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La battaglia di Resina e portici e la fine della repubblica partenopea del 1799
16 settembre 2015
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arrestogennaroserradicassano

La Rivoluzione francese si rovesciò come una tempesta sul Regno delle Due Sicilie: la voglia di libertà, fraternità, eguaglianza, coinvolse gli uomini nligliori. Da quel cruciale 1789 tutto cambiò, dovunque. Inevitabilmente anche ai casali di Portici e resina piccola perla del reame, i contraccolpi furono fortissimi.
Da mezzo secolo i porticesi vivevano a contatto quotidiano con i Borbone, poiché qui il re Carlo, nel 1738, aveva fondato la Reggia, diventata una calamita per i cortigiani più influenti. Sotto il Vesuvio le famiglie della nobiltà e dell’alta borghesia avevano costruito ville e palazzi lussuosi in cui vivevano a lungo, e non soltanto nelle belle stagioni. La cittadina diventò presto il luogo di incontro dell’aristocrazia intellettuale napoletana.

Era fatale che in un simile ambiente le nuove idee trovassero terreno fertile. Eppure, il sentimento di fedeltà verso i Borbone restava intenso, sia al vertice del Regno sia nella popolazione. Il contrasto si rivelò lacerante e coinvolse gran parte dei porticesi.
Di questo scontro sotterraneo, durato un decennio prima della deflagrazione finale, mancano ricostruzioni conlplete, ma non mancano gli indizi. Da un lato, a Portici operarono società rivoluzionarie e segrete; si riunirono esponenti di punta del giacobinismo napoletano; scoppiò la prima ribellione ai voleri del sovrano. Dall’altro, cominciarono a organizzarsi i sostenitori del re, fino a diventare truppe di massa quando la situazione precipitò.

La storia di Portici e del miglio d’oro può diventare così una chiave di kttura di tutte le vicende della Repubblica Napoletana del 1799, di quel generoso tentativo di stabilire la democrazia, naufragato nel sangue. In questa prenlessa ci linliterenlo a delineare un quadro d’assienle, forse utile a seguire le varie fasi dell’avventura giacobina.
Se il contagio francese fu immediato, a rallentare lo scoppio del lnalcontento provvide il ricordo delle ri forme del re Carlo e delle prinle mosse non infelici di suo figlio Ferdinando. Il distacco dalla Corona fu progressivo.

Nei n10menti più felici del trono, gli idealisti avevano fondato sulla figura del monarca assoluto il loro desiderio di progresso. La Rivoluzione francese suggerì la sostituzione di questa forza dominante con quella democratica del popolo. Potevano n1ai coesistere queste spinte contrapposte in una capitale speciale COlne Napoli? Di sicuro i giacobini, anche quando fondarono i primi club libertari, non partirono all’attacco frontale della Corona. Nel loro anilno prevaleva l’importanza del traguardo, che restò identico: il progresso sociale.

La trasforn1azione, forse, sarebbe stata più lunga, se ad accelerarla non avesse provveduto il re, che mutò linea politica. Un ruolo decisivo fu esercitato dalla regina, l’austriaca Maria Carolina, con il sostegno dei tanti stranieri suoi alleati a corte.
Sul traballante trono di Parigi sedeva la sorella minore di Carolina, Maria Antonietta. Le sue angosce si riversarono sul trono di Napoli. Il timore diventò paura, poi terrore. Ferdinando -re cacciatore, re lazzaro re nasone, re pate -e ra troppo debole e distratto, troppo gretto, per opporsi alla volontà della moglie, ammesso che l’avesse davvero voluto.
La creazione del setificio di San Leucio presso Caserta, un villaggio industriale basato su regole vaganlente socialiste, fu l’ultimo guizzo civile del suo regno.

Ferdinando-e-Carolina

A esasperare lo stato d’animo dei sovrani, vennero le pene private. Il principino Gennaro, nove anni, e il piccolo Carlo, cinque Inesi, 1110rirono di vaiolo. Il 10 febbraio 1790 si spense l’altro fratello di Carolina, l’imperatore d’Austria Giuseppe, sostituito dall”altro gernano Leopoldo II, già granduca di Toscana.

Un altro episodio, di natura diplomatica, aggravò la tensione. A metà dicembre bre 1792 approdò a Napoli la notta da guerra francese. Una mossa intin1idatoria. Atterrito dall’eventualità di un attacco militare, il Borbone si piegò. Riaffern1ò, ahneno a parole, l’an1icizia per Parigi e garantì neutralità nelle contese europee.
Durante la pur breve permanenza di questi ospiti per forza, i napoletani più inquieti salirono a bordo della nave del con1andante Latouche. Ricevettero emblemi rivoluzionari, come le berrette rosse, e l’invito a organizzarsi in associazioni segrete più ambiziose. Nacque la Società Patriottica. La regina sopravvalutò la consistenza pratica deIl’opposizione e avviò le prime rappresaglie.

