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La famiglia Scognamiglio due sindaci ed un sacerdote
agosto 19, 2015
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cambiotoponimo

L’avv. Andrea Scognamiglio fu Sindaco di Resina dal 21 -10· 1894 al 23 -Il -1895, dal 2·5·1905 al 6 -10· 1908 e dall’l -12 -1910 al 3-5. 1912.
Durante i suoi mandati avvennero alcuni fatti importanti: l’inaugurazione a Resina, il l° luglio del 1895, dell’Acquedotto vesuviano, destinato a distribuire una diramazione delle fresche e limpide acque del Serino anche agli altri Comuni marittimi vesuviani; i moti di piazza, scoppiati a Napoli per la scarsezza del raccolto e l’oppressione fiscale, ed estesisi anche alla nostra città; la terribile eruzione vesuviana del 1906; la disastrosa eruzione fangosa del 1911; lo sviluppo commerciale, !’incremento delle industrie, l’apertura di nuove arterie cittadine e i lavori di restauro alla Chiesa Madre di Pugliano (lO).
Un altro illustre figlio di Resina fu Padre Pio Scognamiglio (1880-1953) dell’Ordine domenicano. Il monaco ‘e priora (così era affettuosamente chiamato dai nostri concittadini) fu Superiore a Roma e a Bari (nella famosa Basilica di S. Nicola), per vari anni. In quest’ultima località scrisse alcune opere, fra cui una «Storia del Santuario» e «Il miracolo della Manna» di S. Nicola. Visse gli ultimi anni della sua vita nel Santuario di Madonna dell’Arco.

Infine, il prof. Francesco Scognamiglio fu Sindaco dal 24 -91966 al -31 -3 -1969. A lui spetta il merito di avere proposto e ottenuto il cambio del nome di Resina in quello antico e prestigioso di Ercolano: così, con il sospirato decreto del Presidente della Repubblica pervenuto in data 12 febbraio 1969, il nostro Comune perdeva il carattere provinciale della sua denominazione e ritornava nel solco della grande tradizione storica e archeologica da cui era un giorno partito.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Filmato istituto luce circumvesuviana nel dopoguerra
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Un bellissimo filmato d’epoca a cura dell’istituto luce con la emblematica voce narrante di Guido Notari che ripercorre il viaggio in circumvesuviana nell’immediato dopoguerra.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Amedeo Maiuri il grande archeologo e la rinascita degli scavi di ercolano nel novecento
maiuri

maiuri-amedeoNato a Veroli nel 1886, venne a reggere la Soprintendenza di Napoli nel 1924, nel pieno della maturità, dopo una giovinezza non certo felice trascorsa fra la Ciociaria e Roma, dove con grandi sacrifici aveva compiuto gli studi liceali e universitari. Era già in possesso di una vasta esperienza di lavoro acquisita nelle isole dell’Egeo, da giovanissimo a Creta e quindi a Rodi, dove per dieci anni aveva diretto la missione archeologica italiana istituita dopo l’epilogo della guerra italo-turca.

Ma fu a Napoli che la sua personalità “esplose” in un fervore di opere incessante, che lo portava a percorrere quotidianamente il territorio di una Soprintendenza allora vastissima, da Formia a Paestum, a Velia, alle zone impervie del Molise, del Sannio, dell ‘Irpinia, con centri di fama mondiale come Pompei, Ercolano, Cuma.

A Napoli Maiuri trovò una situazione non certo tranquilla. Dopo accese polemiche e ingiuste accuse era stato “silurato” Vittorio Spinazzola, benemerito scavatore della Via dell’Abbondanza a Pompei, uomo volitivo, ambizioso, brillante, che tuttavia non seppe ben difendersi dagli anatemi di Giulio De Petra e Antonio Sogliano, nonché da piccole e grandi invidie che avevano proVocato un’ inchiesta ministeriale, In questo ambiente Maiuri si accinse al difficile compito della pacificazione degli anni, alla sistemazione del Museo archeologico, alla ripresa dell’ atti vità di scavo in tutta la Campania e nelle zone aggregate del Molise e della Lucania.

Primo e grave problema, il Museo di Napoli: nel vecchio edificio già caserma di cavalleria e Università degli Studi per decenni erano affluiti reperti da tutto il Mezzogiorno, che avevano accresciuto il già cospicuo patrimonio di eredità borbonica, ampliato enormemente nel Settecento dal risultato degli
scavi di Pompei, Ercolano e Stabia. Il trasferimento della Biblioteca alla Reggia, voluto da Croce, aveva creato la possibilità di dare nuovo respiro alle collezioni e inizio alla sistemazione dell’ ingente materiale del deposito, da sempre “piaga” del Museo: e Maiuri, avvalendosi dell’opera di una tipica figura napoletana in servizio dai tempi del Pais, il caposquadra Gennarino, cominciò a far “camminare le statue”, a riordinare gli affreschi pompeiani ed ercolanesi che si trovavano sacrificati nelle sale dell’ ammezzato, a dare esposizione nuova e moderna ai bronzi, agli ori, agli argenti, che cospicuo incremento dovevano avere dalle sue personali scoperte. All’ opera di riordinamento Maiuri si dedicò con passione, imprimendovi non solo il sigillo della sua prorompente personalità, ma anche il tocco eroico di un trasferimento di guerra a Montecassino seguito da una sistemazione ex novo quando,era ancora claudicante per una ferita riportata in un bombardamento aereo sull’ autostrada Napoli – Pompei.
Contemporaneamente al Museo, gli scavi, dove la “dimensione” della sua attività ebbe davvero del prodigioso: Sepino, Minturno, Literno, Baia, Pozzuoli, Capri, Paestum, Velia diventarono, insieme con i centri di più vasrinomanza (Pompei, Ercolano, Cuma), meta quotidiana delle sue “passeggiate”, caratterizzate non solo da un fervore di ricerca rigorosamente condotta, m: da un’ intima esigenza di umano colloquio con gli antichi che egli, a parte 11 relazioni “ufficiali”, faceva rivivere in libri e articoli di rara bellezza e poesia.
È impossibile qui rievocare l’infaticabile e prodigiosa attività di Maiuri nei centri piccoli e grandi della Campania, del Molise, della Lucania, a parte II “passeggiate” fino al Gargano, a Sibari, Metaponto, Locri, Crotone, Ovunque egli giungeva, anche fuori dei confini già assai vasti della Sovrintendenza giungeva la voce di un Maestro, mai però profferita col tono del vate, ma con umiltà pari alla genialità delle intuizioni.

«Poiché, pur essendo diventato Maiuri un gigante della cultura italiana, nella quale più di ogni altro aveva contribuito a un’ opera di svecchiamento dell’ archeologia, trasformandola da scienza da sala anatomica’ regno spirituale dell’uomo, egli era rimasto individuo modesto e mite:
Noi lo ricorderemo – scrive Giuseppe Maggi, al quale dobbiamo queste note introduttive – con particolare rimpianto e commozione per il tono quasi dimesso con cui rendeva gli altri partecipi di un’enorme dottrina per gli aspetti semplici della sua vita quotidiana, per il suo antiaccademismo e anticonformismo, per la bontà che emanava dai suoi grandi occhi miopi, in una parola per la sua autentica, profonda umanità»

I vecchi resinesi lo ricorderanno soprattutto per la sua opera a favore di Ercolano. Chiamato a reggere la Soprintendenza napoletana nel 1924, il nostro archeologo non tardò ad avvedersi che il problema di Ercolano era giunto ormai al suo momento risolutivo. Il denso e popoloso abitato di Resina tendeva inevitabilmente ad espandersi sui terreni ancora liberi compresi nell’area dell’antica città, mentre nessun vincolo gravava su di essi. Occorreva quindi fare presto: di qui appelli continui alle autorità politiche nazionali. Finalmente, istituito nel 1925 l’Alto Commissario della provincia di Napoli con speciali poteri amministrativi e più larga disponibilità finanziaria, trovato nel ministro Fedele un valido patrono per la rinascita di Ercolano, fu possibile emanare un decretolegge (n. 344, del 17 febbraio 1927), che sanzionava la gestione giuridicoamministrativa dei nuovi scavi da parte dell’ Alto Commissario Castelli, restandone la direzione tecnica e scientifica al Ministero e alla Soprintendenza.

Il colpo di piccone inaugurale fu dato, il 18 maggio del 1927, da Vittorio Emanuele III. Ricorda lo stesso Maiuri:
«Si chiamarono le storiche giornate di Napoli e sembrò in verità che Napoli fosse pervasa da un grande vento di rinascita: inaugurazione della Litoranea, inaugurazione nel Museo, rinnovato e ampliato dopo il trasferimento della biblioteca a Palazzo Reale, del Salone degli arazzi con un aulico discorso del Ministro Pietro Fedele, la cui sonora e calda voce per le disgraziate condizioni acustiche di quella sala, si ripercuoteva e si moltiplicava in cento echi; restauri a S. Chiara, a S. Pietro a Maiella e a S. Brigida; scoperta della grotta della Sibilla a Cuma; la prima memorabile rappresentazione classica dell’Alcesti di Euripide al teatro di Pompei con Ettore Romagnoli e la Compagnia napoletana degli Illusi che eroicamente
affrontarono quel primo cimento teatrale; e, infine, il 18 maggio,l’inaugurazione solenne degli scavi di Ercolano.
Non occorse poco per allestire quella cerimonia: si dové procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia dei precedenti scavi, tanto da aprire una via d’accesso al corteo delle autorità. Ma c’era l’uomo provvidenziale: il commendatore Ciro Esposito, il capo della nettezza urbana e l’uomo delle grandi risorse… In men che non si dica vidi sorgere sul terrapieno dello scavo una tribuna di stile neoclassico su cui torreggiava, ahimé, una cupola bulbare dello stesso tipo di quella che corona il mausoleo dello Schilizzi a Posillipo, con pennoni e orifiamme e una lunga scalea coperta di un tappeto purpureo che dalla tribuna scendeva al piano delle trincce. Era la cosa più buffa che potesse sorgere sull’area di un’ antica città; ma era, è doveroso riconoscere, intonata al gusto del tempo, dei luoghi e alle virtù scenografiche del bravo Ciro.

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Oratore ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti che a mo’ d’ammonimento concludeva:

” Se dovessimo compiere un’esplorazione per cui la città antica dovesse morire una seconda volta, meglio sarebbe lasciarla dormire sotto il duro strato di fango”.
Il rituale colpo di piccone fu dato dal Re con una piccozza d’arte su cui era inciso il motto esortativo: Herculaneum effodiendum est e, in tanto trambusto, non rammento se m’ebbi anch’io, come Giuseppe Fiorelli, cortesi parole d’incoraggiamento dalla Maestà del Re. Ma dopo quei discorsi, sbaraccate tribune e orifiamme, restai solo con i miei operai a combattere la dura battaglia contro il fango indurito di Ercolano»

Programma dei nuovi scavi era quello di scoprire in un primo tempo la parte della città antica su cui non sorgevano abitazioni di Resina, ed estendere successivamente lo scavo a quella parte dell’abitato della cittadina medioevale che, insistendo sul Foro di Ercolano, rappresentava per le sue malsane condizioni una necessità di risanamento. I risultati raggiunti tra il 1927 e il 1929 furono rilevanti: con una tecnica rivoluzionaria che atterrava trasversalmente dall’alto, si scavò tutta l’area compresa nell’insula III completando lo scavo della Casa dello Scheletro con il suo ninfeo sfavillante di mosaico in paste vitree, del cosiddetto Albergo e, avanzando lungo il decumano, riportando alla luce il gruppo delle abitazioni che s’affacciano sul cardine orientale, tra le quali la Casa del tramezzo di legno e la Casa a graticcio, famose per le loro strutture e il loro arredamento ligneo: in poco più di due anni di lavoro si mise allo scoperto un intero quartiere, a sud del cuore e del centro della città antica, vale a dire un’area eguale, se non superiore, a quella delle lunghe campagne precedenza  dal 1828 al 1855 e dal 1869 al 1875.

Successivamente (1929-1932) fu scavata tutta la superficie dell’insula con le due sontuose Casa dell’Atrio a mosaico e Casa dei Cervi, oltre ad altre otto abitazioni dal carattere più spiccatamente mercantile. In quello stesso periodo fu inaugurato il nuovo ingresso degli scavi: i lavori, cominciati il luglio 1929, furono ultimati il21 aprile 1930 con la spesa di 252.503 lire.
Negli anni 1931-34 furono l’i portati alla luce, a monte del decumano, l’intero edificio delle Terme (insula VI) e la metà inferiore dell’insula V con la Casa
sannitica, la Casa del mobilio, la Casa di Nettuno e la Casa di Anfitrite sul fronte occidentale, e la Casa dell’Atrio corinzio sul fronte orientale.

prima0Nel 1937-38 si completò lo scavo dell’insula V fino alla linea del decumano massimo: fu in questa fase dei lavori che, nella cosiddetta Casa del
Bicentenario, si scoprì un cubicolo e un segno cruciforme.
Nel 1939-40 si praticò lo scavo dell’insula VI portandolo a nord delle Terme, fin sotto le case di Resina: Casa del salone nero e Casa dei due atri.
Il periodo 1939-42 vide tornare allo scoperto una parte del muro di cinta che formava in origine terrapieno e bastione fortificato verso il mare: al di là di
queste mura si scoprì un secondo edificio termale (Terme suburbane), un’ara con sacello e un’ara commemorativa in onore di Marco Nonio Balbo.

Tuttavia, non fu possibile completare lo scavo degli edifici di questo settore, per la presenza di una copiosa falda d’acqua che non si riuscì a disciplinare.
Liberata dal grave ammasso di terra che la rinserrava da secoli, Ercolano rivelò così il suo vero volto: vie regolari pavimentate e fiancheggiate da marciapiedi, case conservate fino all’altezza del tetto, impalcature di legno ancora alloro posto, opere d’arte in marmo e in bronzo di pregevole fattura, pavimenti in marmi rari e policromi, pitture di singolare pregio decorativo, archivi privati con tabulae ceratae contenenti atti giudiziari e poi materie deperibili quali cibi e stoffe riemerse dal buio in virtù delle eccezionali condizioni di conservazione consentite dal banco di terreno indurito e consolidato. Ma quella feconda e irripetibile stagione segnò soprattutto il trionfo dello scavo della casa: case minime, racchiuse entro un angusto rettangolo invalicabile; residenze signorili, dotate di ogni confort, dove la vita non avrebbe potuto essere più serena; abitazioni del ceto medio, ciascuna con la sua impronta di nitore e di benessere.
Il messaggio di un’antica civiltà, affidato alle mute ma eloquenti testimonianze dei reperti ercolanesi, l’iaffiorò come per incanto, grazie all’opera appassionata e geniale di uno studioso per il quale la ricerca non era soltanto la fredda applicazione di un metodo scientifico, ma palpito di vita intensamente vissuta.

L’opera di Maiuri per Ercolano non vemle meno neanche durante il secondo conflitto mondiale, quando l’antica città corse il rischio di essere distrutta.
Nell’aprile del 1943 due o tre bombe caddero all’ingresso dei nuovi scavi, distruggendo le case che facevano da quinta fra lo scavo e l’abitato di Resina:
porte e finestre dell’ingresso sventrate; negli scavi vetri in frantumi; gli intonaci delle sale della Palestra staccati dalle pareti; un tramezzo della Casa a graticcio scheggiato; l’impannata in legno delle finestre del cenacolo di una delle taberna del Foro, scaraventata in frantumi sulla strada; a pezzi anche la transenna lignea che chiudeva una delle alae della Casa del Bicentenario; ovunque tetti e tettoie smantellati(4).
Ma, a parte ciò, l’area archeologica non subì soverchi danni, così come avvenne per Pompei, e si poté nel dopoguerra sviluppare il programma lavori interrotti dallo scoppio delle ostilità. Fin dal 1951, sia con i Cantieri di lavoro concessi dal Ministero del Lavoro sia con i primi finanziamenti come dalla Cassa per il Mezzogiorno, la Soprintendenza provvide a sgombrare e scavare gli unici edifici antichi su cui non sorgevano moderne abitazioni:
grandioso complesso delle terme suburbane, che presentò degli aspetti nuovi e singolari in campo architettonico e in quello degli impianti termali, e Palestra, scavata solo parzialmente perché sovrastata dal viale d’accesso agli scavi e che tuttavia diede un esempio grandioso degli impianti ginnici dell’antichità con i suoi colonnati e con la sua vasca centrale cruciforme al cui centro campeggiava un serpente bronzeo a più teste a guisa di fontana.

Il lento e faticoso lavoro di penetrazione verso il Foro di Ercolano riprese poi nel 1958, grazie ad un’intesa intervenuta fra l’Istituto per le Case popolari della Provincia di Napoli, il Comune di Resina e la Soprintendenza alle Antichità, che permise che la zona malsana di Resina gravante sugli scavi fosse inserita fra le aree meritevoli delle provvidenze previste dalla legge 9 agosto 1954 n. 640 per il risanamento urbanistico delle zone malsane. Alle spese di esproprio, di demolizione e di scavo provvide la Cassa per il Mezzogiorno. Un complesso di 80 famiglie venne traslocato e sistemato altrove. Fu liberato, in questo modo, tutto il cardo III fino al decumano massimo, ma poi i lavori si dovettero arrestare davanti al limite invalicabile delle case della soprastante Resina.
La storia di quella feconda e irripetibile stagione di scavi nell’area di uno dei maggiori e più famosi centri archeologici internazionali fu poi affidata, dallo
stesso Maiuri, oltre che ad una doviziosa e pregevole serie di pubblicazioni, nelle quali non si saprebbe se apprezzare di più la rigorosa precisione dei dati scientifici oppure lo splendore di uno stile ineguagliabile, a un’opera monumentale, che rappresenta un po’ la summa dei lavori eseguiti ad Ercolano in oltre un trentennio di attività: Ercolano. I nuovi scavi (1927-1958).
Il nume tutelare delle fortune ercolanesi morì il 7 aprile 1963, ma il suo ricordo è ancora vivo nella mente e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne la genialità delle intuizioni, la grandezza della dottrina e la profonda umanità. Il 18 dicembre 1983, nel decumano inferiore di quegli scavi realizzati «dal lavoro dell’archeologo – duro, disperato, disumano – … », fu scoperta la seguente lapide:

«Qui, limite estremo degli scavi borbonici, il 18 maggio 1927
iniziarono gli scavi nuovi di Ercolano. Questo volle Amedeo Maiuri, soprintendente
alle antichità ed archeologo insigne, continuatore dell’opera del Fiorelli.
Con tenace appassionato lavoro restituì ai secoli futuri le strade e le adorne
case. In ricordo dell’evento, celebrato da ogni civile nazione, nel ventesimo
anniversario della morte del grande studioso, la Soprintendenza e l’associazione
internazionale “Amici di Pompei” posero».

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Alfonso Negro, il ricordo a cent’anni dalla nascita
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Assessore oculato e disinteressato, Negro ricoprì più volte -fino al 1975 -la carica di assessore , legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città, a cominciare dal cambio del toponimo Resina in Ercolano.

Origini dell’antica Ercolano

Sull’origine dell’antica città, che affonda le radici in un passato che si muove tra storia e mito, le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi.
Il Chiarini affenna che «si è creduto trarre dal fenicio l’etimologia del vocabolo Herakleion, stante che in quella lingua Heracli vuoI dire ardens igne, e ciò per indicare la qualità vulcanica del suolo dove venne fondata».
Altri riconoscono il nome della città nel siriaco horah kalie, cioè «pieno di fuoco», e nei vocaboli etruschi significanti «vomito di fiamme» per la vicinanza del vulcano.
Alla venuta dei RodI in Campania si dovrebbe invece collegare il toponimo greco, divenuto Hereclena nella pronuncia osca, da cui Hereklanom e, nell’uso comune, Herculanum o Herculaneum.

Dionigi d’Alicarnasso, indulgendo all’ipotesi della saga erculea, ne attribuisce la fondazione al mitico eroe ellenico: questi avrebbe costruito la città che porta il suo nome nel luogo – tra Pompei e Napoli – dove la numerosa flotta, col carico di armenti tolti a Gerione, era approdata.
La leggenda, giunta a noi mutila e alterata, ricorda anche come la fondazione di-Ercolano fosse il frutto dello sfortunato amore di Ercole per Sebetide;figlia di Sebeto, nome tutelare del fiume omonimo. La ninfa, per sottrarsÌ agli assalti del mitico personaggio, abbandonò i giardini paterni
e dalle falde del Vesuvio fuggì verso la riva del mare, implorando l’aiuto di Nettuno. Il dio l’ascoltò: Sebetide fu trasformata in un sasso ricoperto di fiori. Ercole, colpito da quella repentina met~morfosi, diede allora il suo nome al sasso, sul quale crebbe, appunto, la nuova città, l’Herculea urbs.

Al di fuori del mito, ciò starebbe a indicare una città greca di nome e di fatto. I Greci, infatti, erano soliti tributare onori speciali ad Ercole, il loro eroe nazionale, e la storia degli Scavi di Ercolano è ricca di rinvenimenti che confermano quel culto. D’altra parte, è assai verosimile l’affermazione del Maiuri secondo la quale lo sviluppo della città si dovette alla necessità che i Greci della vicina Neapolis ebbero di potenziare i centri minori del golfo con una serie di baluardi costieri (infatti, Ercolano è indicata da Strabone come phrourion o castellum).

Sulla base della pianta di uno dei primi scavatori, nonché come appare con maggiore evidenza dagli scavi finora effettuati, è possibile anche farsi un’idea della sua topografia. La città era disposta su un terreno fortemente acclive, che sporgeva sulla sottostante scarpata con un brusco salto del promontorio.

Le case, distribuite a terrazzamenti e spianate artificiali, digradavano fino al ciglio del precipizio, permettendo la visione del mare anche a coloro che
ne erano più lontani. L’abitato, tuttavia, non si arrestava all’estremità della collina, ma si estendeva fino al porto attraverso fornici di passaggio, che
mettevano in comunicazione i cardines con il sobborgo marino.
I primi abitanti furono gli Osci od Opici (VIII secolo a.C.), che diedero a tutta la regione il nome di Opicia (<<terra di lavoro»). La città nacque come un pagus o vicus, cioè un aggregato di poche abitazioni, senza pianta preordinata, ma non tardò a subire, come detto, l’influenza dei vicini Greci di Neapolis.

Più tardi, nel sesto secolo, vennero gli Etruschi (ovvero i Tirreni di Strabone),cominciarono ad affiuirvi che «di molto si elevarono sopra gli altri popoli d’Italia nella cultura politica, religiosa, artistica». In questo periodo l’influenza commerciale della città, posta sul mare, aumentò ben presto e migliorò sensibihnente anche il tenore di vita dei suoi abitanti.
Nel 474 la flotta etrusca subì una tremenda sconfitta dai Greci, i quali stabilirono il loro dominio su tutto il territorio che da Cuma va fino a Punta Campanella.
La superiore civiltà degli Etruschi e dei Greci segnò una svolta importante nella storia della città, ma è innegabile che questa «rispecchia, per orientazione e distribuzione, la pianta di una città sicuramente greca di origine e d’impianto, cioè di Neapolis».
Anche i Sanniti, subentrati ai Greci nel quinto secolo, continuarono ad abbellire la città, introducendo nella struttura degli edifici interessanti elementi di novità. La casa osca, semplice e senza finestre, fu ampliata e arricchita; l’orto, che l’affiancava, divenne prima giardino e poi quadriportico, rivestito di decorazioni policrome; furono praticate aperture più ampie alle pareti; venne innalzato un primo piano (adibito a deposito di commestibili o destinato alla servitù), al quale fu spesso aggiunto anche un secondo.

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Era l’anno 89 a.C.: tutta la regione fu unificata sotto il segno di Roma. Anche Ercolano divenne un municipum romano. La città ebbe strade, fognature, palestre, basiliche, portici, splendidi monumenti ed un magnifico teatro. Attirati dalla pliniana amoenitas orae e dal clima salubre elogiato da Strabone,artisti,letterati,filosofi, consoli,senatoriopatriziromani,iqualinon lesinarono mezzi ed energie perché il loro soggiorno sul litorale ercolanese fosse il più confortevole possibile. Le case subirono trasformazioni notevoli nella distribuzione e nel numero degli ambienti, arricchendosi di giardini pensili, di balconi, del bagno e di molte opere d’arte.
Furono, infine, edificate ville sontuose nelle quali il culto delle nobili arti della grammatica, della retorica, della dialettica, della musica e della danza si potesse alternare alla serena contemplazione della natura, che in nessun altro luogo del circondario aveva un aspetto così fascinoso. Si spiega, così, la massiccia presenza ad Ercolano di retori e filosofi famosi di Roma, di Napoli, di Atene, di Rodi, di Alessandria, di Pergamo.

Nella città di Ercole era possibile attuare, nella pratica della vita quotidiana, i precetti della dottrina di Epicuro, che qui aveva uno dei suoi massimi rappresentanti, il greco-siriaco Filodemo di Gadara. Questo esimio filosofo-poeta aveva cominciato a villeggiare ad Ercolano verso il 70 a. Cr., vale dire ben 23 anni prima che giungessero a Napoli Virgilio, Lucio Vario Rufo, Quintilio Varo, Plozio Tucca ed Orazio. Nella cittadina campana egli riuscì ad attrarre tanti discepoli, tra i quari, forse, Tito Lucrezio Caro.
Tra gli ospiti più illustri di Ercolano va ricordato soprattutto Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console della Macedonia, nonché proprietario della più grande ed aristocratica residenza di Ercolano, quella Villa suburbana che sarebbe stata poi conosciuta in tutto il mondo per la preziosissima raccolta di studi epicurei e per la più ricca serie di ritratti, in bronzo ed in marmo, di pensatori, oratori, dinasti e strateghi in essa rinvenuti nel XVIII secolo.

