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Enrico Petrecca primo magistrato made in resina
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Enrico Petrecca: un gentiluomo di stampo antico, un magistrato (l’unico che abbia avuto Resina) colto ed integerrimo, un marito e padre esemplare.
In queste poche parole si può riassumere l’iter esistenziale di un uomo buono e modesto, ricco di umanità e di senso morale, animato da un profondo spirito religioso, tutto dedito alla professione ed alla famiglia.
Il nostro illustre concittadino, nato il 6 gennaio del 1925, fin da giovane si fece particolarmente apprezzare per quelle qualità che lo avrebbero portato ad occupare i più alti gradi della magistratura.

Nominato uditore con D.M. 19 settembre 1950, dopo il periodo di uditorato svolto alla Procura della Repubblica di Napoli, fu destinato prima al Tribunale di Mantova e poi alla Pretura di Clusone (Bergamo).
Promosso aggiunto giudiziario il lO luglio 1953, fu trasferito nel 1958 alla Pretura di Aversa e nel 1965 al Tribunale di Napoli. Con D.P. 12-11-1968 fu nominato Magistrato di Appello con decorrenza dal 19 settembre 1966, e con D.P. 21-12-1974 Magistrato di Cassazione con decorrenza dal 19-9-1973.

A coronamento di un cursus honorum veramente prestigioso, fu infine promosso Presidente di Sezione deHa Suprema Corte di Cassazione, con decorrenza dal 28-10-1978.
Dotato di una sensibilità estremamente ricettiva, con una naturale inclinazione ad impossessarsi delle materie più diverse, Enrico Petrecca evidenziò sempre, nelle varie sezioni presso cui esercitò le sue funzioni, doti eminenti di preparazione, capacità, laboriosità e diligenza, di equilibrio e sensibiHtà giuridica.
Nel Tribunale di Napoli fu addetto prima ad una sezione penale, poi alla sesta sezione civile ed infine alla sezione specializzata agraria.

In sede istruttoria seppe imprimere un ritmo celere alla trattazione delle cause a lui affidate, per far sì che !’istruttoria si svolgesse costruttivamente e senza remore ingiustificate e che le cause pervenissero senza lacune alla fase decisoria.
In Camera di Consiglio apportò il notevole contributo della sua cultura giuridica sempre aggiornata e del costante impegno nello studio dei processi, il che gli consentiva di orientarsi agevolmente, all’occorrenza, .fra indirizzi giurisprudenziali e dottrinali contrastanti.
Le sue sentenze, al pari degli altri provvedimenti da lui redatti, si distinsero sia per <la completezza di esposizione che per l’accuratezza della trattazione e l’adeguata risoluzione delle questioni influenti ai fini della decisione, apparendo inoltre molto pregevoli per stile, chiarezza e rigore di motivazione.

Il suo rendimento lavorativo, attestato dal considerevole volume degli affari trattati, fu espressione della sua alta e costante operosità e della sua assoluta dedizione, spesso anteposta alla cura degli interessi personali e familiari. Ne fu prova un episodio accaduto il 26 agosto del 1962, quando una vasta zona della Campania fu attraversata da una prolungata scossa sismica: in quell’occasione fu visto precipitarsi nella strada con una borsa che qualcuno ritenne piena di oggetti ed effetti personali; si trattava, invece, di documenti processuali alla cui salvezza aveva sub9rdinato qualsiasi altro interesse personale.

Così si espresse, con rapporto in data 2} luglio 1979, il Presidente del Tribunale di Napoli: «Raramenté è accaduto allo scrivente di apprezzare in un magistrato un senso di così viva consa· pevolezza della propria funzione e di una così nobile e responsa· bile visione dei doveri alla stessa inerenti, come quello dimostrato dal dr. Petrecca. Si può dire che egli ha sempre considerato il proprio lavoro come missione da svolgere con prestigio temperato da umiltà, con scrupolo spinto fino al sacrificio, con riservatezza non schiva dei contatti umani e con l’esempio di una condotta pub· blica e privata assolutamente irreprensibile. Di tratto signorile e distinto, egli è stato sempre circondato dalla stima e dal rispetto del Foro e dei colleghi che ne hanno apprezzato le qualità umane e quelle altre, innanzi evidenziate, che ne hanno fatto un operatore del diritto particolarmente qualificato.
La sua morte, avvenuta il 26-4-1979, ha suscitato un compianto unanime ed intenso nell’ambiente cittadino ed in particolare in quello giudiziario e forense ».

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La famiglia Scognamiglio due sindaci ed un sacerdote
agosto 19, 2015
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L’avv. Andrea Scognamiglio fu Sindaco di Resina dal 21 -10· 1894 al 23 -Il -1895, dal 2·5·1905 al 6 -10· 1908 e dall’l -12 -1910 al 3-5. 1912.
Durante i suoi mandati avvennero alcuni fatti importanti: l’inaugurazione a Resina, il l° luglio del 1895, dell’Acquedotto vesuviano, destinato a distribuire una diramazione delle fresche e limpide acque del Serino anche agli altri Comuni marittimi vesuviani; i moti di piazza, scoppiati a Napoli per la scarsezza del raccolto e l’oppressione fiscale, ed estesisi anche alla nostra città; la terribile eruzione vesuviana del 1906; la disastrosa eruzione fangosa del 1911; lo sviluppo commerciale, !’incremento delle industrie, l’apertura di nuove arterie cittadine e i lavori di restauro alla Chiesa Madre di Pugliano (lO).
Un altro illustre figlio di Resina fu Padre Pio Scognamiglio (1880-1953) dell’Ordine domenicano. Il monaco ‘e priora (così era affettuosamente chiamato dai nostri concittadini) fu Superiore a Roma e a Bari (nella famosa Basilica di S. Nicola), per vari anni. In quest’ultima località scrisse alcune opere, fra cui una «Storia del Santuario» e «Il miracolo della Manna» di S. Nicola. Visse gli ultimi anni della sua vita nel Santuario di Madonna dell’Arco.

Infine, il prof. Francesco Scognamiglio fu Sindaco dal 24 -91966 al -31 -3 -1969. A lui spetta il merito di avere proposto e ottenuto il cambio del nome di Resina in quello antico e prestigioso di Ercolano: così, con il sospirato decreto del Presidente della Repubblica pervenuto in data 12 febbraio 1969, il nostro Comune perdeva il carattere provinciale della sua denominazione e ritornava nel solco della grande tradizione storica e archeologica da cui era un giorno partito.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La famiglia Cozzolino resinesi per antonomasia
cambiotoponimo

Particolarmente numerosa e importante è stata, in ogni tempo, la grande famiglia resinese dei Cozzolino.
Scrive, a questo proposito, Mons. Gioacchino Cozzolino:

«Se non la metà, certo un terzo della popolazione di Resina porta questo cognome, e si può essere certi che in qualunque parte del mondo si trovi un Cozzolino, questi discende da famiglia resinese. L’origine di questo cognome si perde nella oscurità dei tempi; in qualche antichissimo documento, e in qualche iscrizione, si legge pure Corxolino o Cozzolini … Verso il mille o poco prima, quando Resina era un paese eminentemente agricolo e dedito alla pastorizia, i Cozzolino possedevano vasti territorii in gran parte messi a pascolo e grandi armenti. Col censo i Cozzolino si resero illustri per una lunghissima, ininterrotta serie, continuata fino ad oggi, di zelanti e dotti sacerdoti, di professionisti esimi, di ottimi e scrupolosi amministratori della cosa pubblica, ed ancora per lasciti destinati ad opere di culto e di beneficenza … Aumentatasi nel corso dei secoli la famiglia Cozzolino e divisa in varii capi, per distinguersi fra loro, al cognome venne aggiunto un agnome … ».

