La “terra santa” prima ipogeo poi campo di calcio

0 6 anni fa

Prima del 1790, i cadaveri erano tumulati nelle chiese; in particolare, al di sotto del presbiterio vi era la sepoltura dei sacerdoti (I).
Nel maggio del 1789, come informa il Marino (2), l’Università di Resina ordinava la costruzione della cosiddetta terra santa (J): l’opera, ubicata in uno spiazzo quadrato accanto alla Chiesa di Pugliano, fu progettata e diretta dall’architetto napoletano Nicola Leandro (4). Nel nuovo cimitero furono seppelliti personaggi assai importanti: tra gli altri, un membro (5) della famiglia Riario Sforza (già proprietaria dell’attuale Villa Aprile) e un giudice della Gran Corte Criminale di Napoli.
Parte integrante della terra santa era l’antica cappella cimiteriale (detta il Cappellone di S. Luigi), costruita all’altezza del transetto della Chiesa: la si può osservare nella stampa francese del 1822, dal lato di Via Trentola (6). Ai lati dell’ingresso vennero scavate, nella seconda metà dell’Ottocento, ad altezza d’uomo, due nicchie (corredate da altrettante lapidi): quella di sinistra ospitava i resti mortali di un colonnello francese (morto, forse, mentre si trovava a Resina per un’escursione al Vesuvio); in quella di destra riposavano le spoglie di un membro della importante famiglia Pantaleo, che possedeva una villa a Resina. Oggi, purtroppo, lapidi e nicchie non esistono più: le prime frantumate, le seconde profanate dagli scugnizzi di Pugliano, che negli anni del secondo dopoguerra (in un periodo di crisi e di anarchia totali) si abbandonarono ad atti di ignobile vandalismo (7).

In seguito ai decessi provocati dalle frequenti epidemie coleriche (8), si avvertì il bisogno di costruire un cimitero extra-urbano. Così, a far data dal 20 novembre 1905, la terra santa cessò di assolvere alla sua secolare funzione. A partire poi dal periodo compreso tra le due guerre, il grande cortile intcfno (solaio di copertura dell’antico ipogeo) venne adattato a palestra scoperta, luogo di ricreazione per i bambini della parrocchia.

Ma la vetustà e la mancata manutenzione di tutti i locali del soppresso cimitero ne determinarono il totale stato di abbandono e di degrado. Il cortile interno e il giardino esterno della terra santa furono invasi da turbe eli giovinastri, che trasformarono quel pio luogo in campo da gioco e palestra di contese e di risse. Le vecchie mura, cadenti e corrose dalle intemperie e dalle erbe affioranti dalle numerose fessure, tremavano sotto i colpi delle quotidiane e violente paJ.1onate scagliate da quei frombolieri maleducati.
Ma, finalmente, venne l’uomo che seppe porre un freno a tanto sfacelo. Il nuovo parroco di Pugliano, don Giuseppe Matrone (eletto nel 1951), fece recingere il giardino esterno del vecchio cimitero con una cancellata; volle e ottenne l’intonacatura delle pareti e clelIa volta, la sistemazione del pavimento e l’apertura di finestroni della vecchia cappella cimiteriale; realizzò la costruzione di servizi di decenza e d’una cucina (trasformando in questo modo l’antico obitorio); consentì l’accesso al cortile interno della terra santa solo ai bambini dell’asilo parrocchiale (da lui stesso voluto e creato), ai bambini della scuola elementare della parrocchia (altra istituzione nata dalla sua mente vulcanica) e agli iscritti alle varie associazioni parrocchiali.

Come favilla che « gran fiamma seconda», in tre anni furono costruiti ex novo un ampio salone con accessori, sistemati e rimessi a nuovo due altri locali, coperti di tetto e di pavimento altri due ambienti ariosi; e poi si istituì un corso per ragazze analfabete, una scuola di taglio e un corso di economia domestica.
Tale fervore di iniziative fu turbato, nel 1955, dal crollo d’una metà del cortile della terra santa: un ovale di un quindici metri per otto si aprì sul pavimento dello stesso, piombando sul sottostant~ cimitero. Solo per poco quel cedimento non provocò una assurda tragedia, per la presenza di molti bambini sul luogo del sinistro fino a qualche istante prima, e si gridò al miracolo (9). Si rese dunque necessaria una nuova e più rilevante spesa per la copertura e pavimentazione della parte del cortile crollato. La necessità di provvedere alla sicurezza dei numerosi bambini che affollavano l’asilo parrocchiale spinse il parroco ad ordinare nuovi lavori. Consigliato dal suo consulente tecnico ed amministrativo, geom. Ferdinando Guarracino, egli propose l’abbattimento delle due estremità dei due volti pericolanti e lo. demolizione dei residuati deficienti pilastri di sostegno, insidiati dal sovraccarico permanente che insisteva sulle volte del vecchio ipogeo. Fu dunque ordinato, nel 1956, un nuovo lotto di lavori: furono riparati, tra l’altro, i tetti ridotti in penose condizioni per l’infiltrazione di erbe e per la precarietà delle travi di sostcSl1’J !.}ci suppegni.
Infine, in vist::t del primo centenario dell’Incoronazione della Madonna di Pugliano, è stato realizzato il salone della terra santa. Dopo aver provveduto alla copertura deìl’umbiente, al rifacimento dei muri e al rinforzo del sottosuolo, gli ultimi lavori hanno dotato l’area che insiste sull’antico ipogco di un locale ampio, luminoso e polivalente, idoneo ad ospitare conferenze, accademie, matrimoni ecc.

