Partono ‘e bastimiente aniello scognamiglio un emigrante di resina

0 3 anni fa

Era il pomeriggio dell’8 gennaio 1952. Sotto un cielo plumbeo una folla infreddolita si accalcava su una banchina del napoletano Molo Beverello, in attesa della partenza dell’Home land.
Un uomo, dall’alto del parapetto della nave, sventolò un fazzoletto.

«È Ciro! È Ciro! »: gridò la madre del nostro personaggio, scoppiando in lacrime. Lo aveva subito individuato in mezzo alla massa degli altri emigranti, che, come lui, si erano affacciati per salutare i parenti rimasti a terra.
« Non piangete! Vado a trovare mio padre! »: fece eco l’uomo, coprendosi la voce con entrambe le mani. Ma queste parole, anziché ottenere l’effetto sperato, conseguirono il risultato opposto. L’emozione, che già si era impadronita della madre, travolse anche gli altri parenti.

A nessuno infatti sfuggiva il significato di quella partenza. Quel viaggio non era solo il coronamento di lunghi anni di attesa e, di lunghe ore di anticamera negli uffici del consolato americano di Napoli e di viaggi notturni a Roma (sede dell’Ambasciata statunitense), ma era di più, molto di più. Con quel viaggio un figlio andava a ricongiungersi al padre dopo ventisei anni di separazione.
Ciro Scognamiglio forse fu davvero l’ultimo emigrante di Resina. A trentotto anni suqnati, partiva per la lontana America. Se ne andava per seguire una strada già percorsa da milioni di italiani che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni di questo secolo, avevano dato vita a quel grandioso fenomeno di emigrazione di massa che costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia nazionale.

Non era stato molto fortunato nella vita. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico « D. Petriccione» di S. Giovanni a Teduccio, aveva trovato lavoro nello spolettificio di Torre Annunziata. Qui si trovava nei tragici giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando fu sorpreso da una retata dei tedeschi in cerca di uomini da immettere nell’organizzazione Todt. Ma riuscì a sottrarsi alla cattura; fuggendo attraverso i campi con due compagni di ventura, raggiunse il Genovese di Resina, una località posta alle falde del Vesuvio, e, rifugiatosi in una grotta) rimase, alla macchia fino alla fine del mese. Dopo la guerra, non aveva più trovato lavoro. D’altra parte, non sembra che la famiglia fosse molto d’accordo sulla scelta sentimentale che aveva operato negli anni che avevano preceduto il conflitto. Così, senza lavoro e incompreso dai suoi, aveva maturato il proposito di raggiungere il padre negli States.

Era un ragazzino di dodici anni quando lo aveva visto partire, ma ricordava ancora quell’espressione di infinita tristezza dipinta sul volto dei partenti. Erano contadini, braccianti, operai, disoccupati meridionali, vestiti di pochi cenci, con la classica valigia di cartone e un misero fagotto appeso alla punta di un bastone, che affollavano la banchina dell’Immacolatella vecchia eD). Erano povere donne vestite di nero, con un fazzoletto legato sulla testa e i bambini appiccicati alle gonne, che seguivano i mariti nella grande avventura al di là dell’oceano. Erano personaggi, uomini donne e bambini, che scrivevano una delle pagine più amare del capitolo dell’emigrazione italiana.

Gli tornavano in mente i versi di Santa Lucia luntana:

Partono ‘e bastimiente

p’ ‘e terre assai luntane

cantano a bbuordo e so’ napulitane.

Anche lui ora stava per partire. Anche lui andava assai lontano, ma non cantava, non aveva voglia di farlo. Lasciava una terra ingrata, che gli aveva riservato solo amarezze, incomprensioni e ostilità. E andava in un mondo sconosciuto, del quale aveva solo vaghe e confuse nozioni.
Mentre la nave si staccqva dal molo, allontanandosi fino a diventare un punto nero all’orizzonte, un groppo lo prese alla gola. Adesso poteva dare libero sfogo alla propria emozione, perché nessuno dei parenti rimasti a terra lo poteva scorgere. E pianse, pianse come un bambino.
Intanto una donna innamorata lo seguiva col cuore, temendo forse di non poterlo più riabbracciare:

Addio, mia bella Napoli
e suspiravi tu
e mò nu tuorne cchiù,
te scuorde d’ ‘o paese d’ ‘e sirene
e, dopo tantu bene,
te scuorde pure ‘e me.