Così si ebbero :

Cozzolino di Ampellone, Cant’ ‘a muorto, Caporètano, Cerasiello, Catena, Di Battimo, Don papà, Duchino, Fetecchia, Miezo vico, Morello, Pelliccia, Pezz” e caso, Pentella, Sareiniello, Sbragliella, Trippicella, Tub “e culo, Urzo, Viola e Vierno.

Il primo ed anche il più illustre dei Cozzolino, nonché il più il grande figlio di Resina in assoluto, fu il sacerdote Benedetto Cozzolino (1757-1839), al quale va ascritto il merito dell’apertura, nel Collegio del Salvatore in Napoli, della prima scuola italiana per i sordomuti. Era il 1788. Da allora la benemerita istituzione rimase nell’antico Collegio dei Gesuiti fino al 1819, anno in cui la scuola venne trasferita nel Regio Albergo dei Poveri, e qui assurse in breve tempo a tale celebrità che meritò le lodi non solo della Corte di Napoli, ma anche degli altri Principi d’Italia e delle Corti d’Europa.

benedettocozzolino

Altri due cittadini di Resina, Vito e Gennaro Cozzolino, furono rispettivamente direttore e maestro della scuola dei sordomuti nel ricordato Albergo dei Poveri e qui ricevettero, il 13 settembre 1849, la visita dell’esule Pio IX, che aveva voluto rendersi conto di persona di quella benefica istituzione, la cui fama aveva varcato, come s’è detto, i confini del Regno di Napoli.

In tempi più vicini a noi, Rosario Cozzolino (t1912), della famiglia dei Cerasiéllo, fraterno amico del grande Cardarelli, fu un valentissimo medico-chirurgo, noto per la sua generosità verso malati indigenti.
gioacchinocozzolinoUn altro noto esponente della prolifica famiglia dei Cozzolino fu Mons. Gioacchino Cozzolino (1868-1943), detto don Gioacchino ‘a cotena. Ordinato sacerdote dal Cardinale Sanfelice il 24 settembre 1892 e nominato parroco di S. Maria a Pugliano dal Cardinale Giuseppe Prisco il 12 luglio 1899, il nostro don Gioacchino svolse per quasi mezzo secolo il suo mandato, organizzando e promuovendo istituzioni religiose e filantropiche. Eletto dal Cardinale Ascalesi Vicario foraneo il 26 gennaio 1926 ed Arciprete nel 1929, fu elevato successivamente alla dignità di Protonotario Apostolico, ad instar partecipantium, il 23 giugno 1938. Tra i tanti meriti da lui acquisiti, va segnalato il restauro del tempio di Pugliano, solennemente consacrato e benedetto dal Card. Ascalesi il 3 agosto 1935.

Nipote del precedente fu l’altro sacerdote resinese Michele Cozzolino. Nato il 15 marzo 1905, di mente eletta, di lucido ingegno,I di eloquente parola, fin dagli anni giovanili emerse nel Seminario Arcivescovile, dando pubblici saggi in scienze naturali, in teologia, in cosmogonia mosaica. Nel 1928, ordinato sacerdote, incominciò il s.uo apostolato fondando l’Associazione giovanile di A.C. maschile
S. Francesco d’Assisi, per la quale sacrificò tutto il suo tempo e le sue energie. Nel 1934 nominato vice-parroco, fu il braccio destro ed il valido collaboratore dello zio Arciprete. Oratore fecondo, da vari pulpiti d’Italia sparse con eloquente parola il seme del Vangelo. Professore di Religione per un decennio nel R. Istituto d’Arte di Napoli, seppe infondere nei suoi alunni l’amore per il sapere. Pieno di brio e di giovinezza, mentre nella vigilia dell’Assunzione del 1941 dava prova della sua intensa attività assistendo il Cardinale Ascalesi nella funzione della Cresima a Pugliano, colpito da improvviso malore, rendeva l’anima a Dio, lasciando nello strazio lo zio Arciprete, i genitori, i parenti e !’intera cittadinanza.

L’ultimo rampollo di questa nobile schiatta è Paolo Cozzolino, maresciallo dei car~binieri in pensione, il più noto sommozzatore italiano degli ultimi venti anni, famoso anche fuori d’Italia. Nel corso della sua lunga e brillante carriera, il nostro valoroso concittadino ha lavorato sotto la superficie di laghi e di fiumi; è stato in Spagna ed in Francia, in Svizzera ed in Olanda a recuperare corpi, a identificare relitti, a collaborare a ricerche archeologiche e biologiche; ha conquistato tre medaglie di bronzo al valor civile, una medaglia di bronzo al valor militare, cinque encomi solenni per operazioni condotte sott’acqua; ha ottenuto ancora una medaglia d’oro di benemerenza dal Comune di Ercolano e la medaglia d’oro al valor sportivo della F I P S.
Prima di concludere questa breve e necessariamente incompleta rassegna degli esponenti più qualificati della grande comunità resinese dei Cozzolino, ci piace indirizzare un tributo d’affetto all’ultraottuagenario prof. Ciro Cozzolino (appartenente al ramo dei Duchino). Il nostro concittadino, dopo aver dedicato alla Scuola oltre quarant’anni della sua laboriosa esistenza, è stato insignito dal Capo dello Stato, su proposta delle Autorità scolastiche, del diploma di prima classe con facoltà di fregiarsi di medaglia d’oro.

In questa immagine vediamo la diffusione del cognome cozzolino su tutto il territorio italiano ed è presente in quasi 510 comuni, ovviamente la massima concentrazione si ha nel territorio vesuviano.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Filmato istituto luce circumvesuviana nel dopoguerra
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Un bellissimo filmato d’epoca a cura dell’istituto luce con la emblematica voce narrante di Guido Notari che ripercorre il viaggio in circumvesuviana nell’immediato dopoguerra.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Alfonso Negro, il ricordo a cent’anni dalla nascita
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Assessore oculato e disinteressato, Negro ricoprì più volte -fino al 1975 -la carica di assessore , legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città, a cominciare dal cambio del toponimo Resina in Ercolano.

