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I morti dimenticati della tragedia ferroviaria di Balvano del 1944
giugno 29, 2017
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Voglio ricordare la tragedia ferroviaria che avvenne il 3 marzo 1944, quando su un treno merci che attraversava una galleria sita fra le stazioni di Balvano e Muro Lucano in provincia di Potenza, per asfissia da gas, persero la vita 517 persone, fra le quali 82 cittadini Resinesi.

Sono i numeri forniti dalle inchieste che ne seguirono, ma il numero esatto dei morti non fu mai possibile precisarlo (forse addirittura 600). Erano i mesi che si erano succeduti dall’arrivo delle Truppe Alleate a Napoli, avvenuto nel settembre del 1943. La seconda guerra mondiale continuava in Italia, oltre la zona di Cassino, dove le truppe tedesche si opponevano agl’anglo-americani. Dalle nostre parti la vità e le attività tentavano faticosamente una ripresa, attendendo la fine di un conflitto che avrebbe causato milioni di morti in tutto il mondo. Gli edifici e le strade recavano ancora i segni dei bombardamenti aerei degl’alleati che avevano causato lutti e danni incalcolabili.

Scarseggiavano i viveri ed i cittadini della provincia di Napoli si recavano nella zone della Basilicata, per approvigionarsi di alimenti quali farina, formaggi, salami e prodotti della terra, dando in cambio tessuti, vestiti, scarpe, biancheria alla popolazione locale in una sorta di antico baratto.

Con partenza dalla stazione di Portici il 2 marzo 1944, i Resinesi, salirono su un treno merci diretto a Potenza. Lungo il percorso il treno si affollava sempre di piu’, man mano che si susseguivano le fermate. Il convoglio composto da ben 47 vagoni e della lunghezza di circa 500 metri (!), raggiunse Battipaglia nel pomeriggio. Prima della partenza per Potenza, tratto non elettrificato e di forte pendenza, al treno 8107 fu aggiunta in testa una seconda locomotiva, anzichè in coda, come da consuetudine. Durante la notte del 3 marzo il treno imboccò la galleria “Delle armi”, sita fra le stazioni di Balvano e Muro Lucano, ma, a causa di una foschia notturna e binari scivolosi, le ruote cominciarono a slittare e, purtroppo, il convoglio si arrestò. Vani furono i tentativi del personale di far ripartire il treno bruciando piu’ carbone ( di scarsa qualità poichè ricco di zolfo) per aumnetare la potenza delle caldaie, ma il tentativo aggravò ancor di piu’ la situazione. La galleria, per scarsa ventilazione, su invasa da monossido di carbonio causando la morte per asfissia di oltre 500 persone, soprese nel sonno. Si salvarono soltanto i viaggiatori delle ultime due vetture di coda rimaste fuori dalla galleria, unicamente ad altri viaggiatori che, a piedi, camminado lungo i binari riuscirono a raggiungere l’uscita. Con i ritardi dovuti alle scarse comunicazioni dell’epoca, scattò l’allarme : si organizzarono forme di soccorso, ma il risultato fu il macabro ammassarsi di centinaia di cadaveri davanti alla stazione di Balvano e conseguente seppellimento, in fosse comuni, nel locale cimitero.

A Resina, come negl’altri comuni vesuviani, le famiglie che attendevano il ritorno di mariti, padri, figli, vissero giorni di disperazione assoluta, con tentativi di raggiungere Balvano, in un triste pellegrinaggio che si ripete ancora oggi. Si susseguirono, negl’anni, inchieste, processi per accettarne le responsabilità, ma i risultati furono deludenti. Sono seguiti libri, film, documentari, inchieste televisive ma, purtroppo, dopo oltre 70 anni, tutto sembra piombato nell’oblio.

Adesso però, in vari Comuni, Benemeriti Cittadini, discendenti delle vittime, si sono organizzati decidento di onorarne la Memoria. Mi permetto di rivolgere un appello al sig. Sindaco ed all’Assessore Competente, affinchè i Comune di Ercolano (già Resina), che ebbe il piu’ alto numero tra le vittime a Balvano, di ricordare quei cittadini a mezzo di apposizione, in Luogo pubblico quale la Sede Municipale, di una Lapide di marmo con Epigrafe, ovvero ci ceppo commemorativo nel Cimitero Comunale.

Fonte : La voce Vesuviana

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Storia del cinema teatro Ercolano dai fasti degl’anni 20 al declino nel dopoguerra.
Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della
"Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal
Commendatore Federico Stella nello
spettacolo rappresentato al Cinema Teatro
Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e
prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso:
platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50.
La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della "Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal Commendatore Federico Stella nello spettacolo rappresentato al Cinema Teatro Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso: platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50. La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.

Il non più esistente Cine·Teatro “Ercolano” è stato, nel passato, uno dei (pochi) luoghi di intrattenimento dei Resinesi. Si trovava nel Vico Posta, al lato del Municipio, ora ora sede del Comando dei Vigili Urbani.
Seduto presso il Bar Roma (detto: ‘e Sarau) il signor Ciro Gargiulo, anziano gestore del Teatro a riposo, ne rievocava i trascorsi, trovando in me, giovane appassionato, attento ascoltatore. Citava, per la parte cinematografica, film interpretati dai famosi attori dell’epoca quali, Amedeo Nazzari, Alida Valli, Gino Cervi, Vittorio De Sica (futuro regista di capolavori indimenticabili).

Ma i suoi ricordi che più mi affascinavano erano quelli che riguardavano le attività teatrali.
Prima di portarsi a Resina, le Compagnie “di giro” (famose quelle di Federico Stella, Cafiero e Fumo, Di Maio ) venivano presentate nei Teatri Politeama San Ferdinando, Sannazzaro… che videro le prime esibizioni del più grande comico di tutti i tempi: Il Principe Totò! Don Ciro mi raccontava che, per l’ingaggio delle Compagnie, si portiva per Napoli, presso la Galleria Umberto I° per trattare con Impresari ed Attori. Personaggi, talvolta cbsì squattrinati che per raggiungere Resina si servivano del mitico tram “55” o della “Vesuviana”.

Uno degli spettacoli più in voga era il “Varietà” con le esibizione di cantanti, baIlerine, duetti comici ed orchestra. Fra prosa è canto, ai leggendari Gennaro Pasquariello, Vittorio Parisi, Salvatore Papaccio, si aggiunsero poi i nomi di Sergio Bruni (inimitabile cesellatore), Franco Ricci, Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo, e tanti altri che meriterebbero di essere ricordati, che immagino esibirsi nella famosa Orchestra di Giuseppe Anepeta!

Ai nomi celebri dello spettacolo sono da ricordare Nino Taranto, Aldo e Carlo Giuffrè, Ugo D’Alessio… ed, ovviamente i De Filippo: Peppino, Titina e, principalmente, Eduardo, le cui commedie ed interpretazioni avrebbero avuto risonanza mondiale! In quegli anni erano famose le “Piedigrotte” durante le quali le Case Editrici (Bideri, La Canzonetta…) lanciavano le nuove canzoni.

Il culmine si ebbe con i vari Festival della Canzone Napoletana, con l’avvento della televisione Un capitolo a parte merita la “Sceneggiata” spettacolo che prendeva spunto da una canzone. Classico svolgimento: un “Isso“, accertato che “Essa” era insediata da “‘O malamente“, si vendicava di questi, uccidendolo dopo un tragico duello. Seguivano processo, condanna e disperazione di figli piangenti e mamma morente! La partecipazione degli spettatori era così sentita che spesso, l’attore aveva interpretato “‘0 ‘nfamone” insultato e minacciato anche dopo lo spettacolo! Inimitabile numero uno  della sceneggiata è stato Mario Merola con la famosa: “‘o Zappatore“, tratta da una canzone di Libero Bovio.
trama: Merola, nei panni di un vecchio contadino si presentava, inaspettatamente, a casa dell’ingrato figlio avvocato, ave si svolgeva una festa con “uommene scicche e femmene pittate”! Gli ricordava i sacrifici fatti per lui e che “mamma toia se ne more” e gli intimava: “addenocchiate e vaseme ‘sti mmane”!
Conclusione finale: applausi interminabili con ripetute richieste di bis, pubblico così in delirio che “se ne cade ‘o tiatro“, come avrebbe detto il grande Eduardo!

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Harry Truman in visita agli scavi di Ercolano nel 1953
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In una nostra intervista telefonica il prof. archeologo Giuseppe Maggi come già riportato nel suo libro “Archeologia e ricordi” – Ed. Tullio Pironti 2003, ci racconta del suo incontro con l’ex Presidente degli Stati Uniti Harry Truman  (Presidente dal 12 aprile 1945 al 20 febbraio 1953) durante la visita di quest’ultimo presso gli scavi di Ercolano nel 1953, anno in cui lo stesso Truman avendo da poco terminato l’incarico di Presidente si concesse un viaggio in Europa.

“Era il 1953 e dovevo accompagnare l’ex presidente USA Harry Truman poichè all’epoca ricoprivo l’incarico di Direttore degli scavi di Ercolano con soprintendente Amedeo Maiuri. Arrivai all’appuntamento un po’ in ritardo in quanto provenivo da Napoli e l’ex Presidente mi apparve un po’ seccato.

Lo accompagnai in uno dei luoghi piu’ caratteristici degli scavi di Ercolano ovvero la Casa dell’atrio a Mosaico come testimoniato dalla foto. Però come molti americani era una persona pragmatica. Mi dette l’impressione di non essere molto interessato agli scavi, ma di volere soltanto affermare di averli visitati.”

Ricordiamo ai nostri lettori che il prof. Giuseppe Maggi ha dato un grande contributo alla rinascita degli scavi di Ercolano, già nel 1954 con i primi lavori di demolizioni  a Via Cortili e via Mare per riportare alla luce gli edifici sottostanti.

Il nome di Giuseppe Maggi è apparso sui più autorevoli giornali e periodici del mondo – dal New York Times al Washington Post, al Times, Le Monde, Die Zeit, Selezione, Cambio, National Geografic ecc. – quando negli anni Ottanta ha cambiato la storia dell’antica Ercolano dimostrando che durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. gli abitanti non avevano evacuato la città, come si pensava.
Si erano ammassati in ambienti presso la spiaggia nella speranza di un’impossibile fuga via mare, colti dalla morte in inestricabili grovigli di corpi.

E’ stato anche Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli per dieci anni.

Noi Ercolanesi dobbiamo molto a questo studioso per aver speso una vita intera per portare alla luce e conservare al meglio un tesoro dell’umanità intera ovvero il parco degli scavi di Ercolano.

Si ringrazia il Prof. Giuseppe Maggi per la sua disponibilità e per la concessione delle foto nel presente articolo.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Il fortino del granatello la sua lunga storia attraverso i secoli
luglio 20, 2016
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Pubblichiamo alcune notizie sul fortino del granatello grazie ad una nostro lettore sul blog Salvatore Imperato che con dovizia di particolari ci svela dettagli di un territorio ricco di storia.

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La veduta del Forte del Granatello, di Franz Wenzel,appartiene alla collezione privata

Durante il periodo vicereale spagnolo(1520), nella zona delle Mortelle,fu costruita alla punta del Capo del Fico,una torre di avvistamento per difendere la costa di Portici dalle incursioni dei pirati.Con la costruzione della Villa Reale di Portici,il Re Carlo decise di ristrutturare la torre,costruendo un muro di protezione con rivellino,posizionando inoltre dei cannoni per la protezione della Real Casa.

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Torre di Bassano, Torre del Greco

La struttura di questa torre è identica a quella che fu costruita a Portici,per essere successivamente inglobata nel Fortino del Granatello.

Nel 1873 il Fortino del Granatello venne demolito a colpi di cannone e mine.Le macerie del forte vennero portate a Napoli via mare,per essere utilizzate come base per la nuova litoranea che fiancheggiava Il Real Passeggio di Chiaia.

Secondo le fonti dello stesso Esposito il fortino fu abbattuto in quanto nella zona insistevano interessi industriali di ditte di carattarere nazionale ed a partire già dal 1901 si iniziò ad impiantare complessi industriali di rilievo nazionale.

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Foto di E. De Martino

Scalo di alaggio (‘a scarpetta),compreso fra la Casa Rossa del Comandante e la Real Peschiera del Granatello(ex cantiere navale).Nella foto due cannoni provenienti dal Fortino del Granatello sono utilizzati come bitte (foto di E.De Martino).

Secondo altre fonti l‘area occupata dal fortino  venne utilizzata, in tempi più recenti, da stabilimenti industriali… ultimo fra tutti la Montecatini. Il muraglione di protezione, a picco sul mare, prima che fosse apportata la modifica alla barriera frangiflutti, come la vediamo oggi occupata quasi interamente da palafitte e piattaforme di locali per la movida (non più utilizzati), correva dall’inizio della passeggiata superiore del Granatello fino all’attuale spiaggia delle Mortelle… Ruderi dimenticati di quel muraglione restano, sulla spiaggia, in zona docce.

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Oggi l’area, a meno della spiaggia, è occupata dal Centro ricerche ENEA, dal CRIAI e da una zona,comunale, con giardinetti e pseudo piccoli locali commerciali (mercatino portuale) mai finiti e mai entrati in funzione.

Per quanto riguarda l’immagine di anteprima Salvatore Esposito ci svela altri piccoli particolari ignoti a molti.

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lancelot theodore turpin de crisse – Fortino del granatello

Il dipinto riprende l’inquadratura della veduta del Lusieri(1784), ma spostata dalle cave della Real Petriera al Forte del Granatello,escludendo dalla visuale la Real Villa di Portici.Nel dipinto il Casino del Renna copre quello del Cecere.

A sinistra la villa dell’Ambasciatore Russo presso la Corte Borbonica,con una ridotta vista dei magnifici giardini della villa Caravita(attuale Maltese). Sulla terrazza del forte si leggono le scritte dei soldati borbonici,con graffiti celebranti papa Pio VII,un numero 4 con la scritta cavalieri, il nome Antonio e un sole.

Fonti: Un grazie Salvatore Esposito e tutti coloro che danno contributo su facebook sulla sua pagina personale.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Villa Favorita ed il suo parco ospitavano feste di gala di beneficenza ed anche la piedigrotta
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Il Parco di Villa Favorita può essere considerato a tutit gli effetti, il primo Parco a Tema al mondo.
Leopoldo di Borbone fece costruire nel 1823 un vero e proprio “parco dei divertimenti” aperto al pubblico nei mesi estivi e nei giorni di festa.
Con l’Unità d’Italia e con l’acquisizione della Villa da parte dei Savoia, tutto venne abbandonato. Le giostre lasciate all’incuria furono presto distrutte e i modelli costruiti dagli artigiani per la loro lavorazione sono oggi custoditi nel museo dell’opera della Reggia di Caserta Qui sotto alcuni modellini conservati:

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Intorno a ciascun giuoco vedesi nella stampa la folla a circolo, che guarda, aspettando ciascuno la volta sua; la trattiene un gendarme, che sta a tutelar l’ordine e prevenire i volta volta, i quali anche allora saranno stati di moda. Pel giardino un’altra moltitudine di uomini e donne passeggia: sono per lo più coppie, probabilmente legali, le altre, non legali, sono nella parte boscosa, che nella stampa non si vede. Qua e là bimbi tirano la gonna alle mamme, e le costringono a badare a loro; qualcuno conduce due popolane insieme una per braccio, e qualche militare si nota come più ardimentoso con le donne.
Nessun uomo sta solo, tranne uno, seduto in disparte sotto un albero, col gomito poggiato sul ginocchio, e il mento sulla mano. Che avrà voluto rappresentare l’autor della stampa? Un filosofo, che, capitato a caso tra quella moltitudine felice di vivere, pensa che tutta quella gioia è un atomo solo della somma di gioia e di dolori, che si fondano nel gran crogiuolo dell’universo? Un innamorato, che ha ricevuto il ben servito, e si lambicca il cervello? Forse qualcheduno, che è sazio, e medita di andarsene?

Le donne portano cappelli monumentali, ricchi di nastri, a tese larghissime e davanti rivoltate in su, sic-ché lasciano scoperta la fronte e il principio dell’ acconciatura dei capelli. Questi sono spartiti in mezzo, e lateralmente disposti in due rigonfiamenti, veri pilastri a sostegno del cappello. Le maniche son gonfie anch’esse sopra al gomito, le gonne lisce, ornate di nastro, guarnite in giù da un paio di giri di trina o di nastro largo; sono corte da lasciar scoperto tutto il piede, che il galante autore della stampa ha dato a tutte di una piccolezza inverosimile. Gli uomini poi sono ridicoli co’ cilindri alti e larghi, i pantaloni chiari e aderenti alla persona, il soprabito aperto sul petto, che s’arresta alla vita, e poi si ritrae indietro, e corre fin sotto al ginocchio: sembrano quei notari, di cui ancora esiste qualche esemplare mummificato, i più giovani de’ quali vi dicono che hanno rogato l’atto matrimoniale di vostro nonno!

La parte boscosa poi era destinata alle cacce, le quali. si aprivano solennemente il 3 di novembre, giorno di S. Uberto. Tutto l’anno si lavorava a preparare la gran giornata. Si comperava ogni sorta di animali, che si chiudevano in gabbie, le quali poi il 3 novembre si nascondevano nelle macchie del boschetto. Don Leopoldo e i suoi invitati incedevano ne’ viali col fucile pronto, la testa sporta, a passi lunghi compassati, e in punta di piedi per evitare il rumore delle foglie. Quando erano vicini, l’uomo, nascosto nella macchia con la gabbia, l’apriva, e ne venivano fuori daini e lepri spaventatissimi, cinghiali fiaccati dal lungo digiuno, cervi agonizzanti, i quali, prima d’aver tempo di orientarsi e fuggire, erano ammazzati. A questo modo in una volta furono uccisi tremila lepri: numero speventevole, ora raggiunto soltanto nelle cacce de’ sovrani, specialmente se intervengono sovrani e principi stranieri: le compiacenti agenzie telegrafiche allora dan fiato alle trombe, e annunziano a’ quattro venti que’ facili eccidi, che, ne’ giornali officiosi, diventano prodigi di valore, e promesse di future vittorie»

 

Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Nei primi anni del novecento vennero ad esibirsi nel teatrino allestito a Villa Favorita artisti del calibro di Gilda Mignonette, Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma e molti ancora.

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Questi alcuni dei momenti celebrativi che venivano mezionato sulla famosa rubrica API MOSCONI E VESPE sulla mondanità che veniva pubblicato su IL MATTINO.

8 settembre 1894: annunciate grandi feste alla Favorita, dove la principessa di Santobuono riceverà, come al solito, l’élite villeggiante al Miglio d’oro.

23 ottobre 1900: alla Favorita, sul piccolo palcoscenico sormontato da quello stesso stemma di Casa Caracciolo, che, anni prima, era sull’ arcoscenico del teatro Fiorentini, rappresentazione della Partita a scacchi, interpretata e ammirata dai nobili villeggianti.

29 agosto 1906: concerto vocale e strumentale alla Favorita, con l’intervento del soprano drammatico Augusta Palomba Gerin. Dirige il maestro Vincenzo Ricciardi .

21 settembre 1907: Piedigrotta rivive al Miglio d’oro in tutto il suo fasto, in tutto il suo baccanale, in tutta la sua orgia caratteristica. Il delizioso tratto che si stende tra Resina e Torre del Greco è tutta una serra di verde e di fiori: ve ne sono sui balconi, sulle terrazze, agli ingressi delle poetiche ville, e persino sulla via in lunghi e splendidi festoni. Anche l’illuminazione a gas, preparata con d’orumerose e vivide fiammelle, si fonde graziosamente con mille lampade giapponesi «frastagliate  appetutto». Magnifico il concorso dei carri. Fra i balconi, reparati con molto gusto, vengono premiati quelli dei signori D’Asta e bordon.

19 agosto 1912: nella prima quindicina di settembre avranno inizio le rappresentazioni dell’ aristocratica Associazione Filodrammatica Napoletana, egregiamente diretta da don Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono. Come “prima” sarà dato l’emozionante lavoro Kean, protagonista il principe in persona.
Le prove, cominciate l’altra sera, continuano, e si annunia una buona stagione artistica, come negli anni precedenti. Il pubblico avrà modo di applaudire donna Maria Cuomo Flores, donna Maria Conforti Campanile, la signora Miraglia, la signorina Dlda Wittrnann e tante altre brave interpreti che completano tutte un quadro di bellezza e di arte. Anima di queste “elettissime” riunioni aristocratiche è la nuora del principe di Santobuono, la duchessa di Castel di sangro.

3 ottobre 1912: “indimenticabile” serata, al teatro della Favorita, per la . resa delle rappresentazioni filodrammatiche. I nuovi bozzetti – «L’ami» di . Praga, «Il Conte Verde» e «Fuoco al convento» – sono interpretati “meravigliosamente” dal principe di Santobuono e dai suoi bravissimi collaboratori: la Marchesa Sanfelice di Bagnoli, la signora Conforti Campanile, la piccola Margherita Caracciolo, la signora Anna Miraglìa, la signorina Rosa Miraglia Del Giudice, il barone Domenico Amato, l’avvocato Pozzetti ed altri ancora.

16 agosto 1913: inaugurazione della sede dell’associazione “Pro Miglio ,oro” a villa Favorita. Il sodalizio, sorto per opera di un comitato di gentiluomini presieduti dal principe di Santobuono, si propone di promuovere tutte le :niziative volte a favorire gli interessi dei Comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle contrade situate lungo la fascia costiera del vulcano. Oltre a ciò, l’associazione ha scopi di beneficenza, he affincheranno l’organizzazione di feste estive, mondane e sportive.

2 settembre 1914: in un “magnifico” locale della Favorita, sotto il patronato del principe di Santobuono, ha luogo una splendida edizione della “Piedigrotta”, con l’esecuzione delle più belle canzoni. L’elenco artistico segna i nomi: Pasquariello, Mario Massa, Diego Giannini, Gina de Chamery, Luisella iviani, Tecla Scarano.

21 agosto 1919: prima rappresentazione ad invito, al teatro Favorita, del lavoro «Creso si diverte». Vi prendono parte Teresa d’Asta e Maria Marinelli, Alessandro Piscicelli, Sergio Sergio, Gennaro Caputo e Carlo Contessa, oltre al principe di Santobuono.

22 agosto 1919: riunione intima in casa del principe di Santobuono. Si fa della buona musica da parte delle signorine Serpone e del tenore Riccardo Bossa. Nei brani dell’Arlesiana, della Fedora, della Tosca. dei Pagliacci. della Manon ed in varie romanze da camera, il pubblico ne è entusiasta. Al pianoforte siede il valoroso Umberto Mazzone.

10 settembre 1919: spettacolo di beneficenza, sempre alla Favorita, pro orfani di guerra.

23 luglio 1920: corso di recite (quattro spettacoli), nel teatro della Favorita, in favore della Scuola corale A. Scarlatti.

9 settembre 1923: avvenimento d’arte alla Favorita; orchestra del San Carlo nel parco.

18 settembre· 1925: ha luogo negli splendidi saloni della Favorita una riunione del Comitato d’onore per una serata di beneficenza a pro delle opere solidali del Fascio femminile di Portici. Il principe di Santobuono, presidente del Comitato organizzatore, dà la parola all’avv. Umberto Aprile che espone agli intervenuti il programma che si va preparando. Le recite avranno luogo il 24 sera e il 27 in mattinata. I biglietti sono in vendita alla Favorita, a Villa Leopoldina e presso l’avv. Valente, presidente del Circolo Estivo di Portici.

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30 luglio 1933: un pubblico elegantissimo affolla il meraviglioso parco della Favorita per la grande festa di beneficenza organizzata dalla principessa di Casapesenna, dal principe di Santobuono e dal barone De Meis. I vari numeri del programma sono tutti interessanti: fiera gastronomica, concerto di varietà, concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina, danza al ritmo di jazz.

Pubblico anche da Napoli. Il biglietto d’ingresso costa lire 1,50 per adulti e 0,50 per ragazzi. Assicurato uno speciale servizio di tram tra Napoli e la Favorita. Il parco della Favorita -che s’è arricchito di graziosissimi chioschi, tutti ricchi di premi, sistemati negli angoli più suggestivi -fa da degna cornice alla più elegante giovinezza napoletana. Molto applauditi i tenori Papaccio e Parise.

28 luglio 1934: festa campestre alla Favorita. La folla dei villeggianti di Resina, Portici, Bellavista, Torre del Greco e di altri comuni si dà convegno nella suggestiva villa per trascorrere un pomeriggio assai lieto e per compiere un’azione meritevole a favore dell’Opera Maternità ed Infanzia e per l’Associazione infermi poveri a domicilio.

5 agosto 1935: anche quest’ anno viene celebrata nel parco della Favorita la tradizionale Kermesse a favore degli infermi poveri, organizzata dall’Associazione delle Dame di Carità presieduta dalla Principessa di Casapesenna . Partecipano artisti della piu’ chiara fama in primis Giuseppe Godono. Il cav. Ciro Esposito offre uno spettacolo cinematografico proiettato sullo schermo teso nel parco. Attrazioni diverse allietano i partecipanti.

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30 luglio 1936: la Favorita, acquistata dal Governo, sta per diventare Collegio Militare.

Il principe Santobuono invecchiò per cui l’attività teatrale andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.

Oggi conosciuta come casina dei mosaici.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La ferrovia funicolare vesuviana da pugliano al cratere una storia attraverso due secoli
ferrovia funicolare vesuviana

Verso il 1870 il finanziere Ernest Emmanuel Oblieght ebbe l’idea di costruire una funicolare sul Vesuvio. Nel 1878 ottenne la concessione di suoli e la locazione dei suoli per trenta anni. Il progetto, redatto dall’ingegnere Olivieri, prevedeva due direzioni lungo le quali scorrevano altrettante carrozze del peso ciascuna di 5000 kg tirate da cavi d’acciaio grazie a delle macchine a vapore da 45 hp.

Tracciato

Tracciato della ferrovia funicolare Vesuviana

Il costo dell’opera, che fu completata nel 1880, ammontò a 435.000 lire. Il 25 maggio prima dell’inaugurazione ufficiale si era riunita in Napoli la Commissione per il collaudo ed il 6 giugno, verso le 5 pomeridiane, fu inaugurata la funicolare del Vesuvio. Al brindisi parteciparono il senatore Piedimonte, presidente della società esercente la linea, il sindaco di Resina ed il sindaco di Napoli. Il 10 giugno la funicolare, diretta da Enrico Treiber, fu aperta al pubblico iniziando così il servizio regolare.

La linea della funicolare sul Vesuvio. Nel 1886 Oblieght cedette la funicolare, in difficoltà finanzarie, alla francese Société Anonyme du Chemin de fer funiculaire du Vesuve, la quale la cedette a sua volta due anni dopo alla britannica Thomas Cook & Son. Con l’avvento della nuova compagnia si procedette al rinnovo dei rotabili, ma anche la nuova gestione continuò ad avere scarso successo, a causa della difficile accessibilità alla funicolare da Napoli e delle pressanti richieste estorsive delle guide locali, che incendiarono una stazione, tagliarono i cavi e spinsero giù per il burrone una carrozza. John Mason Cook, che nel frattempo era succeduto al padre Thomas morto nel 1892, giunse ad un accordo con le guide sulle somme da corrispondere per ogni passeggero trasportato.

IL primo novecento la funicolare si completa che la ferrovia funicolare vesuviana da Pugliano

La nuova ferrovia leggera, in parte a cremagliera, costruita nel 1903 sul tratto Pugliano (Resina)-San Vito-Osservatorio-Vesuvio (Stazione Inferiore) contribuì a raddoppiare il numero dei turisti trasportati al cratere, anche grazie alla vicinanza della stazione di Pugliano con la stazione di Resina della ferrovia Napoli-Pompei-Poggiomarino.

Stazione di Pugliano a m 70

Questo spinse la compagnia a demolire i vecchi impianti ed a costruire una nuova funicolare più funzionale, con motori elettrici al posto degli antiquati e dispendiosi motori a vapore, binario unico con raddoppio a metà percorso (anziché a monorotaia); inoltre entrarono in servizio nuove carrozze più capienti. La linea così ricostruita entrò in funzione nel settembre 1904.

stazioniulivi

Stazionamento Via ulivi inaugurato nel 1913

Ma il fiorire della tecnologia agli inizi di secolo fu offuscato da una tremenda eruzione, quella del 1906. Il 7 e l’8 aprile furono distrutte la stazione inferiore e superiore, le attrezzature, i macchinari, le due vetture della funicolare; il tutto fu sepolto sotto una coltre di cenere alta 20-30m.

Stazionamento Cook a San vito

Stazionamento Cook a San vito m 195. Cambio vettura con tratto a cremagliera

In poco tempo i danni alla ferrovia elettrica furono riparati, mentre solo nel 1909 su progetto dell’ingegnere Enrico Treiber, i lavori per una nuova funicolare ebbero fine. Una frana occorsa il 12 marzo 1911 presso la stazione superiore provocò una nuova interruzione della funicolare, che riaprì il 3 febbraio 1912 previo arretramento della stazione di monte di circa 80 metri.

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Stazione Osservatorio Eremo ripresa tratto a trazione elettrica m 596

Nel 1927 la “Cook” cedette la concessione alla Ferrovia e funicolare vesuviana Società Anonima Italiana[8], società controllata dalla Cook stessa[9]. L’impianto rimase in funzione fino al 1944, allorché il Vesuvio si risvegliò. La funicolare, già sotto il controllo degli alleati dal 1943 subì danni irreparabili, e non fu più ricostruita.

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Stazione funicolare inferiore 753 m

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Convoglio della funicolare per arrivare fino a quota mille sul cratere

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Risalita della funicolare

Finita la guerra la Thomas Cook Group vendette gli impianti superstiti alla S.F.S.M.(Strade Ferrate Secondarie Meridionali S.A.) che nel 1947 la rimise in funzione. La SFSM (Oggi Circumvesuviana) per meglio gestire l’impianto creò la Società Ferrovia e Funicolare Vesuviana e nel 1953 la funicolare fu sostituita da una più moderna seggiovia.

Tra il 1947 ed il 1961 l’impianto funzionò regolarmente trasportando sulla cima del Vesuvio anche mille persone al giorno. Il 31 maggio 1961 la Società Ferrovia e Funicolare Vesuviana mutò la propria ragione sociale in Seggiovia ed Autolinee del Vesuvio S.p.A. sempre controllata dalla Circumvesuviana.

Col passar del tempo la seggiovia divenne poco adatta al trasporto dei turisti, perché spesso inagibile a causa del vento, che faceva dondolare pericolosamente i sediolini, e perché incapace di trasportare contemporaneamente le sempre più numerose comitive che trovavano più agevole proseguire lungo la strada asfaltata aperta dal 1955 fino al parcheggio posto a quota 1.000.

Nel 1984, per i motivi precedentemente citati, anche la seggiovia fu fermata per sempre. Dal 1953 al 1984 l’impianto ha trasportato quasi centomila persone l’anno, di cui oltre la metà provenienti da tutto il mondo.

