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La famiglia Scognamiglio due sindaci ed un sacerdote
agosto 19, 2015
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cambiotoponimo

L’avv. Andrea Scognamiglio fu Sindaco di Resina dal 21 -10· 1894 al 23 -Il -1895, dal 2·5·1905 al 6 -10· 1908 e dall’l -12 -1910 al 3-5. 1912.
Durante i suoi mandati avvennero alcuni fatti importanti: l’inaugurazione a Resina, il l° luglio del 1895, dell’Acquedotto vesuviano, destinato a distribuire una diramazione delle fresche e limpide acque del Serino anche agli altri Comuni marittimi vesuviani; i moti di piazza, scoppiati a Napoli per la scarsezza del raccolto e l’oppressione fiscale, ed estesisi anche alla nostra città; la terribile eruzione vesuviana del 1906; la disastrosa eruzione fangosa del 1911; lo sviluppo commerciale, !’incremento delle industrie, l’apertura di nuove arterie cittadine e i lavori di restauro alla Chiesa Madre di Pugliano (lO).
Un altro illustre figlio di Resina fu Padre Pio Scognamiglio (1880-1953) dell’Ordine domenicano. Il monaco ‘e priora (così era affettuosamente chiamato dai nostri concittadini) fu Superiore a Roma e a Bari (nella famosa Basilica di S. Nicola), per vari anni. In quest’ultima località scrisse alcune opere, fra cui una «Storia del Santuario» e «Il miracolo della Manna» di S. Nicola. Visse gli ultimi anni della sua vita nel Santuario di Madonna dell’Arco.

Infine, il prof. Francesco Scognamiglio fu Sindaco dal 24 -91966 al -31 -3 -1969. A lui spetta il merito di avere proposto e ottenuto il cambio del nome di Resina in quello antico e prestigioso di Ercolano: così, con il sospirato decreto del Presidente della Repubblica pervenuto in data 12 febbraio 1969, il nostro Comune perdeva il carattere provinciale della sua denominazione e ritornava nel solco della grande tradizione storica e archeologica da cui era un giorno partito.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Amedeo Maiuri il grande archeologo e la rinascita degli scavi di ercolano nel novecento
maiuri

maiuri-amedeoNato a Veroli nel 1886, venne a reggere la Soprintendenza di Napoli nel 1924, nel pieno della maturità, dopo una giovinezza non certo felice trascorsa fra la Ciociaria e Roma, dove con grandi sacrifici aveva compiuto gli studi liceali e universitari. Era già in possesso di una vasta esperienza di lavoro acquisita nelle isole dell’Egeo, da giovanissimo a Creta e quindi a Rodi, dove per dieci anni aveva diretto la missione archeologica italiana istituita dopo l’epilogo della guerra italo-turca.

Ma fu a Napoli che la sua personalità “esplose” in un fervore di opere incessante, che lo portava a percorrere quotidianamente il territorio di una Soprintendenza allora vastissima, da Formia a Paestum, a Velia, alle zone impervie del Molise, del Sannio, dell ‘Irpinia, con centri di fama mondiale come Pompei, Ercolano, Cuma.

A Napoli Maiuri trovò una situazione non certo tranquilla. Dopo accese polemiche e ingiuste accuse era stato “silurato” Vittorio Spinazzola, benemerito scavatore della Via dell’Abbondanza a Pompei, uomo volitivo, ambizioso, brillante, che tuttavia non seppe ben difendersi dagli anatemi di Giulio De Petra e Antonio Sogliano, nonché da piccole e grandi invidie che avevano proVocato un’ inchiesta ministeriale, In questo ambiente Maiuri si accinse al difficile compito della pacificazione degli anni, alla sistemazione del Museo archeologico, alla ripresa dell’ atti vità di scavo in tutta la Campania e nelle zone aggregate del Molise e della Lucania.

