Giuseppe Ungaretti in visita agli scavi e poi saglieva pe via Pugliano

0 4 anni fa

Nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, nel 1912 era a Parigi a frequentare la Sorbona. Entrò in contatto con gli artisti di avanguardia, tra cui Apolllinaire
(1). Questi, nel 1913, pubblicò Alcools, il libro in cui riassunse tutte le sue ricerche poetiche e che a sua volta costituiva una sorta di manifesto della nuova poesia; Apollinaire partì volontario in guerra, fu ferito e in seguito morì (1918).
A sua volta, Ungaretti raggiunse il fronte volotariamente, da soldato semplice; pubblicò le sue prime poesie nel 1915 su «Lacerba» di Papini e Prezzolini, la medesima rivista alla quale collaborava Scipio Slataper, che nel 1912 aveva scritto Il mio Carso e che avrebbe trovato la morte in guerra.

È ritenuto il caposcuola dell’ ermetismo. Si rivelò con «Allegria di naufragi» (1919) scritto in trincea: liriche brevi su immagini folgoranti. Più articolate le raccolte successive: «Sentimento del tempo» (1933), «Il dolore» (1947), «La terra promessa» (1950), «Il taccuino del vecchio» (1960).

Abbiamo ritenuto di inserire tali note nel contesto di questo nostro capitolo su Giuseppe Ungaretti, che per noi rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei più originali poeti, non solo italiani, del Novecento. Ciò premesso, passiamo senz’altro a riprodurre il resconto della sua visita ad Ercolano il 26 maggio 1932:

“Dove va?”
E come faceva a sapere quel guardiano che andavo in cerca delle antichità? Non me ne sarei mai accorto da me. Sembra un portone come un altro delle case di Resina. Mi metto a scendere nel buio i cento scalini. Mi conducono in una grotta come quelle dove nei Castelli Romani tengono in fresco il vino? Questo tufo era fango: lava di fango. La gente di qui, m’insegnerà il vulcanolago Malladra, chiama tutto lava; un’inondazione: lava d’acqua; una passione che rivoluzioni: lava di sangue; una illuminazione della mente: lava di genio.
Ma questo fango che si è indurito e sul quale sorge Resina, è veramente stato eruttato.
Arrivati in fondo alla scala ci appare l’interno di una torre. Siamo a circa 20 metri sotto le case e i giardini. Sopra, sorgeva la villa del principe Emmanuele Elbeuf di Lorena e fu facendo scavare un pozzo – !’interno di torre dove mi trovo – ch’egli scoprì, ed estrasse, nel 1711, le prime cose preziose d’Ercolano. Carlo III ci fece fare un balcone: c’è ancora verso la cima del pozzo; e di lassù sorvegliava gli operai che, affettato il tufo, attraverso un labirinto di corridoi, tornavano con statue, suppellettili, e- incredibile! – noci, e perfino del filo da cucire.
A furia d’affettarlo, questo teatro è diventato una specie di quelle carceri nelle quali il romanziere di cappa e spada metterebbe a prova i raddrizzatori di torti.

773_001È successo, affettando, un fatto che fa impressione. Il portiere del teatro, preso nel torrente di fango, lasciò il suo umore nella pasta, e il taglio ci ha restituito un’impronta nera, l’ombra d’uno quasi genuflesso nello slancio, con un braccio teso e una chiave in mano. Sembra un’ombra soffiata sul muro col fiato. Non è una visione orrenda, ma un’immagine di una elasticità piena di correttezza. Fu uno che preferì a disertare, morire? Era uno schiavo padrone della sua anima, educata a trasmettere alle sue belle forme una forza misurata anche davanti alla morte?
Quando siamo a metà dell’esplorazione, uscendo da un cunicolo, sentiamo più forte l’umidità sulle spalle, e per terra c’è guazza. I muri sono rigati come da una bava, e in alcuni punti c’è un’eruzione di bollicine vitree, rosee. È lo stillicidio dei giardini di sopra che sta mutando questo teatro in una grotta colle stalattiti.

