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Storia del cinema teatro Ercolano dai fasti degl’anni 20 al declino nel dopoguerra.
Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della
"Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal
Commendatore Federico Stella nello
spettacolo rappresentato al Cinema Teatro
Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e
prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso:
platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50.
La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della "Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal Commendatore Federico Stella nello spettacolo rappresentato al Cinema Teatro Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso: platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50. La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.

Il non più esistente Cine·Teatro “Ercolano” è stato, nel passato, uno dei (pochi) luoghi di intrattenimento dei Resinesi. Si trovava nel Vico Posta, al lato del Municipio, ora ora sede del Comando dei Vigili Urbani.
Seduto presso il Bar Roma (detto: ‘e Sarau) il signor Ciro Gargiulo, anziano gestore del Teatro a riposo, ne rievocava i trascorsi, trovando in me, giovane appassionato, attento ascoltatore. Citava, per la parte cinematografica, film interpretati dai famosi attori dell’epoca quali, Amedeo Nazzari, Alida Valli, Gino Cervi, Vittorio De Sica (futuro regista di capolavori indimenticabili).

Ma i suoi ricordi che più mi affascinavano erano quelli che riguardavano le attività teatrali.
Prima di portarsi a Resina, le Compagnie “di giro” (famose quelle di Federico Stella, Cafiero e Fumo, Di Maio ) venivano presentate nei Teatri Politeama San Ferdinando, Sannazzaro… che videro le prime esibizioni del più grande comico di tutti i tempi: Il Principe Totò! Don Ciro mi raccontava che, per l’ingaggio delle Compagnie, si portiva per Napoli, presso la Galleria Umberto I° per trattare con Impresari ed Attori. Personaggi, talvolta cbsì squattrinati che per raggiungere Resina si servivano del mitico tram “55” o della “Vesuviana”.

Uno degli spettacoli più in voga era il “Varietà” con le esibizione di cantanti, baIlerine, duetti comici ed orchestra. Fra prosa è canto, ai leggendari Gennaro Pasquariello, Vittorio Parisi, Salvatore Papaccio, si aggiunsero poi i nomi di Sergio Bruni (inimitabile cesellatore), Franco Ricci, Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo, e tanti altri che meriterebbero di essere ricordati, che immagino esibirsi nella famosa Orchestra di Giuseppe Anepeta!

Ai nomi celebri dello spettacolo sono da ricordare Nino Taranto, Aldo e Carlo Giuffrè, Ugo D’Alessio… ed, ovviamente i De Filippo: Peppino, Titina e, principalmente, Eduardo, le cui commedie ed interpretazioni avrebbero avuto risonanza mondiale! In quegli anni erano famose le “Piedigrotte” durante le quali le Case Editrici (Bideri, La Canzonetta…) lanciavano le nuove canzoni.

Il culmine si ebbe con i vari Festival della Canzone Napoletana, con l’avvento della televisione Un capitolo a parte merita la “Sceneggiata” spettacolo che prendeva spunto da una canzone. Classico svolgimento: un “Isso“, accertato che “Essa” era insediata da “‘O malamente“, si vendicava di questi, uccidendolo dopo un tragico duello. Seguivano processo, condanna e disperazione di figli piangenti e mamma morente! La partecipazione degli spettatori era così sentita che spesso, l’attore aveva interpretato “‘0 ‘nfamone” insultato e minacciato anche dopo lo spettacolo! Inimitabile numero uno  della sceneggiata è stato Mario Merola con la famosa: “‘o Zappatore“, tratta da una canzone di Libero Bovio.
trama: Merola, nei panni di un vecchio contadino si presentava, inaspettatamente, a casa dell’ingrato figlio avvocato, ave si svolgeva una festa con “uommene scicche e femmene pittate”! Gli ricordava i sacrifici fatti per lui e che “mamma toia se ne more” e gli intimava: “addenocchiate e vaseme ‘sti mmane”!
Conclusione finale: applausi interminabili con ripetute richieste di bis, pubblico così in delirio che “se ne cade ‘o tiatro“, come avrebbe detto il grande Eduardo!

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Domenica 06 Novembre alle ore 9:20 nella Reale Arciconfratenita della SS.Trinita suffraggio Universale per tutti i defunti
defunti

Si svolgera la prossima Domenica 06 Novembre alle ore 9:20 nella Reale Arciconfratenita della SS.Trinita a Piazza Pugliano annuale suffraggio Universale per tutti i Defunti,carabinieri,cadute nelle grandi guerre e confratelli e religiose una celebrazione solenne per la citta di Ercolano iniziata nel lontano 1926 ad apera dell’allora Padre Spirituale Don Luigi Fiengo che fu anche autore della statua del Milite Ignoto di Piazza Trieste in Ercolano.

La cerimonia avra due momenti significativi la Messa Solenne celebrata da Padre Luigi Ortaglio Cancelliere della Curia di Napoli a cui parteciperanno le Associazioni Nazionale dei Carabinieri,autorità civili,confratelli e al termine la Solenne Processione penitenziale con anche alcuni confratelli giovani che indosseranno le antiche mozzette nere delle congreghe come in uso a Sorrento nel venerdi Santo che dalla chiesa della Congrega processionalmente cantando inni sacri scenderanno nell’antichissimo cimitero della congrega sottostante oratorio dove verrà pregata la preghiera delle Anime dei Defunti scritta da Santa Teresa D’Avila.Questa celebrazione chiudera le celebrazioni del Terzo Centenario della fondazione della congrega le cui origini si ritrovono gia agli inizi del 1500 dove esisteva gia una confraternita nella storica Ercolano.

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Gennaro Salvo il pizzaiolo romantico ritorna nel suo amato territorio
salvoscuderie

Nella costante ricerca delle eccellenze del territorio in qualsiasi ambito sia artistico che enogastronomico non potevamo non pubblicare il lungo escursus professionale di uno dei piu’ bravi pizzaioli degl’ultimi 30 anni ovvero Gennaro Salvo.

Lo abbiamo intervistato nel locale pizzeria delle Scuderie di Villa Favorita,  che oltre al grande successo dell’area espositva curata da Imma Sorrentino, si affianca la struttura ricettiva con bar e ristorazione gestita dal titolare Gennaro Iovane che ha avuto la grande idea di contattare ed assumere Gennaro Salvo conoscendo la sua grande professionalità e passione per l’arte bianca.

Lui stesso ci racconta la sua biografia che è un tutt’uno con l’attività di pizzaiolo provenendo da una famiglia di pizzaioli da oltre 5 generazioni.

Sono nato a Napoli nel quartiere Barra nel 1966. Sin da piccolo ho sempre respirato l’attività di pizzaiolo ed ho iniziato questo mestiere già intorno ai dieci anni insieme a mio padre Girolamo che nel 1968 aprì la sua pizzeria a largo Arso ( lo stesso locale degl’attuali gestori i fratelli Salvo miei nipoti.)

 

Stemmo lì fino a Gennaio del 1976 quando mio zio Salvatore Salvo cedette il suo locale di Corso Umberto I a Portici a mio padre, il quale cambiò il nome dell’attività in Pizzeria Girolamo salvo & figli.

Nel 1990 facemmo importanti lavori  di ristrutturazione del predetto locale di Corso Umberto cambiando di nuovo denominazione in Pizzeria Pulcinella (da allora non è stata mai piu’ cambiata denominazione). La Pizzeria Pulcinella divenne ben presto  il buen retiro della società vesuviana, dove spesso si tenevano anche incontri culturali o avvenimenti politici o semplicemente un luogo dove sentirsi a casa e mangiare una buona pizza. Si può tranquillamente affermare che non esiste cittadino porticese o della zona vesuviana che non abbia almeno assaggiata per una sola volta la pizza della Pizzeria Pulcinella gestita da Girolamo Salvo & figli, fino all’anno 2007.

 

Dal 2007 ci fu’ l’episodio piu’ traumatico della mia esistenza ovvero la chiusura del  locale non avendo la proprietà rinnovato il contratto di affitto e quella che era un’azienda affermata e consolidata si sfaldò in maniera quasi istantanea costrigendo me e mio fratello a prendere strade professionali separate con grande dispiacere mio e di tutti quelli che erano affezionati a quella bellissima realtà imprenditoriale.

trespicchigamberorossoDa allora ho girato l’Italia portando avanti quello che era la mia preprazione professionale e cercando di ricreare in ogni locale dove ho lavorato la stessa passione ed amore per l’arte della pizza che mi è stato tramandata da mio padre.

Dopo alcuni anni mi contattò mio nipote Ciro Salvo chiedendomi di affiancarlo per la sua attività di pizzaiolo al Masse’ di Torre Annunziata  e dopo alcuni mesi e tanto impegno Ciro Salvo ottenne il riconoscimento di Pizza dell’anno ed il locale Masse’ ottenne il riconoscimento di Tre Sspicchi dal prestigioso Gambero Rosso.

L’anno successivo ovvero il 2014 mio nipote Ciro Salvo fu chiamato a far risorgere il prestigioso locale ex Sarago in Piazza Sannazzaro a Napoli, creando il locale 50 Kalo’ di Ciro Salvo e dando vita ad uno dei locali piu’ famosi per la pizza di Napoli spesso meta di attori e calciatori.

Fu allora che ci separammo, e dovendo ripartire con una nuova avventura professionale ero sempre piu’ deciso a voler riprendere il percorso familiare e tradizionale di pizza con impasto fatto a mano senza l’ausilio di nessun macchinario e nel rispetto dei tempi della natura ovvero l’impasto naturale che diventava pizza non meno di 24 ore dopo e con ingredienti a km 0 ovvero legati tutti al territorio campano quali:

  • Pomodorino del piennolo rosso e giallo del Vesuvio;

  • Fior di latte di Agerola;

  • Pecorino di Bagnoli Irpino;

  • Basilico della zona vesuviana;

  • Olio della penisola sorrentina.

Solo così avrei potuto ritagliarmi quello spazio di continua ricerca della qualità in un settore dove la pizza lavorata con ritmi quasi industriali stava predendo troppo piede a scapito della qualità. Questo mia inflessibile ricerca di qualità della lavorazione in ogni sua fase ha fatto si che il famoso critico eno-gastronomico Luciano Pignataro mi desse l’appellativo di Pizzaiolo Romantico , di cui ne vado molto fiero poichè l’aggettivo romantico racchiude tutta la passione e l’attenzione profuse per una vita intera all’arte della pizza.

Verso la fine del 2013 il famoso pizzaiolo Gino Sorbillo mi contatta e mi propone di affiancarlo nel suo progetto di pizza di qualità connesso all’apertua di un locale col suo marchio Pizza Lievito madre nel centro di Milano nei pressi di Piazza Duomo.

Successivamente dopo l’esperienza milanese sempre il gruppo SORBILLO-PANE  mi affida un altro progetto importante che per me è un pò un ritorno al passato ovvero un locale dove servire PIZZA A PORTAFOGLIO da mangiarsi esclusivamente in piedi come era di uso e consumo agl’albori della pizza, sfornando quasi 1000 pizze al giorno.

Dopo quest’ennesimo successo eccomi quì da maggio 2016 un’altra sfida nel locale Scuderie di Villa Favortita di Ercolano che mi consente di ritornare nel mio territorio di realizzare un sogno personale proprio nell’anno in cui compio il mezzo secolo di età.

Anche quì alle scuderie dopo alcuni mesi di mia grande ricerca di una pizza legata al territorio finalmente un altro riconoscimento per il locale Scuderie di Villa Favorita  premiato con il riconoscimento del trancio del Gambero Rosso.

Infine cosa vi posso dire il piu’ grande riconoscimento sono sempre le persone e sono tante che dopo aver gustato le mie pizze passano da me e mi dimostrano tutta la loro stima ed affetto.

Grazie a tutti per la vostra attenzione.”

Gennaro Salvo

 

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Villa Favorita ed il suo parco ospitavano feste di gala di beneficenza ed anche la piedigrotta
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Il Parco di Villa Favorita può essere considerato a tutit gli effetti, il primo Parco a Tema al mondo.
Leopoldo di Borbone fece costruire nel 1823 un vero e proprio “parco dei divertimenti” aperto al pubblico nei mesi estivi e nei giorni di festa.
Con l’Unità d’Italia e con l’acquisizione della Villa da parte dei Savoia, tutto venne abbandonato. Le giostre lasciate all’incuria furono presto distrutte e i modelli costruiti dagli artigiani per la loro lavorazione sono oggi custoditi nel museo dell’opera della Reggia di Caserta Qui sotto alcuni modellini conservati:

leopoldodibrbone

Intorno a ciascun giuoco vedesi nella stampa la folla a circolo, che guarda, aspettando ciascuno la volta sua; la trattiene un gendarme, che sta a tutelar l’ordine e prevenire i volta volta, i quali anche allora saranno stati di moda. Pel giardino un’altra moltitudine di uomini e donne passeggia: sono per lo più coppie, probabilmente legali, le altre, non legali, sono nella parte boscosa, che nella stampa non si vede. Qua e là bimbi tirano la gonna alle mamme, e le costringono a badare a loro; qualcuno conduce due popolane insieme una per braccio, e qualche militare si nota come più ardimentoso con le donne.
Nessun uomo sta solo, tranne uno, seduto in disparte sotto un albero, col gomito poggiato sul ginocchio, e il mento sulla mano. Che avrà voluto rappresentare l’autor della stampa? Un filosofo, che, capitato a caso tra quella moltitudine felice di vivere, pensa che tutta quella gioia è un atomo solo della somma di gioia e di dolori, che si fondano nel gran crogiuolo dell’universo? Un innamorato, che ha ricevuto il ben servito, e si lambicca il cervello? Forse qualcheduno, che è sazio, e medita di andarsene?

Le donne portano cappelli monumentali, ricchi di nastri, a tese larghissime e davanti rivoltate in su, sic-ché lasciano scoperta la fronte e il principio dell’ acconciatura dei capelli. Questi sono spartiti in mezzo, e lateralmente disposti in due rigonfiamenti, veri pilastri a sostegno del cappello. Le maniche son gonfie anch’esse sopra al gomito, le gonne lisce, ornate di nastro, guarnite in giù da un paio di giri di trina o di nastro largo; sono corte da lasciar scoperto tutto il piede, che il galante autore della stampa ha dato a tutte di una piccolezza inverosimile. Gli uomini poi sono ridicoli co’ cilindri alti e larghi, i pantaloni chiari e aderenti alla persona, il soprabito aperto sul petto, che s’arresta alla vita, e poi si ritrae indietro, e corre fin sotto al ginocchio: sembrano quei notari, di cui ancora esiste qualche esemplare mummificato, i più giovani de’ quali vi dicono che hanno rogato l’atto matrimoniale di vostro nonno!

La parte boscosa poi era destinata alle cacce, le quali. si aprivano solennemente il 3 di novembre, giorno di S. Uberto. Tutto l’anno si lavorava a preparare la gran giornata. Si comperava ogni sorta di animali, che si chiudevano in gabbie, le quali poi il 3 novembre si nascondevano nelle macchie del boschetto. Don Leopoldo e i suoi invitati incedevano ne’ viali col fucile pronto, la testa sporta, a passi lunghi compassati, e in punta di piedi per evitare il rumore delle foglie. Quando erano vicini, l’uomo, nascosto nella macchia con la gabbia, l’apriva, e ne venivano fuori daini e lepri spaventatissimi, cinghiali fiaccati dal lungo digiuno, cervi agonizzanti, i quali, prima d’aver tempo di orientarsi e fuggire, erano ammazzati. A questo modo in una volta furono uccisi tremila lepri: numero speventevole, ora raggiunto soltanto nelle cacce de’ sovrani, specialmente se intervengono sovrani e principi stranieri: le compiacenti agenzie telegrafiche allora dan fiato alle trombe, e annunziano a’ quattro venti que’ facili eccidi, che, ne’ giornali officiosi, diventano prodigi di valore, e promesse di future vittorie»

 

Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Nei primi anni del novecento vennero ad esibirsi nel teatrino allestito a Villa Favorita artisti del calibro di Gilda Mignonette, Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma e molti ancora.

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Questi alcuni dei momenti celebrativi che venivano mezionato sulla famosa rubrica API MOSCONI E VESPE sulla mondanità che veniva pubblicato su IL MATTINO.

8 settembre 1894: annunciate grandi feste alla Favorita, dove la principessa di Santobuono riceverà, come al solito, l’élite villeggiante al Miglio d’oro.

23 ottobre 1900: alla Favorita, sul piccolo palcoscenico sormontato da quello stesso stemma di Casa Caracciolo, che, anni prima, era sull’ arcoscenico del teatro Fiorentini, rappresentazione della Partita a scacchi, interpretata e ammirata dai nobili villeggianti.

29 agosto 1906: concerto vocale e strumentale alla Favorita, con l’intervento del soprano drammatico Augusta Palomba Gerin. Dirige il maestro Vincenzo Ricciardi .

21 settembre 1907: Piedigrotta rivive al Miglio d’oro in tutto il suo fasto, in tutto il suo baccanale, in tutta la sua orgia caratteristica. Il delizioso tratto che si stende tra Resina e Torre del Greco è tutta una serra di verde e di fiori: ve ne sono sui balconi, sulle terrazze, agli ingressi delle poetiche ville, e persino sulla via in lunghi e splendidi festoni. Anche l’illuminazione a gas, preparata con d’orumerose e vivide fiammelle, si fonde graziosamente con mille lampade giapponesi «frastagliate  appetutto». Magnifico il concorso dei carri. Fra i balconi, reparati con molto gusto, vengono premiati quelli dei signori D’Asta e bordon.

19 agosto 1912: nella prima quindicina di settembre avranno inizio le rappresentazioni dell’ aristocratica Associazione Filodrammatica Napoletana, egregiamente diretta da don Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono. Come “prima” sarà dato l’emozionante lavoro Kean, protagonista il principe in persona.
Le prove, cominciate l’altra sera, continuano, e si annunia una buona stagione artistica, come negli anni precedenti. Il pubblico avrà modo di applaudire donna Maria Cuomo Flores, donna Maria Conforti Campanile, la signora Miraglia, la signorina Dlda Wittrnann e tante altre brave interpreti che completano tutte un quadro di bellezza e di arte. Anima di queste “elettissime” riunioni aristocratiche è la nuora del principe di Santobuono, la duchessa di Castel di sangro.

3 ottobre 1912: “indimenticabile” serata, al teatro della Favorita, per la . resa delle rappresentazioni filodrammatiche. I nuovi bozzetti – «L’ami» di . Praga, «Il Conte Verde» e «Fuoco al convento» – sono interpretati “meravigliosamente” dal principe di Santobuono e dai suoi bravissimi collaboratori: la Marchesa Sanfelice di Bagnoli, la signora Conforti Campanile, la piccola Margherita Caracciolo, la signora Anna Miraglìa, la signorina Rosa Miraglia Del Giudice, il barone Domenico Amato, l’avvocato Pozzetti ed altri ancora.

16 agosto 1913: inaugurazione della sede dell’associazione “Pro Miglio ,oro” a villa Favorita. Il sodalizio, sorto per opera di un comitato di gentiluomini presieduti dal principe di Santobuono, si propone di promuovere tutte le :niziative volte a favorire gli interessi dei Comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle contrade situate lungo la fascia costiera del vulcano. Oltre a ciò, l’associazione ha scopi di beneficenza, he affincheranno l’organizzazione di feste estive, mondane e sportive.

2 settembre 1914: in un “magnifico” locale della Favorita, sotto il patronato del principe di Santobuono, ha luogo una splendida edizione della “Piedigrotta”, con l’esecuzione delle più belle canzoni. L’elenco artistico segna i nomi: Pasquariello, Mario Massa, Diego Giannini, Gina de Chamery, Luisella iviani, Tecla Scarano.

21 agosto 1919: prima rappresentazione ad invito, al teatro Favorita, del lavoro «Creso si diverte». Vi prendono parte Teresa d’Asta e Maria Marinelli, Alessandro Piscicelli, Sergio Sergio, Gennaro Caputo e Carlo Contessa, oltre al principe di Santobuono.

22 agosto 1919: riunione intima in casa del principe di Santobuono. Si fa della buona musica da parte delle signorine Serpone e del tenore Riccardo Bossa. Nei brani dell’Arlesiana, della Fedora, della Tosca. dei Pagliacci. della Manon ed in varie romanze da camera, il pubblico ne è entusiasta. Al pianoforte siede il valoroso Umberto Mazzone.

10 settembre 1919: spettacolo di beneficenza, sempre alla Favorita, pro orfani di guerra.

23 luglio 1920: corso di recite (quattro spettacoli), nel teatro della Favorita, in favore della Scuola corale A. Scarlatti.

9 settembre 1923: avvenimento d’arte alla Favorita; orchestra del San Carlo nel parco.

18 settembre· 1925: ha luogo negli splendidi saloni della Favorita una riunione del Comitato d’onore per una serata di beneficenza a pro delle opere solidali del Fascio femminile di Portici. Il principe di Santobuono, presidente del Comitato organizzatore, dà la parola all’avv. Umberto Aprile che espone agli intervenuti il programma che si va preparando. Le recite avranno luogo il 24 sera e il 27 in mattinata. I biglietti sono in vendita alla Favorita, a Villa Leopoldina e presso l’avv. Valente, presidente del Circolo Estivo di Portici.

villafavorita

30 luglio 1933: un pubblico elegantissimo affolla il meraviglioso parco della Favorita per la grande festa di beneficenza organizzata dalla principessa di Casapesenna, dal principe di Santobuono e dal barone De Meis. I vari numeri del programma sono tutti interessanti: fiera gastronomica, concerto di varietà, concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina, danza al ritmo di jazz.

Pubblico anche da Napoli. Il biglietto d’ingresso costa lire 1,50 per adulti e 0,50 per ragazzi. Assicurato uno speciale servizio di tram tra Napoli e la Favorita. Il parco della Favorita -che s’è arricchito di graziosissimi chioschi, tutti ricchi di premi, sistemati negli angoli più suggestivi -fa da degna cornice alla più elegante giovinezza napoletana. Molto applauditi i tenori Papaccio e Parise.

28 luglio 1934: festa campestre alla Favorita. La folla dei villeggianti di Resina, Portici, Bellavista, Torre del Greco e di altri comuni si dà convegno nella suggestiva villa per trascorrere un pomeriggio assai lieto e per compiere un’azione meritevole a favore dell’Opera Maternità ed Infanzia e per l’Associazione infermi poveri a domicilio.

5 agosto 1935: anche quest’ anno viene celebrata nel parco della Favorita la tradizionale Kermesse a favore degli infermi poveri, organizzata dall’Associazione delle Dame di Carità presieduta dalla Principessa di Casapesenna . Partecipano artisti della piu’ chiara fama in primis Giuseppe Godono. Il cav. Ciro Esposito offre uno spettacolo cinematografico proiettato sullo schermo teso nel parco. Attrazioni diverse allietano i partecipanti.

1936

30 luglio 1936: la Favorita, acquistata dal Governo, sta per diventare Collegio Militare.

Il principe Santobuono invecchiò per cui l’attività teatrale andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.

Oggi conosciuta come casina dei mosaici.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Alla scoperta del miglio d’oro con l’associazione Tells ITaly
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Grande successo e partecipazione di visitatori il giorno sabato 4 giugno 2016 9:30 Villa Campolieto e Parco sul Mare di Villa Favorita.

Questo era il programma dell’evento :

Immergetevi con noi nell’atmosfera dell’antica aristocrazia borbonica. Percorrendo le stanze, le terrazze, il vastissimo parco della bellissima Villa Campolieto riconsegnata all’antico splendore del progetto di Luigi Vanvitelli da un recente restauro. Poi ci sposteremo verso il mare, per ammirare il parco di Villa Favorita. Tra risate, musica, fuochi pirotecnici e balli, vi basterà chiudere gli occhi per trovarvi al cospetto delle altezze Reali di Maria Carolina D’Austria e Ferdinando IV, che scelsero questa Villa per i festeggiamenti delle loro nozze.

Potrebbe interessarti: http://www.napolitoday.it/eventi/scoperta-miglio-ercolano-.html
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Fonte : http://www.napolitoday.it/eventi/scoperta-miglio-ercolano-.html

 

#‎visiteguidate‬ ‪#‎VillaCampolieto‬ ‪#‎VillaFavorita‬ ‪#‎MigliodDoro‬ @TellsItaly ‪#‎4giugno2016‬

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Le antiche trattorie e cantine di Resina
Antica Trattoria ScannapiecoAntica Trattoria Scannapieco

L’ apertura di un moderno locale di intrattenimento in Via Gramsci (un tratto di copertura del vecchio “lagno”) ha richiamato alla mia mente di quando, in questo posto, si trovava l’antica Trattoria “da Davetiello”.

Era la fine degli anni ’30 e mio padre, talvolta, mi ci portava, tenendomi per mano. Per raggiungerla, camminavamo lungo un sentiero posto a lato della scarpata ferroviaria della Circumvesuviana, verso la Fermata di “Pini d’Arena” (ora “Miglio d’oro”, in via Doglie). Allora i binari non erano stati ancora raddoppiati ed i treni, provenienti da Napoli, avevano Castellammare di Stabia per Capolinea, poi prolungato a Sorrento.

A Resina esistevano tante Trattorie (paragonabili agli attuali ristoranti) e altrettante Cantine (del tipo “Vini e Cucina“). Una tipica trattoria era quella di Pisciagliere in Via Pugliano, prowista di locali, giardino con pergolato e campo di bocce. Lungo la stessa via c’erano anche quelle di Lecca-Lecca e d’ ‘o Zippo.

In Via Cuparella c’erano le trattorie di Peppe ‘o vaccaro ed ‘a barracca; in Via Trentola Mast’Anielio e ‘o ‘naurato, in Via Ortola Liberato ‘e saraù; in Via Tironi di Moccia Rafele ‘e vierno; in Via Pittari da Ottaviano. Al corso Ercolano c’era la trattoria di Don Nicola De Caro (frequentata da professori e studenti dell’Agraria); in Via Marittima Aniello ‘a via nova; in Via Semmola la rinomata Scannapieco; in Via San Pietro da Formicola ed infine quelle da cui si godevano ineguagliabili panorami sul Golfo: ‘o Pastore a San Vito e Zì Rosa sull’ Osservatorio Vesuviano. Ho lasciato, volutamente per ultima, la trattoria di Bettina ‘a vaccara, in Via Fevolella.

Qui, a Ferragosto, dopo lo spettacolo dei Fuochi Artificiali (di cui Resina andava fiera) si svolgeva una singolare sagra popolare di antica ispirazione contadina: ‘a fronna ‘e limone!  Preceduti dagli assordanti suoni di “nacchere” e “tammorre”, due o più persone per volta, cantando a voce spiegata, gareggiavano in bravura interrogandosi su temi a domande-risposte, fra l’entusiasmo e il tifo della folla presente!

Le Cantine (od Osterie) erano situate in locali terranei prowisti di bancone per il vino, tavolini, panche. Dal soffitto, salumi e formaggi appesi pendevano … sulla testa dei clienti (detto scherzoso: ‘a sotto! ‘ca ‘carene presotte!!!). All’esterno servivano da richiamo una botte ed un ramo di albero: ‘a frasca (detto malizioso: ‘o vino buono se venne senz’a frasca… !!)

I vini più diffusi erano “Gragnano, Terzigno, Solopaca, Catalanesca,” che si bevevano accompagnati da bocconi di formaggio, salame, noci … Si giocava a carte ed a Padrone e Sotto, (sorta di gara per l’assegnazione delle bevute). Si raccontavano le gesta dei guappi Tore ‘e Criscienzo, Antonio ‘a Porta ‘e Massa, … e quelle dei paladini medievali Orlando e Rinaldo rievocati dall’Opera dei Pupi. Si finiva in allegria e gli awentori cantavano melodie napoletane, spesso con l’accompagnamento della “posteggia”, ambulanti che, con chitarra e mandolino, si esibivano nei locali (con giro finale di piattino per sollecitare le mance…!).
Storie “d’e tiempe ‘e na vota”: penso che il modo migliore per ricordare il passato della vecchia Resina sia quello di tramandarne la memoria.

Luigi Cozzolino

Fonte: La Voce Vesuviana numero 2 Aprile-Maggio-Giugno 2016

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Quella mitica promozione dell’Ercolanese in quarta serie nel 1956
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Il 4 maggio 1956 magnifica giornata al Cocozza di Portici per il great event di promozione che poneva di fronte in un duello decisivo la capolista Ercolanese e la Russo di Cicciano. Gremiti, in ogni ordine di posto, gli spalti del campo porticese, che non poterono però – accogliere tutti gli appassionati desiderosi di assistere al match. Presenti, altresì, le autorità cittadine e sportive al gran completo.

Prima della partita il dottore negro commemorò, con accenti elevati e commossi, i caduti di Superga nel settimo anniversario della loro tragica scomparsa. Nel corso dell’incontro, poi, prestò i sussidi dell’arte medica (come si diceva una volta) al centravanti degli ospiti, infortunatosi in un’azione di gioco.

Al termine della gara, vittoriosa per la squadra di casa, ci fu una gran festa in campo e sugli spalti, anticipo dei piu’ solenni festeggiamenti per la promozione dell’Ercolanese in IV serie. Per l’assegnazione del titolo di campione, la squadra dovette affrontare il San Vito di Benevento. L’ Ercolanese alla fine riuscì a prevalere, ma occorsero ben 240 minuti di gioco – cioè due partite con relativi tempi supplementari – per avere ragione del coriaceo avversario.

Con quella vittoria si chiudeva per la squadra di Resina un ciclo memorabile, destinato non piu’ a ripetersi. Anche per Negro, assorbito sempre piu’ dal suo ruolo di amministratore della cosa pubblica, quella partita rappresentò una svolta. Ma il ricordo della sua inimitabile passione per i colori granata, tradotta in risultati che i migliori non avrebbero potuto essere, sarebbe rimasto a lungo nella memoria di chi visse quella stagione di trionfi.

Ricordiamo che lo stesso dott. Negro si preoccupò anche di trovare a sue spese uno spazio idoneo per la sede sociale della stessa Ercolanese che inaugurò con una cerimonia solenne insieme al Sindaco dell’epoca Ciro Buonajuto senior.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Dal petrolio poi al gas fino alla luce elettrica storia dell’illuminazione pubblica a Resina
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Sulla storia dell’illuminazione pubblica a Resina ne scrisse l’avv. Vincenzo Gaudino (vera memoria storica di Ercolano tra il XIX° e XX° secolo) nei Bollettini parrocchiali di Pugliano n.8 del 1958: “I nostri avi…. quando uscivano di sera portavano con sè la lanterna ad olio per farsi luce e vedere dove mettevano i piedi per non cadere. Venne poi l’illuminazione a petrolio rappresentata a Resina da 140 fanali”.