Origini dell’antica Ercolano

Sull’origine dell’antica città, che affonda le radici in un passato che si muove tra storia e mito, le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi.
Il Chiarini affenna che «si è creduto trarre dal fenicio l’etimologia del vocabolo Herakleion, stante che in quella lingua Heracli vuoI dire ardens igne, e ciò per indicare la qualità vulcanica del suolo dove venne fondata».
Altri riconoscono il nome della città nel siriaco horah kalie, cioè «pieno di fuoco», e nei vocaboli etruschi significanti «vomito di fiamme» per la vicinanza del vulcano.
Alla venuta dei RodI in Campania si dovrebbe invece collegare il toponimo greco, divenuto Hereclena nella pronuncia osca, da cui Hereklanom e, nell’uso comune, Herculanum o Herculaneum.

Dionigi d’Alicarnasso, indulgendo all’ipotesi della saga erculea, ne attribuisce la fondazione al mitico eroe ellenico: questi avrebbe costruito la città che porta il suo nome nel luogo – tra Pompei e Napoli – dove la numerosa flotta, col carico di armenti tolti a Gerione, era approdata.
La leggenda, giunta a noi mutila e alterata, ricorda anche come la fondazione di-Ercolano fosse il frutto dello sfortunato amore di Ercole per Sebetide;figlia di Sebeto, nome tutelare del fiume omonimo. La ninfa, per sottrarsÌ agli assalti del mitico personaggio, abbandonò i giardini paterni
e dalle falde del Vesuvio fuggì verso la riva del mare, implorando l’aiuto di Nettuno. Il dio l’ascoltò: Sebetide fu trasformata in un sasso ricoperto di fiori. Ercole, colpito da quella repentina met~morfosi, diede allora il suo nome al sasso, sul quale crebbe, appunto, la nuova città, l’Herculea urbs.

Al di fuori del mito, ciò starebbe a indicare una città greca di nome e di fatto. I Greci, infatti, erano soliti tributare onori speciali ad Ercole, il loro eroe nazionale, e la storia degli Scavi di Ercolano è ricca di rinvenimenti che confermano quel culto. D’altra parte, è assai verosimile l’affermazione del Maiuri secondo la quale lo sviluppo della città si dovette alla necessità che i Greci della vicina Neapolis ebbero di potenziare i centri minori del golfo con una serie di baluardi costieri (infatti, Ercolano è indicata da Strabone come phrourion o castellum).

Sulla base della pianta di uno dei primi scavatori, nonché come appare con maggiore evidenza dagli scavi finora effettuati, è possibile anche farsi un’idea della sua topografia. La città era disposta su un terreno fortemente acclive, che sporgeva sulla sottostante scarpata con un brusco salto del promontorio.

Le case, distribuite a terrazzamenti e spianate artificiali, digradavano fino al ciglio del precipizio, permettendo la visione del mare anche a coloro che
ne erano più lontani. L’abitato, tuttavia, non si arrestava all’estremità della collina, ma si estendeva fino al porto attraverso fornici di passaggio, che
mettevano in comunicazione i cardines con il sobborgo marino.
I primi abitanti furono gli Osci od Opici (VIII secolo a.C.), che diedero a tutta la regione il nome di Opicia (<<terra di lavoro»). La città nacque come un pagus o vicus, cioè un aggregato di poche abitazioni, senza pianta preordinata, ma non tardò a subire, come detto, l’influenza dei vicini Greci di Neapolis.

Più tardi, nel sesto secolo, vennero gli Etruschi (ovvero i Tirreni di Strabone),cominciarono ad affiuirvi che «di molto si elevarono sopra gli altri popoli d’Italia nella cultura politica, religiosa, artistica». In questo periodo l’influenza commerciale della città, posta sul mare, aumentò ben presto e migliorò sensibihnente anche il tenore di vita dei suoi abitanti.
Nel 474 la flotta etrusca subì una tremenda sconfitta dai Greci, i quali stabilirono il loro dominio su tutto il territorio che da Cuma va fino a Punta Campanella.
La superiore civiltà degli Etruschi e dei Greci segnò una svolta importante nella storia della città, ma è innegabile che questa «rispecchia, per orientazione e distribuzione, la pianta di una città sicuramente greca di origine e d’impianto, cioè di Neapolis».
Anche i Sanniti, subentrati ai Greci nel quinto secolo, continuarono ad abbellire la città, introducendo nella struttura degli edifici interessanti elementi di novità. La casa osca, semplice e senza finestre, fu ampliata e arricchita; l’orto, che l’affiancava, divenne prima giardino e poi quadriportico, rivestito di decorazioni policrome; furono praticate aperture più ampie alle pareti; venne innalzato un primo piano (adibito a deposito di commestibili o destinato alla servitù), al quale fu spesso aggiunto anche un secondo.

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Era l’anno 89 a.C.: tutta la regione fu unificata sotto il segno di Roma. Anche Ercolano divenne un municipum romano. La città ebbe strade, fognature, palestre, basiliche, portici, splendidi monumenti ed un magnifico teatro. Attirati dalla pliniana amoenitas orae e dal clima salubre elogiato da Strabone,artisti,letterati,filosofi, consoli,senatoriopatriziromani,iqualinon lesinarono mezzi ed energie perché il loro soggiorno sul litorale ercolanese fosse il più confortevole possibile. Le case subirono trasformazioni notevoli nella distribuzione e nel numero degli ambienti, arricchendosi di giardini pensili, di balconi, del bagno e di molte opere d’arte.
Furono, infine, edificate ville sontuose nelle quali il culto delle nobili arti della grammatica, della retorica, della dialettica, della musica e della danza si potesse alternare alla serena contemplazione della natura, che in nessun altro luogo del circondario aveva un aspetto così fascinoso. Si spiega, così, la massiccia presenza ad Ercolano di retori e filosofi famosi di Roma, di Napoli, di Atene, di Rodi, di Alessandria, di Pergamo.

Nella città di Ercole era possibile attuare, nella pratica della vita quotidiana, i precetti della dottrina di Epicuro, che qui aveva uno dei suoi massimi rappresentanti, il greco-siriaco Filodemo di Gadara. Questo esimio filosofo-poeta aveva cominciato a villeggiare ad Ercolano verso il 70 a. Cr., vale dire ben 23 anni prima che giungessero a Napoli Virgilio, Lucio Vario Rufo, Quintilio Varo, Plozio Tucca ed Orazio. Nella cittadina campana egli riuscì ad attrarre tanti discepoli, tra i quari, forse, Tito Lucrezio Caro.
Tra gli ospiti più illustri di Ercolano va ricordato soprattutto Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console della Macedonia, nonché proprietario della più grande ed aristocratica residenza di Ercolano, quella Villa suburbana che sarebbe stata poi conosciuta in tutto il mondo per la preziosissima raccolta di studi epicurei e per la più ricca serie di ritratti, in bronzo ed in marmo, di pensatori, oratori, dinasti e strateghi in essa rinvenuti nel XVIII secolo.