Il Nobile, accennando alle ville fatte costruire dai poeti e filosofi che giungevano ad Ercolano, attirati dal fascino dell’intellettualità ellenica che vi si respirava, osserva, tra l’altro: «Cicerone, nelle sue lettere, parla della bellissime ville dei due Fabio; Seneca cita un palazzo dei Cesari, che Caligola tèce demolire perché in esso sua madre era stata tenuta prigioniera da Tiberio; Stazio vanta la sontuosità e principalmente il buon gusto che ne illeggiadriva i palazzi». In effetti, queste case signorili, sparse nella vasta area del suburbio, erano ricche e raffinate. I tablini e i triclini erano ariosi e decorati a stucco dipinto, talvolta con pannelli inclusi nella decorazione parietale come quadri, altre volte con veri e propri affreschi raffiguranti scene e personaggi della mitologia. Il mobilio era di legno, ma con i piedi di bronzo artisticamente cesellati. I pavimenti erano in mosaico. L’acqua era distribuita all’ interno da tubazioni. Il disimpegno delle stanze di soggiorno era assicurato dagli atri e dai peristili.

n benessere della città non fu però determinato, esclusivamente, dalla munificenza degli ospiti, che avevano fatto di Ercolano un centro -si direbbe oggi -di «esponenti dell’alta finanza». Altri fattori concomitanti, infatti, contribuirono ad elevare il tenore di vita degli abitanti: il porto sicuro, le acque pescose, i grassi agnelli celebrati da Plinio e l’abbondanza dei vigneti cantati da Marziale.
Questi benefici si spiegano anche col fatto che la coltivazione intensiva voluta dai Romani mirava a produrre in grande quantità grano, olio e vino eccellente. Commercianti di tutte le razze venivano ad Ercolano per acquistarvi grosse partite di quei prodotti che poi rivendevano nei più lontani porti d’Oriente e di Occidente. Perciò, considerata la fertilità del retroterra e la forte richiesta dei vini sul mercato, Catalano è portato a credere che la vita commerciale di Ercolano non dovette essere di scarso rilievo e tantomeno che la città fosse esclusivo richiamo di filosofi. Contro questa interpretazione osta, peraltro, la convinzione del Maggi: «I Borboni, che con accanimento hanno esplorato il sottosuolo, ci hanno disegnato una piccola città con tre decumani e cinque cardines. Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tale dimensione, sapendo dalle fonti che Ercolano non aveva la vocazione di crescere, soffocata com’era dal Vesuvio, da due fiumi e dal litorale: quindi, senza un retroterra agricolo, premessa di eventuali fortune fondiarie, di iniziative commerciali».

Sulla coltre dell’ antica città greco-romana sorgerà, però, più tardi, l’abitato di Resina, che le prime documentazioni diplomatiche fanno risalire all’anno Mille, quando dell ‘antica Ercolano si era persa addirittura la memoria.
Fu l’invenzione della stampa, avvenuta nel 1445, a operare un profondo rivolgimento nella storia della cultura. La sua influenza, sensibile in tutti i catnpi, coincise particolarmente con la fioritura degli studi umanistici. Non a caso in moltissimi libri stampati in quel tempo, quando cioè i dotti erano intenti a riscoprire i valori e le suggestioni della civiltà classica, ricorre spesso il nome di Ercolano.
Tuttavia, se frequenti erano le congetture o le fantasie letterarie sull ‘esistenza dell’antica città, nessuno contemplava la possibilità di eseguire ricerche o scavi dove Ercolano era sepolta. Per giunta si continuava ad ignorarne l’ubicazione.
Fu solo nel 1684 che un fornaio di Resina, volendo scavare un pozzo, invece di rinvenire acqua, trovò scalette e gradini semicircolari lavorati in pietra vulcanica. In effetti, il piccone aveva picchiato contro il duro sasso delle caveae dell ‘antico teatro di Ercolano. In prosieguo di tempo, il pozzo fu ampliato e perfezionato, e servì ad illuminare dall’alto una parte di quell’edificio.

La storia palese degli scavi, sia pure privati, comincia però con il principe d’Elboeuf, il quale, avendo bisogno di materiale da costruzione per la sua villa al Granatello di Portici, ordinò che si continuasse a scavare «a fior d’acqua di quel pozzo», cioè lateralmente. Si inaugurava così, nei primi anni del ‘700, il sistema dello scavo a cunicolo che, tranne che per una parte della città vicino al mare, sarà l’unico sistema seguito ad Ercolano, almeno fino all”800.

Carlo_di_Borbone_1716-1788Ma la storia ufficiale degli scavi comincia nel 173 8, per volere di Carlo III. Nonostante l’oscuramento e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di sopraelevazione, perforazione e trazione, i valenti collaboratori del sovrano contemplarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosidetta basilica), rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la villa dei Pisoni (o «dei papiri»), riuscendo a portare alla superficie statue, buste, colonne, comici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico, ed altri reperti di pregevole fattura. La notizia della straordinaria scoperta dell’antica Ercolano corse attraverso tutta l’Europa.

Cominciarono così a calare all’ombra del Vesuvio i primi viaggiatori, avanguardie di un esercito che sempre più numeroso avrebbe invaso Ercolano negli anni successivi. Più degli altri, però, concorse a dare celebrità ad Ercolano, Johann Joachim Winckelmann. Da Dresda, dove si era meglio informati che altrove delle scoperte ercolanesi attraverso la figlia di Augusto III diventata poi regina di Napoli, lo studioso tedesco, che fin dalla giovinezza aveva mostrato uno speciale interesse per l’archeologia, giunse a Napoli, nel 1758, con l’intento di fare un reportage su]]e mirabolanti scoperte avvenute nell’antica cittadina campana.

La visione di quei tesori d’arte gli fece esclamare che «lo spirito dell’arte greca si fa sentire persino nelle opere artigiane», e lo spinse altresì a pubblicare due lunghe lettere (indirizzate, rispettivamente, al conte di Briihl e al pittore Fuessly), che risultarono una cronaca vivace e appassionata dell ‘impresa voluta da Carlo III, nonché una relazione stimolante per le valutazioni critiche dei tesori dissepolti.
Le considerazioni del Winckelmann, espresse in queste ed in altre missive (scritte al consigliere Bianconi, medico del re di Sassonia), influenzarono notevolmente il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neoclassiche. I suoi scritti, seguiti nel 1764 dalla monumentale Storia dell’arte presso gli antichi, acquistarono all’antica cittadina grecoromana la faIna meritata di felice punto d’incontro tra l’archeologia e l’arte.
La nuova teoria estetica partiva, infatti, da un centro in cui l’attivismo illuminato dei Borbone stava gettando le basi di una civiltà splendidissima. Sono di quel periodo, infatti, le famose Ville vesuviane, superbi complessi poliedrici dove la conformazione stilistica dell’impianto architettonico si poneva al servizio dell’ambiente.

La storia di quelle ville è nota. Fatte costruire dalle famiglie maggiorenti delle colonie straniere già all’epoca dell’ultimo viceregno, sorsero poi maggiormente -nel secolo XVIII -intorno alla Reggia di Portici. I Borbone, grandi cacciatori, amavano trattenersi nella nuova residenza che era anche un’ ottima casina da caccia, e le nobili famiglie che formavano la corte vollero tutte avere la villa vicina a quella reale.
La campagna vesuviana fu così punteggiata da edifici sontuosi, impreziositi da pitture sculture di pregio. In quegli anni «splendidi e fulgenti della metà del Settecento», sorsero a Barra il palazzo Bisignano; a San Giorgio a Cremano le ville Caramanico e Pignatelli di Montecalvo; a Portici la villa Buono e il palazzo Gravina, divenuto luogo -quest’ultimo -in cui si davano convegno la nobiltà napoletana e la stessa regina Carolina; a Torre del Greco il palazzo Vallelonga e la villa del Cardinale.

Da allora il nome di Resina fu sempre associato a quello di Ercolano, tale risultando il legame nei diari e nelle corrispondenze di viaggio dei visitatori di tutte le latitudini. Un legame produttivo, anche dal punto di vista economico. A questo proposito, va segnalata un’importante iniziativa, messa in essere nel 1957.

Designato a parlare quale oratore ufficiale sugli «interessi archeologici e turistici di Resina», in occasione della venuta nel nostro Comune di un centro

alfonsonegro010mobile di lettura disposto dal Ministero della Pubblica Istruzione, Virgilio Catalano, noto studioso di archeologia, pose l’accento sull’importanza e il valore degli scavi di Ercolano, da intendere principalmente come fonti produttive per un migliore avvenire economico di Resina. Occorreva, perciò, che all’intervento auspicato dello Stato corrispondesse una progressiva trasformazione del centro agricolo e marinaro di Resina in un moderno centro di economia turistica. Per questo graduale divenire economico, l’oratore auspicò il completo risanamento urbanistico di Resina, non disgiunto dal graduale ampliamento della zona archeologica, e ciò «per un domani sociale indubbiamente legato in gran parte alla fortuna dell’antica Ercolano».

La proposta, ormai, era lanciata, non potendo dilazionarsi ulteriormente la necessità, sociale ed economica, di «rivendicare a Resina l’antico toponimo di Ercolano». II vantaggio del!a estensione del toponimo Ercolano a tutto il territorio comunale sarebbe ·stato «evidentissimo», anche e soprattutto ai fini dell ‘utilizzazione turistica del cambio di denominazione. Infatti, sulle cartine turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’ era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, ma pressoché sconosciuto ai turisti.
I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.

Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, «una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici diruti -impossibileper la coabitazione umana -che incombono su Ercolano {. ..}.

E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.

Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più incisivo, significativo ed efficace {. ..}.

Per logica conseguenza la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale di tutto il mondo, potrebbe -anzi dovrebbe -usufruire delle provvidenze di una legge speciale {. ..}.

L’interesse archeologico è un interesse turistico’ {. ..}. L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e al! ‘estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio, legato ad essa da un vincolo tragico efatale di morte [. ..].
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati, due meraviglie della natura e della~’storia e dell’archeologia che vanno conosciute contemporaneamente [. ..].

Basta dirvi che, nel 1966, di fronte a 294.000 bigliettivenduti dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché la stazione della circumvesuviana, che è quella piùfrequentata dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene a Napoli o proseguire per·Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i nomi di Resina e Pugliano -che attualmente compaiono sugli orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli autobus di linea intercomunali -saranno sostituiti da quello di Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana, che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4 novembre, porterà il nome di Ercolano.

Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci, ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle cronache televisive con una leggerezza {…] che dispiace a coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con il mutamento del nome della città in quello prestigioso di Ercolano, anche se auspichiamq che quel mercato -riordinato e organizzato alla stregua di’una grande fiera permanente non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
{…}.
Ed èper questo, per ristabilire una buona volta e per sempre la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo di Resina in Ercolano, specie se questo prowedimento dovesse affrettare i tempi dell’approvazione -da parte dei competenti ministeri-della creazione del! ‘Azienda di Soggiorno e Turismo, la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c ‘è dafareperché si operi una radicale trasformazione di mentalità in una città {…} destinata a diventare uno dei centri turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto {. ..}.

Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno letteralmente trasformato il volto della cittadina {. ..}.
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus; al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via 4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre,’ la nuova stazioneferroviariadellaCircumvesuviana, chesaràproiettata soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già pronta,’ è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande volontà di incrementare e valorizzare il turismo.

Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze; adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto qilesto sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi “.

Signor sindaco, signori consiglieri, rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri, .
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente, i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei vostrifìgli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento. Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO”, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Impegno totale per la città

Alfonso Negro non esaurì peraltro il suo compito nel recupero della prestigiosa Villa Campolieto, ma legò il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Ercolano ottenne infatti il nuovo stadio e un consultorio familiare, aspirazioni annose dei resinesi. Parallelamente al suo compito di amministratore, egli continuò poi a occuparsi di tutto ciò che era legato al mondo dello sport, il suo primo amore.
Costituitasi l’associazione nazionale «Azzurri d’Italia», egli ne fu eletto vice-presidente e, in tale veste, accolse il meglio degli atleti, giornalisti e conferenzieri nella principesca Villa D’Alessio (già Ravone), in Via Quattro Orologi. Questo centro di studi e di convegni sorse per l’iniziativa e il contributo della contessa Matarazzo e del consorte avv. Caramiello, entrambi molto legati a Negro fin da quando quest’ultimo aveva guidato l’Ercolanese verso i più importanti traguardi sportivi.

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Uno degli ospiti più graditi fu Annibale Frossi, compagno di squadra di Negro nella nazionale olimpica che nel 1936 aveva trionfato a Berlino nel torneo di calcio. Dopo quella splendida avventura e diventato calciatore di gran nome, Frossi aveva indossato la maglia dell’ Ambrosiana Inter, con la quale giocò 126 partite segnando 41 goal.

Nell’occasione Negro presentò l’oratore con accenti particolarmente commossi. Non poteva essere diversamente. Frossi apparteneva a quella comune famiglia di olimpionici del calcio il cui ricordo evocava ogni volta in lui sensazioni ineffabili.
Negro nominò tutti i membri di quella famiglia elencandone i meriti umani e sportivi e terminando il suo dire con un abbraccio caloroso all’ospite, tra gli applausi dei presenti.

Alle conferenze il Nostro alternava poi non pochi articoli su “Il Mattino” e “La Voce Vesuviana”, in cui rievocava -volta a volta -questo o quell’episodio della sua vita di giocatore e allenatore, non· disgiunto da considerazioni talvolta negative sull’involuzione del calcio in Italia, avviatosi a diventare un fenomeno di costume legato al business e, ahimè, alquanto lontano dai valori di un tempo.

La sua era una giornata piena come un uovo. Tra l’Assessorato, le interviste, le fatiche della clinica (dal 1978 era direttore e primario della clinica “Villa Maria” di Vico Equense), i numerosi incontri di lavoro e d’ufficio con i rappresentanti di varie istituzioni, i rapporti epistolari e telefonici con amici e colleghi di ogni parte d’Italia, non ultimo, l’impegno di consigliere dell’Associazione italiana per il Mezzogiorno, Negro aveva appena il tempo di scrivere nei ritagli di tempo qualche relazione, qualche comunicazione, qualche articolo, nonché di “divorare” il quotidiano stock delle notizie pubblicate dai giornali, aggiunte alle nuove pubblicazioni che andavano ad accrescere la sua cultura, che era ragguardevole.

E di questa vita Alfonso Negro viveva da molti anni.
Volle il consultorio familiare e il nuovo stadio. Nulla trascurò per restituire a Ercolano e al mondo della cultura la più preziosa gemma dell’età ‘tardobarocca. Nulla tralasciò; qualcosa, anzi, vi rimise dalle sue tasche…Infine,
«oggi ha operato il miracolo di un congresso. Ha parlato, ha brindato, ha organizzato) ha diretto, ha esibito agli studiosi e ai giornalisti di tutta Italia le acque di Castellammare) i castagni di Quisisana, le stufe di Agnana, il cielo di Capri, il turchino della Grotta, il fumo della Solfatara) la vista del Vesuvio) i vermicelli alle vongole, e quando, dopo una giornata sfacchinante) tutti lo credevano esaurito) s’è rimesso in auto e, sfogliando tutta la stampa nazionale dell’ultimo quarto d’ora, se n)è tornato fra il pacato verde dei Pini d’Arena a lavorare. Prima, però, lo hanno accolto sulla soglia di casa il sorriso dell ‘affettuosa consorte e l’abbraccio di Gabriella e Silvia, le sue adorate figliuole … ».

Come se tutto questo non bastasse, Negro aveva cominciato a scrivere da qualche tempo le sue memorie, partendo da lontano. Ne ho già parlato nel capitolo dedicato alle Olimpiadi di Berlino, ma forse accrescerà l’interesse del lettore riportare alcune considerazioni dell’autore omesse in precedenza.
Non c’è dubbio per lui che lo scoppio della seconda guerra mondiale rappresentò, non solo per l’Italia, uno spartiacque profondo tra il modo di giocare al calcio di una volta (il cosiddetto “metodo”) e quello affermatosi nel dopoguerra col non meno caratteristico “sistema”. Il primo era più compassato, magari più lento, ma anche più tecnico e spettacolare. Il secondo era molto più pratico e concreto, imponendo a tutti i giocatori l’applicazione “feroce” degli schemi studiati a tavolino, il controllo asfissiante dell’avversario, la teoria degli scambi tra difensori e attaccanti, le manovre per verticale e diagonale, il gioco sugli spazi liberi (cioè la tendenza a passare la palla nel punto più favorevole dello spazio libero), un’equa distribuzione di compiti e fatiche, e, soprattutto, velocità di gioco e di ritmo.

Il 7 novembre 1984, alla non tarda età di 69 anni, Alfonso Negro n10riva nella “sua” Firenze, che aveva raggiunto per sottoporsi a un intervento chirurgico, nemmeno troppo difficile.

Non so quali pensieri attraversassero la sua mente nei giorni che ne precedettero la dolorosa dipartita, ma mi piace pensare che, uomo di molte e dotte letture, ripetesse queste consolanti parole di Ippolito Nievo: «La mia esistenza temporale, come uomo, tocca ormai al suo termine; contento del bene che operai, e sicuro di aver riparato “per quanto stette in me al male commesso, non ho altra speranza ed altra fede senonché essa sbocchi e si confonda oggimai nel gran mare dell’essere. La pace di cui godo ora, è come quel golfo misterioso in fondo al quale l’ardito navigatore trova un passaggio per l’oceano infinitamente calmo dell’eternità».

Quando un uomo abbandona questo mondo, viene subito fatto di chiedersi quale ricordo lascia di sé. “Dimmi quello che lasci e ti dirò chi sei”: un assioma che vale anche e soprattutto per i potenti e gli uomini illustri.

Alfonso Negro lasciò alle figlie -oltre che il ricordo di un padre galantuomo, un gentiluomo di stampo antico, un autentico signore nel tratto e nei modi -il compito di dare alle stampe il manoscritto, completo di moltissime illustrazioni, che aveva preparato nei suoi ultimi tre anni di vita.

In tutto questo tempo Silvia e Gabriella Negro hanno coltivato il sogno (1 have a dream) di realizzare l’aspirazione patema, che non era né velleitaria né campata in aria. Il loro genitore era stato infatti testimone e, in qualche misura, protagonista di un avvenimento, le Olimpiadi di Berlino, memorabile nella storia del Vecchio Continente, importante non solo per il suo significato sportivo, ma politico, spettacolare, mediatico “ante litteram”. Tutto ciò egli aveva scritto con “intelletto d’amore”, e l’attenzione dell’autore si era soffermata particolarmente sugli aspetti umani delle vicende narrate. L’accenno, ad esempio, all’ospitalità offerta nel loro castello di Kassel da Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia (fig. 45), due personaggi tra i più in vista dell’Europa di ieri, è una delle pagine più commoventi delle “Memorie”, e come tale andava ricordato e fatto conoscere, assieme ad altri episodi legati a molte altre persone incontrate da Negro (Vittorio Pozzo, Umberto di Savoia, Jessie Owens, Ondina Valla, ecc.), a chi aveva interesse per le vicende di quel periodo.

L’intento sembrava conseguito ad Ercolano nel 2008, quando le autorità cittadine sembrarono venire incontro alla proposta di Silvia Negro.
L’auspicio era il seguente: perché non intitolare una strada o una piazza del Comune a un Uomo che tanto lustro aveva dato alla Città? Si continuava nel frattempo a proporre per la toponomastica personaggi di altri lidi il cui solo titolo di merito era spesso l’appartenenza a questo o a quel partito pohtico, e si lasciava cadere nell’oblio una persona come Negro?

Affidato al sottoscritto il compito di preparare una monografia sull’illustre Scomparso, che avrebbe dovuto vedere la luce in concomitanza con l’auspicata e promessa intitolazione di una via o piazza ad Alfonso Negro, l’obiettivo sembrava davvero a portata di mano. [nvece, finora, le promesse si sono rivelate fallaci, deludendo le aspettative di chi aveva confidato nella sincerità e nella lealtà di certi personaggi. Fortunatam~nte, c’è stato qualcuno che negli ultimi tempi ha preso a cuore il problema di Silvia Negro, pagando di tasca propria le spese necessarie per la composizione e stampa della monografia.

Questa pubblicazione vuole rappresentare un doveroso atto di omaggio e di gratitudine verso Alfonso Negro, che alle «egregie cose» di foscoliana memoria dedicò tutta una vita generosa e feconda. Non lo dimenticheremo.

Tratto dal libro di Mario Carotenuto  ALFONSO NEGRO – campione nello sport e nella vita – Anno 2010

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Hygeanopoli un progetto per Resina
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Nel 1893 a Portici venne inaugurata l’attuale via A.Diaz. La strada, larga e quasi rettilinea, saliva alla collina di Bellavista, dove fu realizzata la piazzetta (oggi piazza Poli) e l’albergo omonimi. La strada completò il programma di ammodernamento urbanistico avviato vent’anni prima dal sindaco, il veneto Gaetano Poli, con la realizzazione di corso Umberto I, piazza San Ciro e piazza S. Pasquale. Con questi interventi Portici acquisì un volto moderno, elegante e divenne una piccola ville lumiere ai piedi del Vesuvio, con caffè, teatri, bagni, uffici e negozi di qualità. Via Diaz rappresentava il prototipo urbanistico che si andava diffondendo in quegli anni in Europa e in Italia della strada “borghese”, ossia organizzata con un’ampia carreggiata, marciapiedi, elegante arredo urbano, servizi idrici e di fognatura, e accoglieva ai suoi lati quella tipologia abitativa destinata al ceto borghese emergente: il villino unifamiliare con giardino. Questo aveva una dimensione edilizia autonoma (come il vecchio palazzo nobiliare) ma più intima, più facilmente gestibile ma nondimeno priva di lusso e bellezza a cominciare dai cancelli e le aiuole a vista sulla strada. Fu il trionfo dello stile neogotico prima e dell’art nuveau – che in Italia fu chiamato “liberty” – poi.

Tutto questo preambolo per dire che anche Resina ebbe una simile occasione, solo che non la sfruttò.

Tutto nacque dalla tragedia del colera del 1884 a Napoli e provincia che pose per la prima volta in maniera seria il problema del risanamento delle infime condizioni igienico-sanitarie esistenti nei quartieri popolari di Napoli. Il progetto di risanamento della città di Napoli fu voluto dal governo e portò allo sventramento dei luoghi più degradati dove era stato maggiore il contagio: furono aperte ampie strade sul modello dei boulevard parigini: corso Umberto I, Via Depretis, piazza Borsa, piazza Nicola Amore, via Duomo (fu allargata e rettificata la stretta via esistente), la galleria Umberto I, e con il materiale di risulta fu fatta la colmata a mare e realizzati il quartiere di Santa Lucia, via Caracciolo e via Partenope.  

Francesco_CrispiFrancesco Crispi, Primo Ministro e Ministro dell’Interno, nel 1887 aveva visitato Resina che tre anni prima fu uno dei comuni più colpiti dall’epidemia. Impressionato dal degrado igienico-sanitario dei vicoli del paese, il 16 agosto conferì un incarico all’arch. Giulio Melisurgo di redigere un piano urbanistico per il risanamento di Resina. Melisurgo, l’architetto che a Napoli aveva progettato via Caracciolo, Via Partenope e la ferrovia Cumana, un anno dopo, nell’agosto del 1888, presentò un piano denominato Hygeianopoli Ercolanese, un nome che evoca la dea greca della salute, Igea, a sottolineare la finalità di risanamento igienico, e la città antica di Ercolano.

Il piano complessivo prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri a ridosso dell’esistente nucleo storico di Resina, un enorme triangolo tra Pugliano, Villa Campolieto e i confini con Portici, lungo la via regia. Dalla pianta emergono due aree: il quartiere che si estende ad est del centro antico e i quartieri residenziali a “isola” dislocati al di sotto dell’attuale corso Resina.

Il grande quartiere a est è il cuore di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Resina. Presenta un asse principale chiamato corso Francesco Crispi che parte da una zona a nord di Pugliano, pressappoco dov’è l’attuale via N.M.Venuti, e termina di fronte villa Campolieto. Lungo oltre un chilometro, è affiancato da grandi case quadrate e singole con giardino posteriore. A sinistra di esso altri due viali paralleli e di lunghezza simile ripresentano lo stesso schema, ma con abitazioni più piccole. A destra, uno spazio edificato con tipologie abitative miste, occupa l’area tra piazza Pugliano e via Ortora. L’intero quartiere è attraversato da viali longitudinali che connettono le parti appena descritte. Uno di questi viali, che incrocia l’asse principale più o meno a metà di esso, si allarga in un’ampia piazza ovale, denominata Foro Italico, a ridosso di via Trentola e via Dogana, e forma una piazza quadrata all’incrocio con l’asse principale. Questo termina dinanzi villa Campolieto con un’altra grande piazza quadrata, detta “Piazza della Favorita”.  

 

I quartieri al di sotto di corso Resina sono isolati tra loro ma collegati da viali che attraversano i campi o che incrociano il corso. Essi presentano due tipologie abitative che, probabilmente, sono destinate a distinte classi sociali: il quartiere disposto più ad ovest, tra gli attuali via Roma e vico Ascione, comprende file parallele di edifici di piccole dimensioni indicate come “case operai” con piccoli spazi aperti retrostanti e solo poche case quadrate con ampio verde; gli altri quartieri a isola, invece, sono occupati solo da case grandi e medie con ampi giardini. Altri quartieri con casette a  schiera, presumibilmente operai, sono dislocati a nord, su piazza Pugliano e in un’area corrispondente alle attuali via Semmola e via del Corallo.

