La Festa dell’Assunta

0 5 anni fa

 La festa della Madonna dell’Assunta

In moltissimi paesi, in oriente e in occidente, la principale festa patronale mariana è celebrata il 15 agosto, giorno consacrato dalla Chiesa all’Assunzione in cielo della Madonna.

 Questa solennità, risale ad un’epoca lontanissima, almeno a partire dal quinto secolo. Sappiamo che, già nel sesto secolo, la festa veniva celebrata a Gerusalemme; e dal settimo secolo in poi, anche a Roma.

 A Resina la festa dell’Assunta, fin dal Medio Evo, era di esclusiva competenza dell’Università, che la organizzava e finanziava direttamente, senza che ci entrassero gli Estauritari.

 Dunque, la festa della metà di agosto era in cima alla devozione dei resinesi, anche per i copiosi benefici spirituali che i Pontefici continuavano ad elargire. Alle indulgenze, confermate da Gregorio XIII nel 1579, fa riferimento una lapide murata sotto l’atrio del tempio: NELLA METÀ DI AGOSTO, NELLASCENSIONE DI MARIA VERGINE, INDULGENZA PLENARIA.

 Come si vede, l’espressione « la metà di agosto » ricorre spesso nella terminologia liturgica presa in esame. Scrive il Palomba:

 … la festa di S. Maria venerata sotto il titolo… di Ampellone… nei tempi antichi si celebrava il dì dell’Assunta che allora dinotavasi col nome di Madonna de Mense Augusti, e noi adesso diciamo corrottamente Madonna di Mezzo Agosto ».

 Qui, da noi la solennità assunse una particolare importanza, da quando, dal vespro del 1699, la nostra città si riscattò dal servaggio baronale. Narra un’antica cronaca cittadina:

 « Una commissione di cittadini recatasi espressamente in Spagna per concludere il patto del riscatto, ritornando nel mese di giugno del 1699, annunziò che tutto era stato fatto giusta il comune desiderio. Ma i resinesi vollero, sborsando la somma di ducati 35.533 a Mario Loffredo, marchese di Monteforte, che la firma del contratto fosse fatta il 14 agosto dello stesso anno, per rendere maggiore omaggio alla Madonna che veneravano ».

 Da allora la festa dell’Assunta ha acquistato un duplice carat-tere: religioso e civile. Cercheremo, qui di seguito, di illustrare i due aspetti della solennità, sulla scorta di vecchie e nuove cronache paesane.

 Grandiose erano le feste religiose di un tempo, alle quali presenziavano spesso i più bei nomi dell’aristocrazia civile e religiosa. Molti Vescovi e Cardinali qui venivano a celebrare la messa; e, fra i vari sovrani, Carlo III ne era un assiduo frequentatore.

 Per rendere la festa più solenne e degna di tanta tradizione, ogni anno un apposito

Comitato dei festeggiamenti allestiva un programma coi fiocchi: il tempio di Pugliano era tutto trasformato dagli addobbi, eseguiti con fine gusto ed arte, dalle migliori ditte di Resina o di altri Comuni vicini; serici drappi biancocelesti e una pioggia di veli e fiori ornavano le arcate; sotto la cupola centrale un portale con arcate a tutto sesto inquadrava bene sullo sfondo l’immagine della Patrona; una grande stella campeggiava sul trono della Madonna.

 Un’intera novena — dal 6 al 14 agosto — alimentava nel cuore dei resinesi il fermento dell’attesa. La funzione vespertina era preceduta dalle note festose della banda musicale del paese, che saliva l’erta di Pugliano (preceduta e seguita da un indescrivibile corteo di ragazzi caprioleggianti) per chiamare a raccolta i fedeli.