Il Nobile, accennando alle ville fatte costruire dai poeti e filosofi che giungevano ad Ercolano, attirati dal fascino dell’intellettualità ellenica che vi si respirava, osserva, tra l’altro: «Cicerone, nelle sue lettere, parla della bellissime ville dei due Fabio; Seneca cita un palazzo dei Cesari, che Caligola tèce demolire perché in esso sua madre era stata tenuta prigioniera da Tiberio; Stazio vanta la sontuosità e principalmente il buon gusto che ne illeggiadriva i palazzi». In effetti, queste case signorili, sparse nella vasta area del suburbio, erano ricche e raffinate. I tablini e i triclini erano ariosi e decorati a stucco dipinto, talvolta con pannelli inclusi nella decorazione parietale come quadri, altre volte con veri e propri affreschi raffiguranti scene e personaggi della mitologia. Il mobilio era di legno, ma con i piedi di bronzo artisticamente cesellati. I pavimenti erano in mosaico. L’acqua era distribuita all’ interno da tubazioni. Il disimpegno delle stanze di soggiorno era assicurato dagli atri e dai peristili.

n benessere della città non fu però determinato, esclusivamente, dalla munificenza degli ospiti, che avevano fatto di Ercolano un centro -si direbbe oggi -di «esponenti dell’alta finanza». Altri fattori concomitanti, infatti, contribuirono ad elevare il tenore di vita degli abitanti: il porto sicuro, le acque pescose, i grassi agnelli celebrati da Plinio e l’abbondanza dei vigneti cantati da Marziale.
Questi benefici si spiegano anche col fatto che la coltivazione intensiva voluta dai Romani mirava a produrre in grande quantità grano, olio e vino eccellente. Commercianti di tutte le razze venivano ad Ercolano per acquistarvi grosse partite di quei prodotti che poi rivendevano nei più lontani porti d’Oriente e di Occidente. Perciò, considerata la fertilità del retroterra e la forte richiesta dei vini sul mercato, Catalano è portato a credere che la vita commerciale di Ercolano non dovette essere di scarso rilievo e tantomeno che la città fosse esclusivo richiamo di filosofi. Contro questa interpretazione osta, peraltro, la convinzione del Maggi: «I Borboni, che con accanimento hanno esplorato il sottosuolo, ci hanno disegnato una piccola città con tre decumani e cinque cardines. Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tale dimensione, sapendo dalle fonti che Ercolano non aveva la vocazione di crescere, soffocata com’era dal Vesuvio, da due fiumi e dal litorale: quindi, senza un retroterra agricolo, premessa di eventuali fortune fondiarie, di iniziative commerciali».

Sulla coltre dell’ antica città greco-romana sorgerà, però, più tardi, l’abitato di Resina, che le prime documentazioni diplomatiche fanno risalire all’anno Mille, quando dell ‘antica Ercolano si era persa addirittura la memoria.
Fu l’invenzione della stampa, avvenuta nel 1445, a operare un profondo rivolgimento nella storia della cultura. La sua influenza, sensibile in tutti i catnpi, coincise particolarmente con la fioritura degli studi umanistici. Non a caso in moltissimi libri stampati in quel tempo, quando cioè i dotti erano intenti a riscoprire i valori e le suggestioni della civiltà classica, ricorre spesso il nome di Ercolano.
Tuttavia, se frequenti erano le congetture o le fantasie letterarie sull ‘esistenza dell’antica città, nessuno contemplava la possibilità di eseguire ricerche o scavi dove Ercolano era sepolta. Per giunta si continuava ad ignorarne l’ubicazione.
Fu solo nel 1684 che un fornaio di Resina, volendo scavare un pozzo, invece di rinvenire acqua, trovò scalette e gradini semicircolari lavorati in pietra vulcanica. In effetti, il piccone aveva picchiato contro il duro sasso delle caveae dell ‘antico teatro di Ercolano. In prosieguo di tempo, il pozzo fu ampliato e perfezionato, e servì ad illuminare dall’alto una parte di quell’edificio.

La storia palese degli scavi, sia pure privati, comincia però con il principe d’Elboeuf, il quale, avendo bisogno di materiale da costruzione per la sua villa al Granatello di Portici, ordinò che si continuasse a scavare «a fior d’acqua di quel pozzo», cioè lateralmente. Si inaugurava così, nei primi anni del ‘700, il sistema dello scavo a cunicolo che, tranne che per una parte della città vicino al mare, sarà l’unico sistema seguito ad Ercolano, almeno fino all”800.

Carlo_di_Borbone_1716-1788Ma la storia ufficiale degli scavi comincia nel 173 8, per volere di Carlo III. Nonostante l’oscuramento e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di sopraelevazione, perforazione e trazione, i valenti collaboratori del sovrano contemplarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosidetta basilica), rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la villa dei Pisoni (o «dei papiri»), riuscendo a portare alla superficie statue, buste, colonne, comici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico, ed altri reperti di pregevole fattura. La notizia della straordinaria scoperta dell’antica Ercolano corse attraverso tutta l’Europa.

Cominciarono così a calare all’ombra del Vesuvio i primi viaggiatori, avanguardie di un esercito che sempre più numeroso avrebbe invaso Ercolano negli anni successivi. Più degli altri, però, concorse a dare celebrità ad Ercolano, Johann Joachim Winckelmann. Da Dresda, dove si era meglio informati che altrove delle scoperte ercolanesi attraverso la figlia di Augusto III diventata poi regina di Napoli, lo studioso tedesco, che fin dalla giovinezza aveva mostrato uno speciale interesse per l’archeologia, giunse a Napoli, nel 1758, con l’intento di fare un reportage su]]e mirabolanti scoperte avvenute nell’antica cittadina campana.

La visione di quei tesori d’arte gli fece esclamare che «lo spirito dell’arte greca si fa sentire persino nelle opere artigiane», e lo spinse altresì a pubblicare due lunghe lettere (indirizzate, rispettivamente, al conte di Briihl e al pittore Fuessly), che risultarono una cronaca vivace e appassionata dell ‘impresa voluta da Carlo III, nonché una relazione stimolante per le valutazioni critiche dei tesori dissepolti.
Le considerazioni del Winckelmann, espresse in queste ed in altre missive (scritte al consigliere Bianconi, medico del re di Sassonia), influenzarono notevolmente il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neoclassiche. I suoi scritti, seguiti nel 1764 dalla monumentale Storia dell’arte presso gli antichi, acquistarono all’antica cittadina grecoromana la faIna meritata di felice punto d’incontro tra l’archeologia e l’arte.
La nuova teoria estetica partiva, infatti, da un centro in cui l’attivismo illuminato dei Borbone stava gettando le basi di una civiltà splendidissima. Sono di quel periodo, infatti, le famose Ville vesuviane, superbi complessi poliedrici dove la conformazione stilistica dell’impianto architettonico si poneva al servizio dell’ambiente.