Storia del gas illuminante

gas02A Milano si ebbero le prime iniziative di produzione ed utilizzo del gas illuminante furono opera di privati, in particolare del conte Porro Lambertenghi, appassionato di fisica e primo imprenditore lombardo ad impiantare una filanda a vapore. Milano e la Lombardia, dopo l’effimera esperienza della Repubblica Cisalpina, a seguito del congresso di Vienna del 1815 erano tornate sotto il dominio austriaco. Nel palazzo Porro di via dei Tre Monasteri (l’attuale via Monte di Pietà) la storia del gas si mescolò con quella dei primordi del Risorgimento: qui infatti si riunivano, attorno alla rivista “Il Conciliatore”, che sarebbe stata di lì a poco soppressa dagli austriaci, patrioti quali Silvio Pellico e Federico Confalonieri. Silvio Pellico, che era precettore dei figli del conte, fu da lui incaricato di tradurre in italiano il Trattato pratico sopra il gas illuminante del tecnico inglese Frederick William Accum, che fu pubblicato a Milano nel 1817.

La prima rete di distribuzione del gas comprendeva circa 15 Km di tubazioni interrate, mentre erano 377 i “becchi” di illuminazione a gas, posti a 40-60 metri l’uno dall’altro. Nelle officine il gas poteva essere prodotto in 48 forni, sia con carbon fossile di importazione, sia dagli schisti bituminosi provenienti dalla zona di Besano (Varese) per la cui estrazione Guillard aveva già da qualche anno una concessione.

Dalla data di inaugurazione dell’impianto, il 31 luglio 1845, i lampedée ebbero nuovo lavoro per accudire i nuovi lampioni a gas. Il poeta milanese Leopoldo Barzaghi, così celebrava l’evento in una sua rima del 1845.

Ovviamente nello stesso periodo anche nella Napoli del Regno borbonico si ottennero gli stessi risultati come innovazione dell’uso del gas per l’illuminazione pubblica.

Il gas illuminante arriva a Resina

gas10Il 24 aprile 1886 fu inaugurata l’illuminazione a gas a Resina. Con delibera nr. 66 del R. Commissario del febbraio 1912, fu fatta una nuova convenzione con la Compagnia del gas per mettere i becchi auer in tutto il territorio del Comune. Con deliberazione di Giunta n. 433 del 27 ottobre 1914 furono presi provvedimenti per la sostituzione dei becchi a farfalla in becchi  Auer e portati al Consiglio Comunale del 1914. I becchi a farfalla davano una luce rossastra, mentre i becchi Auer spandevano una luce bianca.

Venuta la prima guerra mondiale, il gas mancò dovunque. Per rimediare a questo grave inconveniente, con deliberazione di Giunta del 4 marzo 1916, n.49, fu deciso di fare l’illuminazione elettrica delle strade, attaccando sui fili dei privati e paganto ogni mese il consumo a questi privati cittadini.

La luce elettrica venne a Resina, per contratto di fornitura del 27 gennaio 1920, e fu vistata dal Prefettura il 27 febbraio dello stesso anno.

 

 

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Partono ‘e bastimiente aniello scognamiglio un emigrante di resina
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Era il pomeriggio dell’8 gennaio 1952. Sotto un cielo plumbeo una folla infreddolita si accalcava su una banchina del napoletano Molo Beverello, in attesa della partenza dell’Home land.
Un uomo, dall’alto del parapetto della nave, sventolò un fazzoletto.

«È Ciro! È Ciro! »: gridò la madre del nostro personaggio, scoppiando in lacrime. Lo aveva subito individuato in mezzo alla massa degli altri emigranti, che, come lui, si erano affacciati per salutare i parenti rimasti a terra.
« Non piangete! Vado a trovare mio padre! »: fece eco l’uomo, coprendosi la voce con entrambe le mani. Ma queste parole, anziché ottenere l’effetto sperato, conseguirono il risultato opposto. L’emozione, che già si era impadronita della madre, travolse anche gli altri parenti.

A nessuno infatti sfuggiva il significato di quella partenza. Quel viaggio non era solo il coronamento di lunghi anni di attesa e, di lunghe ore di anticamera negli uffici del consolato americano di Napoli e di viaggi notturni a Roma (sede dell’Ambasciata statunitense), ma era di più, molto di più. Con quel viaggio un figlio andava a ricongiungersi al padre dopo ventisei anni di separazione.
Ciro Scognamiglio forse fu davvero l’ultimo emigrante di Resina. A trentotto anni suqnati, partiva per la lontana America. Se ne andava per seguire una strada già percorsa da milioni di italiani che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni di questo secolo, avevano dato vita a quel grandioso fenomeno di emigrazione di massa che costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia nazionale.

Non era stato molto fortunato nella vita. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico « D. Petriccione» di S. Giovanni a Teduccio, aveva trovato lavoro nello spolettificio di Torre Annunziata. Qui si trovava nei tragici giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando fu sorpreso da una retata dei tedeschi in cerca di uomini da immettere nell’organizzazione Todt. Ma riuscì a sottrarsi alla cattura; fuggendo attraverso i campi con due compagni di ventura, raggiunse il Genovese di Resina, una località posta alle falde del Vesuvio, e, rifugiatosi in una grotta) rimase, alla macchia fino alla fine del mese. Dopo la guerra, non aveva più trovato lavoro. D’altra parte, non sembra che la famiglia fosse molto d’accordo sulla scelta sentimentale che aveva operato negli anni che avevano preceduto il conflitto. Così, senza lavoro e incompreso dai suoi, aveva maturato il proposito di raggiungere il padre negli States.

Era un ragazzino di dodici anni quando lo aveva visto partire, ma ricordava ancora quell’espressione di infinita tristezza dipinta sul volto dei partenti. Erano contadini, braccianti, operai, disoccupati meridionali, vestiti di pochi cenci, con la classica valigia di cartone e un misero fagotto appeso alla punta di un bastone, che affollavano la banchina dell’Immacolatella vecchia eD). Erano povere donne vestite di nero, con un fazzoletto legato sulla testa e i bambini appiccicati alle gonne, che seguivano i mariti nella grande avventura al di là dell’oceano. Erano personaggi, uomini donne e bambini, che scrivevano una delle pagine più amare del capitolo dell’emigrazione italiana.

Gli tornavano in mente i versi di Santa Lucia luntana:

Partono ‘e bastimiente

p’ ‘e terre assai luntane

cantano a bbuordo e so’ napulitane.

Anche lui ora stava per partire. Anche lui andava assai lontano, ma non cantava, non aveva voglia di farlo. Lasciava una terra ingrata, che gli aveva riservato solo amarezze, incomprensioni e ostilità. E andava in un mondo sconosciuto, del quale aveva solo vaghe e confuse nozioni.
Mentre la nave si staccqva dal molo, allontanandosi fino a diventare un punto nero all’orizzonte, un groppo lo prese alla gola. Adesso poteva dare libero sfogo alla propria emozione, perché nessuno dei parenti rimasti a terra lo poteva scorgere. E pianse, pianse come un bambino.
Intanto una donna innamorata lo seguiva col cuore, temendo forse di non poterlo più riabbracciare:

Addio, mia bella Napoli
e suspiravi tu
e mò nu tuorne cchiù,
te scuorde d’ ‘o paese d’ ‘e sirene
e, dopo tantu bene,
te scuorde pure ‘e me.

Ma Ciro sarebbe tornato di lì a poco e, dopo averla sposata, si sarebbe stabilito definitivamente in America.

anielloscognamiglioIl 14 gennaio del 1953, un anno dopo la partenza dall’Italia del figlio, faceva ritorno in patria Aniello Scognamiglio.
Aniello ‘o mericano era veramente un uomo di altri tempi, uscito pari pari dalle pagine di un libro di avventure. Ancora ragazzo, aveva visto morire un fratello travolto dai flutti del mare in burrasca. Soldato nella prima guerra mondiale, aveva combat· tuta la dura guerra di trincea nella quale erano caduti tanti e tanti commilitoni, uccisi dal piombo dei cecchini austriaci. Imbarcatosi subito dopo la fine delle ostilità, era riuscito miracolosamente a salvarsi dal naufragio della sua nave, trovando posto su una scialuppa di salvataggio; e su quello scomodo rifugio era rimasto ben due giorni e due notti, terrorizzato da un branco di squali che avevano circondato la barca; finalmente, era passata una nave brasiliana, che lo aveva recuperato e trasportato in India. Quella tremenda esperienza aveva lasciato il segno sul suo animo. Aveva deciso perciò di emigrare negli Stati Uniti, dove, con il lavoro e i sacrifici, avrebbe potuto guadagnare quel tanto di che sfamare, con le rimesse mensili, la moglie e i figlioletti lontani.

Correva l’anno 1926, e da allora Aniello Scognamiglio era rimasto lontano da casa per ben ventisette anni. Era partito per cercare lavoro in una terra sconosciuta, nella quale mille pericoli insidiavano quotidianamente l’esistenza degli emigrati. E una volta infatti, tornato a casa con la paga in tasca dopo una dura giornata di lavoro nel Bronx, era stato aggredito da due delinquenti che lo avevano atteso per sottranili il denaro così faticosamente guadagnato. Eppure, nonostante tutto, egli aveva continuato a lavorare, spedendo regolarmente in Italia il guadagno mensile e riservando per sé l’indispensabile per vivere.
In effetti, la famiglia era rimasta sempre in cima ai suoi pensieri; e tale nostalgia era stata resa ancora più acuta da certe canzoni che il grande cuore di Napoli aveva dedicato ai suoi figli più sfortunati. Come restare insensibile, ad esempio, alle parole di Lacreme napulitane?

E ‘nce ne costa lacreme st’America
a nuie napulitane
nuie ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule
comm’è amare stu pane

E quando il cantante napoletano Mario Gioia aveva lanciato la Cartulina ‘e Napule al Teatro Werba di New York, nel 1927, non era forse andato ad applaudire quell’ambasciatore canoro della patria lontana?

M’è arrivata stammatina
na cartulina;
è na veduta ‘e Napule …

E così, pieno di nostalgia e di rimpianti, Aniello Scognamiglio aveva trascorso i suoi ventisette anni in terra americana. Era partito ancor giovane e faceva ritorno, ora, alla veneranda età di 66 anni. Con lui tornava un po’ anche la vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, del dixieland e del charleston, del proibizionismo e degli speakeasies, di Al Capone e di Dillinger, di Douglas Fairbanks e di Mary Pickford, di Charles Lindbergh e dello Spirit of St. Louis, di Sacco e Vanzetti e di Wall Street; in una parola, dei roaring Twenties.
Nel frattempo, quante cose erano cambiate! C’era stata, intanto, la seconda guerra mondiale, durante la quale egli era stato costretto a sospendere l’invio dei soldi in Italia; e, poi, i figli erano cresciuti e diventati adulti. Giuseppina (nata nel 1913) e Antonietta (del 1917) si erano sposate; Ciro (del 1914) aveva preso il suo posto nella vecchia casa di Douglass Street 87, a Brooklyn; Lucia (del 1920) e Rosa (del 1925) erano ancora nubili. Quanto alla moglie, Giulia, di due anni più giovane di lui, era anch’essa invecchiata, ma aveva conservato intatto nel cuore l’amore per il suo uomo, partito un giorno lontano in cerca di fortuna. La brava donna non lo aveva mai dimenticato e ai figli non aveva fatto altro che parlare del padre lontano, che adesso era finalmente tornato.
Eccolo ora mentre, seguito da una schiera di parenti e di curiosi, saliva le scale che lo avrebbero portato alla sua nuova casa. Nel vicolo, intanto, la notizia di quel ritorno si era sparsa in un baleno:

Vué, è turnate Aniello ‘o mericano!
Chi? ‘O marito ‘e Giulietta? Famme vedé!

Le persone di una certa età lo ricordavano ancora, mentre anche i più giovani si lasciarono attirare dalla curiosità di conoscere il nuovo venuto.
Visto da vicino, Aniello Scognamiglio era un uomo di media statura, aveva un aspetto mite e portava gli occhiali. Ma ciò che colpì maggiormente l’attenzione dei parenti e dei vicini era il colorito del volto, tipico della gente abituata a vivere all’aperto. Avrebbe poi spiegato la moglie che il marito, da giovane, aveva fatto il marinaio e che fin da allora il suo viso aveva assunto quel colorito rimasto inalterato anche a distanza di tanti anni.
L’arrivo dell’americano rivoluzionò un po’ la vita della ritrovata famiglia. La casa di Giulietta era sempre piena di gente desiderosa di conoscere notizie sull’America e sugli altri resinesi ri· masti in V.S.A. Non mancava nemmeno il compariello di turno, venuto a salutare il padrino dopo tanti anni di lontananza.

Le domande si sprecavano: esistevano ancora i pellirosse in America? Aveva mai visto i grattacieli? Aveva conosciuto Riccardo Oriani, il marito di Filomena? E Minico ‘e mazzitiello quando sarebbe tornato? Come stavano Ciro ‘e tracinella, ‘a Macchiulella e Capacciaro? Era più bella Nuovaiorche o Broccolino?
A tutti lo Scognamiglio rispondeva con garbo, senza mai mostrare cruccio o segni di impazienza. Più di uno, anzi, tornò a casa con una bottiglia di Ballantine o di blended whiskie.
L’inserimento dello Scognamiglio nella nuova realtà fu graduale e non privo di difficoltà. Invece di godersi il meritato riposo, avrebbe desiderato rendersi ancora utile alla famiglia, magari con qualche job, ma dovette accontentarsi di lunghe passeggiate, con il nipote quattordicenne, lungo le strade di quella Resina che ormai stentava a riconoscere.

Erano lunghe passeggiate, che si snodavano da Pugliano fino agli Scavi di Ercolano attraverso Via Quattro Novembre, una strada aperta qualche decennio prima e che in gergo era ancora chiamata ‘a ret’ ‘a strada nova. Nonno e nipote si incamminavano dunque per quella nuova strada, lunga larga e ai lati della quale si aprivano ampi spazi di verde e di terreno coltivato. Allora, infatti, non era ancora esploso il boom edilizio che, di lì a qualche anno, avrebbe seppellito il territorio del nostro Comune sotto imponenti ·colate di cemento. Si vedevano solo piccole case, ad uno o due piani, che venivano ad interrompere la continuità di quella verde distesa. Erano casette linde e civettuole che, seppure costruite senza pretese, rallegravano la vista. La primavera poi, illuminando uomini e cose con colori vivaci e brillanti, rendeva il paesaggio ancora più piacevole e suggestivo.

Il vecchio osservava contento il miracolo della natura .che risorgeva dopo il letargo dell’inverno, le prime gemme spuntate sugli alberi, i prçlti che sembravano tappeti ricamati da una mano amorosa e sapiente, il cielo azzurro e luminoso. Quella vita en plein air, dopo quasi trent’anni di smog newyorkese,gli faceva tanto bene al morale e al fisico. Quante memorie affollavano la sua mente! Camminava e raccontava al nipote alcuni di quegli episodi legati ai ricordi della sua vita sul mare, della prima guerra mondiale combattuta sul Carso, delle sue esperienze in terra d’America.

Non di rado, incontrava lungo il percorso qualche suo compagno di gioventù, di solito un vecchio lupo di mare, un pensionato come lui, con il quale si fermava a rievocare questo o quell’episodio dei bei tempi andati. Era allora un fitto intrecciarsi di domande e di risposte sul rispettivo stato di salute, çli notizie sui comuni compagni di gioventù, di felicitazioni per traguardi rag· giunti o di rimpianti per speranze svanite. Emergevano dalla con· versazione anche ricordi di pesca, di avventure di mare e di altri episodi magari banali, ma che avevano il pregio di riferirsi a una epoca favòlosa dell’esistenza, la gioventù: era insomma un bilancio, il consuntivo di tutta una vita.

Qualche volta nonno e nipote si spingevano fino al Granatello di Portici, un porticciuolo lindo e pittoresco che il primo conosceva bene per avervi trascorso tanta parte della sua attività giovanile. Lungo il percorso che conduceva al porto, i due passavano davanti alla Villa Comunale di quella graziosa cittadina, una villa spaziosa, ricca di alberi, di verde, sorvegliata e curata nei minimi particolari. Per associzione di idee, quella villa gli faceva ricor· dare, ogni volta, le parole di, una canzone che la radio trasmetteva proprio in quegli anni:

Mi ricordo, mi ricordo che bei tempi erano quelli vecchia villa comunale sei rimasta tale e quale

Erano le parole pronunciate da una persona che, tornata a casa dopo anni di assenza e rivedendo le persone e i luoghi cari alla sua infanzia, si lasciava trasportare dall’onda dei ricordi. Quelle parole si potevano riferire senz’altro anche al vecchio che, tornato in patria dopo trent’anni di esilio e rivedendo la villa dove aveva giocato e scorazzato da bambino, riassaporava i «pensieri soavi », le « speranze» e i « cori » di allora.

Arrivati al porto, i due s’incamminavano lungo il molo principale, al quale erano attraccate imbarcazioni di ogni genere: pescherecci, gozzi, paranze, navi di piccolo e medio tonnellaggio. Che fervore di vita in giro: qua c’erano dei pescatori che riparavano le loro reti a strascico; là dei marinai che effettuavano operazioni di carico e scarico dalle navi più grandi; più in là ancora delle persone che facevano ressa vicino ad un gozzo, appena giunto ne] porto, per l’acquisto della buona tartanella (un campionario di eccellente pesce di scarto).

Il vecchio osservava interessato: niente era cambiato rispetto a tanti anni prima. Le mamme portavano ancora i bimbi a spasso nel porto e i pescatori dilettanti, armati di canna e di lenza, erano ancora seduti come una volta sulle sponde della banchina.
Ad un’estremità del molo c’era una scalinata di pietra che conduceva ad una postazione elevata, dalla quale si poteva contemplare uno splendido panorama. Da una parte, sulla destra, la linea ferrata che correva proprio lungo il mare e quella stazione famosa in Italia e nel mondo per essere stata il terminale della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Dall’altra parte, la distesa del mare aperto, la linea dell’ultimo orizzonte: l’ex emigrante era stato là, oltre quella linea, e forse provava ancora un po’ di rimpianto e di nostalgia per quegli anni lontani.

COSÌ, nel ricordo di un’esistenza operosa, Aniello Scognamiglio visse gli ultimi anni. Intanto, tutto intorno a lui stava cambiando rapidamente: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers. In breve, la ripresa economica e civile di Resina si inserì in quella più generale del « miracolo economico italiano», che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.
saturniaIn questa nuova società dei consumi, sparirono per sempre usi e costumi, necessità e comportamenti di un tempo. Scomparve, fortunatamente, anche l’emigrazione: molti cominciarono ad osservare che la vera America si stava trapiantando qui da noi, in Italia, e che l’emigrante cencioso e disperato dell’oleografia tradizionale poteva considerarsi ormai una figura del passato.

Era sparita per sempre l’epoca  del Saturnia e del Vulcania, del Rex e del Conte Biancamano; sparite le traversate transoceaniche effettuate a tempo di record per la conquista del Nastro azzurro (come dimenticare il Queen Mary, l’United States e il nostro Rex che, nel 1933, aveva conquistato il prestigioso blue ribbon); e stava per sparire ora anche la nuova generazione degli Augustus, dell’Andrea Doria e del Cristoforo Colombo.
Era un mondo decisamente diverso da quello che il vecchio aveva conosciuto in passato. Perciò, quasi di soppiatto, l’antico emigrante preferì uscire dalla comune. Era il 9 aprile del 1966.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Processione del cristo risorto la sera di Pasqua ore 18
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Si rinnoverà la Sera di Pasqua alle ore 18:00 la solenne Processore del Cristo Risorto organizzata dai confratelli della Reale Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano,una tradizione antichissima che vede le due immagini venerate nell’oratoroo barrocco della congrega a sinistra della Basilica di Pugliano uscire in Solenne Processione la sera di Pasqua per le strade della città.

Le Solenni Celebrazioni avranno inizio la Mattina con la Messa Solenne alle ore 9:20 con la distribuzione dell’acqua Benedetta e nel pomeriggio alle ore 18:00 con l’incontro della Madre e il Risorto come tradizione nelle maggiori città cattoliche italiane per poi proseguire per le strade principali cittadine per rientrare in Piazza Pugliano alle 20:30 dove ci sarà la benedizione e uno spettacolo pirotecnico offerto dai dei devoti Ercolanesi.

Ricordiamo che la congrega sta celebrando in concomimanza col Giubileo straurdinario della Misericordia anche il suo terzo centenario di vita.In caso di condizioni avverse la solenne Processore verrà rinviata alla Domenica Successiva con gli stessi orari.

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Santa Caterina un culto antico di secoli ad Ercolano
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Interessata ai lavori ordinati da Ferdinando IV fu, come s’è detto, anche la nostra Resina. Fino all’inizio del XIX secolo, la via principale della città non era diritta come al presente, come si evince chiaramente dalla tav. 28 della Pianta del duca di Noja. Giunta da Napoli là dove è oggi la chiesetta di S. Giacomo, la strada s’immetteva in piazza Fontana (allora detta dei “Colli Mozzi”) e, scendendo Per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la chiesetta di S. Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina, si chiamava via della Fragolara e terminava davanti alla primitiva chiesa di S. Caterina, che aveva la facciata rivolta verso Napoli.

Almeno dal 1560 è attestata a Resina la presenza di una chiesa dedicata a S. uterina. Qui vediamo le fondamenta del nuovo tempio in un documento del 1822. La chiesa attuale sorge nel luogo detto « la Fontana» , quasi dirimpetto al demolito tempio e quindi al centro del paese.

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La strada fu dunque rettificata nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè nell’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di S. Caterina, progettata nel 1822  con la facciata rivolta al Vico di Mare.

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre più intenso. L’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1828, alle pagine 557 e 569, annota il passaggio di illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla villa Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto decennio francese. D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori della Corte non furono i soli a percorrere la bella strada larga e diritta, ma anche diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere si diedero ad intasare il corso in ogni ora del giorno.

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Ferdinando Scognamiglio immortala il pomodorino piennolo ovvero le lacrime di fuoco del Vesuvio
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Le foto di un nostro amico fotografo Ferdinando Scognamiglio e le sue meravigliose foto dedicate a questa meraviglia della natura che è il pomodorino del vesuvio c.d. “Piennolo”.

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” è uno dei prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. In realtà, in diversi territori della Campania, esistono raggruppamenti di ecotipi con bacche di piccola pezzatura, i cosiddetti “pomodorini”, che si distinguono tra loro per tipicità, rusticità e qualità organolettica. I più famosi da sempre sono però quelli tuttora diffusi sulle pendici del Vesuvio. Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” raggruppa vecchie cultivar e biotipi locali accomunati da caratteristiche morfologiche e qualitative più o meno simili, la cui selezione è stata curata nei decenni dagli stessi agricoltori. Le denominazioni di tali ecotipi sono quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, come “Fiaschella”, “Lampadina”, “Patanara”, “Principe Borghese” e “Re Umberto”, tradizionalmente coltivati da secoli nello stesso territorio di origine.

Le caratteristiche distintive, a livello tecnico-mercantile, del prodotto ammesso a tutela sono:
allo stato fresco: frutti di forma ovale o leggermente pruniforme con apice appuntito e frequente costolatura della parte peduncolare, buccia spessa di colore rosso vermiglio, pezzatura non superiore a 25 g, polpa di consistenza elevata e di colore rosso, sapore vivace intenso e dolce-acidulo;
conservato al piennolo: colore della buccia rosso scuro, polpa di buona consistenza di colore rosso, sapore intenso e vivace. I “piennoli” o “schiocche” presentano un peso, a fine conservazione, variabile tra 1 e 5 chilogrammi.

Agli effetti dell’azione di tutela si è riscontrato che l’aspetto peculiare di tipicità che accomuna i pomodorini vesuviani è l’antica pratica di conservazione “al piennolo”, cioè una caratteristica tecnica per legare fra di loro alcuni grappoli o “scocche” di pomodorini maturi, fino a formare un grande grappolo che viene poi sospeso in locali aerati, assicurando così l’ottimale conservazione del prezioso raccolto fino al termine dell’inverno. Nel corso dei mesi il pomodorino, pur perdendo il suo turgore, assume un sapore unico e delizioso, che soprattutto i napoletani apprezzano particolarmente per preparare sughi prelibati ed invitanti. E’ appunto il sistema di conservazione al “piennolo” che, favorendo una lenta maturazione, consente altresì una lunga conservazione, con la conseguente possibilità di consumare il prodotto “al naturale” fino alla primavera seguente.

Il Pomodorino del Vesuvio viene apprezzato sul mercato sia allo stato fresco, venduto appena raccolto sui mercati locali, che nella tipica forma conservata in appesa -“al piennolo”-, oppure anche come conserva in vetro, secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “a pacchetelle”, anch’essa contemplata nel disciplinare di produzione della DOP. Ordinariamente la raccolta viene effettuata recidendo i grappoli interi, quando su di essi sono presenti almeno il 70% di pomodorini rossi, mentre gli altri sono in fase di maturazione. Questa antica pratica consente di procrastinare il consumo delle bacche, integre e non trasformate, per tutto l’inverno successivo alla raccolta, fino a sette-otto mesi, utilizzando locali areati e senza il supporto delle moderne tecnologie di conservazione.

Le peculiarità del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” sono la elevata consistenza della buccia, la forza di attaccatura al peduncolo, l’alta concentrazione di zuccheri, acidi e altri solidi solubili che lo rendono un prodotto a lunga conservazione durante la quale nessuna delle sue qualità organolettiche subisce alterazioni. Tali peculiarità sono profondamente legate ai fattori pedoclimatici tipici dell’area geografica in cui il pomodorino è coltivato dove i suoli, di origine vulcanica, sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del complesso vulcanico Somma-Vesuvio.

In quest’ambiente di elezione, la qualità del pomodorino raggiunge punte di eccellenza. Proprio la ricchezza in acidi organici determina la vivacità o “acidulità” di gusto, che è il carattere distintivo del pomodorino del Vesuvio. Ciò, oltre a derivare da una peculiarità genetica, è indice di un metodo di coltivazione a basso impatto ambientale e con ridotto ricorso ad acque d’irrigazione, che rende tale coltura particolarmente adatta ad un’area protetta, quale quella del Parco Nazionale del Vesuvio.

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” per le sue qualità è un ingrediente fondamentale della cucina napoletana e campana in generale, ed ha una grande versatilità in cucina.

Accanto ai tradizionali spaghetti alle vongole e agli altri frutti di mare, gli chef locali si impegnano ad utilizzarlo in tanti altri piatti, tra cui una variante alla prelibata pizza napoletana.

Cenni storici

La coltivazione del Pomodorino del Piennolo sulle falde del Vesuvio ha senza dubbio radici antiche e ben documentate.

Per limitarci alle testimonianze storiche più illustri, notizie sul prodotto sono riportate dal Bruni, nel 1858, nel suo “Degli ortaggi e loro coltivazione presso la città di Napoli“, ove parla di pomodori a ciliegia, molto saporiti, che “si mantengono ottimi fino in primavera, purché legati in serti e sospesi alle soffitte”. Altra fonte letteraria attendibile è quella di Palmieri, che sull’Annuario della Reale Scuola Superiore d’Agricoltura in Portici (attuale Facoltà di Agraria), del 1885, parla della pratica nell’area vesuviana di conservare le bacche della varietà p’appennere in luoghi ombrati e ventilati.

Francesco De Rosa, altro professore della Scuola di Portici, su “Italia Orticola” del novembre 1902, precisava che la vecchia “cerasella” vesuviana era stata via via sostituita dal tipo “a fiaschetto”, più indicato per la conservazione al piennolo. Il De Rosa è anche il primo ricercatore che riporta in modo esaustivo l’intera tecnica di coltivazione dei pomodorini vesuviani, facendo intendere così che si stava sviluppando nell’area un’intera economia intorno a questo prodotto, dalla produzione delle piantine da seme alla vendita del prodotto conservato.

Anche il prof. Marzio Cozzolino, della Facoltà di Agraria di Portici, nel suo testo del 1916, concorda con le fonti precedenti, sia sulla descrizione varietale che sui metodi di produzione, dedicando intere parti del testo a descrivere minuziosamente la tecnica colturale e soprattutto fornendo dati, anche economici, che aiutano a capire la laboriosità e la complessità di questa tipologia di prodotto.

Area di produzione

L’area tipica di produzione e conservazione del pomodorino del piennolo coincide con l’intera estensione del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, includendo le sue pendici degradanti sino quasi al livello del mare.
In particolare, la zona di produzione e condizionamento prevista dal disciplinare del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” comprende:

  • l’intero territorio dei seguenti comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase,
  • la parte del territorio del comune di Nola delimitata perimetralmente: dalla strada provinciale Piazzola di Nola – Rione Trieste (per il tratto che va sotto il nome di “Costantinopoli”), dal “Lagno Rosario”, dal limite del comune di Ottaviano e dal limite del comune di Somma Vesuviana.

Dati economici e produttivi

La diffusione del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” nell’area vesuviana è piuttosto frammentata, per l’elevata parcellizzazione delle coltivazioni e per la distribuzione non uniforme lungo tutto il complesso montano del Somma-Vesuvio.

La superficie stimata è di circa 480 ettari (10% circa della Sau seminativi dell’area), con produzioni annuali di circa 4 mila tonnellate di prodotto fresco, e rese oscillanti fra i 60 e i 150 quintali per ettaro.
Il riconoscimento della DOP e il rinnovato interesse commerciale verso tale prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto tanto che tutte le produzioni, fresche e conservate, sono smaltite rapidamente e senza alcuna difficoltà soprattutto sul mercato locale, ma in alcuni casi anche presso la moderna distribuzione. L’offerta di pomodorini in conserva o in piennoli confezionati è ancora limitata. In ogni caso, anche senza un’adeguata politica di valorizzazione del prodotto, rimane alto il livello di qualità percepita dai consumatori e quindi elevata è la richiesta del prodotto stesso.

Ci si può attendere quindi un incremento delle coltivazioni e quindi delle produzioni, ma le difficili condizioni orografiche dell’area e le difficoltà strutturali delle aziende potrebbero ostacolare un pur auspicato sviluppo del comparto.

Al momento è difficile determinare un fatturato medio, stante il mercato molto diluito nel tempo (da luglio a maggio dell’anno successivo) che comporta un prezzo di vendita molto diverso del prodotto (da 1 ad oltre 5 euro al chilogrammo).

La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 1238 del 11.12.09 (pubblicato sulla GUCE del 17.12.09). La Scheda riepilogativa è stata pubblicata sulla GUCE C111 del 15 maggio 2009. L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni geografiche protette è avvenuta con provvedimento ministeriale del 18.12.09, pubblicato sulla GU n. 2 del 4.01.10, unitamente al Disciplinare di produzione.

