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Leonardo Filotico il primo sindaco di resina dopo l’unità d’italia
settembre 27, 2015
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piazza

palazzofiloticomanduriaLa famiglia Filotico, di probabile origine greca, giunse in Casalnuovo (Manduria) agli inizi del 1500 dal borgo di Monacizzo presso Torricella, secondo quanto riportato nel Librone Magno delle Famiglie Manduriane, con il capostipite Giulio. Nel Librone è riportata inoltre, nel secolo successivo, un’altra famiglia omonima nel ceto popolare, generata da un Ottavio, non imparentata e tuttora esistente in Manduria.

La famiglia a fine ‘600 si divise in due rami, quello di Francesco (tuttora fiorente) e quello di Giovanni, estinto nella seconda metà del’900.Secondo la tradizione, i Filotico accumularono cospicue ricchezze con il commercio delle stoffe, inserendosi nel secolo XVIII nella borghesia intellettuale cittadina.

Oltre al palazzo Imperiali di Manduria, attuali dimore della famiglia sono il palazzo Primicerj, portato nell’800 in dote a Vincenzo Filotico dalla nobile Concetta Maggi-Primicerj (nipote ed erede del barone Claudio, morto senza discendenti maschi), il neoclassico palazzo Filotico ad Ercolano, eretto da Leonardo davanti all’ingresso degli scavi archeologici sul “Miglio d’Oro” delle ville vesuviane, il palazzo Monaco a Oria (secolo XVIII), la tenuta Montebelli in Maremma a Gavorrano (GR). La famiglia possedette (fino agli inizi del XX secolo) il castello diruto di Uggiano Montefusco (oggi distrutto), inoltre a Manduria il cinquecentesco palazzo Sala in via Cardinal Ferrara, le masserie Torre Bianca, Ripizzata, Serpente, Potenti, Eredità, Pozzi, la casina Schiavoni a Uggiano Montefusco. A Napoli, la famiglia visse nel palazzo de Simone, sul lungomare di Posillipo. Nel Quadrilatero degli Uomini illustri, al cimitero monumentale di Poggioreale, esiete ancora oggi la cappella Filotico-Pulli.

I Filotico si imparentarono con le illustri famiglie Pasanisi Gaetani, Schiavoni Carissimo, Pila (conti Palatini di Spoleto), Clavica, Martucci, Mongio’ dell’Elefante, Maggi, Primicerj (baroni di Paretalto), Marugj, Preite, Contento, Monaco, Maya, Sala, Pulli, Bianchetti, Dattilo, Foresio, Chimienti, Cioni, Squitieri, Claudi de Saint Mihiel.

Dalla seconda metà dell’800, secondo l’usanza dell’epoca nelle famiglie “di distinta civilta’” che vivevano more nobilium, la famiglia ebbe uno stemma gentilizio, senza corona, con elmo chiuso posto di lato, con la seguente blasonatura (fonte: Archivio Araldico Cimino di Palermo): “Alla biscia in palo al naturale, sormontata da tre gigli d’azzurro, 1 e 2, e la bordura di rosso”.

stemmafilotico

Motto” FORTUNAM SUAM QUISQUE PARAT

La biscia in araldica simboleggia il vero repubblicano, che per il bene della patria con la sua morte dona agli altri la vita, indica inoltre perspicacia, prudenza e vigilanza. Con ogni probabilita’, tale iconografia e’ riferita al martirio del canonico Filotico avvenuto a seguito dei moti repubblicani del ’48. Questo stemma venne usato soltanto da alcuni componenti della famiglia.

Il motto è senza dubbio legato all’interpretazione del nome greco Filotico –  “amico della fortuna”, “colui che propizia la buona sorte”.

Tra i personaggi di rilievo della famiglia si ricordano:

Leonardo (seconda metà XVIII sec.) doctor iutriusque iuris, fu  “regio giudice ai contratti” in Casalnuovo, ebbe il titolo di “Magnifico” che nel regno di Napoli era concesso a chi aveva un ufficio universitario o regio.

