La reggia di portici dalle sue origini ai giorni nostri

0 3 anni fa

Quest’angolo incantevole del «golfo di Portici» -come lo definisce Giacomo Leopardi in una lettera al padre -prima che vi risuonasse il nome stesso di Portici era una borgata di poche e rustiche dimore. Col tempo, il sito s’ingrandì e si arricchì di ville patrizie.
Nel medioevo vi si stagliò una torre guelfa (se ne vedono ancora i merli nella parte risparmiata dall’oculato piccone dei costruttori) nella quale la leggenda ha sospeso foschi drammi di amore e morte, con cieche trame di vendette tra discendenti angioini e stirpi ri1agiare -Giovanna II e Andrea di Ungheria -il modo della fine del quale « ancora offende». Nel cinquecento un’accolta di sapienti e di artisti sommi vi venivano a elucubrare le loro conquiste nel campo delle idee, a deliziare gli amici con i portenti delle loro ispirazioni, nella villa di Bernardino Martirano, che nel 1533 ospitò l’Imperatore asburgico Carlo V, di riltorno dalla felicemente conchiusa impresa africana.

Verso il 1707 Carlo VI, al quale dopo la morte di Carlo V toccarono i possedimenti italiani, governava l’Italia meridionale per mezzo di un vicerè, il conte Martiniz, che fece occupare Napoli da un contingente di truppe tedesche, comandate dal Colonnello di cavalleria Maurizio di Lorena, Principe d’Elbeouf, lontano parente del Principe Eugenio di Savoia. Il Principe d’Elbeouf fittò per il momento un palazzo sontuosissimo in Napoli.

Nel 1710, nominato Colonnello-Maresciallo, corrispondente press’a poco a generale di Divisione, si fidanzò con la principessa napoletana Salsa e, realizzato il suo sogno d’amore, nonostante un po’ avversato dalle superiori autorità viennesi, durante l’estate veniva a passare i mesi più caldi nel palazzo dei Principi di Santo Buono. Ma essendo piaciuto il luogo specialmente alla sposa, il Principe d’Elbeouf pensò di comprare dai frati del convento di San Pietro d’Alcantara un pezzo di terreno in riva al mare, per la costruzione di un padiglione estivo, che desiderava sontuosissimo. Fece venire per la bisogna un famoso artigiano dalla Francia, specializzato in costruzioni con stucchi di polvere di marmo, con risultati brillantissimi. Un contadino di Resina (ora Ercolano), un certo Nocerino, soprannominato Enzecchetta, scavando per l’allestimento di un suo pozzo, aveva cavato fuori belllissimi frammenti di alabastro di colonne, che il principe acquistò per la sua costruzione. Ma avendo· fiuto archeologico e studiata la natura dei pezzi acquistati pensò che provenivano da qualche tempio romano e proseguì per proprio, conto altri scavi. Venne fuori una statua d’Ercole prima e poi tre bellissime statue muliebri, che egli, fattele restaurare, inviò in regalo al lontano parente Ellgenio di Savoia. L’invio suscitò a Vienna grande scalp·ore ed entusiasmo. Gli scavi del Principed’Elbeouf intanto proseguivano felicemente, finché non fu \renduto il palazzo alla Casa Commerciale Falletti di Napoli e di scavi no,n si parlò più. Però, senza che nessuno se ne fosse avve,duto era venuta alla luce Ercolano!

Poco dopo l’occupazione di Napoli da parte delle truppe spagnole (1734), giungeva a Napoli anche Carlo di Borbone. Aveva 19 anni, era bello, buono, colto, e, allegge’rito delle cure dello Stato dalla preziosa dirittura del toscano Bernardo’ Tanucci, potette sodd.isfare a suo bell’agio il trasporto preferito della caccia e della pesca. Dove? .. A Portici, dove, capitato per caso con la giovane e bellissima moglie Amalia di Valburgo, co’ncepì l’idea di acquistare dalla Casa Co,mme’rciale Falletti la prop,rietà una volta ap:partenuta al Prinoipe d’E:lbeouf, la quale este’ndendosi a specchio nel mare, co’n una splen,dida z.ona collinosa ricca di boschi, risp,ondeva p’erfettamente all’idea.le desiderio dei giovanissimi sovrani.