 

Fonti web :

https://it.wikipedia.org/wiki/Funicolare_vesuviana

http://www.vesuvioinrete.it/stazione_cook.htm

 

 

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Residenti e villegianti dal primo dopoguerra fino agl’anni 30 del 900
giugno 20, 2016
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residenti

Prosegue la cronistoria dei residenti e villegianti della Resina di quel tempo. Continuando dal 1918 leggiamo anno per anno le varie personalità illustri che hanno trascorso le loro estati a Resina :

1918

24 settembre 1918: Angelo Pompameo a villa Passaro.

27 settembre 1918: Rina Talamo presso la cugina Ester de Liguori di Presicce, villa omonima. 30 settembre 1918: ballo alla Favorita. 12 ottobre 1918: festa, a villa Aprile, a favore delle cucine gratuite per i poveri. 31 luglio 1919: si celebra a S. Paolo del Brasile il matrimonio tra Ida Matarazzo, figlia del conte Francesco, con Davide Mele, gentiluomo napoletano. L’eco dell’avvenimento giunge anche a Resina, dove il conte Matarazzo ha acquistato da qualche anno la villa che fu del senatore Calcagno.

1919

3 agosto 1919: a villa Aprile il duca e la duchessa Morbilli con i figliuoli.

21 agosto 1919: prima rappresentazione ad invito, al teatro Favorita, del lavoro «Creso si diverte». Vi prendono parte Teresa d’Asta e Maria Marinelli, Alessandro Piscicelli, Sergio Sergio, Gennaro Caputo e Carlo Contessa, oltre al principe di Santobuono.

22 agosto 1919: riunione intima in casa del principe di Santobuono. Si fa della buona musica da parte delle signorine Serpone e del tenore Riccardo Bossa. Nei brani dell’Arlesiana, della Fedora, della Tosca. dei Pagliacci. della Manon ed in varie romanze da camera, il pubblico ne è entusiasta. Al pianoforte siede il valoroso Umberto Mazzone.

5 settembre 1919: replica, alla Favorita, della riunione precedente.

10 settembre 1919: spettacolo di beneficenza, sempre alla Favorita, pro orfani di guerra.

1920

23 luglio 1920: corso di recite (quattro spettacoli), nel teatro della Favorita, in favore della Scuola corale A. Scarlatti.

26 agosto 1920: il marchese Francesco Santangelo nella sua villa di via Quattro Orologi.

1921

14 luglio 1921: la marchesa Teresa Santangelo De Santis a villa Santangelo.

2 agosto 1921: annunciata festa di beneficenza a pro della Società Antitubercolare, sotto il patronato di S.A.R. la duchessa d’Aosta.

9 agosto 1921: il prefetto Pesce inaugura il Liceo-ginnasio, che avrà purtroppo vita breve, nel palazzo Tarascone. Presenti, tra gli altri, l’ ono Porzio, l’ono Beneduce il provveditore agli studi Cotronei.

14 settembre 1921: arte e danze alla Favorita. 22 luglio 1922: l’illustre Giuseppe Lustig, presidente di Corte d’appello, a Pugliano.

1922

26 luglio 1922: ospiti della Favorita, il duca e la duchessa di Casteldisangro con le figlie Margherita e Bice; il barone e la baronessa Sergio con la figlia Giuseppina; donna Livia Roberti Nicolò e la piccola Anna; il maggiore Fiorentino e signora; il colonnello Bucci e la consorte; l’avv. Domenico Gambardella e la moglie, Maria Lomonaco.

11 agosto 1923: gite serali al Vesuvio (prenotazioni all’ufficio Cook nella Galleria Vittoria a Napoli; alle comitive di 25 persone, concessa una riduzione del 20%).

1923

9 settembre 1923: avvenimento d’arte alla Favorita; orchestra del San Carlo nel parco.

25 settembre 1923: congressisti ingegneri al Vesuvio, guidati da Ettore Di Luggo (direttore della ferrovia vesuviana).

1924

24 luglio 1924: il duca Gennaro Caputo di Ferrarese a Villa Tosti di Valminuta. 8 agosto 1924: onomastico, a Villa Vargas, di Bianca Giusso Del Galdo, principessa di Casapesenna.

13 agosto 1924: l’avv. Nicola del Plato a Villa De Bisogno; Carlo Padovani e Erminio Toro al Belvedere; il cav. Rossetti ai Pini d’Arena; iì rag. Aristide Andreoli a Villa Checchina; la signora Li via Roberti Nicolò, la contessa Caracciolo di Sarno, la contessa Bice Caracciolo della Scala a Villa Coppola; l’ing. Maurizio Creton a Villa Ummarino.

14 agosto 1924: esposizione d’arte alla Favorita, allestita da un comitato organizzatore di cui fanno parte il marchese Costa, il comm. Bovio, il prof. Cesareo, il comm. Zambrano e il signor Rondino.

1925

17 luglio 1925: la signora Rosa della Noce Ferrante col marito, capit. Edmondo della Noce, a Pugliano, villa Rossano.

28 luglio 1925: la signora Maria Lomonaco col marito, avv. Domenico Gambardella, alla Favorita.

9 agosto 1925: la contessa Linda Caracciolo, il cav. Pasquale Moccia e l’avv. Renato Buonincontro al Miglio d’oro.

11 agosto 1925: al teatro Ercolano programma eccezionale con i noti artisti Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette.

10 agosto 1925: sempre al teatro Ercolano, altro magnifico spettacolo con Armando Gill.

12 agosto 1925: la contessa Correale Rossi nella sua villa; anche a Resina il conte Renato Gualtieri e la marchesa di Pietravalle.

22 agosto 1925: brillantissima quest’anno la villeggiatura al Miglio d’oro. La mattina il convegno è sulla spiaggia della Favorita, che è affollatissima di belle dame e di vezzose damigelle. Notate: la principessa di Casapesenna Giusso, la duchessa di Policastrello Englen, la contessa Beatrice Nardone, la contessa di Valminuta con la signorina Angelina, la signora Forges Davanzati la marchesa del Prete di Belmonte, la baronessa De Meis, la marchesa Arcucci De Bisogno con la signorina Sofia, la signorina Giulia Piscicelli, la signorina Bianca Gualtieri, la signora Matozzi Scafa, la signorina Fernanda Padovani, il duca Achille Lambiase di Policastrello, Riccardo Caracciolo di Santobono, Giacomo Nardone, Guido Rodinò, Gino Correale, Antonio Giusso, Eduardo Wittmann.

18 settembre· 1925: ha luogo negli splendidi saloni della Favorita una riunione del Comitato d’onore per una serata di beneficenza a pro delle opere solidali del Fascio femminile di Portici. Il principe di Santobuono, presidente del Comitato organizzatore, dà la parola all’avv. Umberto Aprile che espone agli intervenuti il programma che si va preparando. Le recite avranno luogo il 24 sera e il 27 in mattinata. I biglietti sono in vendita alla Favorita, a Villa Leopoldina e presso l’avv. Valente, presidente del Circolo Estivo di Portici.

1926

3 luglio 1926: il generale Gaspare Amaturi a Villa Carpentieri.

13 luglio 1926: il principe di Santacroce a Villa Falliero.

20 luglio 1926: l’avv. Mario Calenda, con la consorte Silvia Calenda Pagliano, a Villa Oliva, Pini d’Arena. 10 agosto 1927: l’ avv. Guido Trapani dei marchesi di Petina a Villa Abatemarco.

1928

2 agosto 1928: il tenente Achille Carbone a Villa Volpicelli.

3 agosto 1928: la signora Bice Biondi De Rosa a Villa Battista; l’ avv. Enrico Mastellone a Villa Liguori; il prof. avv. Giuseppe Lafragola a Villa Ascione, Pini d’Arena.

4 agosto 1928: Raimondo Grimaldi a Villa Durante.

5 agosto 1928: il notaio Gennaro D’Anna alla Favorita.

7 agosto 1928: Riccardo CucciolIa a Villa Falco.

1933

villafavorita

Papaccio Salvatore

Salvatore Papaccio

30 luglio 1933: un pubblico elegantissimo affolla il meraviglioso parco della Favorita per la grande festa di beneficenza organizzata dalla principessa di Casapesenna, dal principe di Santobuono e dal barone De Meis. I vari numeri del programma sono tutti interessanti: fiera gastronomica, concerto di varietà, concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina, danza al ritmo di jazz.

Pubblico anche da Napoli. Il biglietto d’ingresso costa lire 1,50 per adulti e 0,50 per ragazzi. Assicurato uno speciale servizio di tram tra Napoli e la Favorita.

Il parco della Favorita -che s’è arricchito di graziosissimi chioschi, tutti ricchi di premi, sistemati negli angoli più suggestivi -fa da degna cornice alla più elegante giovinezza napoletana. Molto applauditi i tenori Papaccio e Parise.

2 agosto 1933: la principessa Falconieri, con i figliuoli Guidobaldo e Francesco, alla Favorita.

8 agosto 1933: l’ono avv. Augusto De Martino a Villa propria.

11 agosto 1933: il dottor Vittorio Buongiorno a Resina.

12 settembre 1933: la villeggiatura a Resina fa registrare quest’ anno il “tutto esaurito”. Ecco un elenco degli importanti ospiti: on. Augusto De Martino, on. Vincenzo Tecchio, dott. Leopoldo Cua, marchese Alfonso De Bisogno, cav. Eugenio Celentano, conte Gaetano Grassi, marchese Russo Cardone, comm. Vittorio Matera, comm. Antonio Iodice, comm. Ernesto Santucci, avv. Pasquale Giordano, ing. Mario Rodinò, conte Francesco Matarazzo, comm. Eugenio Ciliberto, prof. Giuseppe Pennetti, prof. Giuseppe Celano, principe Giovanni Caracciolo di Santobuono, barone Giuseppe De Meis, avv. Eugenio Stassano, ing. Ugo Iaccarino, avv. Francesco Cacciapuoti, avv. Francesco Caramiello, avv. Gaetano Scognamiglio, marchese Francesco Santangelo, avv. Attilio Sica, ing. Nicola Nappi, dottor Vincenzo Liccardi.

1934

28 luglio 1934: festa campestre alla Favorita. La folla dei villeggianti di Resina, Portici, Bellavista, Torre del Greco e di altri comuni si dà convegno nella suggestiva villa per trascorrere un pomeriggio assai lieto e per compiere un’azione meritevole a favore dell’Opera Maternità ed Infanzia e per l’Associazione infermi poveri a domicilio.

28 settembre 1934: al teatro Ercolano spettacolo di beneficenza.

1935

5 agosto 1935: anche quest’ anno viene celebrata nel parco della Favorita la tradizionale Kermesse a favore degli infermi poveri, organizzata dall’Associazione delle Dame di Carità presieduta dalla Principessa di Casapesenna . Partecipano artisti della piu’ chiara fama in primis Giuseppe Godono. Il cav. Ciro Esposito offre uno spettacolo cinematografico proiettato sullo schermo teso nel parco. Attrazioni diverse allietano i partecipanti.

21 agosto 1935: la signora Funari a villa propria, Pugliano; la signora Rosa Della Noce Ferrante e la figlia Antonietta a Villa Rossano.

1936

30 luglio 1936: la Favorita, acquistata dal Governo, sta per diventare Collegio Militare.

1937

12 maggio 1937: «Lungo la linea del “55”, ad ogni balcone e terraneo lingueggia una fiaccola tricolore. Portici, Resina, il Miglio d’oro!: una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’ aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti, che sembrano di smalto profumato. Sul Miglio d’oro è un clima d’amore all’essenza di magnolie, e di un’eternità balsamica…» (Cangiullo).

16 luglio 1937: Manifesto teatrale «Teatro Ercolano -Addio della Compagnia drammatica musicale di Giuseppe Ascoli -Ritorna, amore -Vi agirà tutta la Compagnia».

1938

10 agosto 1938: si delinea il successo del Giro ciclistico del Vesuvio, terza manifestazione della Polisportiva Ercolanese, al quale hanno assicurato la loro partecipazione i migliori sportivi di Napoli e dintorni. La gara di SO km. prenderà il via dalla Casa Littoria di Resina, in via Quattro Novembre.

Sono gli ultimi momenti di spensieratezza interrotti bruscamente dallo scoppio della seconda guerra mondiale.

Fonte: Ciro Parisi, Profili e figure di Ercolano, 2005

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Alla scoperta del miglio d’oro con l’associazione Tells ITaly
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Grande successo e partecipazione di visitatori il giorno sabato 4 giugno 2016 9:30 Villa Campolieto e Parco sul Mare di Villa Favorita.

Questo era il programma dell’evento :

Immergetevi con noi nell’atmosfera dell’antica aristocrazia borbonica. Percorrendo le stanze, le terrazze, il vastissimo parco della bellissima Villa Campolieto riconsegnata all’antico splendore del progetto di Luigi Vanvitelli da un recente restauro. Poi ci sposteremo verso il mare, per ammirare il parco di Villa Favorita. Tra risate, musica, fuochi pirotecnici e balli, vi basterà chiudere gli occhi per trovarvi al cospetto delle altezze Reali di Maria Carolina D’Austria e Ferdinando IV, che scelsero questa Villa per i festeggiamenti delle loro nozze.

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Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ercolanese 1924 vs Portici 1906 il derby del vesuvio le sfide dal 1946
giugno 11, 2016
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Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negroErcolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

Ercolanese 1924 vs Portici 1906:

Portici campionato 1944-1945

Portici campionato 1944-1945

ecco a voi la storia che scende in campo. Una storia di derby appassionato e sentito, un confronto che parte da lontano, dagli albori del calcio. Sin dalla fondazione della compagine resinese si sono avuti confronti sia nei tornei ULIC (Unione Libera Italiana Calciatori) che PROPAGANDA (denominazione dell’ULIC cambiata a partire dalla stagione 1935/36). Il Primo derby però a carattere di campionato targato FIGC lo dobbiamo aspettare nella stagione 1945/46. Il battesimo è di “elite”. Campionato di Serie C della LIS (Lega Italiana Sud), girone D. Il 30 dicembre 1945 la prima di una lunga sfida, in attesa del trentatreesimo derby in versione porticese. Siamo alla 11ima giornata.

Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

La compagine azzurra batte con il minimo scarto i cugini granata. Leone il match winner. Al ritorno medesimo risultato, questa volta a favore dei resinesi. E’ la volta di un grande calciatore a decidere il confronto: Jone Spartano fa gioire i supporters granata. Nelle prime tre sfide escono i tre segni della “schedina”. Dopo la stagione 1945/46 con la vittoria dei locali, il torneo successivo, sempre in Serie C, finisce in pareggio per 1-1. Nella stagione 1947/48, sempre in Serie C, il primo exploit esterno per i resinesi. Vittoria larga per 1-4. I locali realizzano ancora con Leone ma vengono travolti grazie alla doppietta di Altobelli e ai gol di Sacchi e Visconti. Al torneo successivo si partecipa al campionato denominato Promozione LIS, ossia categoria corrispondente alla Serie D attuale. L’Ercolanese si ripete espugnando il “Cocozza” con il classico risultato all’inglese: reti di Palatresi ed Altobelli. Stagione successiva in pareggio: per gli azzurri in gol Romagnoli (doppio ex amato da entrambi gli schieramenti), mentre per i granata realizza Criscuolo. Nel torneo 1950/51 la compagine della “Reggia” ritorna alla vittoria: 2-1 ai cugini. In gol di nuovo Romagnoli e la bandiera Rosano, una vita in azzurro. Gol della bandiera siglato da Altobelli.

Dalla stagione 1952/53 il campionato di Promozione ritorna ad essere un torneo a carattere regionale. Per quattro stagioni consecutive entrambe le compagini si affrontano nel massimo campionato regionale, nel girone B, quello cosiddetto salernitano. Dagli anni 50 fino agli anni 70 le due squadre si sfidano con alterne fortune per il primato nella terra del “Vesuvio”. Negli anni 60 si registra un predominio quasi totale degli azzurri che vincono sia in casa che sul campo avverso.

Negl’anni 60 alla guida del Presidente Solaro e sempre con la sapiente guida di Alfonso Negro finalmente riesce a dotarsi di una sede sociale adeguata nella nuova Via Panoramica, in alcuni locali che erano del banco di Napoli, e poi successivamente riuscirà a costruire un proprio stadio ed intitolarlo al mitico presidente di quel periodo Raffaele Solaro.

Nella foto a partire da sx: scotto -rodriguez-lotito-ciro bossa solaro-gennaro bossa-ciro bisaccio-colonna-sannino francesco-marrazzo-prete-battipaglia-sannino-cacace-strino.

Campionato 1964 Nella foto a partire da sx: scotto -rodriguez-lotito-ciro bossa solaro-gennaro bossa-ciro bisaccio-colonna-sannino francesco-marrazzo-prete-battipaglia-sannino-cacace-strino.

Un sentito ringraziamento all’amico Angelo Russolillo per aver indicato tutti i nomi della suddetta foto del campionato 1964.

Nella stagione 1977/78 l’ultimo precedente di questo periodo con l’Ercolanese che espugna lo stadio porticese per 1-2. Per i locali in gol Bergamo, successo granata griffato da due grandi calciatori del passato del club caro ad “Ercole”: Tufano e Bottaro.

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Gagliardetto ercolanesi campionato 1984-85


A fine stagione l’Ercolanese sale in Serie D. Bisogna fare un salto di oltre dieci anni per rinverdire il derby del “Vesuvio”. Stagione 1990/91 nel torneo Interregionale. Negli anni ’90 la sfida sarà intensa logoherculaneumcon diversi precedenti in archivio. Da ricordare due sfide: nella stagione 1997/98 i granata sbancano il San Ciro per 0-3 grazie a Pezzullo, Corso e Poliselli. A favore dei locali vogliamo ricordare il precedente dell’Eccellenza 1999/2000. Davanti ad una cornice di pubblico degna di un campionato semiprofessionistico gli azzurri battono la rivale di sempre con il minimo sforzo con un gol del nazionale malgascio, ex Scafatese, Tatseraky. Negli anni 2000 ancora una vittoria eclatante per 0-3 degli ospiti: doppio Montaperto e gol del doppio ex Carrano. L’ultima sfida è datata stagione 2007/2008. Sempre nel torneo di Eccellenza, 17° giornata. Vince il Portici per 1-0 con rete di Cardone. Ma la curiosità che viene subito evidenziata è che in campo ci sono i due allenatori attuali. Lepre (del Portici) sul campo come calciatore, mentre Ulivi sedeva già sulla panchina a guidare i granata. Di seguito vogliamo riproporre l’ultimo precedente della storica sfida alle pendici del Vesuvio.

Fonte : https://calciocampano24.wordpress.com/2014/10/10/portici-1906-vs-ercolanese-1924-le-sfide-del-passato-ecco-a-voi-la-storia-del-derby-del-vesuvio/

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Le statue dei colli mozzi un mistero mai risolto dal 1707
giugno 4, 2016
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collimozzi

piazzafontanaNei primi anni del 1600, in un sito di Resina, al vicolo mare, a seguito di alcuni scavi nel cortile di tale Decio Spinetta, furono rinvenute quattro statue di grandi dimensioni. Esse furono collocate nell’attuale piazza Fontana su delle arcate con vari motivi architettonici di abbellimento, tra cui 2 leoni in marmo: tutto ciò a spese dei cittadini. Nel 1707, a seguito dell’occupazione del Regno di Napoli da parte degli austriaci, un generale di cavalleria, Emmanuel Maurice duca d’Elbeuf e principe di Lorena, decise di costruire una villa nella zona del Granatello a Portici. Ad un certo punto della costruzione serviva del marmo, specialmente in polvere, per la preparazione di stucchi.

Venuto a conoscenza dell’esistenza di marmo in zona, il principe avviò una piccola campagna di scavi, durante la quale furono rinvenute due statue acefale. Una mattina, a piazza Fontana, i resinesi ebbero la sgradita sorpresa di trovare due delle quattro statue private delle teste. Nacque, così, la leggenda dei”Colli mozzati”.

Voce di popolo volle che, su mandato del principe e la complicità di qualche resinese, esse furono asportate e, successivamente, montate sulle due statue di “sua proprietà”. I resinesi, infuriati per l’affronto, decapitarono le altre due statue e consegnarono le teste al Parroco della Basilica di Pugliano.piazzaora
Secondo alcuni, però, le stesse non rimasero a lungo in custodia della Chiesa, ma furono spedite al museo istituito nella Reggia di Portici. In un articolo apparso sulla Rivista Cronache Ercolanesi del 1993 curato da Mario Pagano, che ha condotto uno studio approfondito sulla vicenda, possiamo ricavare delle certezze sull’opera, smontata nel 1791, per far posto ad altra fontana: due teste furono realmente consegnate al Parroco di Santa Maria a Pugliano; una fu spedita e montata nella villa del Miglio d’oro – Palazzo Vallelonga (opera del Vanvitelli); una dispersa. I due leoni furono montati nella Villa comunale, ma, dopo l’evento sismico del 1980, essi sparirono: probabilmente rubati.
L’opera fu sostituita da una fontana costituita da massi di pietra lavica, montati a forma di cono e abbelliti con figure rappresentanti sirene; da una di esse, posta in sommità, scaturiva acqua reperita da un piccolo corso, che scorreva nei pressi. Questa fontana è stata immortalata da Achille Gigante in una incisione. Oggi, nella piazza, sta sorgendo (di prossima inaugurazione), una nuova fontana……………con la speranza che duri nel tempo!

Fonte:

https://www.facebook.com/Intelligo-Promotion-1429482547350360/photos/?tab=album&album_id=1582168228748457

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Prigionieri di guerra in africa il rientro in patria nel maggio del 1946. Il ricordo di un reduce di Resina
maggio 10, 2016
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prigionieri

C’è un rapporto biologico costante nella vita sulla terra: il passato sostiene il presente e questo prepara il futuro. Per gli esseri umani la memoria è il collante di questo rapporto: viviamo il presente utilizzando il passato e guardando al futuro.

Le diverse personalità umane si distinguono proprio secondo la capacità di ciascuno di regolare questo rapporto. Chi vive in positivo e lotta per l’esistenza; chi si rassegna e subisce in silenzio e chi si sente sconfitto prima ancora di alzare la testa, per cercare di capire cosa sta succedendo.

Chi ha combattuto in Africa Settentrionale ed ha poi patito la prigionia di guerra in Egitto non può certo paragonare tutto ciò agli eventi drammatici di chi ha combattuto nell’ Unione Sovietica ed ha patito in quei campi di prigionia, oppure di chi è stato recluso nei lager tedeschi. La differenza tra quei mondi, però, non dipende soltanto dalla natura climatica dei luoghi, ma soprattutto dal temperamento dei vincitori del momento (inglesi, americani, russi e tedeschi).

Una differenza che nei rapporti interpersonali e nelle decisioni vitali si caratterizza e si chiama democrazia.

Da aggiungere, comunque, che sopra ogni elemento esterno e materiale, vi è quello spirituale; il dato fondamentale che accomuna coloro che subiscono la privazione della libertà, e magari anche i tormenti provocati da chi detiene le chiavi della vita degli oppressi. In ogni circostanza, di fronte a chi ha potere di vita e di morte su di voi, è il Vostro spirito che vince la violenza materiale e psicologica. Lo spirito dell’uomo e della donna assoluto, senza gradi e gerarchia di valori materiali.

Lo spirito, che la prigionia di guerra esalta in chi lo ha sempre coltivato – e la cui mancanza in quelle circostanze drammatiche spinge a comportamenti impensabili; talvolta miserevoli, in chi prima ha sempre e solo contato sui gradi della gerarchia.

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Ecco un racconto, “Un giorno del 1945. La luce della fuga” di Edeo De Vincentiis. Un brano di racconto, tratto dalla rivista “Elementi”, direttore responsabile Romolo Paradiso. Un assaggio molto significativo. Un incoraggiamento a non trascurare il racconto, appunto. Una forma di narrativa agile che tra una sovrabbondanza di romanzoni e romanzetti non sfigura di certo.
“La domenica, lo scampanellare di una invisibile chiesetta, mi portava un dolce saluto familiare da un paesino distante un chilometro dal nostro Campo di Ufficiali prigionieri di guerra in Egitto, situato poco distante da Helwan, a 30 chilometri dal Cairo. La sera mi fermavo spesso da quella parte del reticolato: sospiravo nel vedere brillare le sue luci lontane, sognavo il ritorno a casa e la libertà.

Nel campo P.O.W. 304, studiavo e mantenevo sveglio il cervello con ginnastica e giochi intelligenti. Ma lo spirito reclamava libertà, che gli inglesi ogni tanto promettevano. La guerra era finita, avevamo rinnovato il giuramento di fedeltà al Re, e non pochi avevano chiesto, con documento firmato di andare a combattere contro i tedeschi. Ma gli inglesi rispondevano soltanto: “tomorrow, tomorrow”.

E l’ansia cresceva, insieme a una nascosta ribellione. La sera, il campo era illuminato per alcune ore; ma quelle luci cittadine laggiù, che brillavano tremule, erano per noi energia mentale e psicologica. Per me, un richiamo silenzioso: siamo qui, vieni a trovarci, ti aiutiamo a fuggire. La notizia di un ufficiale della Divisione Folgore, fuggito un mese prima e felicemente giunto a Genova, mi spinse a provare la fuga. Appresi alcuni particolari, la decisione non si fece attendere. Tre mesi di preparazione; la sera dell’8 dicembre 1945 la realizzai. Per prepararmi confezionai, da sarto improvvisato, un cappotto con una coperta marrone di lana. Annotai mentalmente nomi di italiani abitanti al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, conosciuti dai miei tre amici di tenda. Adottai le generalità di uno di loro e, con le sue istruzioni, imparai a memoria le vicende sociali di Vecchiano (vita, morte e matrimoni) un paesino vicino Pisa, dove era nato e viveva. Così, speravo di ottenere aiuti al Cairo, dove lavorava un suo compaesano”.

Un altro prigioniero nel campo di prigionia n. 304 di Heluan, Salvatore Iengo (mio nonno) classe 1911 di Resina, inquadrato nel 40° rgt fanteria Divisione Bologna fatto prigioniero dopo la battaglia di El Alamein, come molti suoi altrfotononnoi commilitoni.

Dopo le atrocità di quella terribile battaglia, dei precedenti mesi passati nelle trincee a combattere contro il clima, la dissenteria che era un flagello peggio degli scorpioni che spesso di nascondevano nelle scarpe.

Questi ragazzi compreso il nostro concittadino rimasero quasi 4 anni prigionieri presso gli Inglesi, abbandonati da una patria distrutta e che non voleva fare i conti con le ferite e gli strascichi che una tale catastrofe aveva provocato su un’intera generazione di ragazzi. Si pensa che anche in Africa morirono diverse decine di migliaia di prigionieri.

Salvatore Iengo sbarcò a Messina nel maggio del 1946 e quando si rincontrò con i suoi cari aveva compiuto da poco 35 anni ma nei racconti di mio padre mi diceva che ne dimostrava molti di piu’. La guerra aveva segnato profondamente il suo corpo ma non la voglia di voler raccontare quegl’anni terribili.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Quella mitica promozione dell’Ercolanese in quarta serie nel 1956
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Il 4 maggio 1956 magnifica giornata al Cocozza di Portici per il great event di promozione che poneva di fronte in un duello decisivo la capolista Ercolanese e la Russo di Cicciano. Gremiti, in ogni ordine di posto, gli spalti del campo porticese, che non poterono però – accogliere tutti gli appassionati desiderosi di assistere al match. Presenti, altresì, le autorità cittadine e sportive al gran completo.

Prima della partita il dottore negro commemorò, con accenti elevati e commossi, i caduti di Superga nel settimo anniversario della loro tragica scomparsa. Nel corso dell’incontro, poi, prestò i sussidi dell’arte medica (come si diceva una volta) al centravanti degli ospiti, infortunatosi in un’azione di gioco.

Al termine della gara, vittoriosa per la squadra di casa, ci fu una gran festa in campo e sugli spalti, anticipo dei piu’ solenni festeggiamenti per la promozione dell’Ercolanese in IV serie. Per l’assegnazione del titolo di campione, la squadra dovette affrontare il San Vito di Benevento. L’ Ercolanese alla fine riuscì a prevalere, ma occorsero ben 240 minuti di gioco – cioè due partite con relativi tempi supplementari – per avere ragione del coriaceo avversario.

Con quella vittoria si chiudeva per la squadra di Resina un ciclo memorabile, destinato non piu’ a ripetersi. Anche per Negro, assorbito sempre piu’ dal suo ruolo di amministratore della cosa pubblica, quella partita rappresentò una svolta. Ma il ricordo della sua inimitabile passione per i colori granata, tradotta in risultati che i migliori non avrebbero potuto essere, sarebbe rimasto a lungo nella memoria di chi visse quella stagione di trionfi.

Ricordiamo che lo stesso dott. Negro si preoccupò anche di trovare a sue spese uno spazio idoneo per la sede sociale della stessa Ercolanese che inaugurò con una cerimonia solenne insieme al Sindaco dell’epoca Ciro Buonajuto senior.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Dal petrolio poi al gas fino alla luce elettrica storia dell’illuminazione pubblica a Resina
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Sulla storia dell’illuminazione pubblica a Resina ne scrisse l’avv. Vincenzo Gaudino (vera memoria storica di Ercolano tra il XIX° e XX° secolo) nei Bollettini parrocchiali di Pugliano n.8 del 1958: “I nostri avi…. quando uscivano di sera portavano con sè la lanterna ad olio per farsi luce e vedere dove mettevano i piedi per non cadere. Venne poi l’illuminazione a petrolio rappresentata a Resina da 140 fanali”.

Storia del gas illuminante

gas02A Milano si ebbero le prime iniziative di produzione ed utilizzo del gas illuminante furono opera di privati, in particolare del conte Porro Lambertenghi, appassionato di fisica e primo imprenditore lombardo ad impiantare una filanda a vapore. Milano e la Lombardia, dopo l’effimera esperienza della Repubblica Cisalpina, a seguito del congresso di Vienna del 1815 erano tornate sotto il dominio austriaco. Nel palazzo Porro di via dei Tre Monasteri (l’attuale via Monte di Pietà) la storia del gas si mescolò con quella dei primordi del Risorgimento: qui infatti si riunivano, attorno alla rivista “Il Conciliatore”, che sarebbe stata di lì a poco soppressa dagli austriaci, patrioti quali Silvio Pellico e Federico Confalonieri. Silvio Pellico, che era precettore dei figli del conte, fu da lui incaricato di tradurre in italiano il Trattato pratico sopra il gas illuminante del tecnico inglese Frederick William Accum, che fu pubblicato a Milano nel 1817.

La prima rete di distribuzione del gas comprendeva circa 15 Km di tubazioni interrate, mentre erano 377 i “becchi” di illuminazione a gas, posti a 40-60 metri l’uno dall’altro. Nelle officine il gas poteva essere prodotto in 48 forni, sia con carbon fossile di importazione, sia dagli schisti bituminosi provenienti dalla zona di Besano (Varese) per la cui estrazione Guillard aveva già da qualche anno una concessione.