Le ragioni della mancata realizzazione, anche parziale, dell’ambizioso progetto si potrebbero rinvenire tra le carte dell’archivio comunale. Il progetto viene citato come uno degli esempi – sia reali che utopistici – di urbanistica dell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento derivati dal modello parigino dei grandi boulevard di Haussmann e similmente coniugati in tutta Europa, da Vienna a Berlino, da Barcellona a Napoli, da Budapest a Firenze. Questi interventi presentavano molteplici chiavi di lettura: rompevano i centri antichi e il loro dedalo di vie strette e malsane, portando più aria e luce; permettevano operazioni militari e di polizia in aree precedentemente inaccessibili e facilmente barricabili in caso di tumulti popolari; davano lustro e spettacolarità al centro urbano con la realizzazione di importanti edifici secondo i moderni gusti del tempo; soprattutto, permettevano una lucrosa speculazione edilizia a vantaggio dell’aristocrazia che possedeva terreni o intere aree del centro e dell’alta borghesia che edificava i suoi palazzi e li fittava o rivendeva a prezzi moltiplicati.  

 Forse per la sonnacchiosa e artigiana Resina quella grande cementificazione ante litteram era eccessiva e non supportata dalle reali esigenze della popolazione; forse la classe politica del tempo non fiutò l’opportunità di cambiare volto alla città come stava avvenendo nella vicina e più frivola Portici.

La storia non si fa con i “se”, ma è lecito immaginare cosa sarebbe stata la nostra città se si fosse messo mano a quel progetto.

Per me, e qui invito architetti e urbanisti a esprimersi con maggiore cognizione rispetto alle mie suggestioni, è un progetto che avrebbe portato grandi vantaggi ma era carico anche di grandi incertezze e problematiche.

Sicuramente anche Resina avrebbe avuto un aspetto monumentale e scenografico di grande rilievo: questi progetti, infatti, prevedevano fughe ottiche, punti focali come statue, colonne, obelischi, fontane e quinte monumentali; le case avrebbero avuto un aspetto elegante, più austero o più frivolo, tra villini e palazzine, con festoni, bifore, torrette, vetrate policrome, cariatidi e così via secondo le mode e il gusto dei committenti. Nelle piazze avrebbero aperto caffè, teatri, banche, uffici, alberghi, sale da ballo, negozi alla moda, grandi magazzini. Una tale espansione edilizia avrebbe attratto la borghesia napoletana e stimolato quella locale, come accaduto a Portici; Resina avrebbe avuto un piccolo centro direzionale con funzioni sovracomunali e ospitato distaccamenti locali di uffici provinciali e nazionali; avrebbe avuto una classe di professionisti, imprenditori, artigiani che avrebbe richiesto una qualità di servizi, funzioni e necessità a cui la classe politica avrebbe dovuto far fronte. Una città così organizzata, con l’interesse turistico generato dagli scavi e dal Vesuvio, avrebbe potuto davvero essere una meta di soggiorno turistico come oggi lo è Sorrento, in quanto le esigenze e le necessità dei turisti stranieri coincidono quasi sempre con quelle delle classi più abbienti.

Ma emergono anche molte ombre. Innanzitutto il progetto non tiene assolutamente conto del tessuto urbano preesistente, se non in misura marginale. I punti di contatto con la città “vecchia” sembrano casuali se non irrispettosi. Ad esempio, la piazza della Favorita, che apre il grande viale Crispi da sud, è posta davanti villa Campolieto, ma la villa vanvitelliana è decentrata rispetto alla piazza, quasi fosse un elemento marginale e fastidioso; come è visibile in quella piazza, i nuovi edifici terminano bruscamente o “divorano” quelli preesistenti. Altrettanto dicasi per gli innesti su via Trentola e sul corso Resina. Ancora peggio, il quartiere centrale tra quelli al di sotto del corso sarebbe stato edificato proprio sull’area degli attuali Scavi, in quanto a quel tempo solo una piccola parte su via Mare era stata portata alla luce. In quel modo si sarebbe impedito per sempre lo scavo a cielo aperto dell’antica città.

Inoltre, il centro storico sarebbe rimasto così com’era: magari sarebbe stato alleggerito del peso demografico con il trasferimento di parte della popolazione nei quartieri operai, in case sicuramente più decorose e dotate di servizi, ma non avrebbe risolto i problemi atavici per i quali era stato pensato il progetto: lo abbiamo visto a Napoli, dove il Rettifilo è solo una quinta elegante che 

 nasconde lo squallore dei vicoli retrostanti o nella stessa Resina, dove dal secondo dopoguerra sono stati realizzati diversi quartieri popolari ma il degrado del centro antico non è stato risolto. Inoltre lo stato o il Comune avrebbero costruito le strade, i servizi e gli edifici pubblici, poi toccava alla borghesia locale e napoletana innalzare le proprie case e avviare le proprie attività: e se ciò non fosse avvenuto? Magari dal centro antico sarebbero partite ondate di occupazioni come successo tante volte nella storia di Resina (vedasi l’ospedale, la clinica Cataldo) rendendo le nuove zone meno appetibili, lasciate nel degrado o sviluppatesi secondo un modello più modesto e senza alcun vantaggio reale.

Fonti bibliografiche e fotografiche:

A.Vella e F.Barbera Il territorio storico della città vesuviana San Giorgio a Cremano 2008 p. 131

E.Manzo (a cura di) La città che si rinnova . Architettura e scienze umane tra storia e attualità: prospettive di analisi a confronto Franco Angeli Editore, Milano 2012

 

Informazioni autore Domenico Maria

Piazza Pugliano nei corso dei secoli
Pugliano 1771Pugliano 1771

Vi mostriamo alcune foto digitalizzate e recuperate da un bel volumetto intitolato RECUPERIAMO L’USO DELL’ANTICO BATTISTERO scritto dal Parroco di Santa Maria a Pugliano Sac. Franco Imperato.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Carlo di Borbone, la rinascita degli scavi di Herculaneum
marzo 10, 2015
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Carlo_di_Borbone_1716-1788

L’arrivo di Carlo di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna), figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, nel Regno e a Napoli (1734), segnò per il paese l’insperato ritorno – dopo oltre due secoli di “declassamento” istituzionale e di alterne fasi di dominio straniero  alle dimensioni dello stato nazionale e indipendente.
Scrive il D’Agostino: «… Tra alti e bassi si compiono i primi passi per affrontare, se non per risolvere, annose questioni: negli anni tra il 1739 e il 1741 (il “meriggio del tempo eroico”) sembrano realizzarsi più incisive e durevoli riforme sul terreno  economico e finanziario, su quello della legislazione generale, rispetto alla Chiesa romana (Concordato, 1741) e perfino nel campo, assai spinoso, dello strapotere baronale… È anche in virtù di ciò che la spirale regressiva si arresta, ed è anche questo il periodo in cui meglio brillano la tenuta e la ripresa del movimento degli intellettuali. La cultura napoletana a metà secolo, autentica “scienza ausiliaria per la trasformazione concreta della società”, si rinnova e ristruttura, preludio della successiva e più pregnante stagione di successi (Genovesi, Broggia, Intieri, Fragianni, Galiani, Galanti, Filangieri, ecc.).

Si riapre un dibattito che è tecnico e politico insieme e che coinvolge i nuovi saperi, il progresso civile, sociale ed economico».
In questa ottica va letto l’impulso dato alla rinascita dell’antica Ercolano, anche se «non si possono tacere limiti e inadempienze di questo sovrano, pur restauratore del Regno e artefice delle fortune della “terzogenita dinastia” Borbone»; nè «può bastare la magnificenza costruttiva, assai di facciata, peraltro, o la protezione, autogratificante se non adulatoria, a musei, biblioteche, raccolte d’arte, scavi archeologici, e neppure l’edificazione dell’ immenso Ospizio dei poveri, pur importante opera sociale».
Ad ogni modo, la storia ufficiale degli scavi comincia nel 1738, per volere di Carlo. Seguiamo il De Jorio:

«Nel 1738, avendo l’augusto Carlo III ordinato che gli si edificasse in Portici una casa di delizie, l’architetto D. Rocco Alcubierre nel rapportargli le ottime qualità del sito da S.M. prescelto, gli diede parte delle notizie ricevute dagli abitanti delle ricchezze di nuova specie esistenti, cioè di una antica città sepoltavi, non che delle preziose antichità di tanto in tanto estrattene. Appena informato il Re dell’indicato tesoro antiquario, ordinò che si facessero le più diligenti ricerche per assicurarsi del fatto. Il lodato Alcubier fatto diligel}ziare nel mese di Ottobre di detto anno 1738 il medesimo pozzo, dal quale Elboeuf si aveva procurati non pochi monumenti, ne ricavò gl’indizi delle antiche fabbriche descritte. ‘Dopo pochi giorni riuscì a cavarne una statua consolare. Questo bastò ad accendere il genio di quel Sovrano, e si diede mano allo scavo con energia e diligenza … ».

I lavori furono diretti da ingegneri militari: prima dall’Alcubierre, poi dal Bardet (fino al 1745), quindi dal Weber (dal 1750 al 1764), infine dal La Vega. Un labirinto di cunicoli e di pozzi forò il terreno per un’ estensione di circa 600 metri da nord-est a sud-ovest, e per più di 300 metri da Pugliano al mare. Lo scavo fu praticato dalle valorose maestranze di Resina (i cosiddetti cavamonti), che lavorarono al lume di torce in gallerie umide, alla profondità perfino di venti sette metri, col pericolo incombente delle frane e delle esalazioni di idro- geno solforato. Nel complesso, gli operai erano circa cinquanta, compresi alcuni forzati (ospiti del carcere annesso al convento di S. Pasquale al Granatello di Portici) e gli schiavi algerini e tunisini catturati nelle campagne contro i barbareschi.

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L’enorme cumulo di terra indurita in diciassette secoli, la mancata conoscenza dell’estensione di Ercolano, l’ignoranza delle più elementari nozioni di archeologia e l’agglomeramento delle case di Resina su tutta la superficie esplorata, non facilitarono di certo gli scavi. Ad aumentare le difficoltà contribuì molto anche la mancanza di direttive precise e coerenti. In tale situazione, molti rapporti degli scavatori andarono perduti, ed importanti opere d’arte abbandonate tra i rottami o disperse. I frammenti di tre o quattro statue equestri, rinvenuti nei primi tempi, vennero fusi per farne la statua della Concezione della cappella annessa al palazzo reale di Portici.

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Si andò avanti così, saggiando qua e là il terreno, sfondando muri, abbattendo colonnati, sforacchiando soffitti, usando persino la mina per vincere la resistenza della durissima coltre di tufo che copriva i tesori sepolti. Con questi sistemi i marmi preziosi, gli alabastri, i pavimenti e le colonne dei templi e delle case signorili furono cavati a ceste, a cumuli, in frammenti grandi e piccoli, e le schegge di marmo polverizzate e vendute agli stuccatori. Lo stesso Marcello Venuti, gentiluomo di Cortona, allora sottotenente di vascello ed “antiquario del Re”, si lamentò che «i cavatori rompevano e guastavano ogni cosa», e riferì che «col torso della prima statua equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente … di formare due grandissimi medaglioni con su cornici di bronzo dell’ altezza di circa due braccia con i ritratti della Maestà del Re e della Regina»

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Eppure la diligenza e l’audacia di quei primi scavatori furono veramente ammirevoli, e il fiuto della ricerca addirittura incredibile. Nonostante l’oscurità e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di perforazione, trazione e sopraelevazione, i valenti collaboratori di Carlo III completarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), rintracciarono più templi e in ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la Villa dei papiri riuscendo a portare alla superficie statue, busti, colonne, cornici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico e quadri di pregevole fattura.
Conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e dei diritti della cultura, il sovrano borbonico pensò di collocare i reperti archeologici nella reggia di Portici, e precisamente nella parte corrispondente al palazzo Caramanico, nel cui pianterreno furono sistemati i marmi, le iscrizioni, i bronzi, le lampade, le terrecotte, i vetri, gli utensili, le derrate, le medaglie, i cammei e i papiri; mentre al piano superiore vennero collocate le pitture. In questo modo si ebbe la possibilità di mettere insieme il materiale a mano a mano che veniva alla luce e inaugurare nel 1758 il Museo Ercolanese, alla direzione del quale fu posto Camillo Paderni.
Anche nella pubblicazione dei risultati degli scavi, che avevano rivelato quasi all’ improvviso un gran numero di opere d’arte, vi furono incertezze ed errori; ma alla leziosità di mons. Bayardi, già incaricato di redigerne il catalogo, Carlo III pose finalmente rimedio, istituendo nel 1755 l’Accademia Ercolanese. Lo scopo era di pubblicare, in grandi tomi in folio e con illustrazioni in rame dei maggiori incisori del tempo, quello che veniva alla luce dagli scavi e che restava più o meno nascosto nelle stanze del palazzo reale di Portici.
Gli accademici – collezionisti, giuristi, umanisti insigni, esperti in numismastica e qualche raro archeologo (l’archeologia era appena agli inizi) – lavorarono bene. Nel 1757 venne pubblicato il primo volume sotto il titolo Antichità di Ercolano esposte con qualche spiegazione, cui seguirono, fino al 1792, altri otto volumi, magnificamente illustrati, pubblicati per ordine e a spese di Carlo III.
Tutti questi volumi erano autentici gioielli di arte tipografica, tanto più preziosi perché sulla erudizione “superflua ed affastellata”, propria di tanti uomini di lettere di quel tempo, prevalse la dottrina ed il buon senso del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, filologo esperto in antichità greche, e di altri, fra i quali il marchese Tanucci (primo ministro di Carlo, già professore d’università), che molto sfrondò di inutile. I tesori che Ercolano restituì alla luce furono poi rimossi e trasportati, nel 1782, nel Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ed ora rappresentano una delle più formida-
bili attrattive della metropoli meridionale.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

I funerali solenni di Ettore Iaccarino eroe di Resina
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“La famiglia di Menotti Iaccarino ci ha inviato una copia digitale della “Gazzetta dell’Aeronautica” del 1926 contenente un articolo sui funerali del fratello Ettore, pilota abbattuto in Albania, che si tennero a Resina in forma solenne. Ringraziamo e pubblichiamo sperando così di rendere omaggio ad un illustre eroe, grande figlio di Resina”

Riportiamo integralmente l’articolo dell’epoca datato 22 Febbraio 1926.

LE SOLENNI ONORANZE AD ETTORE IACCARINO

Qualche settimana fa, Resina, uno dei piu’ ridenti e patriottici paesetti della plaga vesuviana, ha tributato solenni onoranze alla salma di un eroico cittadino: il valoroso sottotenente di vascello pilota Ettore Iaccarino, prode soldato ed intrepido volatore.

Fu educato sin dai primi anni ad una vita laboriosa ispirata ai nobili sentimenti del dovere e del piu’ alto patriottismo; seguendo poi vecchie tradizioni familiari scelse la carriera marinara: d’ingegno svegliato e dotato di una vasta cultura conseguì giovanissimo nel 1916 il diploma di capitano di lungo corso presso il Regio istituto Nautico di Napoli, e fu subito ammesso a frequentare la Regia Accademia navale di Livorno, di cui uscì, nel successivo 1917, con il grado di aspirante guardimarina di complemento.

 Destinato subito alla scuola d’Aviazione di Taranto, conseguì successivamente i brevetti di osservatore e di pilota e fu inviato alla Squadriglia Idrovolanti di Brindisi.

Ancora aspirante con decreto del 25 ottobre 1917 per un importante azione militare su Durazzo meritò un encomio solenne, che fu piu’ tardi convertito in una croce di guerra.

Promosso guardiamarina il 21 luglio 1917 e sottotenente di vascello il 16 maggio 1918, prese parte a numerosi bombardamenti di basi navali ed unità avversarie ed a tutte le azioni svolte in quell’epoca dalla sua squadriglia. Con decreto del 22 dicembre 1918 gli fu così conferita una medaglia d’argento al valor militare e piu’ tardi una croce al merito di guerra.

Un’altra croce gli venne poi conferita in occasione di un’interessante azione svolta insieme al valoroso Comandante De pinedo; i due intrepidi aviatori difatti “arditamente portavansi con il loro idrovolante su una munitissima base nemica, mai raggiunta da altri ed in pieno giorno assumevansi volontariamente di lanciare manifestini di propaganda pur non ignorando la sorte loro riservata in caso di cattura.

In seguito fu qualche tempo alla squadriglia idrovolanti di Napoli, finchè nel 1920 non partì per Brindisi ed indi il 17 giugno 1920 per Valona. partecipò così il giorno 18 giugno 1920 all’azione combinata fra esercito e marina contro gli insorti albanesi , levandosi in volo con un “F.B.A.”, con rotta verso Drasciovitza, in serivio di ricognizione.

Era in volo da oltre mezz’ora, quando improvvisamente, si vide l’idrovolante prima planare e poi cadere verso Penkova nelle linee degli insorti. A nulla valsero le immediate ricerche eseguite a cura delle truppe italiane e della nostra Base navale: il piu’ fitto mistero regnò quindi sulla sorte toccata al valoroso Iaccarino ed al suo compagno di volo; solo piu’ tardi il nostro console di Valona potè essere informato che l’apparecchio, colpito dal fuoco della fucileria nemica era precipitato in fiamme, causando la morte dei due intrepidi aviatori italiani.

Resina, grata perciò al sacrificio compiuto dal suo eroico figliuolo, ha voluto onorare la memoria in occasione dell’arrivo della sua salma gloriosa.

Ai funerali riusciti imponentissimi parteciparono largamente autorità e cittadini: il corteo formatosi dopo la cerimonia in chiesa, attraversò il Corso Ercolano, la via fontana la salita pugliano e la piazza omonima. Alla testa erano le guardie municipali, le guardie campestri ed i vigili daziari in grande uniforme, la banda civica, l’avanguardia fascista, le scuole municipali e private i giovani esploratori.

Seguivano la centuria di Resina della Milizia Nazionale, la squadra fascista Ettore Iaccarino con la fiamma, una compagnia del corpo Reale equipaggi, gli studenti medi ed universitari, il clero al completo e tutte le autorità civili e militari, nonchè una larga rappresentanza della R. Aeronautica. La salma gloriosa riposava su di un carro di artglieria fiancheggiato dai vessili delle Sezioni mutilati e combattenti di Resina, Portici, San Giovanni a Teduccio e Torre del Greco.

 

La salma, dalla chiesa di S. Agostino al carro fu portata a spalla dai fratelli dell’eroe e dalla Piazza Pugliano alla Chiesa da quattro ex combattenti decorati al valore.

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Le onoranze riuscirono austere e solenni, degne perciò dell’Eroe. Al padre di Ettore Iaccarino, Cav. Francesco Saverio, che vive nel culto della memoria del suo valoroso figluolo ed alla famiglia tutta inviamo intanto il saluto commosso e cordiale di aviatori italiani, che in Ettore Iaccarino ebbero un camerata buono, intelligente e valoroso.

 

BONIFACIO

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Perchè si cambiò nome da Resina ad Ercolano
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In quest’articolo riportiamo l’iter finale che portò all’idea del cambio del toponimo da Resina (epoca medievale) all’antico nome Ercolano ed uno dei massimi sostenitori fu il grande Alfonso negro, medaglia d’oro Olimpiadi di Berlino, ex calciatore, medico e grande politico della storia Ercolanese. Leggetelo con attenzione sono passati quasi 50 anni ma è ancora attualissimo.

(al centro nella foto con a destra la Contessa Matarazzo consorte del Sindaco caramiello nel salotto culturale che si teneva presso Villa ravone attuale Villa Maiuri negl’anni 60)

Nelle varie guide turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, malfonsonegro010a pressoché sconosciuto ai turisti.

I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.

Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica».

Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi a fondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace . Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale .
L’interesse archeologico è un interesse turistico .
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture
custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte .
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabili produttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell’archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente .
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di Ercolano.
A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente –
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.
Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazione ferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude:

Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».
Assessore al turismo ed allo sport

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Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Mastu Pio dionoro Vitiello, ‘o falegname ‘e Resina
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Riportiamo la testimonianza di un nostro lettore del blog a seguito dell’articolo sulla venuta di Papa Pio IX a Resina in esilio dopo i moti repubblicani a Roma del 1848, che potere rileggere:

https://www.bloginresina.it/pio-ix-o-papa-venette-a-resina/

E’ sicuro che in quel tripudio di folla e di evviva, si avvicinò al Pontefice una nostra concittadina che, in avanzato “stato interessante” a gran voce gli gridò nell’unica lingua che conosceva: “Santità se chisto è masculo le metto o nomme Vuoste”. e cosi fù.
Il poveretto si portò quel nome, malvolentieri, per l’intera sua vita.
Apparteneva ai Vitiello, nota famiglia di falegnami resinesi, proprietari di falegnameria e mobilificio, l’ultimo dei quali, nei pressi degli scavi, restò in attività fino agli anni ’70.
I suoi dipendenti, non percependo bene il nome del loro datore di lavoro, lo chiamavano Mastu Dionoro, storpiatura di quel Santo Nome, ma che lui, il Vitiello, preferiva a quello originale.
Il suo primo nipote, come in uso da noi, prese il suo nome, ma fortunatamente gli fu risparmiato il numerale e perciò si chiamò solamente Pio, poi emigrato in Francia.

Fonte Sig. Raffaele Uccello che ringraziamo per la sua testimonianza

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Scavi di Ercolano negli anni 40
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Alcune foto realizzate negli anni 40 degli scavi di Ercolano.

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

I papiri di Ercolano non hanno più segreti
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I papiri di Ercolano non hanno più segreti: si possono leggere virtualmente con i raggi x

Sopravvissuti alla disastrosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C., i papiri di Ercolano non hanno più segreti: adesso è possibile srotolarli e leggerli in modo virtuale, grazie a una tecnica ai raggi X applicata per la prima volta a questo tipo di documenti. Descritto su Nature Communications, il risultato si deve al gruppo coordinato dal fisico Vito Mocella dell’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (Imm) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) a Napoli. Il gruppo comprende anche ricercatori del Centro nazionale delle ricerche scientifiche francese (Cnrs), dell’università tedesca Ludwig Maximilian e della struttura europea per la luce di sincrotrone, Esrf (European Synchrotron Radiation Facility), di Grenoble.

I rotoli fanno parte dell’unica biblioteca sopravvissuta dal mondo classico, scoperta nella cosiddetta Villa dei Papiri di Ercolano, e il metodo, sottolinea Mocella, potrebbe essere utilizzato per leggere i circa 450 papiri della stessa collezione non ancora aperti e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli senza metterne a rischio l’integrità.

Scoperta 260 anni fa, la ‘Villa dei Papiri’ è una grande villa nella antica città romana di Ercolano, appartenuta a Lucio Calpurnio Pisone, console e suocero di Giulio Cesare, e sede di un’importante scuola epicurea sotto la guida di Filodemo di Gadara. Durante l’eruzione, il gas vulcanico caldo (a 320 gradi) ha carbonizzato i rotoli rendendoli fragili e i tentativi di leggerli fatti finora, con l’apertura meccanica, hanno inevitabilmente rovinato o distrutto i papiri.

A rendere ancor più complicato tale obiettivo, spiega Mocella, è l’inchiostro utilizzato, costituito prevalentemente da nerofumo la cui densità è praticamente identica a quella del foglio di papiro carbonizzato dall’eruzione, rendendo impossibile l’utilizzo di tecniche a raggi-X classiche. Il problema è stato superato grazie a una tecnica non invasiva, la tomografia a raggi X a contrasto di fase, utilizzata presso l’Esrf. Il metodo è estremamente efficace per distinguere tra materiali che hanno limitato contrasto tra loro, come i papiri carbonizzati e l’inchiostro nero. Gli esperimenti sono stati condotti su due papiri (uno integro e l’altro costituito solo da frammenti) conservati a Parigi presso l’Institut de France.

Fonte : http://napoli.repubblica.it/cronaca/2015/01/20/news/i_papiri_di_ercolano_non_hanno_pi_segreti-105370699/

Informazioni autore Francesco Catalano

Immagini inedite alluvione del 26.9.1911
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Grazie alla gentile collaborazione del sig. Franco Cozzolino ci sono pervenute immagini inedite di quella terribile catasfrofe che fu l’alluvione del 1911. Per chi non l’avesse letto l’articolo di qualche mese fa ripubblico quello che fu il notiziario ufficiale dell’epoca che causò pensate danni per 5 miliardi di lire che paragonata alla cifre attuali corrispondeva a quasi un miliardo di euro.