E sorse il Palazzo Reaile di Portici. Ne fu affidata la costruzione per p,rimaal Colonnello Medrano’, ingegn’ere di Corte. Ma in un secondo mo,mento subentrò al Medran’o l’ingeg~nere romano Antonio Canevari che ne curò il progetto. Ne eb’be anche la direzione dei lavori, ma in combutta col Medrano, sebbene’ a denti stretti. Le immancabili discordie tra i direttori dovettero de’generare in pettegolezzi e alterchi e qui1ndi rottura definitiva. Si è detto tanto male del mite e signorile ingegnere Canevari, che non mi dispiac’e di spezzare una lancia in difesa di quel simp’atico galantuom·o. Egli dovette assolvere un compito diffico,ltissimo: so,ddisfare in pi’eno, ad Q·gni costo, c’ondizioni contrast’anti, senza potere obiettare ragioni, p’erché il Re e la Regina volevano così e c’osÌ doveva essere! E cioè un vero dilemma regale: non più su, no’n più giù …

Nel primo senso si sarebbe situato il Palazzo Reale troppo distante dalle pescherie, nel secondo senso, troppo lontano dal bosco per le battute di caccia. A nulla valse o’pporre che l’Atrio della reggia sarebbe attraversato dalla strada provinciale, perché anzi i principi demo·cratici, ai quali Elisabetta Farnese aveva ispirato l’educazione del suo p1iù caro. ramp·ollo, propendevano a tenersi il pop’olo il più vicino possibile. Hoc erat in votis: do’minare da una parte Portici, il cui popolo aveva manifestato sempre entusiasmo spontaneo e sincero, dall’altra Resina, popolazione festosa, remissiva, lavoratrice, buona; popolazione di pescatori, di ortolani artieri e cacciatori. Lusingava poi tanto l’animo dei giovani sovrani tenere come sottocchio il capolavoro del loro Regno, che s’inalbava con così lusinghieri auspici: gli scavi di Ercolano, dai quali tanto si ripromettevano. Tanto meno desideravano allontanarsi molto dalle famiglie principesche, che già facevano sorgere tutt’intorno splendide ville, con una gara di preminenza e superiorità architettonica, che secondava tanto la spiritualità di Carlo III, in cui riviveva la passione ereditata dal padre e dal grande nonno di elevare opere che sfidassero l’eternità e si facessero godere da tutti.

 Si aggiunga che !’ingegnere Antonio Canevari, d’indole mite, ma già provato dagli aculei delle invidie e dalle gelosie cortigiane e professionali a Roma, a Napoli e soprattutto in Ispagna e Portogallo, si riprometteva qui, a Po,rtici, un successo se non trio,nfalealmeno dignitoso che lo risol1evasse di tutti gli scacchi e le male’volenze subite. Si pose perciò all’intento con l’impegno di tutte le sue possibilità.

La Reggia, d,unque, sorse secondo lo « stupiendo disegno» del Canevari (l’espressione è del Colletta) su questa specie di piccolo promontorio, segnando l’estremo confine orientale tra Portici e Resina (ora Ercolano) a cavaliere di un’estesa spiaggia deliziosissima. D’a un maestoso cortile ottagonale, con quattro lati più lunghi si accede alle due ali del palazzo, che a loro volta danno adito ad una monumentale esedra verso il mare e ad un suggestivo parco su pei declivi del Vesuvio, ridotti a sontuose aiuole piene di verde e olezzanti di fiori.

Reggia_di_Portici1

Tre grandi arcate danno accesso ad un immenso atrio esteso per tutto il piano terreno. Mastodontici pilastri interni ed esterni dividono l’atrio in spazi rettangolari.
Dall’atrio si passa in un cortile secondario, più piccolo, sormontato da logge che decorano statu.e ercolanesi nel piano superiore. Dal cortile si scende al giardino e dal giardino si passa nel bosco. Co-n la stessa distinzione prospettica proced,e lo sviluppo del cortile interno, in diretto risc’ontro con la parte opposta del palazzo verso il mare, con una spianata oblunga, che nella parte inferiore chiude una balaustrata arcuata, che, seguendo le parti dei viali che discendono al piano inferiore attraverso fabbricati finiscono in magnifiche terrazze orlate anch’esse di belle balaustrate. Sovrasta la fabbrica una torretta con l’orologio nel lato meridionale.
A destra dell’atrio una scala di marmo rosso a due rampe, che ha sul primo ripiano due nicchie con statue provenienti dagli scavi ercolanesi, ostenta nella sua strutturazione marmi assai pregev,oli, di provenienza turca.