La situazione precipitò nel 1793. Nella furia che travolse Parigi, la ghigliottina ricadde selnpre più spesso, nel suo volo insanguinato. Il 21 gennaio a Parigi cadde la testa del re Luigi XVI. Il suo copricapo, ciocche dei capelli, frammenti del cappotto, vennero venduti all’asta dal boia Charles-Henri Sanson. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta. La regina mostrò al popolo, dal patibolo, una chioma precocemente ilnbiancata e una faccia piena di rughe. Il nuovo carnefice, Henri Sanson junior, mostrò la testa Illozzata alla folla festante.
Maria Carolina incrudelì di dolore. Si procurò una macabra stampa dell’esecuzione della sorellina e sul bordo bianco scrisse: «le poursuiverai ma vengeance jusqu’au tombeau», perseguirò la mia vendetta fino alla tomba.

Si portò dietro quella stampa da un palazzo all’altro, anche a Portici. La guardava in continuazione. Stava male: vampate di calore, vertigini, emicranie. Per placare il tormento 111ento, con1inciò a prendere oppio. Non si fidava più di nessuno. Obbligò il n1arito a canlbiare letto ogni notte, nel tilnore di attentati. Obbl igò i servitori ad assaggiare tutte le pietanze prinla di servirle, nel tin10re del veleno.
Nell’odio verso i francesi, cambiarono la politica del Regno e i giochi delle alleanze. Le riforme vennero accantonate per investire negli arnlamenti. La controversia territoriale con il Papa fu arrangiata alla meglio. La repressione poliziesca di ogni fern1ento libertario diventò via via più dura. I legami di Napoli con l’Inghilterra, la vera nemica della Francia, si fecero sempre più stretti.

Vice-Admiral_Horatio_Nelson,_1758-1805,_1st_Viscount_NelsonQuando il famoso ammiraglio Orazio Nelson approdò sotto il Vesuvio, il re Ferdinando salpò dal Granatello per dargli il benvenuto, e in suo onore offrì nella Reggia di Portici un pranzo seguito da un ricevimento.
Segni esteriori di modernità non bastarono a soffocare il montante malcontento della parte illuminata dei sudditi. Ad esempio, il re aveva ordinato la sistemazione delle targhe stradali e dei numeri sui palazzi, a somiglianza di quanto già fatto a Londra e a Parigi. Furono usate lastre di ardesia. A Portici uno scalpellino, perché ignorante o perché rispettoso della fonetica popolare, invece di scrivere via Amoretti, in omaggio al canonico benefattore, scrisse via Moretta: l’errore si può ancora vedere. I porticesi continuarono per qualche tempo a orientarsi secondo i vecchi toponimi, a volte due o tre per la stessa strada.

Il disorientamento, in questa fase, fu generale. NeIl’opposizione alla Corona si incontravano due spinte diverse.
Da una parte gli uomini colti, pervasi di idealità, che avevano letto e assorbito la Scienza nuova di Giambattista Vico, la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri, gli Scritti economici di Antonio Genovesi: gli estratti del pensiero dei geni che avevano reso Napoli capitale europea della cultura. Molti degli innovatori erano essi stessi già famosi, come il giurista sonlmo Mario Pagano, il nledico e botanico Domenico Cirillo, il grecista Pasquale BatTi, e tanti altri.
Dall’altra parte, il partito degli scontenti per ragioni più L11aterial i, conle l’insopportabile peso dei forestieri nel l’anlL11inistrazione degli affari del Regno. Sul tavolo di lavoro del re, un giorno, fu lasciato un biglietto con polenlici versi:

Sire, tu torni al tuo letargo antico…,
Il merlo oppresso -il nazional mendico,
carco d’onor e gloria ogni-straniero…

Fu poi la linea degli idealisti a prevalere nettamente. Quegli uomini si battevano in nome del senso della giustizia e della cultura: della filosofia e della virtù, come si diceva a quel tempo.
Contro di loro i servizi segreti della corte lavoravano a tempo pieno, e riferivano di cene patriottiche, di cospirazioni. La reazione del Borbone diventò selvaggia. Perquisizioni, pedinamenti, retate e infine, il 18 ottobre del 1794, le prime pubbliche esecuzioni napoletane. Sul patibolo nel largo del Castello vennero impiccati tre ragazzi meridionali: Emmanuele De Deo, Vincenzo Galiani, Vincenzo Vitaliani. Furono i primi martiri della libertà italiana.

Il solco aperto fra il re e i libertari napoletani diventò un abisso. Anche a Portici e Resina ovviamente.