Organismo di controllo

L’organismo di certificazione autorizzato è l’Is.Me.Cert. (Istituto Mediterraneo per la Certificazione dei prodotti e dei processi nel settore agroalimentare), Corso Meridionale, 6 80143 Napoli tel. 081.5636647 – fax: 081.5534019 (sito web: www.ismecert.it).

Consorzio di tutela

Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP – Piazza della Meridiana 47 – 80040 San Sebastiano al Vesuvio (NA) – tel. 0810606007

Fonte http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/piennolo.html

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Celebrazioni del terzo centenario della Reale Arciconfraternita della santissima trinità di Pugliano
arciconfraternita

Al via le celebrazioni delIII Centenario della fondazione dell’Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano fondata agli inizi del 1500 nell’Antica Resina si costituì nel 1716 in Arciconfraternita col Decreto del Re Ferdinando IV di Borbone e della Curia di Napoli.Sarà un Sabato 12 Dicembre 2015 Inagurazione della IV mostra presepiale e arte sacra allestirà all’oratorio della Congrega a cura dell’Associazione Centro D’Arte Ercolanese alle ore 18:00 con un concerto natalizio.

Domenica 13 Dicembre 2015 Solenne Celebrazione Eucaristica alle ore 9:20 presieduta da Padre Luigi Ortaglio Gran Cancelliere del Cardinale con la Benedizione dei presepi a cui parteciperanno le varie componenti associazioni e componenti della citta’.

Gli altri Appuntamenti saranno svillupati durante questo anno in felice coincidenza con l’Anno Santo della Misericordia voluto dal Santo Padre.

Un pò di storia

Le Origini

L’origine di questo sodalizio, come ente, è .da datarsi tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Nella S.Visita del card. Buoncompagno (1629) con riferimento all’oratorio della SS.Tririità, si legge “… visitò l’oratorio da poco eretto sotto le case della chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano … “. Dato che il luogo dove si raccoglievano i confratelli era molto angusto si pensò di costruire un oratorio più conveniente quello attualmente adibito a sagrestia.

L’antico Oratorio

E’ costruito a volta e misura  mt 18,30 e mt 6 di larghezza in stile barocco. Aveva un ricco altare su cui sovrasta una tela della S.S. Trinità con la Beata Vergine.  Questo quadro si trova ora sull’altare maggiore del nuovo oratorio. Ai lati dell’altare vi erano due nicchie in cui si conservavano la statua della Vergine Santa del Rosario e la statua di Gesu’ risorto.

Sul lato destro dell’altare si accede per mezzo di una scalinata composta di 18 scalini di piperno (pietrarsa) alla terra santa dove venivano seppelliti gli associati defunti.

Il nuovo oratorio

I lavori per la costruzione del nuovo oratorio iniziarono nel 1830 e probabilmente terminarono nel 1843. Costruito con lamia a botte, ornata con stucco, cassettoni, fregio e cornicioni intagliati e con capitelli compositi, termina con l’Arco Maggiore nel cui centro vi è un unico altare rivestito di marmo. La sua facciata è di stile rinascimentale ed è rivolta verso mezzogiorno. Nel timpano del frontone è raffigurata la SS Trinità. La navata misura 28 mt di lunghezza e mt 9 di larghezza, la volta è alta mt. 14, le linee architettoniche sono di stile neo-classico. E’ ben illuminata da 6 grandi finestroni laterali e un altro al centro della facciata.  Le sue pareti sono affrescate con sei grandi quadri raffiguranti scene bibliche del pittore Federico Aprea. Molto interessante il vasto sviluppo laterale degli stalli del doppio coro ligneo opera di ebanisti napoletani del tardo barocco cui spicca cui spicca il banco del governo.

A metà della navata sul lato destro è posto il pulpito che è un piccolo trionfo candido di stucchi e il baldacchino che termina con fiocchi e nappine opera del sacerdote Luigi Fiengo. Ai lati dell’Altare Maggiore si trovano due buone tele raffiguranti S.Pietro e S.Paolo.

Sul lato destro dell’altare maggiore sorge l’altarino dedicato aS.Odilone, Patrono dell’opera del Suffragio. L’autore del quadro è il pittore resinese Salvatore Cozzolino che figura tra i personaggi dipinti. A fianco all’altarino di S.Odilone vi è un piccolo monumento a ricordo dei soldati resinesi caduti nella guerra del 1915-18. Inoltre due edicolette-cornici contengono le immagini di Gesù Risorto e della Madonna del Rosario. Sulla porta di ingresso vi è un’ampia cantoria in muratura con magnifico parapetto di legno. Su questa cantoria è posizionato un antico organo positivo del settecento di scuola napoletana. Il prospetto di facciata è diviso da quattro pilastrini con capitelli e basi dorate e fiori rossi con foglioline sul fondo verde.

L’altare maggiore

L’Altare Maggiore è di marmo pregiato ed è fiancheggiato da due porte di marmo bianco sulle cui aperture sono posti due piccoli quadri: il Sacro Cuore di Gesù (a destra) e il Cuore Immacolato di Maria (a sinistra). Sul fondo dell’abside sorge l’artistico tempietto di stucoo con due colonne di marmo donate dal Re di Napoli, Ferdinando II. Nel tempietto è racchiusa la tela, opera di scuola napoletana del Settecento di cui si ignora l’autore che si trovava nell’antico oratorio; raffigura la Vergine Santa che regge una palma nella mano destra e il Bambino Gesù nella mano sinistra, la testa coronata da dodici stelle e i piedi che poggiano su una mezza luna. Sul capo della Vergine, appare l’Eterno Padre con le braccia aperte, tra essi si scorge un una piccola colomba bianca figura dello Spirito Santo. Il Bambino Gesù regge un piccolo globo terrestre di color verde e ha sul capo una stella.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Un ricordo dei riti e miti nei vicoli del centro storico di Ercolano
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Il centro storico di Resina prima ed Ercolano si concentrava essenzialmente nell’antica via Trentola, via dogana, Piazza fontana, vico mare ed i vari vicoli nelle traverse di corso Resina.

Si può affermare che non esiste Ercolanese le cui origini o non abbia almeno un discendente familiare che abbia abitato in questi luoghi.

Così descriveva lo scrittore Mario carotenuto, nel suo libro Da Resina ad Ercolano. Storia di una città (scritto nei primi anni ottanta) quei miti e quei riti che erano  l’essenza di quella umanità vissuta in quella realtà sociale :

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.

L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola nell’aureo secolo del Romanticismo.

I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di ‘a Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘o zelluso, Armando ‘o scartellato, Nicola ‘o surdo) o morali (Antonio ‘o buffone), dal mestiere (Pasquale ‘o scupatore, Enrico ‘o furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘o mericano, Bettina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva conoscere il cognome bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.

Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lecca lecca. Si aveva bisogno del falegname?

Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice (Ca capèra), il falegname (Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico (Co stagnino), lo stuccatore, il marmista (Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo (Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo (Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo (Co verdummaro) e perfino il becchino (Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case.

Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina  si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione.

Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità e della solidarietà. Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe di parvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.

E’ come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

Per molti non ci sono dubbi: al senso comunitario e alla solidarietà di un tempo è subentrato lo spirito maligno del «mors tua vita mea» o, per dirla alla napoletana, « chi more more echi campa campa ».

Queste amare riflessioni ci portano a delle considerazioni assai severe su questo tempo di belve e ad una nostalgia ancora più struggente del tempo che fu. Dove sono più la spensieratezza, la gioia di vivere, la poesia di una volta? Anche in mezzo alle più gravi vicissitudini rimaneva nei cuori la speranza di un domani migliore, come testimoniano le parole di una famosa canzone: « chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurddammece d’ ‘o passato ». E rimaneva soprattutto il senso di solidarietà verso tutti, e in particolar modo l’amore per i bambini.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Antonio Madonna e la storia dell’antico mercato ortofrutticolo di resina
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Nella foto in anteprima del presente articolo che ci viene dal passato della nostra Resina, è ripreso l’antico mercato ortofrutticolo che era situato nella struttura oggi occupata dal MAV. Nel primo periodo del ventennio fascista, in una generale revisione della zona della ex Dogana, fu deciso che la struttura, oramai insufficiente, venisse destinata ad altro scopo. Acquisita nelle disponibilità comunali, venne ristrutturata e modellata sullo stile architettonico dei vicini Scavi ercolanesi e adibita a sede del Podestà.

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mercato2I venditori di prodotti ortofrutticoli, privati del locale approvvigionamento, capeggiati dall’allora Presidente dei Commercianti, Antonio Madonna (foto), persona dal carattere forte, molto stimato in paese, pretesero ed ottennero altra struttura in loco. Lo stesso Don Antonio Madonna fece sì che il nuovo mercato non fosse troppo lontano dal precedente e proprio alla II^ trav. Mercato, venne individuato il posto.

Fu realizzata una struttura molto scarna ma funzionale, con un ampio spazio dove carri e carretti potevano agevolmente manovrare. All’entrata vi erano due caserini. Quello di destra registrava la merce in arrivo. In uscita quello a sinistra. In fondo al piazzale, sotto il porticato, vi erano altri altri piccoli caserini, ognuno occupato da un battitore che assegnava il venduto. Divenne uno dei mercati più accorsati della zona vesuviana.

Era notte fonda quando si veniva svegliati dai primi carri che arrivavano in zona. Le pesanti ruote forgiate avanzavano sonoramente sui basoli di pietra lavica. Ogni carro era distinguibile dall’altro per via dei diversi sonagli con i quali venivano addobbati gli animali da traino.

Morto il Madonna, nei primi anni ’50 del ‘900, il mercato si avviò lentamente verso una inesorabile chiusura. Durò per vent’anni ancora, ma ogni anno che passava entrava sempre meno merce. Nei primi anni ’70 venne definitivamente chiuso. Oggi, quello che probabilmente fu il mercato ortofrutticolo più prestigioso di Resina, è un parcheggio privato, la cui memoria resta ancora nei resinesi più anziani.

Questa storia ci è stata indicata da un iscritto al blog ovvero il sig. Raffaele Uccello.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento
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Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il sindaco Ciro Buonajuto ed il suo sogno di ercolano capitale della cultura
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Ercolano, la città che con passione e orgoglio governo dal giugno 2015 e che vivo e amo da sempre, è una città instancabile e piena di vita che lungo i secoli ha sempre saputo stupire. Sta per farlo di nuovo rinnovandosi, ancora una volta, per diventare una città sempre più creativa, innovativa, interconnessa e vitale.

Il 2016 sarà una celebrazione – lunga un anno intero – degli ercolanesi di ieri, di oggi e di domani, una comunità adattabile che nel suo complesso di relazioni coerenti ha conferito e continua a conferire significato a questo territorio con ripercussioni che vanno ben oltre i suoi confini. Ercolano è il luogo in cui possiamo costruire nuovi modelli di sviluppo e benessere sociale. La storia recente di Ercolano ci offre tutti gli ingredienti per credere in questo sogno, dalla straordinaria esperienza dei movimenti antiracket, agli Scavi archeologici divenuti una best practice mondiale.

Tutto questo è possibile proprio perché Ercolano vive le molte contraddizioni tipiche del nostro Paese ed, in particolar modo, del Sud, ma allo stesso tempo è un unicuum a livello italiano grazie al suo straordinario patrimonio culturale e ambientale, frutto di secoli di storia e storie: il Vesuvio e gli Scavi sono quelli più noti, riconosciuti come Patrimonio Mondiale dell’Unesco e MAB Biosphere.

Sul nostro piccolo ma denso territorio, tuttavia, ospitiamo anche eccezionali attrattori come il Museo Archeologico Virtuale, il Santuario della Madonna di Pugliano, il Mercato di Resina, il Miglio d’Oro con le Ville Vesuviane costruite dalla nobiltà borbonica. A questo si aggiunge un’altissima densità di facoltà universitarie e centri di ricerca nelle sue immediate vicinanze e produzioni agricole tipiche di eccellenza: dal pomodorino vesuviano del “Piennolo” al vino Lacryma Christi, alla floricultura. Tutto questo già oggi ci porta ad essere una meta conosciuta e visitata, dal mare al cratere del Vesuvio, da circa un milione di persone l’anno. Al di là di ciò, tuttavia, la nostra vera ricchezza è la Comunità, resiliente e creativa, che è stata capace di superare sia immani catastrofi che epoche di semplice inerzia istituzionale, rinascendo e reinventandosi più volte.

Negli ultimi anni, Ercolano ha vissuto un lento ma inesorabile risveglio della coscienza civile collettiva. In primis, grazie a quel nucleo di commercianti che ha detto il primo “no” allo strapotere della Camorra, creando un fronte unito e compatto con Istituzioni e Forze dell’Ordine nella lotta alla malavita organizzata. Poi i giovani, che dopo aver marciato contro la camorra, hanno dato vita ad esperienze associative e imprenditoriali che uniscono Legalità e creatività, coesione e attrattività turistica, ben rappresentate dall’esperienza di Radio Siani. Magistrati eccellenti e Forze dell’Ordine hanno permesso una drastica diminuzione dei reati e, con centinaia di arresti, hanno di fatto annullato il potere delle varie cosche camorristiche che operavano in città. Nel 2001, grazie ad un filantropo illuminato come David Packard e un ente di tutela pronto a mettersi in gioco e sperimentare, prende avvio l’Herculaneum Conservation Project (HCP) uno dei più interessanti e innovativi accordi pubblico-privato per la gestione del patrimonio archeologico italiano, che oggi affianca la Soprintendenza nell’attività di manutenzione e salvaguardia degli Scavi, di riqualificazione urbana e di coinvolgimento della comunità locale. L’HCP poi è stato un po’ il catalizzatore per la creazione dell’Associazione Herculaneum, che con il suo Centro ha creato un nuovo modello di collaborazione tra ente locale e ente di tutela, tra la comunità locale e la comunità internazionale, guadagnandosi elogi e interesse in tutto il Mediterraneo. Altre associazioni culturali e sociali sono fiorite in questo nuovo ambiente, attingendo l’energia e l’ottimismo di una cittadinanza giovane e attiva.

A testimoniare la centralità della Comunità Ercolanese, infatti, c’è la storia stessa di questa candidatura, che merita di essere raccontata. Il primo dossier di candidatura consegnato al MiBACT è stato pensato e redatto da un gruppo di ragazzi sotto i trent’anni, raccolti nel locale Forum dei Giovani e nella Pro Loco Herculaneum, che hanno capito la grande opportunità che il titolo di Capitale Italiana della Cultura può giocare per Ercolano in questo momento storico. Per farlo hanno subito coinvolto gli attori, pubblici e privati, profit e no profit, che sul territorio stanno lavorando quotidianamente per regalare alla nostra città un futuro sostenibile.

A Luca Coppola, che per primo ha proposto e assemblato il progetto di candidatura presentato al MiBACT nella primavera scorsa, va il grazie di tutta la cittadinanza, perché ci ha regalato questa opportunità e la possibilità di immaginarla oggi, con questo dossier e il con il processo partecipativo attivato per l’occasione, come una sfida che Ercolano gioca in nome di tutta la Regione Campania, il Meridione e l’Italia intera.

Il cuore della nostra proposta risiede, infatti, nel concetto di Democrazia Culturale, cioè nella possibilità per tutte le Ercolano del mondo di costruire un percorso di valorizzazione e promozione internazionale fondato sulla gestione condivisa e partecipata da parte di una Comunità dei suoi asset culturali e creativi, identitari e strategici. Per Ercolano questo significa diventare un laboratorio diffuso di co-creazione e sperimentazione che coinvolga l’intera cittadinanza e tutti coloro che sono interessati al generativo rapporto tra patrimonio culturale, patrimonio naturale archeologia, nuove tecnologie e sviluppo economico e sociale. Attorno a questa ambiziosa sfida si articoleranno XX linee di intervento prioritario, identificate in base al principio di magnitudo: si è deciso di concentrare l’opportunità di Ercolano Capitale Italiana della Cultura 2016 per valorizzare i punti di forza del territorio, ma anche per affrontare strategicamente le sue debolezze, comuni a tante città, soprattutto del Sud. L’opportunità di diventare Capitale Italiana della Cultura, quindi, assume per noi la dimensione di obiettivo simbolico e operativo, di stimolo creativo, di coraggiosa ambizione e di nuova consapevolezza per l’intero territorio, per poter fare ciò che ancora non si riesce a fare.

Lavoreremo per innovare la nostra offerta turistica e valorizzare l’artigianato, l’enogastronomia e l’agricoltura di qualità, per attrarre capitali e cervelli e diventare un incubatore diffuso di nuove imprese creative e culturali specializzate non soltanto nella valorizzazione del patrimonio culturale e naturale esistente, ma anche nella creazione di nuovi asset culturali per rappresentare il punto di incontro delle reti che quotidianamente lottano contro la criminalità organizzata, per sviluppare un progetto pilota multi-stakeholder con cui affrontare strutturalmente l’abbandono scolastico e la disoccupazione giovanile, per dar vita a azioni creative a sostegno e rilancio del tessuto economico del Centro Storico di Ercolano. E, soprattutto, lavoreremo tutti per rendere l’Amministrazione Comunale di Ercolano adeguata alle sfide del XXI secolo, attraverso il capacity building della sua struttura e della sua capacità di lavorare con altri, e la costruzione di una pianificazione strategica, partecipata e multi-stakeholder, per gli anni a venire.

Ercolano merita di diventare Capitale della Cultura Italiana, non tanto e solo per quello che ha e sta facendo, ma per quello che rimarrà sul suo territorio e nella sua comunità, come lascito fisico e culturale di lungo periodo, grazie all’innesco generato dalla vittoria del titolo. Cioè la dimostrazione che, anche in tempi di crisi, una comunità consapevole e coesa può dar vita a un modello di sviluppo sostenibile e equo grazie alla solidità del suo passato e alla forza esplosiva della sua creatività.

Ciro Buonajuto

sindaco ciro buonajuto

Informazioni autore sindaco ciro buonajuto

Sono nato a NAPOLI il 9 novembre 1977. La mia famiglia si è sempre impegnata in ambito politico per Resina e di Ercolano poi con i sindaci Ciro Buonajuto (mio nonno) ed Antonio Buonajuto (mio zio). Svolgo la professione di avvocato. In ambito politico sono membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico, e sono stato eletto Consigliere comunale a Ercolano nelle precedenti elezioni amministrative. Sono sposato con Carmela e papà di Angela e Renato. Sono sindaco di Ercolano da maggio 2015.

I parroci di santa maria a pugliano grandi uomini di fede al servizio del popolo
settembre 16, 2015
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Non sempre gli uomini hanno la diligenza e la pazienza di conservare i documenti per i posteri. È un’autentica fortuna, perciò, che la parrocchia di S. Maria a Pugliano conservi, quasi integra e in buone condizioni, la serie dei registri parrocchiali: segno evidente della diligenza e dello zelo dei vari parroci che in essa si sono alternati dalla metà del sec. XVI ad oggi.

Senza questi registri ben poco, o quasi niente, potremmo sapere dei nostri lontani concittadini, perché i registri comunali non ci permettono di risalire oltre la metà del secolo scorso.
Assieme ai registri parrocchiali bisogna poi ricordare i volumi contenenti gli Atti delle Visite Pastorali, che gli Arcivescovi di Napoli -dalla cui giurisdizione dipende ecclesiasticamente Ercolano lungo i secoli fecero alla parrocchia di Pugliano.
Da questa duplice serie di documenti si ricava questo «excursus» sui parroci di Pugliano.
Agli inizi del 1541 veniva nominato Arcivescovo di Napoli Francesco Carafa, secondogenito di Antonio, terzo conte di Ruvo, di Torre del Greco e dei Casali di Resina, Portici, Mariglianella e di Crisostoma d’Aquino.

Anche se raggiunse Napoli soltanto nell’aprile dell’anno seguente, il nuovo Arcivescovo non perse tempo: mentre si trovava ancora a Roma, infatti, diede disposizione al Vescovo di Capri, suo Vicario Generale, di indire la visita pastorale.
Secondo quanto ci fa sapere qualche storico, il Carafa raccomandò al suo Vicario Generale di badare soprattutto alla disciplina del clero e allo stato in cui si trovavano le varie chiese e cappelle della Diocesi.
Nel mese di settembre dell’anno 1542, il vescovo Leonardo De Magistri, quale delegato dell’Arcivescovo di Napoli, giunse nel Casale di Resina per la visita pastorale. Il Rettore della chiesa di Pugliano era allora don Sasso Oliviero, che era assente perché a Roma presso la Curia romana ed era rappresentato dal suo sostituto don Simone Scognamiglio.
Ed ecco l’elenco completo dei parroci di S. Maria a Pugliano dal Concilio di Trento in poi:

1) Nocerino Giovanni Battista (1565-1593)
2) Scognamiglio Marco (1593-1623)
3) Petrullo Lelio (1626-1633)
4) Scognamiglio Francesco (1633-1656)
5) Ascione Lucantonio (1656-1677)
6) Fiengo Francesco (1677-1684)
7) Imperato Rocco (1684-1727)
8) D’Auria Carmine (1727-1760)
9) Nocerino Giovanni Battista (1760-1795)
10) Nocerino Francesco (1795-1817)
11) Formisano Luca (1829-1863)
12) Rota Ciro'(1863-1899)
13) Cozzolino Gioacchino (1899-1943)
14) Matrone Giuseppe (1951-1996)

15) Franco Imperato (1996- in vigore).

Inoltre è da notare che:
-dal 1623 al 1626 fu vicario economo don Camillo Bossa;
-. fra la fine del 1633 e i primi mesi del 1634 resse la parrocchia in qualità di vicario economo don Francesco Scognamiglio; -dal 1817 al 1829 fu vicario economo don Michele Cozzolino; -dal 1863 al 1867 resse la parrocchia come vicario economo don Ciro Rota; – dal 1943 al 1949 fu vicario economo don Gioacchino Marino, dal 1949 al 1951 resse la parrocchia come vicario economo don Antonio Manzo.
Nel 1579 fu nominato Cappellano don Giovanni Battista Nocerino (che già dal 1565 troviamo presente nella chiesa di Pugliano come ci testimoniano i registri dell’Archivio parrocchiale) e confermato nel 1580 dal Vicario Generale. Erano i tempi dell’Arcivescovo Annibale di Capua, con il quale gli Estauritari di S. Maria a Pugliano ebbero a lottare per la nomina del parroco. Nel 1593 infatti, quell’Arcivescovo aveva bandito un regolare concorso senza tener conto del diritto vantato dagli Estauritari di nominare il «Cappellano» (ossia il parroco) della Estaurita. Questa disputa fu vinta dagli Estauritari che elessero il nuovo parroco, il’ sac. Marco Scognamiglio.
Nel 1596 il 25 di febbraio fu eletto il nuovo Card. di Napoli nella persona di Alfonso Gesualdo. Gli storici lo ricordano come un intelligente riordinatore delle strutture parrocchiali della diocesi; per il bene spirituale delle anime eresse nuove parrocchie e con fermezza richiamò i parroci all’obbligo della residenza.
Il 6 maggio 1599 il Cardinale venne a Resina per la Visita Pastorale.

A quel tempo, come si legge negli atti della Visita Pastorale, la parrocchia di Pugliano aveva già gli altari del Crocifisso, di S. Sebastiano, di S. Giovanni Battista, (eretto, quest’ultimo, a spese dei pescatori di Resina, che fecero eseguire anche il dipinto), e di S. Antonio di Padova.
In tale occasione l’Arcivescovo dovette ammirare i preziosi vasi ed arredi sacri custoditi nel «tesoro» (proprio così si legge nei documenti), ove, fra le altre cose, facevano bella mostra di sé le lampade di argento massiccio.
In tale occasione non tutto dovette andare liscio. Ce ne informa il biografo del Venerabile Carlo Carafa, P. Gisolfo, e vale la pena riferire le sue proprie parole:

«Nel Casale di Resina occorre un gran disturbo, e fu che i maestri della chiesa di S. Maria a Pugliano, la quale è di molta divozione e concorso di popolo, nella Visita che vi fece il Cardinale Gesualdo A rcivescovo di Napoli, dimostrarono resistenza in dare i conti della loro amministrazione e delle limosine, che abbondantamente vi concorrevano. Onde, dopo le dovute citazioni, furono scomunicati insieme con gli eletti sindaci e buona parte della terra per altre loro disubbidienze: e perché delle censure ecclesiastiche nulla curavano, e lontani dalla comunione dei fedeli ostinatamente vivevano, non volendo ricevere predicatori che a tal fine venissero, l’Arcivescovo con la sua solita pietà, dispiacendogli la loro ruina, pensò ridurli all’obbedienza col mezzo di Carlo, che in tutti quei luoghi era tenuto in concetto di santo per le missioni che vi faceva. Chiamato esso dunque a farvi una missione, lasciò subito la sua quiete, e se ne andò senza altro indugio a quel luogo dove fu con molta riverenza ed onore ricevuto:  tanto seppe rappresentargli al vivo lo stato miserabile della scomunica del quale non vi è vita peggiore e la ingiuria che faceva a Dio col non obbedire al loro pastore, che in poco tempo li ridusse tutti a penitenza, conducendoli all’Arcivescovado ad offrirsi a qualsivoglia castigo ed a sottomettersi agli ordini e comandamenti dell’Ordine>>.

Allo zelo del parroco Marco Scognamiglio è da ascriversi inoltre l’intensa pietà liturgica e la devozione alla Madonna, che durante questi anni fiorirono nella parrocchia di Pugliano.

Nel 1619 la chiesa parrocchiale aveva una cappella ed un altare dedicato alla Madonna di Ampellone dietro l’altare maggiore già c’era il coro e le celebrazioni liturgiche potevano così svolgersi con regolarità e solennità; il clero parrocchiale cantava la messa conventuale tutte le domeniche e giorni festivi, la messa di requie ogni lunedì e i vespri solenni in tutte le festività della vergine e degl’apostoli.

Morto nel 1623 d. Marco Scognamiglio, la parrocchia di pugliano restò vacante per ben tre anni : vicario economo fu d. Camillo Bossa.

Il nuovo parroco, nominato nel 1626, fu don Lelio Petrullo, che troviamo anche tra i partecipanti a tutti e tre i sinodi diocesani, indetti dal Card. Francesco Buoncompagni, Arcivescovo di Napoli, nel 1627,1628 e nel 1632.

Nel 1633, avendo il Petrullo, non sappiamo per quale motivo, rassegnate le dimissioni, la Curia di Napoli gli diede il successore nella persona di don Francesco Scognamiglio.

Tempi tristi ebbe a vedere costui. Si era nel periodo piu’ buio della dominazione spagnuola e l’Università (comune)  di Resina non navigava in acque tranquille: la popolazione esasperata dalla miseria ed oberata di tasse e balzelli imposti dal potere centrale o dal feudatario locale, non sapeva piu’ a chi raccomandarsi. La visita Pastorale del Card. Ascanio Filomarino, Arcivescovo di Napoli, fece alla parrocchia di pugliano il 7 novembre 1645, dovette svolgersi con il presentimento che qualcosa di brutto dovesse accadere.

E il brutto accadde nel luglio del 1647 con la nota rivolta di Masaniello che assieme alla città di Napoli coinvolse anche i casali.
Ma il peggio doveva ancora venire, e  fu la peste che nella metà del 1656 spopolò letteralmente il reame di Napoli. Un’idea palpitante di ciò che significò la peste cl Resina si ha sfogliando il libro dei defunti del 1656 della parrocchia di santa maria a pugliano.
Il  morbo dovette manifestarsi tra la fine di aprile ed i primi giorni di maggio e raggiunse le sue punte massime fra la seconda quindicina di giugno e la prima di luglio. A stento il parroco riusciva a segnare il nome e cognome dei defunti. Basti pensare che mentre nei tre anni precedenti l’indice di mortalità di Resina era stato di 20-22 morti all’anno, nei soli mesi di maggio, giugno e luglio del 1656 i morti furono più di 400. Sotto il solo giorno 25 giugno sono segnati 28 morti.

Fra le vittime della peste vi fu anche il parroco di Pugliano: morì il 9 luglio del 1656. In tale giorno cominciò a registrare i defunti il vicario economo don Lucantonio Ascione; primo ad essere segnato dalla mano di costui fu proprio don Francesco Scognamiglio.
Al parroco Ascione Lucantonio, che per diversi anni assieme .li sacerdoti Angelo Imperato e Domenico Focone era stato confessore della parrocchia di Pugliano, toccò il grave compito della ripresa dopo la spaventosa tragedia della peste.
Inunto nel 1667, morto il Filomarino, veniva nomtnato Arcivescovo di Napoli il Card. Innico Caracciolo.

Nel 1677 il Card. Caracciolo venne in visita Pastorale a Resina. Nella relazione stesa dal parroco ancora una volta si parla della Madonna di Ampellone. Non tutto il Cardinale dovette trovare in ordine durante la sua visita alla parrocchia di Pugliano; fra i rilievi mossi al parroco ci fu anche quello di stendere un inventario di tutto quanto si conserva nella sala del tesoro.

L’Arcivescovo poteva però rallegrarsi col parroco per la devozione alla madonna di Pugliano che in quegli anni si andava diffondendo specialmente tra la nobiltà napoletana.

E’ significativa a tale riguardo la notizia di un cronista dell’epoca che nel giorno di pasqua del 1670 annotava che <<dopo pranzo il signor Vicerè si portò alla devozione della Madonna di Pugliano con le compagnie delle cavallerie e delle lance. Arrivando al ponte trovò quello, come è solito, coperto di popoli infiniti e di dame in carrozze, concorrendovi ancora quasi tutta la nobiltà con tiri a sei.>>

Il Parroco don Lucantonio Ascione morì il 12 settembre 1677. Solo sette anni visse il successore don francesco Fiengo che morì il 2 ottobre 1684.

In quello stesso anno venne nominato parroco don Rocco Imperato, che durante il suo lungo ministero parrocchiale ebbe la fortuna di veder realizzato un sogno a lungo accarezzato dai Resinesi; nel 1699 alle Università feudali di Resina, Torre del Greco, Portici e Cremano venne concesso dal Sovrano il diritto di affrancarsi a proprio spese passando così al regio Demanio ( si tratta del cosìdetto Riscatto baronale).

Il primo dello stesso anno il parroco Imperato accoglieva solennemente il Card. Arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo, che venne a Resina per la visita pastorale.

Merito del parroco Imperato fu la missione che i padri cappuccini predicarono a resina del 1713. Trent’anni dopo se ne conserva ancora il ricordo e se ne potevano vedere le nove croci di legno che in tale occassione erano state collocate sul lato sinistro della piazza, per ravvivare nei fedeli la devozione alla passione del signore.

Il 26 settembre 1727 lo zelante parroco fu chiamato a ricevere il premio delle sue fatiche.

