Piazza Pugliano una storia millenaria.

0 6 anni fa

L’attuale Piazza Pugliano era, nell’antichità, un fitto bosco, parte integrante di quella macchia mediterranea che fin dalla notte dei
tempi aveva ricoperto le pendici del Vesuvio .
Tra la montagna e il mare era, allora, tutto un susseguirsi di filari di pini, di prati e di fiori che si specchiavano nelle azzurre acque del golfo delle sirene, strappando accenti di viva ammirazione a coloro  che ebbero la fortuna di approdare in quest’angolo di paradiso.
Ma tanta bellezza sembrò suscitare « l’invidia degli dei ». Il 24 agosto  del 79 d.C., un terrificante boato diede l’apertura alla più
famosa eruzione vesuviana di ogni tempo e segnò !’inizio di una vicenda che non avrebbe avuto uguali nella storia del mondo. Un’immane colata di fango e di materiale piroclastico scivolò lungo i fianchi del monte e, in tre giorni di furiose devastazioni,  trasformò totalmente l’aspetto dei luoghi.

Anche il nostro bosco fu travolto da quella spaventosa alluvione: spogliato degli alberi e di ogni altro elemento vegetativo, divenne una spianata ricoperta. di fango e di cenere.
Su questo strato composito fu poi costruito un oratorio (4) dedicato alla Vergine, nucleo originario di quel tempio di Pugliano (5),
a proposito del quale così scrive il Rosini (6):
« Positum est in veteri terra (ita enim aggestos cineres Tito aevo e monte effusos nominant».
La natura, tuttavia, tornò ben presto a fiorire sui luoghi sconvolti dall’eruzione, e ne abbiamo varie conferme.
Una tavola incisa e dipinta all’acquatinta, tratta dal Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile del famoso abate Saint-Non, mostra un’eccellente ricostruzione del « bosco supra Resina» che circonda il primitivo oratorio.
Gli alberi di Pugliano sono evidenziati in una pala d’altare (dedicato alla Madonna del Rosario), che si conserva nella stessa Chiesa
di Pugliano e nella quale l’autore volle fissare il panorama della città nel 1500: vi si vede il campanile del Santuario che svetta su un bosco assai folto e su un gruppo dLcase, primo elemento di novità nel paesaggio selvoso della zona.
Un episodio assai significativo della storia della parte alta di Resina si riferisce all’eruzione del 1631, ed è documentato dagli storici con senso di stupore misto ad incredulità. In quell’occasione, un’imponente fiumana di lava basaltica distrusse completamente l’abitato di Pugliano; ma « il Santuario rimase incolume in mezzo alle lave fumanti che lo avevano circondato ». Sembrò, suggerisce l’Alfano (7), che la Madonna dicesse:
« In medio ignis non sum aestuata»
L’ubicazione oltremodo scomoda del Tempio, isolato sulla collina di Pugliano ed esposto continuamente alle insidie dell’ignivomo monte, appare evidente in tutta una serie di disegni, incisioni e veduta del XVII e XVIII secolo.

Così è in due incisioni di Giovanni Morghen (rispettivamente. Prospetto del Vesuvio e sue adiacenze prima dell’eruzione dell’anno 1631 e Prospetto del Vesuvio e sue adiacenze dopo l’eruzione dell’anno 1631), in un disegno di Francesco Serao (Vesuvii prospectus ex aedibus regiis), nelle altre incisioni di Filippo Morghen (Veduta del corso della lava eruttata dal Monte Vesuvio l’anno 1751 all’Atrio del Cavallo) e di Galiani (Veduta del Vesuvio da mezzogiorno nell’eruzione dell’anno 1754), e in una stampà napoletana sincrona (Veduta del Vesuvio da mezzogiorno dimostrante le lave dell’eruzione della notte del IX aprile MOCCLXVI).
Tuttavia, ad onta delle ricorrenti eruzioni vesuviane, non si può fare a meno di pensare alla visione arcadica che offriva la zona collinare di Resina nel XVIII secolo: osservando la Tav. 28. della famosa « Pianta del duca di Noya» del 1775, si nota la Chiesa di Pugliano fronteggiata da una vasta radura erbosa; tutto intorno, a monte e sul lato orientale di chi si pone di fronte al tempio, alberi e prati; a sinistra, una estesa area boschiva (il cosiddetto Bosco superiore); a valle, infine, è segnalata, per la prima volta, la presenza di Via Pugliano.
In una stilizzata veduta tratta dall’Istoria dei varj incendi del Monte Vesuvio (1786) di G. De Bottis, lo splendido isolamento del Santuario è ancora più accentuato: vi si mira, in primo piano, il Tempio << da un casino che sta dirimpetto al convento dei PP. Agostiniani Scalzi di Resina», che è circondato da alberi fronzuti e scorie vulcaniche, residui forse della lava vesuviana del 1767.