Ma Ciro sarebbe tornato di lì a poco e, dopo averla sposata, si sarebbe stabilito definitivamente in America.

anielloscognamiglioIl 14 gennaio del 1953, un anno dopo la partenza dall’Italia del figlio, faceva ritorno in patria Aniello Scognamiglio.
Aniello ‘o mericano era veramente un uomo di altri tempi, uscito pari pari dalle pagine di un libro di avventure. Ancora ragazzo, aveva visto morire un fratello travolto dai flutti del mare in burrasca. Soldato nella prima guerra mondiale, aveva combat· tuta la dura guerra di trincea nella quale erano caduti tanti e tanti commilitoni, uccisi dal piombo dei cecchini austriaci. Imbarcatosi subito dopo la fine delle ostilità, era riuscito miracolosamente a salvarsi dal naufragio della sua nave, trovando posto su una scialuppa di salvataggio; e su quello scomodo rifugio era rimasto ben due giorni e due notti, terrorizzato da un branco di squali che avevano circondato la barca; finalmente, era passata una nave brasiliana, che lo aveva recuperato e trasportato in India. Quella tremenda esperienza aveva lasciato il segno sul suo animo. Aveva deciso perciò di emigrare negli Stati Uniti, dove, con il lavoro e i sacrifici, avrebbe potuto guadagnare quel tanto di che sfamare, con le rimesse mensili, la moglie e i figlioletti lontani.

Correva l’anno 1926, e da allora Aniello Scognamiglio era rimasto lontano da casa per ben ventisette anni. Era partito per cercare lavoro in una terra sconosciuta, nella quale mille pericoli insidiavano quotidianamente l’esistenza degli emigrati. E una volta infatti, tornato a casa con la paga in tasca dopo una dura giornata di lavoro nel Bronx, era stato aggredito da due delinquenti che lo avevano atteso per sottranili il denaro così faticosamente guadagnato. Eppure, nonostante tutto, egli aveva continuato a lavorare, spedendo regolarmente in Italia il guadagno mensile e riservando per sé l’indispensabile per vivere.
In effetti, la famiglia era rimasta sempre in cima ai suoi pensieri; e tale nostalgia era stata resa ancora più acuta da certe canzoni che il grande cuore di Napoli aveva dedicato ai suoi figli più sfortunati. Come restare insensibile, ad esempio, alle parole di Lacreme napulitane?

E ‘nce ne costa lacreme st’America
a nuie napulitane
nuie ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule
comm’è amare stu pane

E quando il cantante napoletano Mario Gioia aveva lanciato la Cartulina ‘e Napule al Teatro Werba di New York, nel 1927, non era forse andato ad applaudire quell’ambasciatore canoro della patria lontana?

M’è arrivata stammatina
na cartulina;
è na veduta ‘e Napule …

E così, pieno di nostalgia e di rimpianti, Aniello Scognamiglio aveva trascorso i suoi ventisette anni in terra americana. Era partito ancor giovane e faceva ritorno, ora, alla veneranda età di 66 anni. Con lui tornava un po’ anche la vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, del dixieland e del charleston, del proibizionismo e degli speakeasies, di Al Capone e di Dillinger, di Douglas Fairbanks e di Mary Pickford, di Charles Lindbergh e dello Spirit of St. Louis, di Sacco e Vanzetti e di Wall Street; in una parola, dei roaring Twenties.
Nel frattempo, quante cose erano cambiate! C’era stata, intanto, la seconda guerra mondiale, durante la quale egli era stato costretto a sospendere l’invio dei soldi in Italia; e, poi, i figli erano cresciuti e diventati adulti. Giuseppina (nata nel 1913) e Antonietta (del 1917) si erano sposate; Ciro (del 1914) aveva preso il suo posto nella vecchia casa di Douglass Street 87, a Brooklyn; Lucia (del 1920) e Rosa (del 1925) erano ancora nubili. Quanto alla moglie, Giulia, di due anni più giovane di lui, era anch’essa invecchiata, ma aveva conservato intatto nel cuore l’amore per il suo uomo, partito un giorno lontano in cerca di fortuna. La brava donna non lo aveva mai dimenticato e ai figli non aveva fatto altro che parlare del padre lontano, che adesso era finalmente tornato.
Eccolo ora mentre, seguito da una schiera di parenti e di curiosi, saliva le scale che lo avrebbero portato alla sua nuova casa. Nel vicolo, intanto, la notizia di quel ritorno si era sparsa in un baleno:

Vué, è turnate Aniello ‘o mericano!
Chi? ‘O marito ‘e Giulietta? Famme vedé!