Le aule di questo primo piano erano state affrescate da pittori aulici del settecento napoletano, ma durante l’occupazione francese la regina Carolina le fece ridipingere ad imitazione delle pitture pompeiane, per dare alla sua nuova residenza la decorosa elega11za e gli splendori famosi dell’antica sede p’arigina. Infatti vi appare qua e là lo stile impero che Napoleone aveva instaurato dap,pertutto. Non vi mancò l’opera geniale di Antonio Canova che vi scolpì i busti del re e della regina. Dello stesso periodo sono inoltre i restauri di alcune pareti delle aule dell’ala che guarda il mlare, con drappi di seta di San Leucio.

È: fama, a questo proposito, che Francesco I, al padre Ferdinando IV che gli chiede’va ragguagli circa le novità apportate dalla dominazione francese, rispondesse che se fosse stato assente un altro paio d’anni avrebbe tro,vato splendori maggiori.
Infatti Carolina Bonaparte, essendo stato il marito Gioacchino Murat nominato Re di Napoli, venutavi nel 1808 e recatasi poi a Portici, per la sua squisita sensibilità suscettibile a tutte le cose belle, non si sottrasse al fascino della nostra cittadina per cui ne preferì la sede a quella di Napoli.

Ma, purtroppo, la reggia di p’ortici fu trovata quasi vuota, essendone stati portati a Palermo i migliori arredamenti e la maggior parte dei quadri. Essa provvide subito a far trasportare qui, a Portici, mobili, quadri, bronzi, e porcell:ane di inestimabile valo’re dall’Eliso di Parigi. Erano della più distinta p’ro,duzionedi stile im:pero specchi, consolle, divani, poltrone, tavoli, sedie, sgabelli, orologi, vasi. Ma quando ne rip,artì per il ritorno dei Borboni, fiera e nobile quale era, non portò altro con sè che gli oggetti di p,ersonale pertinenza.

Per riprendere il discorso della reggia devo aggiungere che due erano state le difficoltà da superare: la «Strada Regia» che attraversava il cortile principale, e quest1a fu oivviata con le fabbriche dei due cavalcavia, l’uno prospiciente a Portici con l’ingresso di Cappella Reale della quale ci interesseremo a parte. Questo cavalcavia offriva dalle finestre del primo e del secondo piano un panorama bellissimo con Posillipo nello sfondo e la stesa della città su per le rimanenti colline napoletane specchiantiisi nel mare; l’altro prospiciente a Resina co’n la veduta panoramica dei monti Lattari e delle alture sorrentine.

In fondo all’atrio volto al Vesuvio vi è l’accesso al giardino. A poca distanza dall’ingresso un grazioso’ recinto detto « giardino della Regina» adorno di una fontana detta « delle Sire’ne » e’ di una Flo’ra, su colonna di cipollino, e il «Chiosco del Re’» Carlo, col tavolino a mosaico su cui la tradizione vuole che siano state firmate molte condanne di morte. Tanto la Flora quanto il tavolino a mosaico, so’no di p,rovenienza Ercolanese. È notorio che il santo-Po-ntefìce Pio IX, durante i sette mesi trascorsi a Portici 14 settembre 1849–4 aprile 1850), fosse solito passeggiare in questo’ giardino soltto l’oneroso carico dei suoi pensieri.
Questo giardino è suddiviso in quattro grandissime’ aiuole, generate dall’incrocio di due larghi e bei viali. L’incrocio risolve lo sviluppo di uno spazio circolare, pavimentato con mattoni, massi pipernici lavorati e ,marmetti tutt’intorno alla fontana, o’pera dello scultore Canart. Costui adibito dal Re ai restauri dei marmi di Ercolano si servì Ce non se ne fece scrupolo) di una pregevolissima statua capitatagli nello studio, per farne l’idea tematica della fontana che ancora vi si ammira. La statua si erge su una base ottagnaIe, sorretta da grandi volute ave seggona fauni marini dalle braccia in atteggiamento minaccioso e i volti truci, le gambe pinnipedi, squamose e attorcigliate.

