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I turchi a Resina, una storia d’amore a lieto fine
29 maggio 2014
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Il capitolo dell’Ottocento romantico resinese si chiude con una delicata storia d’amore, che sembra tratta pari pari dalle pagine delle Mille e una notte. Correva l’anno 1879, quando la nostra città fu onorata dalla presenza di un ospite esotico, l’ex Kedivè d’Egitto Ismail Pascià.

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Questo principe, già noto per aver aperto sotto il suo regno il canale di Suez, era stato deposto e costretto a lasciare il suo paese per non aver pagato gli interessi del debito pubblico egiziano; imbarcatosi sul panfilo Mahrusse, era venuto a Napoli, ai primi di luglio di quell’anno, per chiedere pace e distrazione alla terra delle Sirene.
Era allora Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, che offrì al principe Ismail, che si era rifugiato a Posillipo, la bella villa della Favorita a Resina. Lo scopo dello statista lombardo era quello di accogliere l’ex Kedivè per poter poi, per mezzo suo, avere notevole influenza sulle cose d’Egitto.
Ismail Pascià accettò l’offerta con grande entusiasmo e si stabilì, col suo seguito, in quell’angolo suggestivo fra il Vesuvio e il mare, prendendo dimora al primo piano. Per accedervi fece costruire un’apposita scala a chiocciola, a destra del portone. Il resto del primo piano, e tutto il secondo, era per le principesse. Nell’ultimo piano matto e nel sotterraneo erano, alla rinfusa, le schiave. Il secondo palazzo era per il seguito maschile: la palazzina verso il mare, che Ismail aveva provveduto a riacquistare, per i principi.
Naturalmente i resinesi si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà. Mille leggende cominciarono a spuntare sulla bocca di tutti.
Invece le cose stavano alquanto diversamente. Le principesse erano soltanto tre, poche in: confronto al numero sterminato di mogli che popolavano gli harem dei sultani orientali: erano circondate da una corte di tre o quattro dame di compagnia, delle schiave che avevano, a loro volta, altre schiave di condizione inferiore, ai loro ordini. Pranzavano e vestivano all’europea, uscivano spesso in carrozza aperta, fatte oggetto della curiosità e dei commenti degli immancabili spettatori, e andavano alla  passeggiata a Napoli, al S. Carlo e a pranzare nei caffè. Solo gli eunuchi si mantenevano fedeli ai costumi tradizionali del loro paese: vestivano col fez e soprabito chiuso fino al collo, e mangiavano il pranzo turco, composto di cibi molto aromatici e … inutilmente eccitanti, e senza vino.

Naturalmente, i rapporti tra la gente di Resina e gli ospiti erano quasi del tutto inesistenti. Solo quando si dovevano eseguire dei lavori all’interno della Villa, si richiedeva !’intervento della mano d’opera locale: in quell’occasione, gli operai erano vigilati da egiziani, armati di lungo coltellaccio. Ma, nonostante quella truce presenza, gli operai se ne ridevano; anzi alcuni riuscirono, non si sa come, ad imparare certe male parole turche, con le quali rispondevano, pronunciandole alla napoletana, alle minacce dei loro guardiani, abituati a ben altro rispetto da parte delle corvées del loro paese. In breve, quello strano miscuglio di turco-napoletano entrò nel linguaggio popolare, e non era raro il caso in cui i lazzari locali, da lontano e’ pronti a fuggire, apostrofavano in malo modo i numerosi egiziani seduti e intenti a fumare nei dintorni della Villa.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e dalla diversa civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque, come s’è detto, all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quello di una bella odalisca e di un baldo giovanotto del luogo.
Spulciando tra « vecchie carte e amorose storie» , siamo riusciti a ricostruire la trama di quell’incredibile romanzo d’amore. I fatti si svolsero, più o meno, così:
Ogni sera, nell’ora « che volge il desio ai naviganti », due belle odalische, eludendo la sorveglianza dei loro guardiani, salivano sulla terrazza del palazzo, da dove il loro sguardo di straniere poteva carezzare, con profonda dolcezza ed ammirazione, quei dintorni ricchi di bellezze naturali.
E sognavano le due belle Milka e Severnisia. Il loro sguardo vagava lontano, e forse il pensiero correva veloce al loro paese e alle loro case. Guardavano il mare, e il mare tentatore metteva nei loro cuori un impeto di ribellione, un senso arcano di amare e di essere amate, un bisogno irresistibile di vivere una vita libera e felice.

