Le strade che non ci sono piu’

0 5 anni fa

Percorrere le strade e le frazioni dell’odierna Ercolano, dal mare alla montagna, significa addentrarsi in un tessuto urbano in gran parte diverso da quello in cui vissero i nostri antenati. Alcuni luoghi sono irriconoscibili; altri mancano dei punti di  riferimento che ne costituivano gli aspetti peculiari; altri, infine, hanno cambiato perfino la denominazione.
Dove sono pizi il ribus de Risina, S. Andreum a Sesto, Terenziano, Nonnaria, Actone e Arinianum, di cui leggesi nei vari regesti del Capasso? Dove le chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani nella parte alta dell’abitato, quando il primitivo villaggio muoveva i primi passi sulla strada dello sviluppo?

Dove il terreno che il 22 giugno 1137 il prete Giovanni Pericolo e suo fratello Sergio presero in enfiteusi da Giovanni, abate del monastero dei SS. Sergio e Bacco, “nel luogo detto Latramanica”?

Dove la cappella intitolata a S. Margherita, lungo il litorale tra Resina e Portici, che fino ai primi anni del 1600 fu particolamente cara ai nostri pescatori? Dove la contrada alle falde del monte, che dicevano di “Pezzella”, in cui un povero guardiano di vacche, sepolto da una pioggia di pietre, fu la prima vittima dell’eruzione del 1631 ?

Dove le statue dette “Colli Mozzi” e la fontana borbonica di piazza Fontana?

Dove i tanti corsi d’acqua che traevano origine dal Vesuvio e che, per secoli, fino a che non si ebbe l’acquedotto del Serino, servirono sufficentemente agli usi della nostra città?

Dove la torre con l’orologio e con una sottostante edicola dedicata in via Dogana alla Madonna di Pugliano?

Dove le edicole mariane di via Trentola, raffinati prodotti maiolicati dei nostri artigiani di un tempo?

Dove la lapide di marmo, posta nel 1845 all’inizio di via Pugliano, che ci ricordava essere quella la “Strada che conduce al Reale Osservatorio Astronomico“?

Dove le case coloniche dei secoli scorsi, complete di cellai, depositi in legno e scale esterne?

Dove quella parte alta del bosco reale che faceva angolo con la strada nuova di S. Vito, in cui i Borboni cacciavano selvaggina, prima ancora che si allusero fagiani?

Dove quei poderi – Pignataro, Pezza di caso, Iacomino, Ruggiero – che producevano nell’ottocento il famoso Lacrima Christi?

Dove la romantica funicolare del Vesuvio, che fino al 1953 fece vivere indimenticabili momenti di emozione e di esaltazione a viaggiatori di tutte le latitudini?
Il gioco delle domande potrebbe continuare all’infinito, ma tanto basti per dare unJi&ad elle trasfwzioni che ha dovuto subire il nostro tmitmio nel corso dei secoli. Certo, il succedersi degli avvenimenti, il crescere della popolazione, le mutate esigenze non potevano non modificare I’imnzugine di paesi e cittd, ivi compesoZ’ambiente vesuviano: m, decisamente, quel che di negativo è awenuto nella nostra zona, spece negli anni convulsi di questo secondo dopoguerra, ha toccato vertici demenziali. Vale dunque anche per noi lo sfogo di Ferdìnando Russo:

‘O munno vota sempe e vota ‘ntutto:
se scarta ‘o bello, e se ‘ncuraggia ‘o brutto.

Una cinica filosofia del consumo e del guadagno ha prodotto gli effetti devastanti che sono sotto gli occhi di tutti: cementazione del territorio, trasformazione di chiese e cappelle in supemarket o discoteche, sparizioni di vicoli o interi quartieri i cui nomi riflettevano le vicende municipali, il carattere del popolo, i suoi modi di vivere, i sivoi mestieri, la sua religione. E ma, con diabolica perseveranza, qualcuno vorrebbe continuare a demolire quel che resta della nostra storia.
Intendiamo riferirci in particolar modo a quella via Trentola che molto probabilmente è il centro stmico piu’  antico, articolato e ramificato della zona vesuviana. Forse gli scampati al disastro del 79 questi trovarono rifugio, anche per la vicinanza del luogo alla sepolta città di Ercolano, ma si tratta soltanto di una fantasia archeologica.
Di sicuro, invece, sappiamo che via Trentola fin da sempre fu l’unico tramite tra la parte alta e quella bassa di Resina, e che solo nel Settecento fu affiancata da via Pugliano. Un’arteria, quindi, di grande importanza stmica, ma anche di notevole rilevanza sociale eantropologica, e tale da farci spezzare una lancia a favore della sua salvaguardia e della sua valorizzazione, come meglio risulterà dalle vicende narrate nella presente monografia.

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Tratto dal Libro di Mario Carotenuto  “Via Trentola Immagini d’epoca e dettagli”  Ed. De Frede 1993