La storia di quelle ville è nota. Fatte costruire dalle famiglie maggiorenti delle colonie straniere già all’epoca dell’ultimo viceregno, sorsero poi maggiormente -nel secolo XVIII -intorno alla Reggia di Portici. I Borbone, grandi cacciatori, amavano trattenersi nella nuova residenza che era anche un’ ottima casina da caccia, e le nobili famiglie che formavano la corte vollero tutte avere la villa vicina a quella reale.
La campagna vesuviana fu così punteggiata da edifici sontuosi, impreziositi da pitture sculture di pregio. In quegli anni «splendidi e fulgenti della metà del Settecento», sorsero a Barra il palazzo Bisignano; a San Giorgio a Cremano le ville Caramanico e Pignatelli di Montecalvo; a Portici la villa Buono e il palazzo Gravina, divenuto luogo -quest’ultimo -in cui si davano convegno la nobiltà napoletana e la stessa regina Carolina; a Torre del Greco il palazzo Vallelonga e la villa del Cardinale.

Da allora il nome di Resina fu sempre associato a quello di Ercolano, tale risultando il legame nei diari e nelle corrispondenze di viaggio dei visitatori di tutte le latitudini. Un legame produttivo, anche dal punto di vista economico. A questo proposito, va segnalata un’importante iniziativa, messa in essere nel 1957.

Designato a parlare quale oratore ufficiale sugli «interessi archeologici e turistici di Resina», in occasione della venuta nel nostro Comune di un centro

alfonsonegro010mobile di lettura disposto dal Ministero della Pubblica Istruzione, Virgilio Catalano, noto studioso di archeologia, pose l’accento sull’importanza e il valore degli scavi di Ercolano, da intendere principalmente come fonti produttive per un migliore avvenire economico di Resina. Occorreva, perciò, che all’intervento auspicato dello Stato corrispondesse una progressiva trasformazione del centro agricolo e marinaro di Resina in un moderno centro di economia turistica. Per questo graduale divenire economico, l’oratore auspicò il completo risanamento urbanistico di Resina, non disgiunto dal graduale ampliamento della zona archeologica, e ciò «per un domani sociale indubbiamente legato in gran parte alla fortuna dell’antica Ercolano».

La proposta, ormai, era lanciata, non potendo dilazionarsi ulteriormente la necessità, sociale ed economica, di «rivendicare a Resina l’antico toponimo di Ercolano». II vantaggio del!a estensione del toponimo Ercolano a tutto il territorio comunale sarebbe ·stato «evidentissimo», anche e soprattutto ai fini dell ‘utilizzazione turistica del cambio di denominazione. Infatti, sulle cartine turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’ era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, ma pressoché sconosciuto ai turisti.
I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.

Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, «una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici diruti -impossibileper la coabitazione umana -che incombono su Ercolano {. ..}.

E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.

Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più incisivo, significativo ed efficace {. ..}.

Per logica conseguenza la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale di tutto il mondo, potrebbe -anzi dovrebbe -usufruire delle provvidenze di una legge speciale {. ..}.

L’interesse archeologico è un interesse turistico’ {. ..}. L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e al! ‘estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio, legato ad essa da un vincolo tragico efatale di morte [. ..].
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati, due meraviglie della natura e della~’storia e dell’archeologia che vanno conosciute contemporaneamente [. ..].

Basta dirvi che, nel 1966, di fronte a 294.000 bigliettivenduti dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché la stazione della circumvesuviana, che è quella piùfrequentata dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene a Napoli o proseguire per·Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i nomi di Resina e Pugliano -che attualmente compaiono sugli orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli autobus di linea intercomunali -saranno sostituiti da quello di Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana, che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4 novembre, porterà il nome di Ercolano.

Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci, ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle cronache televisive con una leggerezza {…] che dispiace a coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con il mutamento del nome della città in quello prestigioso di Ercolano, anche se auspichiamq che quel mercato -riordinato e organizzato alla stregua di’una grande fiera permanente non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
{…}.
Ed èper questo, per ristabilire una buona volta e per sempre la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo di Resina in Ercolano, specie se questo prowedimento dovesse affrettare i tempi dell’approvazione -da parte dei competenti ministeri-della creazione del! ‘Azienda di Soggiorno e Turismo, la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c ‘è dafareperché si operi una radicale trasformazione di mentalità in una città {…} destinata a diventare uno dei centri turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto {. ..}.

Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno letteralmente trasformato il volto della cittadina {. ..}.
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus; al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via 4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre,’ la nuova stazioneferroviariadellaCircumvesuviana, chesaràproiettata soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già pronta,’ è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande volontà di incrementare e valorizzare il turismo.

Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze; adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto qilesto sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi “.

Signor sindaco, signori consiglieri, rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri, .
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente, i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei vostrifìgli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento. Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO”, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Impegno totale per la città

Alfonso Negro non esaurì peraltro il suo compito nel recupero della prestigiosa Villa Campolieto, ma legò il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Ercolano ottenne infatti il nuovo stadio e un consultorio familiare, aspirazioni annose dei resinesi. Parallelamente al suo compito di amministratore, egli continuò poi a occuparsi di tutto ciò che era legato al mondo dello sport, il suo primo amore.
Costituitasi l’associazione nazionale «Azzurri d’Italia», egli ne fu eletto vice-presidente e, in tale veste, accolse il meglio degli atleti, giornalisti e conferenzieri nella principesca Villa D’Alessio (già Ravone), in Via Quattro Orologi. Questo centro di studi e di convegni sorse per l’iniziativa e il contributo della contessa Matarazzo e del consorte avv. Caramiello, entrambi molto legati a Negro fin da quando quest’ultimo aveva guidato l’Ercolanese verso i più importanti traguardi sportivi.

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Uno degli ospiti più graditi fu Annibale Frossi, compagno di squadra di Negro nella nazionale olimpica che nel 1936 aveva trionfato a Berlino nel torneo di calcio. Dopo quella splendida avventura e diventato calciatore di gran nome, Frossi aveva indossato la maglia dell’ Ambrosiana Inter, con la quale giocò 126 partite segnando 41 goal.

Nell’occasione Negro presentò l’oratore con accenti particolarmente commossi. Non poteva essere diversamente. Frossi apparteneva a quella comune famiglia di olimpionici del calcio il cui ricordo evocava ogni volta in lui sensazioni ineffabili.
Negro nominò tutti i membri di quella famiglia elencandone i meriti umani e sportivi e terminando il suo dire con un abbraccio caloroso all’ospite, tra gli applausi dei presenti.

Alle conferenze il Nostro alternava poi non pochi articoli su “Il Mattino” e “La Voce Vesuviana”, in cui rievocava -volta a volta -questo o quell’episodio della sua vita di giocatore e allenatore, non· disgiunto da considerazioni talvolta negative sull’involuzione del calcio in Italia, avviatosi a diventare un fenomeno di costume legato al business e, ahimè, alquanto lontano dai valori di un tempo.