Parroco ugualmente zelante fu il successore don carmine d’auria. A quel tempo la parrocchia di Pugliano pur contanto poco piu’ di tremila anime (nel 1733 ne contava 3300) si estendeva su un territorio molto vasto, per tale motivo una cura particolare dedicò il D’Auria alle chiesette della periferia.
.Degno di ricordo quanto fece per la chiesetta del SS. Salvatore al Vesuvio ave, con la collaborazione del pio Frate Fortunato Lavita, introdusse la devozione a S. Gennaro. Qui ogni anno, con grande concorso di popolo, si celebrava, in onore del Santo .Patrono, una solenne festa il mercoledì dopo Pentecoste.
Merito del Parroco D’Auria fu pure la grandiosa missione, che nel 1742 mobilitò tutta Resina. Il popolo rispose generosamente alle attese del parroco, che non poco aveva dovuto lavorare per avere nella sua parrocchia i due preti più santi e zelanti della Diocesi di Napoli: S. Alfonso Maria de Liguori e il Venerabile Gennaro Maria Sarnelli.

L’anno dopo al parroco toccava ricevere per la visita pastorale l’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli, che, proveniente da Portici, giunse a Resina la mattina del lunedì 8 gennaio 1743. Nella chiesa di S. Maria della Consolazione dei Padri Agostiniani, ave fece una breve sosta, indossò i sacri paramenti; da qui partì poi il corteo che, composto da clero e autorità, accompagnò fino alla chiesa di Pugliano il Cardinale incedente sotto il pallio.

Piazza Pugliano dovette offrire un bel colpo d’occhio all’Arcivescovo: la chiesa si ergeva in fondo a un grande spiazzo circondato ai due lati da querce ed olivi; sulla sinistra si vedevano ancora le croci poste trent’anni prima. Sulla facciata, oltre al campanile, si stagliava un grande atrio coperto, sostenuto da quattro pilastri; fra un pilastro e un altro si ergevano due colonnine di pietra vesuviana per impedire l’ingresso nell’atrio ai calessi e alle carrozze che ogni anno accorrevano numerose nel primo venerdl di marzo e nel giorno di Pasqua. Alle porte della chiesa, il parroco diede a baciare il Crocifisso al Cardinale ed insieme a lui si portò all’altare maggiore per adorare il SS. Sacramento.

Nella sua relazione il parroco, tra le altre cose, metteva in risalto il risveglio religioso in atto, che egli attribuiva alla missione predicata l’anno precedente da S. Alfonso.
Nell’ultimo anno della sua vita il D’Auria, ormai vecchio e stanco, fu validamente collaborato dal sacerdote Andrea Cozzolino. Il 25 novembre 1760 si” addormentò nel sonno dei giusti. Gli successe don Giovanni Battista Nocerino, che fu parroco fino alla morte, avvenuta il 18 febbraio 1795.

Tempi duri si annunciavano per don Francesco Nocerino, che fu nominato parroco il 1795.

Quattro anni dopo, nel mese di gennaio, l’esercito francese entrava vittorioso in Napoli, ove veniva proclamata la Repubblica Partenopea. L’avvenimento ebbe immediate ripercussioni anche nei Casali. Il parroco di Pugliano fu sospeso dalle sue funzioni e la Curia fu costretta a nominare un vicario economo nella persona del sacerdote resinese Antonio Formisano.
Poco dopo, la soppresione degli Ordini Religiosi colpì anche i Padri Agostiniani di Resina, che furono sfrattati dai loro conventi e dalla loro bella chiesa, affidata, poi, ad un sacerdote del clero locale.
Quando finalmente dopo tanti lutti e tragedie, nel 1815 tornò la pace, il vecchio parroco era ormai stanco e ammalato. Due anni dopo, 18 luglio 1817, morì assistito dal coadiutore don Michele Cozzolino, che due giorni dopo veniva nominato vicario economo.

Si apriva per la Parrocchia di Pugliano una lunga vacanza.
Toccò pertanto al trentasettenne don Michele Cozzolino dare il benvenuto al Cardinale Luigi Ruffo Scilla, che la mattina del tre aprile del 1818, giunto in carrozza a Resina, dopo una breve sosta in piazza Fontana dei Colli Mozzi, a piedi si dirigeva alla chiesa di Pugliano.
Questa volta fu il vicario foraneo, che era il settantaduenne sacerdote don Antonio Formisano di Resina, a stendere la consueta relazione sullo stato della parrocchia.
Lo sviluppo demografico di Resina (dalle 3300 anime del 1733 si era ormai arrivati alla cifra di 8600), lo sviluppo agricolo che provocò il rapido popolamento della zona posta a nord della chiesa di Pugliano (per le esigenze spirituali di questi contadini, a spese del sig. Vito Cozzolino, fu costruita la chiesetta di S. Vito, che egli poi lasciò ai sacerdoti Benedetto, Andrea, Romualdo e Aniello Cozzolino suoi eredi), ed altri aspetti sociali e religiosi di Resina vennero puntualmente messi a fuoco nella relazione di don Formisano. Nel 1829, dopo ben 12 anni di sede vacante, venne nominato il nuovo parroco nella persona del sacerdote don Luca Formisano.
Dopo pochi anni, nel 1836-37, scoppia il colera a Napoli che miete circa 20.000 vittime. Fu per questo motivo, quindi, che la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Filippo Giudice Caracciolo del 21/11/1837 si svolse un po’ in tono minore. In compenso fu il parroco Formisano che accolse Pio IX nel 1849.

Il 2/2/1863 moriva don Luca Formisano e gli succedeva come vicario economo dal 1863 al 1867 don Ciro Rota  che sarà parroco fino al 1899. Fu proprio il parroco Rota che nel 1875 volle la solenne incoronazione della Madonna di Pugliano. Nel 1898 il vecchio parroco dovette assistere inerme ai moti popolari scoppiati a causa della pesante pressione fiscale e delle sperequazioni sociali presenti nel Regno d’Italia. Fu dichiarato lo stato d’assedio (a Milano il gen. Bava Beccaris prese il popolo a cannonate) e ben 34 resinesi furono condannati per i disordini (le sentenze furono emesse nel luglio 1898). Il 9/1/1899 moriva don Ciro Rota.

gioacchinocozzolinoGli successe Mons. Gioacchino Cozzolino.

Gioacchino Cozzolino nacque a Resina 1’11/5/1868 in Contrada Novelle Patacche. Fu scelto come parroco di Pugliano il 12/7/1899. Il possesso canonico fu celebrato il 21 dicembre 1899.
Il nuovo parroco svolse per quasi mezzo secolo un ruolo di primo piano nella storia di Resina, organizzando e promuovendo istituzioni religiose e filantropiche e partecipando attivamente agli avvenimenti tristi e lieti del suo tempo in qualità di protagonista e di autorevole testimone.

IstituÌ in primo luogo la Lega Cattolica degli operai intitolata a S. Maria a Pugliano.
Ereditò il legato Dell’Aquila Visconti, disposto per testamento dal Cav. Leopoldo; contribuÌ alla erezione dell’Ente Morale dell’Orfanatrofio intestato a Gemma dell’Aquila figlia di Leopoldo, e ne fece eleggere direttrice a vita Suor Ernesta De Gregorio.
Nel 1905 benedisse il nuove cimitero comunale in via Fosso Grande.

Durante la terribile eruzione del vesuvio verificatasi nel durante la settimana santa del 1906, portò in processione sino ai confini del paese il simulacro della Madonna di Pugliano. Durante quelle drammatiche giornate il 9 aprile incontrò il Re Vittorio Emanuele III venuto a portare conforto alla popolazione vesuviana.

Nèi terribili giorni dell’alluvione del settembre del 1911 , si prodigò con b sua presenza e con i suoi interventi a bI/ore del suo popolo; chiese, ottenne e distrubuÌ i primi soccorsi concessi dalle autorità, assistito dal sacerdote medico don Luigi Noviello.

Fondò e diresse per quasi vent’anni il bollettino parrocchiale di S.Maria a Pugliano (il primo numero uscÌ il 15 dicembre 1923).

Progettò il restauro della chiesa, in vista del cinquantenario della Incoronazione che si sarebbe celebrato nel 1925.
Il 26 gennaio del 1926 fu eletto vicario foraneo di Resina dal Card. Alessio Ascalesi. Lo stesso Cardinale, con decreto del 18 novembre 1928 elevò alla dignità di chiesa Arcipresbiterale la Basilica di S. Maria a Pugliano ed insignì il parroco Gioacchino Cozzolino del titolo di Arciprete  con tutti i diritti, onori e prerogative che provengono da tale dignità, in tutto il distretto di Resina.

Il 17 dicembre 1929, fu ricevuto dal Papa Pio XI, al quale fu presentato dal Cardinale Ascalesi come «parroco del Vesuvio ».
Su proposta del Card. Ascalesi fu nominato Protonotaio Apostolico, «ad instar partecipantium », dal Sommo Pontefice Pio XI.
MorÌ la notte del 7 gennaio 1943. Per volontà del popolo la salma di Mons. Gioacchino Cozzolino fu tumubta in chiesa nella cappella di S. Anna.

Alla morte del parroco Cozzolino, seguirono circa nove anni di interregno durante i quali si susseguirono due vicari economi.
n primo Vicario Economo fu don Gioacchino Marino, un profondo conoscitore della storia di Ercolano e del Santuario di Pugliano in particolare; di lui conserviamo nel nostro archivio parrocchiale il suo importante manoscritto sulla storia del Santuario di S. Maria a Pugliano.
Il secondo Vicario Economo è stato don Antonio Manzo, attuale vice parroco di S. Maria a Pugliano.

MatroneFinalmente, il 23 settembre 1951 fu nominato l’attuale parroco di Pugliano: don Giuseppe Matrone.
Parroco zelante, pio e di ampie vedute, don Giuseppe Matrone è nato ad Ercolano l’11/5/1915. Ordinato sacerdote il 30/5/1942 si laureò in lettere classiche il 26/7/1949.
Su proposta del Card. Corrado Ursi il parroco Matrone è stato nominato dal Papa «Cappellano d’Onore». Nella sua inesauribile vitalità governa la parrocchia di Pugliano da oltre 30 anni con la freschezza e la gioia di sempre.
Fra le sue opere parrocchiali spicca la ristrutturazione dei locali della cosiddetta «terrasanta », con la costruzione al piano terra di sei belle e spaziose aule e, al piano superiore, uno splendido e ampio salone.

Infine, Mons. Giuseppe Matrone è stato il parroco che ha promosso i grandiosi festeggiamenti in occasione del centenario dell’incoronazione della Madonna di Pugliano nel 1975.

Succede nel 1996 a Don giuseppe Matrone il nuovo Parroco don Franco Imperato nato ad ercolano il 20.04.1946, ordinato sacerdote il 28.06.1970. Don Franco Imperato già Vicario parrocchiale di S. Caterina V.M. Ercolano (1970-1980); Parroco di S. Maria di Loreto in Ercolano (1980-1984); Parroco di S. Caterina in Ercolano (1984-1996); Professore di Religione nelle scuole medie (1972-1988); Educatore in Seminario; Decano di Ercolano .

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

La Madonna di Ampellone la sua storia secolare
settembre 15, 2015
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Era una immagine bizantina della Madonna, venerata fin dai tempi più antichi; essa venne trafugata da mani ignote il 12 ottobre 1980.
La Madonna di Ampellone (fig. 4) era anche detta Madonna Antiqua per distinguerla dal simulacro in legno della Madonna delle Grazie che dal 1300 in poi troneggia sull’altare maggiore della Basilica.
Il titolo Madonna di Ampellone risale certamente al tempo in cui a Napoli (e nei dintorni di Napoli) si parlava la lingua greca e cioè nel periodo bizantino; dal VI secolo in poi Napoli era un Ducato che, attraverso l’Esarca di Ravenna, dipendeva dall’Imperatore d’Oriente.

Madonna di MPELLONEMa la più antica testimonianza che abbiamo del titolo Madonna di Ampellone, risale alla Santa Visita del 1423, ma è certo che detto titolo è assai più antico di quell’epoca. Ampellone è. parola evidentemente greca. Ampelon è un nome comune di genere maschile e significa «vigna»; il genitivo tou ampelonos significa della vigna. Il titolo, dunque, di Madonna di Ampellone può agevolmente significare Madonna della Vigna.
Questa spiegazione è quella che più soddisfa e per chiarezza etimologica e per ragioni ambientali e storiche. Infatti le pendici del Vesuvio sono state sempre famose, sin dall’antichità classica, per le belle vigne e per i prelibati vini. A sostegno di ciò ci sono due testimonianze storiche:

1) sappiamo con certezza che nei secoli IX-XI esistevano molte vigne sulle pendici del Vesuvio: lo ricaviamo da un grande numero di documenti di quel tempo raccolti nei Regii Neapolitani Monumenta e nei Regesta del Capasso;
2) inoltre, nella Santa Visita del 1578, ai tempi del Card. Burali D’Arezzo, dai conti riportati in quella occasione, sappiamo che le entrate annuali di S. Maria a Pugliano si aggiravano, in quel tempo, sui 590 ducati! Ebbene, di essi oltre 370 si ricavavano dal vino che i fedeli donavano per devozione alla Madonna o dal vino che si produceva nei campi di proprietà della chiesa. .
Ritornando alla immagine della Madonna di Ampellone, sappiamo che essa era dipinta su tela e incollata su una tavola; era stimata del IX secolo. Essa si trovava addossata a una parete della cappella di S. Maria Maddalena; un tempo le era dedicato un culto particolare come si rileva dalle Visite Pastorali degli Arcivescovi di Napoli.
Nella Santa Visita del Card. Decio Carafa, del 1619, così si legge: «Altare S. Mariae de Ampellone. Fuit etiam visitatum altare cum imagine B. Mariae nuncupata d’Ampellone, quod altare est situm a parte dextra intra arcum altaris majoris in quo est infrascripta descriptio» (segue la citazione della scritta della lapide sottostante il quadro della Madonna di Ampellone).
Nella Santa Visita del Card. Francesco Buoncompagno, del 1629, lo stesso altare si chiama: «ALTARE SANCTAE MARIAE ANTIQUAE SEU DE CAMPELLONE».

Nella Santa Visita del Card. Innico Caracciolo, del 1677, troviamo, per la prima volta, una menzione in lingua volgare dell’antichissima immagine e della cappella e dell’altare ad essa dedicati: «Dall’istessa parte (a destra dell’altare maggiore) vi è la cappella con l’altare con un quadro della Vergine Santissima ed il Figliuolo in braccio chiamata S. Maria Vecchia, cioè «Madonna Antica».
Tuttavia, fin dal secolo scorso, alcuni studiosi cominciarono a sostenere che quella tela non poteva dirsi la primitiva immagine della Vergine di Pugliano, la quale doveva essere una immagine ancora più antica, forse un dipinto murale o un affresco o mosaico che decorava l’antica abside della Basilica.
Nell’opuscolo su S. Maria a Pugliano scritto da Mons. Galante leggiamo: «Sappiamo pure di altre immagini della Vergine di Pugliano, ma non possiamo notare se abbiano relazioni con quella di Resina, e se il culto di Resina sia passato altrove. Nella chiesetta del Salvatore agli Orefici a Napoli si venera una immagine della Vergine, dipinta sopra tavola di stile bizantino col titolo di A1ater Dei o la Vergine di Pugliano, incoronata il 14 agosto del 1803. Narrasi che questa immagine fosse primariamente nella chiesa di Pugliano, a Resina, donde prodigiosamente venisse in quella del Salvatore cl Napoli ».
Nella Santi Visita del Card. Sisto Riario Sforza è confermata questa notizia.
In passato si credeva che la Madonna di Ampel1one, custodita a Pugliano, fosse dipinta su tavola di legno. Ma d,a un sondaggio fatto nel 1975 s’era ricavato che l’immagine della Madonna di Ampellone era dipinta su tela incollata alla tavola. Questo fatto ha indotto più di uno studioso a chiedersi se il quadro della Madonna, che si conserva a Napoli, non sia in effetti l’originale della Madonna cosiddetta Antiqua o di Ampellone.

Molti particolari, però, ci portano a pensare che la vera Madonna di Ampellone era quella che è stata rubata.
Infatti, anche se i bizantini non erano soliti dipingere su tela incollata su legno, ciò non significa che ignoravano questo procedimento. Anche se rare, si conservano immagini bizantine dipinte su tela e incollate su tavola di legno.
Inoltre, sul secondo quadro a sinistra nel Coro, è raffigurata la celebrazione della messa all’altare della Madonna di Ampellone (questo quadro è del 1728). Possiamp dire ciò in quanto la Madonna raffigurata sull’altare somiglia all’originale rubato della Madonna di Ampellone.
Infine, ci piace chiudere riportando questa nota tratta dal bollettino di S. Maria a Pugliano del 15 aprile 1924:

« Addì 17 novembre fecero visita al nostro Santuario due Eminenti prelati di Santa Romana Chiesa: l’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Toledo e l’Eccellentissimo Arcivescovo di Madrid. Durante la visita, il quadro della Madonna di Ampellone destò l’ammirazione degli illustri visitatori, i quali, per meglio osservarne le finezze dell’arte, ordinarono che fosse sceso dal suo posto e così, da vicino, ne esaminarono le linee ed i profili e, nella loro alta competenza in materia di arte, ne riconobbero il pregio e la rarità».

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

La bomba di Nagasaki spaventò i resinesi in attesa dell’apocalisse a piazza pugliano
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Questo aneddoto personale ci è stato raccontato piu’ volte dal cav. Luigi Cozzolino, classe 1933 resinese doc di via pugliano nonchè grande divulgatore di storie resinesi, che ha vissuto quell’evento personalmente.

Il fatto avvenne pochi giorni dopo la prima bomba di Hiroshima.

Da premettere che nell’italia meridionale occupata dall’esercito alleato le notizie arrivano in forma frammentaria e distorte. Non si era capito bene l’impressione sulle masse di un evento mediatico su scala mondiale quale poteva essere il lancio della bomba atomica.

Poche ore dopo il lancio della seconda bomba su Nagasaky, non si sa come ma si diffusa la notizia che la seconda bomba avrebbe scatenato una reazione a catena, come in un domino nucleare, dove gli effetti catastrofici sarebbero stati la fine del mondo e della vita sulla terra.

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La notizia si diffuse con un tam tam nella popolazione con grande agitazione, ed ad una certa ora buona parte della folla impaurita si addensò nella piazza di pugliano come in attesa dell’apocalisse che ovviamente non ci fu’.

Oramai la cittadinanza ne aveva passate così tante che quella poteva essere una forma di liberazione da un destino subito loro malgrado fatto di eventi molto piu’ grandi di loro.

“la spada della giustizia talvota colpisce gli innocenti, ma la spada della storia colpisce sempre i deboli” (kemal Ataturk, padre della turchia moderna)

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Villeggiatura d’elite a Resina ai bagni Favorita e Risorgimento
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Dobbiamo a questo zelante giornalista una serie di notizie sui principali avvenimenti artistici e mondani svolti si al1′ ombra del Vesuvio nel periodo
compreso tra le due guerre mondiali.

giovannibonicaBasti per sottolineare il fatto che quella di Resina era una villeggiatura d’élite, come si ricava da quest’ altro bell’articolo di Giovanni Bonica (Abile disegnatore e pittore, ma soprattutto noto per essere stato corrispondente per molti anni di quotidiani e periodici, scrisse, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, una lunga serie di articoli su Resina e la zona vesuviana).

Anche la nostra Resina, naturalmente, saliva spesso alla ribalta della cronaca:

«Resina, l’operosa cittadina che si adagia dolcemente sulle pendici del Vesuvio fino al mare, è la meta preferita dai villeggianti, che qui affluiscono da ogni parte, attratti dalla salubrità dell’ aria ricca di ossigeno
e dal nostro mare profumato di alghe [… ].
Ma, oltre alle bellezze naturali, va aggiunta l’importanza che le viene dalla ripresa degli scavi di Ercolano, dove ogni giorno affluiscono personalità scientifiche italiane e straniere.
Eppure Resina – che è uno dei centri più importanti della Provincia, dichiarata da sommi clinici stazione climatica per eccellenza, con una spiaggia cristallina, con giardini sulla costa, con la montagna cui si ascende dolcemente con la Ferrovia Funicolare Vesuviana e per le strade pavimentate ed illuminate elettricamente, con il gran centro di villeggiatura al Miglio d’oro, con tranvia, con ferrovia e autostrada – attende ancora che sia dichiarata luogo di soggiorno e di turismo.

La graziosa cittadina, tutta protesa nel suo poderoso sforzo di rinnovamento, mercé l’aiuto del Regime, rivivrà alla luce del suo passate la gloria dei suoi insigni monumenti. E con lo sviluppo degli scavi di Ercolano, buona parte dell’abitato verso il mare dovrà cedere il posto alla città-madre che rinasce [… ].

La villeggiatura da Pugliano al “Miglio cl’ oro” è al completo. La stagione balneare col caldo soffocante non accenna ancora a finire. La spiaggia è sempre popolata di bagnanti. Ancora tritoni e sirene sulla rena vellutata tessono i loro idilli. Ancora le belle figurine scultoree abbronzate dal sole sorridono sullo sfondo meraviglioso del nostro mare, mentre sciami di bimbi allietano con le loro birichinate le rotonde degli stabilimenti.

Fra l’eletta colonia villeggiante, cerco di ricorclare qualche nome:
Principe Giovanni Caracciolo di Santobuono e famiglia, conte Carlo Nardone e famiglia, barone Giuseppe De Meis e famiglia, baronessa Giorgina Nasta, conte Carlo de la Ville e famiglia, generale Diego Amenduni e famiglia, conte Gaetano Grassi di Pianura, marchese Francesco Russo e signora, conte Paolo Piscicelli e famiglia.
marchesa Agata Maffei e famiglia, ono prof. Filippo Longo e famiglia, on. Augusto De Martino e famiglia, avv. Demetrio Strigari e famiglia, dott. prof. Antonio Reale e famiglia, avv. Mario Sbordone e famiglia.
avv. Carlo Semmola, comm. avv. Vincenzo Rossano e famiglia, avv. Edmondo Della Noce e famiglia, [… ] avv. Eugenio Giliberti e famiglia, avv. gr. uff. Antonio Iodice e famiglia, signore Carolina Caramiello e famiglia, avv. Giuseppe Piegari e famiglia, avv. marchese Alfonso De Bisogno e famiglia, prof. dott. Leopoldo Cua, avv. comm. Matteo Galdi e famiglia, ing. Correale e famiglia, cav. Antonio Ausiello e famiglia, cav. Vincenzo Serpone e famiglia, comm. Onorato Battista e famiglia, ecc. ecc.»

A integrazione di quanto sopra, piace riportare qualche dato su alcuni dei personaggi citati.
Il barone Giuseppe De Meis era proprietario dell’ omonima cappella sita nella parte alta di Resina .
Il conte Carlo de la Ville aveva legato il suo nome a un altro oratorio, sito invece nella parte bassa del territorio comunale.
Il generale Diego Amenduni, residente con la consorte in via Pini d’ Arena n. 11, fu il primo podestà di Portici.

«Il punto più bello e suggestivo della spiaggia vesuviana è quello della “Favorita“. Questo angolo di paradiso sconosciuto, che ha per sfondo l’incantevole panorama del golfo di Napoli, con l’isola di Capri, è reso ancora più meraviglioso pel bosco secolare, che dalla spiaggia sale lentamente verso la maestosa antica reggia della “Favorita”.
E mentre lo sguardo ammira estasiato la bellezza che la natura profuse qui a piene mani, la fantasia si smarrisce per tornare al passato, quando questo boschetto baciato dal mare, insieme alla reggia, faceva parte dei “Reali siti di Napoli” sotto la denominazione borbonica.
E la nostra fantasia rivede i sontuosi balli dati da Ferdinando I, da D. Leopoldo, principe di Salerno, da Gioacchino Murat e da Ferdinando II [… ].
Ed è bella questa spiaggia perché è incastrata fra gli scogli nerastri formati dalle colate laviche delle antiche eruzioni vesuviane. E gli stabilimenti,
le cabine, gli ombrelli e le tende sono allineati fra questi scogli al riparo delle onde del mare. L’amenità di questo posto ha richiamato e richiama ogni anno tutti i villeggianti di Pugliano, di Resina e del Miglio d’oro. Tutti vengono qui per godere il riposo ristoratore della spiaggia, e ognuno trova la tranquillità del luogo e la salubrità del clima.
Volgendo lo sguardo intorno, insieme alla bellezza panoramica, si contempla tutto il fervore di vita e di giovinezza spensierata che si svolge su questa arena infuocata. Ed a centinaia fra gruppi e gruppetti sparsi qua e là si intrecciano i jlirts (… ]. Più oltre non mancano i calciatori con il pallone che, dove cade, porta lo scompiglio. Ed ancora gruppetti di bimbi che si muovono senza tregua, che si riconcorrono, saltellano, s’immergono nell’acqua facendola spruzzare intorno con grande disperazione delle mamme. Altri con dorsi nudi, abbronzati, con paletti e vanghe s’affaticano a scavar buche nella sabbia e a costruire castelletti. Di tanto in tanto un’ ondata porta via ciò che pazientemente hanno costruito, ed ancora strilli e pianti.

Ho potuto avere il piacere di incontrare uno dei maggiori esponenti della colonia villeggiante: il distintissimo avv. Demetrio Strigari, insieme al brillante fotografo di spiaggia Amedeo Petrilli. Ambedue mi hanno promesso fotografie e notizie. Ma ci spero poco: con tanta distrazione, se si dimenticano, hanno ben ragione.

Al bagno “Risorgimento” Qui si balla.
Entrando, sono ricevuto immediatamente su una grande terrazza a mare (la cosiddetta “Rotonda”, che poi è quadrata), dove al suono di una graziosa orchestra, oltre cinquanta coppie si affannano a sudare in un giro vorticoso di fox.

Ai lati di questa terrazza vi sono le entrate alle cabine da bagno.

Un altro bagno molto voga in quei tempi era l’Antico Bagno Favorita già attivo dal 1887 che raccoglieva tutta l’aristocrazia e l’alta borghesia che a quel tempo facevano la villeggiatura a Pugliano e sul miglio d’oro.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Villa favorita il suo parco e la regina Margherita che si ferma a resina
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Tra le «soste nella memoria» (come dal titolo di un altro lavoro della Tortora De Falco), una riguardava in particolare la villa Favorita della nostra Resina, meta un tempo della migliore società napoletana:

«Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Il principe Caracciolo di Santobuono (già patron del Teatro Fiorentini e del Festival di Piedigrotta),  invecchiò per cui l’attività teatrale che si era tenuta in villa andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Stemma della famiglia Anatra

Stemma della famiglia Anatra

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.
Il ricco comm. Anatra, per essere più precisi, la consorte di lui donna Maria, anch’ella nata da genitori italiani, ma in Turchia, a Costantinopoli – creò, dalle costruzioni ad un piano, una deliziosa dimora estiva. Così pure i due casotti a mare divennero due chalets per soggiornarvi durante la cura dei bagni.

Ricordiamo ancora i «ramages» della tappezzeria impermeabile venuta da Parigi, che ricopriva le pareti interne degli chalets affinché la salsedine di cui erano impregnate non trapelasse. Donna Maria, dunque, era una donna di gran gusto, di una originalità raffinata, mai grossolana. Ci fermeremo soltanto a sottolineare qualche particolare del salone sito al pianterreno della costruzione per rilevare alcune delle originalità dettate dalla fantasia di una donna singolare alla quale noi ragazzi avevamo affibbiato un nomignolo. La chiamavamo «terraferma» per la sua curiosa maniera di pronunziare la parola terraferma.
Nel suo italiano esotico, annullava le doppie consonanti e così terraferma era diventata «teraferma».

Le pareti del salone avevano un bordo alto da terra 60 centimetri, composto da cocci di piatti, schegge di bicchieri e bottiglie colorate (di verde, bianco, giallo e blu) infisse trasversalmente nel cemento sì da formare un rilievo rustico di un effetto veramente unico. Più avanti nel tempo, ci è occorso di trovare in altri arredamenti fregi che arieggiavano quello che abbiamo cercato di descrivere, ma nessuno di essi reggeva al paragone. Forse per la disposizione delle schegge, per i colori, per la dimensione.

In alto, sul plafond, era riportato un antico pizzo di Bruxelles, che un artista del tempo aveva minuziosamente riprodotto.
Le vetrate che si aprivano nel bosco erano giallo-oro, per cui quando il sole occiduo, attraverso i rami delle annose piante, illuminava quei vetri, il salone era invaso da un mare di luce color topazio che sprigionava effetti indimenticabili.

Ercolano - Villa Favorita

Il bosco proseguiva denso verso il mare. Lo arrestava un piccolo tunnel formato da un ponte, sul quale passava la strada ferrata. Dopo il breve tunnel s’apriva uno spiazzo largo, lievemente ovoidale fiancheggiato a destra e a manca da due ampie scalee di piètra anch’ esse lievemente ovoidali come i muri che da un lato le riparavano. Codeste scalee portavano all’ingresso di due palazzine che erano congiunte fra loro da un unico terrazzo più lungo che largo, fiorito di aiuole. Un massiccio cancello divideva il terrazzo dalla strada ferrata, oltre la quale s’infittiva il bosco. Cioè a dire che il treno era in casa. La linea ferroviaria che vi transitava era quella della Calabria, che anche allora comportava un traffico ininterrotto ed intenso.

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Ma se la cosa costituiva un grande fastidio per i grandi (ora ben lo comprendiamo), era, per noi e per i nostri giovani amici, la ragione prima del nostro gaudio.

reginaMargheritaE poi c’era il mare tutto nostro che rendeva le giornate sature d’interesse per noi e per i piccoli amici che passavano con noi gran parte della giornata, ansiosi di godere anch’ essi di quel terrazzo di sogno dove i lunghi convogli dei treni merci ci tenevano inchiodati davanti alle sbarre del cancello. Andavano a passo d’uomo quei treni particolari, pareva che si dovessero fermare all’improvviso e noi lì ritti, attoniti, in attesa. A volte il miracolo avveniva ed era la felicità. I rapidi invece procedevano di corsa sferragliando, assordanti, mentre dai finestrini salutava festosa [… ].
Regnava ancora Umberto I [… ] La regina Margherita doveva recarsi in Calabria in visita ufficiale. Il treno reale non poteva passare che di là, cioè davanti al terrazzo dei casotti Anatra.

Ed ecco che donna Maria [… ] ordinò al giardiniere di coprire tutto il terrazzo di margherite e di disegnare nell’ aiuola centrale, sempre con margherite, la scritta «Viva Margherita». Poi, mobilitando le sue grandi aderenze in campo politico e aristocratico, ottenne che il treno reale sostasse per qualche minuto davanti ai casotti, affinché fosse possibile offrire alla regina una gerla piena di margherite. La sovrana gradì l’omaggio e fece poi avere a D. Maria un prezioso spillo con lo stemma reale. Dopo vent’anni, «teraferma» raccontava questo episodio con gli occhi ancora lucidi.