Di fronte al viale, a sinistra, sotto il muro, che conchiude il « giardinetto segreto» v’è un altro bellissimo cimelio, degli scavi di Ercolano: un sarcofago col bassorilievo della caccia al cinghiale. Nove cacciatori quasi tutti seminudi e armati di spie’do circondano animatamente l’enorme e spaventosa belva, che piega col peso del corpo una palma e digrigna le zanne che gli fuoriescono dalle po:derose mascelle, co’n le zamp·e anteriori in violenta mossa d’assalto … Dei due ultimi p,ersonaggi a destra, l’uno dev’essere Pluto,ne e lei Proserpina. Sarebbe un rito funebre con scen’a di caccia esprimente la passione del defunto a cui il sarcofago era destinato. Bellissimi tra le gambe dei cacciatori i cani che si danno da fare per azzannare la belva. Poco distante è degna di nota la famosa muraglia sostenuta e rafforzata da capaci contrafforti, che doveva respingere il pallone col quale si soleva divertire Ferdinando IV. È una costruzione rettangolare delimitata dal muraglione nei lati più lunghi, con una scalinata dove si sedevano gli spettatori, per assistere al gioco assai divertente e al quale solevano prender parte oltre ad esperti anche persone autorevoli del seguito del Re.

Ed a questo’ proposito Giacomo Casanova nelle sue «Memorie» narra di aver assistito ad una partita assai interessante che ebbe un epilogo: comico che poco mancò non divenisse tragico … Un bel giorno, nel meglio del gioco, il Re Ferdinando si accorse che ‘. tra gli spettatori due seminaristi si sganasciavano dalle risa e gli venne una voglia matta di ridere un po’ anche lui alle loro spalle e, alla chetichella, messosi d’acco,rdo con quantro o ci:nque dei più vigorosi e nerboruti dei giocatori, fece afferrare i due malcapitati e avvoltili in coperte se li lanciarono da un punto all’altro tra le grida d’aiuto dei poveretti e’ le risate del pubblico e degli stessi giocatori.

Smesso il poco regale scherzo, i due seminaristi esterrefatti e pallidi per il pericolo corso, ma soprattutto furibondi per la burla subita, se la filarono, con la coda tra le gambe, come si suoI dire, uno quasi contento che non gli fosse capitato qualche cosa di peggio, ma l’altro, fiorentino e irascibile, ap’partenendo a una famiglia molto autorevole, si volse a potenti, protestando, naturalmente, con un buco nell’acqua!

Anzi il Casanova conclude che: il poveretto, a furia di pe’nsarci su, se ne morì pochi mesi dopo. Se il Casanova l’abbia riferita per sentito dire o per diretta conoscenza no’n sappiamo. Ma nel caso positivo aumenterebbe il numero degli ospiti qualificati!

Più in alto del bosco v’è il così detto « Castello» che pare riproducesse nelle sue linee ridotte la fo,rtezza di Capua. Nella parte centrale si stagliavano simpatici e comodi quartierini con quanto fosse necessario per la residenza dei militari. Anzi in uno degli ambienti affiora ancora la botola per l’apparizione della famosa « tavola muta» che allo scatto di un comando scendeva e risaliva con un forbito pranzo pronto, senza incomodare camerieri.

V’era, come in tutte’ le’ fortezze, anche lina cappella intitolata alla Vergine del Rosario con l’altare per la messa che vi si celebrava ogni domenica mattina e in tutte le feste di precetto’. Fino a poco tempo fa sopra l’altare si ammirav’a ancora un bel quadro della Vergine del Rosario di discreto pennello napoletano. Più in alto, ancora vi e’ra il cosiddetto « Sito del Belvedere» per la residenza dell’Intendente e p’oco distante il « Sito Reale» che culminava nella fagianiera; vicino’ alla « fagianiera » poi, dietro il muro di cinta, sopra un piedistallino quadrangolare, sempre di provenienza ercolanese, sporge da una macchia di verde fittissimo’ una statua di Bacco un poco vessata da piogge d’inverno e dai soli d’estate.