pugliano1920

La posizione appartata di Puglia~ò è palese anche nella topografia della zona litoranea vesuviana, rilevata da Francesco La Vega e annessa alla nota Dissertationis isagogicae ad Herculanensium voluminum explanationem pars prima (1797) del Rosini.
Ma la visione più pregevole e più nitida della collina di Pugliano è offerta da una stampa tratta dal Voyage pittoresque, historique et géographique de Rome à Naples et ses environs del 182324:
si tratta di una bellissima tavola incisa e dipinta all’acquatinta, che mostra una «Vue de l’Eglise de Resine et de l’Eruption du Vesuve du 22 Oct. 1822 ».
A proposito di quella stampa, così scrisse, nel 1934, uno dei più appassionati cultori di storia cittadina, l’avv. Vincenzo Gaudino: «Ho avuto l’occasione di vedere una stampa francese che riporta l’eruzione del Vesuvio dell’anno 1822 nel giorno 22 ottobre, e la facciata della nostra Chiesa con la piazza. Mi fa piacere far apprendere ai lettori, in queste poche note, come era allora il prospetto della basilica di Pugliano e lo stato della piazza. A fianco del campanile seguiva un porticato con quattro arcate sfornite . di càncelli, perché ricovero di pellegrini che potevano giungere pure di notte.” e non tre come si vedono oggi; l’ultima arcata restava aperta anche dal lato di Via Trentola, e quindi vi si poteva accedere anche da questa parte; e mentre le tre arcate di mezzo davano adito alle tre porte principali del Tempio, quest’ultima arcata non aveva porta d’ingresso nella Chiesa, ma aveva murata l’iscrizione in marmo che ricorda le ìndulgenze concesse nei passati secoli dai Sommi Pontefici.
Non sono passati ancora settant’anni che, forse per una malintesa ragione di simmetria, l’amministrazione comunale credette far murare la quarta arcata, a simiglianza dei primi due piani della torre campanaria. Infatti, nell’anno 1888, l’amministrazione Cacciottoli (11) vi fece costruire l’orologio pubblico. La marmorea iscrizione venne murata al lato della parete del campanile, nell’interno del porticato, a fianco della porta e, a sinistra di chi entra.
La detta stampa riproduce le istesse mostre e trabeazioni e frontoni di piperno e l’edicola sulla porta centrale.
Sopra i quattro archi si vede ergersi un rettangolo in muratura con quattro riquadri a stucco divisi da cinque colonne, e nel quadrato che corrisponde alla porta di mezzo si vede il finestrino come lo si vede adesso. Questo rettangolo non si elevava molto e terminava senza frontone e senza la croce, dando adito a far apparire dalla piazza il lanternino della cupola principale ed al lato un .piccolo campanile a due luci cori piccole campane, forse da servire a dare i segni delle messe, e che qra più non esiste.
In seguito, come s’è detto, la facciata venne trasformata e, con la chiusura del quarto arco, prese la forma che ha ora, eccetto i tre portici che resta·rono furono chiusi con cancelli, perché, dati i mezzi di trasporto, oggi gente forestiera non arriva se non nelle ore in cui si sa che la Chiesa è aperta.