Vincenzo (1748-1834), fu pittore piuttosto rinomato, allievo di Matteo Bianchi, formatosi a Roma e Napoli, attività che affiancò a quella di proprietario terriero. Grazie ai rapporti nella capitale con gli Imperiali del ramo dei marchesi di Latiano, dopo la fine della feudalità svolse per essi l’incarico di agente generale e procuratore.Nello stesso periodo, corrispondente al decennio di occupazione Francese (1806-1815) Vincenzo fu componente del Decurionato cittadino. Sue tele si conservano in Manduria, Latiano, Aversa, presso la famiglia e in collezioni private. Acquistò il palazzo Imperiali nel 1827.

Raffaele (fine XVIII sec) giureconsulto, fu sindaco di Manduria nel 1804. Salvatore, nato nel 1811, canonico, fu coinvolto nei moti antiborbonici del 1848 a causa delle sue arringhe in cui aizzava il popolo manduriano contro il re, fu arrestato e deportato assieme a Nicola Schiavoni, Sigismondo Castromediano ed altri patrioti salentini. Mori’ nel 1953 nel carcere di Nisida.

Ma il piu’ importante e vicino alla nostra storia è senza dubbio Leonardo Filotico.

Leonardo (1800-1880 circa)  fervente antiborbonico di idee mazziniane, legato alla cerchia di Raffaele De Cesare. Fu architetto, ufficiale di marina, scienziato, console pontificio a Pozuuoli. Fu un uomo, come si direbbe oggi, d’azione e d’impegno politico rischiando anche la vita dovendo sposare idee risorgimentali per un’Italia unita.

Sposo’ la scrittrice e poetessa Virginia Pulli (Milano 1800-Portici 1860), figlia del celebre chimico Pietro, scienziato e direttore delle Reali Polveriere. L’opera più nota di Virginia è il romanzo “Carlo Guelfi” edito da Le Monnier nel 1857.

Nella loro casa, Leonardo e Virginia aprirono un salotto letterario-politico che divenne famoso, ospitando artisti e patrioti impegnati politicamente per l’unità d’Italia. La coppia trascorreva le estati nel palazzo di Manduria.

Nonostante avesse sempre vissuto a Portici, dove lì conobbe sua moglie Virginia Pulli (poetessa e scrittrice), subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1866 fu sindaco di Resina (Ercolano).

Proprio a lui si deve il famoso monumento della colonna d’italia in piazza colonna del plebiscito meglio conosciuta come ‘a piazza d”a colonna d’Italia, non si hanno documenti certi ma sembra che sia il primo monumento post-unitario su tutto il territorio nazionale.

Il suo diretto discendente fu :

Pietro (seconda metà XIX sec) fu avvocato, deputato alla Provincia di Napoli, candidato al Parlamento Nazionale nel 1879 nel collegio di Manduria, si distinse per il suo operato durante il colera di Napoli del 1884.

Successivamente verso la fine del XIX secolo fu costruito, probabilmente da Ettore Filotico (figlio di Pietro?), l’attuale palazzo all’inizio di corso resina subito dopo l’ingresso degli scavi andando in direzione Portici. Una curiosità, proprio in questo palazzo aveva studio al primo piano il grande medico e sportivo Alfonso negro.

Del ramo della famiglia filotico rimasta in puglia a manduria ricordiamo comunque altri illustri personaggi :

 

Leonardo (1870-1950)  ingegnere, visse tra Napoli e Manduria, fu autore di numerosi brevetti tra cui, nel 1910, quello per una macchina di sua invenzione per il taglio della pietra di tufo, depositato anche negli Stati Uniti d’America.

Cesare (fine sec. XIX-inizi XX) fu Avvocato Generale dello Stato, nominato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine di SS. Maurizio e Lazzaro dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

 Enrico (1896-1986) fu Generale di Artiglieria, e Gran Legato del Sovrano Militare Ordine di Malta.