Primo e grave problema, il Museo di Napoli: nel vecchio edificio già caserma di cavalleria e Università degli Studi per decenni erano affluiti reperti da tutto il Mezzogiorno, che avevano accresciuto il già cospicuo patrimonio di eredità borbonica, ampliato enormemente nel Settecento dal risultato degli
scavi di Pompei, Ercolano e Stabia. Il trasferimento della Biblioteca alla Reggia, voluto da Croce, aveva creato la possibilità di dare nuovo respiro alle collezioni e inizio alla sistemazione dell’ ingente materiale del deposito, da sempre “piaga” del Museo: e Maiuri, avvalendosi dell’opera di una tipica figura napoletana in servizio dai tempi del Pais, il caposquadra Gennarino, cominciò a far “camminare le statue”, a riordinare gli affreschi pompeiani ed ercolanesi che si trovavano sacrificati nelle sale dell’ ammezzato, a dare esposizione nuova e moderna ai bronzi, agli ori, agli argenti, che cospicuo incremento dovevano avere dalle sue personali scoperte. All’ opera di riordinamento Maiuri si dedicò con passione, imprimendovi non solo il sigillo della sua prorompente personalità, ma anche il tocco eroico di un trasferimento di guerra a Montecassino seguito da una sistemazione ex novo quando,era ancora claudicante per una ferita riportata in un bombardamento aereo sull’ autostrada Napoli – Pompei.
Contemporaneamente al Museo, gli scavi, dove la “dimensione” della sua attività ebbe davvero del prodigioso: Sepino, Minturno, Literno, Baia, Pozzuoli, Capri, Paestum, Velia diventarono, insieme con i centri di più vasrinomanza (Pompei, Ercolano, Cuma), meta quotidiana delle sue “passeggiate”, caratterizzate non solo da un fervore di ricerca rigorosamente condotta, m: da un’ intima esigenza di umano colloquio con gli antichi che egli, a parte 11 relazioni “ufficiali”, faceva rivivere in libri e articoli di rara bellezza e poesia.
È impossibile qui rievocare l’infaticabile e prodigiosa attività di Maiuri nei centri piccoli e grandi della Campania, del Molise, della Lucania, a parte II “passeggiate” fino al Gargano, a Sibari, Metaponto, Locri, Crotone, Ovunque egli giungeva, anche fuori dei confini già assai vasti della Sovrintendenza giungeva la voce di un Maestro, mai però profferita col tono del vate, ma con umiltà pari alla genialità delle intuizioni.

«Poiché, pur essendo diventato Maiuri un gigante della cultura italiana, nella quale più di ogni altro aveva contribuito a un’ opera di svecchiamento dell’ archeologia, trasformandola da scienza da sala anatomica’ regno spirituale dell’uomo, egli era rimasto individuo modesto e mite:
Noi lo ricorderemo – scrive Giuseppe Maggi, al quale dobbiamo queste note introduttive – con particolare rimpianto e commozione per il tono quasi dimesso con cui rendeva gli altri partecipi di un’enorme dottrina per gli aspetti semplici della sua vita quotidiana, per il suo antiaccademismo e anticonformismo, per la bontà che emanava dai suoi grandi occhi miopi, in una parola per la sua autentica, profonda umanità»

I vecchi resinesi lo ricorderanno soprattutto per la sua opera a favore di Ercolano. Chiamato a reggere la Soprintendenza napoletana nel 1924, il nostro archeologo non tardò ad avvedersi che il problema di Ercolano era giunto ormai al suo momento risolutivo. Il denso e popoloso abitato di Resina tendeva inevitabilmente ad espandersi sui terreni ancora liberi compresi nell’area dell’antica città, mentre nessun vincolo gravava su di essi. Occorreva quindi fare presto: di qui appelli continui alle autorità politiche nazionali. Finalmente, istituito nel 1925 l’Alto Commissario della provincia di Napoli con speciali poteri amministrativi e più larga disponibilità finanziaria, trovato nel ministro Fedele un valido patrono per la rinascita di Ercolano, fu possibile emanare un decretolegge (n. 344, del 17 febbraio 1927), che sanzionava la gestione giuridicoamministrativa dei nuovi scavi da parte dell’ Alto Commissario Castelli, restandone la direzione tecnica e scientifica al Ministero e alla Soprintendenza.

Il colpo di piccone inaugurale fu dato, il 18 maggio del 1927, da Vittorio Emanuele III. Ricorda lo stesso Maiuri:
«Si chiamarono le storiche giornate di Napoli e sembrò in verità che Napoli fosse pervasa da un grande vento di rinascita: inaugurazione della Litoranea, inaugurazione nel Museo, rinnovato e ampliato dopo il trasferimento della biblioteca a Palazzo Reale, del Salone degli arazzi con un aulico discorso del Ministro Pietro Fedele, la cui sonora e calda voce per le disgraziate condizioni acustiche di quella sala, si ripercuoteva e si moltiplicava in cento echi; restauri a S. Chiara, a S. Pietro a Maiella e a S. Brigida; scoperta della grotta della Sibilla a Cuma; la prima memorabile rappresentazione classica dell’Alcesti di Euripide al teatro di Pompei con Ettore Romagnoli e la Compagnia napoletana degli Illusi che eroicamente
affrontarono quel primo cimento teatrale; e, infine, il 18 maggio,l’inaugurazione solenne degli scavi di Ercolano.
Non occorse poco per allestire quella cerimonia: si dové procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia dei precedenti scavi, tanto da aprire una via d’accesso al corteo delle autorità. Ma c’era l’uomo provvidenziale: il commendatore Ciro Esposito, il capo della nettezza urbana e l’uomo delle grandi risorse… In men che non si dica vidi sorgere sul terrapieno dello scavo una tribuna di stile neoclassico su cui torreggiava, ahimé, una cupola bulbare dello stesso tipo di quella che corona il mausoleo dello Schilizzi a Posillipo, con pennoni e orifiamme e una lunga scalea coperta di un tappeto purpureo che dalla tribuna scendeva al piano delle trincce. Era la cosa più buffa che potesse sorgere sull’area di un’ antica città; ma era, è doveroso riconoscere, intonata al gusto del tempo, dei luoghi e alle virtù scenografiche del bravo Ciro.

