Giovanni Buonajuto studioso e scrittore made in resina

0 4 anni fa

Giovanni Buonajuto nacque il 9 agosto 1902, secondo di cinque figli, da una famiglia della piccola borghesia dell’ allora Comune di Resina: il padre, Antonio, era disegnatore delle Ferrovie, la madre, Anna d’Ardia, sorella di un noto avvocato che era stato anche sindaco della città. Fu infatti nello studio legale di questi che egli, benché giovanissimo e ancora studente, iniziò la sua attività lavorativa apprendendo, attraverso la stesura di comparse e atti legali, quelle nozioni di diritto che arricchiranno la sua futura attività di docente e di professionista agronomo.

Conseguito il diploma di geometra egli, mantenendosi agli studi con un’ apprezzata e crescente attività professionale, s’iscrisse all’allora Scuola Superiore di Agronomia di Portici dove si laureò, con lode, nel 1929.

Allievo del grande entomologo Filippo SiI vestri e compagno distudi di scienziati e tecnici valorosi come Brizzi, Platzer, Scognamiglio, Giovanni Buonajuto venne subito attratto dalle problematiche della questione meridionale e della condizione contadina; fu presto assistente presso la Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Napoli ed autore di un primo lavoro, “L’economia agraria della zona vesuviana” (Portici, 1930) nel quale espose il risultato delle sue appassionate ricerche sul regime fondiario, il mercato e l’organizzazione della produzione delle imprese agricole dell’ agro ercolanese. Seguirono molti altri scritti, generalmente pubblicati sul Bollettino della Cattedra, “L’agricoltura meridionale” (tra i quali vanno ricordati gli studi sulla coltivazione dell’uva da tavola e dell’albicocco nella regione vesuviana).
Vincitore, nel 1935, del concorso a cattedra per l’insegnamento dell’ agronomia nei R. Istituti tecnici commerciali, Giovanni Buonajuto lascia Resina per Pescara, città dove per oltre un biennio insegnerà agronomia con l’antico fervore di quanti nell’insegnamento vedono realizzarsi una personale vocazione piuttosto che un rassegnato ripiego.
Ma fu dopo il suo trasferimento a Napoli, presso l’Istituto Tecnico per geometri “G.B. della Porta”, che egli intraprese la sua attività più feconda, di studioso e di scrittore.

Impegnato nella definizione di importanti progetti di bonifica integrale (come quelli relativi ai Comprensori di Terra di lavoro, della piana del Sele e del Vallo del Diano) e nell’opera di rilevazione e stima delle imprese agrarie del Mezzogiorno fu, a suo modo, tra i protagonisti del dibattito sulla modernizzazione dell’ agricoltura meridionale che, già in atto alla vigilia della guerra, segnerà, poi, gli anni difficili del dopoguerra e il clima arroventato della nascita della Repubblica; e che impose, soprattutto nella politica agraria, scelte di fondo, come quella tra liberismo produttivistico (per il quale il rinnovamento dell’agricoltura meridionale andava perseguito con la riorganizzazione imprenditoriale e lo sviluppo aziendale dell’ impresa capitalistica) e modelli di solidarismo sociale e di collettivismo agrario che, pur nella loro diversità, fondavano entrambi la trasformazione agricola del Mezzogiorno su una politica di frazionamento delle terre e di diretto intervento economico ed assistenziale dello Stato.

Di un equilibrato indirizzo neoliberista, Giovanni Buonajuto fu, sulle pagine del “Mezzogiorno Agricolo” -diretto da Mario Florio -convinto assertore e divulgatore, con una serie numerosissima di articoli e, talora, di veri e propri saggi, che, analizzando criticamente il regime del latifondo, rifiutava ogni tutela ideologica agli interessi della proprietà assenteista meridionale. “Non è concepibile nella società attuale -egli affermava nelle sue “Considerazioni e proposte in tema di riforma agraria” del 20 settembre 1946 -che il proprietario limiti la propria funzione alla sola percezione del reddito. Ne consegue che bene fa lo Stato, ogni qualvolta si verifichino, per grandi possessi terrieri, basso livello di produzione ed assenteismo del proprietario, ad intervenire mediante l’esproprio o l’occupazione “.
Ed infatti non nutriva dubbi sull’opportunità di una riforma fondiaria che abolisse il latifondo purché fosse chiara la prospettiva economica e politica entro cui attuarla. E, quasi presagendo le difficoltà dell’ ag~i~oltura meridionale nell’attuale contesto comunitario, aggiungeva, che se fossero prevalse esclusive finalità politico-sociali a discapito di quelle propriamente economico-produttive, la riforma agraria si sarebbe risolta col lasciare immutata, di fatto, la tradizionale debolezza economica dell’ agricoltura del Mezzogiorno, perché “… occorre tener presente che la nostra agricoltura dovrà inserirsi in un regime di scambi internazionali e dovrà perciò adattare i propri ordinamenti colturali alla nuova situazione che si verrà a creare. Epperò nell’organizzazione dell ‘impresa e nella scelta dei mezzi e modi di esercizio, l’imprenditore dovrà lasciarsi guidare dal criterio economico di ottenere dalla terra il più alto rendimento ed a minor costo”.
Ma la classe politica del tempo, per dirla con le parole di Giovanni Aliberti -che questi scritti di economia e politica agraria, tra gli altri, ha rivisitato e apprezzato in un suo successivo lavoro (“Ceti produttivi e questione agraria: lineamenti di un programma liberista nel Mezzogiorno del secondo dopoguerra “, Roma, 1982) -non volle nè aveva interesse a raccogliere un messaggio che imponeva di affrontare i rischi di una scelta politica che proponeva di “coordinare l’assegnazione delle terre con un preventivo piano di miglioramento… “.

Assiduo dell’ambiente crociano di Napoli e sodale di Mario Florio, Guido Cortese e Francesco Compagna, egli, dopo una breve parentesi d’impegno civile nelle file del liberalismo napoletano, spesa nella ricostituzione dell’ omologo circolo di Resina, si dedicò, dal 1948, esclusivamente all’insegnamento e agli studi -come quelli sulla questione meridionale, la semplificazione delle leggi fiscali e la socializzazione agraria in URSS, (pubblicati, in varie riprese, sul Mezzogiorno Agricolo) -raccogliendo una vasta biblioteca privata, soprattutto specialistica, ricca di migliaia di volumi: raccolta, che alla sua morte -avvenuta il 26 gennaio 1955, a soli 53 anni e nel pieno della sua maturità di studiosofu donata, dalla moglie e dal figlio, al Comune di Ercolano.
Della sua attività di professionista e studioso, circondato da stima e rispetto generali, vi fu, il giorno dei suoi funerali, inusitata testimonianza di popolo; della sua opera di docente e della profondità del suo insegnamento restò la commozione degli allievi, dei colleghi e del Presidente del “G.B. Della Porta” che, disponendo una giornata di “Lutto dell’Istituto”, ne ricordarono le doti di “docente coltissimo e maestro impareggiabile”; dei suoi studi, e dell’ amore per la sua Ercolano, resta oggi, con i suoi scritti, la Biblioteca che il Consiglio comunale volle unanimamente intestare al Suo nome.