Eppure, ad onta delle secolari vicende dell’antico cimitero, per molti quarantenni di oggi la vera storia clella terra santa comincia solo in questo secondo dopoguerra. In quegli anni lo spazio sovrastante (di oltre sette metri) l’ipogco mortuario divenne teatro di accanite e infuocate partite di calcio tra i vari clans di Via Pugliano, Via Canalone e Via Trentola.
La terra santa, unico spazio dove si potesse giocare al pallone, era allora un autentico polo di attrazione per lo. «gioventù del loco », ma esercitava anche un sicuro richiamo su tutti gli altri ragazzi di Resina, che vi accorrevano in gran numero per trascorrere qualche ora di svago. Era un esercito spurio e disordinato quello che invadeva quotidianamente il sacro recinto, un’armata irregolare che trasformava il terreno in un autentico campo di battaglia. A volte, infatti, le squadre risultavano così numerose da non consentire a tutti la possibilità di giocare, cosicché coloro che ritenevano di avere la precedenza sugli altri non esitavano a passare a vie di fatto pur di difendere il loro presunto diritto; e quel pio luogo, che aveva ascoltato in passato requiem e giaculatorie, risuonava ora di « voci alte e fioche e suon di man con elle ».

Ma il nuovo parroco Matrone operò, come s’è detto, un repulisti generale e permise l’accesso alla terra santa solo ai ragazzi della parrocchia, per i quali fu approntata una nuova sede sociale nel vecchio Cappellone di S. Luigi (opportunamente trasformato e adattato alle nuove esigenze parrocchiali). Furono fissati dei turni settimanali, furono imposte delle regole, fu richiesta una disciplina, ma i risultati non tardarono a venire.
La prospettiva di giocare al pallone convinse molti ragazzi ad iscriversi alla G.LA.C. (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), cosicché
i ranghi di quell’associazÌaDc andarono ingrossandosi sempre di più. Gli iscritti alla G.LA.C. si dividevano in due categorie: gli juniores (i neofiti e i più giovani) e i seniores (gli anziani, alcuni dei quali avevano primeggiato in un torneo calcistico di Bellavista di qualche anno prima, inseriti nella fortissima squadra della S. Francesco. Ne ricordiamo i nomi: Giosuè Izzo, detto Bronèe, Benito Ogliastro, Raimondo Iengo e Mario Rispoli). Così suddivisi, gli aspiranti (tale era il nome degli iscritti all’associazione) poterono dar vita a regolari campionati interni.

Ebbe inizio così il periodo più bello e più esaltante della vita di molti ragazzi; e solo chi appartiene ad una generazione diversa ignora che cosa abbia rappresentato la terra santa per moltissimi giovani di allora. Allo scrivente, che vi ha vissuto i momenti più entusiasmanti della sua gioventù, quel luogo suscita ricordi carissimi e il rimpianto struggente di volti, personaggi, date e circostanze indimenticabili.
/ I Come dimenticare, ad esempio, il gioco ubriacante di Mario Gaudio, fatto di dribblings, di finte e controfinte (con avversari saltati come birilli), di tunnels, di serpentine, di veroniche, di fughe vertiginose lungo la linea dell’out, di passaggi smarcanti, di goals irresistibili? Come dimenticare le mattane di Pasquale Sannino, sempre in lite con compagni ed avversari, ma dal cuore generoso e dall’entusiasmo sempre pronto? Come dimenticare i colpi di testa di Vincenzo, detto Nllreco ‘e chiuppo? E, soprattutto, come dimenticare il volto buono di Gigino Sannino, considerato il migliore giocatore nel torneo estivo del 1954?

Sono ricordi sparsi come le sparte membra di un passato perduto; eppure la suggestione che deriva da quelle memorie suscita ancora un groppo alla gola.
Per concludere questo capitolo, si deve aggiungere che, dopo i lavori apportati nell’ultimo decennio, il grande cortile (notevolmente ridimensionato rispetto a quello di un tempo) più non ospita tornei e incontri di calcio.-Forse è meglio così: con le ultime partite di pallone disputate verso il 1970, è finita la storia della terra santa. Comincia ora la leggenda.