 E veniamo alla predica, che costituiva il clou della manifestazione durante i giorni della novena. Spulciando i manifestini-programma di un tempo ormai lontano, notiamo che il nostro pulpito è stato tenuto dai più prestigiosi esponenti della sacra eloquenza (allora l’oratoria era un’arte e gli oratori di spicco attiravano folle di uditori). Ne ricordiamo alcuni: P. Egidio Bertolozzi da Lucca, il prof. Ettore Dehò, il cappuccino prof. Alberto Gallazzi da Modena, Mons. Nicola Leone, P. Giuseppe Balestrieri da Spaccaforno, P. Eugenio Bovensi, P. Sgambati degli Agostiniani Scalzi, P. Ermenegildo Lupoli da Napoli, Mons. Francesco De Simone, don Salvatore Cozzolino, De Ciutiis, Di Monda, Mons. Salvatore De Àngelis (un habitué di Pugliano per diversi anni) e, infine, l’ineffabile Mons. Gaspare Cinque, il cui nome compare la prima volta, nell’elenco dei predicatori, nel 1923. Il discorso dell’oratore di turno, preceduto dalla recita del Rosario e della Coroncina (e, dal 1961 in poi, anche dalla celebrazione della Messa), era seguito dalle Litanie mariane e dalla Benedizione eucaristica, impartita a turno da parroci resinesi.

 La giornata del 15 era un’apoteosi. Tutta Resina e i paesi cir-convicini si riversavano nel Santuario, dalle primissime ore del mattino, per partecipare alle sacre funzioni; e per assistere, più tardi, al PONTIFICALE solenne, che veniva celebrato, di solito, da un eminente canonico della Cattedrale di Napoli.

 Ma quando era nata la novena in onore dell’Assunta? Scrive l’aw. Gaudino:

 « … Con certezza possiamo dire che fu S. Alfonso M. dei Liguori che istituì la novena in onore di S. Maria a Pugliano, per celebrare degnamente la di Lei assunzione in cielo.

 Questo grande Santo napoletano venne spesso a Resina, con i suoi confratelli, a tenere le Sante Missioni. Egli era devotissimo alla Madonna… e a tale effetto stabilì in vari luoghi l’uso di fare delle novene con predicazioni, nei nove giorni che precedono le feste mariane.

 Queste novene venivano celebrate qualche tempo dopo le varie missioni, e questo allo scopo di mantenere sempre accesa la devozione alla Madonna. S. Alfonso tenne dunque una Santa Missione a Resina nel novembre del 1741; e nell’agosto del 1742 mandò a Resina un suo confratello, Padre Rovigo, per la celebrazione della festività dell’Assunzione… ».

 La novena alla Madonna di Pugliano risale, dunque, alla metà del 700. A questa notizia l’aw. Gaudino aggiunge anzi un particolare interessante: a quell’epoca, date le condizioni sociali dei nostri antenati che erano tutti agricoltori o piccoli artigiani, la novena si teneva nelle prime ore del giorno, verso le tre (sic!) del mattino; ciò nonostante, il nostro storico assicura che « la Chiesa di Pugliano era sempre gremita non solo all’interno, ma la folla si pigiava anche fuori le porte del tempio ».

 Questa bella usanza… antelucana si tenne dal 1742 fino al 1914, anno dello scoppio della prima guerra mondiale. Da allora la novena si tenne solo nelle ore serali.

 Ma certe tradizioni sono dure a morire. Nel 1938, per iniziativa del sign. Antonio Sannino, detto “DON ANTONIO ‘O PRIATORIO, fu deciso di effettuare un pellegrinaggio mattutino, durante tutti i giorni del novenario, dall’emiciclo degli scavi di Ercolano fino a Pugliano.

 Quell’iniziativa attecchì profondamente nel cuore dei resinesi, e ancora oggi il corteo che sale verso il maggior tempio della nostra città è uno spettacolo commovente di fede. Commenta Mons. Cinque: « Il pellegrinaggio si inizia alle 5,30 dall’emiciclo degli Scavi ercolanesi. Dai ruderi dell’antica città pagana, distrutta dal Vesuvio, nel crepuscolo mattutino scatta un raggio di luce di Colei che è chiamat STELLA MATTUTINA! La folla dei partecipanti, come un ruscello che diventa torrente, s’ingrossa, a mano a mano che, per vie diverse, il corteo sale verso Pugliano. Lungo il cammino, si recita devotamente il Rosario.

 Quando i pellegrini arrivano al tempio, già la folla dei fedeli più anziani li ha preceduti! Così l’assemblea è davvero imponente. La S. Messa è comunitaria ed è intercalata da inni e preghiere liturgiche. Breve e fervorosa è l’omelia. Tutti si accostano alla Mensa eucaristica… L’assemblea è formata da giovani, di ambo i sessi, da uomini di ogni età ed anche da fanciulli, lieti di aver fatto un fioretto alla Madonna, per essersi alzati in un’ora tanto mattutina.

