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Hygeanopoli un progetto per Resina
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Nel 1893 a Portici venne inaugurata l’attuale via A.Diaz. La strada, larga e quasi rettilinea, saliva alla collina di Bellavista, dove fu realizzata la piazzetta (oggi piazza Poli) e l’albergo omonimi. La strada completò il programma di ammodernamento urbanistico avviato vent’anni prima dal sindaco, il veneto Gaetano Poli, con la realizzazione di corso Umberto I, piazza San Ciro e piazza S. Pasquale. Con questi interventi Portici acquisì un volto moderno, elegante e divenne una piccola ville lumiere ai piedi del Vesuvio, con caffè, teatri, bagni, uffici e negozi di qualità. Via Diaz rappresentava il prototipo urbanistico che si andava diffondendo in quegli anni in Europa e in Italia della strada “borghese”, ossia organizzata con un’ampia carreggiata, marciapiedi, elegante arredo urbano, servizi idrici e di fognatura, e accoglieva ai suoi lati quella tipologia abitativa destinata al ceto borghese emergente: il villino unifamiliare con giardino. Questo aveva una dimensione edilizia autonoma (come il vecchio palazzo nobiliare) ma più intima, più facilmente gestibile ma nondimeno priva di lusso e bellezza a cominciare dai cancelli e le aiuole a vista sulla strada. Fu il trionfo dello stile neogotico prima e dell’art nuveau – che in Italia fu chiamato “liberty” – poi.

Tutto questo preambolo per dire che anche Resina ebbe una simile occasione, solo che non la sfruttò.

Tutto nacque dalla tragedia del colera del 1884 a Napoli e provincia che pose per la prima volta in maniera seria il problema del risanamento delle infime condizioni igienico-sanitarie esistenti nei quartieri popolari di Napoli. Il progetto di risanamento della città di Napoli fu voluto dal governo e portò allo sventramento dei luoghi più degradati dove era stato maggiore il contagio: furono aperte ampie strade sul modello dei boulevard parigini: corso Umberto I, Via Depretis, piazza Borsa, piazza Nicola Amore, via Duomo (fu allargata e rettificata la stretta via esistente), la galleria Umberto I, e con il materiale di risulta fu fatta la colmata a mare e realizzati il quartiere di Santa Lucia, via Caracciolo e via Partenope.  

Francesco_CrispiFrancesco Crispi, Primo Ministro e Ministro dell’Interno, nel 1887 aveva visitato Resina che tre anni prima fu uno dei comuni più colpiti dall’epidemia. Impressionato dal degrado igienico-sanitario dei vicoli del paese, il 16 agosto conferì un incarico all’arch. Giulio Melisurgo di redigere un piano urbanistico per il risanamento di Resina. Melisurgo, l’architetto che a Napoli aveva progettato via Caracciolo, Via Partenope e la ferrovia Cumana, un anno dopo, nell’agosto del 1888, presentò un piano denominato Hygeianopoli Ercolanese, un nome che evoca la dea greca della salute, Igea, a sottolineare la finalità di risanamento igienico, e la città antica di Ercolano.

Il piano complessivo prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri a ridosso dell’esistente nucleo storico di Resina, un enorme triangolo tra Pugliano, Villa Campolieto e i confini con Portici, lungo la via regia. Dalla pianta emergono due aree: il quartiere che si estende ad est del centro antico e i quartieri residenziali a “isola” dislocati al di sotto dell’attuale corso Resina.

Il grande quartiere a est è il cuore di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Resina. Presenta un asse principale chiamato corso Francesco Crispi che parte da una zona a nord di Pugliano, pressappoco dov’è l’attuale via N.M.Venuti, e termina di fronte villa Campolieto. Lungo oltre un chilometro, è affiancato da grandi case quadrate e singole con giardino posteriore. A sinistra di esso altri due viali paralleli e di lunghezza simile ripresentano lo stesso schema, ma con abitazioni più piccole. A destra, uno spazio edificato con tipologie abitative miste, occupa l’area tra piazza Pugliano e via Ortora. L’intero quartiere è attraversato da viali longitudinali che connettono le parti appena descritte. Uno di questi viali, che incrocia l’asse principale più o meno a metà di esso, si allarga in un’ampia piazza ovale, denominata Foro Italico, a ridosso di via Trentola e via Dogana, e forma una piazza quadrata all’incrocio con l’asse principale. Questo termina dinanzi villa Campolieto con un’altra grande piazza quadrata, detta “Piazza della Favorita”.  

 

I quartieri al di sotto di corso Resina sono isolati tra loro ma collegati da viali che attraversano i campi o che incrociano il corso. Essi presentano due tipologie abitative che, probabilmente, sono destinate a distinte classi sociali: il quartiere disposto più ad ovest, tra gli attuali via Roma e vico Ascione, comprende file parallele di edifici di piccole dimensioni indicate come “case operai” con piccoli spazi aperti retrostanti e solo poche case quadrate con ampio verde; gli altri quartieri a isola, invece, sono occupati solo da case grandi e medie con ampi giardini. Altri quartieri con casette a  schiera, presumibilmente operai, sono dislocati a nord, su piazza Pugliano e in un’area corrispondente alle attuali via Semmola e via del Corallo.

Le ragioni della mancata realizzazione, anche parziale, dell’ambizioso progetto si potrebbero rinvenire tra le carte dell’archivio comunale. Il progetto viene citato come uno degli esempi – sia reali che utopistici – di urbanistica dell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento derivati dal modello parigino dei grandi boulevard di Haussmann e similmente coniugati in tutta Europa, da Vienna a Berlino, da Barcellona a Napoli, da Budapest a Firenze. Questi interventi presentavano molteplici chiavi di lettura: rompevano i centri antichi e il loro dedalo di vie strette e malsane, portando più aria e luce; permettevano operazioni militari e di polizia in aree precedentemente inaccessibili e facilmente barricabili in caso di tumulti popolari; davano lustro e spettacolarità al centro urbano con la realizzazione di importanti edifici secondo i moderni gusti del tempo; soprattutto, permettevano una lucrosa speculazione edilizia a vantaggio dell’aristocrazia che possedeva terreni o intere aree del centro e dell’alta borghesia che edificava i suoi palazzi e li fittava o rivendeva a prezzi moltiplicati.  

 Forse per la sonnacchiosa e artigiana Resina quella grande cementificazione ante litteram era eccessiva e non supportata dalle reali esigenze della popolazione; forse la classe politica del tempo non fiutò l’opportunità di cambiare volto alla città come stava avvenendo nella vicina e più frivola Portici.

La storia non si fa con i “se”, ma è lecito immaginare cosa sarebbe stata la nostra città se si fosse messo mano a quel progetto.

Per me, e qui invito architetti e urbanisti a esprimersi con maggiore cognizione rispetto alle mie suggestioni, è un progetto che avrebbe portato grandi vantaggi ma era carico anche di grandi incertezze e problematiche.

Sicuramente anche Resina avrebbe avuto un aspetto monumentale e scenografico di grande rilievo: questi progetti, infatti, prevedevano fughe ottiche, punti focali come statue, colonne, obelischi, fontane e quinte monumentali; le case avrebbero avuto un aspetto elegante, più austero o più frivolo, tra villini e palazzine, con festoni, bifore, torrette, vetrate policrome, cariatidi e così via secondo le mode e il gusto dei committenti. Nelle piazze avrebbero aperto caffè, teatri, banche, uffici, alberghi, sale da ballo, negozi alla moda, grandi magazzini. Una tale espansione edilizia avrebbe attratto la borghesia napoletana e stimolato quella locale, come accaduto a Portici; Resina avrebbe avuto un piccolo centro direzionale con funzioni sovracomunali e ospitato distaccamenti locali di uffici provinciali e nazionali; avrebbe avuto una classe di professionisti, imprenditori, artigiani che avrebbe richiesto una qualità di servizi, funzioni e necessità a cui la classe politica avrebbe dovuto far fronte. Una città così organizzata, con l’interesse turistico generato dagli scavi e dal Vesuvio, avrebbe potuto davvero essere una meta di soggiorno turistico come oggi lo è Sorrento, in quanto le esigenze e le necessità dei turisti stranieri coincidono quasi sempre con quelle delle classi più abbienti.

Ma emergono anche molte ombre. Innanzitutto il progetto non tiene assolutamente conto del tessuto urbano preesistente, se non in misura marginale. I punti di contatto con la città “vecchia” sembrano casuali se non irrispettosi. Ad esempio, la piazza della Favorita, che apre il grande viale Crispi da sud, è posta davanti villa Campolieto, ma la villa vanvitelliana è decentrata rispetto alla piazza, quasi fosse un elemento marginale e fastidioso; come è visibile in quella piazza, i nuovi edifici terminano bruscamente o “divorano” quelli preesistenti. Altrettanto dicasi per gli innesti su via Trentola e sul corso Resina. Ancora peggio, il quartiere centrale tra quelli al di sotto del corso sarebbe stato edificato proprio sull’area degli attuali Scavi, in quanto a quel tempo solo una piccola parte su via Mare era stata portata alla luce. In quel modo si sarebbe impedito per sempre lo scavo a cielo aperto dell’antica città.

Inoltre, il centro storico sarebbe rimasto così com’era: magari sarebbe stato alleggerito del peso demografico con il trasferimento di parte della popolazione nei quartieri operai, in case sicuramente più decorose e dotate di servizi, ma non avrebbe risolto i problemi atavici per i quali era stato pensato il progetto: lo abbiamo visto a Napoli, dove il Rettifilo è solo una quinta elegante che 

 nasconde lo squallore dei vicoli retrostanti o nella stessa Resina, dove dal secondo dopoguerra sono stati realizzati diversi quartieri popolari ma il degrado del centro antico non è stato risolto. Inoltre lo stato o il Comune avrebbero costruito le strade, i servizi e gli edifici pubblici, poi toccava alla borghesia locale e napoletana innalzare le proprie case e avviare le proprie attività: e se ciò non fosse avvenuto? Magari dal centro antico sarebbero partite ondate di occupazioni come successo tante volte nella storia di Resina (vedasi l’ospedale, la clinica Cataldo) rendendo le nuove zone meno appetibili, lasciate nel degrado o sviluppatesi secondo un modello più modesto e senza alcun vantaggio reale.

Fonti bibliografiche e fotografiche:

A.Vella e F.Barbera Il territorio storico della città vesuviana San Giorgio a Cremano 2008 p. 131

E.Manzo (a cura di) La città che si rinnova . Architettura e scienze umane tra storia e attualità: prospettive di analisi a confronto Franco Angeli Editore, Milano 2012

 

Informazioni autore Domenico Maria

Laureato in Economia e Commercio, è appassionato di storia e, in particolare, di storia locale. Sta effettuando uno studio comparato tra le vicende storiche di Resina, Portici e Torre del Greco e il loro sviluppo nel corso dei secoli. Ha lavorato presso il Patto Territoriale del Miglio d’Oro e Tess Costa del Vesuvio. Tra il 2000-2005 è stato consigliere comunale di Ercolano.