 

intestazione

I danni del maltempo. – Durante l’altra notte a Varese, si scatenò un violento temporale che allagó in. diversi punti, la città. Gravissimi danni si constatarono neiadintornia specie in Valle Olona, a Robarello, in Val. Ganna ove la Varese-Luino à interrotta in vari punti.
Le officine elettriche di Sant’Ambrogio rimasero allagate, ma senza conseguenze. Maggiori furono i danni alla stazione di Valle Olona, dove l’acqua uscita dal letto dell’Olona sorpassò il livello del ponte e inváse i prati, raggiungendo il livello di un metro e mezzo, determinando il crollo di terrazze ed altri incidenti.
. Il paese di Porto Seresto venne completame,ate allagato, Fra Sondrio e Morbegno la ferrovia venne interrotta per una ventina di metri. Fortunatamente non si devono deplorare vittime umane, In seguito a nuove pioggie altri danni si sono verificati a Porlezza.
Il torrente Rezzo si è riversato sulla .strada provinciale e si è scaricato nel lago abbattendo il muro frontale della strada provinciale.
Si teme l’ostruzione del ponte. La truppa lavora a riparare la strada.
La stazione di Porlezza è allagata. Il servizio dei treni ò mantenuto fino al cancello estremo della stazione.
Il maltempo ha pure infuriato nella stessa notte a Napoli e dintorni.
Dalle notizie pervenute fino ad iersera si apprendo che i danni prodotti a San Giovanni a Teduccio, a Portici e soprattutto a Resina sono gravissimi. alluvione piccola
La viabilità à completamente interrotta da valanghe di fango, che raggiungono quasi l’altezza dei fanali.
Varie case sono crollate, altre sono pericolanti.
Moltissimi pianterreni sono interrati; le masserizie sono andate completamente distrutte. Le condotture dell’acqua, del gas e della luce sono rotte in diVersi punti.
Sono stati presi i più urgenti provvedimenti.
A Torre del Greco sono maggiormente danneggiate le vie XX Settembre e Nazionale e Vico Fiorillo, dove sono crollate due case, senza vittime.
In via Umberto è sprofondato il cortile del palazzo Scognamillo.
È perita una bambina di 5 anni.
Sono state costituite diverse squadre di soccorso.
In seguito all’alluvione, si è verificato un avvallamento sulla strada terrata a qualche chilometro dalla stazione di Torre del Greco, per cui il passaggio dei treni è interrotto.
Si sono soppressi guindi i treni in partenza per Castellammare di Stabia e Gragnano.
Ulteriori notizie apprendono che a Resina sono stati trovati quattro cadaveri, ma si teme che altre vittime siano sotto le macerie di
alcune case crollate.
A Torre del Greco si deplorano due vittime e due scomparsi sulla strada di Bella Vista, che è ridotta in modo irriconoscibile. E crollata dalle fondamenta la villa Fucile, edificata in parte su un vecchio pozzo. Gli abitanti per fortuna hanno potuto mettersi in salvo mentre la villa crollava con grande fragore.
Il prefetto, comm. Ferri, parti subito per i luoghi del disastro, si reco a presenziare i lavori di salvataggio e a distribuire i primi sussidi ai colpiti dalla alluvione.
Al Capo di Posillipo si è avuto uno sprofondamento stradale per una estensione di 500 metri.
Sono stati constatati gravi danni anche a Boscoreale ed a San Giovanni a Teduccio, ove le strade sono completamente ingombre ed è interrotto il servizio tramviario.

A seguito di quel terribile evento atmosferico che causò all’epoca nella zona del vesuviano danni per 5 miliardi di lire, una cifra sbalortiva per quei tempi, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, che intervenne sul posto pochi giorni dopo, assegnò a questi eroi l’onoreficenza al valor civile :

Migliardi Antonio, maresciallo dei RR. carabinieri – Guarino Raffaele, vice brigadiere id., 11 21 settembre 1911, in Resina, (Napoli), in occasione di iin violento nubifragio, davanó prova di grande coraggio e salvando col concordo di altri animosi, e con evidente loro pericolo – numerose, persone, minacciate nelle loro abitazioni, invase dalla corrente d’acqua e di fango.

Romanó Mario, studente il 21 settembre 1911, in Resina (Napoli), in occasione di un violento nubifragio, prestavasi coraggiosamente per venire in aiuto a persone in pericolo, rimanendo vittima del suo generoso ardimento, perchè travolto dalla impetuosa corrente di acqúa e di fango.

Di Fraía Franceseo, carabiniere – Lauri Parise, id. – Iavarone Biagio, id. aggiunto – Bulfone Giovanni, id. id. – Iardino Giusseppe, guardia municipale – D’Antonio Ciro, id. – Incoronato asquale, id. — Imperato Carmine ,- Pastore Natale appuntato – Gallo Antonio, carabiniere, il 21 settembre 1911, in Resina (Napòli), in occasione di un violento nubifragio prestavano opera coraggiosa con evidente loro pericolo, nel salvamento di persone minacciate nelle loro abitazioni dalla corrente di acqua e di fango.

 

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Concorso Letterario “Città di Ercolano già Resina” 1984
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Riportiamo un articolo de LA VOCE VESUVIANA del luglio 1984 circa la premiazione del concorso che ricordava il quindicesimo anniversario del cambio toponimo da Resina ad Ercolano. Fu assegnato un premio per il miglior per un solo alunno di tutte le scuole medie statali della città.

Premiati gli alunni delle scuole medie di Ercolano vincitori del secondo concorso su Ercolano.

Dopo circa due mesi di scrupoloso lavoro, la commissione esaminatrice del secondo concorso su Ercolano, un tema storico che avviluppava elementi di storia di ieri e di oggi sviluppando la traccia intorno al giovamento o meno di un qualificato decollo del turismo locale in ordine al quale del cambio tel toponimo da Resina ad Ercolano, avvenuto come tutti sanno con Decreto del Presidente della Repubblica di allora, 1969, Giuseppe Saragat, ha reso concreto il nominativo dei vincitori.

La stessa commissione ha elogiato, in una nota a parte, tutti i partecipanti delle terze medie delle scuole di Ercolano, per la finezza di sentimento di attaccamento per la città nativa, per l’impegno profuso nella raccoltà delle notizie storiche e per la oculata, obiettiva e concreta critica posta su certe tematiche che avrebbero dovuto sviluppare, in  chiave concreta, il turismo ad Ercolano.

La cerimonia di premiazione si è svolta nell’auditorium della Basilica di Pugliano, gentilmente messa a disposizione dal parroco Mons. Giuseppe Matrone.

Il concorso in questione è stato ripetuto anche per il quindicesimo anniversario del cambio del toponimo di Resina in Ercolano.

La premiazione come si è detto si è svolta presso l’auditorium di Santa Maria a Pugliano, presente le scolaresche di tutte le scuole medie della città., il Preside Antonio Pagano, il Preside Luigi Genovese.

Dopo il saluto dell’Assessore ai Beni Culturali Prof. Pasquale Ruggiero ed un brillante intervento dell’Assessore all’Urbanistica Prof. Francesco Scognamiglio,  è seguita la premiazione.

Per la scuola media statale  “Rocco Scotellaro” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Giovanna Sorrentino, Francesco Gobello, Vincenzo Cozzolino, Antonio Felleca, Ciro Pacifico, Salvatore Iengo, Rosa Cioffi, Maddalena Imperato, Maria Gaglione, Cira Solferino, Anna Maria Scudo, De Cesare Margherita.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Salvatore Iengo della 3^  F.

Per la scuola media statale “Ungaretti” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

– Antonio Imperato, Francesco Ricci, Vincenzo Cozzolino, Elisabetta Formisano, Ilaria Anziano, Ernesto Freda, Maria Michela Formisano, Maria Cozzolino, Mariolina Iavarone, Massimo Fiengo.

 Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Elisabetta Formisano della 3^ G .

Per la scuola media statale “Dante Iovino” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

– Laura Buono, Liberata Nocerino, Antonio de Martino, Antonella Strino, Giuseppina Romano, Elisabetta Lanzuolo, Vittorio Stingo, Concetta Cerchio e Ciro Cataldo.

 Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Vittorio Stingo della 3^ C .

Per la 5^ scuola media statale sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Ciro Palomba, Antonio Cozzolino, Bianca Barbieri, Maria Loreta Striano, Antonio Iacomino, Ernestina Ascione, Giuseppina Sannino.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Maria Loreta Striano della 3^ B .

Per la scuola media statale “Ettore Iaccarino” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Nunzia Pantaleo, Assia Giuda, Vincenzo Acampora, Antonio Coppola, Gennaro Scognamiglio, Rosa Attanasio.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Antonio Coppola della 3^ A .

Fonte LA VOCE VESUVIANA Luglio 1984

 Nota del blogger :

Chiunque conosca uno o piu’ dei partecipanti al concorso è pregate di diffonderlo vie email, sui social alle persone che allora parteciparono, E’ un bel modo per dimostrare il loro attaccamento alla città allora come oggi e come almeno loro all’epoca, compreso il sottoscritto, volevamo almeno con le parole dare un contributo per la nostra città.

Solo per dovere di cronaca riporto la copia del diploma di quel concorso.

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Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Enrico Marino il sindaco di inizio 900 ricordi di una sua bis nipote
enricomarino

Questi sono i ricordi alla mia prima infanzia e dunque i fatti di seguito narrati risalgono ai primi anni ottanta, in Corso Resina a Ercolano, nel palazzo dove abitavano i miei nonni materni, Dott. Ciro De Simone e Flora Marino, figlia del notaio ed ex-Sindaco di Ercolano Avv. Enrico Marino, al quale è dedicato un articolo di questo blog.

Firmato Onorina Sarlo bis nipote di Enrico Marino

Il palazzo, sito al numero 44 di corso Resina, si trova quasi di fronte al palazzo municipale e a quel tempo era occupato come segue.

Al pian terreno, con vetrine sulla strada, c’erano delle attività commerciali ai due lati del grande portone in legno: a sinistra un bar che credo sia ancora esistente e a destra una farmacia, poi trasferitasi poco più avanti, che aveva in  affitto sia il locale sulla strada, sia un locale all’interno del cortile adibito a deposito (locale che anticamente era stato con molta probabilità una stalla).

Il cortile era abbastanza ampio, pavimentato a “san pietroni “ di colore antracite, suppongo in pietra lavica. Varcato il portone, attraversando un porticato, si accedeva al cortile a cielo aperto. Dal cortile, sulla destra,  si accedeva  alla rampa di scale, dai gradini in pietra lavica, che conducevano ai piani superiori. Sulla sinistra, invece, un’altra breve rampa di scale conduceva all’abitazione dei Biondi, discendenti di un altro ramo della famiglia. Nel cortile, inoltre, vi era l’accesso al garage dei nonni  e, in fondo, visibile anche dalla strada, c’era il cancello in ferro battuto che consentiva l’ingresso al giardino.

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Al primo piano, con affaccio sul corso, abitavano i miei nonni e, fino agli sessanta anche mia madre Annamaria e i suoi fratelli Stefano ed Enrico. Il nonno, utilizzando l’ingresso molto ampio come sala d’attesa per i pazienti, aveva dentro casa anche il suo studio, dove esercitava la professione di medico. Era un “medico del popolo” e all’antica, di quei medici con una tale esperienza da poter fare una corretta diagnosi anche solo in base a una rapida occhiata.

A metà tra il primo e il secondo piano (sì, in quel palazzo c’era anche un piano “1 e mezzo” e molti altri luoghi strani e misteriosi per me, di cui parlerò tra poco) con affaccio verso il Vesuvio e sovrastante il giardino, c’era lo studio di mio zio Stefano, fratello maggiore di mia madre, medico specializzato in cardiologia.  Il suo assistente era un signore anziano ed allampanato, dal naso aquilino sulla punta del quale poggiavano  dei piccoli occhiali rettangolari; di nome faceva Saverio, ma da noi veniva chiamato rispettosamente “Don Saverio”… Ignoro il perché di quel buffo “Don”, ma ricordo bene che, nel mio immaginario di bambina delle elementari, quell’appellativo era un tutt’uno col nome e si scriveva così come si pronunciava, ossia “Don zaverio”.

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Photo by Cira Riccardi

Il secondo piano del palazzo, dove molti anni prima avevano abitato i miei bisnonni e la sorella zitella del nonno, al tempo della mia infanzia era affittato al Comune e vi si trovava la succursale di una scuola, per cui nel nostro palazzo c’era un continuo andirivieni di scolari e di altra gente, nonché un bel po’ di fracasso, specie all’orario di entrata e di uscita da scuola.

A metà tra il secondo e l’ultimo piano, con affaccio verso il Vesuvio, c’era “la casa del pittore”, altro luogo per me misterioso e affascinante, proprio come il personaggio che vi abitava. Doveva trattarsi di un eremita o almeno di un solitario e comunque di un uomo di cui non si sapeva molto; io, in realtà, credo di non averlo mai visto, ma soltanto immaginato. Ricordo che una volta sola, con estrema cautela e discrezione, mia nonna, aprendo la porta con le proprie chiavi e, per qualche motivo che oggi ignoro, mi condusse nella casa del pittore. Era tutto in disordine, con tubetti di colore, tele e pennelli sporchi ovunque, un lettino disfatto e una sola grande finestra con meravigliosa vista sull’azzurro vulcano.

Poi c’era un appartamento all’ultimo piano, dove abitavano i pizzicagnoli della salumeria che stava sul corso, di rimpetto al nostro palazzo. Lungo le scale, tra un piano e l’altro, dietro porte di legno spesse venti centimetri che si aprivano con antichi chiavistelli, vi erano ampi ripostigli freschi e ombrosi come cantine. In questi luoghi simili a grotte i nonni tenevano le provviste di vino, olio e conserve di pomodoro, oltre alle cose vecchie che erano ormai dominio dei ragni.

Abbondavano anche le intercapedini, gli anfratti, le bizzarrie architettoniche stratificatesi nei secoli. Il palazzo, infatti, risaliva al ‘700 e la prova delle sue gloriose origini se ne è avuta molti anni dopo, quando è scaduto il contratto d’affitto con la scuola e si è finalmente liberato il secondo piano. Durante i lavori di ristrutturazione, sono emersi degli affreschi di fine fattura, nascosti per decenni sotto alcuni strati d’intonaco e risalenti proprio a quell’epoca.

Anche nel salone del primo piano, dove vivevano i miei nonni, si poteva ammirare, sotto l’altissimo soffitto a volta, un dipinto raffigurante una gigantesca musa delle arti, coperta solo di fluttuanti veli e corredata da un gentile amorino, che sedeva leggiadra su una rosea nuvola, sullo sfondo del cielo color acquamarina, che nei miei ricordi conferiva all’intera stanza una luminosità strana e irreale, come quella di una grotta sottomarin

Tutti questi posti suggestivi, per me che ero una bimba, sono stati fonte di curiosità e meraviglia. Il giardino dei miei nonni, in particolare, era e rimarrà sempre un luogo magico e denso di spiritualità, forse anche grazie a tutti quei ragionamenti filosofici che negli anni aveva assorbito dal nonno, essendone peraltro l’unico beneficiario.

Infatti, mio nonno Ciro, sebbene avesse vissuto molte avventure da raccontare (basti pensare che, come ufficiale medico, partecipò alla colonizzazione dell’Etiopia e che fu uno tra quei pochi che sopravvissero alla famigerata ritirata dalla Russia), e che pure era dedito alla lettura, dalla quale certamente scaturivano in lui abbondanti riflessioni sulle questioni del mondo, era tuttavia quasi completamente impenetrabile!

Non amava raccontare le storie della sua vita e nemmeno amava troppo esprimere le proprie opinioni, benché richieste. Eppure, non lo potrò mai dimenticare, i pensieri gli si dipingevano sul volto ormai rugoso ed io sapevo con certezza se lui approvava o disapprovava una certa cosa.

Inoltre, e questo era un aspetto che mi divertiva tantissimo, molto spesso parlava da solo. Nell’ultimo decennio della sua vita, in particolare, era solito trascorrere le fresche ore pomeridiane a curare le piante del suo piccolo giardino, così come aveva curato per quasi sessant’anni i suoi simili e, lavorando a testa bassa, intratteneva lunghe conversazioni con se stesso. Io, che ero molto curiosa sul suo conto, cercavo di ascoltare quello che diceva, ma erano parole farfugliate che si perdevano tra i baffi e le begonie.

C’erano, in quel piccolo giardino quadrato, misteri da scoprire, vari aneddoti e leggende da raccontare e persino angoli inesplorati su cui fantasticare.

Ad esempio, il muro di confine, dove erano incastonati i cocci di vecchie anfore romane emersi dal terreno durante la costruzione. Oppure, l’incursione degli scugnizzi che, dal cortile della scuola adiacente, si arrampicavano sul muro (sfidando le schegge di vetro infisse all’apice) per staccare dai rami più alti le arance ed i limoni del giardino, mentre mio nonno brandiva invano un manico di scopa per ricacciarli fuori, tra gli strepiti della nonna spaventata.

Nel giardino, poi, in primavera ed in estate, la nonna “riceveva”. Giungevano spesso persone in visita: gente del popolo legata ai nonni per lontani vincoli, per aver ricevuto qualche favore o per esser stati beneficiati dalle cure del nonno, oppure inquilini benvoluti che venivano a pagare la pigione, ma anche parenti, amici e “comari” varie.

La nonna Flora, con la sua pelle vellutata come un petalo di camelia, i capelli argentei e le guance rosa pallido come quel corallo dei gioielli antichi, quando era finita la “controra”, ossia le prime ore del pomeriggio estivo che ella dedicava al rosario ed al riposo, si vestiva di tutto punto, spesso di bianco, si metteva una collana di perle e scendeva in giardino: lì se ne stava seduta in poltrona, eretta come una regina madre, ed aspettava le visite. Per inciso, non erano mai visite preannunciate, ma sempre e solo inattese; se si rendeva necessario offrire qualcosa agli ospiti, la nonna chiamava il ragazzo del bar a fianco e si faceva portare bibite o gelati.

Quando eravamo sole, invece, giocavamo come due bambine e, difatti, questa mia nonna era rimasta candida e genuina come una bambina. E ciò nonostante le traversie della vita, la perdita dell’amatissimo padre a soli tredici anni, e le due maternità in piena Guerra e senza il marito accanto! La nonna, a differenza del nonno, amava discorrere e mi raccontava spesso della sua infanzia felice e spensierata, trascorsa a giocare coi numerosi cugini nel cortile e nel giardino del palazzo Marino, confinante col nostro. Di quel lontano passato la nonna ricordava soprattutto il senso di sicurezza che le dava la figura paterna e l’agiatezza economica della sua famiglia, probabilmente scossa dalla prematura morte del mio bisnonno.

Ricordo pure che qualche volta la nonna mi portava a passeggiare nel giardino del palazzo Marino, che era ben più grande del nostro e si allungava verso il Vesuvio, fino alla casa del pollaio, antico inquilino dei miei bisnonni, che non perdeva occasione per regalarci uova fresche da bere a crudo. Di quel giardino ricordo vagamente delle piante secolari e delle altissime palme. Ma il luogo che ricordo meglio era il giardino del nonno, con un vialetto centrale che si diramava in due vialetti laterali. All’ingresso del giardino, oltre il cancello in ferro battuto verde, c’era un longevo glicine dallo spesso fusto attorcigliato. Il vialetto centrale, poi, passava sotto degli archetti sui quali erano cresciuti il gelsomino officinale e le roselline rampicanti di quella varietà antica coi petali dal colore rosa pallido, formando una galleria naturale che in primavera-estate risultava profumatissima.

Vi erano poi un altissimo pino argentato, una camelia anch’essa di circa 15 metri, coi fiori rosa fucsia e ai primi di marzo sotto i muri crescevano le violette. All’apice delle cose magiche della mia infanzia, comunque,  c’era senz’altro il pozzo.  Si trovava in un angolo di questo giardino, a ridosso del muro di confine e, anche perché gli adulti volevano tenercene lontani, costituiva da sempre un punto di irresistibile attrazione per me e per i miei cugini.

La botola di ferro che lo chiudeva era pesantissima e, quando il nonno non poteva fare a meno di alzarla, perché doveva innaffiare le piante, io ne approfittavo per sporgermi a guardare dentro. La prima sensazione che mi investiva era l’aria gelida e profumata di muschio che saliva da laggiù. Le pareti interne, scavate nella roccia, ospitavano piccole felci, tra cui delicatissime piantine di capelvenere, edere e muschi. Tre, quattro metri sotto il bordo, c’era l’acqua limpidissima. Secondo una teoria sostenuta dai miei zii, quell’acqua potrebbe appartenere ad un fiume sotterraneo e, in effetti, gli archeologi riconoscono che presso le mura dell’antica Ercolano scorreva un fiume, forse il Sebeto o un suo affluente, che poi fu sommerso e deviato dalla tragica eruzione del 79 a.C..

Il pozzo non era profondo e si poteva vederne il fondo, dove brillavano le monetine gettate negli anni dei sogni romantici, e dove, in seguito alla fine della seconda guerra, era stata ritrovata nientemeno che una spada! …Forse una spada gettata laggiù da un disertore in fuga! …chissà!

Photo by Cira Riccardi

 

Informazioni autore Onorina

Conte Francesco Matarazzo, l’imperatore del brasile
novembre 19, 2014
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Le origini della nobile famiglia Matarazzo risalgono al secolo XII.
Visse in quell’epoca il dotto Franciscus Matarantius, segretario della Repubblica di Perugia e autore di importanti pubblicazioni in latino.

      

È del 1536 il decreto del!’ imperatore Carlo V, che conferì al dr. Tiberio Matarazzo il titolo di Caballerus Auratus e quello di Nobile ai di lui discendenti.
Un ramo dei Matarazzo si trasferì poi da Procida a Castellabate, in provincia di Salerno. La nobile famiglia ebbe feudi e per numerose generazioni esercitò diritti di vassallaggio su non poche borgate, imparentandosi con altre cospicue famiglie del Reame napoletano.
Lo stesso padre di Francesco, Costabile Matarazzo, aveva sposato la nobildonna Mariangela ‘Iovane, di antichissima famiglia di Cava dei Tirreni.
Cultore di scienze giuridiche, egli avrebbe voluto trasmettere l’interesse per la cultura al suo rampollo, il quale, però, nutriva ben altre aspirazioni. In quel tempo l’ Ameri~a appari va agli stranieri come un vero e proprio Eldorado, pronto ad offrire i suoi tesori a chiunque mostrasse coraggio e spirito di injziativa.

Tranquillità e benessere, spiegò e giiustificò il consenso di lodi e di riconoscenza che, per mezzo di personalità spiccate, in campi anche avversi fra loro, in politica, nelle industrie, nelle professioni, fu prodigato nel 1934 al conte Francesco Matarazzo, nel suo 80° compleanno, per l’opera che egli continuava a compiere, con serenità e vigore eccezionali:
«Si può affermare, senza tema di errare, che in nessuna delle nostre maggiori collettività italiane all’ estero si è mai verificato uno spettacolo così grandioso e commovente come quello al quale abbiamo assistito in S. Paolo il 9 marzo scorso, quando la intera opinione pubblica del Brasile, da un capo all’ altro di questo sterminato Paese, attraverso la spontanea vibrante parola delle più alte autorità politiche, delle più notevoli personalità del commercio, dell’industria, dell’alta finanza, delle lettere,
delle arti, senza distinzione di nazionalità e di classe, si è mobilitata con fervente ammirazione e devozione per rendere onore, con eccezionale concordia di sentimenti, agli 80 anni di questo grande italiano che è il conte Francesco Matarazzo.
Perché ministri, generali, presidenti di tutti gli Stati, esponenti autorizzati di tutte le grandi associazioni, uomini di affari, di scienza e di cultura, diplomatici, giornalisti, letterati, siano stati spinti a tributare un plebiscito che non ha precedenti, ad elevare inni di simpatia e di gratitudine sgorgati liberamente dal cuore, ad indicare alle generazioni nuove il suo luminoso esempio, ad esultare per l’opera sua, a proclamarlo cittadino onorario e benemerito di questo Paese, bisogna che i riflessi della sua
vita e delle sue realizzazioni siano stati così profondi e benefici da superare qualsiasi preconcetto e da provocare la unanimità dei sentimenti e dei pensieri.
Non basta avere creato fabbriche ed accumulato ricchezze per meritare una così solenne manifestazione nazionale, in alto da parte dell’aristocrazia intellettuale e politica, in basso dalla moltitudine popolare: è necessario essersi elevati al di sopra della ricchezza ed avere compiuto una funzione sociale di pubblico interesse, di fronte alla quale tutti sentono il dovere di inchinarsi e della quale tutti si sentono debitori.


Così, mentre la nota del giorno nella stampa locale era dedicata, con insolita larghezza, alla celebrazione del suo 80° anniversario, mentre agli uffici della Casa Matarazzo ed alla residenza particolare affluivano in numero eccezionale gli ammiratori ansiosi di abbracciare l’illustre vegliardo e da ogni più lontano e remoto angolo del Brasile giungevano migliaia di telegrammi augurali, un superbo spettacolo si svolgeva per le vie di S. Paolo.
L’esercito degli operai addetti alle sue fabbriche, con le intere famiglie, colonne di donne e bambini, masse di popolani di ogni nazionalità, si dislocavano dai loro quartieri e, inneggiando al conte Matarazzo, si concentravano per presentargli collettive dimostrazioni di affetto, per salutarlo e per udirne la parola.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Adriano Tilgher, il filosofo acuto e geniale di Resina
novembre 12, 2014
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Quello di aver dato i natali ad Adriano Tilgher è uno dei titoli più prestigiosi che la nostra ,città possa vantare.

Adriano Tilgher, il più acuto e geniale studioso del teatro di Pirandello e uno dei più grandi critici letterari d’Italia nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, nacque  a Resina nel 1887.
Fin dagli anni del ginnasio, egli mostrò una spiccata tendenza per gli studi filosoiici.. Appena quindicenne, infatti, egli recensì il discusso volume di Cesare Lombroso Genio e follia in un saggio che lo stesso Lombroso ebbe a lodare. Ma l’interesse del giovane Tilgher era rivolto anche verso la lettura delle più famose opere letterarie straniere, che egli leggeva nella stesura originale.

Laureatosi in giurisprudenza, entrò subito dopo nella carriera delle biblioteche. Andò prima a Torino e poi a Roma, che fu la sua dimora definitiva. Qui attirò ben presto l’attenzione degli studiosi di filosofia con i suoi primi scritti, che nel 1911 furono raccolti nel volume Arte, conoscenza e realtà.
Collaborava già a varie riviste filosofiche, tra cui Italia nostra di Cesare De Lollis, ma cominciò ad essere più largamente conosciuto quando iu invitato dal senatore Frassati a diventare collaboratore de La Stampa: sul giornale torinese egli pubblicò elzeviri e saggi di indole sociale, <nei quali egli riversò il suo pessimismo apocalittico sul domani della nostra società e del mondo ». Il suo nome divenne, infine, popolare, cltiando Giovanni Amendola gli offrì la critica drammatica nel suo quotidiano Il Mondo.