Dal lato di Via Trentola, molto più e propriamente verso la Crociera principale, si vede il Cappellone dell’antico Cimitero, con la cupola e-il lanternino che, da poco rovinato, è ora in ricostruzione (13), e la facciata come attualmente si trova.
La grande piazza allora appariva tutto un piano solo, con dei cimoni di lava vulcanica che qua e là si ergevano anche fuori del piano. Un secolare tiglio di proporzioni grandiose si vede dalla parte del vecchio cimitero, albero storico che ricordava anche le epoche di severe punizioni dei delitti commessi, bene prestandosi a fare da sostegno al capestro; centro di riunione dei ragazzi e riparo anche dai cocenti raggi del sole; caratteristico per i divertimenti che intorno ad esso si organizzavano, specie nell’accensione dei fuochi pirotecnici nella grande festa dell’Assunta…

pugliano1930
Ritornando all’antica stampa francese, in detta piazza si vedono dalla parte della Congregazione della SS. Trinità (14) due croci. Si vede una processione di penitenza di sacerdoti recanti il simulacro della Vergine dirigersi verso il Vesuvio, che sullo sfondo appare terribilmente in eruzione col suo nero pino che oscura. il sole; indi una grande folla in fuga, un carro con masserizie; due uomini in tuba e soprabito lungo; alcune donne con bambino in braccio. Poi si vede una folta boscaglia, dove ora è la stazione vesuviana, e qualche fabbricato che pare debba essere l’attuale Villa Irene » (15). La suggestione del paesaggio di Pugliano è assai efficacemente descritta anche da queste brevi note, vergate nel 1845, di Fran· cesco Alvino (16): « Su dunque al Vesuvio… Per l’erta si giunge a Pugliano, dove un tiglio secolare dà un’?mbra ed una veduta che né più soave, né più pittoresca ne avrete incontrata giammai. Qui è la chiesa, da una pia tradizione  attribuita ad Appellone, primo vescovo resinese consagrato da s. Pietro, e confina col Camposanto; quella ristorata, questo disegnato e condotto dall’architetto napoletano Nicola Leandro. È da veder pure la bella Congrega· zione (18) che i Resinesi si stanno compiendo: è un’ampia chiesa ad unica navata di corretta architettura e con finissimi ornati di stucco di rara perfezione, nel qual lavoro sono assai valenti gli artefici di questo paese ». Ed ecco un’altra descrizione di G. Scherillo (19), che risale al 1859, della Chiesa (con l’annesso campanile) e della Piazza di Pugliano: « Collocata alla parte superiore della villa e con la facciata ad austro, guarda lontanamente il sottoposto mare. Vi si ascende per la pendice del Vesuvio e per la stessa strada che mena al suo cratere, costeggiata di edificii piantati sulle rocce laviche del vulcano, di cui qua e là vedi sulle sponde gli scabri rocchi, che ora sporgono con le acute punte dalle pareti, ora occupano gl’interstizii tra un’abitazione e l’altra. Così fino al punto che sii giunto ad una spianata ricoperta di brugiata e nera sabbia, dove sorge la Chiesa; in guisa che il sacro edificio a mezza costa del monte vesuviano domina tutta la villa. È preceduto da un portico a quattro archi sorretti da piloni, su cui corre un attico terminato da un elegante corniciqne, ornato di nicchie e pilastrini dorici. A sinistra si eleva il campanile a quattro piani senza comignolo, che viene innanzi sulla fronte del portico, grande e bella torre quadrata, forte nel piede, negli angoli e nelle cordonate che distinguono i piani, e di cui gli ultimi due sopravvanzano il cornicione del portico di tutta la loro altezza ».