 Pietro (1904-1990) fu Questore di P.S. a Roma, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 Carlo (sec. XX) colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia, fu Podestà di manduria nel 1932.

Umberto (1932-2005) fu pilota automobilistico, corse su Lancia Aurelia B20, successivamente su Ferrari 250 tdf Zagato con cui vinse la Coppa Fagioli nel 1960, partecipo’ a 2 gran premi in Formula 1 nel 1962 (GP del mediterraneo, GP di Napoli) su monoposto Cooper-Climax S4.

Fonte notizie e testi arch. Nino Filotico

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Perchè si cambiò nome da Resina ad Ercolano
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In quest’articolo riportiamo l’iter finale che portò all’idea del cambio del toponimo da Resina (epoca medievale) all’antico nome Ercolano ed uno dei massimi sostenitori fu il grande Alfonso negro, medaglia d’oro Olimpiadi di Berlino, ex calciatore, medico e grande politico della storia Ercolanese. Leggetelo con attenzione sono passati quasi 50 anni ma è ancora attualissimo.

(al centro nella foto con a destra la Contessa Matarazzo consorte del Sindaco caramiello nel salotto culturale che si teneva presso Villa ravone attuale Villa Maiuri negl’anni 60)

Nelle varie guide turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, malfonsonegro010a pressoché sconosciuto ai turisti.

I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.

Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica».

Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi a fondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace . Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale .
L’interesse archeologico è un interesse turistico .
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture
custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte .
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabili produttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell’archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente .
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di Ercolano.
A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente –
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.
Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazione ferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude:

Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».
Assessore al turismo ed allo sport

firmaalfonsonegro

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Alfonso Negro, campione nello sport e nella vita.
aprile 17, 2014
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Alfonso Negro: un nome che evoca mille episodi, mille immagini e altrettanti ricordi; una vita vissuta da protagonista nei campi dello sport, della professione medica e dell’ amministrazione della cosa pubblica; un curriculum che
ben pochi possono vantare.
Il nostro personaggio cominciò a farsi notare dalle folle del Sud nel 1934 allorché, diciannovenne centravanti del Catanzaro, risultò con 27 goals il “capocannoniere” del campionato calcistico di Serie B.
Le sue doti di fromboliere scelto non sfuggirono agli attenti osservatori della  massima divisione, tra i quali gli inviati della Fiorentina che – seguendo le direttive del loro Presidente, l’indimenticabile marchese Ridolfi – si affrettarono ad acquistarlo per la cifra, allora ritenuta folle, di 40 mila lire.

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A Firenze il giovane attaccante visse gli anni più belli della sua vita. Stimato dai compagni e rispettato dagli avversari, si fece  particolarmente apprezzare per il suo gioco vigoroso e incisivo. È di quel periodo, infatti, l’amicizia con i più celebrati campioni dell’epoca: da Meazza a Piola, da Ferraris ad Orsi, da Monzeglio ad Andreolo.
Il magic moment della sua carriera coincise con il trionfo della squadra azzurra alle Olimpiadi di Berlino. Chiamato dal commissario tecnico Vittorio Pozzo a far parte della rappresentativa nazionale, Negro segnò un memorabile goal nella partita di semifinale contro la Norvegia. Ricordiamo i protagonisti di quell’ esaltante impresa: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni I, Biagi, Negro.
Il nostro olimpionico, al pari degli altri trionfatori di Berlino, ebbe accoglienze entusiastiche in Italia: tra l’altro, fu ricevuto dal capo del governo ed insignito di medaglia d’oro.
Nella stagione 1938 – 39 passò a Napoli, dove trovò un altro giocatore di purissima classe, quell’Italo Romagnoli col quale i dirigenti partenopei speravano di formare un’ irresistibile coppia di attacco. Ecco lo schieramento di quell’anno: Sentimenti II, Fenoglio, Castello, Prato, Piccini, Riccardi, Mian, Romagnoli, Negro, Rocco, Venditto.