Quando la natura sconvolge questi luoghi, la terra raddoppia di feracità; e nel disordine e nel lussureggiare c’è un inno urlato, un desiderio di terra vergine. Mi spiego che i Romantici amassero tanto posti simili, essi che furono tanto turbati dalla necessità di ringiovanimento delle società umane. E mi spiego ch’essi amassero tanto le rovine; non la rovina appena scavata ch’è arida e porta ancora troppo scoperto il segno della nostra. febbre civile; ma le rovine un po’ vecchie sulle quali la vegetazione è selvaggia, e che sembrano più un frutto geologico che una memoria umana. Perché la bellezza d’un luogo antico non è nelle mutilazioni, ma è dovuta a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. Ho sempre guardato con raccapriccio una statua cui manchino le braccia, la testa o le gambe, e ogni mio sforzo è di restituire nella mente le parti perdute. Non dico che non sia poetico dedicarsi
a produrre questo effetto di sofferenza, come fanno certi scultori moderni; ma certo la rovina, che è, per decreto della Provvidenza, sempre alleata a un rinnovamento di fecondità, è così sentita e resa solo nella sua idea sadica e lacrimevole.

Ragioni che mi fanno vivamente desiderare non sia mai appagato il seguente voto, espresso dal Galanti nella sua Guida, del 1845: “Questo teatro, il più intatto di ogni altro dell’antichità, venga presto messo allo scoverto”. Si lascino queste buche lentamente incrostarsi d’un sangue lunare; e questo teatro, coll’ombra di guardia, acquisterà una profondità poetica unica.

Usciti a rivedere la luce, una luce meridiana, ma senza quella rabbia che a quest’ora fra un istante la farà soffrire, ci avviamo verso gli scavi nuovi. L’entrata, che potrebbe essere, con il suo muro ad archi svolazzanti, quella d’un campo per le corse, s’apre su un bel viale d’oleandri; e le rovine giacciono in una fossa; dal ciglio, su a 19 metri d’altezza, da un lato, davanti, si va verso il mare; intorno sono in vista folle di mandorli in fiore velati, e viti.

Il secondo augurio che nella sua Guida, faceva il Galanti, è stato esaudito: l’archeologo cerca oggi di restituire ogni casa secondo gli antichi scomparti, cogli oggetti rimessi, per quanto è possibile, al luogo loro. E un lavoro pazientissimo: in un mucchio di polvere sono scelti, per esempio, i frammenti di tre fregi diversi, che poi andranno dove è supponibile fossero. S’ottiene un effetto di toppe, specie quando si tratta di parti colorate. Rifanno anche i tetti, ricollocano le tegole; le teste di terracotta dei leoni e dei cani fanno di nuovo colla bocca aperta da gronde agli impluvi. Colla colata di gesso, dove si sente scavando che un oggetto consumato ha lasciato l’impronta del suo vuoto, si ritrova l’agonia d’un uomo, una porta, un sedile, una mela, che so
io. Certo a questo modo, riaccomodando tutto per benino, gli scavi perdono molto della loro grandiosità di testimonianze di una catastrofe riaffidate alle stagioni; non hanno più, non so, quell’aspetto funesto di un segreto violato, d’una tomba profanata; e la prepotenza della natura, per quanto è possibile, si tiene a bada.

Sono quasi case vuote in ordine, che aspettano gli inquilini, e non hanno quasi più che la desolazione d’essere disabitate; ci si potrebbe mettere su: Est locanda, e Ercolano potrebbe diventare una Via Margutta di gran lusso. Fuori di scherzo, questo metodo dà almeno risultati rispettabili guarantendo la conservazione di documenti non removibili; e, se fosse sempre stato applicato, tante cose d’incalcolabile valore per il sapere non sarebbero andate perdute. Vedo, nella “casa del tramezzo”, sotto vetro, travi carbonizzate. Devono starci per l’avvenire del sapere, e non certo per farmi l’effetto che mi fanno, d’essere capitato nel gabinetto d’un radiologo.
Qui le case – questa dozzina di case signorili tornate all’aperto non hanno, s’è detto, più nulla di terribile; ma i nomi sì: le chiamano spesso come indicavamo i luoghi di guerra: “Casa dello scheletro”, “Casa del tramezzo bruciato”; e qui, difatti, è passata una forza cieca come la guerra.

