tetti per inalberare vessilli e bandiere.

Giù, intanto, nella strada, si piantavano i pali dell’illuminazione (che era stata, prima a bicchieri colorati, poi a fiammelle a gas, infine a luce elettrica); si innalzavano le arcate luminose a disegni vari (arazzi raffiguranti altari, immagini sacre, ecc.); si allestivano palchi per i concerti bandistici (famosi quelli di Castel di Sangro); veniva da fuori la giostra che piantava le altalene e l’autoscontro (le famose macchinette tozza-tozza); si organizzavano gare sportive (prima le corse nei sacchi, poi le competizioni ciclistiche); affluiva in paese il più pittoresco e assortito campionario di venditori ambulanti che si potesse immaginare; ma, soprattutto, si allestivano le gare pirotecniche per la delizia degli indigeni e dei forestieri.

Su quest’ultimo, colorito ed esplosivo (fin troppo!) aspetto della storia della festa del 15 agosto a Resina, vale la pena di spendere qualche parola. Da lunga pezza, infatti, insieme col suono delle nostre campane, i fuochi pirotecnici costituivano l’elemento di maggiore richiamo della festa ferragostana. Le antiche cronache cittadine raccontano che « la Real Corte di Napoli vi pigliava parte ogni anno, e dalla polveriera di Stato veniva concessa la quantità di polvere pirica che doveva servire per la lavorazione dei fuochi d’artificio, che in tanta rinomanza erano tenuti in tutta la provincia. Le stesse Reali Maestà onoravano la festa della loro augusta presenza ».

Dal 15 al 18 agosto si svolgeva poi, ogni anno, una grande fiera « nella pubblica piazza detta la Fontana in Resina », come è scritto nell’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1854.

A titolo di curiosità, riportiamo il programma dei festeg-giamenti, religiosi e civili, del 1925, anno cinquantenario della Incoronazione della Madonna di Pugliano: « … una serie di dotte conferenze del p. Alberto Gallazzi da Modena, per tutto il novenario; predicazione serale tenuta dal m. rev. dott. Salvatore De Angelis; concerti musicali delle bande di Cicciano e di Toritto di Bari, nella villa comunale e in Piazza Pugliano su maestosa e’ ricca orchestra di stile egiziano, costruita per l’occasione; processione trionfale della Madonna su artistico carro veneziano, portato a braccia da 400 marinai da pesca di Ercolano nella caratteristica tenuta in maglia bianca. Alla processione presero parte anche i sindaci dei comuni vicini, i parroci dell’Archidiocesi, le Arciconfraternite di Portici e di Resina, così pure gli Ordini religiosi delle due città, i marinai dell’Orfanotrofio di Portosalvo. La spesa del carro fu sostenuta dagli operai della Ditta Alberto Rodente;dal 12 al 16 si tenne anche una gran fiera di cavalli, bovini, panni e commercio in genere ».

Altre notizie degne di nota si possono ricavare dalla lettura dei manifestini-programmi, che l’attuale nonagenario cav. Ferdinando Petrecca (segretario e animatore per anni del Comitato dei festeggiamenti) approntava annualmente, con perizia ed entusiasmo: per esempio, l’imposizione di un ricco stellarlo da porsi sul capo della Madonna e benedetto dal Card. Ascalesi; la partecipazione alla festa del 1932 di 40 Maestri del “Regio Teatro S. Carlo”; l’intervento del-l’orchestra stabile dello stesso Teatro anche in anni successivi; la processione del simulacro della Madonna nel 1954, anno mariano, e la benedizione del Granatello di Portici.

Tutto questo lavorìo febbrile (che mobilitava, come abbiamo visto, uomini, energie e denaro, per intere settimane) era, dunque, finalizzato allo scopo di rendere il più memorabile possibile il gran giorno del 15 agosto.

