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Carlo di Borbone, la rinascita degli scavi di Herculaneum
10 marzo 2015
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Carlo_di_Borbone_1716-1788

L’arrivo di Carlo di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna), figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, nel Regno e a Napoli (1734), segnò per il paese l’insperato ritorno – dopo oltre due secoli di “declassamento” istituzionale e di alterne fasi di dominio straniero  alle dimensioni dello stato nazionale e indipendente.
Scrive il D’Agostino: «… Tra alti e bassi si compiono i primi passi per affrontare, se non per risolvere, annose questioni: negli anni tra il 1739 e il 1741 (il “meriggio del tempo eroico”) sembrano realizzarsi più incisive e durevoli riforme sul terreno  economico e finanziario, su quello della legislazione generale, rispetto alla Chiesa romana (Concordato, 1741) e perfino nel campo, assai spinoso, dello strapotere baronale… È anche in virtù di ciò che la spirale regressiva si arresta, ed è anche questo il periodo in cui meglio brillano la tenuta e la ripresa del movimento degli intellettuali. La cultura napoletana a metà secolo, autentica “scienza ausiliaria per la trasformazione concreta della società”, si rinnova e ristruttura, preludio della successiva e più pregnante stagione di successi (Genovesi, Broggia, Intieri, Fragianni, Galiani, Galanti, Filangieri, ecc.).

Si riapre un dibattito che è tecnico e politico insieme e che coinvolge i nuovi saperi, il progresso civile, sociale ed economico».
In questa ottica va letto l’impulso dato alla rinascita dell’antica Ercolano, anche se «non si possono tacere limiti e inadempienze di questo sovrano, pur restauratore del Regno e artefice delle fortune della “terzogenita dinastia” Borbone»; nè «può bastare la magnificenza costruttiva, assai di facciata, peraltro, o la protezione, autogratificante se non adulatoria, a musei, biblioteche, raccolte d’arte, scavi archeologici, e neppure l’edificazione dell’ immenso Ospizio dei poveri, pur importante opera sociale».
Ad ogni modo, la storia ufficiale degli scavi comincia nel 1738, per volere di Carlo. Seguiamo il De Jorio:

«Nel 1738, avendo l’augusto Carlo III ordinato che gli si edificasse in Portici una casa di delizie, l’architetto D. Rocco Alcubierre nel rapportargli le ottime qualità del sito da S.M. prescelto, gli diede parte delle notizie ricevute dagli abitanti delle ricchezze di nuova specie esistenti, cioè di una antica città sepoltavi, non che delle preziose antichità di tanto in tanto estrattene. Appena informato il Re dell’indicato tesoro antiquario, ordinò che si facessero le più diligenti ricerche per assicurarsi del fatto. Il lodato Alcubier fatto diligel}ziare nel mese di Ottobre di detto anno 1738 il medesimo pozzo, dal quale Elboeuf si aveva procurati non pochi monumenti, ne ricavò gl’indizi delle antiche fabbriche descritte. ‘Dopo pochi giorni riuscì a cavarne una statua consolare. Questo bastò ad accendere il genio di quel Sovrano, e si diede mano allo scavo con energia e diligenza … ».

I lavori furono diretti da ingegneri militari: prima dall’Alcubierre, poi dal Bardet (fino al 1745), quindi dal Weber (dal 1750 al 1764), infine dal La Vega. Un labirinto di cunicoli e di pozzi forò il terreno per un’ estensione di circa 600 metri da nord-est a sud-ovest, e per più di 300 metri da Pugliano al mare. Lo scavo fu praticato dalle valorose maestranze di Resina (i cosiddetti cavamonti), che lavorarono al lume di torce in gallerie umide, alla profondità perfino di venti sette metri, col pericolo incombente delle frane e delle esalazioni di idro- geno solforato. Nel complesso, gli operai erano circa cinquanta, compresi alcuni forzati (ospiti del carcere annesso al convento di S. Pasquale al Granatello di Portici) e gli schiavi algerini e tunisini catturati nelle campagne contro i barbareschi.