Guardando il movimento dell’architettura, il valore ornamentale del gesso, certi dipinti, certe figurine, in certe vedute prospettiche a semitoni graduati sino all’infinito, e, soprattutto, pensando a certi piccoli affreschi di figure muliebri trasportati al Museo di Napoli dagli scavi più anziani, ci viene fatto di pensare se lo storico dell’arte non avrebbe da rendere evidenti alcuni punti. È noto il gran chiasso che fecero nel mondo le prime scoperte d’Ercolano, è noto che nel 1755 fu fondata l’Accademia Ercolanense che in nove volumi in folio – senza contare i volumi dedicati ai papiri – descrisse, coll’aiuto d’incisioni stupende, le pitture murali e i bronzi rinvenuti. Ora mi domando:
quale influenza ha avuto Ercolano sulla moda, sulle arti plastiche, sulle lettere, sulle dottrine estetiche, nel periodo che va dal Direttorio alla Restaurazione? Se io guardo, nella scultura di questo periodo, quel valore gessoso dato al marmo, il ritrarsi e l’isolarsi delle ombre nei tratti, per accrescere il pallore dei piani; se guardo quelle pitture, o quelle stampe, e gli aciduli colorini che separano in precisi moduli geometrici il chiaro dall’oscuro; se guardo la solitudine dei contorni, perfettamente accademica, ma rilevata dal segno acuto e erotico; se penso al tempo che va da Paolina Borghese a M.me de Récamier – in quell’indirizzo che ebbe a precursore il Winckelmann, mi domando non solo quale fosse lo stimolo venuto da Ercolano, ma se l’ispirazione più gloriosa non vi sia stata scoperta da artisti italiani, dal Foscolo al Canova Ce, perché no? prima dal Parini).

PV0_0152II nome di Ercolano è anche legato alla conoscenza moderna di Epicuro; la quale ora è tornata d’attualità, a proposito d’una polemica abbastanza buffa intorno al pensiero di Leopardi. Nella villa dei Pisoni, ora risotterrata, furono ritrovati, dal 1760 al 1762, fra bronzi scelti con gusto, una grande quantità di rotoli di papiro. E sulle prime, erano stati scambiati per carbone. E fra essi, un frammento d’uno scritto dello stesso Epicuro e una parte dell’opera notevole del suo seguace Filodemo. E avanzandomi nell’ultima villa, dove gli ambienti si rinconono fra peristili, atrii, un giardino invernale con vetrate, triclini con giardini laterali, ecc., vedo, nella luce che in questa villa viene non solo dai chiostri, ma anche da finestre, e che facendosi sera, è dolcissima, appoggiato verso il mare, a una delle tante colonne, un uomo d’ombra. Fece fabbricare questa casa comoda per il suo piacere.
Svolge uno di quei papiri fragili, che costarono, nel ‘700, anni di fatica per essere aperti, decifrati, e trascritti; ma allora flessibili e chiari; e il suo sguardo si perde nel labirinto bianco e nero del mosaico ai suoi piedi. Pensa che il saggio deve sapere che l’universo nelle sue vicende è indifferente ai casi d’un individuo, il quale deve guardarsi dagli affetti per non rendersi dipendente dalla sorte degli altri, il quale deve accettare il piacere, ma un piacere dosato, che non vada fino a perturbare l’animo. Ecco: vivere con calma, un po’ assenti in sé, in pensieri armoniosi, fra le cose che li suggeriscono. Non è certo una filosofia vera»

Dopo la visita all’antica città di Ercolano, il 2 giugno successivo Ungaretti scalò il Vesuvio:

«Arrivo a Pugliano sull’ora di mezzogiorno. Una strada grigia, secca, disordinata, che è – col suo pozzo, con tre campane a portata di mano (nel vuoto di tre assi di muro sopra un tetto, pronte a suonare il martello) – piuttosto il cortile d’un casamento popolare. Due o tre venditori di ricotta – non ne hanno una gran quantità, basterà a spalmare sì e no una fetta di pane, e la tengono spalmata, bianchissima, incerte tasche di fibra moscia che direste custodie per falli pompeiani stanno lì aspettando il Messia, avvolti in vecchie mantelline da soldato, possibile siano ancora quelle della guerra?
Mi distrae un naccherare avanzante, e presto tutta la strada è un intrecciarsi di tacche-ticche. Sono arrivati i ragazzini dalla scuola con  i loro zoccoli, correndo non è facile, calzati a quel modo – e hanno tanta spensieratezza e vivacità che – guarda! guarda! alla mia età! avrei voglia di mettermi a saltare con loro.