vicodimare

Oratore ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti che a mo’ d’ammonimento concludeva:

” Se dovessimo compiere un’esplorazione per cui la città antica dovesse morire una seconda volta, meglio sarebbe lasciarla dormire sotto il duro strato di fango”.
Il rituale colpo di piccone fu dato dal Re con una piccozza d’arte su cui era inciso il motto esortativo: Herculaneum effodiendum est e, in tanto trambusto, non rammento se m’ebbi anch’io, come Giuseppe Fiorelli, cortesi parole d’incoraggiamento dalla Maestà del Re. Ma dopo quei discorsi, sbaraccate tribune e orifiamme, restai solo con i miei operai a combattere la dura battaglia contro il fango indurito di Ercolano»

Programma dei nuovi scavi era quello di scoprire in un primo tempo la parte della città antica su cui non sorgevano abitazioni di Resina, ed estendere successivamente lo scavo a quella parte dell’abitato della cittadina medioevale che, insistendo sul Foro di Ercolano, rappresentava per le sue malsane condizioni una necessità di risanamento. I risultati raggiunti tra il 1927 e il 1929 furono rilevanti: con una tecnica rivoluzionaria che atterrava trasversalmente dall’alto, si scavò tutta l’area compresa nell’insula III completando lo scavo della Casa dello Scheletro con il suo ninfeo sfavillante di mosaico in paste vitree, del cosiddetto Albergo e, avanzando lungo il decumano, riportando alla luce il gruppo delle abitazioni che s’affacciano sul cardine orientale, tra le quali la Casa del tramezzo di legno e la Casa a graticcio, famose per le loro strutture e il loro arredamento ligneo: in poco più di due anni di lavoro si mise allo scoperto un intero quartiere, a sud del cuore e del centro della città antica, vale a dire un’area eguale, se non superiore, a quella delle lunghe campagne precedenza  dal 1828 al 1855 e dal 1869 al 1875.

Successivamente (1929-1932) fu scavata tutta la superficie dell’insula con le due sontuose Casa dell’Atrio a mosaico e Casa dei Cervi, oltre ad altre otto abitazioni dal carattere più spiccatamente mercantile. In quello stesso periodo fu inaugurato il nuovo ingresso degli scavi: i lavori, cominciati il luglio 1929, furono ultimati il21 aprile 1930 con la spesa di 252.503 lire.
Negli anni 1931-34 furono l’i portati alla luce, a monte del decumano, l’intero edificio delle Terme (insula VI) e la metà inferiore dell’insula V con la Casa
sannitica, la Casa del mobilio, la Casa di Nettuno e la Casa di Anfitrite sul fronte occidentale, e la Casa dell’Atrio corinzio sul fronte orientale.

prima0Nel 1937-38 si completò lo scavo dell’insula V fino alla linea del decumano massimo: fu in questa fase dei lavori che, nella cosiddetta Casa del
Bicentenario, si scoprì un cubicolo e un segno cruciforme.
Nel 1939-40 si praticò lo scavo dell’insula VI portandolo a nord delle Terme, fin sotto le case di Resina: Casa del salone nero e Casa dei due atri.
Il periodo 1939-42 vide tornare allo scoperto una parte del muro di cinta che formava in origine terrapieno e bastione fortificato verso il mare: al di là di
queste mura si scoprì un secondo edificio termale (Terme suburbane), un’ara con sacello e un’ara commemorativa in onore di Marco Nonio Balbo.

Tuttavia, non fu possibile completare lo scavo degli edifici di questo settore, per la presenza di una copiosa falda d’acqua che non si riuscì a disciplinare.
Liberata dal grave ammasso di terra che la rinserrava da secoli, Ercolano rivelò così il suo vero volto: vie regolari pavimentate e fiancheggiate da marciapiedi, case conservate fino all’altezza del tetto, impalcature di legno ancora alloro posto, opere d’arte in marmo e in bronzo di pregevole fattura, pavimenti in marmi rari e policromi, pitture di singolare pregio decorativo, archivi privati con tabulae ceratae contenenti atti giudiziari e poi materie deperibili quali cibi e stoffe riemerse dal buio in virtù delle eccezionali condizioni di conservazione consentite dal banco di terreno indurito e consolidato. Ma quella feconda e irripetibile stagione segnò soprattutto il trionfo dello scavo della casa: case minime, racchiuse entro un angusto rettangolo invalicabile; residenze signorili, dotate di ogni confort, dove la vita non avrebbe potuto essere più serena; abitazioni del ceto medio, ciascuna con la sua impronta di nitore e di benessere.
Il messaggio di un’antica civiltà, affidato alle mute ma eloquenti testimonianze dei reperti ercolanesi, l’iaffiorò come per incanto, grazie all’opera appassionata e geniale di uno studioso per il quale la ricerca non era soltanto la fredda applicazione di un metodo scientifico, ma palpito di vita intensamente vissuta.

