L’università di Resina quando i comuni si chiamavano così

0 4 anni fa

Quando si costituì il Comune di Resina (probabilmente nella seconda metà del secolo decimosecondo), la Chiesa di S. Maria a Pugliano, che per il passato era stata alle dipendenze del Monastero Napoletano di S. Sebastiano, divenne la chiesa propria del Comune, chiamato allora Università, denominazione, sorta con i Normanni. L’Università di Resina, dunque, divenne la effettiva patrona della Chiesa di Pugliano con tutti i relativi diritti e doveri. In che modo fossero regolati in concreto i rapporti tra le autorità laiche del paese e i ministri del culto in quei primissimi tempi, non ci è dato sapere: mancano i documenti. Secondo Alagi, tuttavia, questi rapporti erano regolati da una tradizione orale comune a tutta la zona vesuviana e tale tradizione doveva avere i seguentI pnncIpI:

1) Tutti i beni della chiesa e lo stesso tempio sono proprietà della Università che ha il dovere di custodire, migliorare e amministrare tali beni. Una cimasa di stucco, sulla sommità di un arco della navata centrale del tempio di Pugliano, reca ancora la seguente scritta:

«DE IURE PATRONATUS UNIVERSITATIS RETHINAE»,

cioè: [Questa Chiesa è] di diritto proprietà del Comune di Resina.

2) I beni appartenenti alla chiesa devono essere utilizzati per due scopi ben precisi: l’assistenza ai bisognosi e il mantenimento del culto che l’Università si impegna a realizzare.

3) L’assistenza deve essere indirizzata soprattutto ai malati, a fornire la dote alle fanciulle povere, l’assistenza ai malati, l’aiuto ai bisognosi.

4) Per quanto riguarda il culto, occorre provvedere alla amministrazione dei Sacramenti mediante la nomina di uno o più cappellani, alla manutenzione della Chiesa, all’acquisto di suppellettili ecc.

Più tardi si dovette sentire la necessità di fissare in documenti scritti le norme da seguire in questa faccenda; anzi si creò un organismo speciale, detto Estaurita, che doveva occuparsi, a nome della Università, sia dell’« assistenza ai bisognosi che del decoroso svolgimento del culto». Sorsero, cosÌ, i regolamenti detti Capitoli delle varie Estaurite; in tali regolamenti venivano indicati i diritti e i doveri degli Estauritari ossia di quegli uomini ai quali l’Università affidava l’incombenza di curare l’assistenza e il culto mediante la saggia amministrazione dei beni della chiesa e che costituivano, quindi, la Estaurita.

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La parola Estaurita non deriva dal greco stauros, come molti sostengono, ma dal latino instaurare, nel senso agrario che aveva nel Medioevo di dotare un campo del bestiame e di tutti i rustici attrezzi necessari per la sua coltura; perché il fornire tali chiese di suppellettili, di sacri ministri, e mantenerle, toccava ai laici. Dal 1375 fino ai nostri giorni questo organismo, sia pure con diversa denominazione (Estaurita, Amministrazione della chiesa di S. Maria a Pugliano presso la Congrega di Carità, E.C.A.) ha curato le entrate e le uscite del bilancio della chiesa e ha provveduto al mantenimento degli oneri di messe e di tutte le spese del culto.
Per quanto riguarda l’Estaurita è interessante ricordare che questo termine medioevale è menzionato, forse per l’ultima volta, sull’architrave di un armadio che si conserva nella Sagrestia della chiesa di S. Maria a Pugliano: EXTAURITARI A. MCMXV

Anche Resina, dunque, ebbe la sua Estaurita; e per questa Estaurita furono anche compilati i « Capitoli» tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo seguente.
D na copia di tali Capitoli che sarebbero stati redatti dal notaio Gennaro Gaudino nel 1375, al tempo di Giovanna I (1343-1381), fu eseguita dal notaio Ruggiero Pappansogna e presentata, nel 1423, all’Arcivescovo di Napoli Nicola de Diano per l’approvazione che il presule concesse.
Al documento del notaio Gaudino fa riferimento un’antica lapide, che si trova murata sotto il gran porticato della chiesa di Pugliano (per la sçritta della lapide cfr. il cap. Le indulgenze dei Romani Pontefici).

Vno dei Capitoli più importanti del regolamento dell’Estaurita .è quello che si riferisce ai diritti della pesca effettuata a partire da Capo S. Margherita perché ricorda i diritti concessi dall’Estaurita al Santuario di Pugliano. L’Università di Resina riconobbe al nostro maggior tempio il diritto chiamato ponderum et mensurarum (dei pesi e delle misure) la prestazione sopra li traini di cui fino a qualche decennio fa rimaneva ancora una traccia nelle prestazioni che tutti i giorni si raccoglievano dai carretti nella piazza di Pugliano e nelle vie dell’abitato.

La stessa Università fece alla chiesa di Pugliano una larga donazione di tutti i territori demaniali (e in parte non censiti) da essa posseduta in una fascia compresa tra il Vesuvio e il mare per l’estensione di cinque miglia. Questi territori vennero, in seguito, censiti dall’Amministrazione con regolari contratti di enfiteusi perpetua imponendo il pagamento di canoni annuali che ancor oggi formano gran parte del territorio della chiesa.

In virtù di questi privilegi, l’Estaurita dispose che anche tutti quelli che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino allargo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Questo privilegio veniva detto della branca e il re di Napoli Carlo I lo confermò col suggello d’oro. Ma dove si trovava il promontorio dedicato a
S. Margherita? Ancora una volta è l’Alagi che cerca di dare una risposta a questo quesito: dagli Atti della Santa Visita a Resina (quella del Card. Alfonso Gesualdo nel 1599, del Card. Ottavio Acquaviva nel 1611, del Card. Decio Carafa nel 1619, del Card. Buoncompagno nel 1629 e del Card. Spinelli nel 1743), egli ha potuto stabilire « che nel 1423 c’era, lungo la costa di Resina, un Capo di S. Margherita, che prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del cinquecento, e scomparve del tutto all’inizio del seicento».

Ancora oggi esiste una piccola edicola dedicata a S. Margherita in piazza Granatello a Portici, all’altezza del numero civico 5, cioè in quella zona compresa in quel mezzo miglio di cui parla il Regolamento dell’Estaurita nel 1375.