La febbre dell’attesa saliva poi di colpo alla vigilia della festa: si vedeva un gran fiume nereggiante di folla che percorreva il gran budello di Pugliano, per sfociare poi nella omonima piazza davanti al Santuario; col passare delle ore, poi, la folla diminuiva; ma molti, soprattutto i forestieri, preferivano trascorrere la notte bivaccando à la belle étoile, aggirandosi tra i cumuli di meloni ammonticchiati sui marciapiedi e le postazioni dei venditori di frutti di mare (illuminati da lampade ad acetilene che emanavano un odore acre e sgradevole), cantando in coro vecchi motivi dei loro paesi o commentando l’allestimento della DIANA preparata nella grande piazza per 1′ “esplosione” del giorno dopo.

E quando arrivava finalmente l’alba del giorno più importante dell’anno, i resinesi venivano svegliati di soprassalto dal fragoroso scoppio dei MASCHI, sistemati in precedenza lungo tutta la salita di Pugliano. Ma non pochi si erano già affacciati ai balconi, alle finestre e alle terrazze di Via Pugliano (tra loro, anche molti parenti ed amici di altre zone di Resina o di altre località), per assistere allo spettacolo fin dall’inizio.

Intanto, anche la strada cominciava di nuovo ad affollarsi. Provenienti un po’ da ogni dove, coloro che non disponevano di parenti o amici nella zona di Pugliano andavano a collocarsi ai quattro angoli della piazza per assistere allo sparo della tradizionale diana. Era una folla variopinta, chiassosa, allegra.

Ma tutti tacevano di colpo quando un artificiere si avvicinava ai fuochi e dava inizio alla “grande sparatoria”. Erano, all’inizio, colpi di bombarda esplosi ad intervalli regolari, autentiche bombe di profondità (tale almeno la sensazione che in più d’uno ingenerava quella serie di esplosioni), sottolineate dal consenso o dalla disapprovazione totale degli astanti: più forte era lo scoppio, più compiaciuto era il commento di quegli intenditori.

Gli scoppi intanto si susseguivano con la stessa cadenza ritmata, fino a quando il fuoco non si trasmetteva alla diana: era allora una serie di esplosioni ravvicinate e violente, un crepitio infernale che faceva saltare in aria la santabarbara dell’entusiasmo popolare. Quanto tempo durava quell’inferno, durante il quale sembrava che dovessero crollare le fondamenta delle vecchie case di Pugliano? Tre, quattro, cinque minuti? Pochi certamente per gli amanti dei “grossi calibri”, un’eternità invece per chi considerava quella mani-festazione un residuo di paganesimo.

Quando infine gli scoppi cessavano e svanivano in un’aureola di fumo, si faceva sentire allora la voce delle nostre campane, che suonavano a distesa (quelle di fuori) e a bicchiere (quella di centro): che pensieri soavi, che speranze, che cori. La gente, infine, dopo aver a lungo trattenuto il respiro, si riversava nella piazza, invadeva il sagrato e i marciapiedi, entrava nel tempio, defluiva infine per la discesa di Pugliano in mezzo ai venditori di torrone, di lupini, di angurie, di fichi d’India (i ragazzi si divertivano a tentare di infilzarli, lasciando cadere un coltello dall’altezza del petto: se il colpo riusciva, mangiavano il frutto gratis; se fallivano la mira, invece, pagavano senza alcuna contropartita), di brodo di polipi, di acqua e limone, di ricci, di pizze, di frittelle, di fichi secchi e di piede di porco bollito, dicannulicchi, di musso ‘e puorco e call’ ‘e trippa, di spighe, ditaralli, di semi di zucca e di ceci tostati, di croquets, di acqua sulfurea.

 Il diario della giornata continuava, all’ora di pranzo, con pantagrueliche scorpacciate di cozze, di vongole, di maruzze, di melanzane al cioccolato; e si concludeva, a sera, con memorabili mangiate (o bevute?) di angurie e con un’altra spettacolosa esplosione di fuochi approntati nel pomeriggio.

 Molte di queste cose, soprattutto quelle che si riferiscono al-l’aspetto religioso della nostra più importante festa padronale, oggi non sono più sentite. L’odierna società dei consumi va fagocitando sentimenti, tradizioni e memorie del tempo che fu, in una morsa sempre più ferrea, senza che però riesca a sostituire nuovi valori a quelli accantonati con tanta sicumera e in tutta fretta.

