Mestieri e mastri di Resina, ‘e maste cunusciute

0 4 anni fa

I maestri muratori

Il capomastro muratore è una figura mitica nella storia di Resina. I vecchi cultori di storia locale raccontano che molti di essi, in passato, in virtù della loro grande padronanza del mestiere, erano in grado di portare a termine la costruzione di interi palazzi, senza la guida dei tecnici preposti alla direzione dei lavori.
Ma quelli che si distinsero maggiormente per la loro valentia furono i maestri fabbricatori, che si succedettero a Resina, tra il 1765 e il 1760, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Ne ricordiamo i nomi: Nicola Civile, Innocenzo Torrese, Donato Quartucci e Nicola Pandullo. Quest’ultimo, in particolare, sottoscrisse un contratto che prevedeva che a sue spese dovessero andare anche i « materiali e magistero » Tra i vari materiali impiegati (la pietra della montagna, i mattoni, il lapillo della montagna, travi e chiancole per i solai, la tonica d’arena, le tegole e i canali di Salerno) c’era naturalmente anche il tufo napoletano, il materiale da costruzione più largamente usato nell’Italia meridionale, per due buoni motivi: l’abbondanza della materia prima e il basso costo.
Per secoli il tufo ha costituito il tessuto connettivo di tutti i palazzi signorili e delle case plebee del Mezzogiorno d’Italia. Erano tempi in cui le case erano costruite senza fretta ed abbellite a regola d’arte, e non esisteva la speculazione edilizia che, al giorno d’oggi, ha reso le abitazioni simili a tetre caserme, prive di gusto e di estetica.
Adesso la saturazione di tutti gli spazi edificabili, gli alti costi dei materiali da costruzione, !’inflazione e la crisi edilizia hanno quasi fatto sparire dalla circolazione la benemerita categoria dei muratori.
Ma, ancora oggi, quando ci capita di osservare quel bel materiale giallognolo che occhieggia dall’intonaco scrostato di muri e palazzi, non possiamo fare a meno di pensare alla patetica figura del fravecatore intento a lavorare su un andito, la cazzuola in mano e un berretto di carta, a forma di barchetta capovolta, sulla testa.

I maestri pipernieri

Fin da quando Resina si chiamava Ercolano, la nostra città ebbe valenti maestranze nel campo della lavorazione del marmo. Famosi sono rimasti i marmorari ercolanesi, che lavorarono alla pavimentazione delle case urbane e al rivestimento della scena dell’antico Teatro. Meno famosi, ma certamente abili e qualificati, furono gli artisti ercolanesi ai quali era ugualmente delegato il compito di decorare le case. E se a Pompei spetta l’incontestabile primato di offrire la più doviziosa documentazione della pittura parietale dalla fine del II sec. a. C. all’anno 79 d. C., tema dell’impegno dell’artista ercolanese fu anche il paesaggio: vedute di colli, di marine, di edifici all’aperto. Forse fu proprio un nostro lontano antenato l’autore del dipinto ç7) scoperto ad Ercolano nel 1779, poi scomparso, di cui però si ha una prima riproduzione nell’opera del Killian, Le pitture antiche di Ercolano, ecc., e in due riproduzioni, che gli Accademici Ercolanesi (18) pubblicarono lo stesso anno. Del resto, ancora nell’Ottocento, i pittori della celebre Scuola di Resina andarono famosi nel mondo per i risultati ottenuti nel campo della pittura del paesaggio vesuviano. Armati di tavolette e pennelli, essi si diedero a percorrere le località e le campagne alle falde del Vesuvio, in cerca di motivi originali per imporre una loro originale e interessante « pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia» (19). Fra quegli artisti si distinse, in modo particolare, Marco De Gregorio, nato proprio a Resina nel 1875.
Un’altra categoria che annoverò nei suoi ranghi i maggiori operatori del settore eO) è quella dei maestri pipernieri, segnalatisi anch’essi, insieme con i capomastri muratori, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. L’impegno di questi lavoratori, tra cui va ricordata la figura di Francesco Moscatiello, fu strettamente collegato con l’attività del già ricordato capomastro ( 1) Nicola Civile, soprattutto perché essi fornirono a quest’ultimo la materia prima per la costruzione, cioé la pietra vesuviana, cavata in sito o nei dintorni, con cui furono eseguite in gran parte le murature di fondazione, quelle del piano cantinato e varie altre in elevazione del palazzo. Nello stesso periodo, altri maestri pipernieri, Nicola e Giovanni Cibelli, presiedettero al taglio delle pietre dolci e dei pipemi di Sorrento, mentre Carmine Stizza s’incaricò di tagliare quello di piperno vero e proprio. Pasquale Cortese e Francesco Scodese assunsero, infine, l’incarico del taglio « delle pietre di fabbrica della cava di Vesuvio e lavori di detta stessa pietra, così lisci, così scorniciati, di bàsoli ‘” come per tutti l’altri lavori di piperno di Pianura … per l’assistenza e posa in opera de’ lavori fatti compiti dal fu Francesco Moscatiello, e non posti in opera.

