Gennaro de luca, il giornalista di Resina

0 6 anni fa

Spulciando tra vecchie carte e ritagli di giornali ingialliti dal tempo, abbiamo scoperto uno scritto pubblicato nel 1891 su «La Nuova Ercolano. Giornale politico, amministrativo e letterario». L’articolo era di Gennaro De Luca e riguardava l’industria della pietra  vesuviana, un tempo la più estesa di Resina:

«La lava del Vesuvio, scientificamente riguardata, è una fusione (quasi sempre ignea, alcune volte acquea) di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa è il principale elemento di ogni eruzione del vulcano, e si presenta all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui viene riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, è superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conserva per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa è abbastanza spessa. La materia eruttata dal cratere, e che non arriva quasi mai alla base del monte, vien detta comunemente scoria.
Queste scorie sono ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentano appena raffreddate come macerie di pietra spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate. Le lave invece vengono vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli che si aprono durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiunge talvolta parecchi chilometri di superficie con uno spessore variabile tra i due e venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, si screpola, ed a guisa di spuma si riduce in minutissimi pezzi, i quali vengono chiamati ferrugine.
In alcune eruzioni però la lava viene eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presenta delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che usansi per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamento superficiale di edifici, ed altro.
La parte che viene immediatamente dopo la ferrugine sulle lave è chiamata cima; e si presenta come masso di color rossastro scuro, che va gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta e di color grigio bruno.

La superficie di queste cime è di ferrugine conglomerata, mista all’ arena della stessa materia, la quale, in sezione guardata, man mano scendendo nel corpo della lava, forma il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si presta ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamano pietra moscia o svellata, o caranfolosa, a seconda di come si presenta: o come masso compatto, od a piccoli
strati facilmente separabili fra loro, od infine sparsa di piccoli buchi che penetrano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, viene la lava o pietra buona, che costituisce la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi deIl ‘industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divide ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Attaccata ai pedicini trovasi la base della lava, che è quasi come la cima, però più franabile e eH colore nero lucido. Si compone di ferrugine conglomerata, aggiunta forse a parte del terreno su cui è scorsa.
La lava segue le ondulazioni del terreno senza risentirne sulla superficie; di talché si vedono delle lave che hanno traversato dei burroni o lagni, senza poter distinguere più nulla alla sua superficie, presentandosi essa quasi piana. Nè è a dire che la sua composizione venisse alterata da corpi enormi che incontra nel suo sterminatore cammino, poiché abbatte e distrugge alberi secolari, palazzi e tagurii, senza potersi, dopo tagliato il masso, precisare il luogo che prima occupavano.

Accade talvolta che dopo un periodo di ore, o di giorni, la lava si ferma e comincia a raffreddarsi, e quindi a consolidare la sua superficie, mentre nel corpo è ancora liquida e pastosa.
Frattanto sopraggiunge nuova materia vomitata dalla bocca d’eruzione, che viene ad urtare quella davanti, la quale rompe la superficie già pressoché raffreddata, e riprende il suo corso di distruzione. Per questo si riscontrano spesso, nel taglio delle lave, degli strati di fe rrugine, chiamati bolle di ferrugine.
Esse sono di varia estensione, e molte volte penetrano in modo così vasto nella lava, che sono causa di abbandono d’una cava vesuviana, dopo d’aver immiserito il proprietario-cavatore; il quale si prodiga con la speranza di ripigliar tosto la pietra buona, ed arriva appena a vederla che dietro un solo strato ricomincia la bolla di ferrugine.
Il taglio delle lave buone si fa nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, è detto a caduta. Poiché la maggior parte delle cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permette l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.

Altre cave poi, trovandosi al lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentono il sistema a caduta, sibbene il taglio da sopra, cioè si comincia per asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, per arrivare all’acqua; e quei pedicini che sono bagnati dall’acqua sorgiva, chiamansi mole [… ]» .

Corrispondente de «Il Mattino», in data 4-5 settembre 1902 lo stesso Gennaro De Luca metteva al corrente il lettore di una grande novità:
«Ieri ha superato felicemente le prime prove la locomotiva elettrica del Vesuvio, che da Resina (Pugliano) conduce in cima al Vesuvio.
Il tram era manovrato dall’ingegnere Morgenthaler, capo della Casa Brown, Coppola e C. Faerber. Giunti alla stazione inferiore della Funicolare, ora pure trasformata col medesimo sistema dall’ingegnere Strub, il direttore generale sig. cav. Paolo Farber offrì una colazione.
Fra pochi giorni – assicura l’ingegnere capo della Ferrovia, l’ingegnere Treiber – potrà essere aperta la linea da Resina alla Funicolare, e tutta compiutamente fino alla cima del vulcano verso la fine di questo mese.
L’amenità dei luoghi, l’arditezza, dell’ opera, la varietà dei panoramiche si godono ad ogni svolta di questa ferrovia di montagna, l’ interesse e la curiosità che offrono il nostro vulcano ne formeranno la meta di ogni tourista e di ogni gita di piacere».

Ai primi di agosto del 1908 si costituì in Portici l’Associazione della Stampa fra direttori, redattori e corrispondenti di giornali dai Comuni vesuviani.
Risultarono eletti: presidente Enrico Veneruso; consiglieri: Martino, Capobianco, Scudieri, Allaria, Bened~ce e Palumbo. Il comitato d’onore fu composto da Rossi, Caputo, Marino e dal nostro Gennaro De Luca, che vide così riconosciuti i suoi meriti in una circostanza assai significativa.
Sei anni dopo, sempre ad agosto e ancora a Portici, si svolse una grande «festa civile»: la fondazione del sindacato dei corrispondenti vesuviani dei giornali quotidiani. Ebbene, anche in quella circostanza il «cav. Gennaro De Luca» si fece onore risultando eletto alla carica di presidente effettivo del sodalizio.
Queste le scarne notizie che siamo riusciti a raccogliere sul conto di un personaggio che ben a ragione può definirsi un pioniere del giornalismo nella zona vesuviana. Avremmo voluto fare molto di più, ma tanto basti per rendere giustizia a un nostro concittadino ingiustamente dimenticato. Altri rappresentanti
della carta stampata verranno in seguito a calcare la scena dell’informazione, ma Gennaro De Luca resterà il primo e non il peggiore.