Ritorniamo ai casotti. Lo spiazzo dove sorgevano le due rampe di scale, era chiuso da un monumentale cancello, oltre il quale – dopo pochi metri di strada selciata – si era suIla spiaggia. Il mare è largo, aperto su tutto il litorale di Resina, ma gli Anatra sul tratto di fronte alla loro villa fecero erigere una barriera di cemento. Crearono, cioè, una barriera artificiale, contro la quale le onde si frangevano. Questa scogliera, ancora esistente, per la sua conformazione creava all’ interno un piccolo porticciuolo, una piccola rada a basso fondale dove potevano prendere il bagno anche i neonati. Poi la sabbia di velluto, morbida, soffice, pulita, costituiva un altro genere di attrattiva per le bambine. La pesca del corallo, che a quei tempi era ancora fiorente, e le molte fabbriche ivi esistenti per la lavorazione del corallo, seminavano nella sabbia detriti di corallo. Piccoli rametti rossi, palline, schegge, si trovavano facilmente, scavando.

E le bimbe per ore restavano a testa in giù con piccole palette, intente a questa pesca miracolosa. Conserviamo ancora, nel museo delle cianfrusaglie, qualche rametto rosso a ricordo di quelle esplorazioni infantili.

Una piccola barca leggera, in quello specchio d’acqua che nessun vento avrebbe saputo increspare, ci allenava ai remi. Tre mesi durava la villeggiatura, in quei tempi, tre mesi di felicità.
Un caso fortuito ci portò, alcuni anni addietro, nella Villa Favorita . Tutto era così diverso, tutto così cambiato: il bosco, il porticciuolo, le stanze, la terrazza.
Pure in quello scoramento, dalle macerie di miti creati in un’ età irripetibile, si sprigionava un fascino sottile.
Un senso che non era solo rimpianto di antiche gioie, di attimi il cui profumo superava il tempo, ma era ritrovare all’improvviso ed in età matura, un caro profumo dell’infanzia, un oggetto, un gioco; ma nostro, tutto nostro, non dei nostri figli o nipoti: un gioco che ha fatto parte soltanto della nostra vita. Allora una dolcezza indefinibile, una gioia lieve ma penetrante, una tenerezza infinita, avvolse il nostro vecchio cuore»

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Giuseppe Ungaretti in visita agli scavi e poi saglieva pe via Pugliano
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Nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, nel 1912 era a Parigi a frequentare la Sorbona. Entrò in contatto con gli artisti di avanguardia, tra cui Apolllinaire
(1). Questi, nel 1913, pubblicò Alcools, il libro in cui riassunse tutte le sue ricerche poetiche e che a sua volta costituiva una sorta di manifesto della nuova poesia; Apollinaire partì volontario in guerra, fu ferito e in seguito morì (1918).
A sua volta, Ungaretti raggiunse il fronte volotariamente, da soldato semplice; pubblicò le sue prime poesie nel 1915 su «Lacerba» di Papini e Prezzolini, la medesima rivista alla quale collaborava Scipio Slataper, che nel 1912 aveva scritto Il mio Carso e che avrebbe trovato la morte in guerra.

È ritenuto il caposcuola dell’ ermetismo. Si rivelò con «Allegria di naufragi» (1919) scritto in trincea: liriche brevi su immagini folgoranti. Più articolate le raccolte successive: «Sentimento del tempo» (1933), «Il dolore» (1947), «La terra promessa» (1950), «Il taccuino del vecchio» (1960).

Abbiamo ritenuto di inserire tali note nel contesto di questo nostro capitolo su Giuseppe Ungaretti, che per noi rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei più originali poeti, non solo italiani, del Novecento. Ciò premesso, passiamo senz’altro a riprodurre il resconto della sua visita ad Ercolano il 26 maggio 1932:

“Dove va?”
E come faceva a sapere quel guardiano che andavo in cerca delle antichità? Non me ne sarei mai accorto da me. Sembra un portone come un altro delle case di Resina. Mi metto a scendere nel buio i cento scalini. Mi conducono in una grotta come quelle dove nei Castelli Romani tengono in fresco il vino? Questo tufo era fango: lava di fango. La gente di qui, m’insegnerà il vulcanolago Malladra, chiama tutto lava; un’inondazione: lava d’acqua; una passione che rivoluzioni: lava di sangue; una illuminazione della mente: lava di genio.
Ma questo fango che si è indurito e sul quale sorge Resina, è veramente stato eruttato.
Arrivati in fondo alla scala ci appare l’interno di una torre. Siamo a circa 20 metri sotto le case e i giardini. Sopra, sorgeva la villa del principe Emmanuele Elbeuf di Lorena e fu facendo scavare un pozzo – !’interno di torre dove mi trovo – ch’egli scoprì, ed estrasse, nel 1711, le prime cose preziose d’Ercolano. Carlo III ci fece fare un balcone: c’è ancora verso la cima del pozzo; e di lassù sorvegliava gli operai che, affettato il tufo, attraverso un labirinto di corridoi, tornavano con statue, suppellettili, e- incredibile! – noci, e perfino del filo da cucire.
A furia d’affettarlo, questo teatro è diventato una specie di quelle carceri nelle quali il romanziere di cappa e spada metterebbe a prova i raddrizzatori di torti.

773_001È successo, affettando, un fatto che fa impressione. Il portiere del teatro, preso nel torrente di fango, lasciò il suo umore nella pasta, e il taglio ci ha restituito un’impronta nera, l’ombra d’uno quasi genuflesso nello slancio, con un braccio teso e una chiave in mano. Sembra un’ombra soffiata sul muro col fiato. Non è una visione orrenda, ma un’immagine di una elasticità piena di correttezza. Fu uno che preferì a disertare, morire? Era uno schiavo padrone della sua anima, educata a trasmettere alle sue belle forme una forza misurata anche davanti alla morte?
Quando siamo a metà dell’esplorazione, uscendo da un cunicolo, sentiamo più forte l’umidità sulle spalle, e per terra c’è guazza. I muri sono rigati come da una bava, e in alcuni punti c’è un’eruzione di bollicine vitree, rosee. È lo stillicidio dei giardini di sopra che sta mutando questo teatro in una grotta colle stalattiti.

Quando la natura sconvolge questi luoghi, la terra raddoppia di feracità; e nel disordine e nel lussureggiare c’è un inno urlato, un desiderio di terra vergine. Mi spiego che i Romantici amassero tanto posti simili, essi che furono tanto turbati dalla necessità di ringiovanimento delle società umane. E mi spiego ch’essi amassero tanto le rovine; non la rovina appena scavata ch’è arida e porta ancora troppo scoperto il segno della nostra. febbre civile; ma le rovine un po’ vecchie sulle quali la vegetazione è selvaggia, e che sembrano più un frutto geologico che una memoria umana. Perché la bellezza d’un luogo antico non è nelle mutilazioni, ma è dovuta a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. Ho sempre guardato con raccapriccio una statua cui manchino le braccia, la testa o le gambe, e ogni mio sforzo è di restituire nella mente le parti perdute. Non dico che non sia poetico dedicarsi
a produrre questo effetto di sofferenza, come fanno certi scultori moderni; ma certo la rovina, che è, per decreto della Provvidenza, sempre alleata a un rinnovamento di fecondità, è così sentita e resa solo nella sua idea sadica e lacrimevole.

Ragioni che mi fanno vivamente desiderare non sia mai appagato il seguente voto, espresso dal Galanti nella sua Guida, del 1845: “Questo teatro, il più intatto di ogni altro dell’antichità, venga presto messo allo scoverto”. Si lascino queste buche lentamente incrostarsi d’un sangue lunare; e questo teatro, coll’ombra di guardia, acquisterà una profondità poetica unica.

Usciti a rivedere la luce, una luce meridiana, ma senza quella rabbia che a quest’ora fra un istante la farà soffrire, ci avviamo verso gli scavi nuovi. L’entrata, che potrebbe essere, con il suo muro ad archi svolazzanti, quella d’un campo per le corse, s’apre su un bel viale d’oleandri; e le rovine giacciono in una fossa; dal ciglio, su a 19 metri d’altezza, da un lato, davanti, si va verso il mare; intorno sono in vista folle di mandorli in fiore velati, e viti.

Il secondo augurio che nella sua Guida, faceva il Galanti, è stato esaudito: l’archeologo cerca oggi di restituire ogni casa secondo gli antichi scomparti, cogli oggetti rimessi, per quanto è possibile, al luogo loro. E un lavoro pazientissimo: in un mucchio di polvere sono scelti, per esempio, i frammenti di tre fregi diversi, che poi andranno dove è supponibile fossero. S’ottiene un effetto di toppe, specie quando si tratta di parti colorate. Rifanno anche i tetti, ricollocano le tegole; le teste di terracotta dei leoni e dei cani fanno di nuovo colla bocca aperta da gronde agli impluvi. Colla colata di gesso, dove si sente scavando che un oggetto consumato ha lasciato l’impronta del suo vuoto, si ritrova l’agonia d’un uomo, una porta, un sedile, una mela, che so
io. Certo a questo modo, riaccomodando tutto per benino, gli scavi perdono molto della loro grandiosità di testimonianze di una catastrofe riaffidate alle stagioni; non hanno più, non so, quell’aspetto funesto di un segreto violato, d’una tomba profanata; e la prepotenza della natura, per quanto è possibile, si tiene a bada.

Sono quasi case vuote in ordine, che aspettano gli inquilini, e non hanno quasi più che la desolazione d’essere disabitate; ci si potrebbe mettere su: Est locanda, e Ercolano potrebbe diventare una Via Margutta di gran lusso. Fuori di scherzo, questo metodo dà almeno risultati rispettabili guarantendo la conservazione di documenti non removibili; e, se fosse sempre stato applicato, tante cose d’incalcolabile valore per il sapere non sarebbero andate perdute. Vedo, nella “casa del tramezzo”, sotto vetro, travi carbonizzate. Devono starci per l’avvenire del sapere, e non certo per farmi l’effetto che mi fanno, d’essere capitato nel gabinetto d’un radiologo.
Qui le case – questa dozzina di case signorili tornate all’aperto non hanno, s’è detto, più nulla di terribile; ma i nomi sì: le chiamano spesso come indicavamo i luoghi di guerra: “Casa dello scheletro”, “Casa del tramezzo bruciato”; e qui, difatti, è passata una forza cieca come la guerra.

Guardando il movimento dell’architettura, il valore ornamentale del gesso, certi dipinti, certe figurine, in certe vedute prospettiche a semitoni graduati sino all’infinito, e, soprattutto, pensando a certi piccoli affreschi di figure muliebri trasportati al Museo di Napoli dagli scavi più anziani, ci viene fatto di pensare se lo storico dell’arte non avrebbe da rendere evidenti alcuni punti. È noto il gran chiasso che fecero nel mondo le prime scoperte d’Ercolano, è noto che nel 1755 fu fondata l’Accademia Ercolanense che in nove volumi in folio – senza contare i volumi dedicati ai papiri – descrisse, coll’aiuto d’incisioni stupende, le pitture murali e i bronzi rinvenuti. Ora mi domando:
quale influenza ha avuto Ercolano sulla moda, sulle arti plastiche, sulle lettere, sulle dottrine estetiche, nel periodo che va dal Direttorio alla Restaurazione? Se io guardo, nella scultura di questo periodo, quel valore gessoso dato al marmo, il ritrarsi e l’isolarsi delle ombre nei tratti, per accrescere il pallore dei piani; se guardo quelle pitture, o quelle stampe, e gli aciduli colorini che separano in precisi moduli geometrici il chiaro dall’oscuro; se guardo la solitudine dei contorni, perfettamente accademica, ma rilevata dal segno acuto e erotico; se penso al tempo che va da Paolina Borghese a M.me de Récamier – in quell’indirizzo che ebbe a precursore il Winckelmann, mi domando non solo quale fosse lo stimolo venuto da Ercolano, ma se l’ispirazione più gloriosa non vi sia stata scoperta da artisti italiani, dal Foscolo al Canova Ce, perché no? prima dal Parini).

PV0_0152II nome di Ercolano è anche legato alla conoscenza moderna di Epicuro; la quale ora è tornata d’attualità, a proposito d’una polemica abbastanza buffa intorno al pensiero di Leopardi. Nella villa dei Pisoni, ora risotterrata, furono ritrovati, dal 1760 al 1762, fra bronzi scelti con gusto, una grande quantità di rotoli di papiro. E sulle prime, erano stati scambiati per carbone. E fra essi, un frammento d’uno scritto dello stesso Epicuro e una parte dell’opera notevole del suo seguace Filodemo. E avanzandomi nell’ultima villa, dove gli ambienti si rinconono fra peristili, atrii, un giardino invernale con vetrate, triclini con giardini laterali, ecc., vedo, nella luce che in questa villa viene non solo dai chiostri, ma anche da finestre, e che facendosi sera, è dolcissima, appoggiato verso il mare, a una delle tante colonne, un uomo d’ombra. Fece fabbricare questa casa comoda per il suo piacere.
Svolge uno di quei papiri fragili, che costarono, nel ‘700, anni di fatica per essere aperti, decifrati, e trascritti; ma allora flessibili e chiari; e il suo sguardo si perde nel labirinto bianco e nero del mosaico ai suoi piedi. Pensa che il saggio deve sapere che l’universo nelle sue vicende è indifferente ai casi d’un individuo, il quale deve guardarsi dagli affetti per non rendersi dipendente dalla sorte degli altri, il quale deve accettare il piacere, ma un piacere dosato, che non vada fino a perturbare l’animo. Ecco: vivere con calma, un po’ assenti in sé, in pensieri armoniosi, fra le cose che li suggeriscono. Non è certo una filosofia vera»

Dopo la visita all’antica città di Ercolano, il 2 giugno successivo Ungaretti scalò il Vesuvio:

«Arrivo a Pugliano sull’ora di mezzogiorno. Una strada grigia, secca, disordinata, che è – col suo pozzo, con tre campane a portata di mano (nel vuoto di tre assi di muro sopra un tetto, pronte a suonare il martello) – piuttosto il cortile d’un casamento popolare. Due o tre venditori di ricotta – non ne hanno una gran quantità, basterà a spalmare sì e no una fetta di pane, e la tengono spalmata, bianchissima, incerte tasche di fibra moscia che direste custodie per falli pompeiani stanno lì aspettando il Messia, avvolti in vecchie mantelline da soldato, possibile siano ancora quelle della guerra?
Mi distrae un naccherare avanzante, e presto tutta la strada è un intrecciarsi di tacche-ticche. Sono arrivati i ragazzini dalla scuola con  i loro zoccoli, correndo non è facile, calzati a quel modo – e hanno tanta spensieratezza e vivacità che – guarda! guarda! alla mia età! avrei voglia di mettermi a saltare con loro.

Ci hanno chiusi nel vagone della funicolare e incominciamo a salire. Via via che avanziamo nella salita, la vegetazione si fa serrata.
Non sembrano piante attaccate alla terra; le direste, tanta è la violenza dell’umore che sale loro nelle fibre, sul punto di volare. Sono albicocchi ancora spogli di foglie, e in fiore; i fiori fittissimi che sembrano un immenso velo indiano posato sui rami. Fra gli albicocchi, a volte, un fico nudo, come un polipo di caucciù, con i tentacoli che cercano invano una libertà. Ed ecco che il mondo si spacca, e la piana senza fine ridente fra l’erbetta, ha il tempo di farci un piccolo saluto; è il posto detto Belvedere.
Domando al bigliettaio che cosa siano in cresta a trincee davanti a noi quei capelli ritti. Sono rami di castagni tagliati al ceppo, da farne .tutori per le viti..
L’ultimo segno di coltura; poi viene una rivoluzione di roba tormentata che sta tra il fango e la bava della ghisa.
Passiamo in un’ altra funicolare. Prendiamo una strada di cenere che fa corona, larga per tre persone; e uno grosso va avanti preceduto da due guide che lo afferrano ciascuna per una mano. Barcollano tutti e tre come ubriachi, per la forza d’inerzia del grosso; ma barcolliamo tutti per un vento di tramontana che ci volge addosso una coda di fumo; sotto, non più che a un’altezza d’uomo, il monte galleggia sopra un mare di buio: di visibile, non c’è che – nettissimo! – il collo del monte, come un gran sughero sopra il nulla; c’è anche il cielo freddo; quel collo fumante è come sotto una campana di vetro.

Di fianco, si muove una parete calcitata; l’effetto di un sole che su di essa si diverta a scagliare e spaccare una grandine d’uova; un effetto mobilissimo: un arrugginirsi del giallo~ e un brillio nella tarlatura come d’una traccia di lumaca; e un raggrinzirsi fosco e stridente della parete.
Ci fermiamo un momento. Con il vento che fa, dobbiamo rinunziare a vedere il cratere. Ma le guide hanno qualche cosina da mostrarci.
La comitiva riparte. M’ero distratto a consolare una bambina belga, rimasta a piangere con la mamma, mentre il fratello era partito con gli altri per la grande avventura. Quando mi decido a partire anch’io, gli altri sono lontani. Giro a sinistra, e mi metto a correre sul lapillo in salita: è una fatica, col fumo che s’è fatto molto denso e pieno di esalazioni di zolfo, d’odore d’uova marce, quel pizzicore in gola, quel sapore di sangue che sale in bocca.

Ora li rivedo, i compagni. Sono in un avvallamento che da lontano si scambierebbe per un ‘;panettone croccante; e, quei compagni, sembra di assistere a una gara di corse nei sacchi. Vanno verso una fumarola, e arriva naturalmente prima il grosso, strascicato dalle guide, come una vacca stralunata.
Scendo anch’io. Il colore dell’ambiente è quello d’una zucca; la materia, come quella d’un granchio abbrustolito; e non vi lascia mai il timore che, crac!, il crostone si spezzi, e si resti inghiottiti; l’aspetto è quello d’un mucchio di budella.
Arrivo anch’ io alla fumaroletta. L’orifizio si presenta come un palato: una tumefazione cristallina che va dal senso del sangue a quello del verderame: simile è la bocca del coccodrillo addormentato; e quel poco fumo che ne esce la stuzzica come un frullo di moscerini.
L’uomo grosso non ci passerebbe. Dopo le macchie di spasimo dell’orlo, viene la perdizione a imbuto del vuoto buio della gola.

Risaliti in vagone, un vecchietto di Portici che m’è seduto accanto mi fa le sue confidenze:
“Le pare buono, il nostro vulcanello? L’avesse visto nel 1906, brrr!” E vuoI farmi vedere un’ infinità di cose, ma c’è quel benedetto lenzuolo di fumo che giù copre tutto, e le sue braccia che vanno a destra e a sinistra accompagnando un gran dimenarsi del capo, non m’indicano nulla.
“A Napoli c’è ancora sulle cornici delle case la cenere caduta allora.
Il vento la portò sino in Germania e in Francia. In un’ altra eruzione, mille anni fa, sino a Costantinopoli”.
Mi mostra la vecchia stazione della funicolare, colle putrelle tutte contorte e segni di fumo sopra un brandello di muro, domestici come macchie del focolare d’una casa di campagna.
“Si mise prima a brontolare come la pancia dopo una scorpacciata di fagioli. Mi sveglio e dico: “Qualche cosa bolle in pentola”. Seguì un rotolio e un fracasso quando agganciano i vagoni d’un treno merci;
sul fianco s’apre una bocca, e la lava si mette a scendere piano piano.
Il monte urlava, fischiava, si scuoteva tutto, soffriva… “.
“I dolori d’un parto titanico” faccio, per fare anch’io un’immagine spagnola.

“Sembrava sempre più preso in un interno ingranaggio stritolante.
Era tutto crepe, dalle quali usciva l’acqua fumante. Poi esplose un altro cratere, e la terra tremò, e tutti i vetri di Boscotrecase andarono in pezzi. Avesse visto la lava: era un fuoco bianco come il sole, e arrivò a Boscotrecase e l’incendiò. Fra boati si aprì un terzo cratere.
Dai crateri salivano i pini di fuoco di Plinio il Vecchio, alti mezzo chilometro…”

Il professore Malladra m’ha mandato incontro un carabiniere per accompagnarmi all’Osservatorio. L’Osservatorio si trova in una casa fabbricata un centinaio d’anni fa, in quello stile che non stanca gli occhi, dei libri stampati dal Bodoni. Il professar Malladra, colla sua magra persona, alta e svelta, e come di legno, i suoi passettini, i suoi occhi pungenti e ridenti, m’accoglie festoso. Ama le lettere. E nelle ariose sale affrescate vedo altri carabinieri. In questa casa dove l’ordine è esemplare, i carabinieri prestano aiuto in tante cose, nel tenere al corrente le schede della biblioteca, nella manutenzione degli apparecchi, ecc., ed hanno per l’uomo sapiente e coraggioso che la dirige, un affetto filiale. E saranno i primi ad accorrere in caso di pericolo.

Malladra mi parla di questo monte d’oro per le sue ricchissime risorse agricole e industriali: è una bestiaccia generosa: toglie uno e restituisce mille! Mi parla dei suoi predecessori nella direzione dell’Osservatorio, emuli di Plinio il Vecchio, di Luigi Palmieri che “durante l’eruzione del 1872, mentre le lave circondavano l’Osservatorio, studiava tranquillamente i fenomeni elettrici della cenere che oscurava il cielo”; di Raffaello Matteucci, l’eroe dell’ eruzione del 1906, che nell’ osservare la traiettoria dei proietti fu mortalmente colpito al ginocchio da un masso incandescente; di Giuseppe Mercalli che “dopo avere sfidato per trenta anni l’ira dei vulcani doveva soccombere carbonizzato da una stupida fiammella”.

“Il Vesuvio è il tipo del vulcano da laboratorio. L’uomo coi pozzi e le gallerie s’è reso signore della terra; con lo scandaglio e lo scafandro ha dominato l’acqua… Ha conquistato l’aria… Riuscirà ad impadronirsi del fuoco e ad agire liberamente nelle più alte atmosfere”.

Anche per quanto riguarda la prosa si può dire, forse, quanto ebbe a riconoscere la critica per la poesia di Ungaretti: una poesia «fulminea e nuova», carica di suggestioni formali, certamente innovativa rispetto alla nostra tradizione.

Giuseppe Ungaretti morì nel 1970. La nostra Resina fu uno dei primi comuni d’Italia ad intitolargli una scuola.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il viaggio di Stendhal e la sua gita ‘ncopp’ ‘o Vesuvio
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Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle (l783-1842) e noto esponente del romanticisnio francese, ebbe interessi artistici e musicali, come possiamo ricavare dalle pagine di Rome, Naples et Florence, diario di un suo viaggio in Italia compiuto nel 1817.

Henry Beyle (L 783-1842), più noto come Stendhal, fu romanziere e saggista francese fra i più significativi. Funzionario dell’ amministrazione napoleonica, partecipò alle campagne d’Italia, Austria e Prussia, poi, con la caduta del Primo Impero, soggiornò a Milano fino al 1821. Trasferitosi a Parigi, tornò in Italia come console (1830) a Trieste, poi per un decennio a Civitavecchia. Romantico per il gusto delle passioni violente, egli supera ogni determinazione di scuola nell’ analisi lucida, intelligente ed ironica di situazioni psicologiche ed ambientaIi.
Quella pubblicazione è ricca di pagine interessanti, come – ad esempio – il compendio di una visita al Museo Ercolanese di Portici:

«Mentre uscivo dal museo delle pitture antiche a Portici, ho incontrato tre ufficiali della marina inglese che vi entravano. Ci sono ventidue sale. Sono partito al galoppo per Napoli; ma, prima di essere al ponte della Maddalena, sono stato raggiunto dai tre inglesi, i quali la sera mi hanno detto che quei quadri erano ammirevoli e tra le cose più straordinarie dell’ universo. Hanno trascorso in quel museo dai tre ai quattro minuti.
Quei dipinti, tanto notevoli agli occhi dei veri amatori, sono affreschi tolti a Pompei e ad Ercolano. Non c’è affatto chiaroscuro, poco colore, abbastanza disegno e molta facilità Il Riconoscimento di Oreste e di Ifigenia in Tauride, e Teseo ringraziato dai giovani ateniesi per averli liberati dal minotauro, mi sono piaciuti.

C’è in essi molta nobile semplicità, e niente di teatrale. Assomigliano a brutti quadri del Domenichino, tenendo conto che in essi ci sono diretti di disegno, che in quel grande non si trovano. Si trovano a Portici, tra una serie di piccoli affreschi sbiaditi, cinque o sei pezzi essenziali, della grandezza della Santa Cecilia di Raffaello. Quegli affreschi adornavano una .stanza da bagno a Ercolano»

Sempre con. riferimento a Portici, ecco invece il resoconto di una serata mondana:

«15 luglio. Serata dalla signora Tarchi Sandrini a Portici. Salotto delizioso a dieci passi dal mare, dal quale ci separa soltanto un boschetto di aranci. Il mare si rompe con un dolce rumore; veduta d’Ischia; i gelati sono eccellenti. Sono arrivato troppo presto; vedo arrivare dieci o dodici donne che sembrano scelte tra quanto Napoli ha di meglio. La signora Melfi ha condiviso per tre anni l’esilio del marito; ha trascorso tutti gli inverni a Parigi; è arrivata scortata da venti o trenta casse di roba all’ultima moda. La circondano, la ascoltano»

Naturalmente, a noi interessano maggiormente le impressioni di una gita al Vesuvio:

«Ieri sono salito sul Vesuvio: è la più grande fatica che abbia mai fatt9 in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita è spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata Bigot de Prémeneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita»

Meno laconico il contenuto di una lettera spedita il 14 gennaio del 1832 ad un amico napoletano:

01-00

«Ieri, dunque, – traduciamo liberamente dal testo originale – alle ore due pomeridiane sono arrivato alla sorgente della lava e vi sono rimasto fino alle due di notte. C’era lassù un monello che vendeva del vino e delle mele, che faceva cuocere sul bordo della lava. Ero in compagnia del signor de Jussieu, che si scottò le mani e le caviglie per aver voluto percorrere un tratto composto di frammenti minuti di lava che si frantumavano sotto i piedi. La salita è orrenda: sono mille piedi di cenere con una pendenza di quarantacinque gradi. Trovando difficoltà ad arrampicarmi su quel piano inclinato, ho immaginato cinque o sei sistemi per rendere l’impresa meno ardua: il più comodo mi sembrerebbe una poltrona rimorchiata da una piccola macchina a vapore su dei tronchi di abete. Il Re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa bella invenzione»

Quarant’otto anni dopo, il 6 giugno 1880, s’inaugurava la ferrovia funicolare, costruita con tutt’altri sistemi che non quello primitivo escogitato e buttato giù da un letterato in un lampo di genio, ma secondo gli enormi progressi delle scienze meccaniche fatti in mezzo secolo, dall’ingegnere Oliveri di Milano. Se poi si aggiunge la ferrovia elettrica, vesuviana, inaugurata il 28 settembre 1903, che portava da Pugliano fino alla stazione della funicolare alla base del cono, si ha nel complesso un’opera grandiosa dell’ingegno umano, la quale rese non più «abominable» l’ascensione al Vesuvio, ma, come voleva lo Stendhal, «ce chemin commode».

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Enrico Petrecca primo magistrato made in resina
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Enrico Petrecca: un gentiluomo di stampo antico, un magistrato (l’unico che abbia avuto Resina) colto ed integerrimo, un marito e padre esemplare.
In queste poche parole si può riassumere l’iter esistenziale di un uomo buono e modesto, ricco di umanità e di senso morale, animato da un profondo spirito religioso, tutto dedito alla professione ed alla famiglia.
Il nostro illustre concittadino, nato il 6 gennaio del 1925, fin da giovane si fece particolarmente apprezzare per quelle qualità che lo avrebbero portato ad occupare i più alti gradi della magistratura.

Nominato uditore con D.M. 19 settembre 1950, dopo il periodo di uditorato svolto alla Procura della Repubblica di Napoli, fu destinato prima al Tribunale di Mantova e poi alla Pretura di Clusone (Bergamo).
Promosso aggiunto giudiziario il lO luglio 1953, fu trasferito nel 1958 alla Pretura di Aversa e nel 1965 al Tribunale di Napoli. Con D.P. 12-11-1968 fu nominato Magistrato di Appello con decorrenza dal 19 settembre 1966, e con D.P. 21-12-1974 Magistrato di Cassazione con decorrenza dal 19-9-1973.

A coronamento di un cursus honorum veramente prestigioso, fu infine promosso Presidente di Sezione deHa Suprema Corte di Cassazione, con decorrenza dal 28-10-1978.
Dotato di una sensibilità estremamente ricettiva, con una naturale inclinazione ad impossessarsi delle materie più diverse, Enrico Petrecca evidenziò sempre, nelle varie sezioni presso cui esercitò le sue funzioni, doti eminenti di preparazione, capacità, laboriosità e diligenza, di equilibrio e sensibiHtà giuridica.
Nel Tribunale di Napoli fu addetto prima ad una sezione penale, poi alla sesta sezione civile ed infine alla sezione specializzata agraria.

In sede istruttoria seppe imprimere un ritmo celere alla trattazione delle cause a lui affidate, per far sì che !’istruttoria si svolgesse costruttivamente e senza remore ingiustificate e che le cause pervenissero senza lacune alla fase decisoria.
In Camera di Consiglio apportò il notevole contributo della sua cultura giuridica sempre aggiornata e del costante impegno nello studio dei processi, il che gli consentiva di orientarsi agevolmente, all’occorrenza, .fra indirizzi giurisprudenziali e dottrinali contrastanti.
Le sue sentenze, al pari degli altri provvedimenti da lui redatti, si distinsero sia per <la completezza di esposizione che per l’accuratezza della trattazione e l’adeguata risoluzione delle questioni influenti ai fini della decisione, apparendo inoltre molto pregevoli per stile, chiarezza e rigore di motivazione.

Il suo rendimento lavorativo, attestato dal considerevole volume degli affari trattati, fu espressione della sua alta e costante operosità e della sua assoluta dedizione, spesso anteposta alla cura degli interessi personali e familiari. Ne fu prova un episodio accaduto il 26 agosto del 1962, quando una vasta zona della Campania fu attraversata da una prolungata scossa sismica: in quell’occasione fu visto precipitarsi nella strada con una borsa che qualcuno ritenne piena di oggetti ed effetti personali; si trattava, invece, di documenti processuali alla cui salvezza aveva sub9rdinato qualsiasi altro interesse personale.