Dalla data di inaugurazione dell’impianto, il 31 luglio 1845, i lampedée ebbero nuovo lavoro per accudire i nuovi lampioni a gas. Il poeta milanese Leopoldo Barzaghi, così celebrava l’evento in una sua rima del 1845.

Ovviamente nello stesso periodo anche nella Napoli del Regno borbonico si ottennero gli stessi risultati come innovazione dell’uso del gas per l’illuminazione pubblica.

Il gas illuminante arriva a Resina

gas10Il 24 aprile 1886 fu inaugurata l’illuminazione a gas a Resina. Con delibera nr. 66 del R. Commissario del febbraio 1912, fu fatta una nuova convenzione con la Compagnia del gas per mettere i becchi auer in tutto il territorio del Comune. Con deliberazione di Giunta n. 433 del 27 ottobre 1914 furono presi provvedimenti per la sostituzione dei becchi a farfalla in becchi  Auer e portati al Consiglio Comunale del 1914. I becchi a farfalla davano una luce rossastra, mentre i becchi Auer spandevano una luce bianca.

Venuta la prima guerra mondiale, il gas mancò dovunque. Per rimediare a questo grave inconveniente, con deliberazione di Giunta del 4 marzo 1916, n.49, fu deciso di fare l’illuminazione elettrica delle strade, attaccando sui fili dei privati e paganto ogni mese il consumo a questi privati cittadini.

La luce elettrica venne a Resina, per contratto di fornitura del 27 gennaio 1920, e fu vistata dal Prefettura il 27 febbraio dello stesso anno.

 

 

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Partono ‘e bastimiente aniello scognamiglio un emigrante di resina
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Era il pomeriggio dell’8 gennaio 1952. Sotto un cielo plumbeo una folla infreddolita si accalcava su una banchina del napoletano Molo Beverello, in attesa della partenza dell’Home land.
Un uomo, dall’alto del parapetto della nave, sventolò un fazzoletto.

«È Ciro! È Ciro! »: gridò la madre del nostro personaggio, scoppiando in lacrime. Lo aveva subito individuato in mezzo alla massa degli altri emigranti, che, come lui, si erano affacciati per salutare i parenti rimasti a terra.
« Non piangete! Vado a trovare mio padre! »: fece eco l’uomo, coprendosi la voce con entrambe le mani. Ma queste parole, anziché ottenere l’effetto sperato, conseguirono il risultato opposto. L’emozione, che già si era impadronita della madre, travolse anche gli altri parenti.

A nessuno infatti sfuggiva il significato di quella partenza. Quel viaggio non era solo il coronamento di lunghi anni di attesa e, di lunghe ore di anticamera negli uffici del consolato americano di Napoli e di viaggi notturni a Roma (sede dell’Ambasciata statunitense), ma era di più, molto di più. Con quel viaggio un figlio andava a ricongiungersi al padre dopo ventisei anni di separazione.
Ciro Scognamiglio forse fu davvero l’ultimo emigrante di Resina. A trentotto anni suqnati, partiva per la lontana America. Se ne andava per seguire una strada già percorsa da milioni di italiani che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni di questo secolo, avevano dato vita a quel grandioso fenomeno di emigrazione di massa che costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia nazionale.

Non era stato molto fortunato nella vita. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico « D. Petriccione» di S. Giovanni a Teduccio, aveva trovato lavoro nello spolettificio di Torre Annunziata. Qui si trovava nei tragici giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando fu sorpreso da una retata dei tedeschi in cerca di uomini da immettere nell’organizzazione Todt. Ma riuscì a sottrarsi alla cattura; fuggendo attraverso i campi con due compagni di ventura, raggiunse il Genovese di Resina, una località posta alle falde del Vesuvio, e, rifugiatosi in una grotta) rimase, alla macchia fino alla fine del mese. Dopo la guerra, non aveva più trovato lavoro. D’altra parte, non sembra che la famiglia fosse molto d’accordo sulla scelta sentimentale che aveva operato negli anni che avevano preceduto il conflitto. Così, senza lavoro e incompreso dai suoi, aveva maturato il proposito di raggiungere il padre negli States.

Era un ragazzino di dodici anni quando lo aveva visto partire, ma ricordava ancora quell’espressione di infinita tristezza dipinta sul volto dei partenti. Erano contadini, braccianti, operai, disoccupati meridionali, vestiti di pochi cenci, con la classica valigia di cartone e un misero fagotto appeso alla punta di un bastone, che affollavano la banchina dell’Immacolatella vecchia eD). Erano povere donne vestite di nero, con un fazzoletto legato sulla testa e i bambini appiccicati alle gonne, che seguivano i mariti nella grande avventura al di là dell’oceano. Erano personaggi, uomini donne e bambini, che scrivevano una delle pagine più amare del capitolo dell’emigrazione italiana.

Gli tornavano in mente i versi di Santa Lucia luntana:

Partono ‘e bastimiente

p’ ‘e terre assai luntane

cantano a bbuordo e so’ napulitane.

Anche lui ora stava per partire. Anche lui andava assai lontano, ma non cantava, non aveva voglia di farlo. Lasciava una terra ingrata, che gli aveva riservato solo amarezze, incomprensioni e ostilità. E andava in un mondo sconosciuto, del quale aveva solo vaghe e confuse nozioni.
Mentre la nave si staccqva dal molo, allontanandosi fino a diventare un punto nero all’orizzonte, un groppo lo prese alla gola. Adesso poteva dare libero sfogo alla propria emozione, perché nessuno dei parenti rimasti a terra lo poteva scorgere. E pianse, pianse come un bambino.
Intanto una donna innamorata lo seguiva col cuore, temendo forse di non poterlo più riabbracciare:

Addio, mia bella Napoli
e suspiravi tu
e mò nu tuorne cchiù,
te scuorde d’ ‘o paese d’ ‘e sirene
e, dopo tantu bene,
te scuorde pure ‘e me.

Ma Ciro sarebbe tornato di lì a poco e, dopo averla sposata, si sarebbe stabilito definitivamente in America.

anielloscognamiglioIl 14 gennaio del 1953, un anno dopo la partenza dall’Italia del figlio, faceva ritorno in patria Aniello Scognamiglio.
Aniello ‘o mericano era veramente un uomo di altri tempi, uscito pari pari dalle pagine di un libro di avventure. Ancora ragazzo, aveva visto morire un fratello travolto dai flutti del mare in burrasca. Soldato nella prima guerra mondiale, aveva combat· tuta la dura guerra di trincea nella quale erano caduti tanti e tanti commilitoni, uccisi dal piombo dei cecchini austriaci. Imbarcatosi subito dopo la fine delle ostilità, era riuscito miracolosamente a salvarsi dal naufragio della sua nave, trovando posto su una scialuppa di salvataggio; e su quello scomodo rifugio era rimasto ben due giorni e due notti, terrorizzato da un branco di squali che avevano circondato la barca; finalmente, era passata una nave brasiliana, che lo aveva recuperato e trasportato in India. Quella tremenda esperienza aveva lasciato il segno sul suo animo. Aveva deciso perciò di emigrare negli Stati Uniti, dove, con il lavoro e i sacrifici, avrebbe potuto guadagnare quel tanto di che sfamare, con le rimesse mensili, la moglie e i figlioletti lontani.

Correva l’anno 1926, e da allora Aniello Scognamiglio era rimasto lontano da casa per ben ventisette anni. Era partito per cercare lavoro in una terra sconosciuta, nella quale mille pericoli insidiavano quotidianamente l’esistenza degli emigrati. E una volta infatti, tornato a casa con la paga in tasca dopo una dura giornata di lavoro nel Bronx, era stato aggredito da due delinquenti che lo avevano atteso per sottranili il denaro così faticosamente guadagnato. Eppure, nonostante tutto, egli aveva continuato a lavorare, spedendo regolarmente in Italia il guadagno mensile e riservando per sé l’indispensabile per vivere.
In effetti, la famiglia era rimasta sempre in cima ai suoi pensieri; e tale nostalgia era stata resa ancora più acuta da certe canzoni che il grande cuore di Napoli aveva dedicato ai suoi figli più sfortunati. Come restare insensibile, ad esempio, alle parole di Lacreme napulitane?

E ‘nce ne costa lacreme st’America
a nuie napulitane
nuie ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule
comm’è amare stu pane

E quando il cantante napoletano Mario Gioia aveva lanciato la Cartulina ‘e Napule al Teatro Werba di New York, nel 1927, non era forse andato ad applaudire quell’ambasciatore canoro della patria lontana?

M’è arrivata stammatina
na cartulina;
è na veduta ‘e Napule …

E così, pieno di nostalgia e di rimpianti, Aniello Scognamiglio aveva trascorso i suoi ventisette anni in terra americana. Era partito ancor giovane e faceva ritorno, ora, alla veneranda età di 66 anni. Con lui tornava un po’ anche la vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, del dixieland e del charleston, del proibizionismo e degli speakeasies, di Al Capone e di Dillinger, di Douglas Fairbanks e di Mary Pickford, di Charles Lindbergh e dello Spirit of St. Louis, di Sacco e Vanzetti e di Wall Street; in una parola, dei roaring Twenties.
Nel frattempo, quante cose erano cambiate! C’era stata, intanto, la seconda guerra mondiale, durante la quale egli era stato costretto a sospendere l’invio dei soldi in Italia; e, poi, i figli erano cresciuti e diventati adulti. Giuseppina (nata nel 1913) e Antonietta (del 1917) si erano sposate; Ciro (del 1914) aveva preso il suo posto nella vecchia casa di Douglass Street 87, a Brooklyn; Lucia (del 1920) e Rosa (del 1925) erano ancora nubili. Quanto alla moglie, Giulia, di due anni più giovane di lui, era anch’essa invecchiata, ma aveva conservato intatto nel cuore l’amore per il suo uomo, partito un giorno lontano in cerca di fortuna. La brava donna non lo aveva mai dimenticato e ai figli non aveva fatto altro che parlare del padre lontano, che adesso era finalmente tornato.
Eccolo ora mentre, seguito da una schiera di parenti e di curiosi, saliva le scale che lo avrebbero portato alla sua nuova casa. Nel vicolo, intanto, la notizia di quel ritorno si era sparsa in un baleno:

Vué, è turnate Aniello ‘o mericano!
Chi? ‘O marito ‘e Giulietta? Famme vedé!

Le persone di una certa età lo ricordavano ancora, mentre anche i più giovani si lasciarono attirare dalla curiosità di conoscere il nuovo venuto.
Visto da vicino, Aniello Scognamiglio era un uomo di media statura, aveva un aspetto mite e portava gli occhiali. Ma ciò che colpì maggiormente l’attenzione dei parenti e dei vicini era il colorito del volto, tipico della gente abituata a vivere all’aperto. Avrebbe poi spiegato la moglie che il marito, da giovane, aveva fatto il marinaio e che fin da allora il suo viso aveva assunto quel colorito rimasto inalterato anche a distanza di tanti anni.
L’arrivo dell’americano rivoluzionò un po’ la vita della ritrovata famiglia. La casa di Giulietta era sempre piena di gente desiderosa di conoscere notizie sull’America e sugli altri resinesi ri· masti in V.S.A. Non mancava nemmeno il compariello di turno, venuto a salutare il padrino dopo tanti anni di lontananza.

Le domande si sprecavano: esistevano ancora i pellirosse in America? Aveva mai visto i grattacieli? Aveva conosciuto Riccardo Oriani, il marito di Filomena? E Minico ‘e mazzitiello quando sarebbe tornato? Come stavano Ciro ‘e tracinella, ‘a Macchiulella e Capacciaro? Era più bella Nuovaiorche o Broccolino?
A tutti lo Scognamiglio rispondeva con garbo, senza mai mostrare cruccio o segni di impazienza. Più di uno, anzi, tornò a casa con una bottiglia di Ballantine o di blended whiskie.
L’inserimento dello Scognamiglio nella nuova realtà fu graduale e non privo di difficoltà. Invece di godersi il meritato riposo, avrebbe desiderato rendersi ancora utile alla famiglia, magari con qualche job, ma dovette accontentarsi di lunghe passeggiate, con il nipote quattordicenne, lungo le strade di quella Resina che ormai stentava a riconoscere.

Erano lunghe passeggiate, che si snodavano da Pugliano fino agli Scavi di Ercolano attraverso Via Quattro Novembre, una strada aperta qualche decennio prima e che in gergo era ancora chiamata ‘a ret’ ‘a strada nova. Nonno e nipote si incamminavano dunque per quella nuova strada, lunga larga e ai lati della quale si aprivano ampi spazi di verde e di terreno coltivato. Allora, infatti, non era ancora esploso il boom edilizio che, di lì a qualche anno, avrebbe seppellito il territorio del nostro Comune sotto imponenti ·colate di cemento. Si vedevano solo piccole case, ad uno o due piani, che venivano ad interrompere la continuità di quella verde distesa. Erano casette linde e civettuole che, seppure costruite senza pretese, rallegravano la vista. La primavera poi, illuminando uomini e cose con colori vivaci e brillanti, rendeva il paesaggio ancora più piacevole e suggestivo.

Il vecchio osservava contento il miracolo della natura .che risorgeva dopo il letargo dell’inverno, le prime gemme spuntate sugli alberi, i prçlti che sembravano tappeti ricamati da una mano amorosa e sapiente, il cielo azzurro e luminoso. Quella vita en plein air, dopo quasi trent’anni di smog newyorkese,gli faceva tanto bene al morale e al fisico. Quante memorie affollavano la sua mente! Camminava e raccontava al nipote alcuni di quegli episodi legati ai ricordi della sua vita sul mare, della prima guerra mondiale combattuta sul Carso, delle sue esperienze in terra d’America.

Non di rado, incontrava lungo il percorso qualche suo compagno di gioventù, di solito un vecchio lupo di mare, un pensionato come lui, con il quale si fermava a rievocare questo o quell’episodio dei bei tempi andati. Era allora un fitto intrecciarsi di domande e di risposte sul rispettivo stato di salute, çli notizie sui comuni compagni di gioventù, di felicitazioni per traguardi rag· giunti o di rimpianti per speranze svanite. Emergevano dalla con· versazione anche ricordi di pesca, di avventure di mare e di altri episodi magari banali, ma che avevano il pregio di riferirsi a una epoca favòlosa dell’esistenza, la gioventù: era insomma un bilancio, il consuntivo di tutta una vita.

Qualche volta nonno e nipote si spingevano fino al Granatello di Portici, un porticciuolo lindo e pittoresco che il primo conosceva bene per avervi trascorso tanta parte della sua attività giovanile. Lungo il percorso che conduceva al porto, i due passavano davanti alla Villa Comunale di quella graziosa cittadina, una villa spaziosa, ricca di alberi, di verde, sorvegliata e curata nei minimi particolari. Per associzione di idee, quella villa gli faceva ricor· dare, ogni volta, le parole di, una canzone che la radio trasmetteva proprio in quegli anni:

Mi ricordo, mi ricordo che bei tempi erano quelli vecchia villa comunale sei rimasta tale e quale

Erano le parole pronunciate da una persona che, tornata a casa dopo anni di assenza e rivedendo le persone e i luoghi cari alla sua infanzia, si lasciava trasportare dall’onda dei ricordi. Quelle parole si potevano riferire senz’altro anche al vecchio che, tornato in patria dopo trent’anni di esilio e rivedendo la villa dove aveva giocato e scorazzato da bambino, riassaporava i «pensieri soavi », le « speranze» e i « cori » di allora.

Arrivati al porto, i due s’incamminavano lungo il molo principale, al quale erano attraccate imbarcazioni di ogni genere: pescherecci, gozzi, paranze, navi di piccolo e medio tonnellaggio. Che fervore di vita in giro: qua c’erano dei pescatori che riparavano le loro reti a strascico; là dei marinai che effettuavano operazioni di carico e scarico dalle navi più grandi; più in là ancora delle persone che facevano ressa vicino ad un gozzo, appena giunto ne] porto, per l’acquisto della buona tartanella (un campionario di eccellente pesce di scarto).

Il vecchio osservava interessato: niente era cambiato rispetto a tanti anni prima. Le mamme portavano ancora i bimbi a spasso nel porto e i pescatori dilettanti, armati di canna e di lenza, erano ancora seduti come una volta sulle sponde della banchina.
Ad un’estremità del molo c’era una scalinata di pietra che conduceva ad una postazione elevata, dalla quale si poteva contemplare uno splendido panorama. Da una parte, sulla destra, la linea ferrata che correva proprio lungo il mare e quella stazione famosa in Italia e nel mondo per essere stata il terminale della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Dall’altra parte, la distesa del mare aperto, la linea dell’ultimo orizzonte: l’ex emigrante era stato là, oltre quella linea, e forse provava ancora un po’ di rimpianto e di nostalgia per quegli anni lontani.

COSÌ, nel ricordo di un’esistenza operosa, Aniello Scognamiglio visse gli ultimi anni. Intanto, tutto intorno a lui stava cambiando rapidamente: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers. In breve, la ripresa economica e civile di Resina si inserì in quella più generale del « miracolo economico italiano», che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.
saturniaIn questa nuova società dei consumi, sparirono per sempre usi e costumi, necessità e comportamenti di un tempo. Scomparve, fortunatamente, anche l’emigrazione: molti cominciarono ad osservare che la vera America si stava trapiantando qui da noi, in Italia, e che l’emigrante cencioso e disperato dell’oleografia tradizionale poteva considerarsi ormai una figura del passato.

Era sparita per sempre l’epoca  del Saturnia e del Vulcania, del Rex e del Conte Biancamano; sparite le traversate transoceaniche effettuate a tempo di record per la conquista del Nastro azzurro (come dimenticare il Queen Mary, l’United States e il nostro Rex che, nel 1933, aveva conquistato il prestigioso blue ribbon); e stava per sparire ora anche la nuova generazione degli Augustus, dell’Andrea Doria e del Cristoforo Colombo.
Era un mondo decisamente diverso da quello che il vecchio aveva conosciuto in passato. Perciò, quasi di soppiatto, l’antico emigrante preferì uscire dalla comune. Era il 9 aprile del 1966.

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La reggia di portici dalle sue origini ai giorni nostri
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Quest’angolo incantevole del «golfo di Portici» -come lo definisce Giacomo Leopardi in una lettera al padre -prima che vi risuonasse il nome stesso di Portici era una borgata di poche e rustiche dimore. Col tempo, il sito s’ingrandì e si arricchì di ville patrizie.
Nel medioevo vi si stagliò una torre guelfa (se ne vedono ancora i merli nella parte risparmiata dall’oculato piccone dei costruttori) nella quale la leggenda ha sospeso foschi drammi di amore e morte, con cieche trame di vendette tra discendenti angioini e stirpi ri1agiare -Giovanna II e Andrea di Ungheria -il modo della fine del quale « ancora offende». Nel cinquecento un’accolta di sapienti e di artisti sommi vi venivano a elucubrare le loro conquiste nel campo delle idee, a deliziare gli amici con i portenti delle loro ispirazioni, nella villa di Bernardino Martirano, che nel 1533 ospitò l’Imperatore asburgico Carlo V, di riltorno dalla felicemente conchiusa impresa africana.

Verso il 1707 Carlo VI, al quale dopo la morte di Carlo V toccarono i possedimenti italiani, governava l’Italia meridionale per mezzo di un vicerè, il conte Martiniz, che fece occupare Napoli da un contingente di truppe tedesche, comandate dal Colonnello di cavalleria Maurizio di Lorena, Principe d’Elbeouf, lontano parente del Principe Eugenio di Savoia. Il Principe d’Elbeouf fittò per il momento un palazzo sontuosissimo in Napoli.

Nel 1710, nominato Colonnello-Maresciallo, corrispondente press’a poco a generale di Divisione, si fidanzò con la principessa napoletana Salsa e, realizzato il suo sogno d’amore, nonostante un po’ avversato dalle superiori autorità viennesi, durante l’estate veniva a passare i mesi più caldi nel palazzo dei Principi di Santo Buono. Ma essendo piaciuto il luogo specialmente alla sposa, il Principe d’Elbeouf pensò di comprare dai frati del convento di San Pietro d’Alcantara un pezzo di terreno in riva al mare, per la costruzione di un padiglione estivo, che desiderava sontuosissimo. Fece venire per la bisogna un famoso artigiano dalla Francia, specializzato in costruzioni con stucchi di polvere di marmo, con risultati brillantissimi. Un contadino di Resina (ora Ercolano), un certo Nocerino, soprannominato Enzecchetta, scavando per l’allestimento di un suo pozzo, aveva cavato fuori belllissimi frammenti di alabastro di colonne, che il principe acquistò per la sua costruzione. Ma avendo· fiuto archeologico e studiata la natura dei pezzi acquistati pensò che provenivano da qualche tempio romano e proseguì per proprio, conto altri scavi. Venne fuori una statua d’Ercole prima e poi tre bellissime statue muliebri, che egli, fattele restaurare, inviò in regalo al lontano parente Ellgenio di Savoia. L’invio suscitò a Vienna grande scalp·ore ed entusiasmo. Gli scavi del Principed’Elbeouf intanto proseguivano felicemente, finché non fu \renduto il palazzo alla Casa Commerciale Falletti di Napoli e di scavi no,n si parlò più. Però, senza che nessuno se ne fosse avve,duto era venuta alla luce Ercolano!

Poco dopo l’occupazione di Napoli da parte delle truppe spagnole (1734), giungeva a Napoli anche Carlo di Borbone. Aveva 19 anni, era bello, buono, colto, e, allegge’rito delle cure dello Stato dalla preziosa dirittura del toscano Bernardo’ Tanucci, potette sodd.isfare a suo bell’agio il trasporto preferito della caccia e della pesca. Dove? .. A Portici, dove, capitato per caso con la giovane e bellissima moglie Amalia di Valburgo, co’ncepì l’idea di acquistare dalla Casa Co,mme’rciale Falletti la prop,rietà una volta ap:partenuta al Prinoipe d’E:lbeouf, la quale este’ndendosi a specchio nel mare, co’n una splen,dida z.ona collinosa ricca di boschi, risp,ondeva p’erfettamente all’idea.le desiderio dei giovanissimi sovrani.

E sorse il Palazzo Reaile di Portici. Ne fu affidata la costruzione per p,rimaal Colonnello Medrano’, ingegn’ere di Corte. Ma in un secondo mo,mento subentrò al Medran’o l’ingeg~nere romano Antonio Canevari che ne curò il progetto. Ne eb’be anche la direzione dei lavori, ma in combutta col Medrano, sebbene’ a denti stretti. Le immancabili discordie tra i direttori dovettero de’generare in pettegolezzi e alterchi e qui1ndi rottura definitiva. Si è detto tanto male del mite e signorile ingegnere Canevari, che non mi dispiac’e di spezzare una lancia in difesa di quel simp’atico galantuom·o. Egli dovette assolvere un compito diffico,ltissimo: so,ddisfare in pi’eno, ad Q·gni costo, c’ondizioni contrast’anti, senza potere obiettare ragioni, p’erché il Re e la Regina volevano così e c’osÌ doveva essere! E cioè un vero dilemma regale: non più su, no’n più giù …

Nel primo senso si sarebbe situato il Palazzo Reale troppo distante dalle pescherie, nel secondo senso, troppo lontano dal bosco per le battute di caccia. A nulla valse o’pporre che l’Atrio della reggia sarebbe attraversato dalla strada provinciale, perché anzi i principi demo·cratici, ai quali Elisabetta Farnese aveva ispirato l’educazione del suo p1iù caro. ramp·ollo, propendevano a tenersi il pop’olo il più vicino possibile. Hoc erat in votis: do’minare da una parte Portici, il cui popolo aveva manifestato sempre entusiasmo spontaneo e sincero, dall’altra Resina, popolazione festosa, remissiva, lavoratrice, buona; popolazione di pescatori, di ortolani artieri e cacciatori. Lusingava poi tanto l’animo dei giovani sovrani tenere come sottocchio il capolavoro del loro Regno, che s’inalbava con così lusinghieri auspici: gli scavi di Ercolano, dai quali tanto si ripromettevano. Tanto meno desideravano allontanarsi molto dalle famiglie principesche, che già facevano sorgere tutt’intorno splendide ville, con una gara di preminenza e superiorità architettonica, che secondava tanto la spiritualità di Carlo III, in cui riviveva la passione ereditata dal padre e dal grande nonno di elevare opere che sfidassero l’eternità e si facessero godere da tutti.

 Si aggiunga che !’ingegnere Antonio Canevari, d’indole mite, ma già provato dagli aculei delle invidie e dalle gelosie cortigiane e professionali a Roma, a Napoli e soprattutto in Ispagna e Portogallo, si riprometteva qui, a Po,rtici, un successo se non trio,nfalealmeno dignitoso che lo risol1evasse di tutti gli scacchi e le male’volenze subite. Si pose perciò all’intento con l’impegno di tutte le sue possibilità.

La Reggia, d,unque, sorse secondo lo « stupiendo disegno» del Canevari (l’espressione è del Colletta) su questa specie di piccolo promontorio, segnando l’estremo confine orientale tra Portici e Resina (ora Ercolano) a cavaliere di un’estesa spiaggia deliziosissima. D’a un maestoso cortile ottagonale, con quattro lati più lunghi si accede alle due ali del palazzo, che a loro volta danno adito ad una monumentale esedra verso il mare e ad un suggestivo parco su pei declivi del Vesuvio, ridotti a sontuose aiuole piene di verde e olezzanti di fiori.

Reggia_di_Portici1

Tre grandi arcate danno accesso ad un immenso atrio esteso per tutto il piano terreno. Mastodontici pilastri interni ed esterni dividono l’atrio in spazi rettangolari.
Dall’atrio si passa in un cortile secondario, più piccolo, sormontato da logge che decorano statu.e ercolanesi nel piano superiore. Dal cortile si scende al giardino e dal giardino si passa nel bosco. Co-n la stessa distinzione prospettica proced,e lo sviluppo del cortile interno, in diretto risc’ontro con la parte opposta del palazzo verso il mare, con una spianata oblunga, che nella parte inferiore chiude una balaustrata arcuata, che, seguendo le parti dei viali che discendono al piano inferiore attraverso fabbricati finiscono in magnifiche terrazze orlate anch’esse di belle balaustrate. Sovrasta la fabbrica una torretta con l’orologio nel lato meridionale.
A destra dell’atrio una scala di marmo rosso a due rampe, che ha sul primo ripiano due nicchie con statue provenienti dagli scavi ercolanesi, ostenta nella sua strutturazione marmi assai pregev,oli, di provenienza turca.

Le aule di questo primo piano erano state affrescate da pittori aulici del settecento napoletano, ma durante l’occupazione francese la regina Carolina le fece ridipingere ad imitazione delle pitture pompeiane, per dare alla sua nuova residenza la decorosa elega11za e gli splendori famosi dell’antica sede p’arigina. Infatti vi appare qua e là lo stile impero che Napoleone aveva instaurato dap,pertutto. Non vi mancò l’opera geniale di Antonio Canova che vi scolpì i busti del re e della regina. Dello stesso periodo sono inoltre i restauri di alcune pareti delle aule dell’ala che guarda il mlare, con drappi di seta di San Leucio.

È: fama, a questo proposito, che Francesco I, al padre Ferdinando IV che gli chiede’va ragguagli circa le novità apportate dalla dominazione francese, rispondesse che se fosse stato assente un altro paio d’anni avrebbe tro,vato splendori maggiori.
Infatti Carolina Bonaparte, essendo stato il marito Gioacchino Murat nominato Re di Napoli, venutavi nel 1808 e recatasi poi a Portici, per la sua squisita sensibilità suscettibile a tutte le cose belle, non si sottrasse al fascino della nostra cittadina per cui ne preferì la sede a quella di Napoli.

Ma, purtroppo, la reggia di p’ortici fu trovata quasi vuota, essendone stati portati a Palermo i migliori arredamenti e la maggior parte dei quadri. Essa provvide subito a far trasportare qui, a Portici, mobili, quadri, bronzi, e porcell:ane di inestimabile valo’re dall’Eliso di Parigi. Erano della più distinta p’ro,duzionedi stile im:pero specchi, consolle, divani, poltrone, tavoli, sedie, sgabelli, orologi, vasi. Ma quando ne rip,artì per il ritorno dei Borboni, fiera e nobile quale era, non portò altro con sè che gli oggetti di p,ersonale pertinenza.

Per riprendere il discorso della reggia devo aggiungere che due erano state le difficoltà da superare: la «Strada Regia» che attraversava il cortile principale, e quest1a fu oivviata con le fabbriche dei due cavalcavia, l’uno prospiciente a Portici con l’ingresso di Cappella Reale della quale ci interesseremo a parte. Questo cavalcavia offriva dalle finestre del primo e del secondo piano un panorama bellissimo con Posillipo nello sfondo e la stesa della città su per le rimanenti colline napoletane specchiantiisi nel mare; l’altro prospiciente a Resina co’n la veduta panoramica dei monti Lattari e delle alture sorrentine.

In fondo all’atrio volto al Vesuvio vi è l’accesso al giardino. A poca distanza dall’ingresso un grazioso’ recinto detto « giardino della Regina» adorno di una fontana detta « delle Sire’ne » e’ di una Flo’ra, su colonna di cipollino, e il «Chiosco del Re’» Carlo, col tavolino a mosaico su cui la tradizione vuole che siano state firmate molte condanne di morte. Tanto la Flora quanto il tavolino a mosaico, so’no di p,rovenienza Ercolanese. È notorio che il santo-Po-ntefìce Pio IX, durante i sette mesi trascorsi a Portici 14 settembre 1849–4 aprile 1850), fosse solito passeggiare in questo’ giardino soltto l’oneroso carico dei suoi pensieri.
Questo giardino è suddiviso in quattro grandissime’ aiuole, generate dall’incrocio di due larghi e bei viali. L’incrocio risolve lo sviluppo di uno spazio circolare, pavimentato con mattoni, massi pipernici lavorati e ,marmetti tutt’intorno alla fontana, o’pera dello scultore Canart. Costui adibito dal Re ai restauri dei marmi di Ercolano si servì Ce non se ne fece scrupolo) di una pregevolissima statua capitatagli nello studio, per farne l’idea tematica della fontana che ancora vi si ammira. La statua si erge su una base ottagnaIe, sorretta da grandi volute ave seggona fauni marini dalle braccia in atteggiamento minaccioso e i volti truci, le gambe pinnipedi, squamose e attorcigliate.