Scrive Mons. Matrone: « Noi… abbiamo ancora nella retina le immagini di fantasmagoriche feste di un passato non troppo remoto. Sotto un cielo nero, ma punteggiato di stelle, salivano e s’aprivano ad ombrello le policrome granate, fragorosi coppi terremotavano in piazza e una folla senza numero e senz’ordine s’accampava un po’ dappertutto, fino alle ore piccole. Venivano anche da lontano, su mezzi di fortuna: da Torre, da S. Giorgio, da Barra, da Napoli. Carrettini, camions, biroccini gremiti fino all’inverosimile sostavano lungo punti strategici, donde la visuale degli spazi era panoramica.

Credo che le stelle, punte dall’invidia per queste sorelle terrestri che s’arrampicavano per scalzarle dall’immensa coltre blu, si precipitavano proprio per questo rabbiose sulla terra a frantumarla (ma l’attrito atmosferico !e polverizzava lungo la precipite discesa): è infatti in questo periodo che ;adono più numerose le stelle. Anche la luna sostava col suo faccione tondo e pallido ad ammirare lo spettacolo di quegli ombrelli stellati e pluricolori. I pennuti, sparuti, si rannicchiavano tra i rami fronzuti, in attesa del cessato allarme.

 E forse la bella Mamma bruna doveva anch’essa esser contenta di questa frenesia festaiola, che a suo modo voleva dire la devozione della povera gente. E doveva certo sorridere dal Suo trono.

 La chiesa s’affollava durante la novena (anche quando si celebrava alle ore piccole antelucane). Ognuno ci teneva almeno a vederla la Madonna: era forse quella l’unica occasione nell’anno; e il cuore di ogni Resinese si orienta come per istinto verso il colle di Ampellone, perché Resina è Pugliano e Pugliano è la Madonna di Pugliano.

 Oggi… Beh, oggi il canto si vena di rammarico e di sconforto.

 Perché oggi — parliamoci chiaro — anche se la solennità potrà essere ancora tale da far colpo (e non ci giureremmo), ci sarà la spontaneità e la devozione sincera e disinteressata di una volta? O non vi pare piuttosto che la devozione sia tralignata e sia andata corrompendosi coi tempi?

 Oggi le feste più belle della Madonna si chiudono al ritmo delle canzonette napoletane; oggi le mire, non sempre chiare e perfettamente intonate alla religiosità, deturpano per bassa speculazione i più nobili sentimenti; oggi la fastosità mondana va soppiantando il raccoglimento e lo spi-rito di fede.

 Più che a visitare la Madonna, si va ad ammirare il parato e a fare i confronti; più che santificare la festa con la Messa e una buona confessione e la santa Comunione, si preferisce la passeggiata sotto le arcate luminose e una succosa zuppa di vongole coronata da un cocomero di fuoco… ».

 dal libro di Mario Carotenuto”Da Resina ad Ercolano”

 
 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ercolanesi non si nasce
marzo 21, 2014
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Ho ripreso il titolo di un mio articolo pubblicato alcuni anni fa sul periodico “Tutto è …” di Torre del Greco.

L’occasione di riproporlo, in modo diverso e aggiornato, si è presentata allorquando sono stato invitato a collaborare a questo nuovo sito di “Blog in Resina”

In effetti  c’è un legame, ma anche una discontinuità tra i nati di Resina (fino a marzo del 1969) e quelli nati ad Ercolano (da aprile 1969) dopo il cambio di toponimo fortemente voluto dall’Amministrazione del tempo condotta dal Sindaco Francesco Scognamiglio.

Uno spartiacque che ha portato nel giro di 13 anni all’azzeramento delle nascite sul territorio resinese-ercolanese.

Ovviamente il cambio del toponimo Resina forte di 2000 anni di storia (anche se l’origine del nome viene accreditata intorno all’anno 1000) in quello di Ercolano che riprende, in italiano, l’antica denominazione di Herculaneum sepolta nel 79 dC, non è stata la causa che ha determinato il calo e l’azzeramento delle nascite.