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Una sera il suono dell’Ave Maria portò al cuore delle due inseparabili ancelle il messaggio che forse non avevano mai osato neppure sognare: in una terrazza di Villa Campolieto, al lato della Favorita, due giovanotti, un ingegnere e un avvocato, cominciarono a fissare le due belle straniere, rese ancora più belle dalla leggenda che le circondava e dal posto in cui si trovavano. Gli sguardi s’incrociarono, si smarrirono e gli occhi parlarono al cuore.
Per molte sere la scena muta e lusinghiera si ripetette: ne erano testimoni il cielo dall’alto e il mare lontano. E l’aria fremente e compiacente del luminoso crepuscolo di settembre avvolgeva in un’atmosfera di lusinga i due giovanotti, che ardivano amare le odalische di un principe straniero.
L’amore divampò e si nutrì di sorrisi, di promesse, di silenziosi giuramenti. Ma la Favorita non era accessibile a tutti, le odalische erano severamente sorvegliate ed Ismail era terribilmente geloso delle donne della sua corte.
Una sera la bella Severnisia, più ardente ed ingegnosa dell’altra, escogitò un sistema audace per rispondere al muto appello del suo innamorato, e cioè del giovane avvocato. Avvolse un foglio intorno ad una pietra e lanciò quel singolare messaggio nel giardino di Villa Campolieto.
I due giovanotti accorsero e raccolsero la lettera, ma non potettero leggerla perché non conoscevano il turco. Tuttavia, la necessità aguzzò l’ingegno dei due spasimanti, i quali fecero ricorso all’aiuto compiacente dell’interprete dello stesso Kedivè, tale Giuseppe Borel.
Questi, dopo aver tradotto la missiva ed esortato i giovanotti alla speranza, compilò la risposta che venne recapitata alle fanciulle con lo stesso mezzo.

Così si stabilì tra le due coppie una originale corrispondenza epistolare. Le odalische si dicevano disposte a ricambiare i sentimenti dei loro corieggiatori, ma facevano presente che non potevano corrispondervi appieno perché erano schiave del loro principe e sorvegliate gelosamente.
Tuttavia, come in tutte le favole belle, l’amore superò tutti gli ostacoli e alla fine trionfò.

Una sera Villa Favorita risplendeva di luci: si festeggiava il Ramadan, e tutto il palazzo era percorso da un andirivieni insolito di centinaia di persone. Il parco era illuminato, e le stanze e i corridoi della splendida residenza erano rallegrati dalle dolci melodie di musiche orientali: tutti erano come in estasi, pronti tuttavia a rubare la gioia ed il piacere ad una sera di divertimento.
Milka e Severnisia approfittarono di quello stordimento generale per attuare il loro audace disegno, la fuga verso la felicità. Travestite da uomini, col cuore gonfio per la paura ed ebbro d’amore, si avviarono verso l’uscita del palazzo.
Ma la sola Severnisia riuscì a sgusciare all’esterno e a fuggire verso Villa Campolieto. Qui il giovane avvocato, meravigliato e confuso per quell’incredibile sorpresa, accolse la bella fuggitiva come la visione di un sogno fantastico. Anche le sorelle del professionista ebbero per la bella odalisca mille premure e mille riguardi.

Al giovane la bellissima straniera, fuggita dal suo nido di schiavitù per amor suo, apparve come un’eroina, come una co.che aveva rischiato la vita per lui.
Quando Ismail seppe della fuga della sua Severnisia, ne reclamò a gran voce la restituzione. Ma il professionista si assunse tutta la responsabilità del caso e dichiarò di voler fare sua la bella creatura d’oltremare. E l’Italia, nazione libera, lasciò liberi gli innamorati di vivere l’uno per l’altro.
Ma poiché la comunanza spirituale si fa completa quando comune è il linguaggio, il giovane pensò di far apprendere alla sua amata la lingua italiana nell’Istituto Orientale di Napoli. Più tardi la fanciulla ricevette il battesimo e si chiamò Libera, Immacolata, Aida.
E, infine, la bella Severnisia sposò, in Resina, il giovane avvocato, e la loro unione fu legalizzata dal sindaco del tempo, comm. Alessandro Rossi.
E l’altra odalisca ? Meno fortunata di Severnisia, era stata subito scoperta ed arrestata dalle guardie del Kedivé e più nulla si seppe di lei. Certo si è che, quando Ismail tornò in Egitto dopo sei anni di soggiorno a Resina, delle ventitré donne condotte in Italia ne ritornarono in Egitto solo ventuno. Forse nella sera magica della fuga, mentre la fortunata Severnisia andò incontro all’amore, l’altra andò incontro alla morte.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.