Il mercato dei panni usati, come cominciò…

0 6 anni fa

La Resina nella quale entrarono i vincitori era un paese prostrato dalla guerra, dalla miseria e dalla fame. I resinesi rimasti a casa e quelli tornati dalle località dell’interno videro il loro paese invaso da truppe di varia. nazionalità: americani, inglesi, canadesi, neozelandesi, filippini, francesi, marocchini, bianchi e coloured men, un colorito e pittoresco bazar di genti e di razze che formavano uno stridente contrasto con la squallida realtà della guerra.
Mancava l’energia elettrica e le notti erano fredde e buie; il vitto era scarso-e costituito in gran parte dai pochi prodotti che la terra offriva; patate, piselli e legumi; il pane era nero e distribuito alle persone fornite di una speciale tessera.
Per rompere la monotonia di quell’alimentazione povera e scarsamente sostanziosa, qualcuno preparava ogni tanto delle focacce con una manciata di granoturco che riusciva a procurarsi, non si sa come, nei poveri negozi di alimentari della zona.
Quel  granoturco che, in circostanze normali, sarebbe finito sulle aie o nei campi in pasto alle galline o agli altri animali da cortile, rendeva meno incolore lo squallido desco di quella povera gente.

Da quei chicchi rossastri, opportunamente tritati e messi a friggere, si ricavava qualche focaccia ‘ dorata e fraite, che veniva divorata in men che non si dica.

Fortunatamente gli alleati, oltre a rivelarsi in guerra generosi distributori di bombe, seppero farsi valere anche nell’opera di aiuto alle popolazioni vinte, distribuendo generi alimentari e pane bianco. Cominciarono così a circolare per il paese le prime scatole di piselli e di corned-beef, che andarono ad allietare le mense dei  resinesi.  Ancora oggi è vivo nella memoria di molti il ricordo di quello scatolame, che forniva all’affamata popolazione polvere di fagioli e di piselli e qualche boccone di carne bovina, mai più assaggiata da tempo immemorabile.

Fu in quel periodo che i resinesi rivelarono una straordinaria capacità di trarre profitto dalle circostanze anche più avverse, quell’arte di arrangiarsi in cui da sempre i napoletani sono considerati dei veri maestri.
Come si sa, il 10 ottobre 1943 la V Armata americana si allontanò da Napoli in direzione di Cassino con tutte le sue unità, coi cannoni e le jeeps, le autoblindo e i carri pesanti, le cucine, gli ospedali ed i servizi. A Napoli rimasero solamente i Comandi e i Depositi, i centri di rifornimento e di smistamento, le centrali di polizia e di propaganda e tutti i servizi di retrovia.

Molti di questi servizi si trovavano anche in territorio di Resina, e precisamente a monte dell’autostrada Napoli-Salerno in località Bosco Catena. Erano stati requisiti anche ville e palazzi, tra cui lo stupendo Palazzo del Corallo, ancora oggi meta di migliaia di turisti e operatori economici provenienti da tutto il mondo.

Così i camion alleati carichi di vettovaglie per i soldati di stanza a Resina si vedevano sempre più spesso percorrere la salita di Pugliano. Ad un certo punto, però, il guidatore era costretto a fermarsi davanti alle sbarre abbassate del passaggio a livello della ferrovia circumvesuviana. Proprio in quel momento, alcuni individui, con movimenti rapidi ed essenziali, saltavano sul cassone del mezzo e scaricavano le preziose merci. Erano sacchi che contenevano cioccolato, farina, burro, vestiti, pantaloni, camicie, calzettoni di purissima lana, scarpe, rotoli di suole, lenzuola, scatole di valvole per radio, cassette di orologi di precisione per piloti e tutto quel ben di Dio che’ gli americani si portavano appresso. Questo fatto si ripeté per moltissime volte senza che il guidatore si accorgesse di nulla.
Eppure il rumore provocato dall’impatto delle balle scaraventate giù era abbastanza forte. Ovvero, se qualcuno ci fu che se ne accorse, pretese una percentuale sull’affare. Vi era tanta abbondanza di merce, ricorda Aldo Stefanile, che perfino i soldati alleati appresero a vivere e a lasciar vivere. Così con i trabbandieri e speculatori cominciarono ad arricchirsi gettando le basi della loro prosperità, mentre le persone oneste erano costrette a fare la fame oppure a lavorare nei campi degli Alleati come sterratori o interpreti, camionisti o cuochi, custodi o infermieri, sguatte;i o scaricatori, spazzini o uomini della fatica.

La frequente sparizione di sempre più ingenti quantità di vettovaglie e di merci varie dai depositi non poteva, però, lasciare troppo a lungo indifferenti le Autorità Alleate. Fu così che I’AMGOT (Governo Militare Alleato Territori Occupati) dispose un servizio di sorveglianza e di controllo che diede qualche frutto. Qualcuno rimase nella rete mentre molti resinesi videro le proprie case visitate dagli elementi della Military Police, la temuta polizia americana della 82″ divisione. Accompagnati da un interprete, i militari della Police rovistavano nei cassetti e negli armadi alla ricerca di oggetti od altro rubati all’esercito americano.