Per la lavorazione de’ zoccoli, controzoccoli, gambe, soglie … e grada liscia con setti, ed ogni altro lavoro liscio … per tutte quelle pietre già tagliate dal detto fu Moscatiello e non ancora lavorate … per la lavorazione di pietre … da farsene ginelle, balconcini, base e gambe scorniciate, con zoccolo e dente nello spigolo e dente nell’estremo, in conformità che si stimerà dall’Architetto D. Mario Gioffredo, direttore dell’opera Sulla scia dei maestri pipernieri sorsero poi a Resina intere centurie di cavatori, basolari e scalpellini, che dalla lavorazione della pietra del Vesuvio trassero per secoli il necessario per vivere. Li si poté vedere all’opera fin verso la metà degli anni cinquanta, intenti a scalpellare pietre e a lastricare strade. Ma anche per loro venne il viale del tramonto: nel 1956 il Corso Ercolano fu completamente ripavimentato, e alla pietra vesuviana subentrarono i cubetti di fido. Col progredire della tecnica, poi, anche i cubetti diporfido hanno dovuto cedere il passo al più moderno mac-adam che, nel 1976, ha sostituito addirittura l’antica pavimentazione in pietra vesuviana di Via Pugliano. Era proprio la fine di un’epoca!

I maestri stuccatori

La decorazione a stucco, nata nell’antichità come necessario presupposto della decorazione dipinta, ebbe poi una propria funzione decorativa ornamentale e figurata. Lo stucco fu destinato a ingentilire le strutture esterne delle case, dei templi, degli edifici pubblici e privati.
A Ercolano furono decorati con stucco l’apodyterium, la sala (detta a stucchi), il calidarium e il tepidarium delle Terme suburbane.
Gli artisti resinesi seppero sempre farsi valere in questo genere di decorazione: ne è prova la splendida cappella di S. Maria del Pilar, un tempo proprietà privata della prospiciente Villa Sorge, definita dal Di Monda (23) « uno degli esempi più cospicui del rococò napoletano per la ricchezza ed il gusto degli stucchi ».
La loro presenza è segnalata, al pari dei capomastri fabbricatori e pipernieri, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Qui ebbero modo di distinguersi alcuni tra i maggiori esponenti del ramo: Giuseppe Scarola, Girolamo Ferraro e Innocenzo Torrese (subentrato poi anche al posto di capomastro fabbricatore Nicola Civile).
In seguito, tutte le case signorili, le ville, gli edifici pubblici e privati, le chiese e le cappelle ebbero la loro decorazione a stucco. I costruttori facevano a gara nel procurarsi i servizi di questi abilissimi operatori, custodi di una tradizione che affonda le sue origini nel passato più glorioso della nostra Resina.