Di fronte al viale, a sinistra, sotto il muro, che conchiude il « giardinetto segreto» v’è un altro bellissimo cimelio, degli scavi di Ercolano: un sarcofago col bassorilievo della caccia al cinghiale. Nove cacciatori quasi tutti seminudi e armati di spie’do circondano animatamente l’enorme e spaventosa belva, che piega col peso del corpo una palma e digrigna le zanne che gli fuoriescono dalle po:derose mascelle, co’n le zamp·e anteriori in violenta mossa d’assalto … Dei due ultimi p,ersonaggi a destra, l’uno dev’essere Pluto,ne e lei Proserpina. Sarebbe un rito funebre con scen’a di caccia esprimente la passione del defunto a cui il sarcofago era destinato. Bellissimi tra le gambe dei cacciatori i cani che si danno da fare per azzannare la belva. Poco distante è degna di nota la famosa muraglia sostenuta e rafforzata da capaci contrafforti, che doveva respingere il pallone col quale si soleva divertire Ferdinando IV. È una costruzione rettangolare delimitata dal muraglione nei lati più lunghi, con una scalinata dove si sedevano gli spettatori, per assistere al gioco assai divertente e al quale solevano prender parte oltre ad esperti anche persone autorevoli del seguito del Re.

Ed a questo’ proposito Giacomo Casanova nelle sue «Memorie» narra di aver assistito ad una partita assai interessante che ebbe un epilogo: comico che poco mancò non divenisse tragico … Un bel giorno, nel meglio del gioco, il Re Ferdinando si accorse che ‘. tra gli spettatori due seminaristi si sganasciavano dalle risa e gli venne una voglia matta di ridere un po’ anche lui alle loro spalle e, alla chetichella, messosi d’acco,rdo con quantro o ci:nque dei più vigorosi e nerboruti dei giocatori, fece afferrare i due malcapitati e avvoltili in coperte se li lanciarono da un punto all’altro tra le grida d’aiuto dei poveretti e’ le risate del pubblico e degli stessi giocatori.

Smesso il poco regale scherzo, i due seminaristi esterrefatti e pallidi per il pericolo corso, ma soprattutto furibondi per la burla subita, se la filarono, con la coda tra le gambe, come si suoI dire, uno quasi contento che non gli fosse capitato qualche cosa di peggio, ma l’altro, fiorentino e irascibile, ap’partenendo a una famiglia molto autorevole, si volse a potenti, protestando, naturalmente, con un buco nell’acqua!

Anzi il Casanova conclude che: il poveretto, a furia di pe’nsarci su, se ne morì pochi mesi dopo. Se il Casanova l’abbia riferita per sentito dire o per diretta conoscenza no’n sappiamo. Ma nel caso positivo aumenterebbe il numero degli ospiti qualificati!

Più in alto del bosco v’è il così detto « Castello» che pare riproducesse nelle sue linee ridotte la fo,rtezza di Capua. Nella parte centrale si stagliavano simpatici e comodi quartierini con quanto fosse necessario per la residenza dei militari. Anzi in uno degli ambienti affiora ancora la botola per l’apparizione della famosa « tavola muta» che allo scatto di un comando scendeva e risaliva con un forbito pranzo pronto, senza incomodare camerieri.

V’era, come in tutte’ le’ fortezze, anche lina cappella intitolata alla Vergine del Rosario con l’altare per la messa che vi si celebrava ogni domenica mattina e in tutte le feste di precetto’. Fino a poco tempo fa sopra l’altare si ammirav’a ancora un bel quadro della Vergine del Rosario di discreto pennello napoletano. Più in alto, ancora vi e’ra il cosiddetto « Sito del Belvedere» per la residenza dell’Intendente e p’oco distante il « Sito Reale» che culminava nella fagianiera; vicino’ alla « fagianiera » poi, dietro il muro di cinta, sopra un piedistallino quadrangolare, sempre di provenienza ercolanese, sporge da una macchia di verde fittissimo’ una statua di Bacco un poco vessata da piogge d’inverno e dai soli d’estate.

In questo, castello i Re Bo’rboni facevano fare alle trup’pe che vi erano installate complesse ,esercitazioni tattiche in perfetto ordine di guerra.

A proposito del Castello è interessante sapere che esso faceva quasi da salvaguardia a una zona particolare, praticata dalla Corte nelle CO’llsuete scorribande attraversai il Parc’ol che vi p’assava per diporto non solo, ma anche e soprattutto p,er ammirarvi un serraglio di belve feroci, che faceva seguito alla « fagianiera ».
Nella «fagianiera» si allevavano volatili pregiati, invece nella così detta «Pagliaia o «Pagliara» erano raccolti esemplari, fatti venire da ogni dove, specialmente dall’Mrica, di dove il Sultano Mahillud, in omaggio ai sovrani aveva fatto’ giungere un elefante, che ebbe perfino l’onore di una dissertazione di uno dei più insigni studiosi della metropoli nostra, Francesco Serrao e, morto, fu ospitato nel Museo Zoologico della nostra Università.

In questo serraglio in 16°, tuttavia, facevano, bella mostra di sè, se il Chiarini non sbaglia, due leoni, due pantere, quattro antilo,pi, unrninicavallo, un discreto numero di canguri, struzzi africani, aironi, una leonessa persiana, donata daii Re Ottone di Grecia, una leonessa africana e una pantera donate dal Bei di Tunisi, una pantera a,mericana donata da [)on Pedro II, Imperatore del Brasile, due tapiri americani, una paca di Buffon e un istrice. È facile immaginare quanto queste cose, gli animali e le persone addette animassero’ i relativi silenzi e la molto più relativa tranquillità del Parco e quale immensa spesa ne comportasse la manutenzione! Tutto ciò era voluto e dovuto alla universale prammatica della vita delle Corti Reali del tempo.

Verso la fine del 1739 lo scultore Giuseppe Canart dette inizio al lavori affidatigli, consistenti in sistemazione e rifinitura di tutte le soglie, le opere di scultura e rivestitura in marmo. Doveva anche dirigere e sorvegliare i lavori di ebanisteria per porte e infissi in legno di quercia stagionata, che dopo più di duecento anni, ancora resistono a tutta prova. Le opere di pittura e affrescatura furono affidate ai rispettivi pittori aulici Bonito, Del Re, Fischetti e Foschini, per limitarci a quelli di maggior grido. Del resto è risaputo che molti di questi affreschi, durante l’occupazione francese furono ricoperti e poi sostituiti da «grottesche» di imitazione e stile pompeiana, secondo cioè il gusto della regina Carolina Bonaparte, moglie del re Gioacchino Murat. Tutti i cancelli di ferro battuto riproducono con perfetto disegno piedistalli sormo1ntati da vasi di fiori delle balaustrate.

Lo scalone del cortile verso mare con le due rampe, i due saloni a sinistra vennero affrescati dal pittore Del Re, che-li trasformò in una incantevole visione fantasmagorica di scale, colonnati, pOlrticati, atrii, corridoi, cupole, che si succedono, superano, scavalcano co’n un gioco di magica proiezione su finti o,rizzonti, con modanature ed ornamentazioni baro,cche della più ricca specie, che pare qu’asi sfondino le pareti e moltiplichino all’infinito le linee architettoniche della regale dimora. A destra poi dopo la sala di dove si discendeva nella tribuna della cappella e dopo la sala destinata all’impianto del teatro eliminato segue un meraviglioso salotto, la cui volta è arricchita da bassorilievi di stucco, rappresentanti scene di caccia con figure a grandezza naturale.

Bellissime sono le due figure di Diana e Venere, che pare fossero balzate all’improvviso in mezzo a quel paesaggio incantato di piante, di erbe, di fiori, ·per completarne lo splendore. Anche la volta del secondo scalone a monte è un capolavoro ottenuto con l’arte p,rofusa in. quelle ghirlande di fiori di stucco e col leggiadro disegno di fasce, candide a vedersi, più belle di qualsiasi altra soluzione’ cromatica. Bellissim’a è anche la sala affrescata di trofei di armi, adorni di festoni. Molti mosaici ercolanesi furono adibiti per parecchi pavimenti di molte sale che d’altronde son ben conservati, cosa che fa o’nore agli studiosi che vi praticano.

Il pavimento proveniente dalla Villa Tiberio a Capri con la bellissima fascia dello· zodiaco e il famoso Gabinetto di porcellana, sono da tempo passati al Museo di Capodimonte e costituiscono l’ammirazione dei visitatori di tutto il mondo.
Con l’unità d’Italia, essendo la Reggia di Portici passata al Demanio, dovette subire le prime devastazioni, che sarebbero finite nello sterminio di ogni cosa se l’oculata saggezza di alcuni galantuomini, perseguendo l’idea geniale del dottor Carlo Ohlsen di fondare in questa città una Scuola Superiore di Agraria non l’avessero attuata, acquistando dalla Direzione Generale del Demanio tutta la tenuta reale, nel 1872.

In quello stesso, anno, infatti, presie’duta dalle più ele’vate me·nti del regno fu solenneggiata l’inaugurazione del R. Istituto Superiore di Agraria. Ma nel 1935 l’Istituto fu assorbito, dall’Università di Napoli, come Facoltà di Agraria.

La cappella reale

reale2 L’architetto Antonio Canevari aveva già menato a termine il suo assunto, quando il Re, che spesso visitava e seguiva .i lavori, si avvide che l’ingegnere romano, avendo incluso nel suo progetto il teatro, aveva omesso la cappella.

L’ingegnere Fuga, a cui pare sia stato ingiunto di correggere le omissioni del progettista, trasformò il teatro in cappella, cosa che fu eseguita nel migliore dei modi con l’intervento e la collaborazione i degli artisti più in auge in quei tempi. Naturalmente la cappella risentì dell’adattamento. Sulla pianta  ottagonale, infatti, fu creata l’unica navata. In corrispondenza del presbiterio, di forma rettangolare, vi è un lato aperto ad arco.
Quattro lati dell’ottagono della navata danno luogo a quattro nicchie, contenenti le statue di San Carlo Borromeo, Sant’Amalia, Santa Rosalia e San Gennaro. Le due pareti laterali sono adornate da due bellissimi altari privilegiati, sormontati a loro volta da due tele di « Sant’Antonio in estasi» l’una, della « morte di San Francesco Saverio » l’altra.

L’arco divisionale, a sesto ribassato, separa i due ambienti e le due volte, lunettata quella del presbiterio, padiglionata quella della navata.

Sull’altare maggiore sorge un sontuoso trono marmoreo, con quattro colonne di marmo africano, provenienti dalla cattedrale di Ravello e due lesene di marmo verde, sormontate da un baldacchino pure di marmo verde, con sopra tre grandi angeli del Canart, reggenti due i simboli della Madonna, quello centrale la croce. Sul trono v’è la statua della Madonna. L’ingresso principale, sotto gli archi del primo cavalcavia, ha quattro colonne ioniche sormontate da due « Fame» ,marmoree di Agostino Corsini, che sorreggono unoIi stemma sul quale all’emblema dei Borboni fu sostituita la croce dei Savoi’a, quando i Borboni furono cacciati dal regno. La inauguraI zione e benedizione della cappella avvenne nel 1749. Le fu confel rito il titolo di Maria Immacolata, della quale i due sovrani Carlo III e Amalia di Valburgo erano assai devoti. Del teatro furono risparI miati i soli matronei e la tribuna del palco reale sopra il tamburo I d’ingresso, gli uni e l’altra ornati di finissimi intagli attintati d’oro.

Le pareti interne con paraste dai capitelli ionici e i cornicioni dalle perfette modanature, riprendono, continuandole, le linee architettoniche del trono con festoni di stucco, che animano l’ambiente, rompendo la monotonia delle superfici nude, intonacate a polvere di marmo. Due finestroni laterali diffondono nella cappella luce mite, che dà maggiore spicco agli ori delle zoccolature e del pavimento restaurato quasi integralmente dall’appassionata cura dell’odierno rettore Sac. A. Spica. Due porte, in fondo, immettono nella retrostante sacrestia, con imposte che sono opera di perfetta ebanisteria, incorniciate di mostre marmoree e coronate da quattro angioletti anche essi del Corsini.
Sia l’altare maggio·re, sia gli altri laterali san arricchiti da candelabri artistici di bra,nzo dorato, disegnati da Vanvitelli, per incarico del Re. La volta fu affrescata da Giuseppe Bonito, ma è ora velata da una banalissima attintatura bianca. Ci auguriamo che un sapiente ed opportuno emendamento restituisca al tempio i suoi ricchi e preziosi affreschi bonitiani e le sue primitive attintature azzurrognole chiare, ancora re’cuperabili, prima che il tempo· non completi l’opera demolitrice degli uomini!

Le quattro colonne dell’ingresso che il Canart aveva acquistato in diverse cattedrali delle Puglie e della Campania con capitelli ionici, sormo’ntati da un accenno prospettico di bald’acchino e da modanature barocche, sembrano steli di una fioritura architettonica su cui si siano a1dagiate le due bellissime Fa.m.e, che scolpì il bolognese Agostino Corsini e che i giudici del temp’o, tra cui il Sammartino, il Vanvitelli, e lo stesso Canevari, stima’ronol olpere p·rege’v·oli, nOln indegne dello scalpello del Bernini, dell’influsso della cui arte risentono. Sono l’una, seduta a sinistra di chi guarda, quella di destra inginocchiata, come do,po un volo ad ali spiegate. Brand!iscotno una tromba e sorreggono uno, stemma conchigliato e’ accartocciato. Sullo stemma vi è una capace corona borbonica come lo stemma che fu scalpellato con la fine del regno.

Tutt’e due le Fam.e sono in atteggiamento di chiamare il popolo a raccolta nella casa di Dio. Dopo il vestibolo il tamburo sostiene, con quattro lesene, un parap’etto e una cim,asa, la tribuna reale in legno rintagliato, con pannelli ,di eleganti efllorescenze baro,cche, finemente disegnate, in attintatura d’oro·. Ai quattro lati ottagonali, in nicchie incorniciate di marmo rosso siciliano si ergono quattro statue, delle quali tre e cioè Sant’Amalia, San Carlo Borromeo e San Gennaro sono attribuite’ allo, sculto’re spagnolo Ma.. nuei Pacheco. Santa Rosalia, invece, reca la firma dello scultore Andrea Violani e la data 1753. È fama che lo scultore Pacheco abbia per le figure di San Carlo e Sant’Amalia preso a modelli gli stessi sovrani, c’osa cIle è quasi rico·nfe195px-mozartveronadallarosarmat1a dalla somiglianza del volto di San Carlo del Pacheco con quello di Carlo III scolpito da Canova nella statua e’questre’ di Piazza Plebiscito· in Napoli. V’è però chi asserisce che le fattezze di Carlo· III siano state ripro·dotte nel volto di San Gennaro. Questi quattro santi compendiano il patronato religioso del mondo politico dei Borboni: la Spagna, la Polonia, la Sicilia, l’Italia.

Ai due lati dell’altare .maggio/re vi sono due quadri adespoti, raffiguranti l’uno Cristo sulla via del Golgota di eccellente pennello, di sicura scuola caravaggesca, l’altro, un Ecce Homo, anch’esso, di ottima .mano’; nell’ufficio parrocchiale, poi, è ammirato un bellissimo San Francesco di Paola della scuola del Solimen·a. Dietro l’altare maggiore, aderenti alla parete di fondo, vi sono due tavolinetti di diaspro con bellissimi gambi di ma·rmo, di probabile provenienza ercolanese. Marmoree sono anche le due acquasantiere conchigliate ai due lati del tamburo d’ingresso. In sacrestia v’è, inoltre, una Sant’Anna della scuola del Solimena.
In questa Cappella che co’nciliò a Dio teste coronate e togate, che tante volte risuonò della voce o tremolante di commozione o giubilante di Fede di Pio IX, in un fulgido mattin’o del 1770 Mozart, fanciullo prodigio, alla presenza di tutta la corte reale ·offriva alla Vergine le sue divine note.

fonte pubblicazione

Antonio Santaniello – LA REGGIA DI PORTICI – XI CONGRESSO NAZIONALE DI ENTOMOLOGIA – PORTICI -SORRENTO 10 -15 MAGGIO 1976

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Gianni e Mario Coppola due fratelli la guerra, la prigionia e la liberazione. Una storia da raccontare
aprile 20, 2016
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Al fine di ricordare l’orrore e le barbarie che furono perpetrate nei campi di prigionia nazisti, vi raccontiamo la storia di due nostri reduci della seconda guerra mondiale ovvero i fratelli Mario e Gianni Coppola, zii del dott. Gabriele Coppola e dell’avv. Giuseppe Coppola, entrambi ufficiali del Regio Esercito Italiano che sebbene impiegati in reparti e fronti diversi, dopo tante traversie si ritrovarono, a loro insaputa, nello stesso campo di concentramento  ovvero lo stalag X B di Sandbostel nell’alta sassonia vicino ad Amburgo.

Il tutto ha inizio come molti dei nostri ragazzi di allora dopo l’armistizio de  l’8 settembre 1943 che aveva lasciato centinaia di migliaia di uomini sui vari fronti senza ne direttive ne ordini ed in balia dell’ex alleato Germanico deciso ad utilizzare questi poveri ragazzi come semplice forza lavoro, spesso causando la morte per stenti e per fame.

Iniziamo con la traversia di Mario Coppola sottotenente del 251° granatieri che fatto prigioniero a Creta fu trasportato insieme altre migliaia di prigionieri su un unico convoglio diretto per la Grecia rimasto indenne dagl’attacchi dei sommergibili inglesi.

Il 24.09.1943 vengono caricati su vagoni bestiame, in 48 per ogni vagone, in partenza per la germania che dopo diverse tappe attraverso l’europa centrale tra le quali Romania, Ungheraia, Jugoslavia, skopie e diverse marce a piedi giungono in Germania in data 3.11.1943. Il campo di concentramento finale dove furono portati entrambi era lo stalag X B di Sandbostel, Località sede del lager omonimo, dove nel settembre del 1939 alcune migliaia di polacchi arrivarono come prigionieri di guerra. In seguito vi furono deportate centinaia di migliaia di persone compresi, dopo l’8 settembre 1943, militari italiani tra i quali Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Marcello Lucini e Enzo Paci. Di questi, cinquantamila morirono di stenti, malattie, impiccati o fucilati. Dei caduti in questo lager si ricorda il padre del segretario della CISL Savino Pezzotta morto di fame dopo nove mesi di prigionia.

Questi sono i documenti nei quali i nazisti, in linea con la loro criminale efficienza, annotavano tutti gli effetti dei prigionieri su apposite schede rigorosamente in tedesco.

Il 10.11.1943 finalmente i familiari dei due giovani, in special modo il loro fratello avv. Pasquale Coppola rimasto a Resina,  riescono ad avere notizia dei due giovani.

Nessuno dei due fratelli sa che sono internati nello stesso campo di prigionia, ne tantomeno può essere loro comunicatogli in quanto la corrispondenza era sottoposta al vaglio della censura tedesca.

Allora Pasquale Coppola inventa uno stratagemma, scrive sotto il francobollo della lettera indirizzata  ad uno dei fratelli la notizia che l’altro fratello è vivo e sta nello stesso campo ed a tergo della letterea comunica in codice ad entrambi questa frase :

“Ricordati come le nostre fidanzate scrivevano le notizie di nascosto ”

(ricordando a lui lo stratagemma che usavano di scrivere le informazioni sotto al francobollo)

Solo allora entrambi i fratelli apprendono la notizia e quindi Gianni Coppola inizia a cercare il fratello Mario all’interno del campo, si precisa che nel campo potevano essere internate fino a 50mila prigionieri divisi in diverse baracche.

Nel girovagare all’interno del campo Gianni Coppola incontrò altri suoi concittadini quali il dott.Tarallo, l’Avv.Giovanni Fiengo,Andrea Oliviero .

La famiglia di quest’ultimo abitava nello stesso palazzo di Via Fontana dei due fratelli Coppola.

A fine della guerra ritornarono a casa tutti insieme.

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Il 19 febbraio del 1944 Gianni trovò finalmente suo fratello Mario ma quest’ultimo, vuoi per gli stenti e vuoi per le malattie che infestavano il campo, era in condizioni quanto mai precarie, per cui il fratello Gianni accettò di lavorare al di fuori del campo nelle fabbriche tedesche al fine di trovare vettogliamento per sostenere il fratello ammalato.

Questo il documento con il quale si attestata che Coppola Giovanni che era un prigioniero lavoratore.

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Nel febbraio 1945 scrivono entrambi una lettera ai loro genitori nella quale fanno capire di stare bene e che si sono ricongiunti, solo che Gianni scriverà al posto di Mario, in quanto quest’ultimo era talmente debilitato da non poter nemmeno scrivere, ma non facendo capire ai genitori, usando quasi la stessa grafia, che il fratello Mario non era in buone condizioni di salute.

Dopo la liberazione dal campo i due fratelli trovarono un impiego nella città di Amburgo e durante le incursioni e bombardamenti degl’alleati loro si riparavano in una sottennarea nelle vicinanze dell’ Hotel Tretorn.

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Finalmente la tanto attesa partenza per l’Italia, dal lager Martinistrasse nei pressi di Amburgo, che avvenne il 29 luglio 1945 con i camion messi a disposizione dagl’alleati.

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Durante tutte le peripezie del viaggio in un’Europa devastata dalla guerra finalmente arrivarono a Napoli e presero il primo tram per Resina.

Giunti all’altezza di piazza san giovanni a teduccio intravidero il loro cognato Francesco Esposito (marito della loro sorella Teresa zia Sisina) che proprio lì aveva un deposito di baccalari.

L’Esposito telefono subito a casa dei signori Coppola comunicando questa notizia :

“ ‘E guagliuni stann’ arrivanne “

La notizie del loro arrivo fece il giro del paese ed in pochi minuti la casa dei Coppola in piazza fontana si riempì di madri, sorelle, mogli e parenti di altri militari che non si avevano piu’ notizie.

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Quando arrivarono i due ragazzi dovettero rispondere ad una serie infinita di domande e gli furono mostrate diverse foto di altri militari prigionieri.

Una madre in particolare mostrò la foto di suo figlio Daniele e li  Mario e Gianni ebbero un attimo di tentennamento, ma non ebbero il coraggio di dire a quella madre piangente che suo figlio era morto di leucemia proprio nel campo dove loro erano internati.

Questa storia è stata raccontata nei decenni ai loro congiunti dagli stessi Mario e Gianni, ma purtroppo ci sono storie che non saranno ma piu’ raccontate, per quelli che non sono piu’ tornati e per quelli pur essendo tornati hanno voluto dimenticare le atrocità di una guerra assurda. Nel campo di prigionia morirono diverse migliaia di Italiani.

Prima che arrivassero i due ragazzi la gente di Resina, grazie alla sapiente organizzazione di Pasquale Coppola, il 10 giugno 1945 fu celebrata una messa solenne con la successiva processione della Madonna di Pugliano che fu portata eccezionalmente in giro tra la gente come segno di ringraziamento per la fine della guerra.

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Si ringrazia tantissimo l’avv. Giuseppe Coppola per l’accurata e paziente ricerca storico-familiare e per la dovizia nel raccontare i particolari. Per il materiale fotografico e cartaceo messo a disposizione si ringraziano la vedova di Mario Coppola ovvero la sig.ra Ninina Merola e la figlia Anna, nonchè le figlie di Giovanni ovvero Gabriella e Lucia Coppola.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Processione del cristo risorto la sera di Pasqua ore 18
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Si rinnoverà la Sera di Pasqua alle ore 18:00 la solenne Processore del Cristo Risorto organizzata dai confratelli della Reale Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano,una tradizione antichissima che vede le due immagini venerate nell’oratoroo barrocco della congrega a sinistra della Basilica di Pugliano uscire in Solenne Processione la sera di Pasqua per le strade della città.

Le Solenni Celebrazioni avranno inizio la Mattina con la Messa Solenne alle ore 9:20 con la distribuzione dell’acqua Benedetta e nel pomeriggio alle ore 18:00 con l’incontro della Madre e il Risorto come tradizione nelle maggiori città cattoliche italiane per poi proseguire per le strade principali cittadine per rientrare in Piazza Pugliano alle 20:30 dove ci sarà la benedizione e uno spettacolo pirotecnico offerto dai dei devoti Ercolanesi.

Ricordiamo che la congrega sta celebrando in concomimanza col Giubileo straurdinario della Misericordia anche il suo terzo centenario di vita.In caso di condizioni avverse la solenne Processore verrà rinviata alla Domenica Successiva con gli stessi orari.

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Santa Caterina un culto antico di secoli ad Ercolano
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Interessata ai lavori ordinati da Ferdinando IV fu, come s’è detto, anche la nostra Resina. Fino all’inizio del XIX secolo, la via principale della città non era diritta come al presente, come si evince chiaramente dalla tav. 28 della Pianta del duca di Noja. Giunta da Napoli là dove è oggi la chiesetta di S. Giacomo, la strada s’immetteva in piazza Fontana (allora detta dei “Colli Mozzi”) e, scendendo Per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la chiesetta di S. Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina, si chiamava via della Fragolara e terminava davanti alla primitiva chiesa di S. Caterina, che aveva la facciata rivolta verso Napoli.

Almeno dal 1560 è attestata a Resina la presenza di una chiesa dedicata a S. uterina. Qui vediamo le fondamenta del nuovo tempio in un documento del 1822. La chiesa attuale sorge nel luogo detto « la Fontana» , quasi dirimpetto al demolito tempio e quindi al centro del paese.

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La strada fu dunque rettificata nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè nell’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di S. Caterina, progettata nel 1822  con la facciata rivolta al Vico di Mare.

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre più intenso. L’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1828, alle pagine 557 e 569, annota il passaggio di illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla villa Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto decennio francese. D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori della Corte non furono i soli a percorrere la bella strada larga e diritta, ma anche diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere si diedero ad intasare il corso in ogni ora del giorno.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Documento storico del 1495 che menziona Resina e la chiesa del SS. Salvatore
febbraio 16, 2016
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Il nostro amico collezionista  di foto e documenti storici Francesco Cozzolino ci ha fornito copia digitale di un antichissimo documento risalente al 1495 nel quale si menziona il villaggio di Risina (resina) ed una chiesa del SS Salvatore nei pressi del molo.

E’ il piu’ antico documento, in formato digitale ovviamente, in nostro possesso.

Chi può fornire ulteriori notizie e dettagli storici può segnalarceli.

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Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Palazzo Tarascone un illustre passato ed un futuro incerto
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Il Palazzo Tarascone di Corso Resina fu realizzato dal Sanfelice ai primi del ‘700, per conto del Conte Raffaele Tarascone o Tarasconi Esmeraldi.
Il Conte Raffaele Tarasconi Esmeralrdi fu una figura di primo rilievo nei primi decenni del 700, sostenitore di un’indipendenza dal regno austriaco in quell’epoca che ebbe un nutrito rapporto epistolare con Bernardo Tanucci futuro primo ministro di Carlo e di suo figlio Ferdinando di Borbone.
sanfeliceL’incarico venne affidato dal Conte Tarasconi all’architetto Sanfelice e delle sue maestranze ingrandì un precedente edificio allargandosi verso il giardino interno.
Il Palazzo Tarascone è un buon esempio di architettura europea, stratificata, benjaminana, che su corpi di fabbrica risalenti al passato rielaborò un’interessante risveglio della civiltà e dell’ingegno duosiciliano.
E’ questa una costruzione che presenta una planimetria alquanto singolare dal momento che essa si sviluppa in lunghezza lungo una stradina stretta.
Il suo impianto, a tre livelli, incorpora nella sua facciata l’arco di accesso alla stradina ed il portale d’ingresso alla villa. Attraverso un lungo vestibolo voltato, si accede in uno stretto cortile rettangolare che immette in un passaggio a volta che porta ad un bel cortile di forma ottagonale. Ricchissime sono le decorazioni che si trovano sulle pareti di questo cortile: gli spigoli sono messi in risalto dalle lesene ad angolo su cui poggiano a mo di capitello dei grotteschi mascheroni in stucco, con la bocca spalancata in funzione di gocciolatoio e le aperture sono sovrastate da coppie alterne di timpani curvi e triangolari. L’edificio ha subito delle manomissioni a causa di un piano aggiunto più tardi e forma un corpo unico con gli altri edifici che lo fiancheggiano in una continuità ininterrotta lungo il Corso Resina.

Nell’architettura settecentesca assume una propria tipicità, proprio grazie al Sanfelice, la struttura delle scale dette anche scala sanfeliciana.

Il Palazzo già c’era all’ inizio del 700 quando Raffaele Tarascone passeggiando per il Granatello a Portici vide l’ architetto (nobile) Sanfelice che stava lavorando ,disegnando la piantina della villa dell’ Elbauef , si soffermò a guardarlo e gli chiese se volesse gentilmente rivisitare il suo palazzo. Bene lui accettò, all’ inizio i piani erano due successivamente agli inizi del 900 fu innalzato il terzo piano. È unico in Italia ad avere il cortile ottagonale.  Il palazzo ha avuto i primi danni già nella seconda guerra mondiale infatti le colonne al corso resina fuori al portone una fu distrutta da una bomba.

La facciata era abbastanza modesta, addirittura, per certi versi anonima, ma curiosa e particolare nella formazione ad arco che caratterizzava, e continua a farlo, la copertura di quella che è oggi “a’ Cuparella”, un percorso che corre in tutto il perimetro del Palazzo. Insolita e originale è la pianta ottagonale e il complesso di viali che intessono il giardino, dovuta più che altro alla conformazione del terreno edificabile, il quale sconnette il viale principale da quelli subalterni. Il cortile ottagonale è, ed era, preceduto da tre elementi: un vestibolo voltato, un successivo cortile rettangolare e stretto, e una seconda fase voltata. Le pareti del cortile sono ricche di decorazioni, di cui i vani delle aperture recano timpani ricurvi alternati da coppie di timpani triangolari. Le lesene angolari all’ottagono sono sormontati da mascheroni in stucchi. Una cornice disposta al penultimo piano sottolinea la pretesa della struttura di conquistare più importanti altezze. Ai lati dell’ingresso dalla strada colpisce quella che è ormai solo una delle due colonne che la caratterizzavano, l’espressione più adatta a rendere lo stato di assoluta precarietà del Palazzo; ma forse non tanto come il nuovo rischio di crolli.
Nel 1921, alla presenza di politici di rilievo nazionale quali Giovanni Porzio, fu addirittura inaugurato un Liceo Ginnasio che ebbe come suo illustre allievo il futuro capitano dei CC Dante Iovino (Resina 1912- Milano 1961) M.O.V.M.
Nel 2010 all’interno di Palazzo Tarascone, al corso Resina di Ercolano, fu ritrovato un ordigno bellico probabilmente risalente alla seconda guerra mondiale.

Ci informa Cira Riccardi che il palazzo è abitato da almeno una decina d’anni mentre risiede ancora una famiglia nel lato del palazzo non pericolante.

Come tante ville vesuviane in stato di degrado le properità sono molteplici pur essendo comunque stato tutelato dagl’organi competenti quali sovrintendenza ed ente ville vesuviane.

Ringrazio gli iscritti Cira Riccardi per le foto fornite e Pietro Pezzella per il loro contributo tecnico sul gruppo BLOG IN RESINA.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Celebrazioni del terzo centenario della Reale Arciconfraternita della santissima trinità di Pugliano
arciconfraternita

Al via le celebrazioni delIII Centenario della fondazione dell’Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano fondata agli inizi del 1500 nell’Antica Resina si costituì nel 1716 in Arciconfraternita col Decreto del Re Ferdinando IV di Borbone e della Curia di Napoli.Sarà un Sabato 12 Dicembre 2015 Inagurazione della IV mostra presepiale e arte sacra allestirà all’oratorio della Congrega a cura dell’Associazione Centro D’Arte Ercolanese alle ore 18:00 con un concerto natalizio.