In quei mesi di dolore anche il Vesuvio s’infuriò. Il 12 giugno un rombo cupo fu il preludio dei sobbalzi della terra. Nella notte fra il 15 e il 16 il vulcano eruttò. La lava sfiorò le camagne fra Portici e Resina e distrusse Torre del Greco quasi totaln1ente. I torresi, allenati ai pericoli venuti dal vulcano, contennero il numero dei morti -ventisei -con una fuga tempestiva. Il magma incandescente si arrampicò sul campanile della chiesa di Santa Maria del Principio, fermandosi sul bordo degli ultimi due piani. Le campane sopravvissute suonarono l’ora della ricostruzione.

e1794procession

I danni furono ingenti anche a Torre Annunziata e Pompei, perché il diluvio che sempre accon1pagna l’ira del vulcano aveva trascinato a valle fiumi di fango. Qua e là spuntarono mofete velenose e sciacalli che saccheggiarono le case abbandonate.

Passato il rischio, in segno di ringraziamento, porticesi e resinesi posero al confine fra le due città, in contrada Farina, un’edicola di San Gennaro con una lapide istruttiva. Inutile cercare quella lapide, oggi: è scomparsa, soffocata da una gettata di cemento. ”
Se la massa vide nell’ennesima eruzione il segno della collera divina, gli uomini che tenevano leggere e scrivere la considerarono un’inevitabile violenza della natura. Solo i più avvertiti, pionieri dell’ambientalismo, maledirono l’imprudenza dei regi architetti, che già allora avevano costruito sulle prime pendici vesuviane.

A Portici la presenza di nobili e saggi legati agli alnbienti cosid.detti giacohini -dal nonle di quei rivoluzionari francesi :-fu lnassiccia. A leggere le cronache nlondane porticesi e qlielle successive della rivoluzione, troverete più volte gli stessi protagonisti.
Nella villa di fainiglia, in quella contrada di Bellavista che oggi chianlianlo Cassano, nacque nel 1772 Gennaro Serra di Cassano, eroico difensore della Repubblica Napoletana.
Eleonora Fonseca Pinlentel, letterata di genitori portoghesi, nella nostra Reggia e nei nostri parchi profumati lesse, applaudita, i giovanili omaggi in rima a Ferdenanno re guappone. Diventerà la più ardente tra le giacobine.
Alla Bagnara fondò una grande fabbrica di seta Domenico Piatti, di origine triestina, che si occuperà della Tesoreria della Repubblica. I porticesi lo elessero console dell ‘arte della seta.
In Largo Trio costruì un sontuoso palazzo, accanto a quello dei Rocel1a, la famiglia del capitano Francesco Buonocore che nel Novantanove sarà ardito e sventurato combattente.
A Portici possedeva una villa con podere l’avvocato Nicola Fasulo, nel cui appartamento napoletano in via Atri, si radunerà a partire dal 1798 il Comitato dei patrioti.
Governatore di Portici, Resina e Torre del Greco diventò alla fine del 1797 Nicola Fiorentino, poi scrittore e oratore nei giorni della libertà.
Avevano casa sotto il Vesuvio anche le famiglie di Giambattista De Simone, ufficiale di Marina, e di Filippo de Marini, marchesino di Genzano.

Nelle strade di Portici e Resina si mossero, dunque, molti protagonisti del giacobinismo napoletano; Gennaro Serra di Cassano, Eleonora Fonseca Pimentel, i Piatti, Fasulo, Fiorentino, De Simone, de Marini, Buonocore, Luisa Sanfelice, Baffi, Carafa: tutti nomi che riappariranno nel lungo elenco dei giustiziati sui patiboli del Novantanove.

I francesi e la loro avidità nel depredare i nostri tesori

9428Colpito dai primi sospetti deIl’avido Direttorio, a causa della sua eccessiva indulgenza verso i patrioti napoletani, il generale Championnet fu costretto a stringere i tempi delle confische e ad accelerare la riscossione dei contributi di guerra. Le casse parigine ne avevano bisogno.
Il decreto per la contribuzione supplementare fatalmente riguardò anche Portici. Tra l’altro, qui furono ripresi gli scavi archeologici, come a Ercolano e a Pompei, con l’avvertenza che tutti gli oggetti ritrovati sarebbero finiti a Parigi. Dallo sfruttamento da parte della Corona si passò a quello straniero. Nelle prime esplorazioni pompeiane fu scoperta una nuova casa romana, e la via in cui sorgeva venne intitolata a Championnet.
Fu inoltre deciso che tutte le riserve di caccia del Borbone, compresi i parchi della nostra Reggia, venissero inglobate dalla Repubblica.

Gabelle vecchie e nuove stremarono i porticesi, già salassati dalle spese per il mantenimento della truppa francese. Per far fronte agli obblighi, furono venduti perfino gli argenti di San Ciro potente. Il debito comunale crebbe. Il Museo Ercolanese -che sorgeva a Portici nel palazzo prima della Reggia, a destra salendo -fu spogliato dei capolavori. Esasperati, i dirigenti vesuviani presentarono un appello alla Repubblica.