Le persone di una certa età lo ricordavano ancora, mentre anche i più giovani si lasciarono attirare dalla curiosità di conoscere il nuovo venuto.
Visto da vicino, Aniello Scognamiglio era un uomo di media statura, aveva un aspetto mite e portava gli occhiali. Ma ciò che colpì maggiormente l’attenzione dei parenti e dei vicini era il colorito del volto, tipico della gente abituata a vivere all’aperto. Avrebbe poi spiegato la moglie che il marito, da giovane, aveva fatto il marinaio e che fin da allora il suo viso aveva assunto quel colorito rimasto inalterato anche a distanza di tanti anni.
L’arrivo dell’americano rivoluzionò un po’ la vita della ritrovata famiglia. La casa di Giulietta era sempre piena di gente desiderosa di conoscere notizie sull’America e sugli altri resinesi ri· masti in V.S.A. Non mancava nemmeno il compariello di turno, venuto a salutare il padrino dopo tanti anni di lontananza.

Le domande si sprecavano: esistevano ancora i pellirosse in America? Aveva mai visto i grattacieli? Aveva conosciuto Riccardo Oriani, il marito di Filomena? E Minico ‘e mazzitiello quando sarebbe tornato? Come stavano Ciro ‘e tracinella, ‘a Macchiulella e Capacciaro? Era più bella Nuovaiorche o Broccolino?
A tutti lo Scognamiglio rispondeva con garbo, senza mai mostrare cruccio o segni di impazienza. Più di uno, anzi, tornò a casa con una bottiglia di Ballantine o di blended whiskie.
L’inserimento dello Scognamiglio nella nuova realtà fu graduale e non privo di difficoltà. Invece di godersi il meritato riposo, avrebbe desiderato rendersi ancora utile alla famiglia, magari con qualche job, ma dovette accontentarsi di lunghe passeggiate, con il nipote quattordicenne, lungo le strade di quella Resina che ormai stentava a riconoscere.

Erano lunghe passeggiate, che si snodavano da Pugliano fino agli Scavi di Ercolano attraverso Via Quattro Novembre, una strada aperta qualche decennio prima e che in gergo era ancora chiamata ‘a ret’ ‘a strada nova. Nonno e nipote si incamminavano dunque per quella nuova strada, lunga larga e ai lati della quale si aprivano ampi spazi di verde e di terreno coltivato. Allora, infatti, non era ancora esploso il boom edilizio che, di lì a qualche anno, avrebbe seppellito il territorio del nostro Comune sotto imponenti ·colate di cemento. Si vedevano solo piccole case, ad uno o due piani, che venivano ad interrompere la continuità di quella verde distesa. Erano casette linde e civettuole che, seppure costruite senza pretese, rallegravano la vista. La primavera poi, illuminando uomini e cose con colori vivaci e brillanti, rendeva il paesaggio ancora più piacevole e suggestivo.

Il vecchio osservava contento il miracolo della natura .che risorgeva dopo il letargo dell’inverno, le prime gemme spuntate sugli alberi, i prçlti che sembravano tappeti ricamati da una mano amorosa e sapiente, il cielo azzurro e luminoso. Quella vita en plein air, dopo quasi trent’anni di smog newyorkese,gli faceva tanto bene al morale e al fisico. Quante memorie affollavano la sua mente! Camminava e raccontava al nipote alcuni di quegli episodi legati ai ricordi della sua vita sul mare, della prima guerra mondiale combattuta sul Carso, delle sue esperienze in terra d’America.