In questo, castello i Re Bo’rboni facevano fare alle trup’pe che vi erano installate complesse ,esercitazioni tattiche in perfetto ordine di guerra.

A proposito del Castello è interessante sapere che esso faceva quasi da salvaguardia a una zona particolare, praticata dalla Corte nelle CO’llsuete scorribande attraversai il Parc’ol che vi p’assava per diporto non solo, ma anche e soprattutto p,er ammirarvi un serraglio di belve feroci, che faceva seguito alla « fagianiera ».
Nella «fagianiera» si allevavano volatili pregiati, invece nella così detta «Pagliaia o «Pagliara» erano raccolti esemplari, fatti venire da ogni dove, specialmente dall’Mrica, di dove il Sultano Mahillud, in omaggio ai sovrani aveva fatto’ giungere un elefante, che ebbe perfino l’onore di una dissertazione di uno dei più insigni studiosi della metropoli nostra, Francesco Serrao e, morto, fu ospitato nel Museo Zoologico della nostra Università.

In questo serraglio in 16°, tuttavia, facevano, bella mostra di sè, se il Chiarini non sbaglia, due leoni, due pantere, quattro antilo,pi, unrninicavallo, un discreto numero di canguri, struzzi africani, aironi, una leonessa persiana, donata daii Re Ottone di Grecia, una leonessa africana e una pantera donate dal Bei di Tunisi, una pantera a,mericana donata da [)on Pedro II, Imperatore del Brasile, due tapiri americani, una paca di Buffon e un istrice. È facile immaginare quanto queste cose, gli animali e le persone addette animassero’ i relativi silenzi e la molto più relativa tranquillità del Parco e quale immensa spesa ne comportasse la manutenzione! Tutto ciò era voluto e dovuto alla universale prammatica della vita delle Corti Reali del tempo.

Verso la fine del 1739 lo scultore Giuseppe Canart dette inizio al lavori affidatigli, consistenti in sistemazione e rifinitura di tutte le soglie, le opere di scultura e rivestitura in marmo. Doveva anche dirigere e sorvegliare i lavori di ebanisteria per porte e infissi in legno di quercia stagionata, che dopo più di duecento anni, ancora resistono a tutta prova. Le opere di pittura e affrescatura furono affidate ai rispettivi pittori aulici Bonito, Del Re, Fischetti e Foschini, per limitarci a quelli di maggior grido. Del resto è risaputo che molti di questi affreschi, durante l’occupazione francese furono ricoperti e poi sostituiti da «grottesche» di imitazione e stile pompeiana, secondo cioè il gusto della regina Carolina Bonaparte, moglie del re Gioacchino Murat. Tutti i cancelli di ferro battuto riproducono con perfetto disegno piedistalli sormo1ntati da vasi di fiori delle balaustrate.

Lo scalone del cortile verso mare con le due rampe, i due saloni a sinistra vennero affrescati dal pittore Del Re, che-li trasformò in una incantevole visione fantasmagorica di scale, colonnati, pOlrticati, atrii, corridoi, cupole, che si succedono, superano, scavalcano co’n un gioco di magica proiezione su finti o,rizzonti, con modanature ed ornamentazioni baro,cche della più ricca specie, che pare qu’asi sfondino le pareti e moltiplichino all’infinito le linee architettoniche della regale dimora. A destra poi dopo la sala di dove si discendeva nella tribuna della cappella e dopo la sala destinata all’impianto del teatro eliminato segue un meraviglioso salotto, la cui volta è arricchita da bassorilievi di stucco, rappresentanti scene di caccia con figure a grandezza naturale.

Bellissime sono le due figure di Diana e Venere, che pare fossero balzate all’improvviso in mezzo a quel paesaggio incantato di piante, di erbe, di fiori, ·per completarne lo splendore. Anche la volta del secondo scalone a monte è un capolavoro ottenuto con l’arte p,rofusa in. quelle ghirlande di fiori di stucco e col leggiadro disegno di fasce, candide a vedersi, più belle di qualsiasi altra soluzione’ cromatica. Bellissim’a è anche la sala affrescata di trofei di armi, adorni di festoni. Molti mosaici ercolanesi furono adibiti per parecchi pavimenti di molte sale che d’altronde son ben conservati, cosa che fa o’nore agli studiosi che vi praticano.