In seguito, la sua collaborazione in riviste e giornali, tra cui Il Tempo, fu molto larga. Il suo temperamento versatilissimo e lo sfolgorante ingegno  gli permettevano d’impossessarsi delle materie più diverse, che egli sistemava mirabilmente dentro schemi filosofici.
Su questo terreno, artistico e concettuale, avvenne l’incontro col teatro di Pirandello, di cui Tilgher diede un’interpretazione molto personale, legata alle teorie del relativismo, che egli fu il primo ad approfondire e a diffondere in Italia nei seguenti saggi: Relativisti contemporanei, Filosofia delle morali e Casualismo critico.
I1 dramma di Pirandello consisteva, secondo Tilgher, nel << vedersi vivere », cioè nell’uscire da se stessi per guardarsi dal di fuori con gli occhi degli altri e considerare il contrasto che esiste tra la nostra realtà e la nostra maschera. I personaggi del teatro di Pirandello sono « maschere nude », prive cioè di una vera realtà che persista al di fuori delle apparenze, e dimostrano che la vera realtà dello spirito, ammesso che ci sia, non si conosce mai. Il dramma dei personaggi rappresenta, dunque, la crisi della fede tradizionale in un mondo dominato da interessi e da istinti che provocano la totale incomprensione tra gli esseri umani.

Nonostante il dissidio latente che la gelosia dei giovani commediografi cercava di alimentare tra il grande siciliano e il suo maggiore critico ed esegeta, lo stesso Pirandello riconobbe a Tilgher il merito di avere spiegato al pubblico << I’essenza e il carattere >> del suo teatro. Infatti, rispondendo in una lettera di Tilgher, il famoso scrittore siciliano così si esprimeva:
<< Roma 20.6.1923. Mio caro Tilgher, potete immaginare come e quanto io sia lieto della traduzione in francese dello studio mirabile che nel vostro libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non avrei nessunissima difficoltà di dichiarare pubblicamente tutta la riconoscenza che vi debbo per il l’inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto: quello di chiarire, in una maniera che si può dire perfetta, davanti al pubblico e alla critica che mi osteggiano in tutti i modi solo l’essenza ed il carattere del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio, che non ha fine, del mio spirito ».

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L’epistolario l tra Pirandello e Tilgher rappresenta un capitolo a parte nella storia della nostra letteratura e indica il grado di profonda stima che legava i due scrittori ad onta dei pettegolezzi degli altri che cercavano di dividerli.
Altre due lettere del 1924 e del 1925 parlavano del nuovo teatro che Pirandello avrebbe diretto ed invitavano Tilgher a  sostenere questa impresa: << 6 aprile 1925 … Ho bisogno delI’aiuto di tutti gli amici dell’arte, per sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere l’apatia e I’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di controveleno per immunizzarlo dallo scetticismo, dalle facili ironie  con cui lo smontano i troppi che ci danno guerra … ».
Ma, oltre che per Ibpera di Pirandello, Tilgher ebbe interessi di varia letteratura. La sua doviziosa e pregevole produzione trattò, infatti, i più svariati argomenti con una competenza rara ed uno stile personalissimo. Ecco solo alcuni dei suoi saggi più noti: Teoria del pragmatismo trascendentale. Dottrina della conoscenza e della volontà (1915); Filosofi antichi (1921); La crisi mondiale e saggi critici di marxismo socialismo (1921); Voci del tempo. Profili di letterati e filosofi contempo- 1 ranei (192 1); Studi sul teatro contemporaneo (1 923); Ricognizioni. Profili di scrittori e movimenti spirituali contemporanei
italiani (1924); La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo (1925); La visione greca della vita (1926); Storia e antistoria (1928); Saggi di etica e di filosofia del diritto (1928); Homo faber. Storia del concetto di lavoro nella civiltà occiden- 1 tale e analisi filosofica di concetti affini (1929); La poesia dialetttale napoletana 1880-1930 (1930); Julien Benda e il problema del « Tradimento dei chierici » (1 930); Teoria generale dell’attività artistica. Studi critici sull’estetica contemporanea (1931); Studi di poetica (1934); Studi sull’estetica di De Sanctis (1935); Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (1937); Filosofia delle morali. Studio sulle forze, le forme, gli stili della vita morale (1937); La filosofia di Leopardi (1940).
Era una produzione che si sarebbe certamente vieppiù arricchita se non fosse giunta precocemente la morte a sottrarlo all’ammirazione degli amici e alle cure amorose della moglie Livia, che gli fu sempre vicina in tutti i frangenti della vita.
Amrnnlatosi di fegato, quando aveva appena toccato la cinquantina, Tilgher morì la mattina del 2 novembre del 1941.
Ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne le elevate doti di ingegno.
.In particolare, è da citare Liliana Scalero, che recensì con lunghi articoli i volumi filosofici di Tilgher, della maggior parte dei quali curò la ristampa, corredando ciascuno di essi di un’ampia e dotta prefazione. Quanto alle cronache teatrali del Nostro, esse furono raccolte in un volume da Sandro D’Amico per le Collane del Teatro Stabile di Genova.
Infine, per i tipi delle << Edizioni del Delfino P, Livia Tilgher ha pubblicato nel 1978 un opuscolo, Adriano Tilgher: com’era, in cui la moglie del nostro critico rievoca i momenti più significativi della vita di Adriano.

Nel 1991 con la costruzione del nuovo complesso scolastico di Via Casacampora il consiglio scaolastico scelse di intitolarlo a questo illustre concittadino.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Testimonianza foto e video eruzione 1944
ottobre 28, 2014
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“..La lava si muoveva alla velocità di pochi metri all’ora, e aveva coperto metà della città con uno spessore di circa 10 metri. La cupola di una chiesa, emergendo intatta dall’edificio sommerso, veniva verso di noi sobbalzando sul suo letto di cenere. L’intero processo era stranamente tranquillo. La nera collina di scorie si scosse, tremò e vibrò un poco e blocchi cinerei rotolarono lungo i suoi pendii. Una casa, prima accuratamente circondata e poi sommersa, scomparve intatta dalla nostra vista. Un rumore da macina, debole e distante, indicò che la lava aveva cominciato a stritolarla. Vidi un grande edificio con diversi appartamenti, che ospitava quello che chiaramente era stato il miglior caffè della città, affrontare la spinta della lava in movimento. Riuscì a resistere per quindici o venti minuti, poi il tremito, gli spasmi della lava sembrarono passare alle sue strutture e anch’esso cominciò a tremare, finché le sue mura si gonfiarono e anch’esso crollò“.

Soldati abbrustoliscono il pane sul Vesuvio

Questa è solo una delle tantissime testimonianze di quella che fu l’ultima eruzione del Vesuvio, del marzo 1944. L’agente dell’Intelligence Service britannico Norman Lewis, fu un testimone dell’eruzione e nel suo libro “Naples ’44” (1978), fornì un’interessante descrizione dell’avanzata del fronte lavico nella città di San Sebastiano. Questa eruzione è considerata come la fine di un periodo eruttivo iniziato nel 1913. Da allora si cominciò a costituire un conetto di scorie all’interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del ’44, un’altezza di 100 m. e portando l’altezza del vulcano a 1260 m. L’eruzione è stata descritta da Giuseppe Imbò, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all’interno del cratere. Essa iniziò il 18 Marzo con un aumento dell’attività stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Si verificò anche un’ intensa attività sismica fino al mattino del 23 in cui l’attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere. Il 24 marzo l’emissione di cenere chiara preannunciò il termine dell’attività eruttiva, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata, mentre le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l’attività si ridusse a nubi di polvere, probabilmente causate da frane dell’orlo craterico.

I paesi più danneggiati furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, (circa 12.000 persone), furono costretti all’evacuazione, mentre Napoli fu “graziata” dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. Ci furono 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni, due centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche e tre anni di raccolti persi nelle aree dove ci fu la ricaduta delle ceneri. Altri operatori dell’epoca, testimoniano come i fedeli mostrarono al vulcano la statua di San Gennaro, affinché il santo fermasse l’attività eruttiva.

Proprio grazie ai fotografi e ai reporter Alleati abbiamo oggi video e immagini di quell’eruzione. Possiamo rivedere l’avanzamento della lava che lenta e implacabile avvolge e distrugge edifici in una stretta scricchiolante, mentre, da una Napoli favorita dai venti che spingono altrove la nube piroclastica, si può ammirare la vista delle colate di magma sui fianchi dell’edificio vulcanico.

Vesuvio

Gli scatti del fotografo inglese George Rodger, precipitatosi ai primi segnali di risveglio alle falde del Vesuvio, fecero il giro del mondo. In un capoluogo come quello partenopeo che i soldati avevano già trovato liberato dai nazisti, grazie ai cittadini/eroi protagonisti delle Quattro Giornate di Napoli, l’eruzione fu occasione non solo di ulteriori aiuti alla popolazione, ma anche di una sorta di “visita turistica” spingendosi sino alle Valle dell’Inferno: celebre la foto che ritrae i militari mentre abbrustolivano il pane su un vulcano fatto di fuoco.

Il video, pubblicato su Youtube, è tratto dal sito della Regione Campania e mostra l’eruzione del Vesuvio del 1944 ripresa dai cameramen dellesercito americano. Dapprima si vede l’intensa attività del vulcano, con nuvole di fumo, piogge di lapilli e masse di lava incandescente che colano per le strade cittadine portandosi dietro interi palazzi che si sgretolano come sabbia, tutto questo davanti agli occhi impauriti delle persone riverse in strada. Città fumanti e campagne ormai desertificate, gente che scava a mani nude nella coltre di cenere o che cammina per strada cercando disperatamente di salvare dalla furia del vulcano quel poco che gli rimane, da un periodo storico già di per se devastante, quale quello del secondo conflitto mondiale.

 fonte : http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/50346-video-preziosa-testimonianza-leruzione-vesuvio-1944/

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Marcello Venuti, l’archivista dei reperti antichi
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Mentre i tesori di Ercolano venivano aUa luce, «si posero in gran moto le penne de’ dotti per ispargcme le nuove tanto desiderate da tutta l’Europa».

Cosi, conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e della cultura, Carlo III pensò di rendere noti i risultati delle scoperte.
Il compito di stendere una relazione sugli scavi fu affidato a Marcello Venuti, gentiluomo cortonese, che nel 1748 pubblicò una descrizione delle prime scoperte dell’ antica città di Ercolano. L’ opera era divisa in due parli: la prima aveva carattere erudito ed illustrava la storia della città a cominciare da Ercole fenicio fino all’erl!zione vesuviana del ’79; la seconda, molto più interessante. descriveva “Le Antichità ritrovate con la storia de i primi discoprimenti fatti del Teatro, Tcmpj e Pitture …… La testimonianza era importante perché. il Venuti, «soggetto  letterato e che ha molte cognizioni», fu il primo soprintendente alla Biblioteca e al Museo e partecipò attivamente agli scavi almeno fino al 1740.

Interessanti soprattutto le osservazioni sul teatro. Carlo III gli chiese un giorno – egli narra – la spiegazione delle lettere MAMM…VIR …TII … incise in un frammento  d’archetrave  ripescalo in un pozzo di Resina. Avendo allora in mente il passo di Dione intorno alla distruzione di Ercolano e del suo teatro, il  Venuti ipotizzò” poteva essere per l”appunto la memoria del teatro di Ercolano già rovinato, giacché, vedendovi il nome di un duumviro ed un TH mutilato, non gli parve improbabile che potesse dire THEATRUM. Per assicurare maggiormenle il sovrano, egli scese subito nel pozzo e fece eseguire uno scavo in un’alt.ra direzione. Vennero alla luce alcuni gradini di travertino, poi ancora altri tratti di trevertino, ed egli riconobbe esse quelli i gradini del teatro.
Successivamente furono ritrovali i frammenti dell’architrave mancanti, e si seppe allora che il teatro era stato edificalo o restaurato, in epoca romana. a spese di Lucio Annio Mammiano Rufo, dall’architetto Numisio: L. ANNIUS L.F. MAMMIANUS RUFUS Il VlR QUINQ. – THBATR. ORCH. S.P. NUMISIUS P.E -ARCH…

“Vicino a tale Iscrizione, che si cavò il dì Il Dicembre 1738 vennero fuori similmenle frammenti di gran Cavalli di bronzo indorati,
uno de’ quali nel cadere aveva il colpo dalla percossa così bene rientrato nel concavo, che pareva fosse solo lo sua metà: indi si ritrovarono i frammenti del carro, o sia Biga appartenente ai medesimi Cavalli colla sua ruota intiera, il lutto di bronzo stato già indorato, lalché io credei, che le due grlln porte del Teatro sopra i scrini architravi Fossero state da tali grandissimi Cavalli. e bighe adornate, appunto come si vedono gli Archi trionfali nclle Medaglie. Nè dubito punto, che dall’effigie delle teste delle Statue Equestri si sariano polute figurare le persone, o gli Imperatori rappresentali. se quelle non fossero mancate:
onde col torso della prima Statua Equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente da chi dirigeva gli affari in quel tempo di formarne due grandIssimi Medaglioni con due comici di bronzo dell’altezza di circa due braccia con i ritratti delle Maestà del Re, e della Regina.

Ritornato poi più volte in quel pozzo si cominciò circolarmente a levare il terreno formando vie cunicolari, tanto sotto, che sopra la fabbrica di quel Teatro, che osservai inalzato al di fuori sopra vari equidi, stanti pilastri, formati di manoni. ed ornati con comici di marmo, ed intonacati con calcina variamente colorita, in parte roua come il colore del diaspro, e in parte nera, e lucente a somiglianza della vernice della China. Finalmente si videro le scale interiori. che pervenivano a i loro vomitorj corrispondenti, ed i gradini, ave sedevano i spettatori, talch6 grandissima speranza io concepii, che intorno intorno al di sopra, o in piedi, o cadute al basso bellissima SI’1tlle si dovessero ritrovare.
Nè vano parve, che dovesse essere il mio prognostico, poichè si andavano giornalmente cavando in quell’anno moltissimi frammenti di marmo, cioè gran capilelli bellissimi d’ordine corintio, e altri piccoli di rosso antico gentilissimamente scolpiti, e varie incrostature di Africano, di serpentino. di giallo Mtico, e cipollino d’Egitto, frammenti di comiciolli, cornici, e architravi di oltimo guslo. e di perfetto lavoro.

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Scoperti per lanto i gradi illtieri del Teatro .per molto spazio, si ritrovarono fino al numero di diciotto, tra quali si videro alcun; più bassi in linea retla, che serrvirono di scala corrispondente a i vomitori, e alle scale interiori dell’Edifizio; saliti poi i detti diciotto gradi ritrovossi un piano ricorrente intorno a i medesimi, che io riconobbi essere la precinzione sopra: della quale alui gradi vi sono per arrivare alla seconda. Quella precinzione intorno in buona parte spianata dal soprastante terreno fece giudicare quel Teatro colla sua orchestra, o cavea essere di circa 60 palmi di diametro, essendo quella tutta coperta, ed impiallacciata da più sorti di manni Africani, Greci e di Egitto, tossi, e gialli amichi. agate fiorile, ed altri marmiassai rari. In una relaazione MSS di me vedUla si danno queste misure del Teatro, non so per altro quanto vere: dicesi che ha 290 piedi di circooferenza esteriore fino alla scena, o  pulpito essere di circa 75 piedi  di larghezza  ed averne soli 30 di profondità.

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

I turchi a Resina, una storia d’amore a lieto fine
maggio 29, 2014
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Il capitolo dell’Ottocento romantico resinese si chiude con una delicata storia d’amore, che sembra tratta pari pari dalle pagine delle Mille e una notte. Correva l’anno 1879, quando la nostra città fu onorata dalla presenza di un ospite esotico, l’ex Kedivè d’Egitto Ismail Pascià.

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Questo principe, già noto per aver aperto sotto il suo regno il canale di Suez, era stato deposto e costretto a lasciare il suo paese per non aver pagato gli interessi del debito pubblico egiziano; imbarcatosi sul panfilo Mahrusse, era venuto a Napoli, ai primi di luglio di quell’anno, per chiedere pace e distrazione alla terra delle Sirene.
Era allora Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, che offrì al principe Ismail, che si era rifugiato a Posillipo, la bella villa della Favorita a Resina. Lo scopo dello statista lombardo era quello di accogliere l’ex Kedivè per poter poi, per mezzo suo, avere notevole influenza sulle cose d’Egitto.
Ismail Pascià accettò l’offerta con grande entusiasmo e si stabilì, col suo seguito, in quell’angolo suggestivo fra il Vesuvio e il mare, prendendo dimora al primo piano. Per accedervi fece costruire un’apposita scala a chiocciola, a destra del portone. Il resto del primo piano, e tutto il secondo, era per le principesse. Nell’ultimo piano matto e nel sotterraneo erano, alla rinfusa, le schiave. Il secondo palazzo era per il seguito maschile: la palazzina verso il mare, che Ismail aveva provveduto a riacquistare, per i principi.
Naturalmente i resinesi si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà. Mille leggende cominciarono a spuntare sulla bocca di tutti.
Invece le cose stavano alquanto diversamente. Le principesse erano soltanto tre, poche in: confronto al numero sterminato di mogli che popolavano gli harem dei sultani orientali: erano circondate da una corte di tre o quattro dame di compagnia, delle schiave che avevano, a loro volta, altre schiave di condizione inferiore, ai loro ordini. Pranzavano e vestivano all’europea, uscivano spesso in carrozza aperta, fatte oggetto della curiosità e dei commenti degli immancabili spettatori, e andavano alla  passeggiata a Napoli, al S. Carlo e a pranzare nei caffè. Solo gli eunuchi si mantenevano fedeli ai costumi tradizionali del loro paese: vestivano col fez e soprabito chiuso fino al collo, e mangiavano il pranzo turco, composto di cibi molto aromatici e … inutilmente eccitanti, e senza vino.

Naturalmente, i rapporti tra la gente di Resina e gli ospiti erano quasi del tutto inesistenti. Solo quando si dovevano eseguire dei lavori all’interno della Villa, si richiedeva !’intervento della mano d’opera locale: in quell’occasione, gli operai erano vigilati da egiziani, armati di lungo coltellaccio. Ma, nonostante quella truce presenza, gli operai se ne ridevano; anzi alcuni riuscirono, non si sa come, ad imparare certe male parole turche, con le quali rispondevano, pronunciandole alla napoletana, alle minacce dei loro guardiani, abituati a ben altro rispetto da parte delle corvées del loro paese. In breve, quello strano miscuglio di turco-napoletano entrò nel linguaggio popolare, e non era raro il caso in cui i lazzari locali, da lontano e’ pronti a fuggire, apostrofavano in malo modo i numerosi egiziani seduti e intenti a fumare nei dintorni della Villa.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e dalla diversa civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque, come s’è detto, all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quello di una bella odalisca e di un baldo giovanotto del luogo.
Spulciando tra « vecchie carte e amorose storie» , siamo riusciti a ricostruire la trama di quell’incredibile romanzo d’amore. I fatti si svolsero, più o meno, così:
Ogni sera, nell’ora « che volge il desio ai naviganti », due belle odalische, eludendo la sorveglianza dei loro guardiani, salivano sulla terrazza del palazzo, da dove il loro sguardo di straniere poteva carezzare, con profonda dolcezza ed ammirazione, quei dintorni ricchi di bellezze naturali.
E sognavano le due belle Milka e Severnisia. Il loro sguardo vagava lontano, e forse il pensiero correva veloce al loro paese e alle loro case. Guardavano il mare, e il mare tentatore metteva nei loro cuori un impeto di ribellione, un senso arcano di amare e di essere amate, un bisogno irresistibile di vivere una vita libera e felice.

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Una sera il suono dell’Ave Maria portò al cuore delle due inseparabili ancelle il messaggio che forse non avevano mai osato neppure sognare: in una terrazza di Villa Campolieto, al lato della Favorita, due giovanotti, un ingegnere e un avvocato, cominciarono a fissare le due belle straniere, rese ancora più belle dalla leggenda che le circondava e dal posto in cui si trovavano. Gli sguardi s’incrociarono, si smarrirono e gli occhi parlarono al cuore.
Per molte sere la scena muta e lusinghiera si ripetette: ne erano testimoni il cielo dall’alto e il mare lontano. E l’aria fremente e compiacente del luminoso crepuscolo di settembre avvolgeva in un’atmosfera di lusinga i due giovanotti, che ardivano amare le odalische di un principe straniero.
L’amore divampò e si nutrì di sorrisi, di promesse, di silenziosi giuramenti. Ma la Favorita non era accessibile a tutti, le odalische erano severamente sorvegliate ed Ismail era terribilmente geloso delle donne della sua corte.
Una sera la bella Severnisia, più ardente ed ingegnosa dell’altra, escogitò un sistema audace per rispondere al muto appello del suo innamorato, e cioè del giovane avvocato. Avvolse un foglio intorno ad una pietra e lanciò quel singolare messaggio nel giardino di Villa Campolieto.
I due giovanotti accorsero e raccolsero la lettera, ma non potettero leggerla perché non conoscevano il turco. Tuttavia, la necessità aguzzò l’ingegno dei due spasimanti, i quali fecero ricorso all’aiuto compiacente dell’interprete dello stesso Kedivè, tale Giuseppe Borel.
Questi, dopo aver tradotto la missiva ed esortato i giovanotti alla speranza, compilò la risposta che venne recapitata alle fanciulle con lo stesso mezzo.

Così si stabilì tra le due coppie una originale corrispondenza epistolare. Le odalische si dicevano disposte a ricambiare i sentimenti dei loro corieggiatori, ma facevano presente che non potevano corrispondervi appieno perché erano schiave del loro principe e sorvegliate gelosamente.
Tuttavia, come in tutte le favole belle, l’amore superò tutti gli ostacoli e alla fine trionfò.

Una sera Villa Favorita risplendeva di luci: si festeggiava il Ramadan, e tutto il palazzo era percorso da un andirivieni insolito di centinaia di persone. Il parco era illuminato, e le stanze e i corridoi della splendida residenza erano rallegrati dalle dolci melodie di musiche orientali: tutti erano come in estasi, pronti tuttavia a rubare la gioia ed il piacere ad una sera di divertimento.
Milka e Severnisia approfittarono di quello stordimento generale per attuare il loro audace disegno, la fuga verso la felicità. Travestite da uomini, col cuore gonfio per la paura ed ebbro d’amore, si avviarono verso l’uscita del palazzo.
Ma la sola Severnisia riuscì a sgusciare all’esterno e a fuggire verso Villa Campolieto. Qui il giovane avvocato, meravigliato e confuso per quell’incredibile sorpresa, accolse la bella fuggitiva come la visione di un sogno fantastico. Anche le sorelle del professionista ebbero per la bella odalisca mille premure e mille riguardi.

Al giovane la bellissima straniera, fuggita dal suo nido di schiavitù per amor suo, apparve come un’eroina, come una co.che aveva rischiato la vita per lui.
Quando Ismail seppe della fuga della sua Severnisia, ne reclamò a gran voce la restituzione. Ma il professionista si assunse tutta la responsabilità del caso e dichiarò di voler fare sua la bella creatura d’oltremare. E l’Italia, nazione libera, lasciò liberi gli innamorati di vivere l’uno per l’altro.
Ma poiché la comunanza spirituale si fa completa quando comune è il linguaggio, il giovane pensò di far apprendere alla sua amata la lingua italiana nell’Istituto Orientale di Napoli. Più tardi la fanciulla ricevette il battesimo e si chiamò Libera, Immacolata, Aida.
E, infine, la bella Severnisia sposò, in Resina, il giovane avvocato, e la loro unione fu legalizzata dal sindaco del tempo, comm. Alessandro Rossi.
E l’altra odalisca ? Meno fortunata di Severnisia, era stata subito scoperta ed arrestata dalle guardie del Kedivé e più nulla si seppe di lei. Certo si è che, quando Ismail tornò in Egitto dopo sei anni di soggiorno a Resina, delle ventitré donne condotte in Italia ne ritornarono in Egitto solo ventuno. Forse nella sera magica della fuga, mentre la fortunata Severnisia andò incontro all’amore, l’altra andò incontro alla morte.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il cambio del toponimo da Resina ad Ercolano
maggio 16, 2014
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In data 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano [. ..}.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace [. ..}. Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale [. ..}.
L’interesse archeologico è un interesse turistico [. ..}.
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte [. ..}.
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell ‘archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente [. ..}.
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di
Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza [. ..} che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente _
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
[. ..].
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illumfnato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazioneferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell ‘aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor sindaco, signori consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.
Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Resina, residenti e villeggianti dalla belle epoque alla grande guerra
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Buona parte di questa informazioni erano tratte dallae cronache dell’epoca ovvero la rubrica creata dalla Serao, “Api, mosconi e vespe”, finì per avere successo. Questa fortunata rubrica, che ogni tanto riapparve sotto altra veste nei quotidiani, l’accompagnò, con titoli diversi, per 41 anni. Dal Corriere di Roma, al Corriere di Napoli, al Il Mattino dove, dal 1896, prese il nome di Mosconi e infine sull’ultimo giornale fondato dalla Serao, Il Giorno. Si rianimava così la vita di una città con spunti tratti in genere dalla vita-bene ma calata nella realtà quotidiana, i cui problemi di sempre facevano da cornice ai più arguti e vivaci “mosconi”.