Una lode va data ai sacerdoti di Ercolano che, numerosi, sono impegnati per le Confessioni e le Comunioni.

Se pensiamo che il pellegrinaggio, con crescente fervore, dura nove giorni, è da dire che il sacrificio non è lieve!

Nel 1941, fu confezionato un vessillo, quale segno del pellegrinaggio; una Bandiera bianca che è portata, processionalmente, nell’ultimo giorno, vigilia della grande festa… ».

Dal 1938, dunque, le due manifestazioni, la mattutina e la vespertina, convivono nello stesso novenario in onore dell’Assunta a Pugliano. E, in entrambe le circostanze, nelle navate del nostro maggior tempio risuonano le note di un inno dedicato alla Madonna di Pugliano da Mons. Francesco Luisi (la musica fu composta dal sacerdote prof. C. Sannino), un indimenticabile esponente del clero resinese, già Rettore della Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli.

Non meno imponenti erano i festeggiamenti esterni. Un sacro fuoco si impossessava di tutti, già qualche settimana prima della fatidica ricorrenza. Membri del ricordato COMITATO DEI FESTEGGIAMENTI passavano letteralmente a setaccio le case di Resina, per sollecitare offerte “per la Madonna”. E la gente offriva volentieri quello che aveva, per contribuire alla migliore riuscita della festa.

Mille episodi, mille ricordi si affollano nella memoria di chi ha vissuto quei giorni di febbrile attesa. Come dimenticare, ad esempio, la solerte attività dei collaboratori di Lorenzo Ruggiero, detto LURENZO ‘O SCIURARO, cui era affidato il compito di preparare una degna cornice di fiori alla festa imminente? Il loro ingresso nelle case di Pugliano era salutato con particolare gioia, soprattutto dai bambini: venivano quei bravi giovani a tendere festoni tra un balcone e l’altro, quasi ad unire i cuori di tutti in un solo fascio di entusiasmo e di fede, e si arrampicavano sui tetti per inalberare vessilli e bandiere.

Giù, intanto, nella strada, si piantavano i pali dell’illuminazione (che era stata, prima a bicchieri colorati, poi a fiammelle a gas, infine a luce elettrica); si innalzavano le arcate luminose a disegni vari (arazzi raffiguranti altari, immagini sacre, ecc.); si allestivano palchi per i concerti bandistici (famosi quelli di Castel di Sangro); veniva da fuori la giostra che piantava le altalene e l’autoscontro (le famose macchinette tozza-tozza); si organizzavano gare sportive (prima le corse nei sacchi, poi le competizioni ciclistiche); affluiva in paese il più pittoresco e assortito campionario di venditori ambulanti che si potesse immaginare; ma, soprattutto, si allestivano le gare pirotecniche per la delizia degli indigeni e dei forestieri.

Su quest’ultimo, colorito ed esplosivo (fin troppo!) aspetto della storia della festa del 15 agosto a Resina, vale la pena di spendere qualche parola. Da lunga pezza, infatti, insieme col suono delle nostre campane, i fuochi pirotecnici costituivano l’elemento di maggiore richiamo della festa ferragostana. Le antiche cronache cittadine raccontano che « la Real Corte di Napoli vi pigliava parte ogni anno, e dalla polveriera di Stato veniva concessa la quantità di polvere pirica che doveva servire per la lavorazione dei fuochi d’artificio, che in tanta rinomanza erano tenuti in tutta la provincia. Le stesse Reali Maestà onoravano la festa della loro augusta presenza ».

Dal 15 al 18 agosto si svolgeva poi, ogni anno, una grande fiera « nella pubblica piazza detta la Fontana in Resina », come è scritto nell’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1854.

A titolo di curiosità, riportiamo il programma dei festeg-giamenti, religiosi e civili, del 1925, anno cinquantenario della Incoronazione della Madonna di Pugliano: « … una serie di dotte conferenze del p. Alberto Gallazzi da Modena, per tutto il novenario; predicazione serale tenuta dal m. rev. dott. Salvatore De Angelis; concerti musicali delle bande di Cicciano e di Toritto di Bari, nella villa comunale e in Piazza Pugliano su maestosa e’ ricca orchestra di stile egiziano, costruita per l’occasione; processione trionfale della Madonna su artistico carro veneziano, portato a braccia da 400 marinai da pesca di Ercolano nella caratteristica tenuta in maglia bianca. Alla processione presero parte anche i sindaci dei comuni vicini, i parroci dell’Archidiocesi, le Arciconfraternite di Portici e di Resina, così pure gli Ordini religiosi delle due città, i marinai dell’Orfanotrofio di Portosalvo. La spesa del carro fu sostenuta dagli operai della Ditta Alberto Rodente;dal 12 al 16 si tenne anche una gran fiera di cavalli, bovini, panni e commercio in genere ».