Ci hanno chiusi nel vagone della funicolare e incominciamo a salire. Via via che avanziamo nella salita, la vegetazione si fa serrata.
Non sembrano piante attaccate alla terra; le direste, tanta è la violenza dell’umore che sale loro nelle fibre, sul punto di volare. Sono albicocchi ancora spogli di foglie, e in fiore; i fiori fittissimi che sembrano un immenso velo indiano posato sui rami. Fra gli albicocchi, a volte, un fico nudo, come un polipo di caucciù, con i tentacoli che cercano invano una libertà. Ed ecco che il mondo si spacca, e la piana senza fine ridente fra l’erbetta, ha il tempo di farci un piccolo saluto; è il posto detto Belvedere.
Domando al bigliettaio che cosa siano in cresta a trincee davanti a noi quei capelli ritti. Sono rami di castagni tagliati al ceppo, da farne .tutori per le viti..
L’ultimo segno di coltura; poi viene una rivoluzione di roba tormentata che sta tra il fango e la bava della ghisa.
Passiamo in un’ altra funicolare. Prendiamo una strada di cenere che fa corona, larga per tre persone; e uno grosso va avanti preceduto da due guide che lo afferrano ciascuna per una mano. Barcollano tutti e tre come ubriachi, per la forza d’inerzia del grosso; ma barcolliamo tutti per un vento di tramontana che ci volge addosso una coda di fumo; sotto, non più che a un’altezza d’uomo, il monte galleggia sopra un mare di buio: di visibile, non c’è che – nettissimo! – il collo del monte, come un gran sughero sopra il nulla; c’è anche il cielo freddo; quel collo fumante è come sotto una campana di vetro.

Di fianco, si muove una parete calcitata; l’effetto di un sole che su di essa si diverta a scagliare e spaccare una grandine d’uova; un effetto mobilissimo: un arrugginirsi del giallo~ e un brillio nella tarlatura come d’una traccia di lumaca; e un raggrinzirsi fosco e stridente della parete.
Ci fermiamo un momento. Con il vento che fa, dobbiamo rinunziare a vedere il cratere. Ma le guide hanno qualche cosina da mostrarci.
La comitiva riparte. M’ero distratto a consolare una bambina belga, rimasta a piangere con la mamma, mentre il fratello era partito con gli altri per la grande avventura. Quando mi decido a partire anch’io, gli altri sono lontani. Giro a sinistra, e mi metto a correre sul lapillo in salita: è una fatica, col fumo che s’è fatto molto denso e pieno di esalazioni di zolfo, d’odore d’uova marce, quel pizzicore in gola, quel sapore di sangue che sale in bocca.

Ora li rivedo, i compagni. Sono in un avvallamento che da lontano si scambierebbe per un ‘;panettone croccante; e, quei compagni, sembra di assistere a una gara di corse nei sacchi. Vanno verso una fumarola, e arriva naturalmente prima il grosso, strascicato dalle guide, come una vacca stralunata.
Scendo anch’io. Il colore dell’ambiente è quello d’una zucca; la materia, come quella d’un granchio abbrustolito; e non vi lascia mai il timore che, crac!, il crostone si spezzi, e si resti inghiottiti; l’aspetto è quello d’un mucchio di budella.
Arrivo anch’ io alla fumaroletta. L’orifizio si presenta come un palato: una tumefazione cristallina che va dal senso del sangue a quello del verderame: simile è la bocca del coccodrillo addormentato; e quel poco fumo che ne esce la stuzzica come un frullo di moscerini.
L’uomo grosso non ci passerebbe. Dopo le macchie di spasimo dell’orlo, viene la perdizione a imbuto del vuoto buio della gola.

