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Prigionieri di guerra in africa il rientro in patria nel maggio del 1946. Il ricordo di un reduce di Resina
10 maggio 2016
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prigionieri

C’è un rapporto biologico costante nella vita sulla terra: il passato sostiene il presente e questo prepara il futuro. Per gli esseri umani la memoria è il collante di questo rapporto: viviamo il presente utilizzando il passato e guardando al futuro.

Le diverse personalità umane si distinguono proprio secondo la capacità di ciascuno di regolare questo rapporto. Chi vive in positivo e lotta per l’esistenza; chi si rassegna e subisce in silenzio e chi si sente sconfitto prima ancora di alzare la testa, per cercare di capire cosa sta succedendo.

Chi ha combattuto in Africa Settentrionale ed ha poi patito la prigionia di guerra in Egitto non può certo paragonare tutto ciò agli eventi drammatici di chi ha combattuto nell’ Unione Sovietica ed ha patito in quei campi di prigionia, oppure di chi è stato recluso nei lager tedeschi. La differenza tra quei mondi, però, non dipende soltanto dalla natura climatica dei luoghi, ma soprattutto dal temperamento dei vincitori del momento (inglesi, americani, russi e tedeschi).

Una differenza che nei rapporti interpersonali e nelle decisioni vitali si caratterizza e si chiama democrazia.

Da aggiungere, comunque, che sopra ogni elemento esterno e materiale, vi è quello spirituale; il dato fondamentale che accomuna coloro che subiscono la privazione della libertà, e magari anche i tormenti provocati da chi detiene le chiavi della vita degli oppressi. In ogni circostanza, di fronte a chi ha potere di vita e di morte su di voi, è il Vostro spirito che vince la violenza materiale e psicologica. Lo spirito dell’uomo e della donna assoluto, senza gradi e gerarchia di valori materiali.

Lo spirito, che la prigionia di guerra esalta in chi lo ha sempre coltivato – e la cui mancanza in quelle circostanze drammatiche spinge a comportamenti impensabili; talvolta miserevoli, in chi prima ha sempre e solo contato sui gradi della gerarchia.

cartaheluan

Ecco un racconto, “Un giorno del 1945. La luce della fuga” di Edeo De Vincentiis. Un brano di racconto, tratto dalla rivista “Elementi”, direttore responsabile Romolo Paradiso. Un assaggio molto significativo. Un incoraggiamento a non trascurare il racconto, appunto. Una forma di narrativa agile che tra una sovrabbondanza di romanzoni e romanzetti non sfigura di certo.
“La domenica, lo scampanellare di una invisibile chiesetta, mi portava un dolce saluto familiare da un paesino distante un chilometro dal nostro Campo di Ufficiali prigionieri di guerra in Egitto, situato poco distante da Helwan, a 30 chilometri dal Cairo. La sera mi fermavo spesso da quella parte del reticolato: sospiravo nel vedere brillare le sue luci lontane, sognavo il ritorno a casa e la libertà.

Nel campo P.O.W. 304, studiavo e mantenevo sveglio il cervello con ginnastica e giochi intelligenti. Ma lo spirito reclamava libertà, che gli inglesi ogni tanto promettevano. La guerra era finita, avevamo rinnovato il giuramento di fedeltà al Re, e non pochi avevano chiesto, con documento firmato di andare a combattere contro i tedeschi. Ma gli inglesi rispondevano soltanto: “tomorrow, tomorrow”.

E l’ansia cresceva, insieme a una nascosta ribellione. La sera, il campo era illuminato per alcune ore; ma quelle luci cittadine laggiù, che brillavano tremule, erano per noi energia mentale e psicologica. Per me, un richiamo silenzioso: siamo qui, vieni a trovarci, ti aiutiamo a fuggire. La notizia di un ufficiale della Divisione Folgore, fuggito un mese prima e felicemente giunto a Genova, mi spinse a provare la fuga. Appresi alcuni particolari, la decisione non si fece attendere. Tre mesi di preparazione; la sera dell’8 dicembre 1945 la realizzai. Per prepararmi confezionai, da sarto improvvisato, un cappotto con una coperta marrone di lana. Annotai mentalmente nomi di italiani abitanti al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, conosciuti dai miei tre amici di tenda. Adottai le generalità di uno di loro e, con le sue istruzioni, imparai a memoria le vicende sociali di Vecchiano (vita, morte e matrimoni) un paesino vicino Pisa, dove era nato e viveva. Così, speravo di ottenere aiuti al Cairo, dove lavorava un suo compaesano”.

Un altro prigioniero nel campo di prigionia n. 304 di Heluan, Salvatore Iengo (mio nonno) classe 1911 di Resina, inquadrato nel 40° rgt fanteria Divisione Bologna fatto prigioniero dopo la battaglia di El Alamein, come molti suoi altrfotononnoi commilitoni.

Dopo le atrocità di quella terribile battaglia, dei precedenti mesi passati nelle trincee a combattere contro il clima, la dissenteria che era un flagello peggio degli scorpioni che spesso di nascondevano nelle scarpe.

Questi ragazzi compreso il nostro concittadino rimasero quasi 4 anni prigionieri presso gli Inglesi, abbandonati da una patria distrutta e che non voleva fare i conti con le ferite e gli strascichi che una tale catastrofe aveva provocato su un’intera generazione di ragazzi. Si pensa che anche in Africa morirono diverse decine di migliaia di prigionieri.

Salvatore Iengo sbarcò a Messina nel maggio del 1946 e quando si rincontrò con i suoi cari aveva compiuto da poco 35 anni ma nei racconti di mio padre mi diceva che ne dimostrava molti di piu’. La guerra aveva segnato profondamente il suo corpo ma non la voglia di voler raccontare quegl’anni terribili.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.