La sua era una giornata piena come un uovo. Tra l’Assessorato, le interviste, le fatiche della clinica (dal 1978 era direttore e primario della clinica “Villa Maria” di Vico Equense), i numerosi incontri di lavoro e d’ufficio con i rappresentanti di varie istituzioni, i rapporti epistolari e telefonici con amici e colleghi di ogni parte d’Italia, non ultimo, l’impegno di consigliere dell’Associazione italiana per il Mezzogiorno, Negro aveva appena il tempo di scrivere nei ritagli di tempo qualche relazione, qualche comunicazione, qualche articolo, nonché di “divorare” il quotidiano stock delle notizie pubblicate dai giornali, aggiunte alle nuove pubblicazioni che andavano ad accrescere la sua cultura, che era ragguardevole.

E di questa vita Alfonso Negro viveva da molti anni.
Volle il consultorio familiare e il nuovo stadio. Nulla trascurò per restituire a Ercolano e al mondo della cultura la più preziosa gemma dell’età ‘tardobarocca. Nulla tralasciò; qualcosa, anzi, vi rimise dalle sue tasche…Infine,
«oggi ha operato il miracolo di un congresso. Ha parlato, ha brindato, ha organizzato) ha diretto, ha esibito agli studiosi e ai giornalisti di tutta Italia le acque di Castellammare) i castagni di Quisisana, le stufe di Agnana, il cielo di Capri, il turchino della Grotta, il fumo della Solfatara) la vista del Vesuvio) i vermicelli alle vongole, e quando, dopo una giornata sfacchinante) tutti lo credevano esaurito) s’è rimesso in auto e, sfogliando tutta la stampa nazionale dell’ultimo quarto d’ora, se n)è tornato fra il pacato verde dei Pini d’Arena a lavorare. Prima, però, lo hanno accolto sulla soglia di casa il sorriso dell ‘affettuosa consorte e l’abbraccio di Gabriella e Silvia, le sue adorate figliuole … ».

Come se tutto questo non bastasse, Negro aveva cominciato a scrivere da qualche tempo le sue memorie, partendo da lontano. Ne ho già parlato nel capitolo dedicato alle Olimpiadi di Berlino, ma forse accrescerà l’interesse del lettore riportare alcune considerazioni dell’autore omesse in precedenza.
Non c’è dubbio per lui che lo scoppio della seconda guerra mondiale rappresentò, non solo per l’Italia, uno spartiacque profondo tra il modo di giocare al calcio di una volta (il cosiddetto “metodo”) e quello affermatosi nel dopoguerra col non meno caratteristico “sistema”. Il primo era più compassato, magari più lento, ma anche più tecnico e spettacolare. Il secondo era molto più pratico e concreto, imponendo a tutti i giocatori l’applicazione “feroce” degli schemi studiati a tavolino, il controllo asfissiante dell’avversario, la teoria degli scambi tra difensori e attaccanti, le manovre per verticale e diagonale, il gioco sugli spazi liberi (cioè la tendenza a passare la palla nel punto più favorevole dello spazio libero), un’equa distribuzione di compiti e fatiche, e, soprattutto, velocità di gioco e di ritmo.

Il 7 novembre 1984, alla non tarda età di 69 anni, Alfonso Negro n10riva nella “sua” Firenze, che aveva raggiunto per sottoporsi a un intervento chirurgico, nemmeno troppo difficile.

Non so quali pensieri attraversassero la sua mente nei giorni che ne precedettero la dolorosa dipartita, ma mi piace pensare che, uomo di molte e dotte letture, ripetesse queste consolanti parole di Ippolito Nievo: «La mia esistenza temporale, come uomo, tocca ormai al suo termine; contento del bene che operai, e sicuro di aver riparato “per quanto stette in me al male commesso, non ho altra speranza ed altra fede senonché essa sbocchi e si confonda oggimai nel gran mare dell’essere. La pace di cui godo ora, è come quel golfo misterioso in fondo al quale l’ardito navigatore trova un passaggio per l’oceano infinitamente calmo dell’eternità».

Quando un uomo abbandona questo mondo, viene subito fatto di chiedersi quale ricordo lascia di sé. “Dimmi quello che lasci e ti dirò chi sei”: un assioma che vale anche e soprattutto per i potenti e gli uomini illustri.

Alfonso Negro lasciò alle figlie -oltre che il ricordo di un padre galantuomo, un gentiluomo di stampo antico, un autentico signore nel tratto e nei modi -il compito di dare alle stampe il manoscritto, completo di moltissime illustrazioni, che aveva preparato nei suoi ultimi tre anni di vita.

In tutto questo tempo Silvia e Gabriella Negro hanno coltivato il sogno (1 have a dream) di realizzare l’aspirazione patema, che non era né velleitaria né campata in aria. Il loro genitore era stato infatti testimone e, in qualche misura, protagonista di un avvenimento, le Olimpiadi di Berlino, memorabile nella storia del Vecchio Continente, importante non solo per il suo significato sportivo, ma politico, spettacolare, mediatico “ante litteram”. Tutto ciò egli aveva scritto con “intelletto d’amore”, e l’attenzione dell’autore si era soffermata particolarmente sugli aspetti umani delle vicende narrate. L’accenno, ad esempio, all’ospitalità offerta nel loro castello di Kassel da Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia (fig. 45), due personaggi tra i più in vista dell’Europa di ieri, è una delle pagine più commoventi delle “Memorie”, e come tale andava ricordato e fatto conoscere, assieme ad altri episodi legati a molte altre persone incontrate da Negro (Vittorio Pozzo, Umberto di Savoia, Jessie Owens, Ondina Valla, ecc.), a chi aveva interesse per le vicende di quel periodo.

L’intento sembrava conseguito ad Ercolano nel 2008, quando le autorità cittadine sembrarono venire incontro alla proposta di Silvia Negro.
L’auspicio era il seguente: perché non intitolare una strada o una piazza del Comune a un Uomo che tanto lustro aveva dato alla Città? Si continuava nel frattempo a proporre per la toponomastica personaggi di altri lidi il cui solo titolo di merito era spesso l’appartenenza a questo o a quel partito pohtico, e si lasciava cadere nell’oblio una persona come Negro?

Affidato al sottoscritto il compito di preparare una monografia sull’illustre Scomparso, che avrebbe dovuto vedere la luce in concomitanza con l’auspicata e promessa intitolazione di una via o piazza ad Alfonso Negro, l’obiettivo sembrava davvero a portata di mano. [nvece, finora, le promesse si sono rivelate fallaci, deludendo le aspettative di chi aveva confidato nella sincerità e nella lealtà di certi personaggi. Fortunatam~nte, c’è stato qualcuno che negli ultimi tempi ha preso a cuore il problema di Silvia Negro, pagando di tasca propria le spese necessarie per la composizione e stampa della monografia.

Questa pubblicazione vuole rappresentare un doveroso atto di omaggio e di gratitudine verso Alfonso Negro, che alle «egregie cose» di foscoliana memoria dedicò tutta una vita generosa e feconda. Non lo dimenticheremo.

