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Leopoldo di Borbone, ‘o zio d”o Re a Resina
21 luglio 2014
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leopoldodibrbone

Leopoldo in famiglia chiamato in senso affettuoso Zi Popò, Principe di Salerno, secondo genito di Ferdinando IV° e zio di Ferdinando II° Re di Napoli,  visse in un’epoca di grandi fatti e di grandi mutamenti (1790-1851) che vanno dall’epopea napoleonica al Congresso di Vienna e da questo ai moti del 1820 e del 1848. Di molti di questi avvenimenti il Principe fu spettatore ed attore.
Ercolano lo ricorda per l’opera di abbellimento della villa Favorita, che suo padre, Ferdinando IV, «con majorasco», gli cedette.
Così il Chiarini

leopoldodibrbone

: «Leopoldo [ … ] la fece ancora più splendida nei boschetti, che aperse per vari anni dal 1823 a pubblica ricreazione per molti giuochi ed esercizi di ginnastica che imitò dalla Germania.
Ed il concorso fu grandissimo, con allegrezza e festa di tutti che ne’ dì di riposo, nelle villeggiature di maggio e di ottobre, convenivano ad usar le gentilezze del magnifico ed affabile signore; il quale, mischiato e confuso nella gioconda moltitudine, manifestava a tutti i più belli contrassegni della sua cortesia. A quella stagione il nome della Favorita si rendette popolare. Splendido e generoso fu quel figliuolo di Ferdinando IV, e prodigo con tutti, sicché ben presto fu persuaso di elevare nuove fabbriche accosto al palazzo per commodità di una numerosa corte; ed alzato venne in effetti un novello edificio a tre ordini sopra il pian telTagno, dove le vaste proporzioni non corrisposero all’apparenza. Non fu minor male che alla forma monotona del prospetto, si seppe con disegno non in tutto seguitato del cav. Bianchi,
dare qualche barlume di gravità con archi e cornici mentite, e con linee che ricordano l’opera reticolata degli antichi. Se tutto non fosse dealbato a bianco di calce, ed invece le cornici e gli archi avessero colore diverso dalle pareti, potrebbe forse il prospetto far mostra di quella razionale varietà ed elegante sodezza che oggi non serba. Con tutto ciò le interne murazioni furono lasciate incompiute»

Oltre a dotare il complesso di una nuova fabbrica per alloggiarvi il seguito, ed arricchirlo di nuove scuderie e depositi sul lato orientale del giardino (2), nel 1823 Leopoldo dotò, come s’è detto, il parco di “giochi” ai quali la villa dovette la sua popolarità; nei mesi estivi, nei gior~i di festa, essi venivano aperti al pubblico determinando grande affluenza di popolo. Del Pezzo ne dà una simpatica descrizione elencando le ruote, i balançoires, ecc. e cita inoltre una stampa del 1829 riproducente la Favorita in un giorno di festa:

«Da Ferdinando la Favorita passò al suo secondogenito, don Leopoldo, principe di Salerno, il quale, ne’ primi tempi, che la possedette, vi spese molti quattrini. Da lui fu fatto costruire il secondo palazzo per dimora del seguito; a lui si debbono que’ giuochi nel giardino, a’ quali la Favorita’deve la sua popolarità. Ne’ mesi di villeggiatura, ne’ giorni di festa, le porte della villa si aprivano a tutti, e il popolo vi accorreva in gran numero a godere una giornata di svago.
Una stampa del 1829 riproduce appunto la Favorita co’ suoi giuochi in un giorno di festa. La veduta è presa a volo d’uccello.
Sulla destra, presso ad un tempietto di stile classico, di cui ancora avanzano le due colonne della facciata, suona una banda militare co’ shako pelosi, alti e terminanti in lunga penna. Lì vicino è un carosello; quattro uomini, ritti su cavalli di legno, portano con aria marziale una lancia sotto l’ascella, e girano, eccitati dalla prossima banda, che intanto fa, probabilmente, sfoggio del più fragoroso repertorio, come l’ orchestrina di trombe, tamburi e grancassa dei cavadenti, nelle piccole città di province, al momento che la vittima disgraziata raccoglie il frutto della sua credulità. Qua e là pel giardino sono tre o quattro svariate balançoires, a foggia di cavallo, di sedia, di sbarra, di paniere, insomma una collezione intera del genere. V’ è una stella, che deve considerarsi progenitrice della colossale, veramente americana, costruita ora a Chicago, poiché quattro persone soltanto salgono e scendono per aria. Un giuoco analogo consiste in una ruota con quattro aste; a ciascuna è sospeso un paniere, e a ogni paniere il paziente,
destinato a rotar per aria, sale per una relativa torre: il congegno, che muove la ruota, è nascosto in una specie di casamatta, da cui vien fuori l’asse della ruota medesima. A sinistra un’ altra altalena; l’uomo, che discende, ha perduto il cappello, che si vede ancora sospeso in aria. Ve n’erano insomma disseminati nel giardino, tanti dei giuochi, che i popolani vi poteano spendere la giornata itnera, tornando a casa più stanchi che dopo una giornata di lavoro.