I documenti di questa accorata protesta sono stati ritrovati recentemente da Mario Battaglini negli archivi di Mosca, finalmente accessibi li dopo il crollo dei nluri. Ecco che cosa è scritto nel rapporto del Conlitato di polizia repubblicano, in data 10  pluvioso:
«Le Municipalità di Portici, Resina ed altri vicini cOlnuni sono resi inabili a più continuare le gravi spese che soffrono, montando a circa 250 ducati il giorno le sole tavole degli ufficiali francesi.

«Portici pel mantenimento della truppa ha consumato tutto il pubblico peculio, ha contratto dei grossi debiti ed ha esitato un residuo di argento di questa chiesa. Il Ministro delta Guerra Arcambal ha rin1esso un patetico ed afflittivo ricorso di quella popolazione, coll’invito di darsi su di essa l’opportuna provvidenza.

«Si pretende il totale deperimento dei Musei e delle biblioteche e la rovina delle arti, col togliere dai Musei di Portici e Capodimonte, dalla Biblioteca degli Studj e dalla Stamperia Nazionale tutto quanto v’è di buono; allorché si debbono scegliere i soli capi d’opera, lasciandone per la repubblica i modelli e le fom1e».
Corsero un serio rischio di esportazione dolosa perfino le celebri statue equestri di Marco Nonio Balbo, affiorate a Ercolano, ch’erano esposte nel vestibolo della Reggia porticese in una grande teca di vetro protetta da cancellate. Infatti, Championnet scrisse al suo ministro parigino:

«Vi annuncio con piacere il recupero di ricchezze ritenute perdute. Oltre ai gessi di Ercolano nel museo di Portici, le statue equestri di Nonio padre e figlio (…) E poi le statue marmoree a grandezza naturale di Marco Aurelio, un bel Mercurio bronzeo, un Meleagro in rosso antico, molti busti di gran pregio tra cui un Omero. Il convoglio partirà fra pochi giorni».
Per nostra fortuna, le statue di Marco Nonio Balbo, poi, non partirono.

 NelI’opera di saccheggio i burocrati francesi esibirono una pignoleria meritevole di miglior causa., Ad esempio risalirono all’origine di alcuni beni porticesi -la Reggia, i boschi -ripescando i relativi atti stipulati dal notaio Giuseppe Ranucci. Accertarono che una parte del parco apparteneva ai monaci di Sant’ Agostino in Resina, ai quali il re aveva pagato regolare canone di affitto.

Non fossero bastati questi salassi, ai porticesi dai sedici ai cinquant’anni iù nuovamente chiesto di servire la patria, diventata Repubblica, e questa volta in Marina. Il bando parlò di «requisizione n1arittin1a per la difesa della loro fan1iglia e della loro libertà». Non vi furono rivolte, soltanto musi lunghi.
La fama dei porticesi ottimi n1arinai, diffusa fin dal tardo Medio Evo, spinse Championnet ad offrire loro patenti di corsa francesi, autentiche abilitazioni alla pirateria. L’invito era motivato dalla necessità di fronteggiare la flotta inglese alleata del re, che n1inacciava da vicino la capitale. Per incoraggiare l’accoglin1ento della proposta, il comandante francese donò ai porticesi, ai sorrentini, agli stabiesi e ai napoletani del Molo Piccolo alcune barche sequestrate a Gaeta, con tutto il carico. La generosità interessata non fu sufficiente, nessun porticese diventò corsaro.

Del n1alumore sempre più diffuso approfittò il capomassa borbonico della zona, Francesco Almeida, che cominciò a preparare i piani segreti della rivincita.
Le difficoltà di Championnet, sempre più pressato dagli avidi parigini, aumentavano di ora in ora. La crisi definitiva scoppiò quando il commissario civile francese presso la Repubblica Napoletana, Faypoult, emanò un decreto per il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, comprese le banche, le proprietà dei Gesuiti, la Zecca, i possedimenti nelle provincie.
Championnet si oppose, annullò il provvedimento e scacciò Faypoult, «famelica arpia». Così segnò la sua condanna. Il 27 febbraio fu richiamato in patria affinché giustificasse il suo comportamento.

Gli successe il generale Macdonald, suo rivale, molto meno afflitto dagli scrupoli dettati dalla fraternità. Tra le sue prime decisioni, la vendita a minimo prezzo di alcuni arredi preziosi della Reggia di Portici e di Villa Favorita.
A sud, l’armata del cardinale Ruffo avanzava sempre più velocemente, uccidendo, saccheggiando, stuprando.

Cade il fortino del Granatello

fortino

Il 5 giugno la Commissione esecutiva della Repubblica mise in vendita ciò che restava dei tesori della Reggia di Portici e di Villa Favorita, sperando di ricavarne danaro indispensabile alla difesa. Non ci fu tempo di perfezionare l’asta. Ruffo era ormai in arrivo.
Portici fu direttamente investita dalla guerra civile, perché si trovava sulla rotta finale dei sanfedisti.
Allo scopo di fermare i rifornimenti di ortaggi, frutta e carne dalle campagne vesuviane alla capitale, il capomassa porticese ~lmeida organizzò barricate sulla strada diretta al Ponte della Maddalena. Come lui si comportarono altri capi degli insorgenti, Giorgio Punzo a San Giorgio a Cremano, Nunziante al Ponte di Casanova.
L’ iniziativa di Almeida, registrata da molti testimoni di quel tempo, è una prova che a Portici i monarchici si stavano imponendo ai giacobini.