Domenica 13 Dicembre 2015 Solenne Celebrazione Eucaristica alle ore 9:20 presieduta da Padre Luigi Ortaglio Gran Cancelliere del Cardinale con la Benedizione dei presepi a cui parteciperanno le varie componenti associazioni e componenti della citta’.

Gli altri Appuntamenti saranno svillupati durante questo anno in felice coincidenza con l’Anno Santo della Misericordia voluto dal Santo Padre.

Un pò di storia

Le Origini

L’origine di questo sodalizio, come ente, è .da datarsi tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Nella S.Visita del card. Buoncompagno (1629) con riferimento all’oratorio della SS.Tririità, si legge “… visitò l’oratorio da poco eretto sotto le case della chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano … “. Dato che il luogo dove si raccoglievano i confratelli era molto angusto si pensò di costruire un oratorio più conveniente quello attualmente adibito a sagrestia.

L’antico Oratorio

E’ costruito a volta e misura  mt 18,30 e mt 6 di larghezza in stile barocco. Aveva un ricco altare su cui sovrasta una tela della S.S. Trinità con la Beata Vergine.  Questo quadro si trova ora sull’altare maggiore del nuovo oratorio. Ai lati dell’altare vi erano due nicchie in cui si conservavano la statua della Vergine Santa del Rosario e la statua di Gesu’ risorto.

Sul lato destro dell’altare si accede per mezzo di una scalinata composta di 18 scalini di piperno (pietrarsa) alla terra santa dove venivano seppelliti gli associati defunti.

Il nuovo oratorio

I lavori per la costruzione del nuovo oratorio iniziarono nel 1830 e probabilmente terminarono nel 1843. Costruito con lamia a botte, ornata con stucco, cassettoni, fregio e cornicioni intagliati e con capitelli compositi, termina con l’Arco Maggiore nel cui centro vi è un unico altare rivestito di marmo. La sua facciata è di stile rinascimentale ed è rivolta verso mezzogiorno. Nel timpano del frontone è raffigurata la SS Trinità. La navata misura 28 mt di lunghezza e mt 9 di larghezza, la volta è alta mt. 14, le linee architettoniche sono di stile neo-classico. E’ ben illuminata da 6 grandi finestroni laterali e un altro al centro della facciata.  Le sue pareti sono affrescate con sei grandi quadri raffiguranti scene bibliche del pittore Federico Aprea. Molto interessante il vasto sviluppo laterale degli stalli del doppio coro ligneo opera di ebanisti napoletani del tardo barocco cui spicca cui spicca il banco del governo.

A metà della navata sul lato destro è posto il pulpito che è un piccolo trionfo candido di stucchi e il baldacchino che termina con fiocchi e nappine opera del sacerdote Luigi Fiengo. Ai lati dell’Altare Maggiore si trovano due buone tele raffiguranti S.Pietro e S.Paolo.

Sul lato destro dell’altare maggiore sorge l’altarino dedicato aS.Odilone, Patrono dell’opera del Suffragio. L’autore del quadro è il pittore resinese Salvatore Cozzolino che figura tra i personaggi dipinti. A fianco all’altarino di S.Odilone vi è un piccolo monumento a ricordo dei soldati resinesi caduti nella guerra del 1915-18. Inoltre due edicolette-cornici contengono le immagini di Gesù Risorto e della Madonna del Rosario. Sulla porta di ingresso vi è un’ampia cantoria in muratura con magnifico parapetto di legno. Su questa cantoria è posizionato un antico organo positivo del settecento di scuola napoletana. Il prospetto di facciata è diviso da quattro pilastrini con capitelli e basi dorate e fiori rossi con foglioline sul fondo verde.

L’altare maggiore

L’Altare Maggiore è di marmo pregiato ed è fiancheggiato da due porte di marmo bianco sulle cui aperture sono posti due piccoli quadri: il Sacro Cuore di Gesù (a destra) e il Cuore Immacolato di Maria (a sinistra). Sul fondo dell’abside sorge l’artistico tempietto di stucoo con due colonne di marmo donate dal Re di Napoli, Ferdinando II. Nel tempietto è racchiusa la tela, opera di scuola napoletana del Settecento di cui si ignora l’autore che si trovava nell’antico oratorio; raffigura la Vergine Santa che regge una palma nella mano destra e il Bambino Gesù nella mano sinistra, la testa coronata da dodici stelle e i piedi che poggiano su una mezza luna. Sul capo della Vergine, appare l’Eterno Padre con le braccia aperte, tra essi si scorge un una piccola colomba bianca figura dello Spirito Santo. Il Bambino Gesù regge un piccolo globo terrestre di color verde e ha sul capo una stella.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Un ricordo dei riti e miti nei vicoli del centro storico di Ercolano
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Il centro storico di Resina prima ed Ercolano si concentrava essenzialmente nell’antica via Trentola, via dogana, Piazza fontana, vico mare ed i vari vicoli nelle traverse di corso Resina.

Si può affermare che non esiste Ercolanese le cui origini o non abbia almeno un discendente familiare che abbia abitato in questi luoghi.

Così descriveva lo scrittore Mario carotenuto, nel suo libro Da Resina ad Ercolano. Storia di una città (scritto nei primi anni ottanta) quei miti e quei riti che erano  l’essenza di quella umanità vissuta in quella realtà sociale :

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.

L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola nell’aureo secolo del Romanticismo.

I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di ‘a Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘o zelluso, Armando ‘o scartellato, Nicola ‘o surdo) o morali (Antonio ‘o buffone), dal mestiere (Pasquale ‘o scupatore, Enrico ‘o furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘o mericano, Bettina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva conoscere il cognome bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.

Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lecca lecca. Si aveva bisogno del falegname?

Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice (Ca capèra), il falegname (Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico (Co stagnino), lo stuccatore, il marmista (Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo (Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo (Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo (Co verdummaro) e perfino il becchino (Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case.

Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina  si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione.

Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità e della solidarietà. Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe di parvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.

E’ come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

Per molti non ci sono dubbi: al senso comunitario e alla solidarietà di un tempo è subentrato lo spirito maligno del «mors tua vita mea» o, per dirla alla napoletana, « chi more more echi campa campa ».

Queste amare riflessioni ci portano a delle considerazioni assai severe su questo tempo di belve e ad una nostalgia ancora più struggente del tempo che fu. Dove sono più la spensieratezza, la gioia di vivere, la poesia di una volta? Anche in mezzo alle più gravi vicissitudini rimaneva nei cuori la speranza di un domani migliore, come testimoniano le parole di una famosa canzone: « chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurddammece d’ ‘o passato ». E rimaneva soprattutto il senso di solidarietà verso tutti, e in particolar modo l’amore per i bambini.

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Gustavo Adolfo VI di Svezia il re archeologo innamorato degli scavi di Ercolano
novembre 14, 2015
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Prendiamo spunto dall’intervista che lo scrittore Mario Carotenuto fece al Dottor Alfonso Negro presso il suo studio nei primi anni 80 e da grande appassionato e studioso quale era il Dottor Negro raccontò delle due grandi personalità che portarono gli scavi di Ercolano ad avere un successo mondiale a partire dal secondo dopoguerra.

Alfonso Negro racconta nell’intervista: “Uno dei piu’ grandi amici di Ercolano fu questo sovrano svedese, il cui amore per la cultura e la passione per le bellezze naturali ed artistiche dell’Italia erano universalmente noti. Ogni anno egli veniva nel nostro Paese, con la moglie e qualche nipote, a dirigere scavi archeologici. Non erano velleità da dilettante. La sua eccezionale competenza negli studi delle civiltà sepolte era riconosciuta dagli stessi professori Universitari di tale difficilissimo campo. Così come la sua collezione d’arte cinese era tra le piu’ interessanti al mondo. La storia dell’arte era la preferita da questo sovrano, che, oltre ai libri (soltanto la biblioteca personale ne aveva centomila), amava i viaggi di istruzione, la vita all’aria aperta, la floricoltura. Quando seppe che ero anch’io stato uno sportivo, per giunta vincitore di un torneo calcistico alle Olimpiadi di Berlino, mostrò un vivo interesse per la mia persona, invitandomi a fornirgli molti dettagli su quella mia esperienza: le persone che avevo conosciuto, gli atleti che avevo incontrato, e via di questo passo. Un uomo davvero eccezionale…”

Ma scopriamo un pò di piu’ chi era questo sovrano svedese e come mai tanto amore per l’arte classica.

Gustavo Adolfo era il figlio primogenito del re Gustavo V di Svezia (1858-1950) e della regina Vittoria (1862-1930), nata principessa di Baden. I suoi nonni paterni erano il re Oscar II di Svezia e Norvegia (1829-1907) e la regina Sofia di Nassau (1836-1913); quelli materni il granduca Federico I di Baden (1826-1907) e la granduchessa Luisa di Prussia (1838-1923).

Gustavo Adolfo nacque sabato 11 novembre 1882, alle 16.25, alla presenza del conte Arvid Posse, primo ministro, e del barone Hochshild, ministro degli esteri, con le loro rispettive mogli. Poco dopo, la sua nascita venne annunciata al popolo con 42 colpi d’artiglieria.

Il battesimo del principe si tenne al Palazzo Reale di Stoccolma il 25 novembre di quello stesso anno ad opera di Anton Niklas Sundberg, arcivescovo di Uppsala, con acqua che in teoria avrebbe dovuto essere originaria del fiume Giordano, ma che in realtà, per motivi di praticità, era stata presa dal pozzo locale del castello.

Presenti alla cerimonia furono anche Claes Herman Rundgren, vescovo di Karlstad, e Frithiof Grafström. Per la presentazione ufficiale del piccolo alla corte venne usata una culla che già aveva accolto Carlo XII di Svezia ancora infante. Gustavo Adolfo trascorse gran parte della sua infanzia tra il castello di Tullgarn ed il castello di Mainau, presso i genitori della madre. La regina Sofia, sua nonna, spesso lo invitava al palazzo di Ulriksdal.

Il principe godette di un’ottima istruzione privata e si guadagnò il diploma di maturità nel 1900, iscrivendosi nella primavera dell’anno successivo all’Università di Uppsala, ove ebbe l’occasione di avere per docenti lo storico Harald Hjärne, il politologo Simon Boezio, l’economista David Dodsworth e l’archeologo Oscar Almgren, che largamente influenzò la sua passione per l’archeologia e lo coinvolse nel ritrovamento di alcuni reperti dell’età del bronzo presso gli scavi di Håga Kurgan, ora conservati presso il museo storico di stato.

 Nel contempo, Gustavo Adolfo ricevette un addestramento militare ed ottenne la qualifica di ufficiale nel 1902. Entrato nell’accademia, nel 1909 ne uscì col grado di Capitano per poi giungere nel 1913 a quello di Maggiore, Tenente Colonnello nel 1916 e Colonnello nel 1918, sino a passare al grado di Tenente Generale nel 1928. Gustavo Adolfo parlava fluentemente, oltre alla lingua madre, anche l’inglese, il francese e il tedesco. Leggeva bene anche l’italiano ed il latino, ma non era abile nel parlarli. Il 10 maggio 1906 venne eletto membro onorario dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia.

Il 29 ottobre 1950 Gustavo divenne re all’età di 68 anni, alla morte di suo padre Gustavo V. A quel tempo egli era il più vecchio tra i principi ereditari del mondo. Il suo motto personale era Plikten framför allt, “Il dovere innanzitutto”. Durante il regno di Gustavo VI Adolfo, stavano avviandosi i lavori per rimpiazzare la costituzione svedese del 1809 con un nuovo documento più al passo coi tempi. Tra le riforme che la nuova costituzione implicò vi fu la rimozione della frase “Il re da solo governi il reame” che rimandava a tesi assolutiste.

Le qualità personali di Gustavo VI Adolfo lo resero popolare tra il popolo svedese e questo fu uno dei motivi per cui in epoche di cambiamento la monarchia in Svezia mantenne salde le redini al governo. L’attenzione e l’esperienza accumulata dal re in campo architettonico e botanico lo resero rispettato ancor più in quanto, seguendo la propria inclinazione naturale, si presentò al pubblico informale e naturale evitando gli sfarzi e il lusso del suo ruolo. Gustavo VI Adolfo fu un archeologo di formazione, nonché appassionato di studi classici.

Il re morì nel 1973, dieci settimane prima del suo 91º compleanno, all’Ospedale di Helsingborg dopo una polmonite. Egli venne succeduto al trono dal ventisettenne nipote Carlo XVI Gustavo, figlio del principe Gustavo Adolfo, duca di Västerbotten. Rompendo la secolare tradizione, egli non venne sepolto nella Riddarholmskyrkan di Stoccolma ma nella Kungliga begravningsplatsen di Haga a fianco delle due mogli premortegli.

Interessi personali

Il principe ereditario Gustavo Adolfo incontra alcuni calciatori inglesi (c. 1910-1915).La reputazione del re per i suoi molteplici interessi personali era conosciuta a livello nazionale e internazionale. Gustavo VI Adolfo era appassionato di archeologia e venne ammesso come membro della British Academy per la sua opera di botanica nel 1958. Gustavo VI Adolfo prese parte a spedizioni archeologiche in Cina, Grecia, Korea e Italia e fondò l’Istituto svedese di studi classici a Roma.

Gustavo VI Adolfo possedeva un’enorme biblioteca privata consistente in 80.000 volumi e, cosa più impressionante, egli ne aveva letta una buona parte. Egli aveva interessi specifici nella letteratura dell’arte cinese e della storia orientale. Altra sua area di grande interesse era la botanica che egli coltivava anche come hobby nel giardinaggio, al punto da venire considerato un vero esperto nel campo dei Rododendri.

A Sofiero (residenza estiva reale) egli creò una delle migliori collezioni al mondo di rododendri. Come suo figlio, il principe Bertil, Gustavo VI Adolfo fu un appassionato di sport per tutta la sua vita e giocava regolarmente a tennis, golf e praticava la pesca sportiva per scopi benefici.

Fonti:

Mario Carotenuto – ALFONSO NEGRO campione nello sport e nella vita – Editore Effegi

https://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_VI_Adolfo_di_Svezia

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

galleria fotografica inaugurazione monumento piazza trieste 7 novembre 1965
novembre 3, 2015
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Abbiamo già scritto della cerimonia di inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre in Piazza Trieste col seguente articolo:

https://www.bloginresina.it/inaugurazione-momunento-ai-caduti-piazza-trieste-7-novembre-1965/

Adesso in occasione del cinquantenario dall’inauguazione e graziealla collaborazione con l’ing. Salvatore Losa che ci ha fornito già in un’ottima qualità digitale, le imamgini erano su diapositive, la collezione fotografica familiare dell’evento di allora da un punto di vista privilegiato ovvero dall’abitazione di Piazza Trieste.

Da notare che inizialmente erano posto anche delle lapidi laterali alla base del monumento.

Il medesimo ing. Losa ci ha ricordato che negli anni successivi il monumento ha subito diverse trasformazioni da com’era in origine. Ad esempio fu tolto il prato mettendo i basoli di pietra lavica, ed addirittura negl’anni caldi del terrorismo verso il 1975 il monumento fu oggetto di un attentato dinamitardo che danneggiò in lieve parte il velo della scultura che la rappresenta la vittoria.

Courtesy photo collezione privata ing. Salvatore Losa

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Vincenzo Colantonio ufficiale di marina ed eroe della seconda guerra mondiale
novembre 3, 2015
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In occasione dell’anniversario del 4 Novembre festa della forze armate pubblichiamo un’altra storia di un illustre figlio dell’allora Resina (odierna Ercolano), imbarcato sull’unità C.T. BOMBARDIERE, in qualità di ufficiale medico di Marina eroe e medaglia d’argento al valor militare.

Vincenzo Colantonio nato a Resina (NA) il 16/08/1914, ufficiale medico col grado di Sottotenente di Vascello,  Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria” imbarcato sul Cacciatorpediniere BOMBARDIERE.

Rct_BombardiereUna volta operativo il Bombardiere fu destinato alle missioni di scorta sulle rotte del Mediterraneo orientale e poi su quelle per la Tunisia, svolgendo un servizio piuttosto breve. Per tutto il periodo in cui l’unità fu operativa – dal luglio 1942 all’affondamento – ne fu comandante il capitano di fregata Giuseppe Moschini.

Il 18 novembre 1942 scortò a Biserta, insieme al gemello Legionario ed alla moderna torpediniera Groppo, i trasporti truppe Puccini e Viminale: il convoglio giunse indenne a destinazione nonostante attacchi da parte di sommergibili inglesi al largo di Capo San Vito.

Tornando in Italia l’unità scortò da Biserta a Napoli le grandi e moderne motonavi Monginevro e Sestriere insieme ai gemelli Legionario e Velite, ma alle 15.04 del 21 novembre, circa 18 miglia a sudovest di Ischia, il Velite fu centrato ed immobilizzato da un siluro: il Bombardiere prese a rimorchio la nave danneggiata, trainandola a Napoli.

Il 17 gennaio 1943 salpò da Biserta per scortare a Palermo, insieme al Legionario, la motonave Mario Roselli. Alle 17.30, poco dopo il tramonto, quando ormai la Sicilia era già in vista, fu avvistata la scia di un siluro, lanciato dal sommergibile britannico United: il Bombardiere cercò di virare a dritta per evitare l’arma, ma fu centrato all’altezza della plancia: l’esplosione distrusse la plancia, gettandone in mare una parte, e fece scoppiare le caldaie, spezzando in due la nave.

Il troncone di poppa affondò quasi subito, alle 17.25, in posizione 38°15′ N e 11°43′ E (24-26 miglia a nordovest di Marettimo), la prua s’inabissò qualche minuto dopo. Il comandante Moschini liberò il timoniere intrappolato nei rottami e lo gettò in acqua, prima di scomparire con la nave: alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’oro al valor militare. Il Legionario, senza fermarsi, si limitò a gettare ai superstiti del cacciatorpediniere gli zatterini di salvataggio che aveva a bordo.

Tra coloro che morirono prima dell’arrivo dei soccorsi vi fu il direttore di macchina, capitano del Genio Navale Eugenio Amatruda, che, ferito gravemente, era salito su di uno zatterino dopo essersi prodigato per il salvataggio dei suoi uomini (ricevette la medaglia d’argento al valor militare alla memoria).

Altre unità inviate in soccorso da Palermo trassero in salvo 49 uomini del Bombardiere, in buona parte feriti od in stato di ipotermia. Scomparvero in mare il comandante Moschini, 7 ufficiali, tra cui il nostro Vincenzo Colantonio ed altri 167 tra sottufficiali e marinai.

vincenzocolantonioRitornando al nostro concittadino la motivazione per la concessione della M.A.V.M. fu la seguente: “Giovane ufficiale medico imbarcato su cacciatorpediniere affondato per siluramento da parte di sommergibile nemico in agguato, durante scorta a convoglio proveniente dall’Africa settentrionale, rimaneva miracolosamente illeso dallo scoppio del siluro, e nei brevi istanti precedenti l’affondamento si prodigava per portare ai numerosi feriti i primi soccorsi oltre alla sua parola consolatrice.

Inabissatosi il cacciatorpediniere, rinunziava a prendere posto su zattera già sovraccarica di naufraghi per non toglierlo ad altri marinai. Allontanatosi, si perdeva nella notte e, nel fugace chiarore di un razzo luminoso, il suo corpo veniva visto galleggiare nei pressi della zattera stessa. Sublime esempio di sentimento del dovere e di spirito di sacrificio.” (Canale di Sicilia, 17 gennaio 1943).

Fonte. Archivio Storico Marina Militare Italiana

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Amici di Capracotta: Capitale italiana della cultura, organizzeremo comunque attività per valorizzare Palazzo Capracotta
ottobre 28, 2015
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«Complimenti a Mantova per la vittoria. Per quanto riguarda Ercolano, da parte nostra non cambia nulla: organizzeremo comunque attività per valorizzare Palazzo Capracotta e, al tempo stesso, promuovere la nostra amata cittadina fuori dai confini regionali». È il commento a caldo del presidente dell’Associazione “Amici di Capracotta”, Domenico Di Nucci, sull’assegnazione alla città virgiliana del titolo di capitale italiana della cultura per il prossimo anno. Il sodalizio culturale capracottese ha sostenuto la candidatura della città di Ercolano per la presenza, nel centro storico, di “Palazzo Capracotta”, un edificio seicentesco già residenza dei Duchi Capece Piscicelli feudatari dell’omonimo centro altomolisano.

La cerimonia di proclamazione si è svolta ieri pomeriggio presso il Salone del Consiglio Nazionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo in via del Collegio Romano a Roma. È stato il ministro Dario Franceschini in persona ad aprire la busta e annunciare il nome della città di Mantova. Il capoluogo lombardo ha prevalso su un agguerrito gruppo composto da altre nove concorrenti -Aquileia, Como, Ercolano, Parma, Pisa, Pistoia, Spoleto, Taranto e Terni- grazie a una proposta progettuale articolata su tre linee guida: recupero del patrimonio culturale e artistico della città; rigenerazione urbana legata alle imprese culturali che fanno economia ed enogastronomia.

«In realtà, la partita per Ercolano non è ancora chiusa- aggiunge Di Nucci-. A gennaio, il Ministero sceglierà la capitale italiana della cultura per il 2017 proprio dal gruppo delle restanti nove città in gara per il 2016. Quindi, Ercolano ha ancora tutte le carte in tavola per vincere il titolo. Al momento, aspettiamo con fiducia e serenità l’esito del prossimo verdetto della giuria ministeriale. Subito dopo, indipendentemente dal risultato, incontreremo il sindaco Ciro Bonajuto per definire qualche iniziativa in grado di fare luce sul passato di Palazzo Capracotta: importante edificio monumentale che accomuna culturalmente e storicamente le nostre due cittadine».

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Expo, quella di Napoli del 1900: quando l’Italia scoprì l’igiene per tutti
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Si inaugurò il 9 maggio nella Villa Comunale si tenne l’esposizione nazionale dedicata alla salute: fu inaugurata da Umberto I° e dalla Regina Margherita. Numerosi padiglioni anche di grandi dimensioni e degustazione di cibi e bevande.

A Napoli nel maggio del 1900 fu inaugurata l’Esposizione nazionale d’Igiene, una grande manifestazione – incentrata sul problema principale di Napoli negli ultimi cinquant’anni del XIX secolo – realizzata nell’allora Villa Reale, oggi Comunale, con la costruzione di sette padiglioni principali, anche di grandi dimensioni e di molti chioschi per offrire al pubblico una serie di informazioni su vari prodotti alimentari, con degustazioni di alimenti e bevande.

Allora il problema dell’igiene in Italia e in Europa, oggi quello dell’alimentazione nel mondo. L’iniziativa era stata promossa dal Comitato della Lega contro la tubercolosi che aveva organizzato il suo congresso al Teatro San Carlo di Napoli, il 25 aprile dello stesso anno.

Le acquisizioni scientifiche avevano fornito adeguate conoscenze del rapporto di causalità tra le condizioni abitative antigieniche e la tubercolosi, ma anche quello – insieme con il sistema di  approvvigionamento dell’acqua dai pozzi (qualcuno ricorda la leggenda del “munaciello” ?) – del rapporto con le ricorrenti epidemie di colera in tutto l’ottocento, contro le quali i provvedimenti adottati dai governi europei erano stati ed erano ancora pochi e inefficaci.

Le due epidemie di fine Ottocento avevano colpito in modo particolare Napoli, dove si era registrato un notevole aumento demografico che aveva aggravato le condizioni di vita dei cittadini, soprattutto nei quartieri Mercato, Pendino, Vicaria e Stella, dove le condizioni igieniche dei “bassi” erano molto precarie.

Il 15 gennaio 1885 era stata emanata la legge per il Risanamento della città di Napoli, che segnava una svolta nella politica governativa: essa, infatti, imponeva norme igienico- sanitarie pubbliche e private che gli allora “Municipi” dovevano osservare e far osservare a tutti i cittadini; destinava, poi, cospicui finanziamenti ad opere pubbliche essenziali: più adeguati sistemi di approvvigionamento dell’acqua potabile (con la chiusura dei pozzi) e di smaltimento nelle fogne, la demolizione di gran parte dei “quartieri bassi” costituiti da veri e propri tuguri, e l’edificazione di nuovi quartieri destinati a colmare il deficit abitativo che si sarebbe determinato.

Le realizzazioni più appariscenti della Società per il Risanamento furono un lungo corso, il  Rettifilo, poi intitolato a Umberto I e due piazze – dedicate a Giovanni Bovio e a Nicola Amore – frutto di quello “sventramento” che Matilde Serao, con il suo riferimento drammatico ed angosciato al “ventre di Napoli”, aveva preconizzato e in qualche modo sollecitato.

In questo clima, fu immaginata l’Esposizione nazionale d’Igiene per la quale, a gennaio del 1900, furono individuate “ventisei classi”, cioè ripartizioni metodologiche di realizzazione.

Su un quotidiano dell’11 gennaio 1900, si legge: “La risposta a chi chiede che cosa si può esporre è semplice e si compendia in una sola parola: tutto. L’igiene intesa come il cardine intorno a cui gravitano tutti gli interessi morali, economici, industriali e politici, non si restringe al campo prettamente scientifico, ma ha confini molto più vasti”.

Una recente, interessante pubblicazione dell’architetto Nunzia Iannone (“Architettura dei Congressi e delle Esposizioni a Napoli 1861-1934 nella stampa periodica e nella fotografia“) fornisce dettagliati e minuziosi elementi: il 9 maggio 1900, il re Umberto I e la regina Margherita inaugurarono la manifestazione, con straordinaria partecipazione di popolo, imponente schieramento di truppe, da piazza Plebiscito all’allora discesa del Gigante, e di navi da guerra nella rada di Santa Lucia.

Il sindaco Summonte pronunciò il discorso di apertura: “Napoli si presenta all’Esposizione come una città degna di studio per le migliorate condizioni sanitarie, anche per il suo programma igienico-edilizio, alla cui completa esplicazione non mancheranno l’energia del volere e il sacrificio dei mezzi più adatti per raggiungerli”. Ad esso seguì il presidente dell’Esposizione, senatore de Renzi: “La storia di questi ultimi anni, decorrenti dalla morìa dell’84 fin’oggi, dimostra che Napoli a torto è rappresentata dalla fantasia popolare sotto forma di vaghissima sirena addormentata al dolce sussurro delle onde tirrene. Della sirena conserva ancora la sovrumana antica bellezza, ma il sonno è scomparso sotto le incalzanti energie della città moderna”. Al di là dell’ovvia retorica, entrambi, dunque, esaltarono la volontà di ripresa del popolo napoletano e il grande interesse per le innovazioni nella prospettiva del nuovo secolo.

Gli ingressi alla Esposizione erano quattro: la Porta d’Onore, progettata da Giovan Battista Comencini, nei pressi del monumento a Vico e della Cassa Armonica, (16 colonne che sorreggevano una cupola alta 24 metri, sormontata da un faro dal quale veniva proiettato un fascio di luce che raggiungeva piazza Vittoria); l’Ingresso di gala che dava sull’attuale Rotonda Diaz, l’Ingresso occidentale sul lato opposto; l’Ingresso nord sulla Riviera di Chiaia, a Santa Maria in Portico.

Furono realizzati 54 tra padiglioni e chioschi, poi demoliti – a eccezione di quello, preesistente, degli “Asili infantili di Napoli”, nel quale oggi è sistemato il busto di Virgilio, e di quello del Municipio di Napoli poi diventato, nel 1905, sede del Lawn-Tennis Club (l’attuale Circolo del Tennis ricostruito nel 1949 su progetto di Luigi Cosenza).

Quaranta i chioschi di imprese italiane e straniere per la degustazione di prodotti alimentari, bevande e acque minerali (Ferro China Bisleri, Birreria Bavaria, Acque minerali Monticchio, Claudia e Fiuggi, pastiglie Panerai, liquori Alberti & Peluso, e inoltre S. Gobain, G. Goudsstikker & Fils, Ville de Lyon, Splendid Salon) tutte pubblicizzate con belle cartoline-ricordo pubblicitarie in stile liberty, che ebbero grande diffusione.

L’Auditorium era la struttura principale, ospitò la cerimonia dell’inaugurazione, con l’arcata centrale alta 32 metri, la sala principale di circa 800 metriquadri, capienza di 2500 persone, con un palcoscenico utilizzabile per conferenze, concerti e spettacoli. Manufatti e prodotti esposti erano

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dell’industria locale, nazionale e straniera, soprattutto tedesca e francese: si passava da prodotti chimici e farmaceutici a macchine per la manifattura delle sigarette; nel padiglione degli strumenti ospedalieri c’erano letti da campo della Croce Rossa. Singolari, ma quanto mai attuali – viste le polemiche sui ritardi nel completamento dei lavori dell’Expo di Milano – una vignetta satirica pubblicata dal giornale “Monsignor Perrelli” del 15 marzo 1900 sull’andamento dei lavori, e la notizia apparsa nel quotidiano “Il Pungolo Parlamentare” proprio nel giorno dell’inaugurazione: “L’Esposizione
non è completa né perfetta, sia per colpa di alcuni, sia perché niente ancora è completo e perfetto in questa nuova vita del Mezzogiorno: ma è la prova delle nostre potenzialità e del bisogno che abbiamo di affermarle”.

L’assassinio di Umberto I° a Monza il 29 luglio 1900, per mano dell’anarchico Bresci, mise improvvisamente fine alla manifestazione, che forse avrebbe avuto ben altro respiro, anche nel ricordo dei napoletani.

Le cartoline emesse per l’expo del 1900

fonte : napoli.repubblica.it/cronaca/2015/10/26/news/quando_napoli_ebbe_expo_1900_cosi_l_italia_scopri_l_igiene_per_tutti-125946110/

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Associazione Amici di Capracotta: A Ercolano c’è palazzo Capracotta. L’idea è quella di riqualificarlo
ottobre 20, 2015
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Condividiamo sul nostro sito l’articolo della giornalista Adelina Zarlenga, pubblicato domenica 20 ottobre 2015 sul quotidiano molisano Primo Piano Molise, sul sostegno dell’Associazione “Amici di Capracotta” alla città di Ercolano nella corsa al titolo di “Capitale italiana della Cultura” per l’anno 2016. Ringraziamo l’autrice del testo per l’attenzione rivolta verso la nostra Associazione.

Capracotta. Ad Ercolano, nella zona centrale della città antica, c’è un edificio storico chiamato “Palazzo Capracotta”, che, adesso, con l’impegno di tanti, potrebbe essere riqualificato. La città di Ercolano con altre nove città italiane concorre per diventare la capitale della cultura italiana del 2016, un’iniziativa nata prendendo spunto dalla capitale europea per la cultura che il prossimo anno sarà Matera. Entro il 30 ottobre, tra le dieci città candidate, dopo una prima selezione – Aquileia, Como, Pisa, Pistoia, Mantova, Taranto, Terni, Spoleto, Parma ed Ercolano – ne sarà scelta una che riceverà investimenti consistenti per lo sviluppo del suo patrimonio culturale.