Non di rado, incontrava lungo il percorso qualche suo compagno di gioventù, di solito un vecchio lupo di mare, un pensionato come lui, con il quale si fermava a rievocare questo o quell’episodio dei bei tempi andati. Era allora un fitto intrecciarsi di domande e di risposte sul rispettivo stato di salute, çli notizie sui comuni compagni di gioventù, di felicitazioni per traguardi rag· giunti o di rimpianti per speranze svanite. Emergevano dalla con· versazione anche ricordi di pesca, di avventure di mare e di altri episodi magari banali, ma che avevano il pregio di riferirsi a una epoca favòlosa dell’esistenza, la gioventù: era insomma un bilancio, il consuntivo di tutta una vita.

Qualche volta nonno e nipote si spingevano fino al Granatello di Portici, un porticciuolo lindo e pittoresco che il primo conosceva bene per avervi trascorso tanta parte della sua attività giovanile. Lungo il percorso che conduceva al porto, i due passavano davanti alla Villa Comunale di quella graziosa cittadina, una villa spaziosa, ricca di alberi, di verde, sorvegliata e curata nei minimi particolari. Per associzione di idee, quella villa gli faceva ricor· dare, ogni volta, le parole di, una canzone che la radio trasmetteva proprio in quegli anni:

Mi ricordo, mi ricordo che bei tempi erano quelli vecchia villa comunale sei rimasta tale e quale

Erano le parole pronunciate da una persona che, tornata a casa dopo anni di assenza e rivedendo le persone e i luoghi cari alla sua infanzia, si lasciava trasportare dall’onda dei ricordi. Quelle parole si potevano riferire senz’altro anche al vecchio che, tornato in patria dopo trent’anni di esilio e rivedendo la villa dove aveva giocato e scorazzato da bambino, riassaporava i «pensieri soavi », le « speranze» e i « cori » di allora.

Arrivati al porto, i due s’incamminavano lungo il molo principale, al quale erano attraccate imbarcazioni di ogni genere: pescherecci, gozzi, paranze, navi di piccolo e medio tonnellaggio. Che fervore di vita in giro: qua c’erano dei pescatori che riparavano le loro reti a strascico; là dei marinai che effettuavano operazioni di carico e scarico dalle navi più grandi; più in là ancora delle persone che facevano ressa vicino ad un gozzo, appena giunto ne] porto, per l’acquisto della buona tartanella (un campionario di eccellente pesce di scarto).

Il vecchio osservava interessato: niente era cambiato rispetto a tanti anni prima. Le mamme portavano ancora i bimbi a spasso nel porto e i pescatori dilettanti, armati di canna e di lenza, erano ancora seduti come una volta sulle sponde della banchina.
Ad un’estremità del molo c’era una scalinata di pietra che conduceva ad una postazione elevata, dalla quale si poteva contemplare uno splendido panorama. Da una parte, sulla destra, la linea ferrata che correva proprio lungo il mare e quella stazione famosa in Italia e nel mondo per essere stata il terminale della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Dall’altra parte, la distesa del mare aperto, la linea dell’ultimo orizzonte: l’ex emigrante era stato là, oltre quella linea, e forse provava ancora un po’ di rimpianto e di nostalgia per quegli anni lontani.

COSÌ, nel ricordo di un’esistenza operosa, Aniello Scognamiglio visse gli ultimi anni. Intanto, tutto intorno a lui stava cambiando rapidamente: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers. In breve, la ripresa economica e civile di Resina si inserì in quella più generale del « miracolo economico italiano», che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.
saturniaIn questa nuova società dei consumi, sparirono per sempre usi e costumi, necessità e comportamenti di un tempo. Scomparve, fortunatamente, anche l’emigrazione: molti cominciarono ad osservare che la vera America si stava trapiantando qui da noi, in Italia, e che l’emigrante cencioso e disperato dell’oleografia tradizionale poteva considerarsi ormai una figura del passato.

Era sparita per sempre l’epoca  del Saturnia e del Vulcania, del Rex e del Conte Biancamano; sparite le traversate transoceaniche effettuate a tempo di record per la conquista del Nastro azzurro (come dimenticare il Queen Mary, l’United States e il nostro Rex che, nel 1933, aveva conquistato il prestigioso blue ribbon); e stava per sparire ora anche la nuova generazione degli Augustus, dell’Andrea Doria e del Cristoforo Colombo.
Era un mondo decisamente diverso da quello che il vecchio aveva conosciuto in passato. Perciò, quasi di soppiatto, l’antico emigrante preferì uscire dalla comune. Era il 9 aprile del 1966.