Altre notizie degne di nota si possono ricavare dalla lettura dei manifestini-programmi, che l’attuale nonagenario cav. Ferdinando Petrecca (segretario e animatore per anni del Comitato dei festeggiamenti) approntava annualmente, con perizia ed entusiasmo: per esempio, l’imposizione di un ricco stellarlo da porsi sul capo della Madonna e benedetto dal Card. Ascalesi; la partecipazione alla festa del 1932 di 40 Maestri del “Regio Teatro S. Carlo”; l’intervento del-l’orchestra stabile dello stesso Teatro anche in anni successivi; la processione del simulacro della Madonna nel 1954, anno mariano, e la benedizione del Granatello di Portici.

Tutto questo lavorìo febbrile (che mobilitava, come abbiamo visto, uomini, energie e denaro, per intere settimane) era, dunque, finalizzato allo scopo di rendere il più memorabile possibile il gran giorno del 15 agosto.

La febbre dell’attesa saliva poi di colpo alla vigilia della festa: si vedeva un gran fiume nereggiante di folla che percorreva il gran budello di Pugliano, per sfociare poi nella omonima piazza davanti al Santuario; col passare delle ore, poi, la folla diminuiva; ma molti, soprattutto i forestieri, preferivano trascorrere la notte bivaccando à la belle étoile, aggirandosi tra i cumuli di meloni ammonticchiati sui marciapiedi e le postazioni dei venditori di frutti di mare (illuminati da lampade ad acetilene che emanavano un odore acre e sgradevole), cantando in coro vecchi motivi dei loro paesi o commentando l’allestimento della DIANA preparata nella grande piazza per 1′ “esplosione” del giorno dopo.

E quando arrivava finalmente l’alba del giorno più importante dell’anno, i resinesi venivano svegliati di soprassalto dal fragoroso scoppio dei MASCHI, sistemati in precedenza lungo tutta la salita di Pugliano. Ma non pochi si erano già affacciati ai balconi, alle finestre e alle terrazze di Via Pugliano (tra loro, anche molti parenti ed amici di altre zone di Resina o di altre località), per assistere allo spettacolo fin dall’inizio.

Intanto, anche la strada cominciava di nuovo ad affollarsi. Provenienti un po’ da ogni dove, coloro che non disponevano di parenti o amici nella zona di Pugliano andavano a collocarsi ai quattro angoli della piazza per assistere allo sparo della tradizionale diana. Era una folla variopinta, chiassosa, allegra.

Ma tutti tacevano di colpo quando un artificiere si avvicinava ai fuochi e dava inizio alla “grande sparatoria”. Erano, all’inizio, colpi di bombarda esplosi ad intervalli regolari, autentiche bombe di profondità (tale almeno la sensazione che in più d’uno ingenerava quella serie di esplosioni), sottolineate dal consenso o dalla disapprovazione totale degli astanti: più forte era lo scoppio, più compiaciuto era il commento di quegli intenditori.

Gli scoppi intanto si susseguivano con la stessa cadenza ritmata, fino a quando il fuoco non si trasmetteva alla diana: era allora una serie di esplosioni ravvicinate e violente, un crepitio infernale che faceva saltare in aria la santabarbara dell’entusiasmo popolare. Quanto tempo durava quell’inferno, durante il quale sembrava che dovessero crollare le fondamenta delle vecchie case di Pugliano? Tre, quattro, cinque minuti? Pochi certamente per gli amanti dei “grossi calibri”, un’eternità invece per chi considerava quella mani-festazione un residuo di paganesimo.