Ci fu una vera e propria rivolta contro la Municipalità repubblicana? Carlo De Nicola, il più famoso tra i diaristi del Novantanove, sembra confermarlo. Il primo giugno scrisse che «la strada di Salerno è chiusa; e si diee arrivata la insurrezione a Portici». Tre giorni dopo annotò un colpo di cannone sparato dal fortino del Granatello, forse contro gli insorti, che fu udito in città e provoç,ò,un fuggi fuggi generale e la chiusura anticipata di molte botlèghe.
Ruffo, intanto, aveva accampato a Nola la sua armata. Era piuttosto innervosito poiché il re gli aveva ordinato di non puntare subito sulla capitale, n1a di fernlarsi ad attendere l’arrivo della flotta inglese con a bordo il principe Francesco. Evidenten1ente il Borbone voleva lasci~re al suo erede” e al potente alleato britannico, la firn1a della vittoria.
Ma il destino dispose diversamente. Già salpati da Palérn10, i vascelli deIl’ammiraglio Nelson furono costretti a rientrare da una burrasca e dalle voci -risultate poi infondate -del sopraggiungere della flotta franco-spagnola.
Rutfo ebbe così via libera. Decise di lanciare l’attacco finale il giorno 13, giorno della festa di Sant’Antonio, il protettore della sua arn1ata. Tutta la n1arcia dei sanfedisti fu scandita dai simboli della devozione popolare, della superstizione anche.

Il 10 giugno arrivò a Nola il capomassa Almeida, seguito da altri realisti porticesi. Cepisodio è narrato da Domenico Petromasi, un cronista ultramonarchico al seguito del cardinale. Portici si era già schierata dalla parte della Corona, disse Almeida a Ruffo, ma la truppa di massa era «incredibilmente inquietata» dalle artiglierie del Granatello.
Ruffo inviò in zona, di rinforzo, i fucilieri di montagna comandati dal tenente colonnello Costantino De Filippi, un plotone di calabresi e cento soldati di cavalleria agli ordini del tenente Giuseppe De Luca. Le avanguardie sanfediste conquistarono subito la batteria di Pietrarsa, dotata di un cannone da 33 pollici, e la Reggia di Portici. Protette dal fuoco di sbarramento, partirono all’assalto del fortino del Granatello, rafforzate all’ultimo momento da una compagnia di russi.

Due cannoniere e una batteria galleggiante deIl’ammiraglio Caracciolo tentarono di sostenere la difesa dei giacobini porticesi. Coraggio inutile. L’intervento di James Foote, a capo della squadra navale inglese che dal 9 presidiava la costa da Portici a Castellammare, decise le sorti della battaglia.
Il Cavai marino, la Mutine e la fregata Sirena scaricarono bordate di fuoco contro i vascelli di Caracciolo e contro il forte. Una cannonata dal mare centrò casualmente una bandiera repubblicana che sventolava sugli spalti: era il presagio della disfatta. Foote poté annunciare a Nelson la resa degli ultimi difensori del Granatello.
L’episodio, decisivo per le sorti finali della guerra, avvenne nelle ultime ore del 12 giugno, a detta di De Nicola che nel suo Diario registrò in quel giorno furiosi combattimenti lungo la costa vesuviana, finiti a notte inoltrata. I bagliori si vedevano nitidamente da Napoli. Il diarista li paragonò a fuochi artificiali.

Petromasi, invece, raccontò scene di massacro: «Subito preso il Granatello colla trucidazione di molti ribelli». E descrisse Portici come un panorama di rovine: «Questo delizioso real sito avea sofferto molto nelle fabbriche dal cannone nemico, il quale avrebbe recato un maggior guasto, se non veniva altronde malmenato».
Ruffo si stava spostando verso Somma Vesuviana quando seppe che la «caliginosa ferale ostinatezza» -altre parole di Petromasi -dei patrioti porticesi era stata sconfitta. Ordinò l’ultima offensiva. Era la mattinata chiara del 13 giugno 1799.