Risaliti in vagone, un vecchietto di Portici che m’è seduto accanto mi fa le sue confidenze:
“Le pare buono, il nostro vulcanello? L’avesse visto nel 1906, brrr!” E vuoI farmi vedere un’ infinità di cose, ma c’è quel benedetto lenzuolo di fumo che giù copre tutto, e le sue braccia che vanno a destra e a sinistra accompagnando un gran dimenarsi del capo, non m’indicano nulla.
“A Napoli c’è ancora sulle cornici delle case la cenere caduta allora.
Il vento la portò sino in Germania e in Francia. In un’ altra eruzione, mille anni fa, sino a Costantinopoli”.
Mi mostra la vecchia stazione della funicolare, colle putrelle tutte contorte e segni di fumo sopra un brandello di muro, domestici come macchie del focolare d’una casa di campagna.
“Si mise prima a brontolare come la pancia dopo una scorpacciata di fagioli. Mi sveglio e dico: “Qualche cosa bolle in pentola”. Seguì un rotolio e un fracasso quando agganciano i vagoni d’un treno merci;
sul fianco s’apre una bocca, e la lava si mette a scendere piano piano.
Il monte urlava, fischiava, si scuoteva tutto, soffriva… “.
“I dolori d’un parto titanico” faccio, per fare anch’io un’immagine spagnola.

“Sembrava sempre più preso in un interno ingranaggio stritolante.
Era tutto crepe, dalle quali usciva l’acqua fumante. Poi esplose un altro cratere, e la terra tremò, e tutti i vetri di Boscotrecase andarono in pezzi. Avesse visto la lava: era un fuoco bianco come il sole, e arrivò a Boscotrecase e l’incendiò. Fra boati si aprì un terzo cratere.
Dai crateri salivano i pini di fuoco di Plinio il Vecchio, alti mezzo chilometro…”

Il professore Malladra m’ha mandato incontro un carabiniere per accompagnarmi all’Osservatorio. L’Osservatorio si trova in una casa fabbricata un centinaio d’anni fa, in quello stile che non stanca gli occhi, dei libri stampati dal Bodoni. Il professar Malladra, colla sua magra persona, alta e svelta, e come di legno, i suoi passettini, i suoi occhi pungenti e ridenti, m’accoglie festoso. Ama le lettere. E nelle ariose sale affrescate vedo altri carabinieri. In questa casa dove l’ordine è esemplare, i carabinieri prestano aiuto in tante cose, nel tenere al corrente le schede della biblioteca, nella manutenzione degli apparecchi, ecc., ed hanno per l’uomo sapiente e coraggioso che la dirige, un affetto filiale. E saranno i primi ad accorrere in caso di pericolo.

Malladra mi parla di questo monte d’oro per le sue ricchissime risorse agricole e industriali: è una bestiaccia generosa: toglie uno e restituisce mille! Mi parla dei suoi predecessori nella direzione dell’Osservatorio, emuli di Plinio il Vecchio, di Luigi Palmieri che “durante l’eruzione del 1872, mentre le lave circondavano l’Osservatorio, studiava tranquillamente i fenomeni elettrici della cenere che oscurava il cielo”; di Raffaello Matteucci, l’eroe dell’ eruzione del 1906, che nell’ osservare la traiettoria dei proietti fu mortalmente colpito al ginocchio da un masso incandescente; di Giuseppe Mercalli che “dopo avere sfidato per trenta anni l’ira dei vulcani doveva soccombere carbonizzato da una stupida fiammella”.

“Il Vesuvio è il tipo del vulcano da laboratorio. L’uomo coi pozzi e le gallerie s’è reso signore della terra; con lo scandaglio e lo scafandro ha dominato l’acqua… Ha conquistato l’aria… Riuscirà ad impadronirsi del fuoco e ad agire liberamente nelle più alte atmosfere”.

Anche per quanto riguarda la prosa si può dire, forse, quanto ebbe a riconoscere la critica per la poesia di Ungaretti: una poesia «fulminea e nuova», carica di suggestioni formali, certamente innovativa rispetto alla nostra tradizione.

Giuseppe Ungaretti morì nel 1970. La nostra Resina fu uno dei primi comuni d’Italia ad intitolargli una scuola.