Nel 1940, anno della laurea in medicina, fu costretto ad interrompere l’attività agonistica. In Europa infuriava la guerra e l’Italia, che fino a quel momento era rimasta fuori della mischia, fu a sua volta risucchiata nell’immane conflitto.
Inviato sul fronte greco-albanese col grado di tenente medico, prima nel 37° Battaglione mortai della Divisione Modena e poi negli ospedali da campo n.
209 di Gianina (Albania) e n. 316 di Atene, seppe farsi valere per le sue qualità professionali non disgiunte da una forte carica di simpatia.
Gli anni trascorsi in Grecia rivelarono le sue eccellenti capacità organizzative: invitato dal comando supremo delle truppe di occupazione ad allestire manifestazioni sportive per i soldati, organizzò un incontro di rappresentative tra l’Italia e la Germania (match conclusosi con la vittoria della prima per 4-0) e una piccola olimpiade nella culla stessa degli antichi giochi, Olimpia.
Dall’ ottobre 1943 esercitò la professione in piazza S. Maria degli Angeli, a Pizzofalcone, tra difficoltà di ogni genere. Ancora giovane, aveva appeso le classiche scarpette al chiodo, e gli anni dei trionfi sportivi sembravano, ahimé, così lontani.
Ma c’era chi si ricordava ancora di lui. II caso volle che due laureandi in medicina di Resina, Domenico Cataldo e Gaetano Russo (futuro consigliere provinciale), avendolo incontrato nel Policlinico di Napoli, gli proposero l’incarico di allenatore-giocatore dell’Ercolanese, promettendogli in cambio molte visite mediche nei propri ambulatori.
Il Negro accettò. Lo studio che aveva allestito in piazza S. Maria degli Angeli non rendeva nulla per il semplice fatto che a Napoli, nei primi mesi del 1944, non c’era quasi nessun civile, essendo ancora tutti rifugiati nelle campagne o sui monti, con l’eco delle cannonate che tedeschi ed Alleati si scambiavano da Montelungo a Cassino.
La sede dell’Ercolanese si trovava di fronte alla Casa Comunale: le stanze con un’ unica porta sgangherata, qualche sedia, una scrivania traballante. Presidente della società era il produttore di scarpe Andrea Amalfitano, coadiuvato da Aniello Calcagno e Gioacchino Fabbrocino, quest’ultimo svolgente le funzioni di direttore tecnico.
Con Alfonso Negro la nostra squadra vinse tutto quello che c’era da vincere in Campania. Tra i tanti successi resta indimenticabile, soprattutto, la conquista del primo titolo di campione regionale di Prima Divisione, sul campo neutro di Pomigliano, contro l’Avellino. Si era mossa tutta la città con in testa il sindaco Formicola, il Consiglio Comunale al completo, la nobildonna Scaramellini persino don Giuseppe Matrone, futuro parroco di S. Maria a Pugliano.