Rafforzato da una «piccola ma feroce compagnia di Turchi», il cardinale puntò su Portici. Voleva impedire la riconquista del forte del Granatello, considerato il penultimo ostacolo nella marcia su Napoli.
L’ultimo ostacolo era il forte di Vigliena, del quale oggi potete intravedere le rovine, davanti a una centrale elettrica. L’armata della Santa Fede attraversò San Giorgio e sboccò a Croce del Lagno, fermandosi. Nessuna ininaccia: oramai il Granatello era saldamente nelle mani dei realisti. L’avanzata riprese. Il parroco e gli altri preti della chiesa di Santa Maria del Soccorso vennero incontro al cardinale in processione aperta da un sacro ombrellino. Ruffo benedì e passò oltre. Pochi metri più avanti il suo esercito fu bloccato dalle cannonate di Vigliena. Prima di dare istruzioni per il pranzo, il cardinale ordinò al reggino Francesco Rapini di assediare il forte. Tre cOlnpagnie di cacciatori calabresi scattarono, le baionette in canna, sostenute dai cannoni.
Una 1110ssa spietata, perchéVigliena era difesa dalla Legione Calabra della Repubblica: fu uno scontro fratricida. Il cOlnandante dei difensori, Antonio Toscano, fece issare la bandiera nera su cui era scritto Vincere, vendicare, morire e si preparò al peggio. Veniva da Corigliano Calabro, aveva 25 anni, era stato sen1inarista, era diventato un poeta che sapeva combattere.

Un’impresa disperata, quella dei duecento uomini di Toscano. Erano aln1eno cinque volte inferiori nel numero e peggio armati; inoltre i loro undici cannoni puntavano dal lato del mare. E tuttavia resistettero ai prinli due attacchi, anche grazie all’intervento delle navi di Caracciolo.
Rapini ordinò una terza carica e questa volta i forti bastioni a forma di pentagono non ressero. All’interno delle mura si lottò all’arma bianca. Attorno a Toscano restarono in venti.
n comandante del forte e i sopravvissuti si trincerarono nel magazzino delle munizioni, sparando dalle feritoie. Toscano era ferito. Quando la resistenza diventò in1possibile, decise di dar fuoco alle polveri.

Lo scoppio, il turbinio delle schegge, uccisero insien1e gli ultimi calabresi della Repubblica e centinaia di sanfedisti. Nel fossato ricadde un mucchio di morti. La soldataglia di Ruffo perquisÌ i nemici caduti per rubare. Tre di quei corpi sfregiati e insanguinati, sotto brandelli di divisa della Guardia civica, erano di donna. Ne fu fatto scempio.
Il boato di Vigliena fu il segnale atteso da Ruffo. L esercito della croce si avviò verso il Ponte della Maddalena. Era il pomeriggio di quel 13 giugno.
A Napoli un colpo di cannone chiamò a raccolta i militi della Guarda nazionale. All’appello risposero in pochi, gli altri si nascosero o si prepararono ad aggiungersi ai vincitori.

I patrioti decisero di resistere ugualnlente. Si divisero in tre colonne. Quella di Capodinl0nte fu affidata a Gennaro Serra di Cassano. L’altro porticese, il capitano Canlpana, andò a conlbattere a Ponticelli. Il generale Francesco Basset si attestò a Foria. Il generale svizzero Writz ebbe il c0111ando al Ponte della Maddalena e fu tra i prinli a morire.
Morì anche il poeta Luigi Serio, morirono tantissinli altri. Travolte le fragili barricate sul fiu111e Sebeto, le staffette della Santa Fede penetrarono in città ed espugnarono il castello del Carmine, con una carneficina.
I capi della Repubblica Napoletana, dopo la ritirata, si barricarono nel Maschio Angioino, in Castel dell’Ovo e in una baracca di legno davanti a Sant’Elnlo, poiché il difensore del forte, Mejan -l’ultimo comandante francese rimasto nella capitale, con poche centinaia di soldati -gli aveva chiuso le porte in faccia. Tra i rifugiati nel Maschio era probabilmente il Porticese Gennaro Serra di Cassano.

Altri giacobini si nascosero in case ritenute sicure, nei boschi sulle colline o nelle grotte, sperando di poter riprendere la lotta.
Nelle strade roventi di Napoli si susseguirono scene di ferocia. Massacri, saccheggi, incendi, stupri.
Giulia e Maria Antonia -la madre e la zia di Gennaro come tante altre donne furono spogliate, forse violentate e trascinate nelle strade. Coperte appena da un lenzuolo, le obbligarono a recitare la pantomima del sinlbolo femminile stampato sui documenti della Repubblica.
Gli alberi della libertà vennero abbattt~ti e adoperati come latrine. Lì davanti, molti giacobini furono sommarianlente giustiziati. I sanfedisti mangiarono seduti su mucchi di cadaveri. Alcuni corpi vennero abbrustoliti e mangiati.

I prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena, dove Ruffo aveva stabilito il suo quartier generale. Lungo il cammino, monarchiche imbestialite li bersagliarono di sputi e insozzarono le loro bocche di scorze di frutta, di polvere,di qualsiasi immondizia raccattata. Almeno cinquanta furono fucilati eduecento feriti alla presenza del cardinale. Del tutto esaurite le carceri, diventò prigione anche l’enorme edificio dei Granili.
Su richiesta dei vincitori, ai balconi e alle finestre sventolarono lenzuola bianche come le bandiere della Santa Fede: erano segnali di resa. Ma la tragedia della Repubblica Napoletana non era finita con la caduta. E neppure la tragedia di Portici, di resina e del miglio d’oro.