Altri fattori sono da considerare: la chiusura della Clinica Cataldo, la scomparsa della figura della levatrice, la tendenza dei medici ginecologi ad indirizzare le partorienti presso strutture più attrezzate dove erano accreditati, forse anche la moda (spero non la volontà) di far nascere i figli altrove.

Sta di fatto che dal 1982 ERCOLANESI NON SI NASCE e, per me, questa è una cosa grave.

Lo specchietto che segue riporta le nascite a partire dal 1969 fino al 1981 con a fianco il numero dei nati.

 

                               ANNO                  NUMERO NATI

                                                              Resina  Ercolano

                               1969                      170         434

                               1970                                      497

                               1971                                      394

                               1972                                      249

                               1973                                      188

                               1974                                      125

                               1975                                        72

                               1976                                        52

                               1977                                        36

                               1978                                        28

                               1979                                        10

                               1980                                          7

                               1981                                          2

 I due nati del 1981, oggi trentatreenni, rappresentano già un record e, ritengo, possiamo già considerarli famosi per essere stati gli ultimi a venire alla luce sul territorio resinese-ercolanese.

Siamo diventati una CITTA’, abbiamo un nome altisonante, ma non abbiamo nativi ercolanesi, solo residenti.

Un giorno questi giovani residenti diventeranno famosi, certamente qualcuno già lo è, ma, nel nominarli, si farà riferimento al loro luogo di origine e non sarà Resina, non sarà Ercolano, ma Napoli, Torre del Greco, Massa di Somma, Pollena Trocchia, ecc.

Sì, diranno “vissuti ad Ercolano”, ma non avrà lo stesso impatto e importanza che dire “nato ad Ercolano”

Quale conseguenza di questo stato di fatto è la scomparsa del codice ISTAT H243 che identifica la città di Ercolano, dal codice fiscale dei nativi “immigrati”

Un’ultima disquisizione vorrei farla sull’aver dovuto accettare di veder modificato per legge il mio luogo di nascita da Resina in Ercolano; a me piaceva e forse a tanti altri sarebbe piaciuto conservare la vecchia denominazione.

Queste note spero siano di stimolo a quanti sono preposti ad amministrare la cosa pubblica affinché si trovi un correttivo a questa situazione.

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Don Alfonso Alfano: 50 anni di apostolato.
marzo 15, 2014
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Il 19 marzo di 50 anni orsono, era il 1964, il chierico don Alfonso Alfano veniva ordinato sacerdote; la cerimonia si svolse nel Duomo di Castellammare di Stabia, città nella quale aveva trascorso i suoi anni giovanili frequentando lo Studentato dei Salesiani di Don Bosco, nel rione di Scanzano.

 Sulle immaginette preparate per l’occasione fece scrivere “Che tutti siano uniti nella carità” e “Il più gran dono che Dio possa concedere ad una famiglia è un figlio sacerdote”.
 

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5 aprile 1964 – Celebrazione S. Messa nel cortiletto dell’oratorio    S. Domenico Savio

Don Alfano nasce a S. Antonio Abate nel 1936 in una famiglia di contadini con forti radici cristiane; una mamma molto devota gli insegna l’amore per il prossimo e la carità cristiana. In uno dei suoi 8 libri, quello autobiografico dal titolo “Quando il pane profumava di fatica”, racconta come la mamma esortava i suoi figli a non sprecare nemmeno le briciole del pane perché era un dono di Dio; al massimo, diceva, datele agli uccellini.

Finita la seconda guerra mondiale, tragedia che vive in prima persona con i “poveri cristi” del suo paese natio, prende la strada che lo condurrà ad unirsi a Dio e vestire l’abito nero della congregazione dei Salesiani di Don Bosco.

Nell’agosto del 1956 inizia, era ancora un chierico, il suo rapporto con Villa Favorita in quel di Resina. Dal novembre del 1953 la prestigiosa villa, reggia di Ferdinando IV di Borbone, ospitava il collegio degli orfani dei militari di carriera Esercito. Il nostro don Alfano entra a pieno titolo nella storia dei 13 anni di vita dell’Istituto,  nel quale assume anche la carica di Consigliere.