Così si espresse, con rapporto in data 2} luglio 1979, il Presidente del Tribunale di Napoli: «Raramenté è accaduto allo scrivente di apprezzare in un magistrato un senso di così viva consa· pevolezza della propria funzione e di una così nobile e responsa· bile visione dei doveri alla stessa inerenti, come quello dimostrato dal dr. Petrecca. Si può dire che egli ha sempre considerato il proprio lavoro come missione da svolgere con prestigio temperato da umiltà, con scrupolo spinto fino al sacrificio, con riservatezza non schiva dei contatti umani e con l’esempio di una condotta pub· blica e privata assolutamente irreprensibile. Di tratto signorile e distinto, egli è stato sempre circondato dalla stima e dal rispetto del Foro e dei colleghi che ne hanno apprezzato le qualità umane e quelle altre, innanzi evidenziate, che ne hanno fatto un operatore del diritto particolarmente qualificato.
La sua morte, avvenuta il 26-4-1979, ha suscitato un compianto unanime ed intenso nell’ambiente cittadino ed in particolare in quello giudiziario e forense ».

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La famiglia Cozzolino resinesi per antonomasia
cambiotoponimo

Particolarmente numerosa e importante è stata, in ogni tempo, la grande famiglia resinese dei Cozzolino.
Scrive, a questo proposito, Mons. Gioacchino Cozzolino:

«Se non la metà, certo un terzo della popolazione di Resina porta questo cognome, e si può essere certi che in qualunque parte del mondo si trovi un Cozzolino, questi discende da famiglia resinese. L’origine di questo cognome si perde nella oscurità dei tempi; in qualche antichissimo documento, e in qualche iscrizione, si legge pure Corxolino o Cozzolini … Verso il mille o poco prima, quando Resina era un paese eminentemente agricolo e dedito alla pastorizia, i Cozzolino possedevano vasti territorii in gran parte messi a pascolo e grandi armenti. Col censo i Cozzolino si resero illustri per una lunghissima, ininterrotta serie, continuata fino ad oggi, di zelanti e dotti sacerdoti, di professionisti esimi, di ottimi e scrupolosi amministratori della cosa pubblica, ed ancora per lasciti destinati ad opere di culto e di beneficenza … Aumentatasi nel corso dei secoli la famiglia Cozzolino e divisa in varii capi, per distinguersi fra loro, al cognome venne aggiunto un agnome … ».

Così si ebbero :

Cozzolino di Ampellone, Cant’ ‘a muorto, Caporètano, Cerasiello, Catena, Di Battimo, Don papà, Duchino, Fetecchia, Miezo vico, Morello, Pelliccia, Pezz” e caso, Pentella, Sareiniello, Sbragliella, Trippicella, Tub “e culo, Urzo, Viola e Vierno.

Il primo ed anche il più illustre dei Cozzolino, nonché il più il grande figlio di Resina in assoluto, fu il sacerdote Benedetto Cozzolino (1757-1839), al quale va ascritto il merito dell’apertura, nel Collegio del Salvatore in Napoli, della prima scuola italiana per i sordomuti. Era il 1788. Da allora la benemerita istituzione rimase nell’antico Collegio dei Gesuiti fino al 1819, anno in cui la scuola venne trasferita nel Regio Albergo dei Poveri, e qui assurse in breve tempo a tale celebrità che meritò le lodi non solo della Corte di Napoli, ma anche degli altri Principi d’Italia e delle Corti d’Europa.

benedettocozzolino

Altri due cittadini di Resina, Vito e Gennaro Cozzolino, furono rispettivamente direttore e maestro della scuola dei sordomuti nel ricordato Albergo dei Poveri e qui ricevettero, il 13 settembre 1849, la visita dell’esule Pio IX, che aveva voluto rendersi conto di persona di quella benefica istituzione, la cui fama aveva varcato, come s’è detto, i confini del Regno di Napoli.

In tempi più vicini a noi, Rosario Cozzolino (t1912), della famiglia dei Cerasiéllo, fraterno amico del grande Cardarelli, fu un valentissimo medico-chirurgo, noto per la sua generosità verso malati indigenti.
gioacchinocozzolinoUn altro noto esponente della prolifica famiglia dei Cozzolino fu Mons. Gioacchino Cozzolino (1868-1943), detto don Gioacchino ‘a cotena. Ordinato sacerdote dal Cardinale Sanfelice il 24 settembre 1892 e nominato parroco di S. Maria a Pugliano dal Cardinale Giuseppe Prisco il 12 luglio 1899, il nostro don Gioacchino svolse per quasi mezzo secolo il suo mandato, organizzando e promuovendo istituzioni religiose e filantropiche. Eletto dal Cardinale Ascalesi Vicario foraneo il 26 gennaio 1926 ed Arciprete nel 1929, fu elevato successivamente alla dignità di Protonotario Apostolico, ad instar partecipantium, il 23 giugno 1938. Tra i tanti meriti da lui acquisiti, va segnalato il restauro del tempio di Pugliano, solennemente consacrato e benedetto dal Card. Ascalesi il 3 agosto 1935.

Nipote del precedente fu l’altro sacerdote resinese Michele Cozzolino. Nato il 15 marzo 1905, di mente eletta, di lucido ingegno,I di eloquente parola, fin dagli anni giovanili emerse nel Seminario Arcivescovile, dando pubblici saggi in scienze naturali, in teologia, in cosmogonia mosaica. Nel 1928, ordinato sacerdote, incominciò il s.uo apostolato fondando l’Associazione giovanile di A.C. maschile
S. Francesco d’Assisi, per la quale sacrificò tutto il suo tempo e le sue energie. Nel 1934 nominato vice-parroco, fu il braccio destro ed il valido collaboratore dello zio Arciprete. Oratore fecondo, da vari pulpiti d’Italia sparse con eloquente parola il seme del Vangelo. Professore di Religione per un decennio nel R. Istituto d’Arte di Napoli, seppe infondere nei suoi alunni l’amore per il sapere. Pieno di brio e di giovinezza, mentre nella vigilia dell’Assunzione del 1941 dava prova della sua intensa attività assistendo il Cardinale Ascalesi nella funzione della Cresima a Pugliano, colpito da improvviso malore, rendeva l’anima a Dio, lasciando nello strazio lo zio Arciprete, i genitori, i parenti e !’intera cittadinanza.

L’ultimo rampollo di questa nobile schiatta è Paolo Cozzolino, maresciallo dei car~binieri in pensione, il più noto sommozzatore italiano degli ultimi venti anni, famoso anche fuori d’Italia. Nel corso della sua lunga e brillante carriera, il nostro valoroso concittadino ha lavorato sotto la superficie di laghi e di fiumi; è stato in Spagna ed in Francia, in Svizzera ed in Olanda a recuperare corpi, a identificare relitti, a collaborare a ricerche archeologiche e biologiche; ha conquistato tre medaglie di bronzo al valor civile, una medaglia di bronzo al valor militare, cinque encomi solenni per operazioni condotte sott’acqua; ha ottenuto ancora una medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Ercolano e la medaglia d’oro al valor sportivo della F I P S.
Prima di concludere questa breve e necessariamente incompleta rassegna degli esponenti più qualificati della grande comunità resinese dei Cozzolino, ci piace indirizzare un tributo d’affetto all’ultraottuagenario prof. Ciro Cozzolino (appartenente al ramo dei Duchino). Il nostro concittadino, dopo aver dedicato alla Scuola oltre quarant’anni della sua laboriosa esistenza, è stato insignito dal Capo dello Stato, su proposta delle Autorità scolastiche, del diploma di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro.

In questa immagine vediamo la diffusione del cognome cozzolino su tutto il territorio italiano ed è presente in quasi 510 comuni, ovviamente la massima concentrazione si ha nel territorio vesuviano.

cognomecozzolino

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Angelo Casteltrione fotografo made in resina
copertina

angelocasteltrioneNasce ad Ercolano nel 1957 dove vive tuttora. La passione della fotografia lo segue praticamente dalla gioventù, il ricordo degli scatti fatti con una vecchia Praktica lo accompagna ancora, per un periodo, per varie vicissitudini, la passione si assopisce per scoppiare del 2006, approfondisce la conoscenza del digitale che gli permette di dare sfogo alla sue “visioni”, ama in particolar modo le tonalità alterate, ma comunque cerca di non essere chiuso in uno uno stile particolare, la sperimentazione di nuove tecniche lo porta ad avere un stile, che lui definisce “meticcio” dare un pò di co(a)lore, una “analogicità” al digitale che per i più può sembrare freddo.

Non disdegna la “street” in cui ama particolarmente rubare le espressioni delle persone. Ha partecipato a varie mostre sia collettive che personali fra cui:

• Storia, Creatività Flash in Villa. Torre del Greco in Villa Macrina

• Napoli sopravvissuta. Bacoli Casina Vanvitelliana

• L’eternità in un mare di storie. Torre del greco complesso delle cento fontane

• La pupilla che osserva. Napoli centro Domus Ars di Carlo Faiello e Rachele Cimmino.

• Partecipa al progetto “Cum finis” con altri 12 fotografi con la direzione artistica dell’architetto Mario Scippa, dove Napoli è vista come una terra di confine un non luogo dove tutto può accadere, dove la poesia si lega con le immagini creando sottili sinergie.

• Collabora con le sue foto al progetto Sonus Loci, sulla web tv del Comune di Napoli

• Produzione di varie “slide story” fra cui “Riprendiamoci Napoletani” in collaborazione con l’omonima associazione, presentato a Palazzo Serra di Cassano nel 2010.

E un’altra presentata a Marsiglia, quest’ultima in collaborazione con due fotografe nell’ambito della manifestazione “Naples, effect mer”.Napoli :

luci ed ombre nell’ambito della rassegna Napulitanart.

• Pubblicazione di varie foto su giornali fra cui “Siti” patrocinato dall’Unesco e Obiettivo Campania.

• Finalista al concorso “Fotografando l’America’s Cup”

• Partecipazione alla collettiva “Arteteca dei segni”

• Partecipazione alla mostra “Festa degli artisti” Scauri

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Filmato istituto luce circumvesuviana nel dopoguerra
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Un bellissimo filmato d’epoca a cura dell’istituto luce con la emblematica voce narrante di Guido Notari che ripercorre il viaggio in circumvesuviana nell’immediato dopoguerra.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Alfonso Negro, il ricordo a cent’anni dalla nascita
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Assessore oculato e disinteressato, Negro ricoprì più volte -fino al 1975 -la carica di assessore , legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città, a cominciare dal cambio del toponimo Resina in Ercolano.

Origini dell’antica Ercolano

Sull’origine dell’antica città, che affonda le radici in un passato che si muove tra storia e mito, le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi.
Il Chiarini affenna che «si è creduto trarre dal fenicio l’etimologia del vocabolo Herakleion, stante che in quella lingua Heracli vuoI dire ardens igne, e ciò per indicare la qualità vulcanica del suolo dove venne fondata».
Altri riconoscono il nome della città nel siriaco horah kalie, cioè «pieno di fuoco», e nei vocaboli etruschi significanti «vomito di fiamme» per la vicinanza del vulcano.
Alla venuta dei RodI in Campania si dovrebbe invece collegare il toponimo greco, divenuto Hereclena nella pronuncia osca, da cui Hereklanom e, nell’uso comune, Herculanum o Herculaneum.

Dionigi d’Alicarnasso, indulgendo all’ipotesi della saga erculea, ne attribuisce la fondazione al mitico eroe ellenico: questi avrebbe costruito la città che porta il suo nome nel luogo – tra Pompei e Napoli – dove la numerosa flotta, col carico di armenti tolti a Gerione, era approdata.
La leggenda, giunta a noi mutila e alterata, ricorda anche come la fondazione di-Ercolano fosse il frutto dello sfortunato amore di Ercole per Sebetide;figlia di Sebeto, nome tutelare del fiume omonimo. La ninfa, per sottrarsÌ agli assalti del mitico personaggio, abbandonò i giardini paterni
e dalle falde del Vesuvio fuggì verso la riva del mare, implorando l’aiuto di Nettuno. Il dio l’ascoltò: Sebetide fu trasformata in un sasso ricoperto di fiori. Ercole, colpito da quella repentina met~morfosi, diede allora il suo nome al sasso, sul quale crebbe, appunto, la nuova città, l’Herculea urbs.

Al di fuori del mito, ciò starebbe a indicare una città greca di nome e di fatto. I Greci, infatti, erano soliti tributare onori speciali ad Ercole, il loro eroe nazionale, e la storia degli Scavi di Ercolano è ricca di rinvenimenti che confermano quel culto. D’altra parte, è assai verosimile l’affermazione del Maiuri secondo la quale lo sviluppo della città si dovette alla necessità che i Greci della vicina Neapolis ebbero di potenziare i centri minori del golfo con una serie di baluardi costieri (infatti, Ercolano è indicata da Strabone come phrourion o castellum).

Sulla base della pianta di uno dei primi scavatori, nonché come appare con maggiore evidenza dagli scavi finora effettuati, è possibile anche farsi un’idea della sua topografia. La città era disposta su un terreno fortemente acclive, che sporgeva sulla sottostante scarpata con un brusco salto del promontorio.

Le case, distribuite a terrazzamenti e spianate artificiali, digradavano fino al ciglio del precipizio, permettendo la visione del mare anche a coloro che
ne erano più lontani. L’abitato, tuttavia, non si arrestava all’estremità della collina, ma si estendeva fino al porto attraverso fornici di passaggio, che
mettevano in comunicazione i cardines con il sobborgo marino.
I primi abitanti furono gli Osci od Opici (VIII secolo a.C.), che diedero a tutta la regione il nome di Opicia (<<terra di lavoro»). La città nacque come un pagus o vicus, cioè un aggregato di poche abitazioni, senza pianta preordinata, ma non tardò a subire, come detto, l’influenza dei vicini Greci di Neapolis.

Più tardi, nel sesto secolo, vennero gli Etruschi (ovvero i Tirreni di Strabone),cominciarono ad affiuirvi che «di molto si elevarono sopra gli altri popoli d’Italia nella cultura politica, religiosa, artistica». In questo periodo l’influenza commerciale della città, posta sul mare, aumentò ben presto e migliorò sensibihnente anche il tenore di vita dei suoi abitanti.
Nel 474 la flotta etrusca subì una tremenda sconfitta dai Greci, i quali stabilirono il loro dominio su tutto il territorio che da Cuma va fino a Punta Campanella.
La superiore civiltà degli Etruschi e dei Greci segnò una svolta importante nella storia della città, ma è innegabile che questa «rispecchia, per orientazione e distribuzione, la pianta di una città sicuramente greca di origine e d’impianto, cioè di Neapolis».
Anche i Sanniti, subentrati ai Greci nel quinto secolo, continuarono ad abbellire la città, introducendo nella struttura degli edifici interessanti elementi di novità. La casa osca, semplice e senza finestre, fu ampliata e arricchita; l’orto, che l’affiancava, divenne prima giardino e poi quadriportico, rivestito di decorazioni policrome; furono praticate aperture più ampie alle pareti; venne innalzato un primo piano (adibito a deposito di commestibili o destinato alla servitù), al quale fu spesso aggiunto anche un secondo.

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Era l’anno 89 a.C.: tutta la regione fu unificata sotto il segno di Roma. Anche Ercolano divenne un municipum romano. La città ebbe strade, fognature, palestre, basiliche, portici, splendidi monumenti ed un magnifico teatro. Attirati dalla pliniana amoenitas orae e dal clima salubre elogiato da Strabone,artisti,letterati,filosofi, consoli,senatoriopatriziromani,iqualinon lesinarono mezzi ed energie perché il loro soggiorno sul litorale ercolanese fosse il più confortevole possibile. Le case subirono trasformazioni notevoli nella distribuzione e nel numero degli ambienti, arricchendosi di giardini pensili, di balconi, del bagno e di molte opere d’arte.
Furono, infine, edificate ville sontuose nelle quali il culto delle nobili arti della grammatica, della retorica, della dialettica, della musica e della danza si potesse alternare alla serena contemplazione della natura, che in nessun altro luogo del circondario aveva un aspetto così fascinoso. Si spiega, così, la massiccia presenza ad Ercolano di retori e filosofi famosi di Roma, di Napoli, di Atene, di Rodi, di Alessandria, di Pergamo.

Nella città di Ercole era possibile attuare, nella pratica della vita quotidiana, i precetti della dottrina di Epicuro, che qui aveva uno dei suoi massimi rappresentanti, il greco-siriaco Filodemo di Gadara. Questo esimio filosofo-poeta aveva cominciato a villeggiare ad Ercolano verso il 70 a. Cr., vale dire ben 23 anni prima che giungessero a Napoli Virgilio, Lucio Vario Rufo, Quintilio Varo, Plozio Tucca ed Orazio. Nella cittadina campana egli riuscì ad attrarre tanti discepoli, tra i quari, forse, Tito Lucrezio Caro.
Tra gli ospiti più illustri di Ercolano va ricordato soprattutto Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console della Macedonia, nonché proprietario della più grande ed aristocratica residenza di Ercolano, quella Villa suburbana che sarebbe stata poi conosciuta in tutto il mondo per la preziosissima raccolta di studi epicurei e per la più ricca serie di ritratti, in bronzo ed in marmo, di pensatori, oratori, dinasti e strateghi in essa rinvenuti nel XVIII secolo.

Il Nobile, accennando alle ville fatte costruire dai poeti e filosofi che giungevano ad Ercolano, attirati dal fascino dell’intellettualità ellenica che vi si respirava, osserva, tra l’altro: «Cicerone, nelle sue lettere, parla della bellissime ville dei due Fabio; Seneca cita un palazzo dei Cesari, che Caligola tèce demolire perché in esso sua madre era stata tenuta prigioniera da Tiberio; Stazio vanta la sontuosità e principalmente il buon gusto che ne illeggiadriva i palazzi». In effetti, queste case signorili, sparse nella vasta area del suburbio, erano ricche e raffinate. I tablini e i triclini erano ariosi e decorati a stucco dipinto, talvolta con pannelli inclusi nella decorazione parietale come quadri, altre volte con veri e propri affreschi raffiguranti scene e personaggi della mitologia. Il mobilio era di legno, ma con i piedi di bronzo artisticamente cesellati. I pavimenti erano in mosaico. L’acqua era distribuita all’ interno da tubazioni. Il disimpegno delle stanze di soggiorno era assicurato dagli atri e dai peristili.

n benessere della città non fu però determinato, esclusivamente, dalla munificenza degli ospiti, che avevano fatto di Ercolano un centro -si direbbe oggi -di «esponenti dell’alta finanza». Altri fattori concomitanti, infatti, contribuirono ad elevare il tenore di vita degli abitanti: il porto sicuro, le acque pescose, i grassi agnelli celebrati da Plinio e l’abbondanza dei vigneti cantati da Marziale.
Questi benefici si spiegano anche col fatto che la coltivazione intensiva voluta dai Romani mirava a produrre in grande quantità grano, olio e vino eccellente. Commercianti di tutte le razze venivano ad Ercolano per acquistarvi grosse partite di quei prodotti che poi rivendevano nei più lontani porti d’Oriente e di Occidente. Perciò, considerata la fertilità del retroterra e la forte richiesta dei vini sul mercato, Catalano è portato a credere che la vita commerciale di Ercolano non dovette essere di scarso rilievo e tantomeno che la città fosse esclusivo richiamo di filosofi. Contro questa interpretazione osta, peraltro, la convinzione del Maggi: «I Borboni, che con accanimento hanno esplorato il sottosuolo, ci hanno disegnato una piccola città con tre decumani e cinque cardines. Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tale dimensione, sapendo dalle fonti che Ercolano non aveva la vocazione di crescere, soffocata com’era dal Vesuvio, da due fiumi e dal litorale: quindi, senza un retroterra agricolo, premessa di eventuali fortune fondiarie, di iniziative commerciali».

Sulla coltre dell’ antica città greco-romana sorgerà, però, più tardi, l’abitato di Resina, che le prime documentazioni diplomatiche fanno risalire all’anno Mille, quando dell ‘antica Ercolano si era persa addirittura la memoria.
Fu l’invenzione della stampa, avvenuta nel 1445, a operare un profondo rivolgimento nella storia della cultura. La sua influenza, sensibile in tutti i catnpi, coincise particolarmente con la fioritura degli studi umanistici. Non a caso in moltissimi libri stampati in quel tempo, quando cioè i dotti erano intenti a riscoprire i valori e le suggestioni della civiltà classica, ricorre spesso il nome di Ercolano.
Tuttavia, se frequenti erano le congetture o le fantasie letterarie sull ‘esistenza dell’antica città, nessuno contemplava la possibilità di eseguire ricerche o scavi dove Ercolano era sepolta. Per giunta si continuava ad ignorarne l’ubicazione.
Fu solo nel 1684 che un fornaio di Resina, volendo scavare un pozzo, invece di rinvenire acqua, trovò scalette e gradini semicircolari lavorati in pietra vulcanica. In effetti, il piccone aveva picchiato contro il duro sasso delle caveae dell ‘antico teatro di Ercolano. In prosieguo di tempo, il pozzo fu ampliato e perfezionato, e servì ad illuminare dall’alto una parte di quell’edificio.

La storia palese degli scavi, sia pure privati, comincia però con il principe d’Elboeuf, il quale, avendo bisogno di materiale da costruzione per la sua villa al Granatello di Portici, ordinò che si continuasse a scavare «a fior d’acqua di quel pozzo», cioè lateralmente. Si inaugurava così, nei primi anni del ‘700, il sistema dello scavo a cunicolo che, tranne che per una parte della città vicino al mare, sarà l’unico sistema seguito ad Ercolano, almeno fino all”800.

Carlo_di_Borbone_1716-1788Ma la storia ufficiale degli scavi comincia nel 173 8, per volere di Carlo III. Nonostante l’oscuramento e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di sopraelevazione, perforazione e trazione, i valenti collaboratori del sovrano contemplarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosidetta basilica), rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la villa dei Pisoni (o «dei papiri»), riuscendo a portare alla superficie statue, buste, colonne, comici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico, ed altri reperti di pregevole fattura. La notizia della straordinaria scoperta dell’antica Ercolano corse attraverso tutta l’Europa.

Cominciarono così a calare all’ombra del Vesuvio i primi viaggiatori, avanguardie di un esercito che sempre più numeroso avrebbe invaso Ercolano negli anni successivi. Più degli altri, però, concorse a dare celebrità ad Ercolano, Johann Joachim Winckelmann. Da Dresda, dove si era meglio informati che altrove delle scoperte ercolanesi attraverso la figlia di Augusto III diventata poi regina di Napoli, lo studioso tedesco, che fin dalla giovinezza aveva mostrato uno speciale interesse per l’archeologia, giunse a Napoli, nel 1758, con l’intento di fare un reportage su]]e mirabolanti scoperte avvenute nell’antica cittadina campana.

La visione di quei tesori d’arte gli fece esclamare che «lo spirito dell’arte greca si fa sentire persino nelle opere artigiane», e lo spinse altresì a pubblicare due lunghe lettere (indirizzate, rispettivamente, al conte di Briihl e al pittore Fuessly), che risultarono una cronaca vivace e appassionata dell ‘impresa voluta da Carlo III, nonché una relazione stimolante per le valutazioni critiche dei tesori dissepolti.
Le considerazioni del Winckelmann, espresse in queste ed in altre missive (scritte al consigliere Bianconi, medico del re di Sassonia), influenzarono notevolmente il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neoclassiche. I suoi scritti, seguiti nel 1764 dalla monumentale Storia dell’arte presso gli antichi, acquistarono all’antica cittadina grecoromana la faIna meritata di felice punto d’incontro tra l’archeologia e l’arte.
La nuova teoria estetica partiva, infatti, da un centro in cui l’attivismo illuminato dei Borbone stava gettando le basi di una civiltà splendidissima. Sono di quel periodo, infatti, le famose Ville vesuviane, superbi complessi poliedrici dove la conformazione stilistica dell’impianto architettonico si poneva al servizio dell’ambiente.

La storia di quelle ville è nota. Fatte costruire dalle famiglie maggiorenti delle colonie straniere già all’epoca dell’ultimo viceregno, sorsero poi maggiormente -nel secolo XVIII -intorno alla Reggia di Portici. I Borbone, grandi cacciatori, amavano trattenersi nella nuova residenza che era anche un’ ottima casina da caccia, e le nobili famiglie che formavano la corte vollero tutte avere la villa vicina a quella reale.
La campagna vesuviana fu così punteggiata da edifici sontuosi, impreziositi da pitture sculture di pregio. In quegli anni «splendidi e fulgenti della metà del Settecento», sorsero a Barra il palazzo Bisignano; a San Giorgio a Cremano le ville Caramanico e Pignatelli di Montecalvo; a Portici la villa Buono e il palazzo Gravina, divenuto luogo -quest’ultimo -in cui si davano convegno la nobiltà napoletana e la stessa regina Carolina; a Torre del Greco il palazzo Vallelonga e la villa del Cardinale.

Da allora il nome di Resina fu sempre associato a quello di Ercolano, tale risultando il legame nei diari e nelle corrispondenze di viaggio dei visitatori di tutte le latitudini. Un legame produttivo, anche dal punto di vista economico. A questo proposito, va segnalata un’importante iniziativa, messa in essere nel 1957.

Designato a parlare quale oratore ufficiale sugli «interessi archeologici e turistici di Resina», in occasione della venuta nel nostro Comune di un centro

alfonsonegro010mobile di lettura disposto dal Ministero della Pubblica Istruzione, Virgilio Catalano, noto studioso di archeologia, pose l’accento sull’importanza e il valore degli scavi di Ercolano, da intendere principalmente come fonti produttive per un migliore avvenire economico di Resina. Occorreva, perciò, che all’intervento auspicato dello Stato corrispondesse una progressiva trasformazione del centro agricolo e marinaro di Resina in un moderno centro di economia turistica. Per questo graduale divenire economico, l’oratore auspicò il completo risanamento urbanistico di Resina, non disgiunto dal graduale ampliamento della zona archeologica, e ciò «per un domani sociale indubbiamente legato in gran parte alla fortuna dell’antica Ercolano».

La proposta, ormai, era lanciata, non potendo dilazionarsi ulteriormente la necessità, sociale ed economica, di «rivendicare a Resina l’antico toponimo di Ercolano». II vantaggio del!a estensione del toponimo Ercolano a tutto il territorio comunale sarebbe ·stato «evidentissimo», anche e soprattutto ai fini dell ‘utilizzazione turistica del cambio di denominazione. Infatti, sulle cartine turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’ era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, ma pressoché sconosciuto ai turisti.
I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.

Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, «una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici diruti -impossibileper la coabitazione umana -che incombono su Ercolano {. ..}.

E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.

Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più incisivo, significativo ed efficace {. ..}.

Per logica conseguenza la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale di tutto il mondo, potrebbe -anzi dovrebbe -usufruire delle provvidenze di una legge speciale {. ..}.

L’interesse archeologico è un interesse turistico’ {. ..}. L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e al! ‘estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio, legato ad essa da un vincolo tragico efatale di morte [. ..].
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati, due meraviglie della natura e della~’storia e dell’archeologia che vanno conosciute contemporaneamente [. ..].

Basta dirvi che, nel 1966, di fronte a 294.000 bigliettivenduti dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché la stazione della circumvesuviana, che è quella piùfrequentata dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene a Napoli o proseguire per·Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i nomi di Resina e Pugliano -che attualmente compaiono sugli orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli autobus di linea intercomunali -saranno sostituiti da quello di Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana, che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4 novembre, porterà il nome di Ercolano.

Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci, ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle cronache televisive con una leggerezza {…] che dispiace a coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con il mutamento del nome della città in quello prestigioso di Ercolano, anche se auspichiamq che quel mercato -riordinato e organizzato alla stregua di’una grande fiera permanente non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
{…}.
Ed èper questo, per ristabilire una buona volta e per sempre la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo di Resina in Ercolano, specie se questo prowedimento dovesse affrettare i tempi dell’approvazione -da parte dei competenti ministeri-della creazione del! ‘Azienda di Soggiorno e Turismo, la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c ‘è dafareperché si operi una radicale trasformazione di mentalità in una città {…} destinata a diventare uno dei centri turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto {. ..}.

Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno letteralmente trasformato il volto della cittadina {. ..}.
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus; al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via 4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre,’ la nuova stazioneferroviariadellaCircumvesuviana, chesaràproiettata soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già pronta,’ è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande volontà di incrementare e valorizzare il turismo.

Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze; adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto qilesto sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi “.

Signor sindaco, signori consiglieri, rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri, .
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente, i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei vostrifìgli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento. Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO”, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Impegno totale per la città

Alfonso Negro non esaurì peraltro il suo compito nel recupero della prestigiosa Villa Campolieto, ma legò il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Ercolano ottenne infatti il nuovo stadio e un consultorio familiare, aspirazioni annose dei resinesi. Parallelamente al suo compito di amministratore, egli continuò poi a occuparsi di tutto ciò che era legato al mondo dello sport, il suo primo amore.
Costituitasi l’associazione nazionale «Azzurri d’Italia», egli ne fu eletto vice-presidente e, in tale veste, accolse il meglio degli atleti, giornalisti e conferenzieri nella principesca Villa D’Alessio (già Ravone), in Via Quattro Orologi. Questo centro di studi e di convegni sorse per l’iniziativa e il contributo della contessa Matarazzo e del consorte avv. Caramiello, entrambi molto legati a Negro fin da quando quest’ultimo aveva guidato l’Ercolanese verso i più importanti traguardi sportivi.

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Uno degli ospiti più graditi fu Annibale Frossi, compagno di squadra di Negro nella nazionale olimpica che nel 1936 aveva trionfato a Berlino nel torneo di calcio. Dopo quella splendida avventura e diventato calciatore di gran nome, Frossi aveva indossato la maglia dell’ Ambrosiana Inter, con la quale giocò 126 partite segnando 41 goal.

Nell’occasione Negro presentò l’oratore con accenti particolarmente commossi. Non poteva essere diversamente. Frossi apparteneva a quella comune famiglia di olimpionici del calcio il cui ricordo evocava ogni volta in lui sensazioni ineffabili.
Negro nominò tutti i membri di quella famiglia elencandone i meriti umani e sportivi e terminando il suo dire con un abbraccio caloroso all’ospite, tra gli applausi dei presenti.

Alle conferenze il Nostro alternava poi non pochi articoli su “Il Mattino” e “La Voce Vesuviana”, in cui rievocava -volta a volta -questo o quell’episodio della sua vita di giocatore e allenatore, non· disgiunto da considerazioni talvolta negative sull’involuzione del calcio in Italia, avviatosi a diventare un fenomeno di costume legato al business e, ahimè, alquanto lontano dai valori di un tempo.

La sua era una giornata piena come un uovo. Tra l’Assessorato, le interviste, le fatiche della clinica (dal 1978 era direttore e primario della clinica “Villa Maria” di Vico Equense), i numerosi incontri di lavoro e d’ufficio con i rappresentanti di varie istituzioni, i rapporti epistolari e telefonici con amici e colleghi di ogni parte d’Italia, non ultimo, l’impegno di consigliere dell’Associazione italiana per il Mezzogiorno, Negro aveva appena il tempo di scrivere nei ritagli di tempo qualche relazione, qualche comunicazione, qualche articolo, nonché di “divorare” il quotidiano stock delle notizie pubblicate dai giornali, aggiunte alle nuove pubblicazioni che andavano ad accrescere la sua cultura, che era ragguardevole.