I risultati di queste perquisizioni erano qualche volta proficui, più spesso invece inefficaci. I più furbi erano capaci di nascondere la merce rubata nei luoghi più inverosimili e di conservarla in attesa di tempi migliori.
D’altra parte, cominciarono a sorgere e a moltiplicarsi numerose iniziative volte a venire incontro alle esigenze delle nostre popolazioni. Molti resinesi trapiantati da tempo negli U.S.A., aderendo all’iniziativa di altri italo-americani, appoggiarono un comitato di parroci dell’Archidiocesi cattolica di New York, impegnati in una campagna di propaganda per la raccolta di vestiario per l’Italia. La costituzione del comitato fu organizzata dal Cardinale Spellman. Arrivarono così in Italia le prime grosse balle di indumenti e i primi pacchi-viveri di soccorso, inviati sia da privati che da organizzazioni cattoliche.
Quelle prime grosse balle di indumenti, unitamente alla merce saccheggiata dopo 1’8 settembre nel Deposito Militare Giulio Blum di Portici e all’acquisto di altra merce (coperte, tende, teloni e pneumatici) nei campi ARAR, costituirono una fonte di lucro per molti individui intraprendenti, che gettarono le basi per il varo di quel famoso mercato degli stracci, destinato a fare di Resina un centro internazionale del commercio al minuto dell’usato. Si era ai primi mesi del 1944 Dopo la smobilitazione degli Alleati, infatti, cominciarono a spuntare dovunque bancarelle, che esponevano un ricco campionario di merci made in U.S.A.: indumenti usati di
tutti i tipi, di tutte le fogge e dimensioni che permisero a molti resinesi una prosperità prima sconosciuta.
Il paese cominciò allora a brulicare di gente, di visi nuovi, di persone venute da ogni dove per fare qualche acquisto a buon mercato.
Col passare degli anni, il mercato dei panni usati andò via via consolidandosi e affermandosi. E’ stato calcolato che i tre quarti della popolazione attiva fossero occupati allora nel commercio dei panni vecchi e nelle attività collaterali: uomini, donne, vecchi e bambini, tutti erano impegnati a soddisfare la domanda crescente degli acquirenti che diventavano sempre più numerosi. Resina divenne così uno scenario, nel quale si presentava uno spettacolo quanto mai pittoresco.
Lo spettacolo raggiungeva Ie punte di maggior interesse quando veniva aperta una balla. Era come un rito lungamente atteso: la folla, in agguato fin dalle prime luci dell’alba, si lanciava all’assalto della balla con la stessa voracità con cui
una formica rossa si sarebbe lanciata su una preda. In quel movimento apparentemente caotico di mani, di braccia, in quello smanacciare, in quel lavorare di gomiti sembrava che non ci fosse logica o senso comune. Invece, i risultati erano sorprendenti:
in breve, la balla veniva squartata e ripulita, i capi divisi e selezionati e, alla fine, ciascuno si trovava quasi sempre tra le mani quello che cercava, una camicia, dei pantaloni, una giacca, un cappotto etc.

La confusione, che aveva inizio fin dal primo mattino, raggiungeva poi il suo diapason già verso le dieci e si esauriva solo dopo le quattordici. In quei trecento metri di salita, tale più o meno la distanza tra Piazza Fontana e il passaggio a livello della circumvesuviana, si concentrava una massa di persone e di cose decisamente impressionante.
La strada era quotidianamente percorsa da un gran viavai di persone che procedevano lentamente e a stretto contatto di gomiti: gente che andava e che veniva, venditori ed acquirenti, curiosi, ragazzi vocianti, venditori ambulanti di frittelle, di arancini e croquets, di semi e di noccioline, di pizze e di gazzose. Sui marciapiedi negozi piccoli e medi, pieni di merce/proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico. Ai balconi panni stesi ad asciugare, come nei vecchi quadri del Migliaro.
Dovunque, imbonitori che arringavano la folla con la stessa veemenza dell’Arringatore romano.
A interrompere la continuità dei due marciapiedi, entro i quali era incassato lo stretto budello della salita di Pugliano, si apriva una miriade di vicoli e di vicoletti, simili in tutto ad affluenti di quel gran fiume nereggiante di folla, tutti ugualmente occupati da balle e tutti ugualmente percorsi da acquirenti desiderosi di scovare articoli a basso costo in quelle specie di retrobotteghe naturali. Nessuno spazio rimaneva vuoto e ogni metro, ogni centimetro quadrato era occupato da qualcuno o da qualcosa, cosicché chi avesse voluto percorrere il gran budello di via Pugliano avrebbe dovuto avventurarsi in lunghi e tormentosi slaloms, lavorando di gomito e badando
bene a non pestare o a farsi pestare i piedi. Era una giungla umana, un percorso di guerra, ricco di ostacoli e di asperità, di voci, di frastuono e di chiasso.