Intorno a ciascun giuoco vedesi nella stampa la folla a circolo, che guarda, aspettando ciascuno la volta sua; la trattiene un gendarme, che sta a tutelar l’ordine e prevenire i volta volta, i quali anche allora saranno stati di moda. Pel giardino un’altra moltitudine di uomini e donne passeggia: sono per lo più coppie, probabilmente legali, le altre, non legali, sono nella parte boscosa, che nella stampa non si vede. Qua e là bimbi tirano la gonna alle mamme, e le costringono a badare a loro; qualcuno conduce due popolane insieme una per braccio, e qualche militare si nota come più ardimentoso con le donne.
Nessun uomo sta solo, tranne uno, seduto in disparte sotto un albero, col gomito poggiato sul ginocchio, e il mento sulla mano. Che avrà voluto rappresentare l’autor della stampa? Un filosofo, che, capitato a caso tra quella moltitudine felice di vivere, pensa che tutta quella gioia è un atomo solo della somma di gioia e di dolori, che si fondano nel gran crogiuolo dell’universo? Un innamorato, che ha ricevuto il ben servito, e si lambicca il cervello? Forse qualcheduno, che è sazio, e medita di andarsene?

Le donne portano cappelli monumentali, ricchi di nastri, a tese larghissime e davanti rivoltate in su, sic-ché lasciano scoperta la fronte e il principio dell’ acconciatura dei capelli. Questi sono spartiti in mezzo, e lateralmente disposti in due rigonfiamenti, veri pilastri a sostegno del cappello. Le maniche son gonfie anch’esse sopra al gomito, le gonne lisce, ornate di nastro, guarnite in giù da un paio di giri di trina o di nastro largo; sono corte da lasciar scoperto tutto il piede, che il galante autore della stampa ha dato a tutte di una piccolezza inverosimile. Gli uomini poi sono ridicoli co’ cilindri alti e larghi, i pantaloni chiari e aderenti alla persona, il soprabito aperto sul petto, che s’arresta alla vita, e poi si ritrae indietro, e corre fin sotto al ginocchio: sembrano quei notari, di cui ancora esiste qualche esemplare mummificato, i più giovani de’ quali vi dicono che hanno rogato l’atto matrimoniale di vostro nonno!

La parte boscosa poi era destinata alle cacce, le quali. si aprivano solennemente il 3 di novembre, giorno di S. Uberto. Tutto l’anno si lavorava a preparare la gran giornata. Si comperava ogni sorta di animali, che si chiudevano in gabbie, le quali poi il 3 novembre si nascondevano nelle macchie del boschetto. Don Leopoldo e i suoi invitati incedevano ne’ viali col fucile pronto, la testa sporta, a passi lunghi compassati, e in punta di piedi per evitare il rumore delle foglie. Quando erano vicini, l’uomo, nascosto nella macchia con la gabbia, l’apriva, e ne venivano fuori daini e lepri spaventatissimi, cinghiali fiaccati dal lungo digiuno, cervi agonizzanti, i quali, prima d’aver tempo di orientarsi e fuggire, erano ammazzati. A questo modo in una volta furono uccisi tremila lepri: numero speventevole, ora raggiunto soltanto nelle cacce de’ sovrani, specialmente se intervengono sovrani e principi stranieri: le compiacenti agenzie telegrafiche allora dan fiato alle trombe, e annunziano a’ quattro venti que’ facili eccidi, che, ne’ giornali officiosi, diventano prodigi di valore, e promesse di future vittorie»

Questa era la Favorita del principe di Salerno. Fu il periodo più notevole della sua storia~ ma non durò, e ne venne uno di abbandono, nel quale tutto andò a male. Dopo la morte del principe di Salerno (1851), la Favorita ridiventò proprietà privata del re

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni