Herculaneum e Resina, storia del territorio

0 6 anni fa

L’aspetto dei luoghi muta incessantemente. Se questo si può riscontrare in tutte le epoche e ad ogni latitudine, a maggior ragione vale per un territorio che vide la nascita, la sparizione e la ricomparsa di una splendida città, quell’Ercolano che l’opera congiunta della natura e dell’uomo aveva dotato di singolari e quasi irripetibili prerogative.
L’antica urbs greco – romana sorgeva su un promontorio a picco sul mare, esposta meravigliosamente al vento di libeccio, in una posizione ideale per il soggiorno e la villeggiatura. Qui, meglio che altrove, gli indigeni e i forestieri vivevano fra le delizie d’un vicus tranquillo e gli agi di una città ideale.
Poi venne l’eruzione vesuviana del 79 d. C. che, in tre giorni di furiose devastazioni, cancellò letteralmente Ercolano dalla faccia della terra. Fagocitati gli edifici pubblici e privati, coperte le strade, sommersi la rocca e il porto, la lava progredì nel mare per quasi mezzo chilometro, tutto e tutti racchiudendo in un’immensa bara di pietra.

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La vita, tuttavia, tornò a fiorire sul luogo sconvolto dal disastro. Ne farebbero fede le due ville rustiche di Rectina e Pollius, intorno alle quali si sarebbero sviluppati più tardi i centri abitati di Resina e Pugliano.
Seguirono i secoli bui e tremendi dell’al to medio evo, durante i quali eruzioni, alluvioni, guerre ed invasioni resero assai dura la vita agli sparuti abitanti del posto, discendenti degli scampati al disastro pliniano o coloni venuti da Napoli per disboscare le falde del Vesuvio.
Solo a partire dal decimo secolo, le prime documentazioni diplomatiche registrano un abitato col nome di Resina, la cui genesi è comune a quella degli altri casali vesuviani, «sorti manifestamente dall’essersi in quell’amena plaga fatti sempre più frequenti e l’una all’altra prossime le ville e i villini, così da riuscir quasi involontariamente a costituire intere strade e rioni» (Zappia, 1895 : 168).

Dai documenti pubbli~ati dal Capasso ricaviamo utili informazioni circa la topografia del primitivo villaggio.Venendo da Napoli, prima di giungere al ribus de Risina (un rigagnolo il cui corso doveva corrispondere, più o meno, all’attuale via Pugliano con il prolungamento in via Mare), s’incontrava un abitato denominato Terrenziano, con un monastero in titolato a S. Angelo. 0ltre il torrente, nella prossimità dell’odierna chiesa di S. Caterina, c’era S. Andrea a Sesto (chiesa o cappella intitolata a S. Andrea e posta nelle vicinanze del sesto miglio). Più in là ancora, tra Resina e l’attuale Torre del Greco, si trovava S. Pietro « at calistum ».

Per quanto riguarda la parte alta del nostro villaggio, c’erano le seguenti località: Nonnaria (ora detta le ”Novelle”), Adone e Arinianum .Qui sorgevano delle chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani: S. Stefano ad Actonem (in una zona media, forse all’altezza di Pugliano); S. Maria de illa turre (a mezza costa, forse verso Torre del Greco); S. Maria allassamanica (anch’essa, forse, nelle vicinanze di Pugliano), Monastero di S. Basilio (probabilmente, poco lontano da S. Stefano ad Actonem e S. Maria allassamanica); Monastero del S. Salvatore « in monte Besubeo » (nella parte alta, forse nei pressi dell’attuale Osservatorio).

Escludendo il monastero di S. Angelo Terrenziano (del resto mal documentato) e S. Andrea a Sesto perchè troppo a valle, nonchè il monastero del S. Salvatore perchè troppo a monte, ognuna delle restanti chiese o cappelle poteva trovarsi nello stesso luogo in cui si trova oggi S. Maria a Pugliano.

Altre indicazioni riguardanti l’estensione della giurisdizione di Resina si ricavano dai capitoli dell’ Estaurita, nei quali è ricordato chegli amministratori di Pugliano disposero che tutti coloro che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino al largo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Il promontorio intitolato a S. Margherita prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del 1500 e scomparve del tutto all’ inizio del secolo successivo.
In quei tempi il territorio comunale era un vasto grumo boscoso, come ben evidenzia una pala d’altare che si conserva nella chiesa di Pugliano e nella quale l’autore volle fissare il panorama della città. Vi si vede il campanile che svetta su uno scenario verdeggiante e su un gruppo di case, primo elemento di novità nel paesaggio selvoso della zona.

A monte del santuario si stendeva la campagna punteggiata di fondi rustici e tenute agricole, solcato da fiumi e ruscelli, impreziosita da alberi e prati, ripe e palmenti. Il Vesuvio si era concesso un lunghissimo riposo dopo l’eruzione del 1139, sicchè era possibile ai feudatari di turno impinguarsi con i considerevoli proventi dell’abbondante caccia di allora e, a seconda delle stagioni, di cinghiali, caprioli, volpi, lepri, beccacce, pernici, quaglie, nonchè di selvaggina minore nell’estesa foresta che dai fianchi del Vesuvio scendeva fino al mare.

Con il parossismo vesuviano del 1631 il paesaggio muta di colpo. Un ramo di lava calò a Pugliano, divorando prati e colture, ma risparmiando miracolosamente il celebre tempio. La lingua di fuoco proseguì, poi, il suo cammino fino ad invadere e coprire la via regia delle Calabrie. In una celebre stampa del Perrey riproducente i misfatti del vulcano, si può osservare come tutto intorno al monte sia cambiato: scomparsi i boschi, persino l’Atrio del Cavallo (già prodigo di erbe per il pascolo) si è trasformato in una distesa arida e brulla.

 Quella tremenda eruzione, aggiungendosi alle precedenti, rialzò il livello di più di venti metri, adeguando tutte le irregolarità del terreno e ampliando la linea del litorale. La fisionomia dei luoghi ne risultò profondamente modificata. Si veda, a tale proposito, la carta topografica e altimetrica della costa vesuviana nell’opera del Le Hon, Histoire complète de la grande éruption du Vésuve del 1631 (Bruxelles, 1865).

Con il riscatto dal servaggio baronale del 1699 si pose, in termini perentori ed espliciti, la questione dei confini tra Resina e i paesi confinanti, Portici e Torre del Greco, questione che era già stata affrontata dai due tavolari Gallucci e Ruggiano con la loro relazione d’apprezzo della Castellania. La lite con Portici parve definita il 24 marzo 1691, ma si riaccese con maggiore virulenza nei primi decenni del Settecento.
In discussione erano il sito su cui si costruirono il Palazzo Reale di Portici e il Museo Ercolanese, nonchè il bosco delle Mortelle verso la spiaggia del Granatello, ove sorgeva il castello di Resina (torre di difesa eretta nel 1520 per fronteggiare le incursioni dei Saraceni). Un decreto della Regia Camera della Sommaria, emesso il 25 giugno del 1740, assegnava a Portici « tutto quanto il già Palazzo Reale ed il quale territorio pervenuto era nel demanio reale ». Persistendo tuttavia il contenzioso, un reale decreto di Ferdinando II « volle determinare in un modo stabile e inconcusso i confini di questi due comuni, e spegnere così il germe delle liti che potrebbero rinascere fra le rispettive loro popolazioni ». Ai sensi del citato decreto, emanato in data 25 novembre 1856, « il territorio del comune di Portici fu diviso da quello di Resina, per modo che il Forte del Granatello in una colle delizie e le proprietà della real Casa rimasero incluse nel territorio di Portici.

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I confini comunali furono definitivamente fissati in questo modo: a mezzogiorno, il mare; ad oriente, il territorio di Torre del Greco con una contestazione per un piccolo tratto montano; a settentrione, Ottaviano con Somma, S. Anastasia, Pollena, Trocchia e Cercola nell’Atrio del Cavallo, e S. Sebastiano; a occidente, i territori di S. Giorgio a Cremano e Portici.
Resina, nel frattempo, era diventata nota in tutto il mondo, almeno fin da quando, a partire dal Settecento, la notizia della straordinaria scoperta di Ercolano era corsa attraverso tutta l’Europa. Il viaggio a Napoli divenne di moda, e anche l’ignivomo monte acquistò una seconda celebrità.

Davanti agli occhi degli illustri ospiti (Goethe, Montesquieu, il presidente de Brosses, ecc. ), checalavano a frotte dalle brumedel nord, si squademava un paesaggio multiforme, ricco di opere d’arte eccezionali e di preziose testimonianze di un passato antichissimo.
Superba signora di questo reame era la diva Partenope, mollemente adagiata nel mezzo di quel grandioso arco naturale che dal capo Miseno corre fino a Sorrento.
Ma non meno belle di tanta regina erano le località della fascia costiera vesuviana: S. Giorgio a Cremano, Portici, Bellavista, Torre del Greco e, soprattutto, la nostra Resina alla quale i viaggiatori convergevano per visitare gli scavi e il Vesuvio.

La serenità del cielo e la purezza dell’aria erano tali da far esclamare al Giustiniani : « È difficile ritrovarsi altrove un luogo di tanta amenità e di delizia, quanto la Real Villa di Resina … ». E l’autore de Il Corricolo , tornando a casa dopo il soggiorno nelle nostre contrade, non poteva fare a meno di osservare: «Si converrà che bisogna essere proprio regalmente capricciosi per venire ad abitare Caserta, avendo, a Napoli, Capodimonte e Resina ».

Questi elogi incondizionati, se venivano a confermare la bontà delle scelte operate nel Settecento dall’aristocrazia borbonica lungo la fascia costiera del miglio d’oro, procurarono nell’Ottocento l’interesse per Resina dell’emergente borghesia.
Così i possidenti, gli uomini di cultura, i medici, gli scienziati, i professionisti di grido, punte avanzate della classe benestante, cominciarono a costruire le loro residenze in una zona compresa tra i dintorni del santuario di Pugliano e le prime falde del Vesuvio, verso il quale si arrampicava una più comoda strada aperta nel 1845. Sorsero, in quegli anni, splendide ville fomite di ogni genere di confort, dove i loro proprietari, oltre che trovare riposo alle membra e ristoro allo spirito, potevano giovarsi anche di un’eccellente « cura d’aria »

 Il periodo che va dalla costituzione del Regno d’Italia (1861) alla fine della monarchia (1946) vide profonde trasformazioni sociali, urbanistiche e culturali. In primo luogo, fu inaugurata la prima funicolare del Vesuvio (6 giugno 1880), evento salutato con incredibileentusiasmo in tutto il mondo. In seguito venne la sistemazione dello spiazzo antistante il santuario e delle vie Cuparella, S. Elena, Bosco, Fevolella, Dragonetti, Arcucci, Patacca. La stessa chiesa di Pugliano, trasformata negli stucchi, fu pure ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione, ecc. Si provvide all’apertura (1894) della nuova strada comunale Resina S.Sebastiano. Si inaugurò la linea ferroviaria circumvesuviana Napoli – Poggiomarino (1904) con sosta a Resina, dove un’elegante stazione accoglieva i viaggiatori in arrivo e in partenza. Si costruì la ferrovia vesuviana Pugliano – Osservatorio – Stazione Inferiore (1913). Fu inaugurato il nuovo ingresso degli scavi di Ercolano (1929). Si progettò, subito dopo, la via Quattro Novembre, concepita per allacciare l’area archeologica all’autostrada Napoli – Pompei. Un nuovo e grande piazzale con tettoie
e casotti in muratura fu adibito a mercato agricolo. Degna di rilievo fu pure la costruzione di un imponente edificio scolastico a due piani, con un grande piazzale interno e una modernissima palestra.

A queste vicende diedero il loro contributo gli amministratori locali, i quali avevano provveduto a trasformare, tra l’altro, una villa del ‘700, sul corso Ercolano, nella nuova casa comunale, inaugurata il 24 luglio 1887, elegante edificio che constava di una bellissima sala consiliare di stile pompeiano, ornata nella volta da affreschi con decorazioni neoclassiche.

Sul piano della produzione e del reddito, va ricordata la lavorazione del cuoio, dcIle pelli e dei bottoni, nonchè le cave di pietra vesuviana, senza parlare dclla pesca e dell’agricoltura, chc continuavano a restare le attività più fiorenti dclla gente di
Resina. Particolarmente ricca era quella parte della campagna che si stende tra Pugliano e S. Vito. Percorrendola,il Malladra ne restò ammirato :« Siamo nella regione classica dclle albicocche, che in primavera presentano una spettacolosa fioritura, e in giugno una mcsse esuberante che fa piegare fino a terra, o spezzare, i rami stracarichi di frutti, più che altrove intensamente profumati e gustosissimi. Èuna produzione che va in gran parte all’estero e dà non comuni guadagni ai contadini di queste terre; si è parlato di un milione e più di lire annue, in sole albicocche … » (Malladra, 1933 : 44).
Per i meriti acquisti dai contadini nella produzione di questo frutto, la nostra città ebbe una sorta di riconoscimento ufficiale: la prima fiera delle crisòmmole della provincia di Napoli si celebrò proprio a Resina nell’anno 1939.

La seconda guerra mondiale segnò l’inizio di un processo involutivo che, a dispetto delle realizzazioni urbanistiche e sociali, che pure ci sono state, dura tuttora.
I bombardamenti, le distruzioni, le baracche di legno e lamiera in piazza Pugliano, la miseria, la fame, rappresentarono ben poca cosa rispetto ai danni morali provocati dal conflitto.

Sarebbe bello poter documentare, anche visivamente, tutte le tappe di questa evoluzione, cioè delle trasformazioni intervenute sul territorio fin da quando sorse il nostro Comune; ma un’impresa del genere, ammesso che fosse possibile, meriterebbe una trattazione particolare.
Per fortuna, non mancano le fonti alle quali attingere, essendosi occupati di Resina, città del Vesuvio e degli scavi di Ercolano, ingegneri, topografi e studiosi delle più varie estrazioni.
Il primo documento è la ricordata « Pianta del duca di Noja », con la splendida riproduzione grafica dei luoghi compresi tra il mare e la montagna (1775).
Altro importante reperto è la « Topografia dei Villaggi di Portici, Resina e Torre del Greco, e di porzione de’ loro territorj per quanto serve a rischiarar altra Carta dell’antico stato dell’agro Ercolanese », rilevata da Francesco La Vega e annessa alla Dissertatio isagogica (1797) del Rosini (v. anche Maiuri, 1958 : tav.l).
Del 1798 è la pianta del territorio vesuviano di Rizzi – Zannoni, in cui l’abitato di Resina figura in un contesto più vasto.
Va, poi, segnalata la « Pianta di Portici e Resina e del sottoposto Ercolano », disegno eseguito dal canonico Andrea De Jorio sulla scorta della carta precedente (De Jorio, 1827: tav. II).
Notevole pure la « Planimetria dell’abitato di Resina e della zona degli scavi d’Ercolano (1828 -1875) », rilievo di G. Tascone (fig. 1).
Molto interessante, infine, la topografia (1879) del Beloch, nella quale viene riportata la pianta di Ercolano in rapporto all’abitato moderno di Resina.