Estate: canicola, stagione delle vacanze e dell’emigrazione, più o meno in massa, verso i monti o verso il mare… o semplicemente verso la campagna.
Del resto, è sempre stato così fin dai più remoti tempi dell’umanità.
Nella generale evoluzione delle abitudini, la villeggiatura (privilegio escluvamente un tempo dell’aristocrazia, che passava l’estate nei «casini» e nelle ville di ,pagna) divenne un fenomeno di costume tra la fine dell’Ottocento e i primi . del Novecento, quando la febbre “vacanziera” contagiò prima la borghesia poi, a seguire, anche i meno abbienti.
Ma procediamo con ordine, cominciando dalle vacanze ottocentesche degli evoli ministri e deputati, così come ci vengono descritte da Gigi Ghirotti:

 «Un Parlamento che sia lo specchio fedele del Paese può forse rimanere insensibile agli sbuffi dei treni sotto le pensiline, nell’ ora che chiama verso le grandi operazioni dell’ estate? Le onorevoli pagliette che sciamano dal Palazzo di Montecitorio e dal Palazzo Madama sono un quadro d’epoca: le fruste schioccano nell’aria torrida della Capitale, sul selciato un rotolio di carrozze che galoppano verso la stazione. I treni, già con gli stantuffi in moto, vengono presi d’assalto; trafelati onorevoli, della destra, della sinistra, del centro, presidenti di commissioni e di sottocommissioni, senatori, collari dell’ Annunziata motu proprio, saltano sui predellini. Il segno è dato, e nessuno vuole rimanere indietro. Ma dove corre, tanto di fretta, la rappresentanza politica della terza Italia? Possiamo escludere, a occhi chiusi, che quest’esodo da Roma a passo di carica sia giustificato dal timore di arrivare tardi a qualche appuntamento inderogabile.
L’onorevole dell’ Ottocento non ha prenotato cabine in transatlantici, non s’è messo in nota per viaggi oltre confine, non ha preoccupazioni di trovare negli alberghi il “tutto esaurito”. È un villeggiante sul piede di casa, la sua vacanza avrà intonazione familiare e arcadica: lo troveremo nel colmo dell’estate sull’aia a contare i sacchi della mietitura, e più tardi nella vigna a sorvegliare la vendemmia. La sera, se mettiamo il capo a casa sua, può darsi che lo scopriamo a capotavola, in tinello, tra figli e nipoti, intento al gioco della tombola. Amorazzi, stravizi, strapazzi montani, idrotermali, lacustri o balneari? Verranno, ma non è ancora stagione. È una ruvida Italia di radice contadina, la sua classe dirigente è gente proba che considera la politica un prolungamento della gestione della casa e della fattoria …»

Per quanto riguarda la villeggiatura marina e i conseguenti bagni di mare, la moda ebbe inizio all’incirca negli ultimi trent’anni dell’Ottocento. Rimini ebbe il primato dei primi stabilimenti balneari, che nacquero isolati intorno al 1840 e nel 1870 costituivano già un vero e proprio quartiere urbano. Nel 1887 gli italiani, almeno quelli più agiati, poterono vantarsi di una spiaggia ben organizzata: si trattava del Lido di Venezia, che inaugurò proprio in quell’anno le prime capanne per il soggiorno sul mare (2).
Frattanto sorgevano altre spiagge attraenti: Forte dei Marmi, dove D’Annunzio scopriva a cavallo le impareggiabili Alpi apuane; Pegli, invasa dai piemontesi; Capri, prediletta dall’industriale Krupp e da tanti suoi connazionali.
Al crepuscolo dell’Ottocento, la borghesia strappava all’aristocrazia il privilegio della villeggiatura (3).

La belle epoque a Resina

La nostra cronistoria comincia proprio in quel periodo:

Anno 1894

8 settembre 1894: annunciate grandi feste alla Favorita, dove la principessa di Santobuono riceverà, come al solito, l’élite villeggiante al Miglio d’oro.

16 settembre 1894: onomastico della signora Maria Wittmann, moglie dell’ing.Wittmann, soggiornanti a Resina.

6 ottobre 1894: brillante sabato mondano al Circolo Vesuviano; presenti il marchese Carlo Migliorini, Enrico Correale ed altri ancora.

Anno 1895

29 luglio 1895: onomastico della signora Trevisan. Dall’ampio giardino, «olezzante dei fiori più soavi» ed illuminato da centinaia di lampioncini alla veneziana, vengono innalzati palloni aerostatici; poi si comincia a ballare, mentre frequenti rinfreschi vengono serviti agli ospiti. Al culmine della festa si spengono i lumi, ed il giardino appare illuminato, tutto intorno, da fiaccole alla veneziana, «mettendo un’ altra nota incantevole i vividi bagliori del verde e del rosso confusi insieme».

15 ottobre 1895: «grande serata» al Circolo Vesuviano, anche per l’infaticabile opera dei soci, marchese Migliorini e conte Del Carretto.

Anno 1896

15 agosto 1896: quest’ anno la villeggiatura a Resina è animatissima; lungo il Miglio d’oro trovansi la principessa di Caramanico, la duchessa di Corigliano, la principessa di Migliano, la baronessa De Santis, la baronessa di Castelfiore De Gemmis, la duchessa di Valminuta con le figliuole, la duchessa Del Balzo di Presenzano; la baronessa Winspeare De Mari, la marchesa De Angelis Giusso, la contessa De Cillis La Greca, la contessa Rossi Caracciolo, la signora Garnier Adinolfi, la  Marchesa Piscicelli, la marchesa Bassano la marchesa Pedicini Arianello, la duchessa di Castellaneta Di Lorenzo, la baronessa Tramontano, la contessa Baldacchini Piscicelli, la signora Guadagno Pandolfo  e tante altre ancora.

3 settembre 1896: la signora Maria Wittmann Flores, in una festa organizza in casa sua, “evoca” il minuetto del Settecento. Seguono balli “moderni”:
les cislaux e il Roman-dancing.

Anno 1897

27 luglio 1897: a Villa Calcagno la baronessa d’Aspermont Caravita di Sirignano, la signora Del Giudice Santasilia; a Villa Vargas la contessa De Cillis  La Greca; a Villa Isabella la marchesa Cito di Torrecuso; a Villa Tosti la Principessa di Valminuta e le figliuole.

Anno 1898

11 agosto 1898: il Miglio d’oro furoreggia quest’anno.

A Villa Tosti: la Duchessa Tosti Forcella, la signorina Margherita Tosti, il duca Silvio Tosti, la duchessa di Nardo; a Villa Cuocolo: il barone Giuseppe Calcagno e la baronessina Concettina Calcagno Tosti, la baronessa Del Giudice Santasilia, il conte e la contessa Panzuti;

a Villa Favorita: la principessa di Santobuono Cito, il principe e principessa di Santobuono, il prof. Ernesto Salvia e famiglia, il cav. Francesco Caprioli; a Villa De Bisogno: il  marchese Vincenzo De Bisogno e famiglia, il marchese Marino Brancaccio, il barone Del Pezzo e famiglia;

a Villa Aprile: il comm. Pasquale Aprile e famiglia, il duca e la duchessa di casamassima, il principe e la principessa di Bisignano; a Villa Erminia: il duca Lieto e famiglia; a Villa Isabella: il principe di Casapesenne, il marchese Giuseppe Vargas; a Villa Naclerio: il barone e la baronessa Della Marra La capra; a Villa Migliano: il principe e la principessa Dentice; a Villa Calcagno:
senatore Calcagno, il barone e la baronessa di Flugy.

3 settembre 1898: sabato danzante in casa Randegger per l’onomastico della padrona di casa; al pianoforte, Giuseppe Aldo Randegger.

15 settembre 1898: nel salone della Favorita, gentilmente concesso dal signor Roberto Maiuri, gran ballo di beneficenza per i poveri del paese; splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.

30 ottobre 1898: a una «divertente» partita di caccia agli uccellini, che si eftèttua nella pittoresca contrada dei Tironi, sulle verdeggianti collinette situate le falde del Vesuvio, assistono le più amabili e affascinanti fanciulle della colonia villeggiante di Resina. Presenti anche l’avv. Giuseppe Conte e il cav. Giuseppe Giusti, insieme con l’avv. Francesco Cozzolino, consigliere del Comune, e il giovane dottore Edoardo Conte. Una lauta colazione ed una gita all’Osservatorio Vesuviano chiudono la giornata.

31 ottobre 1898: nella casina di quell’egregio magistrato che è il comm. Landolfi si solennizza la chiusura della villeggiatura con recita, musica, innalzamento di palloni ect un graziosissimo cotillon diretto dalle signorine Maria Landolfi e Giuseppina Celestino. Presenti i più bei nomi della colonia villeggiante,
oltre a parecchi signori e signore venuti da Napoli.

Anno 1900

13 luglio 1900: Itinerari di villeggiatura: donna Elisa di Giacomo a Resina.

14 luglio 1900: il «sempreverde» poggio di Pugliano, a Resina, si è arricchito di un ritrovo delizioso, «le Tavernelle», a Villa Raia, là dove comincia la pittoresca via dell’Osservatorio; posizione paradisiaca, servizio perfetto, chioschi elegantissimi: un vero eden per gli amatori di gioconde scampagnate.

18 luglio 1900: L’avv. Antonio Sbordone con la sua amabile signora, donna Maria Concetta Vittozzi e i suoi carissimi figliuoli, in villeggiatura alla Favorita.

20 luglio 1900: trovasi da alcuni giorni di passaggio in Resina la principessa Pignatelli La Greca, ospite di una sorella, la contessa De Cillis La Greca.

25 luglio 1900: a Pugliano, Villa Betocchi, l’avv. Ignazio Carabelli con la famiglia.

27 luglio 1900: donna Francesca Persico d’Alessandro e il barone e la baronessa di Galleri Capece Minutolo di Collereale a Villa Isabella.

13 agosto 1900: la baronessa Maria Viscardi Lettieri, col consorte barone Giovanni, e coi figliuoli, a Villa Zeno.

3 settembre 1900: Al Miglio “incantato”: sempre splendida, animatissima la villeggiatura in questa contrada meravigliosa, dove tutto è sorriso, tutto è fascino superbo della natura, dall’alba argentea al tramonto infuocato, in un mare d’oro. A Villa Aprile: il barone’ Degni e consorte.

20 settembre 1900: auguri, a Villa Raia, all’ing. Heinrich Dreiber, direttore della ferrovia funicolare del Vesuvio.

23 ottobre 1900: alla Favorita, sul piccolo palcoscenico sormontato da quello stesso stemma di Casa Caracciolo, che, anni prima, era sull’ arcoscenico del teatro Fiorentini, rappresentazione della Partita a scacchi, interpretata e ammirata dai nobili villeggianti.

2 novembre 1900: accademia di scherma alla Favorita.

Anno 1901

5 luglio 1901: a Villa Bevilacqua, Pini d’Arena, la contessa Clotilde Tixon de Vidanne col consorte e i due figlioletti.

6 luglio 1901: come di consueto, il barone di Aspermont e la baronessa di Aspermont Caravita di Sirignano, a Villa Calcagno.

11 luglio 1901: sono a Resina, in villeggiatura, il prof. Luigi Correra e la sua signora a Villa Erminia, il cav. Giusti a Villa Della Marra, il signor Armentone e la signora Elvira Armentone Ria a Villa Migliano, il barone Stanislao Marigliano ai Pini d’Arena.

16 luglio 1901: a Villa Valminuta, la contessa Pinzauti; a Villa Della Marra, il cav. Nicola Iovene.

luglio 1901: il duca Luigi Tosti di Valminuta, brillante ufficiale dei cavalleggeri, nominato ufficiale di ordinanza del generale Rovani. Questo assila permanenza a Napoli del duca Tosti e della consorte, duchessa Anna Tosti Forcella dei marchesi di Pietralunga.

10  luglio 1901: la signora Adinolfi La Mola con la figliuola Beatrice a Villa Bevilacqua, dove già da alcuni giorni trovasi la marchesa Verusio.

luglio 1901: alla Favorita, il cav. De Pisis con la famiglia.

13 luglio 1901: a Villa Faraone, il signor Giulio De Palma.

1agosto 1901: a Villa De Chiara, l’avv. Antonio Sborbone con la consorte.

10 agosto 1901: a Villa Capone, l’ avv. Tito Gambardella.

1 Settembre 1901: a Villa Filotico, l’avv. Alfonso Romano.

15 settembre 1901: imminente l’arrivo alla Favorita del comm. Ruggiero Lomonaco, consigliere della Corte di Cassazione.

27 settembre 1901 lascia Pugliano il prof. Roccatagliata; terminata la villeggiature anche del principe e della principessa d’aquino di Caramanico.

Anno 1902

1902: l’avv. Tito Gambardella a Villa Abatemarco.

1902: l’avv. Salvatore Trani a Villa De Gaetano.

1902: l’avv. Enrico Trifiletti a Villa Migliorini.

1902: lo stabilimento balneare Criscuolo e Liguori accoglie quest’anno alla Favorita la baronessa Tortora Brayda, la marchesa di Villarosa, la marchesa Verrusio, la baronessa Vassallo, la marchesa Migliorini, la contessa de la Vilel , la baronessa Petitti, la baronessa Magliano, la signora Garnier e figli la signora Sbordone, ed altre ancora.

1902: la signora Cira Amabile col genero, il valoroso chimico Onorato Battista, al Miglio d’oro.

Anno 1904

l° aprile 1904: la luce elettrica è già alla portata di tutti e molte centinaia di case ne usufruiscono, mentre tutte le ville hanno gli impianti pronti ad essere allacciati per la prossima villeggiatura.

2 aprile 1904: il Consiglio Superiore delle Strade Ferrate ha dato parere favorevole alla trasformazione a trazione elettrica della tranvia Croce del Lagno – Portici – Resina – Torre del Greco. Potranno usufruire, tra gli altri, i futuri pendolari delle vacanze, da e per il Miglio d’oro.

25 giugno 1904: Beatrice Siniscalco Montella a Villa De Martino.

18 luglio 1904: il cav. Pasquale Caprile ai Pini d’Arena.

19 luglio 1904: anche a Resina un Eden-teatro, fatto sorgere dai fratelli Ummarino nel loro stabilimento balneare, alla confluenza tra il Corso Ercolano e Via Cecere.

30 luglio 1904: Maria Concetta Sbordone Vittozzi a Villa Chiara, al Miglio d’oro.

5 agosto 1904: il prefetto di Napoli autorizza l’apertura all’esercizio della linea tranviaria elettrica Napoli – Riccia – Bellavista – Pugliano.

9 agosto 1904: il cav. Carlo Pinto a Villa Brancia, via Cecere.

12 agosto 1904: Ludovico Salvia a Villa Capone. Il cav. Romano a Villa Nasti.

9 settembre 1904: Piedigrotta a Villa Ummarino.

19 settembre 1904: filodrammatica al teatro comunale.

23 settembre 1904: una nube rossa, infuocata, sovrasta la sommità del cono avventizio formatosi sul Vesuvio, prolungandosi per tutto il piano parallelo all’ Atrio del Cavallo. I comuni vesuviani offrono uno spettacolo eccezionale; le vie sono quasi tutte deserte, e di quando in quando al1egre comitive ascendono le parti alte per godere più agevolmente lo spettacolo dell’eruzione. Le terrazze sono quasi tutte gremite, comprese quelle delle ville che ospitano i villeggianti, e dappertutto si ripetono le esclamazioni di meraviglia e timore.

Anno 1905

13 luglio 1905: il barone Luigi Degni, con la consorte Maria Tramontano, ospite di Villa Rossi, al Miglio d’oro.

15 luglio 1905: cresce e migliora ogni giorno la schiera compatta di villeggianti;
tutto l’ameno tratto che va da Villa Aprile a Capo Torre è invaso da una folla elegante. L’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori rappresenta la meta preferita della haute di stanza al Miglio d’oro. Delizia del luogo, la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del serizio fanno di questo stabilimento il centro della più amena riunione, il ritrovo rediletto della più scelta società.

20 luglio 1905: la villeggiatura a Pugliano; sull’amena collina sono arrivati: Villa Betocchi, il barone De Grazia e famiglia; a Villa Rivellini, il consigliere provinciale Ravone, il dottor Salvatore Buongiorno, il signor Raffaele Ravone;

Villa Semmola, il prof. Giuseppe Semmola e signora, l’avv. Carlo Semmola;

Villa Guadagno, l’ammiraglio Micheli; a Villa Cozzolino, la signora Santulla;

Villa Raia, il signor Gennaro Ravone; a Villa Cantani, Antonio Texeira, console del Portogallo; a Villa De Vita, il maggiore Romano, la contessa Soderini, il cav. De Vita, il signor Buonomo e figlie; a Villa Coppola, l’ing. Maser, miss Elena Kirmes, l’ing. Reale; a Villa De Luise, il dotto Donadoni; a Villa !rene, la ignora Galante Rossi e famiglia.

28 luglio 1905: il marchese Verrusio, il signor Bevilacqua e l’avvocato Alberto Cuomo a Villa Bevilacqua; l’ing. Martinez e la signora D’Amelio a Villa Ruggiero; Carlo De Vivo ed Emilia De Martino a Villa Pandolfo; il cav. Sansone a Villa De Cesare; il prof. Romano a Villa Linda; la signora Clausetti e l’avv. D’Aniello a Villa D’Amelio; Pietro Avenia e Nicola Iovine a Villa Della Marra.

4 settembre 1905: nel “salone degli arabi”, alla Favorita, concerto vocale e strumentale.

24 settembre 1905: il comitato della Piedigrotta al Miglio d’oro versa al Municipio di Resina la somma di lire 737, incasso della passeggiata «pro Calabria» fatta il 17 settembre.

Ecco alcuni dei nomi dei sottoscrittori in lire dieci: Aprile, Brancaccio, Barbato, Battista, Caputo, Di Ceglie, Fratta, Ordile, Romano, Schisa, Sbordone, Siniscalco e Tixon.

18 ottobre 1905: gita al Vesuvio delle signore Ruggiero, Carrelli, Cantani, Rubinacci, lesu, Gallotti, Del Santo, Di Lorenzo e di altre ancora.

24 ottobre 1905: ad iniziativa del principe Caracciolo di Santobono e della signora Maria Conforti Campanile, ha luogo, al teatro Poli di Portici, una grande festa di beneficenza a pro dei danneggiati di Calabria. Nel programma è compresa una scelta musica eseguita da valenti professori sotto la direzione del maestro Ricciardi.

Anno 1906

10 luglio 1906: a Villa Aprile il conte Francesco Solimena; a Villa Garnier il duca Gennaro Caputo, a Villa Migliorini il duca Dentice d’Accadia, a villa Isabella il principe di Casapesenna e la marchesa Morena, a Villa Filotico il barone Luigi Raia.

7 luglio 1906: la duchessa d’Aosta nei comuni vesuviani, per le popolazioni colpite dall’alluvione.

19 luglio 1906: alla Favorita, sgombrate le strade dalla cenere del Vesuvio, solita folla di aristocratici bagnanti.

28 luglio 1906: la compagnia filodrammatica “R. Bracco” di Portici darà una serata di beneficenza nel teatro costruito nella villa comunale.

10 agosto 1906: a Villa Allocca il cav. Eugenio Izzo.

4 agosto 1906: festa a Pugliano, nella villa De Vita.

29 agosto 1906: concerto vocale e strumentale alla Favorita, con l’intervento del soprano drammatico Augusta Palomba Gerin. Dirige il maestro Vincenzo Ricciardi .

Anno 1907

3 agosto 1907: splendida villeggiatura nelle ville Sarlo, Passaro, Faraone, Ferrara, Pantaleo, Belmonte e Capone.

9 agosto 1907: annunciate le feste estive al Miglio d’oro: festa a mare, gare ciclistiche, mattinate campestri e – pour la bonne bouche – la Piedigrotta al Miglio d’oro.

30 agosto 1907: dopo il successo entusiastico della bella festa a mare, che iniziò felicemente il ciclo dei lieti convegni, ora tutti gli sforzi del benemerito comitato sono volti alla festa del 2 settembre, per la grande audizione di canzoni piedigrottesche. L’emiciclo del palazzo Campolieto, dove avrà luogo la festa, sta già trasformandosi in una serra olezzante di sceltissimi fiori e adorna di piante esotiche.

La luce sarà fornita dalla Società Vesuviana per mezzo di dodici potentissime lampade ad arco, che proietteranno sul vasto spiazzale una luce davvero meridiana. L’effetto fantasmagorico degli addobbi sarà completato da un gran numero di lampioncini giapponesi. Nel mezzo dello sfondo sorgerà una vasta pedana sulla quale prenderanno posto 50 professori d’orchestra e 30 coristi. Il programma delle canzoni sarà svolto dal notissimo Pasquariello e da due fra le più luminose “stelle” del caffè-concerto: Elvira Donnarumma ed Emilia Persico.

10 settembre 1907: nozze tra Angelina Cozzolino (figlia dell’ assessore Giuseppe Alfonso Cozzolino) e Pasquale Strazzullo.

17 settembre 1907: a Villa Aprile, per l’onomastico di Maria Salvia Carabelli, festoso convegno.

21 settembre 1907: Piedigrotta rivive al Miglio d’oro in tutto il suo fasto, in tutto il suo baccanale, in tutta la sua orgia caratteristica. Il delizioso tratto che si stende tra Resina e Torre del Greco è tutta una serra di verde e di fiori: ve ne sono sui balconi, sulle terrazze, agli ingressi delle poetiche ville, e persino sulla via in lunghi e splendidi festoni. Anche l’illuminazione a gas, preparata con d’orumerose e vivide fiammelle, si fonde graziosamente con mille lampade giapponesi «frastagliate  appetutto». Magnifico il concorso dei carri. Fra i balconi, reparati con molto gusto, vengono premiati quelli dei signori D’Asta e bordone.

Anno 1908

3 luglio 1908: il signor Aristide Andreoli a Villa Ferraro.

8 luglio 1908: Ospiti importanti nelle ville De Vita, Coppola, Betocchi, Semmola, Cassitto, Elga, De Luise, Aveta e Irene.

13 luglio 1908: festa nella scuola municipale maschile di via Sacramento diretta da Luigi Marzano.

3 agosto 1908: inaugurazione del Festival di Vìlla Favorita.

15 agosto 1908: A Villa Aprile, con parco, giardini inglesi, aria saluberrima, ciuttissima, dieci minuti dal bagno di mare, fittansi piccoli, grandi appartamenti, completamente mobiliati: massimo confort, fermata obbligatoria tramway davanti alla villa, acqua di Serino (da “Il Mattino”).

25 agosto 1908: Festival alla Favorita: Mario Sbordone, anima del comitato organizzatore.

27 agosto 1908: battesimo a Villa Santangelo.

5 settembre 1908: teatro all’aperto alla Favorita.

10 settembre 1908: nomina del prof. Silvestro Carotenuto a direttore didattico delle scuole pubbliche.

Anno 1909

15 luglio 1909: il dr. Ferdinando Guidone a Villa Laterzi.

20 luglio 1909: Geremia Compagnone a Villa Brancia.

12 agosto 1909: circa 100 ciclisti, dai colori variopinti, tutti infiorati, attraversano, da Napoli, i comuni vesuviani annunziando il prossimo Festival alla Favorita.

22 agosto 1909: la compagnia teatrale “Città di Roma” nel parco di Villa Favorita.

2 settembre 1909: morte, a Resina, di Ernesto Nocerino, nella sua bella villa. Sia come console del Brasile, ai tempi del fiorentissimo impero, sia come agente di cambio della Borsa di Napoli, si distinse egregiamente. Alla sorella, baronessa Gonzales del Castillo, le condoglianze delle autorità locali.

18 settembre 1909: alla Favorita, concorso di bellezza per bambini.

Anno 1910

7 luglio 1910: Cesare Betocchi e la consorte, Cristina Manzi, nella loro villa a Pugliano.

10 luglio 1910: il cav. Michele Mauro a Villa Valminuta.

12 luglio 1910: Franco Ordile a Villa Naclerio:

24 luglio 1910: il comm. Vincenzo Strigari a villa propria.

28 luglio 1910: il comm. Giovanni Caramiello a Villa Caramiello.

2 agosto 1910: Nicola Corsi a Villa Leopoldina.

3 agosto 1910: Mario Breglia a Villa Breglia.

4 agosto 1910: l’avv. Vincenzo D’Aniello a Villa Ada.

7 agosto 1910: il marchese Francesco Girace a Villa Santangelo.

10 settembre 1910: mentre Portici prepara il trono a colei che dovrà essere «la sfinge dello sterminator Vesevo», e Torre del Greco, tra una festa di fiori e di corallo, accoglierà fra giorni al palazzo baronale la «Regina del mare», Resina scrive nel suo libro d’oro il nome di “S.M. la Sirena d’Ercolano”, Annunziata Scognamiglio, che ascende al trono ufficialmente il 10 settembre.
L’incoronazione ha luogo nel recinto della villa comunale. Suggestivo il programma dei festeggiamenti: illuminazione fantastica sul Corso Ercolano, gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici, eco di Piedigrotta, cavalcata storica, corsa dei carri, grandiosa festa campestre, concorso di bellezza tra i fanciulli ecc.

Anno 1911

8 agosto 1911: «Chi potrà mai elencare – scriveva Ciro Grimaldi sul Giornale d’Italia – tutti gli ospiti villeggianti che, in questi ultimi giorni, son venuti a popolare le belle ville, le suggestive palazzine ed i graziosi alberghi dei Comuni Vesuviani, dove la salute è ottima e dove, grazie al sorriso di un cielo puro ed alla mitezza del clima, non si «vagheggia più bello il Paradiso»?
Chi potrà ricordare (… ] le comitive sparpagliate verso la Favorita. tra il Miglio d’oro e Capo Torre? Tentiamo questo sforzo di memoria e ricordiamo: donna Maria Cuomo – Flores, la graziosa signorina Ilda Wittman, monsieur e Madame Cailloux, la contessa Luzerberger, il signor Pattison, il conte De Cillis, il duca e la duchessa d’Andria, il conte di Ruvo, il principe e la principessa di Apricena».

Anno 1912

4 luglio 1912: inaugurazione del “Festival Tripolitania” all’elegante teatro Savoia, con la compagnia di Gennaro Di Napoli che si esibirà nelle sue più note rappresentazioni. Parte dell’incasso sarà devoluta a beneficio degli itaIìanì espulsi dalla Turchia.