 

Come si vede, l’attuale Piazza Pugliano appariva, nel secolo scorso, come «un piano solo, con dei cimoni di lava vulcanica» (nella descrizione del Gaudino), oppure come «una spianata ricoperta di brugiata e nera sabbia» (nella testimonianza dello Schedllo). Solo nella seconda metà dell’Ottocento la piazza assumerà un aspetto più simile a quello dei nostri giorni.
Prima di proseguire nel discorso sullo sviluppo di Pugliano, piace però accennare a quei gelsi Ce cieuze) che per decenni hanno rappresentato un punto di riferimento preciso nel linguaggio della gente di Resina. Sentiamo cosa dice, al ‘riguardo, l’avv. Gaudino .(20):
«Il nostro popolino usa questa frase: “Vado in mezzo ai gelsi, oppure vado dietro i gelsi”. Ciò sarebbe quel tratto di strada che va dall’angolo di Piazza Pugliano fino a Via Trentola, cioè la parte alta di questa strada. Sia negli atti amministrativi, sia negli atti pubblici o privati troviamo la locuzione Contrada dei gelsi, oppure Contrada dietro i gelsi. Dal verbale della Congrega di Carità del 29 dicembre 1872 si rileva che nelle vicinanze della Chiesa di Pugliano vi erano tre fondi di pertinenza di detta Chiesa…
Il primo fondo fu venduto per l’Acquedotto vesuviano (21); il secondo fondo esiste tuttora ed è quello che sta in Via Fevolella, dietro la Chiesa di Pugliano; il terzo fondo, ora scomparso completamente, di forma triangolare, vicino al Palazzo Piccolomini, ora Villa Irene… In questo fondo triangolare… era piantato un gelseto, di are 30 circa, a guisa di boschetto… E tutto questo serve per dimostrare come le frasi del nostro popolino trovano la base su un fatto storico ».
Già alla fine dell’Ottocento, però, i gelsi e il tiglio secolare più non esistevano a Pugliano. La piazza e il tempio, come è stato ricordato dal Gaudino, subirono in quel lasso di tempo modifiche e trasformazioni. In un opuscolo (22), pubblicato nel 1893 dall’Amministrazione Cacciottoli, si legge:
« La sistemazione poi del Largo a Pugliano, delle Vie Cuparella, S. Elena, Bosco, Fevolella, Dragonetti, Arcucci, primo e secondo tratto di Via Trentola, traversa Municipio, via Patacca… son tutte opere queste da noi volute e compiute… Né questo è tutto. Provvedemmo il Comune di un pubblico orologio con tutte le opere annesse…
Ma vi ha di più. Gelosi della religione degli avi nostri, deplorammo lo stato pessimo e di abbandono in cui trovammo le Chiese della Città… Fra le Chiese primeggia la Chiesa madre, che oltre di essere stata trasformata negli stucchi, fu ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione ecc. ».
Queste trasformazioni sono evidenti in una vecchia cartolina fin de siècle (<< Resina. Il Santuario di Pugliano e vista del Vesuvio ») del noto editore napoletano E. Ragozino: vi si vede, per la prima volta, la piazza divisa in tre larghi marciapiedi, separati fra loro da altrettanti rettilinei; ai bordi dei marciapiedi corrono file di smunti alberelli, tra i quali qualche donnetta ha steso delle funi-per appendere il bucato; altri particolari notevoli sono la nuda semplicità della stessa piazza, un angolo della quale accoglierà l’Acquedotto vesuviano (costruito nel 1896), e la cima fumante del Vesuvio sullo sfondo, quale appariva prima della decapitazione subentrata in seguito all’eruzione del 1906.