Animatore nato, don Alfano porta una ventata di novità nel rigido sistema educativo allora in voga. Ancora oggi, a 50 anni da quei giorni, gli allievi interni e gli oratoriani lo ricordano con affetto e simpatia.

Zì Fonzo, come affettuosamente lo chiamano i suoi fans, è un vulcano di idee; le sue iniziative spaziano dal teatro ai campionati di calcio senza trascurare, ovviamente, le pratiche religiose, il catechismo, ecc.

Memorabili i campionati di calcio in notturna svolti nell’oratorio “S. Domenico Savio” inaugurato nel 1958; anni indimenticabili il 1961 e il 1964 quando sostituì il direttore don Giuseppe Pignataro e, aiutato dai responsabili del tempo, riuscì a focalizzare l’attenzione dei cittadini di Resina, Portici e Torre del Greco sulle attività dell’oratorio.

Nel 1964, dopo la sua ordinazione sacerdotale e la sua prima messa nell’oratorio, fu destinato a Caserta in qualità di Direttore dell’oratorio. Successivamente passa all’Istituto di Via Don Bosco ed assume la carica di Ispettore.

Tra i salesiani vige la regola dei 7 anni, con rotazione delle mansioni, eccolo quindi parroco a Soverato (CZ). Appassionato tifoso del Napoli assiste, con alcuni oratoriani di Resina, all’incontro di calcio Catanzaro – Napoli. Passa quindi a Roma, all’Istituto salesiano ubicato nei pressi della stazione Termini e vi rimane per 25 anni profondendo tutte le sue energie fisiche e mentali nel recupero dei diseredati, dei tossicodipendenti, degli emarginati. Le esperienze quotidiane di vita vissuta diventano soggetto per i suoi libri, alcuni specifici per gli operatori del settore.

Nel 2007 ritorna a Napoli dove, infaticabile, dà vita al progetto “LE ALI” per il recupero dei ragazzi a rischio di devianza minorile. Con la collaborazione di volontari e cooperatori lo troviamo impegnato nel suo 7° ciclo per i corsi di specializzazione dell’anno 2013 – 2014. In totale sono stati accolti e istruiti circa 400 ragazzi, maschi e femmine, tra italiani e stranieri.

Il suo apostolato all’insegna dei sistemi educativi di Don Bosco ha trovato riscontro nelle parole di un dipendente che lo conosce ormai da più di 30 anni, il quale ha affermato, qualche giorno fa, che Don Alfano è l’unico che riesce ad attirare l’attenzione dei giovani laddove “il cortile” non li attira più.

Ai festeggiamenti del giorno di S. Giuseppe, incentrati sulla Santa Messa delle ore 10:30, saranno presenti parenti, amici ed estimatori, ma una cornice particolare sarà la presenza dei tanti ex allievi di Villa Favorita, per la quale una volta ebbe a dire di averla nella testa mentre Caserta l’aveva nel cuore.

Lunga vita Zì Fonzo

Dal basso in alto e da sinistra a destra: prima fila Roberto Tranzillo, Raffaele Marrone; seconda fila Vincenzo Felleca, Giulio Cozzolino, don Alfonso Alfano, Luigi Capuano, Ernesto Gargiulo; terza fila Gennaro Marrone, Mario Di Dato, Gaetano Gargiulo, Ciro Scotti, Isidoro Casteltrione; quarta fila Carlo Doldo, Ernesto Caracciolo,AntonioDe Simone, Ciro Formisano

Dal basso in alto e da sinistra a destra: prima fila Roberto Tranzillo, Raffaele Marrone; seconda fila Vincenzo Felleca, Giulio Cozzolino, don Alfonso Alfano, Luigi Capuano, Ernesto Gargiulo; terza fila Gennaro Marrone, Mario Di Dato, Gaetano Gargiulo, Ciro Scotti, Isidoro Casteltrione; quarta fila Carlo Doldo, Ernesto Caracciolo,AntonioDe Simone, Ciro Formisano