19 agosto 1912: nella prima quindicina di settembre avranno inizio le rappresentazioni dell’ aristocratica Associazione Filodrammatica Napoletana, egregiamente diretta da don Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono. Come “prima” sarà dato l’emozionante lavoro Kean, protagonista il principe in persona.
Le prove, cominciate l’altra sera, continuano, e si annunia una buona stagione artistica, come negli anni precedenti. Il pubblico avrà modo di applaudire donna Maria Cuomo Flores, donna Maria Conforti Campanile, la signora Miraglia, la signorina Dlda Wittrnann e tante altre brave interpreti che completano tutte un quadro di bellezza e di arte. Anima di queste “elettissime” riunioni aristocratiche è la nuora del principe di Santobuono, la duchessa di Castel di sangro.

3 ottobre 1912: “indimenticabile” serata, al teatro della Favorita, per la . resa delle rappresentazioni filodrammatiche. I nuovi bozzetti – «L’ami» di . Praga, «Il Conte Verde» e «Fuoco al convento» – sono interpretati “meravigliosamente” dal principe di Santobuono e dai suoi bravissimi collaboratori: la Marchesa Sanfelice di Bagnoli, la signora Conforti Campanile, la piccola Margherita Caracciolo, la signora Anna Miraglìa, la signorina Rosa Miraglia Del Giudice, il barone Domenico Amato, l’avvocato Pozzetti ed altri ancora.

16 agosto 1913: inaugurazione della sede dell’associazione “Pro Miglio ,oro” a villa Favorita. Il sodalizio, sorto per opera di un comitato di gentiluomini presieduti dal principe di Santobuono, si propone di promuovere tutte le :niziative volte a favorire gli interessi dei Comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle contrade situate lungo la fascia costiera del vulcano. Oltre a ciò, l’associazione ha scopi di beneficenza, he affincheranno l’organizzazione di feste estive, mondane e sportive.

2 settembre 1914: in un “magnifico” locale della Favorita, sotto il patronato del principe di Santobuono, ha luogo una splendida edizione della “Piedigrotta”, con l’esecuzione delle più belle canzoni. L’elenco artistico segna i nomi: Pasquariello, Mario Massa, Diego Giannini, Gina de Chamery, Luisella iviani, Tecla Scarano (5) .

12 settembre 1914: gare di nuoto alla Favorita, organizzate dall’associazione «Pro Miglio d’oro».

10 uglio 1915: il prof. Enrico De Renzis di Montanara al villino Ferrari.

12 luglio 1915: l’avv. Carlo D’Aquino a villa Aprile; la signora Sica PernaSapio a Villa Nora.

15 luglio 1915: l’ing. Carlo Breglia a viìla Breglia.

22 luglio 1915: F.W. Fuchs con la signora Giulia a villa Aprile; Luigi Musso a villa Musso, Miglio d’oro.

30 luglio 1915: Giovanni Caramiello con la figlia Carolina a villa Caramiello; il prof. Michele Ferrari a villa Arcucci.

15 agosto 1915: a Villa Aprile il comm. Pasquale Aprile e famiglia, il conte e la contessa Giusso Imperiali, l’ avv. Carlo D’Aquino, l’avv. Borselli, l’on. prof. Longo, la signora De Zerbi Watteville ed altri ancora; a villa Leopoldina: il barone De Meis; a villa Battista: il prof. Alfredo Minozzi con la signora Lucia Minozzi Adotta, la signorina Alma e l’ avv. Marino Minozzi; a villa Irene: Irene Galante.

24 luglio 1916: i ministri Ruffini e Adotta assistono alla solenne cerimonia della posa della prima pietra dell’ edificio scolastico. Madrina, la gentile ed intellettuale signora Maria Rodinò Sergio. Alla cerimonia è presente il popolo commosso. Del nascente edificio scolastico è stato redatto il progetto dall’ing. Raffaele D’Errico.

6 agosto 1916: passeggiata patriottica per la raccolta della carta e dei rifiuti d’archivio, organizzata dal comitato distrettuale ercolanense della Croce Rossa Italiana.

15 luglio 1917: Salvatore Cosenza a villa Falco.

22 luglio 1917: la contessa Emilia Garolla a villa Rosa, Pugliano.

30 luglio 1918: attesissima première al teatro Favorita delle recite di beneficenza per la Società napoletana antitubercolare, con la «Moglie di Claudio». Applauditissimi il principe di Santobuono, il cav. Ceriani e la signorina Maria Conforti.

4 agosto 1918: Eugenio Minci, barone di Sant’Elena, a villa Formisano, Pugliano.

7 settembre 1918: il Club Escursionisti Vesuviani in gita al Vesuvio. I partecipanti, in numero di quaranta, tra cui ben sedici signore, partono a piedi da Pugliano alle 20 di sera e giungono alle 22 all’Eremo, dove sostano per la cena.
Alle 4,30 del mattino sono sulla vetta. L’illustre prof. Malladra illustra con dotte parole l’interno del vulcano. Infine con una divertente scivolata nella sabbia dal lato nord, i gitanti scendono a piedi.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Corso Resina la sua storia la sua storia millenaria
aprile 29, 2014
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Il tracciato dell’attuale corso Resina (già corso Ercolano) corrispondeva, piu o meno, al decumano superiore dell’antica Herculaneum (il terzo della città, situato a nord degli altri due, il maximus e l’in/erior), ed era parte integrante di quella grande arteria che da Napoli conduceva ad Oplonti e Pompei, e di là a Stabia e Nocera Alfaterna.
Dopo l’eruzione del 79, che seppellì la città greco-romana, l’imperatore Adriano ordinò la ricostruzione della via, secondo quanto ci viene documentato da pietre miliari rinvenute a San Giovanni a Teduccio, a Resina (molto interessante quella ritrovata presso la seicentesca chiesa di Santa Maria della Consolazione, posta all’epoca dell’imperatore Massenzio e di nuovo utilizzata ai tempi di Costantino), a Castellammare di Stabia e a Sorrento.

In seguito alla caduta dell’Impero Romano (476 d.C.), è probabile che anche questa strada subisse le conseguenze dell’abbandono e dell’incuria in cui caddero tutte le terre dell’Occidente. D’altra parte, le continue eruzioni del Vesuvio e le ricorrenti alluvioni dovettero disseminare sul suo tracciato lava e pietre rotolate dall’ alto.

La prima notizia certa sulle condizioni in cui versava l’antica via consolare, dopo un silenzio di molti secoli, risale al 1344, anno in cui la regina Giovanna I fu derubata, «sulla strada di Resina», ben due volte.
Per liberare il cammino dei viaggiatori dalle insidie dei ladri e dall’ingombro di rocce vulcaniche, il viceré Afan Perafan de Ribera fece ripulire ed allargare l’arteria che nel 1562 assunse la nota denominazione di «Via Regia delle Calabrie»: essa aveva inizio nell’attuale piazza Duca degli Abruzzi di Napoli, attraversava il ponte della Maddalena e, continuando per San Giovanni a Teduccio fino a Resina e Torre Annunziata, piegava poi verso oriente in direzione di Salerno, per proseguire infine per la Basilicata e il Principato  Citeriore fino a Reggio Calabria.

L’eruzione vesuviana del 1631 coprì ancora una volta la zona, particolarmente nel tratto che insisteva sulla Villa dei Papiri, là dove gli Eremitani Scalzi dell’ordine di Sant’Agostino stavano costruendo una nuova chiesa.
Sgomberato nuovamente il cammino, la «via regia» divenne meta delle escursioni dei nobili napoletani, i quali cominciarono a costruirvi quelle sontose residenze che, a partire dal Settecento, illeggiadrirono il «Miglio d’oro», «una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti».
«Era l’oro – scrive Mario Forgione – che Carlo di Borbone, col suo attivismo di principe illuminato, riusciva a cavare dalle pietre vesuviane. Era il momento magico in cui il ‘700 scopriva l’archeologia in un punto d’incontro di straordinaria vivacità culturale quando dalla villa dei Pisoni saltavano fuori statue e papiri e negli immediati dintorni si edificavano dimore che erano un’eco visibile del messaggio di cultura che veniva fuori dal sottosuolo vesuviano».

Altri lavori, nel quadro dei restauri voluti dai Borbone per ripristinare le arterie rovinate durante il periodo viceregnale, furono iniziati nel 1780. Questi lavori portarono alla sistemazione della strada dal ponte della Maddalena a Portici, e da Resina a Torre Annunziata.
Nel 1792, prima a Napoli e poi nei comuni della provincia, furono affisse le iscrizioni alle vie; così la strada che attraversava Resina, da Portici fino ai confini di Torre del Greco, si chiamò corso Ercolano.
Qui si svolsero almeno due degli episodi piu cruenti seguiti all’abbandono della Capitale da parte di Ferdinando IV e alla venuta a Napoli dei francesi, che il 23 gennaio 1799 avevano proclamato la «Repubblica Partenopea». Il primo (11 giugno) si ebbe alla Favorita, dove il comandante giacobino Schipani mise in fuga le truppe sanfediste ivi appostate, togliendo loro tre cannoni. Il secondo (13 giugno) si verificò tra Resina e Portici, là dove aveva inizio quel vico di Cecere che portava giù, fino al Granatello.

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Ai primi dell’Ottocento, la via principale di Resina non era diritta come al presente. Giunta da Napoli all’altezza della chiesetta di San Giacomo, la strada piegava a sinistra verso piazza Fontana (allora detta dei «Colli Mozzi», dal nome di quattro statue acefale innalzatevi nel 1715) e, proseguendo per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la cappella di San Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina fu rettificato nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè all’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di Santa Caterina, progettata nel 1822 con la facciata rivolta al vico di Mare (abitato tradizionalmente da pescatori, questo lungo budello ha ” una storia che s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III dell’antica Ercolano).

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre piu intenso, percorso com’era da illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto «decennio francese» (1806-1815).
D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori delia corte dovettero spesso fare i conti con gli ingorghi provocati da diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere che si davano ad intasare il corso in ogni ora del giorno.
Simbolo di quell’epoca tumultuosa e romantica fu il calesse (o com’colo) , che faceva la spola tra Napoli e i paesi della provincia. Celebre addirittura fu il «calesse di Resina », del quale piu di un artista (dal Dura al Marras, dal Kaiser al Carelli) ci ha lasciato splendide immagini. Quel singolare mezzo di trasporto – sul quale prendeva posto un incredibile agglomerato umano composto da lazzaroni, popolane, fittavoli, scugnizzi, religiosi, ecc. – solleticò, tra l’altro, la fantasia di Dumas che volle dedicargli addirittura il titolo di un suo libro. Il calesse, che effettuò le sue ultime orse nel 1902, partiva da uno spiazzo a ridosso del corso (quella piazza Colonna che prendeva il nome dal monumento ivi eretto il 21 ottobre 1861, in occasione, cioè, del primo anniversario del voto con cui le province meridionali si erano unite al regno d’Italia) e arrivava alla napoletana chiesa del Carmine, impiegando circa un’ora, non prima di aver effettuato una sosta ai Granili e sul ponte de’ Maddalena (dove i cavalli erano sostituiti o sussidiati altre bestie).

Era un ambiente, quello della parte iniziale del corso Ercolano, in cui gli aspetti primitivi e popolareschi del costume non potevano non colpire i viaggiatori, che, sempre piu numerosi, venivano da queste parti per arrampicarsi sul Vesuvio o per visitare gli scavi. Era l’epoca dei viaggi in Italia, e gli spiriti avventurosi del vecchio continente non mancarono di tramandare ai posteri il ricordo di un’umanità brulicante, «immersa in un perpetuo e fantasmagorico carnevale».
In questa terra di sole e di mare, di musica e di canzoni, di calore e di passione, di voci e di grida, di lazzari e di maccheroni, il Romanticismo europeo scopriva la piu genuina personificazione dell’anima popolare.
Il 27 novembre 1875 la Società anonima per le ferrovie a cavalli ottenne dall’Amministrazione della Provincia di Napoli e da quella dei Comuni vesuviani la concessione di una tranvia fino a Torre del Greco. Questo servizio, che prevedeva due soste a Resina (in piazza Colonna e alla Favorita), entrò in funzione due anni dopo.  ismailpascia

Correva l’anno 1879 quando Resina fu onorata dalla presenza di un ospite illustre, l’ex Kedivé d’Egitto Ismail Pascià.
Nella bella villa Favorita messagli a disposizione dal governo italiano, l’esotico personaggio si trasferì con tutto il suo seguito. I resinesi, naturalmente, si mostrarono subito curiosi di conoscere gli usi e i costumi di quella corte orientale. Si vociferava del lusso di Ismail, si parlava di odalische bellissime intraviste attraverso i cancelli e di squadre intere di eunuchi a custodia della loro fedeltà.

Eppure quella che sembrava una impenetrabile cortina di diffidenza, elevata dalla differenza di razza e civiltà, fu squarciata da un fatto nuovo e del tutto singolare. Un tenero romanzo d’amore nacque all’ombra della Favorita e unì indissolubilmente due cuori, quelli di una bella odalisca e di un baldo giovanotto napoletano.
Questo, almeno, il racconto, non si sa quanto attendibile, probabilmente romanzato, che fiorì per molti anni sulle bocche dei locali cantastorie, ai quali non sembrò vero di aggiungere particolari inediti ed interessanti ad una vicenda che aveva rischiato di provocare un incidente diplomatico tra l’Italia e l’Egitto. Ad ogni modo Ismail era stato il primo ospite importante di Resina all’indomani dell’Unità, e questo non mancò di accrescere il fascino e il richiamo di una zona, quella del Miglio d’oro, nota un po’dovunque.
Tra Resina e Torre del Greco correva, infatti, quel «percorso incantato» così definito per la presenza, a destra e a sinistra, di amenissime ville settecentesche e di eleganti palazzine piu recenti. Trasformate in hOtels o pensioni, quelle costruzioni accolsero, a cavallo dei due secoli, quanti vi giungevano, sia per trascorrervi la villeggiatura sia – ed erano forse i piu – per ristorarvi la malferma salute.
Ivi, alle finestre, ai balconi e sulle terrazze, spesso cinte di verdeggianti pergolati, si potevano scorger, sul far della sera, i villeggianti, divisi in gruppi, a contemplare «il gran poema dei tramonti estivi», quando il sole, in tutta la gloria del suo fulgore, si tuffava nel mare al di là della punta di Posillipo.

La palma del fasto spettava, senza dubbio, a villa Aprile, conosciuta anche come villa Amelia (già Riario Sforza, Nugent, Galante), da tutti considerata «la regina delle ville, non solo di questi luoghi, ma di tutta Napoli, niuna essendovene, che la eguagli in magnificenza, buon gusto e splendidezza». Tali requisiti, che andavano ad aggiungersi ad un’ubicazione oltremodo felice, furono sempre apprezzati ed apertamente lodati da molti importanti personaggi, tra i quali si ricorda Antonio Salandra, solito a passarvi la stagione estiva.
Fiancheggiato da giardini fioriti, aperto, incantevole, il Miglio d’oro non mancò di destare la piu favorevole impressione in tutti coloro che ebbero il piacere di percorrerlo.
Qui, nel silenzio della campagna vesuviana, in mezzo alle altre gemme dell’età tardo-barocca, sorse villa Durante, attribuita a Ferdinando Sanfelice. La costruzione aveva di fronte «un bellissimo giardino bizzarramente costruito in forma sferica, con ispalliere di agrumi, e in mezzo ad essi de’ mezzi busti di marmo, ricco di piante nobili ». L’area verde, che si trovava oltre la strada, al di là di un imponente portale in piperno, fu acquistata nel 1878 dal duca di Valminuta. Da ricordare, infine, che al pianterreno della villa (oggi proprietà Arcucci), dimorò, ai primi del secolo scorso, l’abate Maccarone, certosino, grande meccanico ed inventore di strani congegni.
Un capitolo a parte meriterebbe, poi, l’imponente villa Campolieto, che si trova oltre l’incrocio che la strada forma con la via Marconi (a monte) e Quattro Orologi (a valle).
Basti dire che le conferirono lustro Mario Gioffredo (al quale si deve l’impostazione del fabbricato intorno ad un grandioso atrio coperto) e, soprattutto, Luigi Vanvitelli (che rimaneggiò l’ampio portico circolare riconducendolo ad una forma ellittica, creò al piano superiore un magnifico vestibolo sormontato da una cupola e ornato da due nicchie ad abside, e collegò il pianterreno ed il piano nobile con uno scalone monumentale che ricorda quello di Caserta).

Gran folla di signori dunque, sul Miglio d’oro, in un’epoca tra le piti gloriose della sua storia. Così stavano le cose quando, nel marzo del 1893, la Favorita – tornata al demanio dopo la partenza di Ismail Pascià – fu acquistata da Emilia Cito e Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono.

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Fu come un soffio di vita nuova che percorse l’antico complesso, che aveva dovuto sopportare molti anni di decadenza e di grigiore.
La villa vantava un teatro, dove il principe (già proprietario del «Fiorentini» e del «Sannazaro» di Napoli) raccolse  una troupe di gentiluomini che aveva la sua prima attrice nella marchesa Sanfelice di Bagnoli e una deliziosa prima attrice giovane nella <<vaghissima» Rosa Miraglia e un agguerrito manipolo di attori nel barone Amato, nel duca Sergio, nel duca Gennaro Caputo e nei signori Solimene e Pozzetti.

 D’un colpo la Favorita divenne la meta obbligata dei villeggianti locali e di quelli dei paesi vicini. La prima manifestazione di una certa importanza vi si svolse il 30 settembre 1894, avvenimento salutato euforicamente dal cronista: «Dall’entusiasmo, dal continuo andirivieni delle carrozze trasportanti le belle dame elegantissime nelle chiare e vaporose toilettes) i gentiluomini correttissimi negli
smokings) chiaramente si comprendeva che un avvenimento straordinario attirava da ogni parte tutta l’élite dei villeggianti. E come un faro luminoso, come punto d’attrazione, s’innalzava da lontano il gran palazzo della Favorita, dove doveva aver luogo il grande evento mondano, il ballo cioè dato dalla benemerita Associazione di Carità Napoletana. Sin dalle otto il grandioso salone del primo
piano rigurgitava d’intervenuti, che liberamente circolavano per la sala e sullo splendido terrazzo, ove la banda musicale di Resina, gentilmente concessa dal sindaco A. Rossi, suonava musica dei nostri grandi maestri. Verso le nove il suono dei mandolini e chitarre annunziò che si principiava la tarantella, ed attorno alle coppie delle fresche e procaci contadine, dei bei giovani sorrentini si formò circolo, e quando le nacchere e i tamburelli ebbero finito di suonare scoppiarono fragorosi, insistenti applausi e si volle il bis. Poi dagli stessi furono cantate le ultime popolari canzoni napoletane. li ballo fu piti che mai animato, e le molte coppie liberamente turbinavano nella gran sala~ la direzione del ballo era affidata al marchese Ettore Pignone del Carretto [… ].

Il cotillon cominciò verso le due e tutte le dame ebbero molti e preziosi doni, e tutti i cavalieri portarono seco vari ricordi della bella serata».

Seguì poi, in ordine di tempo, una lunga serie di riunioni, recite e mostre d’arte che sarebbe impossibile enumerare.
Tra le tante, va ricordata la grande festa di beneficenza, per i poveri del paese, del 15 ottobre 1898: degno di menzione, in quell’occasione, fu uno splendido orologio a pendolo offerto dal principe di Napoli.
Non meno importanti erano le feste che si svolgevano nelle vicine ville Buonocore, Calcagno, Cuocolo (già Arena), i De Bisogno, De Martino, Isabella (che, nel 1892, aveva, ospitato nientemeno che Gabriele D’Annunzio), Lucia, Garnier, Filotico, Martinez, Migliorini, Savarese, Valminuta e Zeno.

Come in un crescendo rossiniano, il Miglio d’oro compare sempre piti frequentemente negli itinerari di viaggio che sono tra le notiziole piti interessanti dei «mosconi»”.
Tant’è che al 14-15 luglio del 1900 troviamo su «Il Mattino » una «donna Elisa Di Giacomo» diretta proprio a Resina. Che si trattasse della ninfa egeria del grande Salvatore è da escludere, giacché i due si conobbero – come ricorda Giovanni Artieri – solo nei 1905, ma tanto basti per dare un’idea dell’incredibile concorso di ospiti nella plaga vesuviana, dove «tutto è sorriso, tutto è fascino superbo
della natura, dall’alba argentata al tramonto infuocato, in un mare d’oro». Qui la villeggiatura era sempre «splendida, animatissima, meravigliosamente bella, superiormente deliziosa», crescendo e migliorando ogni anno la schiera compatta e aristocratica dei villeggianti, i quali si davano convegno nell’antico e rinomato stabilimento balneare dei signori Criscuolo e Liguori: e, in effetti, «la delizia del luogo [la Favorita], la limpidezza argentea delle acque, l’inappuntabilità del servizio» facevano di questo elegante stabilimento «il centro della piu amena riunione, il ritrovo prediletto della piu eletta società».

Se la vita estiva offriva le stesse attrattive che si potevano godere nelle vicine località di villeggiatura, c’era una masteggiamenti: illuminazione «fantastica» al corso Ercolano; gara per l’addobbo dei balconi con premi artistici; eco di Piedigrotta; corsa dei carri; «grandiosa» festa nel bosco della Favorita; concorso di bellezza per fanciulli, ecc.
alluvione piccolaIl 21 settembre 1911 una spaventosa alluvione isolò Resina dal resto del mondo. Il fango e i rottami, consolidati in una massa nera e durisima, invasero molte strade cittadine, giungendo fino al corso Ercolano. Una foto di quei giorni mostra un gruppo di persone sedute intorno ad un fanale che spunta a stento dall’ammasso di detriti accumulatisi particolarmente all’angolo di via Dogana, mentre piu in là si scorgono alcune autovetture (presumibilmente, dei soccorritori) ferme all’altezza di piazza Colonna.

Il 9 agosto 1914, una domenica, fu inaugurato alla Favorita la sede del Circolo Pro Miglio d’oro, sorto due anni prima con l’intento di secondare e promuovere tutte le iniziative volte a favorire gli interessi dei comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle nostre contrade. Il comitato di gentiluomini che componevano l’associazione (Pasquale e Umberto
Aprile, Alberigo Aschettino, Lorenzo Di Lorenzo, Francesco Matarazzo, Bartolomeo Mazza, Vincenzo Strigari, Giuseppe De Meis, Silvio Tosti di Valminuta ed altri) si proponeva, in particolare, di incoraggiare lo spazzamento e l’innaffiamento stradale, l’illuminazione, i servizi di comunicazione, lo sviluppo degli stabilimenti balneari, la creazione infine di un centro «di grande attrattiva e divertimento».

Per rendere piu concreto questo programma il circolo curò a sue spese l’alberamento di via Quattro Orologi, di via Belvedere (già via campestre, sistemata e alberata nel 1902, fu arricchita nel 1914 da trenta platani) e, parzialmente, del Miglio d’oro. In questo contesto unico, inimitabile, aveva ugualmente modo di distinguersi la maestosa \’illa Battista, che si ergeva proprio davanti alla Favorita.
Il suo nome era legato al farmacista Onorato Battista, che nell’Esposizione Italiana di Londra (settembre 1904) aveva meritato la medaglia d’oro per il suo Ischirogeno, prodotto rigeneratore delle forze a base di fosforo, ferro, chinino, coca e stricnina: successo confermato, poi, nell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911.
Sui pregi della costruzione e i vantaggi di un soggiorno in uno dei suoi tanti appartamenti, che si fittavano a condizioni vantaggiose, vale la pena di riportare quanto stampato suI lato posteriore di una cartolina del 1915: «Resina – Villa Battista al Miglio d’oro – Vera espressione della casa moderna, massimo comfort: luce elettrica, gas, ascensore, ecc. Il Miglio d’oro è il soggiorno ideale, preferito dall’aristocrazia napoletana, comodo, fresco, salubre e gaio aria asciuttissima, vivificante, balsamica piu che in qualsiasi altro luogo; posizione incantevole, dove al profumo degli aranci ed agli effluvi delle rose si sposa il piu limpido ed azzurro cielo; splendida stazione balneare con spiaggia naturale bellissima».
I villeggianti trassero non pochi benefici dalla permanenza nella bella villa, e non mancarono di sottolinearlo nel e loro corrispondenze. Nel 1917, poi, l’edificio fu adibito a convalescenziario militare, analogamente a quanto disposto per la villa Dentale di San Giorgio a Cremano.
Anche dopo la guerra la Favorita continuò ad essere centro di un vasto programma di spettacoli e di ricevimenti che lasciarono il segno nelle cronache mondane. Un pubblico era sempre elegantissimo e pronto ad applaudire ora una nuova rappresentazione del Conte Verde ora una  rivista storico- satirica di Maxime. Attorno al principe di Santobuono, sempre impeccabile nelle vesti di protagonista, si facevano ugualmente applaudire vecchi e nuovi interpreti:
Maria Conforti, Anna Gurgo di Castelmenardo, Margherita e Teresa Serpone, Alessandro Piscicelli e l’immancabile duca Gennaro Caputo.