Nel 1904 la « Società della Circumvesuviana» aggiunse alla linea a vapore Napo~i·Ottaviano-Poggiomarinouna seconda linea, BarraResina-Torre del Greco-Poggiomarino. Per la prima volta, Piazza Pugliano venne ad essere divisa da Via Pugliano da un passaggio a livello composto da tre tronchi, ciascuno dei quali era formato , da pilastri in muratura uniti tra loro da cancelli.
In una cartolina del 1920 (<< Resina. Largo Pugliano e l’Esterminator Vesevo »), dell’editore D. Giliberti di Resina, è, però, ancora più palese l’aspetto primitivo della piazza, con i panni stesi allo sciorino al di là e al di qua d~l passaggio a livello; altri dettagli importanti sono i primi fanali a ~as (23), sorti sui marciapiedi di Piazza Pugliano, e una fontana pubblica (24), collocata proprio al culmine della salita di Pugliano, sulla destra di chi guarda la Chiesa, a qualche metro di distanza dal passaggio a livello e dall’imbocco dell’attuale Via IV Novembre.
Dopo l’inaugurazione della nuova linea circumvesuviana, la «Ditta Cook» costruì la ferrovia vesuviana Pugliano-OsservatorioStazione inferiore. La nuova stazione, completata nel 1913, si congiunse così con la ferrovia circumvesuviana, per cui i rispettivi binari correvano per un certo tratto paralleli, e con Piazza Pugliano (alla quale era collegata da un vialetto, tuffato nel verde e ricco di aria balsamica, che i resinesi si abituarono a chiamare affettuosamente «dint “a Cook »).
Ecco cosa scrive il Malladra (25) di quel romantico angolo di paradiso: « Uno stesso piazzale bene inghiaiato e pulito accoglie le due stazioni di Pugliano; cioè della Circumvesuviana e della Vesuviana; la prima a valle, coi suoi graziosi giardinetti fioriti tutto l’anno, e la seconda a monte con la sua torretta e la poetica veranda sempre aperta, protetta da una pensilina rivestita dal sempreverde Eleagnus ferruginem. Se le due ferrovie avessero mantenuto lo stesso scartamento ridotto, le vetture del Vesuvio avrebbero potuto circolare fino a Napoli… ». La sistemazione definitiva di «Largo Pugliano» risale, infine, all’epoca dell’amministrazione Bossa, all’inizio cioè degli anni ’30. La grande piazza fu trasformata in « attraenti giardini e bei vialetti, con centri in pietra vulcanica finemente lavorata ed il tutto splendidamente illuminato» da artistici lampioni, che avevano sostituito i vecchi fanali a gas. Ai bordi dei graziosi vialetti furono anche piantati dei pini. Anche il passaggio a livello subì delle modifiche. I vecchi pilastri in muratura furono sostituiti ‘da quattro cancelletti, due a monte e due a valle dei binari. Ciascuna di questa coppia di cancelli, che partivano rispettivamente dagli. opposti angoli della piazza (dagli imbocchi cioè di Via Cuparella e di Via IV Novembre), era separata da un intervallo di otto-nove metri,’ riservato al passaggio dei pedoni e delle carrette. In vista del transito dei treni, il casellante faceva scorrere due carrelli (che avevano una sede propria, uno a monte e l’altro a valle della ferrovia), e chiudeva il varco per impedire il transito a uomini e bestie. Nuovo decoro alla piazza aggiunse, infine, la decorazione e la consacrazione (7.6) della Chiesa, avvenuta il 3 agosto 1935. Promotore dei lavori fu !’indimenticabile don Gioacchino Cozzolino, parroco di Pugliano per quasi mezzo secolQ (1899-1943). Ma, ahimé, quella che doveva essere la sistemazione definitiva della piazza e della chiesa venne a scontrarsi con due realtà: il secondo conflitto mondiale e la superficialità di certi amministratori. In seguito agli eventi bellici, sui bei viali di Piazza Pugliano fecero la loro comparsa orribili baracche di legno (sopravvissute in parte fino alla seconda metà degli anni 50), che resero la zona simile ad una bidonville di periferia. Anche la chiesa subì dei danni, non tali tuttavia da giustificare lo scempio che in breve tempo si sarebbe perpetrato contro il più venerando monumento religioso di Resina. Fu deciso, infatti, di abbattere la vecchia facciata del tempio e di costruirne un’altra ex novo, uguale alla precedente. Poche settimane bastarono per conseguire, nel 1951, il primo intento; ma occorsero ben tre lustri per realizzare il secondo. I lavori procedettero con ritmo accelerato solo nei primi mesi, durante i quali si costruì il nuovo porticato che era sostenuto da doppie colonne esterne, e qui si fermarono. Per ben quindici anni la nuova facciata rimase priva dell’attico e del cornicione. Era un’immagine acefala, che faceva di certo rimpiangere i riquadri a stucco, le nicchie e i pilastrini dorici del frontone precedente. Rispetto alla facciata dell’anteguerra, mancavano anche la quarta arcata (con relativo orologio) e la cancellata che serviva a proteggere l’atrio durante le ore notturne. Rimasto così, incompleto e privo di protezione, il porticato della chiesa divenne teatro di interminabili partite di pallone, pomeridiane e serali, senza che si potesse fare alcunché per reprimere quello sconcio.
Ma il peggio doveya ancora venire. Quando, nel 1956, i lavori furono finalmente ultimati, quella che si presentò davanti agli occhi degli esterrefatti resinesi apparve subito come una rozza e grossolana imitazione della facciata precedente e fece capire a tutti che uno dei capitoli più impor~anti e significativi della storia di Resina si era chiuso per sempre. Le mostre, le trabeazioni, il frontone di piperno e l’edicola della Vergine sulla porta centrale erano scomparsi. Era davvero finita l’epoca delle grandi opere portate a termine con scrupolo e maestria (lavori di muratura e di stuccatura in cui le maestranze resinesi erano andate famose nei secoli); e continuava (perché già incominciata da qualche tempo), per converso, il periodo del pressappochismo, del massimo guadagno col minimo sforzo e di tutte le altre « piacevolezze » che viviamo e subiamo al giorno d’oggi.