L’associazione “Amici di Capracotta” sostiene la candidatura di Ercolano anche per il 2017, ritenendo che nel caso in cui la città risultasse la vincitrice il Palazzo Capracotta potrebbe essere risistemato ai fini della promozione non solo della città campana, sede di una delle più preziose aree archeologiche d’Italia, ma anche il paesino dell’Altissimo Molise. Il Palazzo Capracotta apparteneva ai duchi di Capracotta, residenza estiva della famiglia Capece Piscicelli, già feudatari del paese alto molisano, ed è una struttura seicentesca che fa parte delle 122 ville vesuviane abitate dai nobili tra il 1600 e il 1800 per le vacanze sul territorio che va da Napoli a Torre del Greco. Si tratta di 15 chilometri di percorso, nel quale rientrano anche le 22 ville e palazzi di Ercolano.

“Il Palazzo Capracotta – spiega Francesco Di Rienzo dell’associazione capracottese – ha una grande importanza storica. Il tratto di strada su cui è collocato era chiamato il ‘miglio d’oro’, proprio per l’importanza dei personaggi che qui dimoravano. Il palazzo si trova al centro della vecchia città, è di gusto barocco, a tre piani e a forma di libro aperto, essendo in una piazza”. Dopo esser stato una residenza nobiliare è diventato sede della curia, prigione e poi sede del municipio dall’epoca borbonica. In seguito, frazionato tra vari proprietari privati è stato abbandonato nel 1962 a causa di alcuni crolli. Ora è fatiscente, ma nel 2008 è stato oggetto di un progetto di recupero sotto il governo regionale di Bassolino e l’ex sindaco della città Nino Daniele. L’idea era di trasformarlo in un museo del vintage. Poi però il palazzo è rimasto inutilizzato e malmesso. Adesso, con la candidatura di Ercolano a capitale della cultura italiana, iniziativa che ha visto una sinergia da parte del Comune, il Museo archeologico virtuale (Mav), la Fondazione ville vesuviane e l’Herculaneum conservation project, la fondazione filantropica di Packard, potrebbe tornare a nuova vita e a giovarne potrebbe essere anche l’Alto Molise.

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Il feudo di capracotta la sua storia e il legame storico fra capracotta ed ercolano
ottobre 18, 2015
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L’avvocato napoletano Francesco Jodice D’Enza ha voluto donare al Comune di Capracotta la riproduzione di un antico documento relativo al “Feudo di Capracotta”, il cui originale è custodito nell’archivio di famiglia della nonna paterna dell’Avvocato D’Enza, Donna Ida Jodice D’Enza Capece Piscicelli dei Duchi di Capracotta. L’avvocato D’Enza ha un doppio legame con Capracotta. Infatti oltre al legame da parte della nonna paterna, ha voluto ricordare che Adele Cardarelli, sorella del Prof. Antonio Cardarelli, Senatore del Regno, suo avo materno, aveva sposato l’avvocato capracottese Luigi Campanelli.

L’antico documento, composto da 76 pagine manoscritte, contiene l’intero incartamento dell’acquisto del feudo di Capracotta nel 1673 da parte del patrizio napoletano Andrea Capece Piscicelli: dalla pubblicazione del bando di vendita fino alla cerimonia di consegna formale del feudo da parte del viceré  nelle sale del Palazzo Reale di Napoli. All’ultima pagina riporta la data del 23 agosto 1674. La riproduzione del prezioso documento resterà esposta e conservata nel Museo Comunale di Capracotta.
L’amministrazione comunale ringrazia l’Avvocato D’Enza per aver voluto arricchire la nostra comunità con il pregevole documento.

«Ho parlato qualche settimana fa con un congiunto dei Duchi D’Enza per acquisire il documento e consegnarlo al Comune- afferma Francesco Di Rienzo, segretario dell’Associazione Amici di Capracotta-. Sono davvero molto contento che l’avvocato D’Enza, invece, abbia provveduto direttamente a recapitarlo a Capracotta. Nonostante che i D’Enza siano soltanto imparentati con i Duchi di Capracotta (Piromallo Capece Piscicelli), sono molto legati affettivamente alla nostra cittadina. Un gesto che rende onore alla loro grande nobiltà d’animo».

Il progetto di recupero e restauro di palazzo capracotta di ercolano.

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le glorie del mediterraneo la crociera da new york a gerusalemme passando per resina
ottobre 7, 2015
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Durante i primi decenni del 20° secolo la Thomas  Cook & son, la celebre società di navigazione famosa per aver costruito la funicolare del vesuvio, organizzava delle crociere con partenza da New york per toccare tutti i nodi storici del mediterraneo come Napoli, Atene, Istanbul, Egitto e tutti i porti piu’ importanti del mediterraneo.

Come recita il manifesto lunga oltre 2200 miglia marine per scoprire il vecchio mondo e gli splendori dei monumenti romani, l’arte della grecia, le meraviglie dell’egitto. Una fonte di ispirazione per tutti quelli vogliano navigare lungo quelle coste incantate.

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La stessa società avendo gli uffici a via chiatamone abbinava alla crociera l’escursione sul vesuvio con partenza da Napoli via vesuviana e giunti a Resina con la ferrovia funicolare e poi giunti sul vesuvio con la funicolare fino al cratere.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento
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Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Leonardo Filotico il primo sindaco di resina dopo l’unità d’italia
settembre 27, 2015
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palazzofiloticomanduriaLa famiglia Filotico, di probabile origine greca, giunse in Casalnuovo (Manduria) agli inizi del 1500 dal borgo di Monacizzo presso Torricella, secondo quanto riportato nel Librone Magno delle Famiglie Manduriane, con il capostipite Giulio. Nel Librone è riportata inoltre, nel secolo successivo, un’altra famiglia omonima nel ceto popolare, generata da un Ottavio, non imparentata e tuttora esistente in Manduria.

La famiglia a fine ‘600 si divise in due rami, quello di Francesco (tuttora fiorente) e quello di Giovanni, estinto nella seconda metà del’900.Secondo la tradizione, i Filotico accumularono cospicue ricchezze con il commercio delle stoffe, inserendosi nel secolo XVIII nella borghesia intellettuale cittadina.

Oltre al palazzo Imperiali di Manduria, attuali dimore della famiglia sono il palazzo Primicerj, portato nell’800 in dote a Vincenzo Filotico dalla nobile Concetta Maggi-Primicerj (nipote ed erede del barone Claudio, morto senza discendenti maschi), il neoclassico palazzo Filotico ad Ercolano, eretto da Leonardo davanti all’ingresso degli scavi archeologici sul “Miglio d’Oro” delle ville vesuviane, il palazzo Monaco a Oria (secolo XVIII), la tenuta Montebelli in Maremma a Gavorrano (GR). La famiglia possedette (fino agli inizi del XX secolo) il castello diruto di Uggiano Montefusco (oggi distrutto), inoltre a Manduria il cinquecentesco palazzo Sala in via Cardinal Ferrara, le masserie Torre Bianca, Ripizzata, Serpente, Potenti, Eredità, Pozzi, la casina Schiavoni a Uggiano Montefusco. A Napoli, la famiglia visse nel palazzo de Simone, sul lungomare di Posillipo. Nel Quadrilatero degli Uomini illustri, al cimitero monumentale di Poggioreale, esiete ancora oggi la cappella Filotico-Pulli.

I Filotico si imparentarono con le illustri famiglie Pasanisi Gaetani, Schiavoni Carissimo, Pila (conti Palatini di Spoleto), Clavica, Martucci, Mongio’ dell’Elefante, Maggi, Primicerj (baroni di Paretalto), Marugj, Preite, Contento, Monaco, Maya, Sala, Pulli, Bianchetti, Dattilo, Foresio, Chimienti, Cioni, Squitieri, Claudi de Saint Mihiel.

Dalla seconda metà dell’800, secondo l’usanza dell’epoca nelle famiglie “di distinta civilta’” che vivevano more nobilium, la famiglia ebbe uno stemma gentilizio, senza corona, con elmo chiuso posto di lato, con la seguente blasonatura (fonte: Archivio Araldico Cimino di Palermo): “Alla biscia in palo al naturale, sormontata da tre gigli d’azzurro, 1 e 2, e la bordura di rosso”.

stemmafilotico

Motto” FORTUNAM SUAM QUISQUE PARAT

La biscia in araldica simboleggia il vero repubblicano, che per il bene della patria con la sua morte dona agli altri la vita, indica inoltre perspicacia, prudenza e vigilanza. Con ogni probabilita’, tale iconografia e’ riferita al martirio del canonico Filotico avvenuto a seguito dei moti repubblicani del ’48. Questo stemma venne usato soltanto da alcuni componenti della famiglia.

Il motto è senza dubbio legato all’interpretazione del nome greco Filotico –  “amico della fortuna”, “colui che propizia la buona sorte”.

Tra i personaggi di rilievo della famiglia si ricordano:

Leonardo (seconda metà XVIII sec.) doctor iutriusque iuris, fu  “regio giudice ai contratti” in Casalnuovo, ebbe il titolo di “Magnifico” che nel regno di Napoli era concesso a chi aveva un ufficio universitario o regio.

Vincenzo (1748-1834), fu pittore piuttosto rinomato, allievo di Matteo Bianchi, formatosi a Roma e Napoli, attività che affiancò a quella di proprietario terriero. Grazie ai rapporti nella capitale con gli Imperiali del ramo dei marchesi di Latiano, dopo la fine della feudalità svolse per essi l’incarico di agente generale e procuratore.Nello stesso periodo, corrispondente al decennio di occupazione Francese (1806-1815) Vincenzo fu componente del Decurionato cittadino. Sue tele si conservano in Manduria, Latiano, Aversa, presso la famiglia e in collezioni private. Acquistò il palazzo Imperiali nel 1827.

Raffaele (fine XVIII sec) giureconsulto, fu sindaco di Manduria nel 1804. Salvatore, nato nel 1811, canonico, fu coinvolto nei moti antiborbonici del 1848 a causa delle sue arringhe in cui aizzava il popolo manduriano contro il re, fu arrestato e deportato assieme a Nicola Schiavoni, Sigismondo Castromediano ed altri patrioti salentini. Mori’ nel 1953 nel carcere di Nisida.

Ma il piu’ importante e vicino alla nostra storia è senza dubbio Leonardo Filotico.

Leonardo (1800-1880 circa)  fervente antiborbonico di idee mazziniane, legato alla cerchia di Raffaele De Cesare. Fu architetto, ufficiale di marina, scienziato, console pontificio a Pozuuoli. Fu un uomo, come si direbbe oggi, d’azione e d’impegno politico rischiando anche la vita dovendo sposare idee risorgimentali per un’Italia unita.

Sposo’ la scrittrice e poetessa Virginia Pulli (Milano 1800-Portici 1860), figlia del celebre chimico Pietro, scienziato e direttore delle Reali Polveriere. L’opera più nota di Virginia è il romanzo “Carlo Guelfi” edito da Le Monnier nel 1857.

Nella loro casa, Leonardo e Virginia aprirono un salotto letterario-politico che divenne famoso, ospitando artisti e patrioti impegnati politicamente per l’unità d’Italia. La coppia trascorreva le estati nel palazzo di Manduria.

Nonostante avesse sempre vissuto a Portici, dove lì conobbe sua moglie Virginia Pulli (poetessa e scrittrice), subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1866 fu sindaco di Resina (Ercolano).

Proprio a lui si deve il famoso monumento della colonna d’italia in piazza colonna del plebiscito meglio conosciuta come ‘a piazza d”a colonna d’Italia, non si hanno documenti certi ma sembra che sia il primo monumento post-unitario su tutto il territorio nazionale.

Il suo diretto discendente fu :

Pietro (seconda metà XIX sec) fu avvocato, deputato alla Provincia di Napoli, candidato al Parlamento Nazionale nel 1879 nel collegio di Manduria, si distinse per il suo operato durante il colera di Napoli del 1884.

Successivamente verso la fine del XIX secolo fu costruito, probabilmente da Ettore Filotico (figlio di Pietro?), l’attuale palazzo all’inizio di corso resina subito dopo l’ingresso degli scavi andando in direzione Portici. Una curiosità, proprio in questo palazzo aveva studio al primo piano il grande medico e sportivo Alfonso negro.

Del ramo della famiglia filotico rimasta in puglia a manduria ricordiamo comunque altri illustri personaggi :

 

Leonardo (1870-1950)  ingegnere, visse tra Napoli e Manduria, fu autore di numerosi brevetti tra cui, nel 1910, quello per una macchina di sua invenzione per il taglio della pietra di tufo, depositato anche negli Stati Uniti d’America.

Cesare (fine sec. XIX-inizi XX) fu Avvocato Generale dello Stato, nominato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine di SS. Maurizio e Lazzaro dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

 Enrico (1896-1986) fu Generale di Artiglieria, e Gran Legato del Sovrano Militare Ordine di Malta.

 Pietro (1904-1990) fu Questore di P.S. a Roma, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 Carlo (sec. XX) colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia, fu Podestà di manduria nel 1932.

Umberto (1932-2005) fu pilota automobilistico, corse su Lancia Aurelia B20, successivamente su Ferrari 250 tdf Zagato con cui vinse la Coppa Fagioli nel 1960, partecipo’ a 2 gran premi in Formula 1 nel 1962 (GP del mediterraneo, GP di Napoli) su monoposto Cooper-Climax S4.

Fonte notizie e testi arch. Nino Filotico

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

L’università di Resina quando i comuni si chiamavano così
settembre 15, 2015
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Quando si costituì il Comune di Resina (probabilmente nella seconda metà del secolo decimosecondo), la Chiesa di S. Maria a Pugliano, che per il passato era stata alle dipendenze del Monastero Napoletano di S. Sebastiano, divenne la chiesa propria del Comune, chiamato allora Università, denominazione, sorta con i Normanni. L’Università di Resina, dunque, divenne la effettiva patrona della Chiesa di Pugliano con tutti i relativi diritti e doveri. In che modo fossero regolati in concreto i rapporti tra le autorità laiche del paese e i ministri del culto in quei primissimi tempi, non ci è dato sapere: mancano i documenti. Secondo Alagi, tuttavia, questi rapporti erano regolati da una tradizione orale comune a tutta la zona vesuviana e tale tradizione doveva avere i seguentI pnncIpI:

1) Tutti i beni della chiesa e lo stesso tempio sono proprietà della Università che ha il dovere di custodire, migliorare e amministrare tali beni. Una cimasa di stucco, sulla sommità di un arco della navata centrale del tempio di Pugliano, reca ancora la seguente scritta:

«DE IURE PATRONATUS UNIVERSITATIS RETHINAE»,

cioè: [Questa Chiesa è] di diritto proprietà del Comune di Resina.

2) I beni appartenenti alla chiesa devono essere utilizzati per due scopi ben precisi: l’assistenza ai bisognosi e il mantenimento del culto che l’Università si impegna a realizzare.

3) L’assistenza deve essere indirizzata soprattutto ai malati, a fornire la dote alle fanciulle povere, l’assistenza ai malati, l’aiuto ai bisognosi.

4) Per quanto riguarda il culto, occorre provvedere alla amministrazione dei Sacramenti mediante la nomina di uno o più cappellani, alla manutenzione della Chiesa, all’acquisto di suppellettili ecc.

Più tardi si dovette sentire la necessità di fissare in documenti scritti le norme da seguire in questa faccenda; anzi si creò un organismo speciale, detto Estaurita, che doveva occuparsi, a nome della Università, sia dell’« assistenza ai bisognosi che del decoroso svolgimento del culto». Sorsero, cosÌ, i regolamenti detti Capitoli delle varie Estaurite; in tali regolamenti venivano indicati i diritti e i doveri degli Estauritari ossia di quegli uomini ai quali l’Università affidava l’incombenza di curare l’assistenza e il culto mediante la saggia amministrazione dei beni della chiesa e che costituivano, quindi, la Estaurita.

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La parola Estaurita non deriva dal greco stauros, come molti sostengono, ma dal latino instaurare, nel senso agrario che aveva nel Medioevo di dotare un campo del bestiame e di tutti i rustici attrezzi necessari per la sua coltura; perché il fornire tali chiese di suppellettili, di sacri ministri, e mantenerle, toccava ai laici. Dal 1375 fino ai nostri giorni questo organismo, sia pure con diversa denominazione (Estaurita, Amministrazione della chiesa di S. Maria a Pugliano presso la Congrega di Carità, E.C.A.) ha curato le entrate e le uscite del bilancio della chiesa e ha provveduto al mantenimento degli oneri di messe e di tutte le spese del culto.
Per quanto riguarda l’Estaurita è interessante ricordare che questo termine medioevale è menzionato, forse per l’ultima volta, sull’architrave di un armadio che si conserva nella Sagrestia della chiesa di S. Maria a Pugliano: EXTAURITARI A. MCMXV

Anche Resina, dunque, ebbe la sua Estaurita; e per questa Estaurita furono anche compilati i « Capitoli» tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo seguente.
D na copia di tali Capitoli che sarebbero stati redatti dal notaio Gennaro Gaudino nel 1375, al tempo di Giovanna I (1343-1381), fu eseguita dal notaio Ruggiero Pappansogna e presentata, nel 1423, all’Arcivescovo di Napoli Nicola de Diano per l’approvazione che il presule concesse.
Al documento del notaio Gaudino fa riferimento un’antica lapide, che si trova murata sotto il gran porticato della chiesa di Pugliano (per la sçritta della lapide cfr. il cap. Le indulgenze dei Romani Pontefici).

Vno dei Capitoli più importanti del regolamento dell’Estaurita .è quello che si riferisce ai diritti della pesca effettuata a partire da Capo S. Margherita perché ricorda i diritti concessi dall’Estaurita al Santuario di Pugliano. L’Università di Resina riconobbe al nostro maggior tempio il diritto chiamato ponderum et mensurarum (dei pesi e delle misure) la prestazione sopra li traini di cui fino a qualche decennio fa rimaneva ancora una traccia nelle prestazioni che tutti i giorni si raccoglievano dai carretti nella piazza di Pugliano e nelle vie dell’abitato.

La stessa Università fece alla chiesa di Pugliano una larga donazione di tutti i territori demaniali (e in parte non censiti) da essa posseduta in una fascia compresa tra il Vesuvio e il mare per l’estensione di cinque miglia. Questi territori vennero, in seguito, censiti dall’Amministrazione con regolari contratti di enfiteusi perpetua imponendo il pagamento di canoni annuali che ancor oggi formano gran parte del territorio della chiesa.

In virtù di questi privilegi, l’Estaurita dispose che anche tutti quelli che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino allargo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Questo privilegio veniva detto della branca e il re di Napoli Carlo I lo confermò col suggello d’oro. Ma dove si trovava il promontorio dedicato a
S. Margherita? Ancora una volta è l’Alagi che cerca di dare una risposta a questo quesito: dagli Atti della Santa Visita a Resina (quella del Card. Alfonso Gesualdo nel 1599, del Card. Ottavio Acquaviva nel 1611, del Card. Decio Carafa nel 1619, del Card. Buoncompagno nel 1629 e del Card. Spinelli nel 1743), egli ha potuto stabilire « che nel 1423 c’era, lungo la costa di Resina, un Capo di S. Margherita, che prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del cinquecento, e scomparve del tutto all’inizio del seicento».

Ancora oggi esiste una piccola edicola dedicata a S. Margherita in piazza Granatello a Portici, all’altezza del numero civico 5, cioè in quella zona compresa in quel mezzo miglio di cui parla il Regolamento dell’Estaurita nel 1375.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Archeologia e ambizioni borboniche il saggio sul tour degli scavi di ercolano in tutta europa
settembre 11, 2015
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Siamo stati contattati dal sig. Aniello Di Iorio studioso ed appassionato di archeologia e degli scavi di ercolano che diversi anni fa ha scritto un bellissimo saggio sul primo tour in tutta europa dei primi ritrovamenti per volontà di carlo di Borbone. Un documento eccezionale frutto di un lavoro di ricerca in archivi stranieri spagnoli ed inglesi racchiusi in questo bellissimo saggio. Ne pubblichiamo uno stralcio.

 

ARCHEOLOGIA E AMBIZIONI BORBONICHE

Dal 1757 il primo tomo delle Antichità di Ercolano esposte prese le vie le vie dell’Europa, mostrando, finalmente, i tesori ritrovati alle falde del Vesuvio. Altri volumi l’avrebbero seguito fino al 1792, soddisfacendo quella Repubblica delle Lettere che tanto aveva atteso per conoscere gli straordinari monumenti sepolti dalla catastrofica eruzione del 79 d.C.2

tomoprimoL’attesa era dovuta, oltre che ai tempi di lavorazione necessariamente lunghi, soprattutto alla determinazione regia di riservarsi l’esclusiva per la riproduzione dei materiali venuti alla luce: l’immagine che poteva derivarne a Carlo di Borbone era di sostegno alla costruzione di un’identità per quel Regno nato, in ultima analisi, dagli equilibri internazionali nel 1734. La pubblicazione dei ritrovamenti ercolanesi era il naturale sviluppo di un’impresa iniziata alcuni anni prima, che aveva catturato in modo inusitato l’attenzione degli antiquari del tempo fin dalla ripresa carolina del 1738, quando gli scavi, patrimonio personale della monarchia, costituivano solo un corollario della reggia di Portici, edificando la quale gli ingegneri militari si imbatterono nel sito, peraltro già in parte esplorato ed utilizzato anni prima, come è noto, dal principe d’EIboeuf.

Peculiarità di Ercolano, risvegliata dal sonno in cui era stata confinata in un istante preciso, era la scoperta non solo di strade, edifici pubblici e privati con ricche decorazioni ed iscrizioni, ma anche, ed in abbondanza, di oggetti attinenti alla quotidianità: utensili domestici, attrezzi di mestiere, vasi ed altro tornavano a nuova vita prelevati sotto gli ottantasei palmi di materiale vulcanico da cui il territorio era ricoperto. Nuove radiose prospettive si aprivano, abbastanza chiaramente avvertite da quanti lavoravano per la corte ancora negli anni cinquanta del secolo al progetto ercolanese: mentre «il Re Cristianissimo [Filippo V] colla forza delle armi va conquistando nuove città […] V.M. estende sotto terra le proprie conquiste […]. La conquista [sotterranea, ndr] accresce, se non la potenza, almeno la gloria di quella Regale Famiglia»3.

Meta immancabile del Grand Tour, «Ercolano si rese l’oggetto della comune curiosità, l’argomento del discorso di ogni genere di persone. Ercolano ancora al presente adesca chiunque à del gusto, e fa popolo in ogni benché lontano paese, che sia da gente colta abitato […]. Dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Spagna, dall’alta e dalla bassa Alemagna, dall’Ungheria, dalla Polonia, da’ Paesi settentrionali, e da tutta l’Italia sono concorse in frotte le genti per chiarirsi di sì meravigliosa discoperta, e molti pieni di nuovi lumi, tutti di stupore se ne sono partiti […]»4.

Gli scavi produssero un viavai continuo: «[…] Da tutta l’Europa non barbara, ove è giunta la fama di sì meravigliosa disco­perta, senza perdonarla agli incomodi, che seco indispensabilmente porta un lungo disastroso viaggio, vengono del continuo in frotta le genti per chiarire cogli occhi propri, non solamente del vero sito, e delle Reali indubitate ruine di Ercolano, che di quanto da esse dissotterrato compone il vostro rinomato Museo, tanto più stu-pendo, quanto che nella massima parte sua formato di Monumenti, che si cavarono da una città sola per molti secoli stata sotto terra sepolta»5. I viaggiatori «[…] colla mente piena zeppa di meraviglie se ne ritornano»6 a diffondere le conoscenze nuove, ma con ovvie difficoltà. Infatti era arduo accedere alla visione dei reperti: quanti ne ebbero possibilità erano sorvegliati a vista allo scopo d’impedire che se ne facessero i disegni7; alcune incisioni videro la luce, prima dei tomi napoletani, riproducendo le opere ammirate, ma ritratte a memoria e con immancabili errori8.

La vicenda ercolanese avrebbe accompagnato il radicamento dei Borbone sul territorio: dall’iniziale depredazione di quei tesori, si passò a pubblicarne le bellezze, esplicando una funzione didattica universalmente riconosciuta.

Quelle scoperte, proprio per la loro varietà e vastità, posero problemi assolutamente nuovi in relazione a prelievo, restauro ed esposizione museale, dando avvio all’archeologia moderna. La rappresentazione grafica ed i relativi commenti costituivano l’ultima fase dei lungo percorso, sublimazione dei lavoro di molti ingegni, frutto di investimenti di migliaia di ducati9: fu necessario organizzare la Stamperia Reale10 per la riproduzione delle incisioni curate dalla Scuola d’Incisione di Portici appositamente costituita e fondare, nel dicembre 1755, l’Accademia Ercolanese per illustrare i reperti11.

logoAnimava quelle istituzioni, in un primo momento, l’intento di rendere gloria al casato e, successivamente, anche quello di preparare. con il rafforzamento dell’immagine, il gradimento internazionale di Carlo alla successione sul trono di Spagna. Col tempo le rilevantissime somme investite contribuirono non solo a creare nuovi settori di lavoro, fonti di reddito per un consistente numero di famiglie, ma anche a fondare nuove branche dell’archeologia: una fra tutte fu lo studio dei papiri ritrovati nella villa dei Pisoni.

Lo svolgimento degli eventi, sommariamente riferito, non fu lineare: l’impresa era nuova e numerosi furono gli errori compiuti. fra cui spiccò l’inadeguatezza di Bayardi a commentare i tesori ritrovati12; sconosciuta è la vicenda che segue.

Alla pubblicazione dei ritrovamenti la Casa reale s’interessò già nei primi anni quaranta: lo testimonia il fatto che, nel maggio 1746, «El Rey ha resuelto, que por la Thesoreria General se Paguen luego a don Bernardo Buono, diez ducados, que hà suplido en ligar y enquadernar ricamente dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de las Antiguedades de Resina […]»13.

La somma conferita a Bernardo Buono14 non appaia tenue: dieci ducati erano tantissimi per due soli volumi, ma la spesa era necessaria, ultima e doverosa, per la presentazione al sovrano della riproduzione a stampa dei ritrovamenti ercolanesi, già tanto attesi in

quel 1746. Il pagamento aveva un significato che andava oltre il semplice valore venale, anzi appare particolarmente importante, in quanto ordinato di persona dal primo Segretario di Stato Giuseppe Gioacchino di Montealegre, marchese di Salas, in nome del re; l’ordine andava, tramite la Segreteria d’Azienda, alla Tesoreria Ge­nerale, massimo organo dell’amministrazione delle finanze del Regno. L’attivazione di alcune fra le più alte cariche dello Stato era possibile solo avendo presente che il destinatario dei «due libri ligati in alacca fina indorati, che appartengono alle antichità di Resina»15 era proprio il re.

Il rimborso a Bernardo Buono fa conoscere, indirettamente, anche il contenuto dei due volumi: si trattava una raccolta di incisioni {estampas) di formato grande aventi ad oggetto i ritrovamenti di Resina, corne si diceva ancora nel 1746, almeno due anni prima che si cominciasse a scavare anche nella località «della Torre dell’Annunciata in un luogo detto Civita, dove a un di presso può credersi che fosse situata l’antica Pompei»16.

La raccolta costituiva il primo prodotto finale della vicenda archeologica ercolanese, perfettamente in linea con la crescita di prestigio della monarchia dopo gli eventi di Velletri dell’agosto 1744: seppellite definitivamente le ambizioni austriache sul regno delle Due Sicilie, con la stampa dei ritrovamenti si poneva, scientemente, una similitudine con le grandezze dell’antichità, nell’intento di rafforzare il prestigio della mo­narchia. L’impresa, avviata da Montealegre, fu condotta a termine nel 1746, un anno dopo la sua esclusione dal governo, con l’avvento di Giovanni Fogliani.

Il fervore della prima metà degli anni quaranta intorno aile scoperte di Resina ha testimoni coevi: Bernardo De Dominici scriveva nel 1742 che «[…] per ora sta il Gaultier impegnato al servizio del nostro clementissimo Re Carlo di Borbone nell’incidere le preziose antichità, e belle statue sotterrate nella Real Villa di Portici»17.

Ma ancora prima Antonio Francesco Gori aveva riferito che «[…] i molti scavamenti fatti nella real Villa di Portici e i monumenti insigni ritrovati […] hanno fatto risolvere Sua Maestà il Re delle Due Sicilie a far disegnar tutto con somma diligenza, per darsi poi alla luce colle stampe […]»18   .

In effetti la pubblicazione, già alla meta degli anni quaranta, era il migliore veicolo di propaganda di un museo che «[…] fra cinque in sei anni tale che qualsivoglia monarca in più secoli non potrà averlo simile […] Il nostro re si dimostra adesso geloso all’estremo di tutto, e già tutto si conserva e si son fabbricate più stanze sotto le logge reali del gran Palazzo di Napoli per situare (ma non sappiamo quando) il tutto con ordine, e con l’assistenza forse di Persone dotte dell’Antichità […]»19.

……..

Durante l’indagine amministrativa condotta nel 1753, e ciò oggi maggiormente interessa, non fu mai messa in dubbio l’esistenza del lavoro d’incisione.

Dall’officina di Francesco Ricciardi, dunque, un prodotto certamente uscì, perfettamente in linea con le aspettative reali. Produrre i «due libri ligati» fu una scelta consapevole e determinata, alla quale si era dato seguito coinvolgendo l’apparato politico-amministrativo. Centro e motore dell’iniziativa era la prima Segreteria di Stato, cui, peraltro, giungevano, insieme a tutte le richieste dell’Intendente del sito reale di Portici, le relazioni su quanto si reperiva negli scavamenti, alla cui riproduzione erano finalizzate le incisioni.

Dalla Segreteria di Stato, che gestiva l’impegno economico per tutti i real servizi, partivano le disposizioni; in particolare, per questo settore amministrativo, essa impartiva gli ordini alla Segreteria d’Azienda, con a capo Giovanni Brancaccio, alla Tesoreria Generale, guidata da Giovanni Echevarria, ed all’Intendenza di Portici retta da Bernardo Voschi29. Dagli alti livelli burocratici dipendeva un apparato, costituito da ingegneri-periti della Camera della Sommaria, ufficiali pagatori, segretari, corrieri, scrivani, aiutanti, eccetera; tutte le operazioni di spesa, ad ulteriore garanzia, erano soggette alla revisione della Giunta dei Conti della Casa reale30. Non è pensabile che l’intero apparato abbia preso un abbaglio nella vicenda sollevata da Cepparuli.