Tratto dal libro di Mario Carotenuto  ALFONSO NEGRO – campione nello sport e nella vita – Anno 2010

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Una storia del 1423 di Santa Maria a Pugliano
Pugliano inizio 800Pugliano inizio 800

Inter cetera Capitula existentia in libro visitationis factre in anno d(omi)ni millesi­ mo quatricentesimo vicesimo tertio, ponti­ficatus s(anctissi)mi in xpo (christo) p(at) ris d(omi)ni martini divina providentia papre quinti Die nono mensis madij primre in(dictio)nis per R(everendissi)mum ar­chiepiscopum Nic(olau)m Neap(olita)num per Not(ariu)m rogerium pappansognia scripta in libro in pergameno existente in posse m(agnific)lorum extauritario­ rurm ven(erabilis) ecc(les)ie et extaurite s(anc)tre marire appugliano de resina extatinfr(ascript)um capitulum: Item detti ostoritarie deveno appresentar lo Cappellano in vita; et darle vinti docati l’anno de detta ostorita à ditto Cappellano deve tenere in ditta ostorita Corpus domini nostri Jesu xpi (Christi) oleum sanctum, et sancta (sic) Crisma et deve battizare in det­ ta ostorita, et Communicare».
Questo documento, autenticato dal nota­ io Oliviero de Acampora e presentato nella Curia Arcivescovile di Napoli il 30 marzo
1593, si trova in un fascicolo manoscrit­to dal titolo «Acta concursus pareochia) lis Ecc(lesi)re s(anc)tre Marire à pugliano Villre Resinre Neap(oIitanre) dioc(esis).
1593»; fascicolo che si conserva nella Par­rocchia di S. Maria a Pugliano. Il nostro documento (che costituisce il foglio 14 del
ricordato fascicolo) ci fornisce diverse inte­ressanti notizie, che cercheremo di elencare brevemente.
lO – S. Maria a Pugliano fu visitata, il 9 maggio 1423, dal nostro Arcivescovo Nicola de Diano. Solo da pochi anni (1417) si era
conclusa la dolorosa vicenda dello scisma d’Occidente che, cominciato nel 1378, aveva trascinato la cristianità in una confusione ter­ribile, poichè riusciva enormemente difficile raccapezzarsi tra i vari Papi e Antipapi che si accapigliavano e si scomunicavano scam­bievolmente. Anche Nicola de Diana era stato trascinato dalla furiosa tempesta (Na­poli ebbe un ruolo di primo piano in quelle turbinose vicende, sin dali ‘ inizio), ma nel 1418 era stato confermato Arcivescovo dal legittimo (e finalmente unico papa) Martino V. La Santa Visita era una necessità, dopo lo scompiglio provocato dal lungo scisma; e Nicola de Diano vi si dedicò appunto nell’anno 1423, come ci fanno sapere gli storici della Chiesa di Napoli. Il Chioccarelli ci in­ forma anche che egli, in questa occasione si servì dell’opera di due notai:

Dionigi de Samo e Ruggiero Pappanso­ gna, il quale ultimo è appunto il notaio che scrisse i Capitoli del]’ Estaurita di S. Maria
a Pugliano. Trascrivo la notizia del Chioc­carelli (Antistitum prreclarissimre nrepo­ litanre ecclesire catalogus, Neapoli, 1643;
pag.271):
«Fuit autem Nicolaus diligentissimus pastor, et crebris visitationibus, et prreser­ tim anno 1423 omines eius dioecesis ec­clesias accurate, et solemniter visitavit, et singulis illarum fundationis historiam, red­dituum, censuum, bonorum, iurium, atque indulgentiarum inventarium, ac reliquias sacras scribi, illarumque privilegia repeti feci t, qure omnia per notarios Dionysium de Samo, et Rogeriurn Pappansugnam pa­tricios Neapolitanos describi curavit, ut ex eorundem actis, ac pubblicis monumentis clare liquet».
Purtroppo, gli Atti della S. Visita di Ni­cola de Diano sono scomparsi; come è da ritenersi scomparso il libretto con i Capi­toli della Estaurita di S. Maria a Pugliano, libretto che nel 1593 gli estauritari con­ servavano ancora, e dal quale fu estratto il Capitolo sopra riportato, secondo la autore­ vole testimonianza del notaio Oliviero de Acampora.

I Capitoli approvati nel 1423 furono compilati proprio allora, oppure esisteva­no già da un certo tempo? Difficile, e forse
impossible rispondere. Può darsi che esi­stessero già da tempo, e che, alla fine dello scisma, magari con qualche eventuale mo­difica, furono di nuovo approvati (pare che ciò sia conforme anche alla notizia che ci riferisce il Chioccarelli, secondo il quale l’Arcivescovo si preoccupò di raccogliere e ordinare e scrivere, magari, i diritti e i pri­vilegi ecc. già esistenti delle Chiese della sua diocesi ).
Resta, comunque, saldamente assodato che nel 1423 già esisteva con una fisiono­mia ben definita la Estaurita di S. Maria a
Pugliano.
2°_ Almeno sin dai 1423 in S. Maria a Pugliano c’ è stato il Battistero. n Cappel­lano aveva la completa cura delle anime e
aveva, tra gli altri obblighi, quello di «bat­tezzare in detta ostorita». Le parole del Ca­pitolo sono chiare ed inequivocabili. Biso­gna, dunque, ritenere certamente sbagliata la opinione di coloro che ritengono che sino al Concilio di Trento l’unico Battiste­ro della zona vesuviana si trovasse in Tor­re del Greco. n Di Donna (Foris fiubeum, Territorio plagiense. Tipografia poliglotta vaticana, 1939. Peg. 24) dice: «La chie­ sa di S. Maria dell’ Ospedale, dopo detta della SS.ma Trinità ed ora scomparsa con l’ eruzione del 1794, era sede dell’ Arci­pretura, ossia la chiesa maggiore dell’ex­ tra fiumen, perché solo li v’era il battistero di tutta la regione»: evidentemente, specie se si pretende estendere tale stato di cose sino alla «istituzione dei parroci in ogni centro di piccola estensione prescritta dal Concilio di Trento» (o. c., pago 22), tale affermazione ne deve essere riveduta. E se i Capitoli approvati nel 1423 sono sta­ti compilati prima di quella data (come è, del resto, assai probabile), la presenza del Battistero in Resina diventa accertata per un tempo anche più antico.

Del resto, la S. Visita fatta nel 1542 1543 (prima, dunque, del famoso Concilio), al tempo dell’arcivescovo Francesco Carafa,
ci assicura della esistenza del Battistero in molte chiese della nostra zona. Tra le altre, anche S. Maria «ad Pogliano» (FrancescoCarafa. voI. n. fol. 178 a terzo).