Eppure il geom. F. Guarracino (27), riferendosi alla piazza di Pugliano, ancora nel 1959, così scriveva: , «Chi ha visto l’alba del 15 agosto, rilevata la massa di popolo che in parte precede e in massima parte segue la tradizionale secolare diana, deve aver avuta con me l’impressione che l’attuale Piazza Pugliano, così come è limitata tra i cancelli della Circumvesuviana e la chiesa, è insufficiente ai bisogni e all’importanza d’una piazza quale essa è. Difatti è centro d’irradiazione a raggiera di tutte le strade che conducono all’abitato, sia verso il mare che ad oriente (verso la i1Uova zona di Resina) e verso il Vesuvio, che rimane col nostro Santuario e con gli Scavi centro d’attrazione per i turisti. L’antica piazza, come rilevasi dalla vecchia mappa planimetrica di Resina, si estendeva in lunghezza, per circa 100 metri, fra l’ex Bosco Reale di Portici, rasente la Via Cuparella, e il confine del giardino di Palazzo Piccolomini, proprietà di dominio diretto della chiesa di Pugliano e di dorninio utile dei signori Rossi (avv. Crescenzo, Anna, Candida e Irene fu Giuseppe ed eredi di Irene Galante, vedova di Francesco Rossi). In larghezza, poi, era limitata, a monte, dalla chiesa, e, a valle, dall’angolo dell’attuale Via IV Novembre fino allo sbocco di Via Cuparella. Misurava, infatti, la superficie di mq. 8500. Tale ampiezza venne ristretta per l’occupazione della sede della Ferrovia secondaria (Circumvesuviana) e, sùccessivamente, dall’adiacente sede della Stazione di Pugliano della Ferrovia Vesuviana.
Nel piano di costruzione del raddoppio del binario della linea BarraTorre Annunziata (già eseguito in parte da Torre Annunziata a Torre del Greco) è prevista l’occupazione per il tratto Torre-Portici, già iniziato con la sola demolizione di qualche fabbricato e da proseguire.
Si comprende chiaramente che la piazza verrebbe poi sistemata, nel migliore dei modi, con tre aiuole antistanti, due delle quali con strada centrale di accesso alla chiesa e con strade laterali di accesso alla Via Canalone, a occidente, e alla Via Fevolella e all’OsserVatorio, ad Oriente; migliorandola con ampi marciapiedi laterali allargati con impianto di convenienti sedili nella sede dei deperiti pini testé rimossi.
Innanzi al Santuario si potrebbe anche far luogo a una vasca con fontana centrale, in una delle suddette aiuole, e nell’altra il bel monumento ai caduti di tutte le guerre… ».
Purtroppo, però, l’opera vandalica del piccone non era ancora finita. Nel 1965 ebbero inizio i lavori per la costruzione del sottopassaggio della Circumvesuviana; la cerimonia inaugurale si tenne il 29 novembre, con l’intervento delle Autorità. Con la sistemazione del sottopassaggio si sperava di restituire alla piazza l’ampiezza, il decoro e l’importanza di un tempo.
