De Cicala, De Zolfo e Gavitella, tartassati resinesi

0 6 anni fa

Cesorius de Cicala, Petrus de Zolfo e Ligorius Gavitella sono i nomi dei primi nostri progenilori di cui si abbia conoscenza, registrati in un documento ufficiale del periodo angioino.
Da una carta del 1268 apprendiamo infatti che questi personaggi figuravano tra coloro che furono richiamali (da qui illennine  revocati») a Resina per molivi fiscali.

Le cose stavano in questi termini: ..Le tassazioni per i vari casali venivano stabilite, in base alla popolazione. dai funzionari della
Magna Curia: quindi, venivano comunicale alle rispeltive Università (consigli comunali dei vari paesi). Le Università. a loro volta, assegnavano i contributi dei vari abitanti del paese, tenendo conto del nucleo familiare, delle possibilità economiche e di altre opportune considerationi. A volte avveniva che qualche abilante del casale fuggisse dal suo paese: in genere. Tali fughe si verificavano per la impossibilità di pagare la tassa assegnala dalla Università, dalla la cattiva annata per i contadini, o la insufficienza degli affari per i commercianti, eccetera. III simili casi, gli allri abitanli restati al loro posto dovevano aumentare il loro contribulo per raggiungere la quota stabilita dalla Magna Curia. E’ logico che tale faccellda fosse piuttosto spiacevole: più aumcntava il numero dei fuggitivi, più aumentava l’importo della tassa per chi rimaneva. Alle lamentele dei vari abitanti e delle stesse Uni”erllità, il governo cenlrale rispondeva con leggi chee obbligavano i fuggitivi a rilornare alloro paese (e, quindi, a pagare le
tasse): i fuggitivi costretti a lornare al loro paese di origine erano detti, appunto, «revocati» (richiamati). E non sempre era facile rinracciare e riportare a casa i poveri fuggiaschi (i quali per lo più si mettevano al servizio di grandi ecclesiastici, vescovi o abbati, oppure di nobili feudatari o di cavalieri e di militari). Accanto ai «revocati» troviamo, nello stesso periodo di tempo. gli «scamparari» (deni anche «excomparati..). Non è chiaro il significato di tale parola: forse si tratlava di antichi famigli (servi, quasi schiavi di ricche famiglie feudaIi o ecclesiastiche) lasciati liberi dai loro padroni e quindi costretti a contribuire al pagamento delle tasse, insieme ai revocati e agli altri cittadini.

Naturalmente, succedevano degli imbrogli, i casali desidcravano assicurati il maggior numero possibile di revocati e di scomparali (e la ragione si capisce); i revocali e gli scomparati, a loro volta, preferivano pagare le tasse assieme ai cittadini di gruppi meno gravati dal peso delle tasse (ossia di quelli Ira i quali meno numerose erano state le fughe). I tribunali si dovevano, perciò, occupare di stabilire conecnezza le varie comunità a cui dovevano essere aggregati, per il pagamento delle tasse, i diversi revocati.

Giacché le tasse erano in rappono con la popolazione di ciascun casale, vien fatto di chiedersi quale fosse il numero degli abitanti di Resina, numero che per il 1286 il Carotenuto fissa tra le 113 e 136 unità (2): un dato veramente esiguo, che pero subisce delle variazioni se si considera che non tutti pagavano le tasse:

«Ne erano esenti gli ecclesiastici e taluni “per vizio del re O della Curia”: naturalmente, gli esenti non entravano nel conto delle tasse (e, quindi c’è anche un fattore che resta del tutto irraggiungibile). Aggiungerei anche quelle persone di fatica, senza famiglia e senza casa, che si arrangiavano come potevano, lavorando all’apeno. mangiando come potevano e donnendo ora in una stalla ora in un alleo ricovero di fortuna: gente che viveva quasi come gli animali (magari peggio) senza diritù e senza dignità, desiderosa sollamo di accontentare i «padroni» per poter sopravvivere alla men peggio. l nostrri vecchi ricorderanno ancor.. qualcuno che viveva così fin quasi ai nostri giorni; ma crederei, nel buio periodo che stiamo trattando potevano essere molti quei disgraziati, destinati a non lasciare nessuna traccia di ciò pur avendo contribuito (magari in modo determinante) alla vita del casale»

Grazie invece al loro ruolo di contribuenti, Gavitella e gli altri due nostri concittadini ante litteram hanno lasciato un ceno ricordo del loro passaggio in questa valle di lacrime: parte di lln popolo o plebe che, almeno per quanto riguardava Napoli. era addetta «alle piccole industrie e ai vari mestieri, aggruppati per vie, che già cominciavano a prendere da essi il nome, e strettì in parentele cosi da comindare a divenir cognomi: calzolai, carpentieri. sani, mugnai (cimimulari), fialari, funai. saponari, ferrari e via dicendo…»; gente che viveva in case che avevano di solito due gradi di “membri” (piani), superiori e inferiorì: «La porta principale (regia), .seguita talora da una o più porticine (regiole) introduceva nella corte, dov’era il pozzo, la cisterna (piscina) e il lavatoio (cantharus), con accanto un ono o un onicello. Membri inferiori erano grotte e cellari, dove conservavansi i vasi (organea) di vino e di “greco”. Traversato un atrio o portico, si passava alla scala, o mannorea o pretinea, della anche fabrita, o di legno (scalandrone), terminante al ballatorium, che precedeva i membri superiori, ossia i triclinia da pranzo, i cubicula col lello e il suo corredo (lectistemia), di cui facevan parte la culcitra e il capitale (guanciale), l’indona de pinna o ripieno di lana caprina. A lastrico (ostracatum) soleva essere il pavimento; a tegole, ad assito o a lapillo battuto il tetto . Di finestre non si ha menzione: sicuramente l’aria e la luce entravano pei dossicia (abbaini) e dalle terrazze (solaria), sovrastanti o laterali alla stanza. Sono invece menzionati camminata (anditi) con stationes, il monimen (cesso) e una gamma (?).
Nell’ horreum, sui tetti, si conservava il grano, che con l’orzo, i fasioli e i lupini, sono l’unica materia di alimento di cui resti notizia»