Quando infine gli scoppi cessavano e svanivano in un’aureola di fumo, si faceva sentire allora la voce delle nostre campane, che suonavano a distesa (quelle di fuori) e a bicchiere (quella di centro): che pensieri soavi, che speranze, che cori. La gente, infine, dopo aver a lungo trattenuto il respiro, si riversava nella piazza, invadeva il sagrato e i marciapiedi, entrava nel tempio, defluiva infine per la discesa di Pugliano in mezzo ai venditori di torrone, di lupini, di angurie, di fichi d’India (i ragazzi si divertivano a tentare di infilzarli, lasciando cadere un coltello dall’altezza del petto: se il colpo riusciva, mangiavano il frutto gratis; se fallivano la mira, invece, pagavano senza alcuna contropartita), di brodo di polipi, di acqua e limone, di ricci, di pizze, di frittelle, di fichi secchi e di piede di porco bollito, dicannulicchi, di musso ‘e puorco e call’ ‘e trippa, di spighe, ditaralli, di semi di zucca e di ceci tostati, di croquets, di acqua sulfurea.

 Il diario della giornata continuava, all’ora di pranzo, con pantagrueliche scorpacciate di cozze, di vongole, di maruzze, di melanzane al cioccolato; e si concludeva, a sera, con memorabili mangiate (o bevute?) di angurie e con un’altra spettacolosa esplosione di fuochi approntati nel pomeriggio.

 Molte di queste cose, soprattutto quelle che si riferiscono al-l’aspetto religioso della nostra più importante festa padronale, oggi non sono più sentite. L’odierna società dei consumi va fagocitando sentimenti, tradizioni e memorie del tempo che fu, in una morsa sempre più ferrea, senza che però riesca a sostituire nuovi valori a quelli accantonati con tanta sicumera e in tutta fretta.

Scrive Mons. Matrone: « Noi… abbiamo ancora nella retina le immagini di fantasmagoriche feste di un passato non troppo remoto. Sotto un cielo nero, ma punteggiato di stelle, salivano e s’aprivano ad ombrello le policrome granate, fragorosi coppi terremotavano in piazza e una folla senza numero e senz’ordine s’accampava un po’ dappertutto, fino alle ore piccole. Venivano anche da lontano, su mezzi di fortuna: da Torre, da S. Giorgio, da Barra, da Napoli. Carrettini, camions, biroccini gremiti fino all’inverosimile sostavano lungo punti strategici, donde la visuale degli spazi era panoramica.

Credo che le stelle, punte dall’invidia per queste sorelle terrestri che s’arrampicavano per scalzarle dall’immensa coltre blu, si precipitavano proprio per questo rabbiose sulla terra a frantumarla (ma l’attrito atmosferico !e polverizzava lungo la precipite discesa): è infatti in questo periodo che ;adono più numerose le stelle. Anche la luna sostava col suo faccione tondo e pallido ad ammirare lo spettacolo di quegli ombrelli stellati e pluricolori. I pennuti, sparuti, si rannicchiavano tra i rami fronzuti, in attesa del cessato allarme.

 E forse la bella Mamma bruna doveva anch’essa esser contenta di questa frenesia festaiola, che a suo modo voleva dire la devozione della povera gente. E doveva certo sorridere dal Suo trono.

 La chiesa s’affollava durante la novena (anche quando si celebrava alle ore piccole antelucane). Ognuno ci teneva almeno a vederla la Madonna: era forse quella l’unica occasione nell’anno; e il cuore di ogni Resinese si orienta come per istinto verso il colle di Ampellone, perché Resina è Pugliano e Pugliano è la Madonna di Pugliano.

 Oggi… Beh, oggi il canto si vena di rammarico e di sconforto.

 Perché oggi — parliamoci chiaro — anche se la solennità potrà essere ancora tale da far colpo (e non ci giureremmo), ci sarà la spontaneità e la devozione sincera e disinteressata di una volta? O non vi pare piuttosto che la devozione sia tralignata e sia andata corrompendosi coi tempi?

 Oggi le feste più belle della Madonna si chiudono al ritmo delle canzonette napoletane; oggi le mire, non sempre chiare e perfettamente intonate alla religiosità, deturpano per bassa speculazione i più nobili sentimenti; oggi la fastosità mondana va soppiantando il raccoglimento e lo spi-rito di fede.

 Più che a visitare la Madonna, si va ad ammirare il parato e a fare i confronti; più che santificare la festa con la Messa e una buona confessione e la santa Comunione, si preferisce la passeggiata sotto le arcate luminose e una succosa zuppa di vongole coronata da un cocomero di fuoco… ».

 dal libro di Mario Carotenuto”Da Resina ad Ercolano”