A Resina e Portici l’ultima decisiva battaglia

La Santa Fede era ormai padrona della capitale quando al generale repubblicano Giuseppe Schipani -attendato con i suoi uomini al confine fra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, di fronte all’ isolotto di Rovigliano -pervenne un messaggio del generale Basset:
«Voi in sentire tre colpi di cannone, che sparerà Sant’Elmo, avanzerete con la vostra colonna; quando sarete a Resina e a Portici, passerete tutti a fil di spada con sacco e fuoco, stanteché sono nemici della Patria. Quando sarete al Ponte della Maddalena, a vista nostra, faranno una calata i francesi da Sant’Elmo, un’uscita i Patrioti da San Martino, ed un’uscita faremo noi dalle Castella. Voi assalirete alle spalle e noi per avanti, li metteremo in mezzo, e così scacceremo questi pochi insurgenti. Tutta la nostra fidanza sta nella vostra Colonna, che l’attaccherà alle spalle».

La notizia di questo disperato tentativo di riscossa è di fonte borbonica: il messaggio sarebbe stato intercettato grazie alla cattura del suo latore. Una leggenda giacobina aggiunge che il messaggero fu un ragazzo venuto a nuoto da Napoli, dopo essersi calato con una corda dal Maschio Angioino.
La consistenza della truppa di Schipani è incerta, oscilla tra un migliaio di soldati e poco meno di duemila (1.800, sostenne Ruffo).
Schipani era stato semplice ufficiale sotto il Borbone. Non aveva mai combattuto, in compenso possedeva coraggio e grinta eccezionali, così la Repubblica gli aumentò i gradi sulle mostrine. In battaglia indossava un copricapo peloso una specie di colbacco. La sua spedizione in Calabria era stata sfortunata, anche per errori gravi. Ma se il ruolino strategico di Schipani non fu impeccabile, a riabilitarlo provvide la sua ultima battaglia. Il generale sapeva perfettanlente di essere condannato alla disfatta, perché le forze nemiche erano maggiori, ma tentò ugualnlente. Convocò i suoi ufficiali ed espose chiaramente tutti i rischi dell’inlpresa. Fra i sessanta designati al conlando figurava il sedicenne Guglielmo Pepe che diventerà un protagonista delle battaglie per l’Italia.
La colonna republicana si mosse all’alba del 14 giugno. I primi scontri furono vittoriosi. Superata Torre del Greco, si lottò con successo a Resina, davanti alla Favorita, dove furono strappati al nemico tre cannoni. Un’illusione, presto Ruffo inviò imbattibili rinforzi.

cardinaleruffoSull’episodio esiste una testimonianza a firma del cardinale. Ruffo narrò di aver mandato in aiuto dei cavalieri di De Luca trecento sanfedisti comandati da suo fratello Francesco -che alloggiava nella Reggia di Portici -oltre a duecento uomini di truppa regolare e «pochi Moscoviti» partiti dal Ponte della Maddalena.
«In poche ore furono disfatti i ribelli: molti rimasero sul campo di battaglia, 800 circa furon condotti la sera stessa prigionieri al real Palazzo di Portici, e gli altri dispersi furono presi nei giorni seguenti. In questa azione così segnalata, che decise della presa della Capitale, al De Luca fu ammazzato il cavallo che portava sotto e rimase gravemente ferito. Credetti giusto di premiarlo con dargli la patente di capitano proprietario di Cavalleria».

A parte l’esatta descrizione deIl’epilogo e il riconoscimento del ruolo cruciale della battaglia di Portici, il racconto del cardinale minimizza la portata delle sue forze: i russi comandati da De Cesare, i cacciatori e i cavalieri erano molti di più, e ad essi vanno aggiunti i pezzi di artiglieria, i duemila massisti -da truppe di massa -guidati dal vescovo Torrusio e i nlille affidati all’altro vescovo Ludovici. Inoltre Ruffo trascurò un fatto determinante: il tradimento dei Dalmati al servizio della Repubblica.
Erano cinquecento, quei Dalmati. Molti avevano difeso il fortino del Granatello e si erano nascosti nelle campagne sotto il Vesuvio dopo la sconfitta; altri seguivano Schipani. Una volta ricongiuntisi a Resina, ebbero l’ordine di aggirare il nemico e di sorprenderlo a Portici.

Scesero lungo vico di Mare oppure lungo la calata di Sant’Agostino (via Cecere) senza trovare ostacoli. Sboccarono davanti all’Epitaffio ai posteri murato dal viceré, nell’attuale corso Garibaldi, dopo la disastrosa eruzione del 1631. Contemporaneamente, completando la manovra a tenaglia, la colonna di Schipani raggiunse la Reggia di Portici.
La mossa fallì perché i Dalmati, appena arrivati a contatto diretto con il nemico, si gettarono in ginocchio gridando viva il re! E passarono dall’altra parte.