Molte furono anche le manifestazioni artistiche ospitate nel salone centrale del sontuoso complesso. Il 10 settembre 1920 si inaugurò la prima Esposizione Sociale di Pittura e Scultura, dove un uditorio intellettuale ascoltò religiosamente i distorsi dell’assessore Silvestro Carotenuto, del professore Zambrano e dello scultore Mossuti. Il 3 ottobre 1922 vi ebbe luogo un gran concerto vocale e strumentale del violoncellista Sergio Viterbini. Il 2 ottobre 1923 l’intera orchestra del San Carlo si esibì nel parco della villa, riscuotendo il piu grande successo.
Sempre nel 1923 tutto il basolato del corso Ercolano, unica eccezione nella provincia, fu completamente rifatto.
Con La danza delle libellule venne inaugurato, il 6 aprile 1924, l’elegante teatro Ercolano, con ingresso dalla traversa Municipio. Grazie all’impresa Gargiulo-Oliviero, vi recitarono le migliori compagnie della canzone sceneggiata.
dall’«Italianissima» a quella di Cafiero-Fumo. I successi si: “ripeterono uno dietro l’altro. Il 9 agosto 1925 vi fu un programma eccezionale con Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette. Domenica, 16 agosto 1925: altro magnifico programma con Armando Gill.

armandogillIl 1925 fu anche l’anno dell’istituzione dell’Alto Commissario della Provincia di Napoli, al quale furono concessi speciali poteri amministrativi e piu larga disponibilità finanziaria. Ne beneficiò anche Resina, che, affrettatasi a presentare un memoriale con la messa in evidenza dei problemi cittadini, fu come pervasa da un vento di rinascita.

Il 18 maggio 1927 Vittorio Emanuele III diede il colpo di piccone inaugurale agli scavi di Ercolano, il cui nuovo ingresso dal corso Ercolano fu ultimato il 21 aprile 1930:
evento destinato ad incrementare notevolmente l’afflusso di turisti e visitatori dell’antica città.
Qualche anno dopo, e precisamente nel 1934, fu aperta una nuova arteria, via IV Novembre, che, partendo dall’esedra prospiciente gli scavi, portava alla stazione della ferrovia circumvesuviana e, conseguentemente, all’autostrada aperta nel 1928 per raccogliere tutto il movimento turistico del golfo di Napoli.

Gli anni Trenta modificarono abitudini e stili di vita. Il segno piu visibile dei tempi nuovi fu l’affermazione dell’automobile come mezzo di locomozione, come si vede chiaramente anche nelle immagini riprodotte sulle cartoline di quegli anni.
La vita mondana, peraltro, continuava ad essere molto gradevole, a Napoli come in provincia, dove le feste erano sempre illeggiadrite da aristocratiche presenze femminili, tutte radiose e sfavillanti nei loro lamés glacés, merletti
leggeri e tulle.
Nella magnifica villa Emma ai Quattro Orologi, ad esempio, il ragioniere Ravone ospitava ogni anno un’«eletta»
schiera di villeggianti, in omaggio alla veglia piedigrottesca.
Nella sua fastosa residenza sul Miglio d’oro il conte Francesco Matarazzo, che aveva fatto in Brasile la reputazione e la fortuna della sua famiglia, si ritemprava, invece, del suo lavoro. «Dalla bella figura prestante che ricordava un poco quella del duca d’Aosta, dalla conversazione calma pacata intelligente», era un vero piacere intrattenersi con le sue figliuole, «Olga, principessa Alliata; Mimì contessa Marcello; Claudia principessa Ruspoli», nonché con il primogenito Peppino, «semplice e débonnaire, dal tratto schietto e cordiale».

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A questa elegante società fece da cornice, il 30 luglio 1933, il parco della Favorita per la celebrazione di una festa campestre. I numeri del programma furono tutti interessantissimi:
fiera gastronomica, concerto di varietà (con l’esibizione del soprano Horst de Lutio e dei tenori Papaccio, Parise e Celentano), concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina e, piacevole primizia, ritmi di jazz che fecero ballare gli aristocratici intervenuti fin oltre la mezzanotte, «nell’incanto lunare della bella serata estiva».

Nel suggestivo parco della principesca dimora, che per molti anni fece la parte del leone nell’allestimento di spettacoli, fu celebrata nell’agosto del 1935, per gentile concessione del principe di Santobuono, una splendida kermesse a favore degli infermi. Vi parteciparono artisti di grido, tra cui Giuseppe Godono. Fu offerto anche uno spettacolo cinematografico, proiettato su uno schermo teso fra gli alberi. Attrazioni diverse allietarono i convenuti. Fu il ‘canto del cigno’ della Favorita. Nel 1936, infatti,  acquistata dal governo, la villa divenne collegio militare. Si chiudeva, così, l’ultimo capitolo della gloriosa storia della sontuosa residenza, e calava definitivamente il sipario su un’epoca di fasti e splendori che non avrebbe avuto piu seguito.
Uno sguardo retrospettivo a quegli anni lontani fa scoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, un mondo diverso da quello di oggi, un mondo tutto teso a godersi gli ultimi scampoli di una stagione di euforia che la tempesta della seconda guerra mondiale stava per spazzare via.
I giornali continuavano ad ospitare le cronache degli avvenimenti mondani nelle residenze della zona, specie del Miglio d’oro.
Tutti gli intrattenimenti terminavano all’alba, e le notti erano di quelle in cui l’armonia del cielo stellato invitava a sognare. Spesso, dopo che si erano spente le luci di Napoli, continuavano a brillare quelle delle policrome granate che s’alzavano e s’aprivano ad ombrello verso oriente, segnali conclusivi di feste paesane.
Nel luglio del 1939 le pagine interne de «li Mattino» offrivano ampi resoconti sulla «sagra delle albicocche», nella cui produzione Resina vantava un incontrastato primato su tutti gli altri comuni della provincia. La manifestazione si svolse nell’ artistica esedra prospiciente l’ingresso degli scavi di Ercolano, e fu seguita da numerosissimo pubblico.
Contemporaneamente si riferiva dell’arrivo a Napoli, col transatlantico Rex, di Annabella e Tyrone Power, che effettuarono, poi, un’escursione al Vesuvio, dove i due artisti eseguirono una ripresa fotografica del vulcano in eruzione.
Ma il fuoco covava sotto la cenere. L’impiego di unità speciali per le «grandi esercitazioni dell’anno XVII», pubblicizzato sulle prime pagine dei quotidiani, non lasciava presagire infatti niente di buono. E fu il secondo conflitto mondiale, che travolse l’universo dorato di illusioni nel quale si era crogiolato tanta parte della società-bene.
I bombardamenti aerei del 1943 rovesciarono sull’intero corso Ercolano una pioggia di ordigni. Particolarmente pesante si rivelò l’incursione del 15 luglio all’ altezza del Municipio, ma non meno grave fu l’attacco (14 settembre) dei piloti nemici nella zona della Favorita. In frangenti così difficili le autorità fecero il possibile per lenire le sofferenze della popolazione, che si protrassero a lungo,
anche quando la guerra era diventata ormai solo un ricordo.

Una prima precaria sistemazione ai senzatetto fu trovata nelle baracche di legno e lamiera sorte in piazza Pugliano.
Altri trovarono rifugio nel palazzo Campolieto, che già aveva patito le conseguenze dell’occupazione militare. Ma i sinistrati erano ancora tanti, e si dovette adibire ad alloggio il complesso ospedaliero costruito nel periodo 1945-50 nella zona dei Quattro Orologi, lungo la strada che mena a Torre del Greco.

Nel 1956 tutto il corso Ercolano fu completamente ripavimentato.
Scomparso il tracciato della vecchia e gloriosa linea tranviaria, sostituiti i consunti e lucidi blocchi di pietra vesuviana, con cubetti di porfido, i tram elettrici andarono definitivamente in pensione, dopo mezzo secolo di onorato servizio.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il primo Re d’Italia a Resina in visita agli scavi
aprile 28, 2014
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vittorioemanuelescavi

La serie sei sindaci ha inizio al tempo di Giuseppe Bonaparte (1806-08), quando fu abolita l’antica «Università» e istituito, al suo posto, il «Comune».
Non essendo stato tuttavia possibile ricostruire la successione dei primi cittadini di Resina da quell’epoca fino all’Unità, ci limiteremo a indicare alcuni di . quelli che si sono avvicendati alla guida delle amministrazioni locali, dal 1860  nostri giorni, aggiungendo tutte le notizie che siamo riusciti a raccogliere sugli stessi.

Il primo ad inaugurare la serie fu, il 6-9-1860, Alfonso Correale, esponente di una famiglia facoltosa, nota tra l’altro per possedere edifici (1) e suoli (2). ;fra i problemi che la sua amministrazione dovette affrontare fu, preliminarmente, quello di trovare una decorosa casa municipale, per sistemarvi gli uffici fino a quel momento ospitati in locali di fortuna (3).
.Eletto sindaco una seconda volta (5-6-1866), il Correale si trovò ad occupare l’importante carica in un periodo in cui il nuovo governo nazionale concesse al soprintendente Giuseppe Fiorelli l’autorizzazione a procedere ai nuovi scavi nell’area archeologica di Ercolano. Ecco la cronaca dell’inaugurazione solenne dei lavori, tolta dal Giornale degli Scavi :

«Lunedì 8 febbraio (1869 N.d.A.) – Sua Maestà il Re (Vittorio
Emanuele II), accompagnato da S.A.R. jl principe Umberto, dai
Ministri Menabrea, Cantelli, Riboty, de Filippo, dal Generale Cialdini
e dall’ Ammiraglio Provana in mezzo a numeroso concorso di popolo,
poco dopo le ore nove a.m., è giunto in Ercolano. Lo hanno quivi
ricevuto il Soprintendente generale degli scavi comm. Fiorelli, il
segretario del Museo e l’ispettore degli scavi. Sua Maestà, dopo aver
osservato col più vivo interesse gli avanzi sotterranei del gran Teatro,
si è recato ad inaugurare i novelli scavi che dal R. Governo s’intraprendono
sopra un suolo che l’Amministrazione ha recentemente
acquistato dal sacerdote Pasquale Scognamiglio, e che confina ad
occidente col vicolo di mare ed a mezzogiorno si riattacca agli scavi
precedentemente fatti in questa città.

Il Ministro della RealCasa senatore Gualtiero ha pronunziato un discorso ove tra l’altro ha dato partecipazione del R. Decreto segnato oggi stesso con la data di Ercolano da Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d’Italia.
“Considerando che a Noi spetta l’esempio di tutte le grandi iniziative nazionali e la tutela del decoro di quanto forma patrimonio secolare delle glorie d’Italia, abbiamo decretato e decretiamo:
Art. 1 – Sul nostro bilancio della lista civile sarà stabilita una
somma di lire trentamila da ripartirsi in più esercizi all’articolo belle
arti incoraggiamento degli scavi di Ercolano.
Art. 2 – È stabilito un posto gratuito a nostre spese nella scuola
archeologica di Pompei. Le norme di ammissione’ saranno concentrate
fra il Ministro della Real Casa e il Soprintendente generale degli scavi
Comm. Giuseppe Fiorelli, Senatore del Regno. Il Ministro della R.
Casa è incaricato dell’ esecuzione del presente decreto. Dato in
Ercolano il dì 8 febbraio 1869. Firmato Vittorio Emanuele”.
Tutti gli astanti plaudendo hanno salutato questa comunicazione
con ripetute grida di Viva il Re; e S.M. visibilmente commosso, rjngraziando,
ha espresso con gentili parole la sua compiacenza al Comm. Fiorelli augurando buona fortuna ai nuovi scavi. La M.S. si è
quindi restituito in Napoli verso le ore 11 a.m., e per quest’oggi gli
scavi non sono stati più oltre continuati».

Altri meriti della civica azienda furono: l’acquisto (deliberazione consiliare del 16-2-1870) di parte del Demanio (nella proprietà una volta dei Barnabiti) per alloccarvi gli uffici municipali; la sistemazione delle via Savastano e Panto; la ricostruzione della via Trentola e della via Mare: la deliberazione (5-8-1870) di un regolamento per le guide e i facchini del Vesuvio, il primo di una serie he prefetti e sindaci adotteranno negli anni a venire per tutelare i diritti e precisarne i doveri.

Testo tratto da PROFILI E FIGURE volume IV di Ciro PARISI

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Resina ed il mito della Sirena per i Resinesi
ercole_sirena

La Sirena bifida è stata sullo stemma ufficiale del Comune di Resina, fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

A proposito della Sirena che costituiva l’elemento più decorativo della fontana borbonica, occorre ricordare che quella figura è un elemento ricorrente della iconografia di Resina e di molte contrade della fascia costiera napoletana.

sirena1Infatti, proprio all’ingresso del favoloso golfo di Napoli, tra Capri e Sorrento, gli antichi collocarono la dimora di quei mitici personaggi femminili. Licofrone, poeta del I11 sec. a.C., ed altri ancora affermano che le tre sirene Partenope, Leucosia e Ligea (figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene) entrarono nel mito, seducendo con il loro canto gli sfortunati navigatori che si avventuravano nei pressi della loro dimora marina.
La leggenda narra che, non avendo Ulisse ceduto alle loro lusinghe, le tre Sirene si precipitarono in fondo al mare; ma solo Leucosia e Ligea perirono, in quanto la più fortunata Partenope fu rigettata dalle onde sui nostri lidi.

I napoletani la raccolsero, le composero un sepolcro e le intitolarono la città, e da allora Napoli si chiamò Partenope o terra delle Sirene.
Questo rapporto privilegiato tra le Sirene e le località che si specchiano nelle azzurre acque del golfo di Napoli è stato cantato in ogni tempo da artisti, poeti e letterati ed è presente in modo particolare nelle pagine di Giovanni Pontano.
Nelle ecloghe dell’umanista napoletano tale legame si trasforma in una sorta di simbiosi poetica e le contrade napoletane finiscono addirittura per identificarsi nell’immagine stessa di quelle affascinanti creature.

La prima di queste ecloghe descrive le nozze del dio fluviale Sebeto con la ninfa Partenope, ai quali fanno festa e recano doni processionalmente sette cortei di divinità agresti e fluviali della regione napoletana. In un boschetto del suburbio, Hacrone e Lepidina, giovani sposi contadini che attendono la nascita del loro primo figlio, si riposano perché stanchi del lungo cammino e del peso dei doni che portano alla ninfa.

In quell’oasi di pace attendono che giunga e sfili davanti a loro la successione dei sette cortei. Ed ecco, giunge la prima schiera: maschi e femmine che vengono dalla campagna e che con canto alterno esaltano il dio e la ninfa e celebrano le delizie dell’amore.
Viene poi dal mare il secondo corteo: le Neueidi. Lepidina e Macrone commentano alternamente la sfilata.

La prima nereide è Posillipo, cerula e incoronata di edera; segue Mergellina, che procede blandamente con candidi piedi ignudi, e poi Sarnite, la cacciatrice; e Resina dal candidissimo seno, ed Heracle ‘ricca di coralli e di miele’, e Capri, che da un lato ha Equana e dall’altro Amalfi, famosa domatrice di ostriche e di ricci marini.
Come si vede, Resina è qui fantasticamente trasfigurata in un mitico personaggio muliebre dimorante nelle acque del golfo partenopeo, ed è questo forse il motivo per il quale qualcuno ha voluto ricavare l’origine del nome di Resina dalla parola Sirena, di cui costituisce I’anagramma oppure la metatesi.
Ma, come si è già detto, la figura della Sirena è un elemento ricorrente della iconografia di Resina, anche indipendentemente dalle suggestioni poetiche o dai giuochi di parole, ed è più volte effigiata nei monumenti, nei dipinti e negli stemmi della nostra città.
Abbiamo già parlato nel precedente capitolo della sirena di marmo che ornava la fontana borbonica; accenneremo qui ai luoghi in cui appare ancora la figura della sirena.
Nella cappella dello Spirito Santo della chiesa di Pugliano c’è la già citata pala d’altare dedicata a S. Veneranda.

In quel dipinto la Santa stringe nella mano sinistra uno stemma, in cui è raffigurata una sirena, il simbolo stesso del Comune di Resina.
La figura di una sirena è scolpita su una Campana del campanile di Pugliano.
Due sirene sono scolpite nel marmo dell’altare dedicato alla Natività (ora cappella di S. Anna), nella chiesa di Pugliano.
L’altare fu fatto costruire dal Comune di Resina come ex-voto.
Infine, una sirena figurava sullo stemma ufficiale del Comune di Resina fino al 30 marzo del 1969, anno in cui Resina assunse la nuova denominazione di Ercolano.

Lo stemma in marmo della sirena è ancora visibile sul frontespizio della casa comunale.

Da ricordare che il nuovo simbolo del Comune di Ercolano è la figura dell’Ercole Farnese.

dal libro di Mario Carotenuto “Ercolano attraverso i secoli”

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Le storiche quattro giornate vissute e raccontante da un resinese
marzo 7, 2014
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copertina

Dopo quanto ho già ricordato in merito all’eruzione del Vesuvio del Marzo 1944, desidero anche raccontare le drammatiche vicende, che da ragazzino, unitamente a migliaia di Resinesi, ho vissuto durante l’ultima Guerra Mondiale, soffermandomi su alcuni episodi che mi sono rimasti particolarmente impressi nella mente. Sono certo che questi ricordi susciteranno oggi, a distanza di 70 anni, ancora tante emozioni nei non più giovani Resinesi di quella epoca. Le privazioni e i sacrifici sofferti dalla
popolazione vanno ricordate agli attuali Ercolanesi, particolarmente ai giovani, augurando loro che gli orrori provocati dalle guerre non abbiano più a ripetersi.
Nel 1940 l’Italia fascista si era, purtroppo, affiancata alla Germania nazista che aveva iniziato una guerra disastrosa che avrebbe causato milioni di morti in tutto il mondo.giornate1A Napoli, in particolare, Centro strategico del Mediterraneo, subì oltre 100 bombardamenti aerei che colpirono il porto, le ferrovie, le strutture industriali, il patrimonio artistico, le chiese (gravissimi i danni provocati da una bomba che colpì Santa
Chiara) e, purtroppo, la popolazione. Durante gli eventi bellici ci furono oltre 20.000 morti, interi quartieri vennero rasi al suolo.
Anche Resina, periferia di Napoli, fu coinvolta tragicamente nei bombardamenti ed ebbe le sue vittime e i suoi danni!
Le sirene d’allarme suonavano continuamente, di giorno e di notte, allertando la popolazione. Cercavamo rifugio in ricoveri di fortuna, in umide cantine, più che altro delle grotte interrate, sprovviste  di uscite di emergenza che si rivelarono trappole
mortali quando vennero colpiti i fabbricati sovrastanti.
Particolarmente tragico fu il bilancio delle vittime durante una delle tante incursioni aeree.
Molti Resinesi si rifugiarono sotto terra, ad oltre 20 metri di profondità, nell’antico Teatro di Ercolano, seppellito durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I primi che scesero precipitosamente scivolarono lungo i gradini umidi e, cadendo, furono calpestati e uccisi dalla gente che sopraggiungeva di sopra. Vidi alcuni di quei corpi, devastati ed anneriti, quando furono estratti dal sottosuolo!
Mancò il cibo: il pane, prima di sparire del tutto, era stato razionato con Tessere Annonarie, giungendo persino a distribuirne 50 grammi al giorno per ogni componente del nucleo familiare.
Quando mancò la corrente elettrica seguì l’ interruzione di tutte le attività lavorative. Non circolavano i mezzi pubblici di trasporto, buie erano le case e le strade di notte. Fermo l’acquedotto, si formavano file di cittadini con secchi in mano davanti a pozzi e cisterne. L’acqua fu cercata persino scoperchiando i tombini nelle strade! Carenze alimentari e mancanza di igiene provocarono malattie infettive  quali il tifo petecchiale…
Si comprende allora perchè quando il 10 Luglio 1943 la radio annunciò che il Re, Vittorio Emanuele III di Savoia, aveva fatto arrestare il Capo del Governo Fascista Benito Mussolini, sostituendolo con il Generale Pietro Badoglio, ad una gioia di una possibile fine della guerra si aggiunse la rabbia. Le privazioni e le sofferenze causate da anni di dittatura e guerre scellerate si espressero con violenza. La popolazione assaltò la sede del Fascio in via IV Novembre (attuale sede del M.A.V. – Museo Archeologico Virtuale) devastandolo, distruggendo mobili e suppellettili.
Ma, purtroppo, la speranza della fine del conflitto, fu di breve durata.
La risposta della Germania, che si ritenne tradita dall’Italia per la cessazione della nostra ostilità nei confronti degli Alleati anglo-americani, fu durissima e spietata.

I Tedeschi occuparono militarmente il nostro territorio ordinando ai cittadini di presentarsi ai loro Comandi per il lavoro obbligatorio, ma non furono ascoltati nonostante le minacce di immediate fucilazioni. Ricordo che la caccia agli uomini validi avvenne a Pugliano, dove abitavo, per strade e vicoli, mentre nella zona del Corso Ercolano i sequestrati vennero rinchiusi nella Chiesa di S. Caterina. Solo alcuni riuscirono a scappare dalla sacrestia: tante famiglie di Resina non videro più i propri cari, deportati in Germania in carri-bestiame e morti di stenti in campi di concentramento.
Mio padre di notte mi portava con sé da un nostro vicino di casa ad ascoltare la clandestina Radio Londra che ci informava degli eventi bellici incitando ggiornate2li Italiani alla rivolta contro il nazi-fascismo.
Sembravano dei cospiratori attenti a non farci intercettare da delatori fascisti! Fummo informati che nel Nord d’Italia valorosi eroici Partigiani, combattevano contro i Tedeschi e i repubblichini fascisti della Repubblica Sociale. Capimmo allora che l’arrivo degli Alleati, intanto sbarcati nel Sud d’Italia, era ormai prossimo. La repressione nazista fu allora ancora più dura nell’intento di lasciare terra bruciata alle loro spalle. Continuarono a distruggere i residui impianti industriali e a sottrarre le poche risorse rimaste. Ricordo quando al largo autostradale di Via Ulivi, ove si trovava un deposito alimentare, si venne allo scontro con i Tedeschi che lanciarono una bomba a mano per allontanare la popolazione che cercava di raccattare un po’ di viveri residui che i soldati non riuscivano a caricare sui camion. Mi sono anche trovato quando fu assaltato il deposito militare del materiale di cavalleria, sito nel Palazzo Mascalbruno di Portici, con le stesse drammatiche vicende tra la gente e gli occupanti nazisti.

Quanto sopra e tantissimi altri episodi che si ripetevano dappertutto dimostrarono che la popolazione non rimase passiva davanti alle atrocità naziste! Anche superando l’ambigua passività di quasi tutte le autorità militari e cittadine, spontanea fu la rivolta del popolo che a Napoli si tradusse negli ultimi giorni di Settembre nelle Gloriose 4 Giornate, preludio della Resistenza e della Guerra di Liberazione!
In tutti i quartieri della città uomini, donne, soldati e ragazzini insorsero combattendo con mezzi ed armi di fortuna contro gli agguerritissimi soldati tedeschi impedendo ulteriori distruzioni e costringendoli alla ritirata verso il Lazio! Vi furono tantissimi mutilati ed invalidi, ma, principalmente, fra civili e militari morirono oltre 1000 persone che col sacrificio della propria vita ci riscattarono facendoci conquistare la Libertà e la Democrazia.
Fra i tanti: Gennarino Capuozzo, morto a 12 anni, colpito durante l’assalto a un carro tedesco!
Finalmente giunsero all’alba del 1 Ottobre 1943 le truppe anglo-americane! Vedemmo spuntare sul Corso Ercolano, proveniente da Salerno, un enorme carro armato con militari americani che lo cavalcavano e lo affiancavano nel lento avanzare.
Seguirono per ore ed ore intere colonne di uomini e mezzi diretti verso Napoli. Accogliemmo i soldati con lacrime di gioia e con riconoscenza perché tanti di loro durante i combattimenti avevano sacrificato la loro vita per restituirci la Dignità di Nazione e Libertà dopo anni di dittatura!

Li festeggiammo fraternizzando con loro, favoriti dal fatto che tanti di loro, figli di emigranti meridionali, si esprimevano  in un curioso dialetto napoletano! La popolazione resinese lanciava fiori dai balconi, in strada si brindò con i soldati offrendo bicchieri di vino. I militari ci ricambiavano distribuendo scatolette di carne, biscotti, latte, sigarette…..
L’incubo era finito, finalmente eravamo liberi |

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Poi siamo stati resinesi…
febbraio 23, 2014
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Dopo la terribile eruzione del 79 d.C. la vita riprese lentamente sull’area colpita e già nel 121 d.C. si ha notizia della riattivazione dell’antica via litoranea che da Napoli conduceva a Nocera. Nella basilica di Santa Maria a Pugliano sono custoditi due sarcofagi paleocristiani risalenti al II e al IV-V secolo d.C., a testimonianza dell’esistenza di comunità abitate sul sito dell’antica Ercolano. Purtroppo non si hanno notizie certe del periodo tra la caduta dell’Impero romano d’Occidente e l’anno Mille. Sicuramente l’area vesuviana fu esposta alle numerose guerre tra i popoli che invasero l’impero a cominciare dalla guerra greco-gotica e a quella tra il Ducato di Napoli, formalmente dipendente da Bisanzio e il Ducato di Capua, istituito dai Longobardi. Addirittura è certa una presenza saracena sul finire del IX secolo. Nel X secolo si hanno i primi riferimenti a un casale di Resìna o Risìna (… de alio latere est ribum de Risina… ; … de alio capite parte meridiana est resina …, ecc..

L’origine del nome è alquanto controversa: alcuni studiosi la attribuiscono alla corruzione del nome Rectina, patrizia romana che possedeva una villa ad Ercolano e che chiese soccorso a Plinio il Vecchio; altri fanno discendere il nome da “retincula”, ossia le reti utilizzate dai pescatori di Ercolano, o dalla resina degli alberi dei boschi cresciuti sulle antiche lave, o dal nome del fiume che scorreva ai margini di Ercolano. Infine c’è che vede in Resìna l’anagramma di sirena visto che una sirena è stato il simbolo del casale e del Comune fino al 1969. Nell’XI secolo è attestata la presenza di un oratorio dedicato alla Vergine sulla collina denominata Pugliano il cui nome deriva probabilmente da praedium pollianum, un podere suburbano di Ercolano appartenuto ad un tale Pollio.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.