Invece, sappiamo tutti come è andata a finire. Rimossi i binari, eliminato il passaggio a livello, demolita la stazione (al cui posto sorge ora un anonimo edificio), Piazza Pugliano ha assunto un aspetto incolore, squallido, privo di quei punti di riferimento che per tanti anni avevano costituito la sua peculiare caratteristica. La gente più non si ferma ad osservare la nuova, insignificante facciata della chiesa; più non si siede all’ombra dei vecchi cari pini, indimenticabili compagni della giovinezza spensierata di tanti resinesi ormai in là con gli anni, più non ascolta i rintocchi dell’antico orologio che scandiva i momenti tristi e lieti di un passato irrimediabilmente perduto; più non entra nella stazione della Circumvesuviana per prendere posto sulle vetture color latte e rosso pompeiano di quei trenini civettuoli, il cui ricordo evoca immagini struggenti e indimenticabili.
Infine, per completare il quadro, la furia iconoclastica dei nuovi programmatori. si abbatté sull’ultima testimonianza della belle époque di Resina: la stazione della Funicolare (le cui corse erano terminate nel 1953). Anche il vialetto di accesso alla stazione (quello che qualcuno aveva definito il «polmone di Pugliano»), spogliato dei suoi rampicanti, divenne purtroppo una spianata sassosa e arida, un deserto che non offriva più aria balsamica e profumata, non più refrigerio nelle calde giornate d’estate, non più spazio per passeggiate distensive, ma dovunque squallore, sassi e terreno di risulta.
Di fronte a tanto strazio le Autorità comunali, nel gennaio del 1982, si sono finalmente decise ad intervenire. Così tutta la zona che fu della Cook è ora una distesa di giardini, aiuole e fiori.
L’ultimo ricordo dei bei tempi andati rimane, fortunatamente, la Caserma dei Carabinieri, la quale -sebbene si trovi defilata rispetto alla piazza -pure costituisce un preciso punto di riferimento e uno degli elementi più caratteristici del paesaggio della zona.
Fino al 1953, era stato il primo edificio a venire incontro, sulla destra, all’azzurro trenino della Funicolare che, arrampicandosi su un alto terrapieno, iniziava la salita verso il Vesuvio. Ma anche dopo quella data, la sua elegante silhouette ha continuato )a r~ppresentare, nella mente e nel cuore dei vecchi resinesi, la tenace custode di una tradizione che non vuole morire del tutto.
Bene: là dove non erano riusciti gli uomini, sembrava che stesse potendo il terremoto! La prolungata scossa sismica del novembre 1980, danneggiando -tra le altre costruzioni -anche l’edificio che o~pitava i militi della «Benemerita », poteva solleticare gli appetiti’ di certi programmato:r:i, ai quali non sarebbe parso vero di completare la distruzione della superstite testimonianza di un periodo irripetibile della storia di Resina.
Invece, una tantum, le cose non sono andate così. Riattata e rimessa a nuovo, l’antica palazzina continuerà a fare la guardia a quello che rimane della nostra storia, sebbene ai Carabinieri sia stata assegnata una nuova sede in Via Venuti.

Tratto dal libro di mario carotenuto Da Resina ad Ercolano. Una città tra storia e cronaca. – Ed. pro Ercolano