 
 
 

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David Packard Jr un americano che ha salvato Ercolano
marzo 10, 2014
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davidpackardDavid Packard rafforza l’ impegno per Ercolano e apre una fondazione tutta italiana per continuare a restaurare l’ antica città vesuviana. Dopo 12 anni di attività e 18 milioni di euro erogati per salvare gli scavi di Ercolano da quel destino che invece sembra non risparmiare Pompei, il mecenate americano si lancia in una nuova sfida per salvare i beni culturali della Campania e non solo. MANCANO ancora poche settimane e la prefettura di Pisa approverà lo statuto della nuova “Fondazione istituto Packard per i beni culturali”. Una fondazione che si occuperà direttamente della gestione dell’ “Herc u l a n e u m C o n s e r v a t i o n Project“, che si realizza sotto il controllo della Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei. Una scelta che mantiene fede allo stile che il mecenate statunitense si è dato da quando nel 2001 corse al capezzale dell’ antica Ercolano: fare senza apparire. Nessuna sponsorizzazione, dunque, nessuna ribalta mediatica, niente a che vedere per esempio con quanto accade per il restauro del Colosseo sostenuto da Diego Della Valle.

Nessuna targhetta, niente pubblicità per un’ attività che deve restare filantropia allo stato puro. Così nasce la fondazione italiana di Packard: ha sede a Pisa, perché in Toscana la famiglia californiana ha una masseriae vi risiede quando è in Italia, e perché lì vi sono alcuni degli esperti che hanno lavorato al nuovo soggetto giuridico. A cominciare dall’ avvocato Michele Barbieri, che spiega: «Per il progetto Ercolano la fondazione americana Packard Humanities Institute ha agito tramite la British school di Roma, che era incaricata di pagare i lavori, stipulare i contratti. La British School resta partner scientifico, ma i soldi raccolti negli Usa arriveranno direttamente alla fondazione italiana, che svolgerà un’ azione filantropica nei settori dell’ archeologia, dell’ arte e si occuperà di portare avanti il lavoro avviato su Ercolano».

L’ archeologo inglese Richard Hodges, presidente dell’ American University di Roma, siede nel consiglio di amministrazione delle due fondazioni: sarà lui il delegato di Packard a sovrintendere al progetto Ercolano. «David Packard da tempo voleva fare una fondazione italiana. Agirà anche nel campo della musica e del cinema, che sono gli altri grandi interessi di Packard: si è già occupato di restaurare vecchie pellicole di Hollywood e di sostenere progetti musicalia Salisburgo». Ma si farà il museo archeologico a Ercolano? «Non si sa bene che tipo di museo si può fare, dobbiamo collaborare con la Soprintendenza – precisa il professor Hodges – ma noi proseguiamo il nostro impegno per evitare i problemi che ci sono per esempio a Pompei. David Packard vuole vedere un parco archeologico ben gestito per un pubblico internazionale. Vuole fare il massimo per Ercolano, questo resta il suo obiettivo, e per questo è nata la fondazione italiana». Che sarà operativa a settembre, non appena la prefettura di Pisa approverà lo statuto.

La nuova fondazione subentra in tutti i rapporti legali con il ministero dei Beni culturali. «Invece del contratto di sponsorizzazione – spiega il responsabile della fondazione, Michele Barbieri – useremo lo strumento della donazione liberale senza nulla in cambio». Dopo 12 anni di lavoro il team guidato dalla manager Jane Thompson e dall’ archeologo Domenico Camardo ha rifatto l’ 80 per cento delle coperture nel sito e rispristinato l’ antico sistema fognario, eliminando gran parte dei problemi di umidità che affliggeva le case di Ercolano sopravvissute all’ eruzione del Vesuvio, ha salvato decine di metri quadrati di affreschi e mosaici. E continuerà a farlo sotto l’ egida di questo professore californiano di latino e greco, 72 anni, figlio del fondatore della Hewlett-Packard, grande appassionato di arte e cultura europea.

fonte Repubblica online http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/07/20/packard-il-benefattore-di-ercolano.html

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