Conte Francesco Matarazzo, l’imperatore del brasile

0 5 anni fa

Le origini della nobile famiglia Matarazzo risalgono al secolo XII.
Visse in quell’epoca il dotto Franciscus Matarantius, segretario della Repubblica di Perugia e autore di importanti pubblicazioni in latino.

      

È del 1536 il decreto del!’ imperatore Carlo V, che conferì al dr. Tiberio Matarazzo il titolo di Caballerus Auratus e quello di Nobile ai di lui discendenti.
Un ramo dei Matarazzo si trasferì poi da Procida a Castellabate, in provincia di Salerno. La nobile famiglia ebbe feudi e per numerose generazioni esercitò diritti di vassallaggio su non poche borgate, imparentandosi con altre cospicue famiglie del Reame napoletano.
Lo stesso padre di Francesco, Costabile Matarazzo, aveva sposato la nobildonna Mariangela ‘Iovane, di antichissima famiglia di Cava dei Tirreni.
Cultore di scienze giuridiche, egli avrebbe voluto trasmettere l’interesse per la cultura al suo rampollo, il quale, però, nutriva ben altre aspirazioni. In quel tempo l’ Ameri~a appari va agli stranieri come un vero e proprio Eldorado, pronto ad offrire i suoi tesori a chiunque mostrasse coraggio e spirito di injziativa.

Tranquillità e benessere, spiegò e giiustificò il consenso di lodi e di riconoscenza che, per mezzo di personalità spiccate, in campi anche avversi fra loro, in politica, nelle industrie, nelle professioni, fu prodigato nel 1934 al conte Francesco Matarazzo, nel suo 80° compleanno, per l’opera che egli continuava a compiere, con serenità e vigore eccezionali:
«Si può affermare, senza tema di errare, che in nessuna delle nostre maggiori collettività italiane all’ estero si è mai verificato uno spettacolo così grandioso e commovente come quello al quale abbiamo assistito in S. Paolo il 9 marzo scorso, quando la intera opinione pubblica del Brasile, da un capo all’ altro di questo sterminato Paese, attraverso la spontanea vibrante parola delle più alte autorità politiche, delle più notevoli personalità del commercio, dell’industria, dell’alta finanza, delle lettere,
delle arti, senza distinzione di nazionalità e di classe, si è mobilitata con fervente ammirazione e devozione per rendere onore, con eccezionale concordia di sentimenti, agli 80 anni di questo grande italiano che è il conte Francesco Matarazzo.
Perché ministri, generali, presidenti di tutti gli Stati, esponenti autorizzati di tutte le grandi associazioni, uomini di affari, di scienza e di cultura, diplomatici, giornalisti, letterati, siano stati spinti a tributare un plebiscito che non ha precedenti, ad elevare inni di simpatia e di gratitudine sgorgati liberamente dal cuore, ad indicare alle generazioni nuove il suo luminoso esempio, ad esultare per l’opera sua, a proclamarlo cittadino onorario e benemerito di questo Paese, bisogna che i riflessi della sua
vita e delle sue realizzazioni siano stati così profondi e benefici da superare qualsiasi preconcetto e da provocare la unanimità dei sentimenti e dei pensieri.
Non basta avere creato fabbriche ed accumulato ricchezze per meritare una così solenne manifestazione nazionale, in alto da parte dell’aristocrazia intellettuale e politica, in basso dalla moltitudine popolare: è necessario essersi elevati al di sopra della ricchezza ed avere compiuto una funzione sociale di pubblico interesse, di fronte alla quale tutti sentono il dovere di inchinarsi e della quale tutti si sentono debitori.


Così, mentre la nota del giorno nella stampa locale era dedicata, con insolita larghezza, alla celebrazione del suo 80° anniversario, mentre agli uffici della Casa Matarazzo ed alla residenza particolare affluivano in numero eccezionale gli ammiratori ansiosi di abbracciare l’illustre vegliardo e da ogni più lontano e remoto angolo del Brasile giungevano migliaia di telegrammi augurali, un superbo spettacolo si svolgeva per le vie di S. Paolo.
L’esercito degli operai addetti alle sue fabbriche, con le intere famiglie, colonne di donne e bambini, masse di popolani di ogni nazionalità, si dislocavano dai loro quartieri e, inneggiando al conte Matarazzo, si concentravano per presentargli collettive dimostrazioni di affetto, per salutarlo e per udirne la parola.