Mancavano due (diconsi due) secondi alla fine della partita, che era ferma sul risultato di parità, quando il dottore Negro, poco più che trentenne, infilò rete avversaria con un fortissimo tiro da trenta metri.
La sera a Resina fu festa grande. Quando l’allenatore-giocatore della squadra vittoriosa, in piedi su un vecchio Dodge residuato di guerra, apparve parte della reggia di Portici, venne strappato a vi va forza da quello scomodo mezzo di trasporto e portato in trionfo fino alla sede sportiva, dove giunse praticamente in mutande, essendogli stati strappati gli altri indumenti dalla folla in delirio.
Dalla stagione 1945-46 l’Ercolanese vinse per ben tre volte sia il proprio girone sia il corrispettivo titolo di campione regionale, l’ultimo dei quali fu aspramente conteso al Benevento, ancora sul campo neutro di Pomigliano.
I meno giovani ricordano con gratitudine l’opera di Negro e i nomi dei giocatori che fecero grande la rappresentativa cittadina, particolarmente di quelli in forza alla squadra nel 1951-52: Guardavaccaro (un portiere dal calcio di rimessa poderoso, tanto che divenne proverbiale l’incitamento: “Michè, va’ p”a porta! “), Leopardi, Volpini, Diani (biondo ed aitante mediano, dal gioco elegante
e dalla rimessa laterale lunghissima), Barbieri (stopper fortissimo nel gioco aereo, capace di saltare sempre una spanna in più dell’attaccante che gli toccava marcare), Angrisani, Vitale, De Maria, Romagnoli (10 stesso giocatore che con Negro aveva fatto coppia nell’attacco del Napoli, celebre per le sue spettacolari “sforbiciate”), Criscuolo (cursore come pochi, autentico motorino)
e Liguori (un’ala sinistra di cui si è perso lo stampo, guizzante, velocissimo, imprendibile, vera lama puntata nel cuore delle difese avversarie).
Questo entusiasmo genuino, che era anche un modo di canalizzare le frustrazioni dovute alla guerra e alle sue funeste conseguenze, si inseriva d’altra parte nel generale clima di euforia per le vicende del massimo campionato di calcio, che vedeva primeggiare squadre ricche di attaccanti famosi, soprattutto stranieri, il cui costo non era neanche lontanamente paragonabile a quello dei nostri giorni, sia pure considerando la svalutazione della moneta.
La messe di realizzazioni domenicali era così abbondante che qualcuno arrivò a suggerire l’immagine di un “romanzo-western”, in cui gli estremi difensori finivano settimanalmente impallinati da una grandinata di palloni, tutti imparabili. Se a narrare questi eventi ci si metteva infatti un giornalista  scrittore come Bruno Roghi, o un radiocronista estroso come Nicolò Carosio, allora ti sentivi proiettato di colpo al settimo cielo. Era una girandola scoppiettante di “invenzioni” e di “trovate”, una più pirotecnica dell’ altra, quella che scaturiva dai loro cappelli a cilindro di maghi della penna e della parola, per cui l’interi sta Wilkes veni va descritto come “attaccante che dribbla la sua ombra nello spazio di uno zecchino”; e Praest, ala sinistra della Juventus, era paragonato ad un classico “che pensa da tecnico e realizza da artista”; per non parlare di Gren, Nordhal e Liedholm, definiti “un trio jazzistico nella musica del goal”.
Il 1952 segnò una svolta importante nella vita di Alfonso Negro. Su invito del sindaco Ciro Buonaiuto, presentò la sua candidatura al Consiglio Comunale di Resina, risultando eletto con moltissimi suffragi nel partito democratico cristiano.

Già calciatore di fama nazionale, medico di provate capacità, amministratore oculato e disinteressato, l’ex olimpionico di Berlino era anche un uomo entusiasta, ricco di aspirazioni e di interessi culturali. Qui lo vediamo, sua qualità di rappresentante del Comune, alla Festa dell’albero, tenutasi nel parco di una delle tante ville zona turistica della nostra città.
Amministratore oculato e disinteressato, ricoprì più volte – fino al 1975 carica di assessore anziano, legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Resina ottenne il nuovo stadio, il consulto familiare e il sospirato cambio di denominazione in Ercolano (per il quella sua qualità di assessore allo sport e turismo, lesse la relazione introduttiva nella storica tornata del 21 ottobre 1967).
Ma, quel che più conta, diede un contributo pressoché decisivo alla Valorizzazione del nostro patrimonio artistico-culturale, favorendo la costituzione dell’Ente Ville Vesuviane del Settecento, di cui fu vice-presidente dal 1971se oggi la vanvitelliana villa Campolieto può offrire al mondo la visione di capolavoro finalmente restaurato di ciò si deve ringraziare non poco Alfonso Negro, che seppe operare in un ambiente non sempre sensibile ai valori della cultura, oltre che superare ostacoli di varia natura.

Il presente articolo è tratto dalla pubblicazione PROFILI ERCOLANESI di Ciro Parisi, concesso dalla Biblioteca Comunale “G. Buonajuto” di Ercolano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.