L’attività d’incisione, peraltro, sarebbe continuata ancora nel 1746, anno del rimborso dei dieci ducati a Bernardo Buono, testi-moniata da Sesone che chiedeva di essere pagato per l’incisione di una « figura del Pottino tirato sopra carro da due leoni intagliato à bolino», e di altre due «figure di una donna per ciascheduna figura intagliati ad acqua forte, e ritoccate a bolino»32. Il Gaultier, poi, per «quattro rami» di «varias figuras de las Antiguedades de las Grutas a Resina» avrebbe avuto poco più di sei ducati per il prezzo del rame, poiché il suo «trabajo se lo ha satisfecho separadamente»33. Ancora l’anno successivo Ferdinando Sanfelice «Avendo riconosciuto li quattro rami intagliati à bolino da Francesco Sesone dell’antichità trovate nella Real villa di Portici, in uno una tigre rabante, in un altro un cerbo rabante, e due altri in ogn’uno di essi un … [illeggibile] e considerando la fatica e l’incomodo di esso Francesco Sisone (sic) fatta con tanta sollecitudine, li valuto per docati cinque l’uno, oltre del prezzo del peso delle lamine della rama, che dice essere libre sette e mezza, che secondo il solito importano: a carlini quattro la libra, carlini trenta, et in tutto importa la summa di docati ventitrè»34.

Superata la metà degli anni quaranta, la volontà di pubblicare i reperti si espresse con crescente sistematicità, sia sul piano programmatico che effettivo. Con Gaultier cominciarono gli apporti di artisti stranieri, veri e propri punti di riferimento. Era il modo dei Borbone d’impostare un nuovo lavoro: grandi esperti erano ingaggiati fuori del Regno perché trasferissero la loro esperienza al servizio di un progetto ai cui fini rimanevano, sostanzialmente, estranei35.

………

Per quanto concerne i due tomi rilegati nel 1746 è poco rile-vante se avessero avuto una tiratura; incidere i rami avrebbe avuto senso solo in vista della pubblicazione: per godere della riproduzione dei reperti al re sarebbero bastati dei semplici disegni, senza imbarcarsi in un’attività estremamente più onerosa. Di certo quelle incisioni non ebbero successo.

Il fatto singolare che gli errori compiuti nella prima archeologia moderna si trasferissero nella sua prima rappresentazione grafica pone alcuni quesiti, anche per cercare una spiegazione al fatto che di quei due tomi del 1746 si è smarrita anche la memoria. Forse i due incisori non furono all’altezza del compito loro assegnato? Chi furono Sesoni e Cepparuli?

Del primo Giovanni Gori Gandellini dice: «Romano, attese alla professione dell’intaglio sotto la direzione del Frezza, ed infatti riuscï gran disegnatore, ed intagliatore a bulino, e ad acqua forte. Non lasciò di riportare nelle stampe molte opere di valenti uomini con una dolcezza ammirabile e con gran vaghezza. Viveva a Napoli nel 1733 con somma fama in età di 28 anni [,..]»42. Non era uno sprovveduto, e lo dimostrano i lavori eseguiti ancora prima del ’40: con Ricciardi aveva inciso, su disegno di Ferdinando Sanfelice, una tavola per un testo celebrativo43, ed altre per un lavoro di Thomas Salmon molto in voga in quegli anni44.

Probabilmente anche quelle collaborazioni gli valsero la possibilità di lavorare aile antichità ercolanesi.

Nell’incisione dell’opera di Salmon gli fu collega Cepparuli45, che Gori Gandellini ricorda «napoletano, intagliatore di Sua Maestà il Re delle due Sicilie, fu uno dei prescelti ad intagliare le pitture ritrovate nella dissotterrata città d’Ercolano […]»46; avrebbe lavorato, poi, ad un testo di Giuseppe Maria Pancrazi47, ed a due tavole incluse in uno scritto del principe di Sansevero48; per Serafino Porsile avrebbe inciso tavole per una Relazione, opera celebrativa della famiglia Pignatelli49. Anni dopo sarebbe stato a lungo al servizio della Stamperia Reale, incidendo almeno per i primi sette tomi delle Antichità di Ercolano esposte50, nonostante il giudizio negativo, e forse strumentale, che ne ebbe Ottavio Antonio Bayardi, direttore della Stamperia Reale51.

 Sesone e Cepparuli, dunque, erano artisti di chiara fama, con i quali la corte, come suo solito, ottenne il meglio che il mercato offrisse, il che era anche sottolineato da osservatori d’indubitabile levatura: Ferdinando Sanfelice, ad esempio, faceva l’apprezzo dei lavori del Sesone, «intagliati a bolino» o «ad acqua forte e ritoccate a bolino»52 senza esprimere alcuna opinione riduttiva delle sue capacità.

Perché, allora, il lavoro dei due incisori napoletani non ebbe successo?

La volontà di pubblicare i ritrovamenti, evidente già dalla prima metà degli anni quaranta, era formata ai massimi livelli, ma le aspettative reali avevano trovato impreparati i livelli inferiori, e l’apparato amministrativo non sembrò in grado di reggere alle no-vità: significativo delle incertezze è il passaggio dei pagamenti at-traverso la Segreteria d’Azienda, utilizzata, in quegli anni, anche per le imprese d’incerto futuro, laddove la Tesoreria Generale prendeva in carico le spese sedimentate53.

Un limite delle incisioni poteva essere, a ben vedere, il disegno? In effetti la documentazione nota non riferisce di disegnatori che preparassero i lavori di Sesone e Cepparuli, come se questi ultimi provvedessero anche al disegno.

E ancora: i due tomi, pur contenenti almeno 86 incisioni, mancavano di una concezione unitaria che li animasse? In effetti le fonti riferiscono solo dei materiali rappresentati: «le statue ed altro che si ritrovavano nello scavamento di Resina»54. Ciò, forse, rendeva debole il lavoro, poco rispondente aile aspettative della Repubblica delle lettere, addirittura poco sistematico, data la mole dei reperti. Altro impianto, ripreso dal Montfaucon, avrebbero avuto le Antichità di Ercolano esposte: una tavola con brevi spiegazioni redatte da personaggi di nota ed apprezzata erudizione. Ma per i tomi del ’46 non c’è traccia di persone intente ad illustrare quei tesori.

Fu inadeguato lo stampatore Ricciardi? Forse, e non a caso, una struttura adeguata sarebbe stata costruita, asservita, almeno nei primi anni, alla pubblicazione dei reperti ercolanesi.

La verità è che i due tomi del ’46 esprimevano semplicemente l’attenzione che poteva essere loro dedicata nella prima meta degli anni ’40, sia per capacità complessive che per intenti di spesa. Fu solo un tentativo e perciò se ne è persa memoria. Ma gli errori compiuti in quell’occasione avrebbero indotto iniziative più ambiziose, frenate solo dalla scelta di uomini non sempre all’altezza dei loro incarichi.

La lungimiranza, la tenacia e la competenza di Tanucci avreb­bero consentito solo molti anni dopo il ritorno d’immagine che nel 1746 non era stato possibile ottenere.

Rimane aperta la caccia ai dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de la Antiguedades de Resina.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Giuseppe Ungaretti in visita agli scavi e poi saglieva pe via Pugliano
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Nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, nel 1912 era a Parigi a frequentare la Sorbona. Entrò in contatto con gli artisti di avanguardia, tra cui Apolllinaire
(1). Questi, nel 1913, pubblicò Alcools, il libro in cui riassunse tutte le sue ricerche poetiche e che a sua volta costituiva una sorta di manifesto della nuova poesia; Apollinaire partì volontario in guerra, fu ferito e in seguito morì (1918).
A sua volta, Ungaretti raggiunse il fronte volotariamente, da soldato semplice; pubblicò le sue prime poesie nel 1915 su «Lacerba» di Papini e Prezzolini, la medesima rivista alla quale collaborava Scipio Slataper, che nel 1912 aveva scritto Il mio Carso e che avrebbe trovato la morte in guerra.

È ritenuto il caposcuola dell’ ermetismo. Si rivelò con «Allegria di naufragi» (1919) scritto in trincea: liriche brevi su immagini folgoranti. Più articolate le raccolte successive: «Sentimento del tempo» (1933), «Il dolore» (1947), «La terra promessa» (1950), «Il taccuino del vecchio» (1960).

Abbiamo ritenuto di inserire tali note nel contesto di questo nostro capitolo su Giuseppe Ungaretti, che per noi rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei più originali poeti, non solo italiani, del Novecento. Ciò premesso, passiamo senz’altro a riprodurre il resconto della sua visita ad Ercolano il 26 maggio 1932:

“Dove va?”
E come faceva a sapere quel guardiano che andavo in cerca delle antichità? Non me ne sarei mai accorto da me. Sembra un portone come un altro delle case di Resina. Mi metto a scendere nel buio i cento scalini. Mi conducono in una grotta come quelle dove nei Castelli Romani tengono in fresco il vino? Questo tufo era fango: lava di fango. La gente di qui, m’insegnerà il vulcanolago Malladra, chiama tutto lava; un’inondazione: lava d’acqua; una passione che rivoluzioni: lava di sangue; una illuminazione della mente: lava di genio.
Ma questo fango che si è indurito e sul quale sorge Resina, è veramente stato eruttato.
Arrivati in fondo alla scala ci appare l’interno di una torre. Siamo a circa 20 metri sotto le case e i giardini. Sopra, sorgeva la villa del principe Emmanuele Elbeuf di Lorena e fu facendo scavare un pozzo – !’interno di torre dove mi trovo – ch’egli scoprì, ed estrasse, nel 1711, le prime cose preziose d’Ercolano. Carlo III ci fece fare un balcone: c’è ancora verso la cima del pozzo; e di lassù sorvegliava gli operai che, affettato il tufo, attraverso un labirinto di corridoi, tornavano con statue, suppellettili, e- incredibile! – noci, e perfino del filo da cucire.
A furia d’affettarlo, questo teatro è diventato una specie di quelle carceri nelle quali il romanziere di cappa e spada metterebbe a prova i raddrizzatori di torti.

773_001È successo, affettando, un fatto che fa impressione. Il portiere del teatro, preso nel torrente di fango, lasciò il suo umore nella pasta, e il taglio ci ha restituito un’impronta nera, l’ombra d’uno quasi genuflesso nello slancio, con un braccio teso e una chiave in mano. Sembra un’ombra soffiata sul muro col fiato. Non è una visione orrenda, ma un’immagine di una elasticità piena di correttezza. Fu uno che preferì a disertare, morire? Era uno schiavo padrone della sua anima, educata a trasmettere alle sue belle forme una forza misurata anche davanti alla morte?
Quando siamo a metà dell’esplorazione, uscendo da un cunicolo, sentiamo più forte l’umidità sulle spalle, e per terra c’è guazza. I muri sono rigati come da una bava, e in alcuni punti c’è un’eruzione di bollicine vitree, rosee. È lo stillicidio dei giardini di sopra che sta mutando questo teatro in una grotta colle stalattiti.

Quando la natura sconvolge questi luoghi, la terra raddoppia di feracità; e nel disordine e nel lussureggiare c’è un inno urlato, un desiderio di terra vergine. Mi spiego che i Romantici amassero tanto posti simili, essi che furono tanto turbati dalla necessità di ringiovanimento delle società umane. E mi spiego ch’essi amassero tanto le rovine; non la rovina appena scavata ch’è arida e porta ancora troppo scoperto il segno della nostra. febbre civile; ma le rovine un po’ vecchie sulle quali la vegetazione è selvaggia, e che sembrano più un frutto geologico che una memoria umana. Perché la bellezza d’un luogo antico non è nelle mutilazioni, ma è dovuta a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. Ho sempre guardato con raccapriccio una statua cui manchino le braccia, la testa o le gambe, e ogni mio sforzo è di restituire nella mente le parti perdute. Non dico che non sia poetico dedicarsi
a produrre questo effetto di sofferenza, come fanno certi scultori moderni; ma certo la rovina, che è, per decreto della Provvidenza, sempre alleata a un rinnovamento di fecondità, è così sentita e resa solo nella sua idea sadica e lacrimevole.

Ragioni che mi fanno vivamente desiderare non sia mai appagato il seguente voto, espresso dal Galanti nella sua Guida, del 1845: “Questo teatro, il più intatto di ogni altro dell’antichità, venga presto messo allo scoverto”. Si lascino queste buche lentamente incrostarsi d’un sangue lunare; e questo teatro, coll’ombra di guardia, acquisterà una profondità poetica unica.

Usciti a rivedere la luce, una luce meridiana, ma senza quella rabbia che a quest’ora fra un istante la farà soffrire, ci avviamo verso gli scavi nuovi. L’entrata, che potrebbe essere, con il suo muro ad archi svolazzanti, quella d’un campo per le corse, s’apre su un bel viale d’oleandri; e le rovine giacciono in una fossa; dal ciglio, su a 19 metri d’altezza, da un lato, davanti, si va verso il mare; intorno sono in vista folle di mandorli in fiore velati, e viti.

Il secondo augurio che nella sua Guida, faceva il Galanti, è stato esaudito: l’archeologo cerca oggi di restituire ogni casa secondo gli antichi scomparti, cogli oggetti rimessi, per quanto è possibile, al luogo loro. E un lavoro pazientissimo: in un mucchio di polvere sono scelti, per esempio, i frammenti di tre fregi diversi, che poi andranno dove è supponibile fossero. S’ottiene un effetto di toppe, specie quando si tratta di parti colorate. Rifanno anche i tetti, ricollocano le tegole; le teste di terracotta dei leoni e dei cani fanno di nuovo colla bocca aperta da gronde agli impluvi. Colla colata di gesso, dove si sente scavando che un oggetto consumato ha lasciato l’impronta del suo vuoto, si ritrova l’agonia d’un uomo, una porta, un sedile, una mela, che so
io. Certo a questo modo, riaccomodando tutto per benino, gli scavi perdono molto della loro grandiosità di testimonianze di una catastrofe riaffidate alle stagioni; non hanno più, non so, quell’aspetto funesto di un segreto violato, d’una tomba profanata; e la prepotenza della natura, per quanto è possibile, si tiene a bada.

Sono quasi case vuote in ordine, che aspettano gli inquilini, e non hanno quasi più che la desolazione d’essere disabitate; ci si potrebbe mettere su: Est locanda, e Ercolano potrebbe diventare una Via Margutta di gran lusso. Fuori di scherzo, questo metodo dà almeno risultati rispettabili guarantendo la conservazione di documenti non removibili; e, se fosse sempre stato applicato, tante cose d’incalcolabile valore per il sapere non sarebbero andate perdute. Vedo, nella “casa del tramezzo”, sotto vetro, travi carbonizzate. Devono starci per l’avvenire del sapere, e non certo per farmi l’effetto che mi fanno, d’essere capitato nel gabinetto d’un radiologo.
Qui le case – questa dozzina di case signorili tornate all’aperto non hanno, s’è detto, più nulla di terribile; ma i nomi sì: le chiamano spesso come indicavamo i luoghi di guerra: “Casa dello scheletro”, “Casa del tramezzo bruciato”; e qui, difatti, è passata una forza cieca come la guerra.

Guardando il movimento dell’architettura, il valore ornamentale del gesso, certi dipinti, certe figurine, in certe vedute prospettiche a semitoni graduati sino all’infinito, e, soprattutto, pensando a certi piccoli affreschi di figure muliebri trasportati al Museo di Napoli dagli scavi più anziani, ci viene fatto di pensare se lo storico dell’arte non avrebbe da rendere evidenti alcuni punti. È noto il gran chiasso che fecero nel mondo le prime scoperte d’Ercolano, è noto che nel 1755 fu fondata l’Accademia Ercolanense che in nove volumi in folio – senza contare i volumi dedicati ai papiri – descrisse, coll’aiuto d’incisioni stupende, le pitture murali e i bronzi rinvenuti. Ora mi domando:
quale influenza ha avuto Ercolano sulla moda, sulle arti plastiche, sulle lettere, sulle dottrine estetiche, nel periodo che va dal Direttorio alla Restaurazione? Se io guardo, nella scultura di questo periodo, quel valore gessoso dato al marmo, il ritrarsi e l’isolarsi delle ombre nei tratti, per accrescere il pallore dei piani; se guardo quelle pitture, o quelle stampe, e gli aciduli colorini che separano in precisi moduli geometrici il chiaro dall’oscuro; se guardo la solitudine dei contorni, perfettamente accademica, ma rilevata dal segno acuto e erotico; se penso al tempo che va da Paolina Borghese a M.me de Récamier – in quell’indirizzo che ebbe a precursore il Winckelmann, mi domando non solo quale fosse lo stimolo venuto da Ercolano, ma se l’ispirazione più gloriosa non vi sia stata scoperta da artisti italiani, dal Foscolo al Canova Ce, perché no? prima dal Parini).

PV0_0152II nome di Ercolano è anche legato alla conoscenza moderna di Epicuro; la quale ora è tornata d’attualità, a proposito d’una polemica abbastanza buffa intorno al pensiero di Leopardi. Nella villa dei Pisoni, ora risotterrata, furono ritrovati, dal 1760 al 1762, fra bronzi scelti con gusto, una grande quantità di rotoli di papiro. E sulle prime, erano stati scambiati per carbone. E fra essi, un frammento d’uno scritto dello stesso Epicuro e una parte dell’opera notevole del suo seguace Filodemo. E avanzandomi nell’ultima villa, dove gli ambienti si rinconono fra peristili, atrii, un giardino invernale con vetrate, triclini con giardini laterali, ecc., vedo, nella luce che in questa villa viene non solo dai chiostri, ma anche da finestre, e che facendosi sera, è dolcissima, appoggiato verso il mare, a una delle tante colonne, un uomo d’ombra. Fece fabbricare questa casa comoda per il suo piacere.
Svolge uno di quei papiri fragili, che costarono, nel ‘700, anni di fatica per essere aperti, decifrati, e trascritti; ma allora flessibili e chiari; e il suo sguardo si perde nel labirinto bianco e nero del mosaico ai suoi piedi. Pensa che il saggio deve sapere che l’universo nelle sue vicende è indifferente ai casi d’un individuo, il quale deve guardarsi dagli affetti per non rendersi dipendente dalla sorte degli altri, il quale deve accettare il piacere, ma un piacere dosato, che non vada fino a perturbare l’animo. Ecco: vivere con calma, un po’ assenti in sé, in pensieri armoniosi, fra le cose che li suggeriscono. Non è certo una filosofia vera»

Dopo la visita all’antica città di Ercolano, il 2 giugno successivo Ungaretti scalò il Vesuvio:

«Arrivo a Pugliano sull’ora di mezzogiorno. Una strada grigia, secca, disordinata, che è – col suo pozzo, con tre campane a portata di mano (nel vuoto di tre assi di muro sopra un tetto, pronte a suonare il martello) – piuttosto il cortile d’un casamento popolare. Due o tre venditori di ricotta – non ne hanno una gran quantità, basterà a spalmare sì e no una fetta di pane, e la tengono spalmata, bianchissima, incerte tasche di fibra moscia che direste custodie per falli pompeiani stanno lì aspettando il Messia, avvolti in vecchie mantelline da soldato, possibile siano ancora quelle della guerra?
Mi distrae un naccherare avanzante, e presto tutta la strada è un intrecciarsi di tacche-ticche. Sono arrivati i ragazzini dalla scuola con  i loro zoccoli, correndo non è facile, calzati a quel modo – e hanno tanta spensieratezza e vivacità che – guarda! guarda! alla mia età! avrei voglia di mettermi a saltare con loro.

Ci hanno chiusi nel vagone della funicolare e incominciamo a salire. Via via che avanziamo nella salita, la vegetazione si fa serrata.
Non sembrano piante attaccate alla terra; le direste, tanta è la violenza dell’umore che sale loro nelle fibre, sul punto di volare. Sono albicocchi ancora spogli di foglie, e in fiore; i fiori fittissimi che sembrano un immenso velo indiano posato sui rami. Fra gli albicocchi, a volte, un fico nudo, come un polipo di caucciù, con i tentacoli che cercano invano una libertà. Ed ecco che il mondo si spacca, e la piana senza fine ridente fra l’erbetta, ha il tempo di farci un piccolo saluto; è il posto detto Belvedere.
Domando al bigliettaio che cosa siano in cresta a trincee davanti a noi quei capelli ritti. Sono rami di castagni tagliati al ceppo, da farne .tutori per le viti..
L’ultimo segno di coltura; poi viene una rivoluzione di roba tormentata che sta tra il fango e la bava della ghisa.
Passiamo in un’ altra funicolare. Prendiamo una strada di cenere che fa corona, larga per tre persone; e uno grosso va avanti preceduto da due guide che lo afferrano ciascuna per una mano. Barcollano tutti e tre come ubriachi, per la forza d’inerzia del grosso; ma barcolliamo tutti per un vento di tramontana che ci volge addosso una coda di fumo; sotto, non più che a un’altezza d’uomo, il monte galleggia sopra un mare di buio: di visibile, non c’è che – nettissimo! – il collo del monte, come un gran sughero sopra il nulla; c’è anche il cielo freddo; quel collo fumante è come sotto una campana di vetro.

Di fianco, si muove una parete calcitata; l’effetto di un sole che su di essa si diverta a scagliare e spaccare una grandine d’uova; un effetto mobilissimo: un arrugginirsi del giallo~ e un brillio nella tarlatura come d’una traccia di lumaca; e un raggrinzirsi fosco e stridente della parete.
Ci fermiamo un momento. Con il vento che fa, dobbiamo rinunziare a vedere il cratere. Ma le guide hanno qualche cosina da mostrarci.
La comitiva riparte. M’ero distratto a consolare una bambina belga, rimasta a piangere con la mamma, mentre il fratello era partito con gli altri per la grande avventura. Quando mi decido a partire anch’io, gli altri sono lontani. Giro a sinistra, e mi metto a correre sul lapillo in salita: è una fatica, col fumo che s’è fatto molto denso e pieno di esalazioni di zolfo, d’odore d’uova marce, quel pizzicore in gola, quel sapore di sangue che sale in bocca.

Ora li rivedo, i compagni. Sono in un avvallamento che da lontano si scambierebbe per un ‘;panettone croccante; e, quei compagni, sembra di assistere a una gara di corse nei sacchi. Vanno verso una fumarola, e arriva naturalmente prima il grosso, strascicato dalle guide, come una vacca stralunata.
Scendo anch’io. Il colore dell’ambiente è quello d’una zucca; la materia, come quella d’un granchio abbrustolito; e non vi lascia mai il timore che, crac!, il crostone si spezzi, e si resti inghiottiti; l’aspetto è quello d’un mucchio di budella.
Arrivo anch’ io alla fumaroletta. L’orifizio si presenta come un palato: una tumefazione cristallina che va dal senso del sangue a quello del verderame: simile è la bocca del coccodrillo addormentato; e quel poco fumo che ne esce la stuzzica come un frullo di moscerini.
L’uomo grosso non ci passerebbe. Dopo le macchie di spasimo dell’orlo, viene la perdizione a imbuto del vuoto buio della gola.

Risaliti in vagone, un vecchietto di Portici che m’è seduto accanto mi fa le sue confidenze:
“Le pare buono, il nostro vulcanello? L’avesse visto nel 1906, brrr!” E vuoI farmi vedere un’ infinità di cose, ma c’è quel benedetto lenzuolo di fumo che giù copre tutto, e le sue braccia che vanno a destra e a sinistra accompagnando un gran dimenarsi del capo, non m’indicano nulla.
“A Napoli c’è ancora sulle cornici delle case la cenere caduta allora.
Il vento la portò sino in Germania e in Francia. In un’ altra eruzione, mille anni fa, sino a Costantinopoli”.
Mi mostra la vecchia stazione della funicolare, colle putrelle tutte contorte e segni di fumo sopra un brandello di muro, domestici come macchie del focolare d’una casa di campagna.
“Si mise prima a brontolare come la pancia dopo una scorpacciata di fagioli. Mi sveglio e dico: “Qualche cosa bolle in pentola”. Seguì un rotolio e un fracasso quando agganciano i vagoni d’un treno merci;
sul fianco s’apre una bocca, e la lava si mette a scendere piano piano.
Il monte urlava, fischiava, si scuoteva tutto, soffriva… “.
“I dolori d’un parto titanico” faccio, per fare anch’io un’immagine spagnola.

“Sembrava sempre più preso in un interno ingranaggio stritolante.
Era tutto crepe, dalle quali usciva l’acqua fumante. Poi esplose un altro cratere, e la terra tremò, e tutti i vetri di Boscotrecase andarono in pezzi. Avesse visto la lava: era un fuoco bianco come il sole, e arrivò a Boscotrecase e l’incendiò. Fra boati si aprì un terzo cratere.
Dai crateri salivano i pini di fuoco di Plinio il Vecchio, alti mezzo chilometro…”

Il professore Malladra m’ha mandato incontro un carabiniere per accompagnarmi all’Osservatorio. L’Osservatorio si trova in una casa fabbricata un centinaio d’anni fa, in quello stile che non stanca gli occhi, dei libri stampati dal Bodoni. Il professar Malladra, colla sua magra persona, alta e svelta, e come di legno, i suoi passettini, i suoi occhi pungenti e ridenti, m’accoglie festoso. Ama le lettere. E nelle ariose sale affrescate vedo altri carabinieri. In questa casa dove l’ordine è esemplare, i carabinieri prestano aiuto in tante cose, nel tenere al corrente le schede della biblioteca, nella manutenzione degli apparecchi, ecc., ed hanno per l’uomo sapiente e coraggioso che la dirige, un affetto filiale. E saranno i primi ad accorrere in caso di pericolo.

Malladra mi parla di questo monte d’oro per le sue ricchissime risorse agricole e industriali: è una bestiaccia generosa: toglie uno e restituisce mille! Mi parla dei suoi predecessori nella direzione dell’Osservatorio, emuli di Plinio il Vecchio, di Luigi Palmieri che “durante l’eruzione del 1872, mentre le lave circondavano l’Osservatorio, studiava tranquillamente i fenomeni elettrici della cenere che oscurava il cielo”; di Raffaello Matteucci, l’eroe dell’ eruzione del 1906, che nell’ osservare la traiettoria dei proietti fu mortalmente colpito al ginocchio da un masso incandescente; di Giuseppe Mercalli che “dopo avere sfidato per trenta anni l’ira dei vulcani doveva soccombere carbonizzato da una stupida fiammella”.

“Il Vesuvio è il tipo del vulcano da laboratorio. L’uomo coi pozzi e le gallerie s’è reso signore della terra; con lo scandaglio e lo scafandro ha dominato l’acqua… Ha conquistato l’aria… Riuscirà ad impadronirsi del fuoco e ad agire liberamente nelle più alte atmosfere”.

Anche per quanto riguarda la prosa si può dire, forse, quanto ebbe a riconoscere la critica per la poesia di Ungaretti: una poesia «fulminea e nuova», carica di suggestioni formali, certamente innovativa rispetto alla nostra tradizione.

Giuseppe Ungaretti morì nel 1970. La nostra Resina fu uno dei primi comuni d’Italia ad intitolargli una scuola.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il viaggio di Stendhal e la sua gita ‘ncopp’ ‘o Vesuvio
stendhal

Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle (l783-1842) e noto esponente del romanticisnio francese, ebbe interessi artistici e musicali, come possiamo ricavare dalle pagine di Rome, Naples et Florence, diario di un suo viaggio in Italia compiuto nel 1817.

Henry Beyle (L 783-1842), più noto come Stendhal, fu romanziere e saggista francese fra i più significativi. Funzionario dell’ amministrazione napoleonica, partecipò alle campagne d’Italia, Austria e Prussia, poi, con la caduta del Primo Impero, soggiornò a Milano fino al 1821. Trasferitosi a Parigi, tornò in Italia come console (1830) a Trieste, poi per un decennio a Civitavecchia. Romantico per il gusto delle passioni violente, egli supera ogni determinazione di scuola nell’ analisi lucida, intelligente ed ironica di situazioni psicologiche ed ambientaIi.
Quella pubblicazione è ricca di pagine interessanti, come – ad esempio – il compendio di una visita al Museo Ercolanese di Portici:

«Mentre uscivo dal museo delle pitture antiche a Portici, ho incontrato tre ufficiali della marina inglese che vi entravano. Ci sono ventidue sale. Sono partito al galoppo per Napoli; ma, prima di essere al ponte della Maddalena, sono stato raggiunto dai tre inglesi, i quali la sera mi hanno detto che quei quadri erano ammirevoli e tra le cose più straordinarie dell’ universo. Hanno trascorso in quel museo dai tre ai quattro minuti.
Quei dipinti, tanto notevoli agli occhi dei veri amatori, sono affreschi tolti a Pompei e ad Ercolano. Non c’è affatto chiaroscuro, poco colore, abbastanza disegno e molta facilità Il Riconoscimento di Oreste e di Ifigenia in Tauride, e Teseo ringraziato dai giovani ateniesi per averli liberati dal minotauro, mi sono piaciuti.

C’è in essi molta nobile semplicità, e niente di teatrale. Assomigliano a brutti quadri del Domenichino, tenendo conto che in essi ci sono diretti di disegno, che in quel grande non si trovano. Si trovano a Portici, tra una serie di piccoli affreschi sbiaditi, cinque o sei pezzi essenziali, della grandezza della Santa Cecilia di Raffaello. Quegli affreschi adornavano una .stanza da bagno a Ercolano»

Sempre con. riferimento a Portici, ecco invece il resoconto di una serata mondana:

«15 luglio. Serata dalla signora Tarchi Sandrini a Portici. Salotto delizioso a dieci passi dal mare, dal quale ci separa soltanto un boschetto di aranci. Il mare si rompe con un dolce rumore; veduta d’Ischia; i gelati sono eccellenti. Sono arrivato troppo presto; vedo arrivare dieci o dodici donne che sembrano scelte tra quanto Napoli ha di meglio. La signora Melfi ha condiviso per tre anni l’esilio del marito; ha trascorso tutti gli inverni a Parigi; è arrivata scortata da venti o trenta casse di roba all’ultima moda. La circondano, la ascoltano»

Naturalmente, a noi interessano maggiormente le impressioni di una gita al Vesuvio:

«Ieri sono salito sul Vesuvio: è la più grande fatica che abbia mai fatt9 in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita è spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata Bigot de Prémeneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita»

Meno laconico il contenuto di una lettera spedita il 14 gennaio del 1832 ad un amico napoletano:

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«Ieri, dunque, – traduciamo liberamente dal testo originale – alle ore due pomeridiane sono arrivato alla sorgente della lava e vi sono rimasto fino alle due di notte. C’era lassù un monello che vendeva del vino e delle mele, che faceva cuocere sul bordo della lava. Ero in compagnia del signor de Jussieu, che si scottò le mani e le caviglie per aver voluto percorrere un tratto composto di frammenti minuti di lava che si frantumavano sotto i piedi. La salita è orrenda: sono mille piedi di cenere con una pendenza di quarantacinque gradi. Trovando difficoltà ad arrampicarmi su quel piano inclinato, ho immaginato cinque o sei sistemi per rendere l’impresa meno ardua: il più comodo mi sembrerebbe una poltrona rimorchiata da una piccola macchina a vapore su dei tronchi di abete. Il Re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa bella invenzione»

Quarant’otto anni dopo, il 6 giugno 1880, s’inaugurava la ferrovia funicolare, costruita con tutt’altri sistemi che non quello primitivo escogitato e buttato giù da un letterato in un lampo di genio, ma secondo gli enormi progressi delle scienze meccaniche fatti in mezzo secolo, dall’ingegnere Oliveri di Milano. Se poi si aggiunge la ferrovia elettrica, vesuviana, inaugurata il 28 settembre 1903, che portava da Pugliano fino alla stazione della funicolare alla base del cono, si ha nel complesso un’opera grandiosa dell’ingegno umano, la quale rese non più «abominable» l’ascensione al Vesuvio, ma, come voleva lo Stendhal, «ce chemin commode».