Il pavimento proveniente dalla Villa Tiberio a Capri con la bellissima fascia dello· zodiaco e il famoso Gabinetto di porcellana, sono da tempo passati al Museo di Capodimonte e costituiscono l’ammirazione dei visitatori di tutto il mondo.
Con l’unità d’Italia, essendo la Reggia di Portici passata al Demanio, dovette subire le prime devastazioni, che sarebbero finite nello sterminio di ogni cosa se l’oculata saggezza di alcuni galantuomini, perseguendo l’idea geniale del dottor Carlo Ohlsen di fondare in questa città una Scuola Superiore di Agraria non l’avessero attuata, acquistando dalla Direzione Generale del Demanio tutta la tenuta reale, nel 1872.

In quello stesso, anno, infatti, presie’duta dalle più ele’vate me·nti del regno fu solenneggiata l’inaugurazione del R. Istituto Superiore di Agraria. Ma nel 1935 l’Istituto fu assorbito, dall’Università di Napoli, come Facoltà di Agraria.

La cappella reale

reale2 L’architetto Antonio Canevari aveva già menato a termine il suo assunto, quando il Re, che spesso visitava e seguiva .i lavori, si avvide che l’ingegnere romano, avendo incluso nel suo progetto il teatro, aveva omesso la cappella.

L’ingegnere Fuga, a cui pare sia stato ingiunto di correggere le omissioni del progettista, trasformò il teatro in cappella, cosa che fu eseguita nel migliore dei modi con l’intervento e la collaborazione i degli artisti più in auge in quei tempi. Naturalmente la cappella risentì dell’adattamento. Sulla pianta  ottagonale, infatti, fu creata l’unica navata. In corrispondenza del presbiterio, di forma rettangolare, vi è un lato aperto ad arco.
Quattro lati dell’ottagono della navata danno luogo a quattro nicchie, contenenti le statue di San Carlo Borromeo, Sant’Amalia, Santa Rosalia e San Gennaro. Le due pareti laterali sono adornate da due bellissimi altari privilegiati, sormontati a loro volta da due tele di « Sant’Antonio in estasi» l’una, della « morte di San Francesco Saverio » l’altra.

L’arco divisionale, a sesto ribassato, separa i due ambienti e le due volte, lunettata quella del presbiterio, padiglionata quella della navata.

Sull’altare maggiore sorge un sontuoso trono marmoreo, con quattro colonne di marmo africano, provenienti dalla cattedrale di Ravello e due lesene di marmo verde, sormontate da un baldacchino pure di marmo verde, con sopra tre grandi angeli del Canart, reggenti due i simboli della Madonna, quello centrale la croce. Sul trono v’è la statua della Madonna. L’ingresso principale, sotto gli archi del primo cavalcavia, ha quattro colonne ioniche sormontate da due « Fame» ,marmoree di Agostino Corsini, che sorreggono unoIi stemma sul quale all’emblema dei Borboni fu sostituita la croce dei Savoi’a, quando i Borboni furono cacciati dal regno. La inauguraI zione e benedizione della cappella avvenne nel 1749. Le fu confel rito il titolo di Maria Immacolata, della quale i due sovrani Carlo III e Amalia di Valburgo erano assai devoti. Del teatro furono risparI miati i soli matronei e la tribuna del palco reale sopra il tamburo I d’ingresso, gli uni e l’altra ornati di finissimi intagli attintati d’oro.

Le pareti interne con paraste dai capitelli ionici e i cornicioni dalle perfette modanature, riprendono, continuandole, le linee architettoniche del trono con festoni di stucco, che animano l’ambiente, rompendo la monotonia delle superfici nude, intonacate a polvere di marmo. Due finestroni laterali diffondono nella cappella luce mite, che dà maggiore spicco agli ori delle zoccolature e del pavimento restaurato quasi integralmente dall’appassionata cura dell’odierno rettore Sac. A. Spica. Due porte, in fondo, immettono nella retrostante sacrestia, con imposte che sono opera di perfetta ebanisteria, incorniciate di mostre marmoree e coronate da quattro angioletti anche essi del Corsini.
Sia l’altare maggio·re, sia gli altri laterali san arricchiti da candelabri artistici di bra,nzo dorato, disegnati da Vanvitelli, per incarico del Re. La volta fu affrescata da Giuseppe Bonito, ma è ora velata da una banalissima attintatura bianca. Ci auguriamo che un sapiente ed opportuno emendamento restituisca al tempio i suoi ricchi e preziosi affreschi bonitiani e le sue primitive attintature azzurrognole chiare, ancora re’cuperabili, prima che il tempo· non completi l’opera demolitrice degli uomini!