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L’enorme cumulo di terra indurita in diciassette secoli, la mancata conoscenza dell’estensione di Ercolano, l’ignoranza delle più elementari nozioni di archeologia e l’agglomeramento delle case di Resina su tutta la superficie esplorata, non facilitarono di certo gli scavi. Ad aumentare le difficoltà contribuì molto anche la mancanza di direttive precise e coerenti. In tale situazione, molti rapporti degli scavatori andarono perduti, ed importanti opere d’arte abbandonate tra i rottami o disperse. I frammenti di tre o quattro statue equestri, rinvenuti nei primi tempi, vennero fusi per farne la statua della Concezione della cappella annessa al palazzo reale di Portici.

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Si andò avanti così, saggiando qua e là il terreno, sfondando muri, abbattendo colonnati, sforacchiando soffitti, usando persino la mina per vincere la resistenza della durissima coltre di tufo che copriva i tesori sepolti. Con questi sistemi i marmi preziosi, gli alabastri, i pavimenti e le colonne dei templi e delle case signorili furono cavati a ceste, a cumuli, in frammenti grandi e piccoli, e le schegge di marmo polverizzate e vendute agli stuccatori. Lo stesso Marcello Venuti, gentiluomo di Cortona, allora sottotenente di vascello ed “antiquario del Re”, si lamentò che «i cavatori rompevano e guastavano ogni cosa», e riferì che «col torso della prima statua equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente … di formare due grandissimi medaglioni con su cornici di bronzo dell’ altezza di circa due braccia con i ritratti della Maestà del Re e della Regina»

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Eppure la diligenza e l’audacia di quei primi scavatori furono veramente ammirevoli, e il fiuto della ricerca addirittura incredibile. Nonostante l’oscurità e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di perforazione, trazione e sopraelevazione, i valenti collaboratori di Carlo III completarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), rintracciarono più templi e in ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la Villa dei papiri riuscendo a portare alla superficie statue, busti, colonne, cornici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico e quadri di pregevole fattura.
Conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e dei diritti della cultura, il sovrano borbonico pensò di collocare i reperti archeologici nella reggia di Portici, e precisamente nella parte corrispondente al palazzo Caramanico, nel cui pianterreno furono sistemati i marmi, le iscrizioni, i bronzi, le lampade, le terrecotte, i vetri, gli utensili, le derrate, le medaglie, i cammei e i papiri; mentre al piano superiore vennero collocate le pitture. In questo modo si ebbe la possibilità di mettere insieme il materiale a mano a mano che veniva alla luce e inaugurare nel 1758 il Museo Ercolanese, alla direzione del quale fu posto Camillo Paderni.
Anche nella pubblicazione dei risultati degli scavi, che avevano rivelato quasi all’ improvviso un gran numero di opere d’arte, vi furono incertezze ed errori; ma alla leziosità di mons. Bayardi, già incaricato di redigerne il catalogo, Carlo III pose finalmente rimedio, istituendo nel 1755 l’Accademia Ercolanese. Lo scopo era di pubblicare, in grandi tomi in folio e con illustrazioni in rame dei maggiori incisori del tempo, quello che veniva alla luce dagli scavi e che restava più o meno nascosto nelle stanze del palazzo reale di Portici.
Gli accademici – collezionisti, giuristi, umanisti insigni, esperti in numismastica e qualche raro archeologo (l’archeologia era appena agli inizi) – lavorarono bene. Nel 1757 venne pubblicato il primo volume sotto il titolo Antichità di Ercolano esposte con qualche spiegazione, cui seguirono, fino al 1792, altri otto volumi, magnificamente illustrati, pubblicati per ordine e a spese di Carlo III.
Tutti questi volumi erano autentici gioielli di arte tipografica, tanto più preziosi perché sulla erudizione “superflua ed affastellata”, propria di tanti uomini di lettere di quel tempo, prevalse la dottrina ed il buon senso del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, filologo esperto in antichità greche, e di altri, fra i quali il marchese Tanucci (primo ministro di Carlo, già professore d’università), che molto sfrondò di inutile. I tesori che Ercolano restituì alla luce furono poi rimossi e trasportati, nel 1782, nel Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ed ora rappresentano una delle più formida-
bili attrattive della metropoli meridionale.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.