L’opera di Maiuri per Ercolano non vemle meno neanche durante il secondo conflitto mondiale, quando l’antica città corse il rischio di essere distrutta.
Nell’aprile del 1943 due o tre bombe caddero all’ingresso dei nuovi scavi, distruggendo le case che facevano da quinta fra lo scavo e l’abitato di Resina:
porte e finestre dell’ingresso sventrate; negli scavi vetri in frantumi; gli intonaci delle sale della Palestra staccati dalle pareti; un tramezzo della Casa a graticcio scheggiato; l’impannata in legno delle finestre del cenacolo di una delle taberna del Foro, scaraventata in frantumi sulla strada; a pezzi anche la transenna lignea che chiudeva una delle alae della Casa del Bicentenario; ovunque tetti e tettoie smantellati(4).
Ma, a parte ciò, l’area archeologica non subì soverchi danni, così come avvenne per Pompei, e si poté nel dopoguerra sviluppare il programma lavori interrotti dallo scoppio delle ostilità. Fin dal 1951, sia con i Cantieri di lavoro concessi dal Ministero del Lavoro sia con i primi finanziamenti come dalla Cassa per il Mezzogiorno, la Soprintendenza provvide a sgombrare e scavare gli unici edifici antichi su cui non sorgevano moderne abitazioni:
grandioso complesso delle terme suburbane, che presentò degli aspetti nuovi e singolari in campo architettonico e in quello degli impianti termali, e Palestra, scavata solo parzialmente perché sovrastata dal viale d’accesso agli scavi e che tuttavia diede un esempio grandioso degli impianti ginnici dell’antichità con i suoi colonnati e con la sua vasca centrale cruciforme al cui centro campeggiava un serpente bronzeo a più teste a guisa di fontana.

Il lento e faticoso lavoro di penetrazione verso il Foro di Ercolano riprese poi nel 1958, grazie ad un’intesa intervenuta fra l’Istituto per le Case popolari della Provincia di Napoli, il Comune di Resina e la Soprintendenza alle Antichità, che permise che la zona malsana di Resina gravante sugli scavi fosse inserita fra le aree meritevoli delle provvidenze previste dalla legge 9 agosto 1954 n. 640 per il risanamento urbanistico delle zone malsane. Alle spese di esproprio, di demolizione e di scavo provvide la Cassa per il Mezzogiorno. Un complesso di 80 famiglie venne traslocato e sistemato altrove. Fu liberato, in questo modo, tutto il cardo III fino al decumano massimo, ma poi i lavori si dovettero arrestare davanti al limite invalicabile delle case della soprastante Resina.
La storia di quella feconda e irripetibile stagione di scavi nell’area di uno dei maggiori e più famosi centri archeologici internazionali fu poi affidata, dallo
stesso Maiuri, oltre che ad una doviziosa e pregevole serie di pubblicazioni, nelle quali non si saprebbe se apprezzare di più la rigorosa precisione dei dati scientifici oppure lo splendore di uno stile ineguagliabile, a un’opera monumentale, che rappresenta un po’ la summa dei lavori eseguiti ad Ercolano in oltre un trentennio di attività: Ercolano. I nuovi scavi (1927-1958).
Il nume tutelare delle fortune ercolanesi morì il 7 aprile 1963, ma il suo ricordo è ancora vivo nella mente e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne la genialità delle intuizioni, la grandezza della dottrina e la profonda umanità. Il 18 dicembre 1983, nel decumano inferiore di quegli scavi realizzati «dal lavoro dell’archeologo – duro, disperato, disumano – … », fu scoperta la seguente lapide:

«Qui, limite estremo degli scavi borbonici, il 18 maggio 1927
iniziarono gli scavi nuovi di Ercolano. Questo volle Amedeo Maiuri, soprintendente
alle antichità ed archeologo insigne, continuatore dell’opera del Fiorelli.
Con tenace appassionato lavoro restituì ai secoli futuri le strade e le adorne
case. In ricordo dell’evento, celebrato da ogni civile nazione, nel ventesimo
anniversario della morte del grande studioso, la Soprintendenza e l’associazione
internazionale “Amici di Pompei” posero».

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.