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il Vesuvio e Resina sulle edizioni Baedeker le prime guide turistiche metà ottocento
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A Thomas Cook, organizzatore nel 1864 ciel primo viaggio in comitiva in [talia che’ sia stato mai organizzato, può essere fatto risalire l’inizio di una nuova era, l’atto cii nascita del turismo moderno Cl). In quei primi anni del regno d'[talia si verificò tutta una serie di eventi che rivoluzionarono l’arte del viaggiare: l’avvento, delle ferrovie, l’apertura dei trafori del Fréjus e del Gottardo, l’inaugurazione della cosiddetta “Valigia delle Indie”, l’apparizione dei grandi breviari del viaggio nella Penisola di John Ruskin e di Jacob 8urkhardt, nonché quella dei Baedeker.

Vintage_Baedeker_04bpopLa storica svolta si può anzi riassumere proprio con le parole di questo grande benemerito del turismo moderno: Karl Baedeker.

Non è un caso infatti che i tre volumi rossi, telati, tascabili, dedicati ali’Italia dal celebre editore di Lipsia, appaiano proprio in quegli anni, tra il 1863 e il 1867.

Scriveva il Baedeker nella prefazione: «Dai tempi più remoti e sino al giorno d’oggi l’Italia ha esercitato una potente attrazione sugli abitanti di regioni più settentrionali, e un viaggio in Italia è stato spesso l’agognato desiderio di innumeri aspiranti viaggiatori. Oggi questo desiderio può essere appagato con comparativa facilità. Il Nord Italia è congiunto da una strada ferrata diretta con la parte meridionale della penisola fino a Napoli e Brindisi, e presto il compimento della grande rete permetterà di penetrare nell’ interno di province mai sinora percorse dal1′ ordinario viaggiatore. La rapidità di locomozione non è tuttavia il solo vantaggio ottenuto. Un unico sistema monetario è succeduto alle numerose e incomprensibili varietà di monete prima in uso; le noie inseparabili da passaporti e dogane, da cui il viaggiatore era assalio a ogni frontiera e perfino dinanzi a insignificanti cittadine, sono state per la maggior parte abolite, ed energiche misure sono state prese al fine di por termine alle estorsioni di vetturini, facchini e altri membri di questa irritante categoria di persone…».

I “Baedeker” rappresentarono in effetti l’apparizione di uno strumento di viaggio di una completezza, razionalità e meticolosità senza precedenti: un prezioso condensato di esperienze nell’arte del viaggiare creato dall’autore a costo di cluro lavoro, percorrendo di persona ogni itinerario e annotando i più minuti dettagli per ua nuova specie di viaggiatori che il progresso aveva creato proprio allora: i turisti.

È ora il caso di ricordare anche il turismo degli italiani, che, com’è noto, sbocciò in ritardo rispetto a quello dei forestieri e per contraccolpo delle voghe straniere. Qui daremo la parola all’ abate Stoppani, per il quale bisognava «applicare alla nazione il nosce te ipsum che la sapienza dell’antichità ha posto come base della sapienza dell’individuo… Nelle condizioni politiche che resero per tanto tempo gli italiani stranieri all’Italia, le stesse persone colte e meglio educate, si trovano sovente in difetto delle nozioni più elementari sul bel Paese».

Stranieri in patria: questa sua celebre frase ci fa comprendere perché negli italiani migliori il turismo fu subito concepito in chiave nazionale. Non era cioè, come per gli stranieri, ricerca di una seconda piccola patria; ma conoscenza della grande patria comune, appena riunita e ancora mal conosciuta. E così, mentre i forestieri calavano da noi e spesso si facevano cittadini di elezione del nostro paese, il turismo nostrano doveva aiutarci a «fare gli italiani».
Uno dei maggiori protagonisti dello sviluppo del turismo italiano fu Luigi Vittorio BertarelIi, fondatore del Touring Club nel 1894. Sua iniziativa fu l’invio vio ai soci, nell’ agosto del 1927, di 400 mila esemplari della Guida di Napoli e dintorni, nella cui prefazione si poteva leggere: «Napoli e dintorni: vi è qualcosa di affascinante anche nella semplice enunciazione del titolo. Ma noi riteniamo che il contenuto superi l’aspettazione, sia perché il lembo d’Italia descritto è uno di quelli in cui più sono condensati bellezze e fenomeni di natura impareggiabili, sia perché l’esperienza affinata ormai con un lungo esercizio, ha consentito di mettere a profitto tutte le risorse che potevano concorrere alla migliore riuscita del lavoro».

Ecco gli itinerari previsti per la classica gita dell’ascensione del Vesuvio:

«L’ascensione si fa abitualmente: l°, da Ovest, partendo da Pugliano (parte superiore di Resina), sia con la ferrovia funicolare Vesuviana, che ivi ha la sua Stazione inferiore (ed è questo il mezzo più rapido e più comodo e la via più frequente) sia con la carrozzabile dell’Osservatorio e di là per mulattiera e sentiero -2°, da Sud, partendo da Boscotrecase, per carrozzabile e carreggiata, poi per mulattiera -3° e 4°, da Ottaiano e da Somma Vesuviana, cioè da Nord Est e da Nord, salendo alla Punta del Nasone, la cima più elevata della cresta del Monte Somma. Queste varie vie di salita si prestano a diverse interessanti traversate. Si consiglia di fare l’ascensione con bel tempo e quando non spira scirocco. Preferire i periodi nei quali il vulcano è in una fase un po’ accentuata di attività. L’ascensione da Ovest non richiede equipaggiamento speciale, che invece è necessario per le altre […].

Ascensione da Occidente, per due vie:
a) con la Ferrovia e Funicolare Elettrica Vesuviana “Thomas Cook and Son” (Uffici nella Galleria Vittoria, via Chiatamone, Napoli). L’escursione, andata e ritorno da Napoli, richiede circa 5 ore. Con la Circumvesuviana (partenza ogni ora; fino a Pugliano, I classe, lire 2,20; III, lire 1,45; col diretto di lusso, 5,50 e 2,50); oppure in vettura (percorso poco comodo per la lunghezza e per lo stato delle strade) a Pugliano in 21-31 minuti, donde con la ferrovia e funicolare in 55 minuti all’orlo del cratere. Il prezzo del biglietto da Napoli alla Stazione superiore della Funicolare e ritorno è di lire 94,30 […].
Sulla Ferrovia Vesuviana si hanno normalmente 4 corse giornaliere, in coincidenza coi treni della Circumvesuviana: alle 8,45 (diretto), alle 10 (omnibus), alle 13,45 (diretto), alle 15 (omnibus).

Al ritorno, breve sosta a Pugliano; così che i viaggiatori possono essere di ritorno a Napoli rispettivamente alle 13,53, 14,51, 18,08, 18,51. Dal 15 maggio al 15 settembre, ogni martedì, giovedì e sabato si fanno corse serali da Napoli al cratere, in partenza da Pugliano alle 17,15 e ritorno in tempo per prendere l’ultima corsa del tram (ore 22,20) per Napoli (piazza Municipio) –

A Pugliano la Stazione inferiore della Vesuviana è di fronte a quella della Circumvesuviana. La lunghezza totale della Ferrovia e Funicolare Vesuviana è di circa 9 chilometri. Il primo tratto della Ferrovia, di 4 Km., è a semplice aderenza, con una pendenza massima dell’8%; il secondo tratto, di 1500 metri, è dentato, con la pendenza del 18-25% (dislivello, m. 346); il terzo tratto, di 0,2 km., ritorna a semplice aderenza con pendenza dell’ 8% e porta alla Stazione inferiore della Funicolare: questa, rifatta nel 1909-10 un poco a sud della precedente, distrutta dall’eruzione del 1906, è lunga 820 metri (dislivello, m. 385), con pendenza del 49-55%. Le vetture della Ferrovia sono capaci di 32 viaggiatori; quelle della Funicolare, di 20.

Stazione Inferiore Pugliano Cook, m. 67.

La linea gira verso Nord, poi prende la direzione Nord Est salendo tra vigneti che producono il Lacryma Christi, tra ville e giardini e numerose case coloniche. Si arriva alla colata lavica del 1858, poi a quella del 1872. Km 4, Stazione Centrale (generatrice). La linea si svolge nel tratto dentato e nel versante del M. Canteroni, attraverso castagneti sul margine di profondi burroni. La vista si allarga sempre più sul golfo e la Campania. Km. 6, Stazione Eremo, m. 596. Hotel Eremo in magnifica posizione in mezzo ad un grande parco, frequentato l’estate come stazione climatica (sconto del 10% ai soci del T.c.!. per un soggiorno di 1-2 giorni). Qui di solito i viaggiatori si fermano un’ora per la colazione e per la visita del vicino Osservatorio Vesuviano (m. 608), una grandiosa costruzione di stile neo-classico (circondata da un caratteristico giardino), fatta erigere da Ferdinando II su disegno di Gaetano Fazzini (1841-44) sul Monte Canteroni, propaggine estrema verso Ovest del Monte Somma e che, per la sua posizione elevata, è stata finora rispettata dalla lava.

La linea, che ritorna a semplice aderenza, gira sotto l’Osservatorio, poi riprende la direzione Sud Est; a sinistra, il Colle Umberto, m. 888, formatosi nel 1895-99; a destra, le lave del 1895-99, del 1858, del 1867. Tutta questa zona si sta attualmente trasformando in una grandiosa pineta per cura dell’Istituto forestale di Napoli. Si arriva a km. 8, Stazione Inferiore della Funicolare, m. 754. Già di qui, vista panoramica di’ tutto il golfo coi Flegrei, la costa sorrentina, le isole. Qui si passa nella vettura della Funicolare, la quale posa su un muro costruito nel pendio Ovest -Sud Ovest del cono, con pilastri affondati nel terreno ora sabbioso ora di vecchie colata laviche. Le vetture sono azionate da motori propri come quelli delle carrozze tranviarie, ossia per semplice aderenza e agiscono di comune accordo, collegate da una fune. II percorso dura lO minuti. km. 9, Stazione Superiore della Funicolare, m. 1137. Un poco più in alto, a m. 1170 si vede, sull’orlo del cratere, un’ altra Stazione, che fu abbandonata in seguito ad una frana avvenuta il 12 marzo 1911 (essa abbassò l’altezza del cratere, da quel lato, di circa 40 metri e avvenne mentre il convoglio stava per salire, ma non vi furono vittime) e venne sostituita dall’attuale […].

Dalla Stazione Superiore si prende a destra una comodissima stradetta lunga 400 metri e larga più di 2 metri e in circa lO minuti si arriva alla Capanna Vedetta della R. Aereonautica (è affidata all’Osservatorio Vesuviano per osservazioni meteorologiche e aero10giche) quindi all’ orlo Sud del cratere, dove una breve spianata, m. 1165, permette di sostare per osservare lo spettacolo dell’attività della bocca eruttiva. Guardando verso Sud si vedono le varie colate laviche del 1906, la più estesa delle quali giunse in vicinanza del Cimitero di Torre Annunziata. Il panorama sul golfo è immenso e affascinante. Di qui discesa nel cratere.

b) per carrozzabile, poi’;a piedi. La carrozzabile, di circa 9 chilometri, è mal tenuta, specialmente nell’ attraversamento delle lave, ma percorribile con auto. La carrozzabile si stacca a 380 metri dopo la Villa Reale di Portici, a sinistra (targa: Strada che conduce al R. Osservatorio Vesuviano), che prima discende poi a sinistra sale fra le case di Resina a Pugliano, traversa la Circumvesuviana, passa a destra della chiesa di S. Maria a Pugliano (via Giuseppe Semmola) dirigendosi a Nord Est tra folta vegetazione e salendo vivamente a soprapassare la ferrovia Cook. Alla Villa Semmola. m. 140, si piega a sinistra a vvicinandosi alla ferrovia, poi a destra verso la Masseria Buongiardino poi, parallelamente alla ferrovia, si arriva alla chiesa di
S. Vito, dove si attraversano le lave del 1767 e poco dopo, dirigendosi verso Sud Est, quelle del 1858-60, interessanti per la loro struttura spugnosa e per la superficie a mammelloni e cordami. Più in alto lastrada entra negli antichi tufi del Somma, nei quali si possono trovare cristalli di idocrasia o vesuvianite (silicato di alluminio e calcio): La strada con vive serpentine piega verso Nord Est, giunge al Piano delle Ginestre e, presso le rovine della casa dell’Eremita, m. 520, incontra la lava del 1895, con formazioni bellissime a cordami e che contengono grossi cristalli di leucite, detta granato bianco del Vesuvio. Di qui si sale alI’ Hotel Eremo e all’ Osservatorio, dove termina la carrozzabile. Quindi proseguendo a piedi per mulattiera lungo la ferrovia, si arriva alla Stazione Inferiore della Funicolare, prima della quale sono le lave compatte del 1858, di struttura schiettamente basaltica. Poi, per il sentiero a svolte detto delle guide, tracciato attraverso le scarie, i lapilli, le sabbie e le ceneri che costituiscono in massima parte il cono, si sale alla cima di questo. Lungo la salita da S. Vito al cratere il panorama viene sempre ampliandosi»

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Pietro Fedele il ministro della ripresa degli scavi
pietrofedele

Pietro Fedele (1873-1943), illustre figlio di Minturno (1), fu docente di storia medioevale e moderna prima nell’Università di Torino e poi in quella di Roma, Senatore del Regno d’Italia, Ministro della Pubblica Istruzione dal 1925 al 1928, Commissario del Re presso la Consulta Araldica, presidente del Comitato Nazionale di scienze storiche e persino professore privato dei rampolli di Casa Savoia, allora regnante in Italia.

Non staremo qui a parlare dei suoi dotti studi e delle sue tante opere di cultura (2), nè della sua ricercata Enciclopedia in dieci volumi, edita dalla UTET, ma vogliamo solo ricordare che egli ebbe il grande merito di avere favorito, nella sua veste di ministro, la ripresa degli scavi di Ercolano.

Tutto ebbe inizio da· un incontro, avvenuto a Roma in una data compresa tra gli ultimi mesi del 1925 e i primi del 1926, tra il Ministro e il professore Amedeo Maiuri, allora Soprintendente alle Antichità della Campania. Nell’occasione, il noto archeologo fece al responsabile della Pubblica Istruzione una concreta proposta verbale per la sollecita ripresa degli scavi ercolanesi, sembrandogli che «nel programma di restaurazione della cultura nazionale nessun’altra iniziativa avrebbe potuto riscuotere più universale consenso e in Italia e all’estero, quanto la ripresa degli scav~ di Ercolano abbandonati da oltre un cinquantennio».
Il Ministro invitò Maiuri a fargli pervenire un memoriale che egli avrebbe sottoposto al Capo del Governo. Tale documento, scoperto e reso noto da Mario Capasso (3), fu seguito il 30 gennaio 1927 da un’altra missiva nella quale, oltre allo scavo metodico, Maiuri puntava alla eventuale riutilizzazione dei’ cunicoli e delle gallerie dello scavo borbonico per perlustrare, al di sotto dell’abitato di Resina, il Foro e gli altri edifici pubblici settecenteschi .

In questo carteggio ministeriale -osserva il Capasso -«pare agevole ritrovare due doti fondamentali del Maiuri archeologo: il fervido entusiasmo e il grande spirito di concretezza». Al tempo stesso la documentazione conferma un dato importante, al quale il Maiuri fa riferimento in diversi suoi scritti: la ripresa dello scavo del 1927 fu possibile soprattutto grazie alla sollecitudine del ministro Fedele…».
Finalmente, trovato nel ministro Fedele un valido patrono per la rinascita di Ercolano, fu possibile emanare un decreto-legge (n. 344 del 17 febbraio 1927), che sanzionava la gestione giuridica e amministrativa dei nuovi scavi da parte dell’ Alto Commissario della Provincia di Napoli, Michele Castelli, restandone la direzione tecnica e scientifica al Ministero e alla Soprintendenza.

Il colpo di piccone inaugurale fu dato, il 18 maggio 1927, proprio dal ministro Fedele, alla presenza del re Vittorio Emanuele III e di molte altre autorità civili e militari, come si può osservare sulla foto di copertina a colori de “Il Mattino Illustrato» (anno IV, n. 22), che all’importante avvenimento dedicò un ricco servizio fotografico nelle pagine interne.

vicodimare

Programma dei nuovi scavi era quello di scoprire in un primo tempo la parte della città antica su cui non sorgevano abitazioni di Resina, ed estendere successivamente lo scavo a quella parte dell’abitato della cittadina medioevale che, insistendo sul Foro di Ercolano, rappresentava per le sue malsane condizioni una necessità di risanamento. I risultati raggiunti tra il 1927 e il 1929 furono rilevanti: con una tecnica rivoluzionaria che atterrava trasversalmente dall’alto, si scavò tutta l’area compresa nell’insula III completando lo scavo della Casa dello Scheletro con il suo ninfeo sfavillante di mosaico in paste vitree, del cosiddetto Albergo e, avanzando lungo il decumano, riportando alla luce il gruppo delle abitazioni che s’affacciavano sul cardine orientale, tra cui la Casa del tramezzo di legno e la Casa a graticcio, famose per le loro strutture e il loro arredamento ligneo: in poco più di due anni di lavoro si mise allo scoperto un intero’ quartiere, a sud del cuore e del centro della città antica, cioè un’ area eguale, se non superiore, a quella delle lunghe campagne precedenti dal 1828 al 1855 e dal 1869 al 1875.

Successivamente (1929-1932) fu scavata tutta la superficie dell’insula IV con le due sontuose Casa dell’ Atrio a mosaico e Casa dei Cervi, oltre ad otto abitazioni dal carattere più spiccatamente mercantile. In quello stesso periodo fu inaugurato il nuovo ingresso agli scavi: i lavori, cominciati il 4 luglio 1929, vennero ultimati il 21 aprile 1930.
Non contento dei risultati ottenuti, in data 25 marzo 1933 il Maiuri inviava al ministro del tempo una nuova richiesta di aiuto, prospettando l’opportunità che difficoltà economiche non arrestasero l’ «ardua ed ero~ca impresa», ed esponendo un concreto ed economico progetto di prosecuzione dei lavori . Questi, grazie alla sensibilità del Ministro, continuarono e così Ercolano, liberata dal grave ammasso di terra che la rinservava da secoli, poté rivelare nel 1942 il suo vero volto: vie regolari pavimentate e fiancheggiate da marciapiedi, case conservate fino all’ altezza del tetto, impalcature di legno ancora al loro posto, opere d’arte in marmo e in bronzo di pregevole fattura, pavimenti in marmi rari e policromi, pitture di singolare pregio decorativo, archivi privati con tabulae ceratae contenenti atti giudiziari, e poi materie deperibili quali cibi e stoffe riemersi dal buio in virtù delle eccezionali condizioni di conservazione consentite dal banco di terreno indurito e consolidato.
Il messaggio di un’antica civiltà, affidato alle mute ma eloquenti testimonianze dei reperti ercolanesi, riaffiorò come per incanto, grazie all’opera appassionata e geniale di Maiuri, non meno che al patronato di Fedele.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Giovanni Buonajuto studioso e scrittore made in resina
agosto 19, 2015
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giovannibuonajuto

Giovanni Buonajuto nacque il 9 agosto 1902, secondo di cinque figli, da una famiglia della piccola borghesia dell’ allora Comune di Resina: il padre, Antonio, era disegnatore delle Ferrovie, la madre, Anna d’Ardia, sorella di un noto avvocato che era stato anche sindaco della città. Fu infatti nello studio legale di questi che egli, benché giovanissimo e ancora studente, iniziò la sua attività lavorativa apprendendo, attraverso la stesura di comparse e atti legali, quelle nozioni di diritto che arricchiranno la sua futura attività di docente e di professionista agronomo.

Conseguito il diploma di geometra egli, mantenendosi agli studi con un’ apprezzata e crescente attività professionale, s’iscrisse all’allora Scuola Superiore di Agronomia di Portici dove si laureò, con lode, nel 1929.

Allievo del grande entomologo Filippo SiI vestri e compagno distudi di scienziati e tecnici valorosi come Brizzi, Platzer, Scognamiglio, Giovanni Buonajuto venne subito attratto dalle problematiche della questione meridionale e della condizione contadina; fu presto assistente presso la Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Napoli ed autore di un primo lavoro, “L’economia agraria della zona vesuviana” (Portici, 1930) nel quale espose il risultato delle sue appassionate ricerche sul regime fondiario, il mercato e l’organizzazione della produzione delle imprese agricole dell’ agro ercolanese. Seguirono molti altri scritti, generalmente pubblicati sul Bollettino della Cattedra, “L’agricoltura meridionale” (tra i quali vanno ricordati gli studi sulla coltivazione dell’uva da tavola e dell’albicocco nella regione vesuviana).
Vincitore, nel 1935, del concorso a cattedra per l’insegnamento dell’ agronomia nei R. Istituti tecnici commerciali, Giovanni Buonajuto lascia Resina per Pescara, città dove per oltre un biennio insegnerà agronomia con l’antico fervore di quanti nell’insegnamento vedono realizzarsi una personale vocazione piuttosto che un rassegnato ripiego.
Ma fu dopo il suo trasferimento a Napoli, presso l’Istituto Tecnico per geometri “G.B. della Porta”, che egli intraprese la sua attività più feconda, di studioso e di scrittore.

Impegnato nella definizione di importanti progetti di bonifica integrale (come quelli relativi ai Comprensori di Terra di lavoro, della piana del Sele e del Vallo del Diano) e nell’opera di rilevazione e stima delle imprese agrarie del Mezzogiorno fu, a suo modo, tra i protagonisti del dibattito sulla modernizzazione dell’ agricoltura meridionale che, già in atto alla vigilia della guerra, segnerà, poi, gli anni difficili del dopoguerra e il clima arroventato della nascita della Repubblica; e che impose, soprattutto nella politica agraria, scelte di fondo, come quella tra liberismo produttivistico (per il quale il rinnovamento dell’agricoltura meridionale andava perseguito con la riorganizzazione imprenditoriale e lo sviluppo aziendale dell’ impresa capitalistica) e modelli di solidarismo sociale e di collettivismo agrario che, pur nella loro diversità, fondavano entrambi la trasformazione agricola del Mezzogiorno su una politica di frazionamento delle terre e di diretto intervento economico ed assistenziale dello Stato.

Di un equilibrato indirizzo neoliberista, Giovanni Buonajuto fu, sulle pagine del “Mezzogiorno Agricolo” -diretto da Mario Florio -convinto assertore e divulgatore, con una serie numerosissima di articoli e, talora, di veri e propri saggi, che, analizzando criticamente il regime del latifondo, rifiutava ogni tutela ideologica agli interessi della proprietà assenteista meridionale. “Non è concepibile nella società attuale -egli affermava nelle sue “Considerazioni e proposte in tema di riforma agraria” del 20 settembre 1946 -che il proprietario limiti la propria funzione alla sola percezione del reddito. Ne consegue che bene fa lo Stato, ogni qualvolta si verifichino, per grandi possessi terrieri, basso livello di produzione ed assenteismo del proprietario, ad intervenire mediante l’esproprio o l’occupazione “.
Ed infatti non nutriva dubbi sull’opportunità di una riforma fondiaria che abolisse il latifondo purché fosse chiara la prospettiva economica e politica entro cui attuarla. E, quasi presagendo le difficoltà dell’ ag~i~oltura meridionale nell’attuale contesto comunitario, aggiungeva, che se fossero prevalse esclusive finalità politico-sociali a discapito di quelle propriamente economico-produttive, la riforma agraria si sarebbe risolta col lasciare immutata, di fatto, la tradizionale debolezza economica dell’ agricoltura del Mezzogiorno, perché “… occorre tener presente che la nostra agricoltura dovrà inserirsi in un regime di scambi internazionali e dovrà perciò adattare i propri ordinamenti colturali alla nuova situazione che si verrà a creare. Epperò nell’organizzazione dell ‘impresa e nella scelta dei mezzi e modi di esercizio, l’imprenditore dovrà lasciarsi guidare dal criterio economico di ottenere dalla terra il più alto rendimento ed a minor costo”.
Ma la classe politica del tempo, per dirla con le parole di Giovanni Aliberti -che questi scritti di economia e politica agraria, tra gli altri, ha rivisitato e apprezzato in un suo successivo lavoro (“Ceti produttivi e questione agraria: lineamenti di un programma liberista nel Mezzogiorno del secondo dopoguerra “, Roma, 1982) -non volle nè aveva interesse a raccogliere un messaggio che imponeva di affrontare i rischi di una scelta politica che proponeva di “coordinare l’assegnazione delle terre con un preventivo piano di miglioramento… “.

Assiduo dell’ambiente crociano di Napoli e sodale di Mario Florio, Guido Cortese e Francesco Compagna, egli, dopo una breve parentesi d’impegno civile nelle file del liberalismo napoletano, spesa nella ricostituzione dell’ omologo circolo di Resina, si dedicò, dal 1948, esclusivamente all’insegnamento e agli studi -come quelli sulla questione meridionale, la semplificazione delle leggi fiscali e la socializzazione agraria in URSS, (pubblicati, in varie riprese, sul Mezzogiorno Agricolo) -raccogliendo una vasta biblioteca privata, soprattutto specialistica, ricca di migliaia di volumi: raccolta, che alla sua morte -avvenuta il 26 gennaio 1955, a soli 53 anni e nel pieno della sua maturità di studiosofu donata, dalla moglie e dal figlio, al Comune di Ercolano.
Della sua attività di professionista e studioso, circondato da stima e rispetto generali, vi fu, il giorno dei suoi funerali, inusitata testimonianza di popolo; della sua opera di docente e della profondità del suo insegnamento restò la commozione degli allievi, dei colleghi e del Presidente del “G.B. Della Porta” che, disponendo una giornata di “Lutto dell’Istituto”, ne ricordarono le doti di “docente coltissimo e maestro impareggiabile”; dei suoi studi, e dell’ amore per la sua Ercolano, resta oggi, con i suoi scritti, la Biblioteca che il Consiglio comunale volle unanimamente intestare al Suo nome.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Enrico Petrecca primo magistrato made in resina
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Enrico Petrecca: un gentiluomo di stampo antico, un magistrato (l’unico che abbia avuto Resina) colto ed integerrimo, un marito e padre esemplare.
In queste poche parole si può riassumere l’iter esistenziale di un uomo buono e modesto, ricco di umanità e di senso morale, animato da un profondo spirito religioso, tutto dedito alla professione ed alla famiglia.
Il nostro illustre concittadino, nato il 6 gennaio del 1925, fin da giovane si fece particolarmente apprezzare per quelle qualità che lo avrebbero portato ad occupare i più alti gradi della magistratura.

Nominato uditore con D.M. 19 settembre 1950, dopo il periodo di uditorato svolto alla Procura della Repubblica di Napoli, fu destinato prima al Tribunale di Mantova e poi alla Pretura di Clusone (Bergamo).
Promosso aggiunto giudiziario il lO luglio 1953, fu trasferito nel 1958 alla Pretura di Aversa e nel 1965 al Tribunale di Napoli. Con D.P. 12-11-1968 fu nominato Magistrato di Appello con decorrenza dal 19 settembre 1966, e con D.P. 21-12-1974 Magistrato di Cassazione con decorrenza dal 19-9-1973.

A coronamento di un cursus honorum veramente prestigioso, fu infine promosso Presidente di Sezione deHa Suprema Corte di Cassazione, con decorrenza dal 28-10-1978.
Dotato di una sensibilità estremamente ricettiva, con una naturale inclinazione ad impossessarsi delle materie più diverse, Enrico Petrecca evidenziò sempre, nelle varie sezioni presso cui esercitò le sue funzioni, doti eminenti di preparazione, capacità, laboriosità e diligenza, di equilibrio e sensibiHtà giuridica.
Nel Tribunale di Napoli fu addetto prima ad una sezione penale, poi alla sesta sezione civile ed infine alla sezione specializzata agraria.

In sede istruttoria seppe imprimere un ritmo celere alla trattazione delle cause a lui affidate, per far sì che !’istruttoria si svolgesse costruttivamente e senza remore ingiustificate e che le cause pervenissero senza lacune alla fase decisoria.
In Camera di Consiglio apportò il notevole contributo della sua cultura giuridica sempre aggiornata e del costante impegno nello studio dei processi, il che gli consentiva di orientarsi agevolmente, all’occorrenza, .fra indirizzi giurisprudenziali e dottrinali contrastanti.
Le sue sentenze, al pari degli altri provvedimenti da lui redatti, si distinsero sia per <la completezza di esposizione che per l’accuratezza della trattazione e l’adeguata risoluzione delle questioni influenti ai fini della decisione, apparendo inoltre molto pregevoli per stile, chiarezza e rigore di motivazione.

Il suo rendimento lavorativo, attestato dal considerevole volume degli affari trattati, fu espressione della sua alta e costante operosità e della sua assoluta dedizione, spesso anteposta alla cura degli interessi personali e familiari. Ne fu prova un episodio accaduto il 26 agosto del 1962, quando una vasta zona della Campania fu attraversata da una prolungata scossa sismica: in quell’occasione fu visto precipitarsi nella strada con una borsa che qualcuno ritenne piena di oggetti ed effetti personali; si trattava, invece, di documenti processuali alla cui salvezza aveva sub9rdinato qualsiasi altro interesse personale.

Così si espresse, con rapporto in data 2} luglio 1979, il Presidente del Tribunale di Napoli: «Raramenté è accaduto allo scrivente di apprezzare in un magistrato un senso di così viva consa· pevolezza della propria funzione e di una così nobile e responsa· bile visione dei doveri alla stessa inerenti, come quello dimostrato dal dr. Petrecca. Si può dire che egli ha sempre considerato il proprio lavoro come missione da svolgere con prestigio temperato da umiltà, con scrupolo spinto fino al sacrificio, con riservatezza non schiva dei contatti umani e con l’esempio di una condotta pub· blica e privata assolutamente irreprensibile. Di tratto signorile e distinto, egli è stato sempre circondato dalla stima e dal rispetto del Foro e dei colleghi che ne hanno apprezzato le qualità umane e quelle altre, innanzi evidenziate, che ne hanno fatto un operatore del diritto particolarmente qualificato.
La sua morte, avvenuta il 26-4-1979, ha suscitato un compianto unanime ed intenso nell’ambiente cittadino ed in particolare in quello giudiziario e forense ».

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.