Isolati, gli uomini di Schipani battagliarono davanti alla Reggia. Una cannonata centrò la statua di Marco Nonio Balbo a cavallo, decapitandola.
Si lottò senza tregua anche nelle zone più vicine di Resina, in via Cecere soprattutto. Sulla salita di Pugliano i sanfedisti demolirono l’albero della libertà e lo sostituirono con una croce di legno. Gli insorti resinesi erano spinti dall’odio per i francesi, che avevano rubato i tesori della Madonna di Pugliano e della chiesa di Sant’Agostino. I padri Teresiani di Torre del Greco recuperarono invece munizioni, viveri e argenti abbandonati dai repubblicani in rotta.
Forse nel tentativo di raggiungere Napoli, Schipani due volte tentò invano di soverchiare i russi davanti alla parrocchia di San Ciro. Fu una strage.

Un articolo apparso nel 1878 sul Pungolo, con tutte le sue probabili esagerazioni, dà un’idea dell’agghiacciante bilancio «Ben presto i repubblicani furono quasi tutti nlassacrati; pochi scamparono e corsero verso Napoli, dove la plebe li nlise a inorte. I borbonici, dopo quel fatto d’arme, nonostante la perdita di circa duenlila de’ loro esultarono».
Questo resoconto, sia pure steso ottant’anni dopo, dinl0stra che nella memoria popolare era viva l’immagine di un’accanita resistenza, alla quale non furono estranei i giacobini porticesi. Se è vero che Almeida aninlò alcune centinaia di insorgenti del luogo, è altrettanto vero che a sostegno di Schipani si sparò da nlolte’ finestre. Sui realisti piovvero persino vasi da fiori.

Divisa dalla passione politica, Portici fu unita dal lutto: le strade «furono arrossate di sangue e coperte di uccisi in guerra».
La partecipazione di Almeida agli scontri trova conferma -e ridimensionamento -nel resoconto di Petron1asi, prezioso anche per determinare la successione cronologica degli avvenimenti. Il capomassa porticese inviò un n1esso al Ponte della Maddalena, il 14 giugno, avvertendo Ruffo dell’irron1pere di Schipani. Almeida aveva appena ingaggiato qualche scaramuccia. Alla notizia deII’ imminente arrivo dei rinforzi p~eferì retrocedere verso Resina, ed attendere.
Petronlasi aggiunse una nuova voce alla supremazia numerica dei sanfedisti: le due compagnie di granatieri comandate dal colonnello Scipione La Marra. r.;impresa di SchipanI era senza speranza.

 martiriLa cronaca di Petromasi lascia intendere che la battaglia si prolungò, ma fin dal giorno 14 il parroco di San Ciro -Nicola Nocerino, primo storico di Portici -vagò pietoso da un rione alI’ altro per assistere i feriti e confortare i morenti. Nel Registro dei Morti scrisse, con una grafia che rivela l’emozione: «Anno Domini 1799 alli 14 giugno due soldati uccisi, uno avanti questa mia casa alla Croce ed un altro in mezzo a Portici… Così altri due soldati uccisi nella piazza di Portici .. , altri uccisi alla Marina… altri uccisi avanti al quartiere a Sant’Antonio». Appunti utili a decifrare la diffusa geografia della battaglia. Don Nocerino annotò anche i nonli di alcuni caduti:
«Andrea Nocerino, figlio di notar Aniello di anni 18, ucciso davanti queste mie mura… Antonio Alnirante di anni 27… Domenico Cozzolino… uccisi innanzi a San Nicola. Ho scritto i nomi all’infretta e alla rifusa per non aver né forza, né spirito, né tempo, tante erano le fatiche ed il dolore, essendosi combattuto in questa nostra piazza a lnaniera di guerra, irregolare».
Il buon parroco raccolse i corpi dei caduti e «pietosamente, come una madre, ne ordinò il seppellimento in un luogo appartato a fianco della terra santa: un cumulo inlmenso di ossa alla rinfusa». (Petromasi).
I resti dei giacobini e dei sanfedisti si mischiarono, come in un primo tentativo di riconciliazione II 15 giugno il fratello del cardinale Ruffo, Sua Eccellenza il Sig. Commendatore D. Francesco, ispettore Generale dell ‘Armata di Sua Maestà, proprio a Portici firmò il bollettino della vittoria, diffuso in tutto il Sud da soldati a cavallo, affinché fosse letto-dovunque e affisso ai muri. C’era scritta «la fausta notizia di essersi dalla nostra Armata già preso Napoli, con essersi impadronito del Castello del Cannine, del Molo, e di tutte le Batterie littorali; e nella circostanza vantaggiosa per la presa de’ Castelli di Sant’Elmo, Castelnuovo e Castel de11’Ovo, mentre tutta la Città è presidiata dalle nostre truppe».

Fonte bibliografica: Pietro Gargano, La Battaglia di Portici – 2000

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.