Il viaggio di Stendhal e la sua gita ‘ncopp’ ‘o Vesuvio

0 4 anni fa

Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle (l783-1842) e noto esponente del romanticisnio francese, ebbe interessi artistici e musicali, come possiamo ricavare dalle pagine di Rome, Naples et Florence, diario di un suo viaggio in Italia compiuto nel 1817.

Henry Beyle (L 783-1842), più noto come Stendhal, fu romanziere e saggista francese fra i più significativi. Funzionario dell’ amministrazione napoleonica, partecipò alle campagne d’Italia, Austria e Prussia, poi, con la caduta del Primo Impero, soggiornò a Milano fino al 1821. Trasferitosi a Parigi, tornò in Italia come console (1830) a Trieste, poi per un decennio a Civitavecchia. Romantico per il gusto delle passioni violente, egli supera ogni determinazione di scuola nell’ analisi lucida, intelligente ed ironica di situazioni psicologiche ed ambientaIi.
Quella pubblicazione è ricca di pagine interessanti, come – ad esempio – il compendio di una visita al Museo Ercolanese di Portici:

«Mentre uscivo dal museo delle pitture antiche a Portici, ho incontrato tre ufficiali della marina inglese che vi entravano. Ci sono ventidue sale. Sono partito al galoppo per Napoli; ma, prima di essere al ponte della Maddalena, sono stato raggiunto dai tre inglesi, i quali la sera mi hanno detto che quei quadri erano ammirevoli e tra le cose più straordinarie dell’ universo. Hanno trascorso in quel museo dai tre ai quattro minuti.
Quei dipinti, tanto notevoli agli occhi dei veri amatori, sono affreschi tolti a Pompei e ad Ercolano. Non c’è affatto chiaroscuro, poco colore, abbastanza disegno e molta facilità Il Riconoscimento di Oreste e di Ifigenia in Tauride, e Teseo ringraziato dai giovani ateniesi per averli liberati dal minotauro, mi sono piaciuti.

C’è in essi molta nobile semplicità, e niente di teatrale. Assomigliano a brutti quadri del Domenichino, tenendo conto che in essi ci sono diretti di disegno, che in quel grande non si trovano. Si trovano a Portici, tra una serie di piccoli affreschi sbiaditi, cinque o sei pezzi essenziali, della grandezza della Santa Cecilia di Raffaello. Quegli affreschi adornavano una .stanza da bagno a Ercolano»

Sempre con. riferimento a Portici, ecco invece il resoconto di una serata mondana:

«15 luglio. Serata dalla signora Tarchi Sandrini a Portici. Salotto delizioso a dieci passi dal mare, dal quale ci separa soltanto un boschetto di aranci. Il mare si rompe con un dolce rumore; veduta d’Ischia; i gelati sono eccellenti. Sono arrivato troppo presto; vedo arrivare dieci o dodici donne che sembrano scelte tra quanto Napoli ha di meglio. La signora Melfi ha condiviso per tre anni l’esilio del marito; ha trascorso tutti gli inverni a Parigi; è arrivata scortata da venti o trenta casse di roba all’ultima moda. La circondano, la ascoltano»

Naturalmente, a noi interessano maggiormente le impressioni di una gita al Vesuvio:

«Ieri sono salito sul Vesuvio: è la più grande fatica che abbia mai fatt9 in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita è spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata Bigot de Prémeneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita»

Meno laconico il contenuto di una lettera spedita il 14 gennaio del 1832 ad un amico napoletano:

01-00

«Ieri, dunque, – traduciamo liberamente dal testo originale – alle ore due pomeridiane sono arrivato alla sorgente della lava e vi sono rimasto fino alle due di notte. C’era lassù un monello che vendeva del vino e delle mele, che faceva cuocere sul bordo della lava. Ero in compagnia del signor de Jussieu, che si scottò le mani e le caviglie per aver voluto percorrere un tratto composto di frammenti minuti di lava che si frantumavano sotto i piedi. La salita è orrenda: sono mille piedi di cenere con una pendenza di quarantacinque gradi. Trovando difficoltà ad arrampicarmi su quel piano inclinato, ho immaginato cinque o sei sistemi per rendere l’impresa meno ardua: il più comodo mi sembrerebbe una poltrona rimorchiata da una piccola macchina a vapore su dei tronchi di abete. Il Re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa bella invenzione»

Quarant’otto anni dopo, il 6 giugno 1880, s’inaugurava la ferrovia funicolare, costruita con tutt’altri sistemi che non quello primitivo escogitato e buttato giù da un letterato in un lampo di genio, ma secondo gli enormi progressi delle scienze meccaniche fatti in mezzo secolo, dall’ingegnere Oliveri di Milano. Se poi si aggiunge la ferrovia elettrica, vesuviana, inaugurata il 28 settembre 1903, che portava da Pugliano fino alla stazione della funicolare alla base del cono, si ha nel complesso un’opera grandiosa dell’ingegno umano, la quale rese non più «abominable» l’ascensione al Vesuvio, ma, come voleva lo Stendhal, «ce chemin commode».