Questo mondo multicolore non poteva non attirare l’attenzione di sociologi, scrittori e giornalisti. Ecco quanto scrisse al riguardo il grande Maiuri: « . . Su tutta la grande strada che conduce dalla stazione della Circumvesuviana agli scavi e sull’erta salita di Pugliano, viene sciorinato giornalmente il piu’ vario e arruffato bazar che si possa immaginare: mucchi di vestiti ammassati sui marciapiedi, coperte e tendoni distesi sul lastrico come tappeti per un ingresso trionfale; vecchine con la faccia rugosa e una povera veste di percalle sedute sii un trespolo sbilenco innanzi a una cascata di pellicce; cumuli di biancheria femminile, reggipetti panciere e calze spaiate, esposte impudicamente all’aria; berretti, giubboni e tute da operai, e montagne di calzature come termitai, dagli stivaloni da minatore alle scarpette da serate di gala. In qualche portone oscuro e più discreto, insieme con le botti vuote e le balle ancora chiuse, s’improvvisa un negozio di mode: una fila dei più inverosimili vestiti di donne in falpalà e merletti usciti dai
vecchi canterani dell’800 infilati in una pertica. Ragazze e donne attempate v’entrano con qualche ritrosia e, al riparo delle botti e delle balle, misurano corpetti e gonne consultandosi con le amiche e le comari sui tagli e sugli aggiusti da fare.
L’America invia i suoi immensi rifiuti di roba usata; dalle balle chiuse, contrattate a peso e a misura, si trae il meglio e il vendibile; il resto viene mandato al macero per nuovi tessuti. Ho accompagnato un giorno, dopo la visita agli scavi, una signora americana di gran classe in mezzo a quel cafarnao.
Per la salita di Pugliano una doppia fila di rivenditori straripava con panche e panchetti dal marciapiede sulla strada.
Tra la merce di panni facevano spicco a quel tempo, ancora di pasti magri, alte pile di panni croccanti e rosolati come sul banco del panettiere in una pittura pompeiana, mentre dalle porte e dalle finestre delle povere case pendevano strani parati multicolori come drappi e tappeti distesi per la festa del Santo. Io con i miei poveri occhi non afferravo bene cosa fossero quelle stoffe rasate multicolori, arlecchinesche; ma la signora aveva capito: erano i paracadute colorati delle ultime incursioni aeree che avevano semidistrutto e seminato di morti Torre del Greco, Torre Annunziata e bombardato gli scavi di Pompei. Non voleva credere ai suoi occhi. “Cara signora, diss’io, prima si son prese le bombe ed ora fanno festa e quattrini con i paracadute”.

Urla di raccapriccio della buona signora; miei cenni disperati alla guardia municipale che, invece di frenare quel forsennato, mi sorrideva beata nel vedermi immerso tra morbidezze e scintillii di inconsueti cuscini e di cristalli, e miei giuri e spergiuri sulla non napoletanità di quel carrettiere e di quelle frustate:
“Un vero napoletano, giuravo convinto, non maltratta le bestie!
Il solo a manovrare il bastone è Pulcinella, ma lo fa con impegno solo sulle spalle dei mariuoli e delle guardie troppo  zelanti”. Per buona sorte, mentre la guardia continuava a sorridermi paciosa, si sollevarono contro il mulattiere mercanti, i clienti e rivenditori: il venditore delle tute, la vecchina delle l pellicce, il grossista delle calze spaiate e dei reggipetti sfilacciati, finché una ragazza uscì veemente di gesti e di parole da uno di quei portoni, nel più gonfio falpalà ottocentesco, a strappare la frusta dalle mani del carrettiere. Così, con la buona signora rappacificata, raggiunsi finalmente con sollievo, dopo le case silenziose di Ercolano e le case strepitose di Resina, la via dell’autostrada »

Oggi i panni usati non vengono più importati dall’America, ma anche dall’Inghilterra, dall’olanda, dalla Germania e dall’Austria.
I centri di smistamento sono Prato (Firenze), dove i cenci vengono rigenerati (cioè ridotti in filato e poi di nuovo in tessuti); Molinelle (Bologna), specializzata in pezzami; ma Resina rimane ancora il centro nazionale del commercio al minuto dell’usato.
Gli indumenti giungono anche da diversi enti ed associazioni, come la Croce Rossa e l’Unicef, che organizzano grossi centri di raccolta e cedono al migliore offerente l’appalto per la raccolta. Montagne di stracci in attesa di elaborazione indicano anche nella Caritas Internationalis e nelle varie associazioni assistenziali i fornitori di questa colossale industria.
Resina resta, dunque, la capitale del mercato dei panni usati. Anzi, col diffondersi della tendenza ad ostentare un abbigliamento poco ricercato, essa, è diventata la meta preferita dei giovani della buona borghesia per i quali è snob dire: << Mi vesto a Resina ». E così, per venire incontro a queste crescenti esigenze, molti rivenditori si sono trasformati in importanti affaristi che forniscono direttamente le migliori boutiques di Roma e di altre città italiane.
E’ cambiata un’epoca, è mutato un costume: quello che era in principio un pittoresco bazar è ora un’industria colossale che fornisce tutta l’area mediterranea.

Tratto da Ercolano attraverso i secoli di Mario Carotenuto.