E di questa vita Alfonso Negro viveva da molti anni.
Volle il consultorio familiare e il nuovo stadio. Nulla trascurò per restituire a Ercolano e al mondo della cultura la più preziosa gemma dell’età ‘tardobarocca. Nulla tralasciò; qualcosa, anzi, vi rimise dalle sue tasche…Infine,
«oggi ha operato il miracolo di un congresso. Ha parlato, ha brindato, ha organizzato) ha diretto, ha esibito agli studiosi e ai giornalisti di tutta Italia le acque di Castellammare) i castagni di Quisisana, le stufe di Agnana, il cielo di Capri, il turchino della Grotta, il fumo della Solfatara) la vista del Vesuvio) i vermicelli alle vongole, e quando, dopo una giornata sfacchinante) tutti lo credevano esaurito) s’è rimesso in auto e, sfogliando tutta la stampa nazionale dell’ultimo quarto d’ora, se n)è tornato fra il pacato verde dei Pini d’Arena a lavorare. Prima, però, lo hanno accolto sulla soglia di casa il sorriso dell ‘affettuosa consorte e l’abbraccio di Gabriella e Silvia, le sue adorate figliuole … ».

Come se tutto questo non bastasse, Negro aveva cominciato a scrivere da qualche tempo le sue memorie, partendo da lontano. Ne ho già parlato nel capitolo dedicato alle Olimpiadi di Berlino, ma forse accrescerà l’interesse del lettore riportare alcune considerazioni dell’autore omesse in precedenza.
Non c’è dubbio per lui che lo scoppio della seconda guerra mondiale rappresentò, non solo per l’Italia, uno spartiacque profondo tra il modo di giocare al calcio di una volta (il cosiddetto “metodo”) e quello affermatosi nel dopoguerra col non meno caratteristico “sistema”. Il primo era più compassato, magari più lento, ma anche più tecnico e spettacolare. Il secondo era molto più pratico e concreto, imponendo a tutti i giocatori l’applicazione “feroce” degli schemi studiati a tavolino, il controllo asfissiante dell’avversario, la teoria degli scambi tra difensori e attaccanti, le manovre per verticale e diagonale, il gioco sugli spazi liberi (cioè la tendenza a passare la palla nel punto più favorevole dello spazio libero), un’equa distribuzione di compiti e fatiche, e, soprattutto, velocità di gioco e di ritmo.

Il 7 novembre 1984, alla non tarda età di 69 anni, Alfonso Negro n10riva nella “sua” Firenze, che aveva raggiunto per sottoporsi a un intervento chirurgico, nemmeno troppo difficile.

Non so quali pensieri attraversassero la sua mente nei giorni che ne precedettero la dolorosa dipartita, ma mi piace pensare che, uomo di molte e dotte letture, ripetesse queste consolanti parole di Ippolito Nievo: «La mia esistenza temporale, come uomo, tocca ormai al suo termine; contento del bene che operai, e sicuro di aver riparato “per quanto stette in me al male commesso, non ho altra speranza ed altra fede senonché essa sbocchi e si confonda oggimai nel gran mare dell’essere. La pace di cui godo ora, è come quel golfo misterioso in fondo al quale l’ardito navigatore trova un passaggio per l’oceano infinitamente calmo dell’eternità».

Quando un uomo abbandona questo mondo, viene subito fatto di chiedersi quale ricordo lascia di sé. “Dimmi quello che lasci e ti dirò chi sei”: un assioma che vale anche e soprattutto per i potenti e gli uomini illustri.

Alfonso Negro lasciò alle figlie -oltre che il ricordo di un padre galantuomo, un gentiluomo di stampo antico, un autentico signore nel tratto e nei modi -il compito di dare alle stampe il manoscritto, completo di moltissime illustrazioni, che aveva preparato nei suoi ultimi tre anni di vita.

In tutto questo tempo Silvia e Gabriella Negro hanno coltivato il sogno (1 have a dream) di realizzare l’aspirazione patema, che non era né velleitaria né campata in aria. Il loro genitore era stato infatti testimone e, in qualche misura, protagonista di un avvenimento, le Olimpiadi di Berlino, memorabile nella storia del Vecchio Continente, importante non solo per il suo significato sportivo, ma politico, spettacolare, mediatico “ante litteram”. Tutto ciò egli aveva scritto con “intelletto d’amore”, e l’attenzione dell’autore si era soffermata particolarmente sugli aspetti umani delle vicende narrate. L’accenno, ad esempio, all’ospitalità offerta nel loro castello di Kassel da Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia (fig. 45), due personaggi tra i più in vista dell’Europa di ieri, è una delle pagine più commoventi delle “Memorie”, e come tale andava ricordato e fatto conoscere, assieme ad altri episodi legati a molte altre persone incontrate da Negro (Vittorio Pozzo, Umberto di Savoia, Jessie Owens, Ondina Valla, ecc.), a chi aveva interesse per le vicende di quel periodo.

L’intento sembrava conseguito ad Ercolano nel 2008, quando le autorità cittadine sembrarono venire incontro alla proposta di Silvia Negro.
L’auspicio era il seguente: perché non intitolare una strada o una piazza del Comune a un Uomo che tanto lustro aveva dato alla Città? Si continuava nel frattempo a proporre per la toponomastica personaggi di altri lidi il cui solo titolo di merito era spesso l’appartenenza a questo o a quel partito pohtico, e si lasciava cadere nell’oblio una persona come Negro?

Affidato al sottoscritto il compito di preparare una monografia sull’illustre Scomparso, che avrebbe dovuto vedere la luce in concomitanza con l’auspicata e promessa intitolazione di una via o piazza ad Alfonso Negro, l’obiettivo sembrava davvero a portata di mano. [nvece, finora, le promesse si sono rivelate fallaci, deludendo le aspettative di chi aveva confidato nella sincerità e nella lealtà di certi personaggi. Fortunatam~nte, c’è stato qualcuno che negli ultimi tempi ha preso a cuore il problema di Silvia Negro, pagando di tasca propria le spese necessarie per la composizione e stampa della monografia.

Questa pubblicazione vuole rappresentare un doveroso atto di omaggio e di gratitudine verso Alfonso Negro, che alle «egregie cose» di foscoliana memoria dedicò tutta una vita generosa e feconda. Non lo dimenticheremo.

Tratto dal libro di Mario Carotenuto  ALFONSO NEGRO – campione nello sport e nella vita – Anno 2010

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Una storia del 1423 di Santa Maria a Pugliano
Pugliano inizio 800Pugliano inizio 800

Inter cetera Capitula existentia in libro visitationis factre in anno d(omi)ni millesi­ mo quatricentesimo vicesimo tertio, ponti­ficatus s(anctissi)mi in xpo (christo) p(at) ris d(omi)ni martini divina providentia papre quinti Die nono mensis madij primre in(dictio)nis per R(everendissi)mum ar­chiepiscopum Nic(olau)m Neap(olita)num per Not(ariu)m rogerium pappansognia scripta in libro in pergameno existente in posse m(agnific)lorum extauritario­ rurm ven(erabilis) ecc(les)ie et extaurite s(anc)tre marire appugliano de resina extatinfr(ascript)um capitulum: Item detti ostoritarie deveno appresentar lo Cappellano in vita; et darle vinti docati l’anno de detta ostorita à ditto Cappellano deve tenere in ditta ostorita Corpus domini nostri Jesu xpi (Christi) oleum sanctum, et sancta (sic) Crisma et deve battizare in det­ ta ostorita, et Communicare».
Questo documento, autenticato dal nota­ io Oliviero de Acampora e presentato nella Curia Arcivescovile di Napoli il 30 marzo
1593, si trova in un fascicolo manoscrit­to dal titolo «Acta concursus pareochia) lis Ecc(lesi)re s(anc)tre Marire à pugliano Villre Resinre Neap(oIitanre) dioc(esis).
1593»; fascicolo che si conserva nella Par­rocchia di S. Maria a Pugliano. Il nostro documento (che costituisce il foglio 14 del
ricordato fascicolo) ci fornisce diverse inte­ressanti notizie, che cercheremo di elencare brevemente.
lO – S. Maria a Pugliano fu visitata, il 9 maggio 1423, dal nostro Arcivescovo Nicola de Diano. Solo da pochi anni (1417) si era
conclusa la dolorosa vicenda dello scisma d’Occidente che, cominciato nel 1378, aveva trascinato la cristianità in una confusione ter­ribile, poichè riusciva enormemente difficile raccapezzarsi tra i vari Papi e Antipapi che si accapigliavano e si scomunicavano scam­bievolmente. Anche Nicola de Diana era stato trascinato dalla furiosa tempesta (Na­poli ebbe un ruolo di primo piano in quelle turbinose vicende, sin dali ‘ inizio), ma nel 1418 era stato confermato Arcivescovo dal legittimo (e finalmente unico papa) Martino V. La Santa Visita era una necessità, dopo lo scompiglio provocato dal lungo scisma; e Nicola de Diano vi si dedicò appunto nell’anno 1423, come ci fanno sapere gli storici della Chiesa di Napoli. Il Chioccarelli ci in­ forma anche che egli, in questa occasione si servì dell’opera di due notai:

Dionigi de Samo e Ruggiero Pappanso­ gna, il quale ultimo è appunto il notaio che scrisse i Capitoli del]’ Estaurita di S. Maria
a Pugliano. Trascrivo la notizia del Chioc­carelli (Antistitum prreclarissimre nrepo­ litanre ecclesire catalogus, Neapoli, 1643;
pag.271):
«Fuit autem Nicolaus diligentissimus pastor, et crebris visitationibus, et prreser­ tim anno 1423 omines eius dioecesis ec­clesias accurate, et solemniter visitavit, et singulis illarum fundationis historiam, red­dituum, censuum, bonorum, iurium, atque indulgentiarum inventarium, ac reliquias sacras scribi, illarumque privilegia repeti feci t, qure omnia per notarios Dionysium de Samo, et Rogeriurn Pappansugnam pa­tricios Neapolitanos describi curavit, ut ex eorundem actis, ac pubblicis monumentis clare liquet».
Purtroppo, gli Atti della S. Visita di Ni­cola de Diano sono scomparsi; come è da ritenersi scomparso il libretto con i Capi­toli della Estaurita di S. Maria a Pugliano, libretto che nel 1593 gli estauritari con­ servavano ancora, e dal quale fu estratto il Capitolo sopra riportato, secondo la autore­ vole testimonianza del notaio Oliviero de Acampora.

I Capitoli approvati nel 1423 furono compilati proprio allora, oppure esisteva­no già da un certo tempo? Difficile, e forse
impossible rispondere. Può darsi che esi­stessero già da tempo, e che, alla fine dello scisma, magari con qualche eventuale mo­difica, furono di nuovo approvati (pare che ciò sia conforme anche alla notizia che ci riferisce il Chioccarelli, secondo il quale l’Arcivescovo si preoccupò di raccogliere e ordinare e scrivere, magari, i diritti e i pri­vilegi ecc. già esistenti delle Chiese della sua diocesi ).
Resta, comunque, saldamente assodato che nel 1423 già esisteva con una fisiono­mia ben definita la Estaurita di S. Maria a
Pugliano.
2°_ Almeno sin dai 1423 in S. Maria a Pugliano c’ è stato il Battistero. n Cappel­lano aveva la completa cura delle anime e
aveva, tra gli altri obblighi, quello di «bat­tezzare in detta ostorita». Le parole del Ca­pitolo sono chiare ed inequivocabili. Biso­gna, dunque, ritenere certamente sbagliata la opinione di coloro che ritengono che sino al Concilio di Trento l’unico Battiste­ro della zona vesuviana si trovasse in Tor­re del Greco. n Di Donna (Foris fiubeum, Territorio plagiense. Tipografia poliglotta vaticana, 1939. Peg. 24) dice: «La chie­ sa di S. Maria dell’ Ospedale, dopo detta della SS.ma Trinità ed ora scomparsa con l’ eruzione del 1794, era sede dell’ Arci­pretura, ossia la chiesa maggiore dell’ex­ tra fiumen, perché solo li v’era il battistero di tutta la regione»: evidentemente, specie se si pretende estendere tale stato di cose sino alla «istituzione dei parroci in ogni centro di piccola estensione prescritta dal Concilio di Trento» (o. c., pago 22), tale affermazione ne deve essere riveduta. E se i Capitoli approvati nel 1423 sono sta­ti compilati prima di quella data (come è, del resto, assai probabile), la presenza del Battistero in Resina diventa accertata per un tempo anche più antico.

Del resto, la S. Visita fatta nel 1542 1543 (prima, dunque, del famoso Concilio), al tempo dell’arcivescovo Francesco Carafa,
ci assicura della esistenza del Battistero in molte chiese della nostra zona. Tra le altre, anche S. Maria «ad Pogliano» (FrancescoCarafa. voI. n. fol. 178 a terzo).

NOTA – Il Capasso (Le fonti della Storia delle provincie napolitane dal 568 al 1500, Napoli, 1902, a pago 142 sq.) dimostra una forte diffidenza per le cronache compilate dai notai Ruggero Pappan­ sogna e Dionisio di Samo; e anche il Mallardo (S. Candida. La Diaconia di S. Andrea a Nilo, Anno scolastico 1940-41. Peg. 106) ci mette in guardia per le falsificazioni del Pappansogna. Ne terremo conto, se ci interesseremo della leggenda della venuta di S. Pietro, della conversione di Ampellone, ecc. Nel caso dei Capitoli approvati nel 1423, e compilati dallo stesso Pappansogna, non abbiamo alcuna ragione di diffidare di lui. Era un imbroglione sissignore; ma nel nostro caso non poteva imbrogliare, nè aveva ragione di farlo.

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Piazza Pugliano nei corso dei secoli
Pugliano 1771Pugliano 1771

Vi mostriamo alcune foto digitalizzate e recuperate da un bel volumetto intitolato RECUPERIAMO L’USO DELL’ANTICO BATTISTERO scritto dal Parroco di Santa Maria a Pugliano Sac. Franco Imperato.

 

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Antonio Battilo l’eroe ‘e Palazzo Capracotta
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Questa testimonianza ci è stata fornita direttamente dalla voce dell’interessato Antonio Battilo classe 1939 per il tramite di un nostro lettore del blog il caro amico Luigi Battilo.

La famiglia Battilo, pescivendoli ambulanti per tradizione familiare al Largo Santa Croce a Portici, per generazioni hanno sempre abitato a Palazzo Capracotta, meglio conosciuto come ‘O Palazzo e’ Peppe ‘e Catiello nonno del Dott. Saldamarco.

Ricordiamo ai nostri lettori che la struttura attuale con pianta a libro risale piu’ meno verso gli inizi del’700 appartenuto alla famiglia CAPECE PISCICELLI Duchi di Capracotta, ha rivestito nel corso dei secoli varie destinazioni d’uso prima sede della Curia, poi prigione e poi sede del Municipio in epoca Borbonica e post unitaria.

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Vi pubblichiamo anche due mappe una di fine ‘700 (Mappa de La Vega) ed un’altra di fine ‘800 dove si possono rilevare lo stato del palazzo all’epoca con la presenza del giardino al suo interno.

 

Ci racconta Antonio che lui e la sua famiglia vivevano primo piano insieme ad altre famiglie tra cui quella del Dott. Saldamarco . Le condizioni di vita erano al di sotto degli standards attuali ovvero c’erano bagni comuni ma comunque c’erano due fontane e due giardini su due livelli.

Il signor Antonio ha vissuto tutta la sua infanzia e la sua adolescenza fino al matrimonio nel Palazzo e ricorda con viva commozione i vari eventi che si sono succeduti. Ricorda le botteghe storiche che erano presenti sulla facciata del Palazzo ovvero botteghe di macelleria della famiglia Iodice detto ‘o signurino che erano anche proprietari nello stabile, al cortile interno c’era la bottega per le tende da paracadutista del sig. Armando Senatore e verso l’angolo della strada la bellissima salumeria dell’avvocato Coppola, con giardino interno,  padre del Dott. Gabriele Coppola.

Nel palazzo la famiglia battilo era molto numerosa e lo stesso Antonio ci raccontava che in una stanza del Palazzo vivevano in nove.

Ma l’episodio piu’ significativo della vita di Antonio avvenne all’incirca in un’estate forse del 1962 quando durante la notte senti un boato tremendo e si accorse che parte del solaio della sua stanza cadde sopra di lui. Non convinto vista il clamoroso boato si precipitò al piano di sopra in corrispondenza dell’appartamento della famiglia Iodice constatando che tutti loro erano rimasti sono una massa di detriti e calcinacci. Nonostante l’oscurità e la polvere sollevatisi riusci a trarre in salvo i genitori ed i figli che erano rimasti sotto. Intanto gli altri abitanti del palazzo avevano chiamato i vigili del fuoco ma l’improvviso intervento di Antonio riuscì sicuramente a salvare delle vite umane.

La conseguente inalazione della polvere provocò ad Antonio, una volta giunto sul ballatoio del palazzo, uno svenimento e furono necessari l’intervento di alcuni sanitari giunti sul posto.

L’accaduto fu ricordato su diverse testate giornalistiche nelle cronache locali (speriamo di trovare i giornali dell’epoca) ed Antonio Battilo fu convocato in Comune qualche settimana dopo per ricevere un encomio pubblico ed anche una somma in denaro.

Dopo quest’episodio e visto l’ormai stato di precarietà del palazzo stesso tutti gli abitanti furono trasferiti a Via Tironi di Moccia.

Quello che resta dell’ormai antico palazzo resta solo nella memoria di Antonio e di chi ci ha abitato o vissuto per un pò della sua vita.

 

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I Resinesi a Montevergine, una tradizione popolare
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L’articolo è tratto dal numero 1 del trimestre 2015 de La Voce Vesuviana scritto dal Cav. Luigi Cozzolino autore anche quì sul blog.

 

I RESINESI A MONTE VERGINE

Voglio qui ricordare le gite che la gente di Resina effettuava, nel dopoguerra, al santuario di Monte Vergine, l’antico monastero fondato da S: Guglielmo in Irpinia nel medioevo sul Monte Partendo (quota 1100).

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La devozione popolare per “Mamma Schiavona”, così denominata l’immagine “nera” del quadro della Madonna, ritenuta dispensatrice di grazie e miracoli, spingeva, sin dai tempi remoti, al pellegrinaggio. Nella prima decade di settembre, all’alba, le comitive si riunivano in Piazza Pugliano. Gli uomini indossavano maglioni scuri uguali (tipo “marinari”) mentre le donne esibivano vesti sgargianti e gioielli platealmente vistosi.

Le auto scoperte, provviste di “capote”, venivano addobbate con fiori di carta ed erano state fornite dai pochi noleggiatori esistenti sul territorio (ne ricordo il nome di alcuni: De martinis, Ottaviano, ‘O sergente).

Ma tanta gente partiva comunque per le zone di Avellino persino su camion scoperti gremiti, poiché era ritenuta “indispensabile” la gita al Santuario. Si raccontavano gli eccessi di un tempo, quando, le signore “perbene”, obbligavano i propri mariti, addirittura con contratto matrimoniale a rispettare il loro diritto di essere condotte annualmente all’abbazia. Si diceva, anche, che il popolino sarebbe disposto persino ad impegnare il proprio letto, pur di recarsi a Montevergine! Ma, in genere, le spese da sostenere per le gite erano coperte dai sacrifici che le famiglie si imponevano durante l’anno, sottraendo una piccola somma di danaro, settimanalmente, ai già magri bilanci familiari durante un anno intero. I risparmi venivano conservati in appositi salvadanai ( i cosiddetti “carusielli”).

Prima della partenza dalla piazza, era doverosa una rapida visita nella Chiesa di Pugliano per l’omaggio (“l’inchino”) alla statua della “Bruna Puglianella”. Poi, via!, preceduti dallo sparo di “tracchi” e botti e accompagnati dal canto :

“Statt’allera anema mia,

ca mo’ jamme a truvà a Maria…”

 

Il tragitto proseguiva attraversando i comuni di San Giorgio, San Sebastaano (non era stata ancora realizzata la Via Sacerdote Benedetto Cozzolino) Pollena, Sant’Anastasia e Somigliano.Qui ci si congiungeva con i cortei napoletani provenienti da Porta Capuana e Poggioreale,e tutti insieme, il fragoroso corteo si dirigeva verso i centri del nolano cantando:

“Chi vo a grazia a chesta vergine,

ca venessero a Monte Vergine…”

Venvano così raggiunte le località di Monteforte, Ospedaletto, Santa Filomena, Mercogliano, site ai piedi del monte Partendo, per rifocillarsi e intrattenersi in attesa della salita.

Prima che venisse allargata la strada che portava al Santuario – e prima ancora che fosse realizzata una funicolare per giungere alla vetta – un caos indescrivibile si creava nei tornanti della dura salita, per il fiume dei veicoli che la percorrevano! Era anche consuetudine una breve sosta per sedersi in un incavo della roccia, denominata la “sedia della Madonna” ritenuta dispensatrice di indulgenze.

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Si raggiungeva, poi, il piazzale dell’Abbazia, ove per accedere alla chiesa doveva essere percorsa una lunga scalinata.

Le “paranze” dei pellegrini, addobbati con le loro insegne, per ogni gradino percorso, recitavano dei versi per chiedere “interventi” alla Madonna.

Ed eccoci finalmente in chiesa dove campeggiava il grande quadro (oltre quattro metri di altezza) dell’immagine bizantina della “Schiavona” subito osannata ad alta voce con il canto :

 

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“che bell’uocchie tene ‘a Madonna… ca me parene ddoie stelle..”

 

Ma se la devozione e la commozione erano tantissime, purtroppo, si assisteva a scene di scomposta religiosità con urla, svenimenti e richieste esagitate di miracoli e grazie, con malati trascinati fino all’altare!

 

 

 

La visita al Monastero si completava con il giro degli “Ex Voto” portati dai devoti per ringraziare la Madonna per le grazie ricevute e si bevevo l’acqua del pozzo di S. Modestino.

Si lasciava il santuario e scendendo si cantava :

“A Monte Vergine simme venute

e quante grazie c’avimme avute…”

mentre le ragazze nubili aggiungevano :

“.. si chist’’anno so stata sola

l’anno prossimo che ve porto ‘o figliolo”

così augurandosi, per l’anno successivo, di tornare accompagnate da fidanzati o mariti.

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A questo punto finiva la parte religiosa del pellegrinaggio dando inizio, nelle varie località della Campania, alle manifestazioni esterne vistosamente clamorose. I veicoli sfilavano scorrazzando nelle strade, talvolta gareggiando fra loro in modo pericoloso. Particolarmente spettacolare era la parata che si svolgeva nella Piazza d’Armi di Nola, mentre venivano improvvisate danze, balli, accompagnandosi con tradizionali strumenti musicali quali “tammorre, nacchere, etc.” ed esibendosi in sfide canore con canti “a fronne ‘e limone”, e “figliole”. Il tutto reso ancora piu’ eccessivo per gli abbondanti pasti ingeriti e le numerose bevute, tracannate da generosi fiaschi di vino.

 

La gente di Resina, tornata dal Santuario, preferiva recarsi in antiche trattori, quali la “Casina Rossa”, “O Parrucchiano”, “ Francischiello”, “Santulillo ‘e vagne”, “ Cianfrone”, “a Pagliarella”… rientrando poi la sera a casa, stanchissima, ma felice di aver trascorso una giornata memorabile.

 

 

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I funerali solenni di Ettore Iaccarino eroe di Resina
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“La famiglia di Menotti Iaccarino ci ha inviato una copia digitale della “Gazzetta dell’Aeronautica” del 1926 contenente un articolo sui funerali del fratello Ettore, pilota abbattuto in Albania, che si tennero a Resina in forma solenne. Ringraziamo e pubblichiamo sperando così di rendere omaggio ad un illustre eroe, grande figlio di Resina”

Riportiamo integralmente l’articolo dell’epoca datato 22 Febbraio 1926.

LE SOLENNI ONORANZE AD ETTORE IACCARINO

Qualche settimana fa, Resina, uno dei piu’ ridenti e patriottici paesetti della plaga vesuviana, ha tributato solenni onoranze alla salma di un eroico cittadino: il valoroso sottotenente di vascello pilota Ettore Iaccarino, prode soldato ed intrepido volatore.

Fu educato sin dai primi anni ad una vita laboriosa ispirata ai nobili sentimenti del dovere e del piu’ alto patriottismo; seguendo poi vecchie tradizioni familiari scelse la carriera marinara: d’ingegno svegliato e dotato di una vasta cultura conseguì giovanissimo nel 1916 il diploma di capitano di lungo corso presso il Regio istituto Nautico di Napoli, e fu subito ammesso a frequentare la Regia Accademia navale di Livorno, di cui uscì, nel successivo 1917, con il grado di aspirante guardimarina di complemento.

 Destinato subito alla scuola d’Aviazione di Taranto, conseguì successivamente i brevetti di osservatore e di pilota e fu inviato alla Squadriglia Idrovolanti di Brindisi.

Ancora aspirante con decreto del 25 ottobre 1917 per un importante azione militare su Durazzo meritò un encomio solenne, che fu piu’ tardi convertito in una croce di guerra.

Promosso guardiamarina il 21 luglio 1917 e sottotenente di vascello il 16 maggio 1918, prese parte a numerosi bombardamenti di basi navali ed unità avversarie ed a tutte le azioni svolte in quell’epoca dalla sua squadriglia. Con decreto del 22 dicembre 1918 gli fu così conferita una medaglia d’argento al valor militare e piu’ tardi una croce al merito di guerra.

Un’altra croce gli venne poi conferita in occasione di un’interessante azione svolta insieme al valoroso Comandante De pinedo; i due intrepidi aviatori difatti “arditamente portavansi con il loro idrovolante su una munitissima base nemica, mai raggiunta da altri ed in pieno giorno assumevansi volontariamente di lanciare manifestini di propaganda pur non ignorando la sorte loro riservata in caso di cattura.

In seguito fu qualche tempo alla squadriglia idrovolanti di Napoli, finchè nel 1920 non partì per Brindisi ed indi il 17 giugno 1920 per Valona. partecipò così il giorno 18 giugno 1920 all’azione combinata fra esercito e marina contro gli insorti albanesi , levandosi in volo con un “F.B.A.”, con rotta verso Drasciovitza, in serivio di ricognizione.

Era in volo da oltre mezz’ora, quando improvvisamente, si vide l’idrovolante prima planare e poi cadere verso Penkova nelle linee degli insorti. A nulla valsero le immediate ricerche eseguite a cura delle truppe italiane e della nostra Base navale: il piu’ fitto mistero regnò quindi sulla sorte toccata al valoroso Iaccarino ed al suo compagno di volo; solo piu’ tardi il nostro console di Valona potè essere informato che l’apparecchio, colpito dal fuoco della fucileria nemica era precipitato in fiamme, causando la morte dei due intrepidi aviatori italiani.

Resina, grata perciò al sacrificio compiuto dal suo eroico figliuolo, ha voluto onorare la memoria in occasione dell’arrivo della sua salma gloriosa.

Ai funerali riusciti imponentissimi parteciparono largamente autorità e cittadini: il corteo formatosi dopo la cerimonia in chiesa, attraversò il Corso Ercolano, la via fontana la salita pugliano e la piazza omonima. Alla testa erano le guardie municipali, le guardie campestri ed i vigili daziari in grande uniforme, la banda civica, l’avanguardia fascista, le scuole municipali e private i giovani esploratori.

Seguivano la centuria di Resina della Milizia Nazionale, la squadra fascista Ettore Iaccarino con la fiamma, una compagnia del corpo Reale equipaggi, gli studenti medi ed universitari, il clero al completo e tutte le autorità civili e militari, nonchè una larga rappresentanza della R. Aeronautica. La salma gloriosa riposava su di un carro di artglieria fiancheggiato dai vessili delle Sezioni mutilati e combattenti di Resina, Portici, San Giovanni a Teduccio e Torre del Greco.

 

La salma, dalla chiesa di S. Agostino al carro fu portata a spalla dai fratelli dell’eroe e dalla Piazza Pugliano alla Chiesa da quattro ex combattenti decorati al valore.

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Le onoranze riuscirono austere e solenni, degne perciò dell’Eroe. Al padre di Ettore Iaccarino, Cav. Francesco Saverio, che vive nel culto della memoria del suo valoroso figluolo ed alla famiglia tutta inviamo intanto il saluto commosso e cordiale di aviatori italiani, che in Ettore Iaccarino ebbero un camerata buono, intelligente e valoroso.

 

BONIFACIO

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Perchè si cambiò nome da Resina ad Ercolano
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In quest’articolo riportiamo l’iter finale che portò all’idea del cambio del toponimo da Resina (epoca medievale) all’antico nome Ercolano ed uno dei massimi sostenitori fu il grande Alfonso negro, medaglia d’oro Olimpiadi di Berlino, ex calciatore, medico e grande politico della storia Ercolanese. Leggetelo con attenzione sono passati quasi 50 anni ma è ancora attualissimo.

(al centro nella foto con a destra la Contessa Matarazzo consorte del Sindaco caramiello nel salotto culturale che si teneva presso Villa ravone attuale Villa Maiuri negl’anni 60)

Nelle varie guide turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, malfonsonegro010a pressoché sconosciuto ai turisti.

I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.

Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica».

Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi a fondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace . Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale .
L’interesse archeologico è un interesse turistico .
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture
custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte .
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabili produttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell’archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente .
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di Ercolano.
A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente –
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.
Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazione ferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude:

Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».
Assessore al turismo ed allo sport

firmaalfonsonegro

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Mastu Pio dionoro Vitiello, ‘o falegname ‘e Resina
pioix

Riportiamo la testimonianza di un nostro lettore del blog a seguito dell’articolo sulla venuta di Papa Pio IX a Resina in esilio dopo i moti repubblicani a Roma del 1848, che potere rileggere:

https://www.bloginresina.it/pio-ix-o-papa-venette-a-resina/

E’ sicuro che in quel tripudio di folla e di evviva, si avvicinò al Pontefice una nostra concittadina che, in avanzato “stato interessante” a gran voce gli gridò nell’unica lingua che conosceva: “Santità se chisto è masculo le metto o nomme Vuoste”. e cosi fù.
Il poveretto si portò quel nome, malvolentieri, per l’intera sua vita.
Apparteneva ai Vitiello, nota famiglia di falegnami resinesi, proprietari di falegnameria e mobilificio, l’ultimo dei quali, nei pressi degli scavi, restò in attività fino agli anni ’70.
I suoi dipendenti, non percependo bene il nome del loro datore di lavoro, lo chiamavano Mastu Dionoro, storpiatura di quel Santo Nome, ma che lui, il Vitiello, preferiva a quello originale.
Il suo primo nipote, come in uso da noi, prese il suo nome, ma fortunatamente gli fu risparmiato il numerale e perciò si chiamò solamente Pio, poi emigrato in Francia.