Le quattro colonne dell’ingresso che il Canart aveva acquistato in diverse cattedrali delle Puglie e della Campania con capitelli ionici, sormo’ntati da un accenno prospettico di bald’acchino e da modanature barocche, sembrano steli di una fioritura architettonica su cui si siano a1dagiate le due bellissime Fa.m.e, che scolpì il bolognese Agostino Corsini e che i giudici del temp’o, tra cui il Sammartino, il Vanvitelli, e lo stesso Canevari, stima’ronol olpere p·rege’v·oli, nOln indegne dello scalpello del Bernini, dell’influsso della cui arte risentono. Sono l’una, seduta a sinistra di chi guarda, quella di destra inginocchiata, come do,po un volo ad ali spiegate. Brand!iscotno una tromba e sorreggono uno, stemma conchigliato e’ accartocciato. Sullo stemma vi è una capace corona borbonica come lo stemma che fu scalpellato con la fine del regno.

Tutt’e due le Fam.e sono in atteggiamento di chiamare il popolo a raccolta nella casa di Dio. Dopo il vestibolo il tamburo sostiene, con quattro lesene, un parap’etto e una cim,asa, la tribuna reale in legno rintagliato, con pannelli ,di eleganti efllorescenze baro,cche, finemente disegnate, in attintatura d’oro·. Ai quattro lati ottagonali, in nicchie incorniciate di marmo rosso siciliano si ergono quattro statue, delle quali tre e cioè Sant’Amalia, San Carlo Borromeo e San Gennaro sono attribuite’ allo, sculto’re spagnolo Ma.. nuei Pacheco. Santa Rosalia, invece, reca la firma dello scultore Andrea Violani e la data 1753. È fama che lo scultore Pacheco abbia per le figure di San Carlo e Sant’Amalia preso a modelli gli stessi sovrani, c’osa cIle è quasi rico·nfe195px-mozartveronadallarosarmat1a dalla somiglianza del volto di San Carlo del Pacheco con quello di Carlo III scolpito da Canova nella statua e’questre’ di Piazza Plebiscito· in Napoli. V’è però chi asserisce che le fattezze di Carlo· III siano state ripro·dotte nel volto di San Gennaro. Questi quattro santi compendiano il patronato religioso del mondo politico dei Borboni: la Spagna, la Polonia, la Sicilia, l’Italia.

Ai due lati dell’altare .maggio/re vi sono due quadri adespoti, raffiguranti l’uno Cristo sulla via del Golgota di eccellente pennello, di sicura scuola caravaggesca, l’altro, un Ecce Homo, anch’esso, di ottima .mano’; nell’ufficio parrocchiale, poi, è ammirato un bellissimo San Francesco di Paola della scuola del Solimen·a. Dietro l’altare maggiore, aderenti alla parete di fondo, vi sono due tavolinetti di diaspro con bellissimi gambi di ma·rmo, di probabile provenienza ercolanese. Marmoree sono anche le due acquasantiere conchigliate ai due lati del tamburo d’ingresso. In sacrestia v’è, inoltre, una Sant’Anna della scuola del Solimena.
In questa Cappella che co’nciliò a Dio teste coronate e togate, che tante volte risuonò della voce o tremolante di commozione o giubilante di Fede di Pio IX, in un fulgido mattin’o del 1770 Mozart, fanciullo prodigio, alla presenza di tutta la corte reale ·offriva alla Vergine le sue divine note.

fonte pubblicazione

Antonio Santaniello – LA REGGIA DI PORTICI – XI CONGRESSO NAZIONALE DI ENTOMOLOGIA – PORTICI -SORRENTO 10 -15 MAGGIO 1976