Gli stuccatori subentravano ai muratori, quando le strutture degli edifici erano già pronte, e si facevano valere sia come preparatori di superfici prima della lucidatura, tinteggiatura e verniciatura, sia come esecutori di motivi decorativi in rilievo su pareti
o soffitti.
Particolarmente apprezzata in questo campo fu l’opera di due artisti resinesi: Antonio Gargiulo, al quale si deve, tra l’altro, la decorazione delle pareti laterali e il fondo della Cappella marmorea di S. Rita da Cascia, nella Chiesa di S. Maria della Consolazione; e Ciro Carotenuto, detto Ciro ‘o stuccatore, abilissimo, tra l’altro, nel costruire presepi « classicheggianti».

Oggi, col mutare dei tempi, anche la figura dello stuccatore è stata relegata nel museo dei ricordi. La cosiddetta società dei consumi, distratta da ben altre occupazioni, non ha più interesse per le cose belle di una volta. Forse proprio per questo è resa ancora più struggente la nostalgia di un’epoca irripetibile della nostra storia, quando il fascino che si sprigionava dagli acanti di stucco di un’antica colonna corinzia, o dalle decorazioni in rilievo su pareti o soffitti dei palazzi, era ancora in grado di suscitare sensazioni ineffabili.

I cavatori

Il Vesuvio non è stato nei secoli solo l’elemento più spettacolare e simbolico del golfo di Napoli, ma anche un importante « datore di lavoro» per intere generazioni di cavamonti, basolari e scalpellini. La lava del nostro vulcano non era altro che la fusione di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa era il principale elemento di ogni eruzione, e si presentava all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui era riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, era superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conservava per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa era abbastanza spessa.
La materia eruttata dal cratere, e che non arrivava mai alla base del monte, veniva detta comunemente scoria. Queste scorie erano ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentavano, appena raffreddate, come macerie di pietre spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate.
Le lave invece venivano vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli, che si aprivano durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiungeva talvolta parecchi chilometri di superficie, con uno spessore variabile tra i due e i venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, screpolava, ed a guisa di spuma si riduceva in minutissimi pezzi, i quali venivano chiamati ferrugine. In alcune eruzioni però la lava veniva eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presentava delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che si usavano per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamenti superficiali di edifici, ed altro ancora.

La parte che veniva immediatamente dopo la ferrugine sulle lave era chiamata cima; e si presentava come masso di colore rossastro scuro, che andava gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta, e di color grigio bruno.
La superficie di queste cime era di ferrugine conglomerata, mista all’arena della stessa materia, la quale, in sezione « guartata »,
scendendo man mano nel corpo della lava, formava il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si prestava ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamavano pietra moscia o svenata, o caranfolosa, a seconda di come si presentava: o come masso compatto, o a piccoli strati separabili fra loro o, infine, cosparsa di piccoli buchi che penetravano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, veniva la lava o pietra buona, che costituiva la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi dell’industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divideva’ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Il taglio delle lave buone si faceva nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, era detto a caduta: le cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permettevano l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.
Altre cave, poi, trovandosi sul lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentivano il sistema a caduta, sebbene il taglio da sopra; cioè si cominciava con l’asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccavano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, fino ad arrivare all’acqua.
L’industria della pietra vesuviana fu per molto tempo, come s’è detto, la più proficua e nota di Resina. Praticamente, non ci fu strada delle province meridionali dell’Italia che non fosse lastricata dalla pietra del Vesuvio, la quale peraltro fu un prodotto molto richiesto anche all’estero, soprattutto nei porti d’Oriente, dove ebbe un notevole sviluppo grazie all’attività dell’industriale Formicola.
Questi, al pari di molti altri imprenditori resinesi, aveva stabilito una cava (detta, appunto, Cava Formicola) quasi al centro delle Novelle di Resina, una zona già devastata in precedenza da piu’ colate successive.

Dalla Cava Formicola partivano le pietre ricavate dalle lave del Vesuvio (le più belle delle quali erano quelle del 1868) per invadere il mercato italiano ed estero. Tra le commesse più cospicue si ricorda quella ordinata alla nostra cava, al principio di questo secolo, dal governo del $udan: pietre e scalpellini (tra i quali il padre del sac. Gennaro Nenna) furono imbarcati su una nave per andare a lastricare le strade di quel lontano lembo d’Africa.