Fonte Sig. Raffaele Uccello che ringraziamo per la sua testimonianza

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Foto di Resina da “Nostro sud” di Fosco Maraini 1950
nostrosud2
Il progetto Nostro Sud, uno dei pochissimi lasciati incompiuti nel corso della lunga attività professionale di Fosco Maraini, rappresenta un episodio di grande importanza nella sua storia personale. Nonostante egli stesso abbia avuto sempre molte reticenze a parlare nel dettaglio della genesi, degli sviluppi e delle sorti di questa impresa, la parte del suo archivio fotografico dedicata al Meridione italiano porta ancora oggi i segni di un costante lavorio: una stratificazione di ordinamenti e raggruppamenti successivi, e di reiterate selezioni tra prime, seconde e terze scelte, che sono la testimonianza di un’esigenza mai sopita, e ribadita a più riprese nei suoi ultimi anni di vita, di dare una forma definitiva e soddisfacente a questo ricchissimo materiale fotografico. L’idea di raccontare per immagini il Meridione d’Italia dell’immediato dopoguerra, ancora radicalmente contadino ma nel quale già si intravedevano i primi segni di profondi cambiamenti, viene ripresa e portata a compimento da questo volume, che presenta una selezione delle immagini più significative realizzate da Fosco Maraini durante il suo straordinario tour fotografico attraverso il “nostro Sud” e i suoi luoghi più affascinanti.
 
 
 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Immagini inedite alluvione del 26.9.1911
alluvione8

Grazie alla gentile collaborazione del sig. Franco Cozzolino ci sono pervenute immagini inedite di quella terribile catasfrofe che fu l’alluvione del 1911. Per chi non l’avesse letto l’articolo di qualche mese fa ripubblico quello che fu il notiziario ufficiale dell’epoca che causò pensate danni per 5 miliardi di lire che paragonata alla cifre attuali corrispondeva a quasi un miliardo di euro.

 

intestazione

I danni del maltempo. – Durante l’altra notte a Varese, si scatenò un violento temporale che allagó in. diversi punti, la città. Gravissimi danni si constatarono neiadintornia specie in Valle Olona, a Robarello, in Val. Ganna ove la Varese-Luino à interrotta in vari punti.
Le officine elettriche di Sant’Ambrogio rimasero allagate, ma senza conseguenze. Maggiori furono i danni alla stazione di Valle Olona, dove l’acqua uscita dal letto dell’Olona sorpassò il livello del ponte e inváse i prati, raggiungendo il livello di un metro e mezzo, determinando il crollo di terrazze ed altri incidenti.
. Il paese di Porto Seresto venne completame,ate allagato, Fra Sondrio e Morbegno la ferrovia venne interrotta per una ventina di metri. Fortunatamente non si devono deplorare vittime umane, In seguito a nuove pioggie altri danni si sono verificati a Porlezza.
Il torrente Rezzo si è riversato sulla .strada provinciale e si è scaricato nel lago abbattendo il muro frontale della strada provinciale.
Si teme l’ostruzione del ponte. La truppa lavora a riparare la strada.
La stazione di Porlezza è allagata. Il servizio dei treni ò mantenuto fino al cancello estremo della stazione.
Il maltempo ha pure infuriato nella stessa notte a Napoli e dintorni.
Dalle notizie pervenute fino ad iersera si apprendo che i danni prodotti a San Giovanni a Teduccio, a Portici e soprattutto a Resina sono gravissimi. alluvione piccola
La viabilità à completamente interrotta da valanghe di fango, che raggiungono quasi l’altezza dei fanali.
Varie case sono crollate, altre sono pericolanti.
Moltissimi pianterreni sono interrati; le masserizie sono andate completamente distrutte. Le condotture dell’acqua, del gas e della luce sono rotte in diVersi punti.
Sono stati presi i più urgenti provvedimenti.
A Torre del Greco sono maggiormente danneggiate le vie XX Settembre e Nazionale e Vico Fiorillo, dove sono crollate due case, senza vittime.
In via Umberto è sprofondato il cortile del palazzo Scognamillo.
È perita una bambina di 5 anni.
Sono state costituite diverse squadre di soccorso.
In seguito all’alluvione, si è verificato un avvallamento sulla strada terrata a qualche chilometro dalla stazione di Torre del Greco, per cui il passaggio dei treni è interrotto.
Si sono soppressi guindi i treni in partenza per Castellammare di Stabia e Gragnano.
Ulteriori notizie apprendono che a Resina sono stati trovati quattro cadaveri, ma si teme che altre vittime siano sotto le macerie di
alcune case crollate.
A Torre del Greco si deplorano due vittime e due scomparsi sulla strada di Bella Vista, che è ridotta in modo irriconoscibile. E crollata dalle fondamenta la villa Fucile, edificata in parte su un vecchio pozzo. Gli abitanti per fortuna hanno potuto mettersi in salvo mentre la villa crollava con grande fragore.
Il prefetto, comm. Ferri, parti subito per i luoghi del disastro, si reco a presenziare i lavori di salvataggio e a distribuire i primi sussidi ai colpiti dalla alluvione.
Al Capo di Posillipo si è avuto uno sprofondamento stradale per una estensione di 500 metri.
Sono stati constatati gravi danni anche a Boscoreale ed a San Giovanni a Teduccio, ove le strade sono completamente ingombre ed è interrotto il servizio tramviario.

A seguito di quel terribile evento atmosferico che causò all’epoca nella zona del vesuviano danni per 5 miliardi di lire, una cifra sbalortiva per quei tempi, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, che intervenne sul posto pochi giorni dopo, assegnò a questi eroi l’onoreficenza al valor civile :

Migliardi Antonio, maresciallo dei RR. carabinieri – Guarino Raffaele, vice brigadiere id., 11 21 settembre 1911, in Resina, (Napoli), in occasione di iin violento nubifragio, davanó prova di grande coraggio e salvando col concordo di altri animosi, e con evidente loro pericolo – numerose, persone, minacciate nelle loro abitazioni, invase dalla corrente d’acqua e di fango.

Romanó Mario, studente il 21 settembre 1911, in Resina (Napoli), in occasione di un violento nubifragio, prestavasi coraggiosamente per venire in aiuto a persone in pericolo, rimanendo vittima del suo generoso ardimento, perchè travolto dalla impetuosa corrente di acqúa e di fango.

Di Fraía Franceseo, carabiniere – Lauri Parise, id. – Iavarone Biagio, id. aggiunto – Bulfone Giovanni, id. id. – Iardino Giusseppe, guardia municipale – D’Antonio Ciro, id. – Incoronato asquale, id. — Imperato Carmine ,- Pastore Natale appuntato – Gallo Antonio, carabiniere, il 21 settembre 1911, in Resina (Napòli), in occasione di un violento nubifragio prestavano opera coraggiosa con evidente loro pericolo, nel salvamento di persone minacciate nelle loro abitazioni dalla corrente di acqua e di fango.

 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Enrico Marino il sindaco di inizio 900 ricordi di una sua bis nipote
enricomarino

Questi sono i ricordi alla mia prima infanzia e dunque i fatti di seguito narrati risalgono ai primi anni ottanta, in Corso Resina a Ercolano, nel palazzo dove abitavano i miei nonni materni, Dott. Ciro De Simone e Flora Marino, figlia del notaio ed ex-Sindaco di Ercolano Avv. Enrico Marino, al quale è dedicato un articolo di questo blog.

Firmato Onorina Sarlo bis nipote di Enrico Marino

Il palazzo, sito al numero 44 di corso Resina, si trova quasi di fronte al palazzo municipale e a quel tempo era occupato come segue.

Al pian terreno, con vetrine sulla strada, c’erano delle attività commerciali ai due lati del grande portone in legno: a sinistra un bar che credo sia ancora esistente e a destra una farmacia, poi trasferitasi poco più avanti, che aveva in  affitto sia il locale sulla strada, sia un locale all’interno del cortile adibito a deposito (locale che anticamente era stato con molta probabilità una stalla).

Il cortile era abbastanza ampio, pavimentato a “san pietroni “ di colore antracite, suppongo in pietra lavica. Varcato il portone, attraversando un porticato, si accedeva al cortile a cielo aperto. Dal cortile, sulla destra,  si accedeva  alla rampa di scale, dai gradini in pietra lavica, che conducevano ai piani superiori. Sulla sinistra, invece, un’altra breve rampa di scale conduceva all’abitazione dei Biondi, discendenti di un altro ramo della famiglia. Nel cortile, inoltre, vi era l’accesso al garage dei nonni  e, in fondo, visibile anche dalla strada, c’era il cancello in ferro battuto che consentiva l’ingresso al giardino.

corsoercolano1925

Al primo piano, con affaccio sul corso, abitavano i miei nonni e, fino agli sessanta anche mia madre Annamaria e i suoi fratelli Stefano ed Enrico. Il nonno, utilizzando l’ingresso molto ampio come sala d’attesa per i pazienti, aveva dentro casa anche il suo studio, dove esercitava la professione di medico. Era un “medico del popolo” e all’antica, di quei medici con una tale esperienza da poter fare una corretta diagnosi anche solo in base a una rapida occhiata.

A metà tra il primo e il secondo piano (sì, in quel palazzo c’era anche un piano “1 e mezzo” e molti altri luoghi strani e misteriosi per me, di cui parlerò tra poco) con affaccio verso il Vesuvio e sovrastante il giardino, c’era lo studio di mio zio Stefano, fratello maggiore di mia madre, medico specializzato in cardiologia.  Il suo assistente era un signore anziano ed allampanato, dal naso aquilino sulla punta del quale poggiavano  dei piccoli occhiali rettangolari; di nome faceva Saverio, ma da noi veniva chiamato rispettosamente “Don Saverio”… Ignoro il perché di quel buffo “Don”, ma ricordo bene che, nel mio immaginario di bambina delle elementari, quell’appellativo era un tutt’uno col nome e si scriveva così come si pronunciava, ossia “Don zaverio”.

fotosoffitto

Photo by Cira Riccardi

Il secondo piano del palazzo, dove molti anni prima avevano abitato i miei bisnonni e la sorella zitella del nonno, al tempo della mia infanzia era affittato al Comune e vi si trovava la succursale di una scuola, per cui nel nostro palazzo c’era un continuo andirivieni di scolari e di altra gente, nonché un bel po’ di fracasso, specie all’orario di entrata e di uscita da scuola.

A metà tra il secondo e l’ultimo piano, con affaccio verso il Vesuvio, c’era “la casa del pittore”, altro luogo per me misterioso e affascinante, proprio come il personaggio che vi abitava. Doveva trattarsi di un eremita o almeno di un solitario e comunque di un uomo di cui non si sapeva molto; io, in realtà, credo di non averlo mai visto, ma soltanto immaginato. Ricordo che una volta sola, con estrema cautela e discrezione, mia nonna, aprendo la porta con le proprie chiavi e, per qualche motivo che oggi ignoro, mi condusse nella casa del pittore. Era tutto in disordine, con tubetti di colore, tele e pennelli sporchi ovunque, un lettino disfatto e una sola grande finestra con meravigliosa vista sull’azzurro vulcano.

Poi c’era un appartamento all’ultimo piano, dove abitavano i pizzicagnoli della salumeria che stava sul corso, di rimpetto al nostro palazzo. Lungo le scale, tra un piano e l’altro, dietro porte di legno spesse venti centimetri che si aprivano con antichi chiavistelli, vi erano ampi ripostigli freschi e ombrosi come cantine. In questi luoghi simili a grotte i nonni tenevano le provviste di vino, olio e conserve di pomodoro, oltre alle cose vecchie che erano ormai dominio dei ragni.

Abbondavano anche le intercapedini, gli anfratti, le bizzarrie architettoniche stratificatesi nei secoli. Il palazzo, infatti, risaliva al ‘700 e la prova delle sue gloriose origini se ne è avuta molti anni dopo, quando è scaduto il contratto d’affitto con la scuola e si è finalmente liberato il secondo piano. Durante i lavori di ristrutturazione, sono emersi degli affreschi di fine fattura, nascosti per decenni sotto alcuni strati d’intonaco e risalenti proprio a quell’epoca.

Anche nel salone del primo piano, dove vivevano i miei nonni, si poteva ammirare, sotto l’altissimo soffitto a volta, un dipinto raffigurante una gigantesca musa delle arti, coperta solo di fluttuanti veli e corredata da un gentile amorino, che sedeva leggiadra su una rosea nuvola, sullo sfondo del cielo color acquamarina, che nei miei ricordi conferiva all’intera stanza una luminosità strana e irreale, come quella di una grotta sottomarin

Tutti questi posti suggestivi, per me che ero una bimba, sono stati fonte di curiosità e meraviglia. Il giardino dei miei nonni, in particolare, era e rimarrà sempre un luogo magico e denso di spiritualità, forse anche grazie a tutti quei ragionamenti filosofici che negli anni aveva assorbito dal nonno, essendone peraltro l’unico beneficiario.

Infatti, mio nonno Ciro, sebbene avesse vissuto molte avventure da raccontare (basti pensare che, come ufficiale medico, partecipò alla colonizzazione dell’Etiopia e che fu uno tra quei pochi che sopravvissero alla famigerata ritirata dalla Russia), e che pure era dedito alla lettura, dalla quale certamente scaturivano in lui abbondanti riflessioni sulle questioni del mondo, era tuttavia quasi completamente impenetrabile!

Non amava raccontare le storie della sua vita e nemmeno amava troppo esprimere le proprie opinioni, benché richieste. Eppure, non lo potrò mai dimenticare, i pensieri gli si dipingevano sul volto ormai rugoso ed io sapevo con certezza se lui approvava o disapprovava una certa cosa.

Inoltre, e questo era un aspetto che mi divertiva tantissimo, molto spesso parlava da solo. Nell’ultimo decennio della sua vita, in particolare, era solito trascorrere le fresche ore pomeridiane a curare le piante del suo piccolo giardino, così come aveva curato per quasi sessant’anni i suoi simili e, lavorando a testa bassa, intratteneva lunghe conversazioni con se stesso. Io, che ero molto curiosa sul suo conto, cercavo di ascoltare quello che diceva, ma erano parole farfugliate che si perdevano tra i baffi e le begonie.

C’erano, in quel piccolo giardino quadrato, misteri da scoprire, vari aneddoti e leggende da raccontare e persino angoli inesplorati su cui fantasticare.

Ad esempio, il muro di confine, dove erano incastonati i cocci di vecchie anfore romane emersi dal terreno durante la costruzione. Oppure, l’incursione degli scugnizzi che, dal cortile della scuola adiacente, si arrampicavano sul muro (sfidando le schegge di vetro infisse all’apice) per staccare dai rami più alti le arance ed i limoni del giardino, mentre mio nonno brandiva invano un manico di scopa per ricacciarli fuori, tra gli strepiti della nonna spaventata.

Nel giardino, poi, in primavera ed in estate, la nonna “riceveva”. Giungevano spesso persone in visita: gente del popolo legata ai nonni per lontani vincoli, per aver ricevuto qualche favore o per esser stati beneficiati dalle cure del nonno, oppure inquilini benvoluti che venivano a pagare la pigione, ma anche parenti, amici e “comari” varie.

La nonna Flora, con la sua pelle vellutata come un petalo di camelia, i capelli argentei e le guance rosa pallido come quel corallo dei gioielli antichi, quando era finita la “controra”, ossia le prime ore del pomeriggio estivo che ella dedicava al rosario ed al riposo, si vestiva di tutto punto, spesso di bianco, si metteva una collana di perle e scendeva in giardino: lì se ne stava seduta in poltrona, eretta come una regina madre, ed aspettava le visite. Per inciso, non erano mai visite preannunciate, ma sempre e solo inattese; se si rendeva necessario offrire qualcosa agli ospiti, la nonna chiamava il ragazzo del bar a fianco e si faceva portare bibite o gelati.

Quando eravamo sole, invece, giocavamo come due bambine e, difatti, questa mia nonna era rimasta candida e genuina come una bambina. E ciò nonostante le traversie della vita, la perdita dell’amatissimo padre a soli tredici anni, e le due maternità in piena Guerra e senza il marito accanto! La nonna, a differenza del nonno, amava discorrere e mi raccontava spesso della sua infanzia felice e spensierata, trascorsa a giocare coi numerosi cugini nel cortile e nel giardino del palazzo Marino, confinante col nostro. Di quel lontano passato la nonna ricordava soprattutto il senso di sicurezza che le dava la figura paterna e l’agiatezza economica della sua famiglia, probabilmente scossa dalla prematura morte del mio bisnonno.

Ricordo pure che qualche volta la nonna mi portava a passeggiare nel giardino del palazzo Marino, che era ben più grande del nostro e si allungava verso il Vesuvio, fino alla casa del pollaio, antico inquilino dei miei bisnonni, che non perdeva occasione per regalarci uova fresche da bere a crudo. Di quel giardino ricordo vagamente delle piante secolari e delle altissime palme. Ma il luogo che ricordo meglio era il giardino del nonno, con un vialetto centrale che si diramava in due vialetti laterali. All’ingresso del giardino, oltre il cancello in ferro battuto verde, c’era un longevo glicine dallo spesso fusto attorcigliato. Il vialetto centrale, poi, passava sotto degli archetti sui quali erano cresciuti il gelsomino officinale e le roselline rampicanti di quella varietà antica coi petali dal colore rosa pallido, formando una galleria naturale che in primavera-estate risultava profumatissima.

Vi erano poi un altissimo pino argentato, una camelia anch’essa di circa 15 metri, coi fiori rosa fucsia e ai primi di marzo sotto i muri crescevano le violette. All’apice delle cose magiche della mia infanzia, comunque,  c’era senz’altro il pozzo.  Si trovava in un angolo di questo giardino, a ridosso del muro di confine e, anche perché gli adulti volevano tenercene lontani, costituiva da sempre un punto di irresistibile attrazione per me e per i miei cugini.

La botola di ferro che lo chiudeva era pesantissima e, quando il nonno non poteva fare a meno di alzarla, perché doveva innaffiare le piante, io ne approfittavo per sporgermi a guardare dentro. La prima sensazione che mi investiva era l’aria gelida e profumata di muschio che saliva da laggiù. Le pareti interne, scavate nella roccia, ospitavano piccole felci, tra cui delicatissime piantine di capelvenere, edere e muschi. Tre, quattro metri sotto il bordo, c’era l’acqua limpidissima. Secondo una teoria sostenuta dai miei zii, quell’acqua potrebbe appartenere ad un fiume sotterraneo e, in effetti, gli archeologi riconoscono che presso le mura dell’antica Ercolano scorreva un fiume, forse il Sebeto o un suo affluente, che poi fu sommerso e deviato dalla tragica eruzione del 79 a.C..

Il pozzo non era profondo e si poteva vederne il fondo, dove brillavano le monetine gettate negli anni dei sogni romantici, e dove, in seguito alla fine della seconda guerra, era stata ritrovata nientemeno che una spada! …Forse una spada gettata laggiù da un disertore in fuga! …chissà!

Photo by Cira Riccardi

 

Informazioni autore Onorina

Mestieri e mastri di Resina, ‘e maste cunusciute
chiurma-frantoiani

I maestri muratori

Il capomastro muratore è una figura mitica nella storia di Resina. I vecchi cultori di storia locale raccontano che molti di essi, in passato, in virtù della loro grande padronanza del mestiere, erano in grado di portare a termine la costruzione di interi palazzi, senza la guida dei tecnici preposti alla direzione dei lavori.
Ma quelli che si distinsero maggiormente per la loro valentia furono i maestri fabbricatori, che si succedettero a Resina, tra il 1765 e il 1760, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Ne ricordiamo i nomi: Nicola Civile, Innocenzo Torrese, Donato Quartucci e Nicola Pandullo. Quest’ultimo, in particolare, sottoscrisse un contratto che prevedeva che a sue spese dovessero andare anche i « materiali e magistero » Tra i vari materiali impiegati (la pietra della montagna, i mattoni, il lapillo della montagna, travi e chiancole per i solai, la tonica d’arena, le tegole e i canali di Salerno) c’era naturalmente anche il tufo napoletano, il materiale da costruzione più largamente usato nell’Italia meridionale, per due buoni motivi: l’abbondanza della materia prima e il basso costo.
Per secoli il tufo ha costituito il tessuto connettivo di tutti i palazzi signorili e delle case plebee del Mezzogiorno d’Italia. Erano tempi in cui le case erano costruite senza fretta ed abbellite a regola d’arte, e non esisteva la speculazione edilizia che, al giorno d’oggi, ha reso le abitazioni simili a tetre caserme, prive di gusto e di estetica.
Adesso la saturazione di tutti gli spazi edificabili, gli alti costi dei materiali da costruzione, !’inflazione e la crisi edilizia hanno quasi fatto sparire dalla circolazione la benemerita categoria dei muratori.
Ma, ancora oggi, quando ci capita di osservare quel bel materiale giallognolo che occhieggia dall’intonaco scrostato di muri e palazzi, non possiamo fare a meno di pensare alla patetica figura del fravecatore intento a lavorare su un andito, la cazzuola in mano e un berretto di carta, a forma di barchetta capovolta, sulla testa.

I maestri pipernieri

Fin da quando Resina si chiamava Ercolano, la nostra città ebbe valenti maestranze nel campo della lavorazione del marmo. Famosi sono rimasti i marmorari ercolanesi, che lavorarono alla pavimentazione delle case urbane e al rivestimento della scena dell’antico Teatro. Meno famosi, ma certamente abili e qualificati, furono gli artisti ercolanesi ai quali era ugualmente delegato il compito di decorare le case. E se a Pompei spetta l’incontestabile primato di offrire la più doviziosa documentazione della pittura parietale dalla fine del II sec. a. C. all’anno 79 d. C., tema dell’impegno dell’artista ercolanese fu anche il paesaggio: vedute di colli, di marine, di edifici all’aperto. Forse fu proprio un nostro lontano antenato l’autore del dipinto ç7) scoperto ad Ercolano nel 1779, poi scomparso, di cui però si ha una prima riproduzione nell’opera del Killian, Le pitture antiche di Ercolano, ecc., e in due riproduzioni, che gli Accademici Ercolanesi (18) pubblicarono lo stesso anno. Del resto, ancora nell’Ottocento, i pittori della celebre Scuola di Resina andarono famosi nel mondo per i risultati ottenuti nel campo della pittura del paesaggio vesuviano. Armati di tavolette e pennelli, essi si diedero a percorrere le località e le campagne alle falde del Vesuvio, in cerca di motivi originali per imporre una loro originale e interessante « pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia» (19). Fra quegli artisti si distinse, in modo particolare, Marco De Gregorio, nato proprio a Resina nel 1875.
Un’altra categoria che annoverò nei suoi ranghi i maggiori operatori del settore eO) è quella dei maestri pipernieri, segnalatisi anch’essi, insieme con i capomastri muratori, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. L’impegno di questi lavoratori, tra cui va ricordata la figura di Francesco Moscatiello, fu strettamente collegato con l’attività del già ricordato capomastro ( 1) Nicola Civile, soprattutto perché essi fornirono a quest’ultimo la materia prima per la costruzione, cioé la pietra vesuviana, cavata in sito o nei dintorni, con cui furono eseguite in gran parte le murature di fondazione, quelle del piano cantinato e varie altre in elevazione del palazzo. Nello stesso periodo, altri maestri pipernieri, Nicola e Giovanni Cibelli, presiedettero al taglio delle pietre dolci e dei pipemi di Sorrento, mentre Carmine Stizza s’incaricò di tagliare quello di piperno vero e proprio. Pasquale Cortese e Francesco Scodese assunsero, infine, l’incarico del taglio « delle pietre di fabbrica della cava di Vesuvio e lavori di detta stessa pietra, così lisci, così scorniciati, di bàsoli ‘” come per tutti l’altri lavori di piperno di Pianura … per l’assistenza e posa in opera de’ lavori fatti compiti dal fu Francesco Moscatiello, e non posti in opera.

Per la lavorazione de’ zoccoli, controzoccoli, gambe, soglie … e grada liscia con setti, ed ogni altro lavoro liscio … per tutte quelle pietre già tagliate dal detto fu Moscatiello e non ancora lavorate … per la lavorazione di pietre … da farsene ginelle, balconcini, base e gambe scorniciate, con zoccolo e dente nello spigolo e dente nell’estremo, in conformità che si stimerà dall’Architetto D. Mario Gioffredo, direttore dell’opera Sulla scia dei maestri pipernieri sorsero poi a Resina intere centurie di cavatori, basolari e scalpellini, che dalla lavorazione della pietra del Vesuvio trassero per secoli il necessario per vivere. Li si poté vedere all’opera fin verso la metà degli anni cinquanta, intenti a scalpellare pietre e a lastricare strade. Ma anche per loro venne il viale del tramonto: nel 1956 il Corso Ercolano fu completamente ripavimentato, e alla pietra vesuviana subentrarono i cubetti di fido. Col progredire della tecnica, poi, anche i cubetti diporfido hanno dovuto cedere il passo al più moderno mac-adam che, nel 1976, ha sostituito addirittura l’antica pavimentazione in pietra vesuviana di Via Pugliano. Era proprio la fine di un’epoca!

I maestri stuccatori

La decorazione a stucco, nata nell’antichità come necessario presupposto della decorazione dipinta, ebbe poi una propria funzione decorativa ornamentale e figurata. Lo stucco fu destinato a ingentilire le strutture esterne delle case, dei templi, degli edifici pubblici e privati.
A Ercolano furono decorati con stucco l’apodyterium, la sala (detta a stucchi), il calidarium e il tepidarium delle Terme suburbane.
Gli artisti resinesi seppero sempre farsi valere in questo genere di decorazione: ne è prova la splendida cappella di S. Maria del Pilar, un tempo proprietà privata della prospiciente Villa Sorge, definita dal Di Monda (23) « uno degli esempi più cospicui del rococò napoletano per la ricchezza ed il gusto degli stucchi ».
La loro presenza è segnalata, al pari dei capomastri fabbricatori e pipernieri, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Qui ebbero modo di distinguersi alcuni tra i maggiori esponenti del ramo: Giuseppe Scarola, Girolamo Ferraro e Innocenzo Torrese (subentrato poi anche al posto di capomastro fabbricatore Nicola Civile).
In seguito, tutte le case signorili, le ville, gli edifici pubblici e privati, le chiese e le cappelle ebbero la loro decorazione a stucco. I costruttori facevano a gara nel procurarsi i servizi di questi abilissimi operatori, custodi di una tradizione che affonda le sue origini nel passato più glorioso della nostra Resina.

Gli stuccatori subentravano ai muratori, quando le strutture degli edifici erano già pronte, e si facevano valere sia come preparatori di superfici prima della lucidatura, tinteggiatura e verniciatura, sia come esecutori di motivi decorativi in rilievo su pareti
o soffitti.
Particolarmente apprezzata in questo campo fu l’opera di due artisti resinesi: Antonio Gargiulo, al quale si deve, tra l’altro, la decorazione delle pareti laterali e il fondo della Cappella marmorea di S. Rita da Cascia, nella Chiesa di S. Maria della Consolazione; e Ciro Carotenuto, detto Ciro ‘o stuccatore, abilissimo, tra l’altro, nel costruire presepi « classicheggianti».

Oggi, col mutare dei tempi, anche la figura dello stuccatore è stata relegata nel museo dei ricordi. La cosiddetta società dei consumi, distratta da ben altre occupazioni, non ha più interesse per le cose belle di una volta. Forse proprio per questo è resa ancora più struggente la nostalgia di un’epoca irripetibile della nostra storia, quando il fascino che si sprigionava dagli acanti di stucco di un’antica colonna corinzia, o dalle decorazioni in rilievo su pareti o soffitti dei palazzi, era ancora in grado di suscitare sensazioni ineffabili.

I cavatori

Il Vesuvio non è stato nei secoli solo l’elemento più spettacolare e simbolico del golfo di Napoli, ma anche un importante « datore di lavoro» per intere generazioni di cavamonti, basolari e scalpellini. La lava del nostro vulcano non era altro che la fusione di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa era il principale elemento di ogni eruzione, e si presentava all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui era riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, era superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conservava per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa era abbastanza spessa.
La materia eruttata dal cratere, e che non arrivava mai alla base del monte, veniva detta comunemente scoria. Queste scorie erano ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentavano, appena raffreddate, come macerie di pietre spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate.
Le lave invece venivano vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli, che si aprivano durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiungeva talvolta parecchi chilometri di superficie, con uno spessore variabile tra i due e i venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, screpolava, ed a guisa di spuma si riduceva in minutissimi pezzi, i quali venivano chiamati ferrugine. In alcune eruzioni però la lava veniva eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presentava delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che si usavano per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamenti superficiali di edifici, ed altro ancora.

La parte che veniva immediatamente dopo la ferrugine sulle lave era chiamata cima; e si presentava come masso di colore rossastro scuro, che andava gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta, e di color grigio bruno.
La superficie di queste cime era di ferrugine conglomerata, mista all’arena della stessa materia, la quale, in sezione « guartata »,
scendendo man mano nel corpo della lava, formava il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si prestava ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamavano pietra moscia o svenata, o caranfolosa, a seconda di come si presentava: o come masso compatto, o a piccoli strati separabili fra loro o, infine, cosparsa di piccoli buchi che penetravano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, veniva la lava o pietra buona, che costituiva la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi dell’industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divideva’ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Il taglio delle lave buone si faceva nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, era detto a caduta: le cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permettevano l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.
Altre cave, poi, trovandosi sul lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentivano il sistema a caduta, sebbene il taglio da sopra; cioè si cominciava con l’asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccavano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, fino ad arrivare all’acqua.
L’industria della pietra vesuviana fu per molto tempo, come s’è detto, la più proficua e nota di Resina. Praticamente, non ci fu strada delle province meridionali dell’Italia che non fosse lastricata dalla pietra del Vesuvio, la quale peraltro fu un prodotto molto richiesto anche all’estero, soprattutto nei porti d’Oriente, dove ebbe un notevole sviluppo grazie all’attività dell’industriale Formicola.
Questi, al pari di molti altri imprenditori resinesi, aveva stabilito una cava (detta, appunto, Cava Formicola) quasi al centro delle Novelle di Resina, una zona già devastata in precedenza da piu’ colate successive.

Dalla Cava Formicola partivano le pietre ricavate dalle lave del Vesuvio (le più belle delle quali erano quelle del 1868) per invadere il mercato italiano ed estero. Tra le commesse più cospicue si ricorda quella ordinata alla nostra cava, al principio di questo secolo, dal governo del $udan: pietre e scalpellini (tra i quali il padre del sac. Gennaro Nenna) furono imbarcati su una nave per andare a lastricare le strade di quel lontano lembo d’Africa.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.