NOTA – Il Capasso (Le fonti della Storia delle provincie napolitane dal 568 al 1500, Napoli, 1902, a pago 142 sq.) dimostra una forte diffidenza per le cronache compilate dai notai Ruggero Pappan­ sogna e Dionisio di Samo; e anche il Mallardo (S. Candida. La Diaconia di S. Andrea a Nilo, Anno scolastico 1940-41. Peg. 106) ci mette in guardia per le falsificazioni del Pappansogna. Ne terremo conto, se ci interesseremo della leggenda della venuta di S. Pietro, della conversione di Ampellone, ecc. Nel caso dei Capitoli approvati nel 1423, e compilati dallo stesso Pappansogna, non abbiamo alcuna ragione di diffidare di lui. Era un imbroglione sissignore; ma nel nostro caso non poteva imbrogliare, nè aveva ragione di farlo.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Piazza Pugliano nei corso dei secoli
Pugliano 1771Pugliano 1771

Vi mostriamo alcune foto digitalizzate e recuperate da un bel volumetto intitolato RECUPERIAMO L’USO DELL’ANTICO BATTISTERO scritto dal Parroco di Santa Maria a Pugliano Sac. Franco Imperato.

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Carlo di Borbone, la rinascita degli scavi di Herculaneum
marzo 10, 2015
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Carlo_di_Borbone_1716-1788

L’arrivo di Carlo di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna), figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, nel Regno e a Napoli (1734), segnò per il paese l’insperato ritorno – dopo oltre due secoli di “declassamento” istituzionale e di alterne fasi di dominio straniero  alle dimensioni dello stato nazionale e indipendente.
Scrive il D’Agostino: «… Tra alti e bassi si compiono i primi passi per affrontare, se non per risolvere, annose questioni: negli anni tra il 1739 e il 1741 (il “meriggio del tempo eroico”) sembrano realizzarsi più incisive e durevoli riforme sul terreno  economico e finanziario, su quello della legislazione generale, rispetto alla Chiesa romana (Concordato, 1741) e perfino nel campo, assai spinoso, dello strapotere baronale… È anche in virtù di ciò che la spirale regressiva si arresta, ed è anche questo il periodo in cui meglio brillano la tenuta e la ripresa del movimento degli intellettuali. La cultura napoletana a metà secolo, autentica “scienza ausiliaria per la trasformazione concreta della società”, si rinnova e ristruttura, preludio della successiva e più pregnante stagione di successi (Genovesi, Broggia, Intieri, Fragianni, Galiani, Galanti, Filangieri, ecc.).

Si riapre un dibattito che è tecnico e politico insieme e che coinvolge i nuovi saperi, il progresso civile, sociale ed economico».
In questa ottica va letto l’impulso dato alla rinascita dell’antica Ercolano, anche se «non si possono tacere limiti e inadempienze di questo sovrano, pur restauratore del Regno e artefice delle fortune della “terzogenita dinastia” Borbone»; nè «può bastare la magnificenza costruttiva, assai di facciata, peraltro, o la protezione, autogratificante se non adulatoria, a musei, biblioteche, raccolte d’arte, scavi archeologici, e neppure l’edificazione dell’ immenso Ospizio dei poveri, pur importante opera sociale».
Ad ogni modo, la storia ufficiale degli scavi comincia nel 1738, per volere di Carlo. Seguiamo il De Jorio:

«Nel 1738, avendo l’augusto Carlo III ordinato che gli si edificasse in Portici una casa di delizie, l’architetto D. Rocco Alcubierre nel rapportargli le ottime qualità del sito da S.M. prescelto, gli diede parte delle notizie ricevute dagli abitanti delle ricchezze di nuova specie esistenti, cioè di una antica città sepoltavi, non che delle preziose antichità di tanto in tanto estrattene. Appena informato il Re dell’indicato tesoro antiquario, ordinò che si facessero le più diligenti ricerche per assicurarsi del fatto. Il lodato Alcubier fatto diligel}ziare nel mese di Ottobre di detto anno 1738 il medesimo pozzo, dal quale Elboeuf si aveva procurati non pochi monumenti, ne ricavò gl’indizi delle antiche fabbriche descritte. ‘Dopo pochi giorni riuscì a cavarne una statua consolare. Questo bastò ad accendere il genio di quel Sovrano, e si diede mano allo scavo con energia e diligenza … ».

I lavori furono diretti da ingegneri militari: prima dall’Alcubierre, poi dal Bardet (fino al 1745), quindi dal Weber (dal 1750 al 1764), infine dal La Vega. Un labirinto di cunicoli e di pozzi forò il terreno per un’ estensione di circa 600 metri da nord-est a sud-ovest, e per più di 300 metri da Pugliano al mare. Lo scavo fu praticato dalle valorose maestranze di Resina (i cosiddetti cavamonti), che lavorarono al lume di torce in gallerie umide, alla profondità perfino di venti sette metri, col pericolo incombente delle frane e delle esalazioni di idro- geno solforato. Nel complesso, gli operai erano circa cinquanta, compresi alcuni forzati (ospiti del carcere annesso al convento di S. Pasquale al Granatello di Portici) e gli schiavi algerini e tunisini catturati nelle campagne contro i barbareschi.

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L’enorme cumulo di terra indurita in diciassette secoli, la mancata conoscenza dell’estensione di Ercolano, l’ignoranza delle più elementari nozioni di archeologia e l’agglomeramento delle case di Resina su tutta la superficie esplorata, non facilitarono di certo gli scavi. Ad aumentare le difficoltà contribuì molto anche la mancanza di direttive precise e coerenti. In tale situazione, molti rapporti degli scavatori andarono perduti, ed importanti opere d’arte abbandonate tra i rottami o disperse. I frammenti di tre o quattro statue equestri, rinvenuti nei primi tempi, vennero fusi per farne la statua della Concezione della cappella annessa al palazzo reale di Portici.

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Si andò avanti così, saggiando qua e là il terreno, sfondando muri, abbattendo colonnati, sforacchiando soffitti, usando persino la mina per vincere la resistenza della durissima coltre di tufo che copriva i tesori sepolti. Con questi sistemi i marmi preziosi, gli alabastri, i pavimenti e le colonne dei templi e delle case signorili furono cavati a ceste, a cumuli, in frammenti grandi e piccoli, e le schegge di marmo polverizzate e vendute agli stuccatori. Lo stesso Marcello Venuti, gentiluomo di Cortona, allora sottotenente di vascello ed “antiquario del Re”, si lamentò che «i cavatori rompevano e guastavano ogni cosa», e riferì che «col torso della prima statua equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente … di formare due grandissimi medaglioni con su cornici di bronzo dell’ altezza di circa due braccia con i ritratti della Maestà del Re e della Regina»

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Eppure la diligenza e l’audacia di quei primi scavatori furono veramente ammirevoli, e il fiuto della ricerca addirittura incredibile. Nonostante l’oscurità e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di perforazione, trazione e sopraelevazione, i valenti collaboratori di Carlo III completarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), rintracciarono più templi e in ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la Villa dei papiri riuscendo a portare alla superficie statue, busti, colonne, cornici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico e quadri di pregevole fattura.
Conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e dei diritti della cultura, il sovrano borbonico pensò di collocare i reperti archeologici nella reggia di Portici, e precisamente nella parte corrispondente al palazzo Caramanico, nel cui pianterreno furono sistemati i marmi, le iscrizioni, i bronzi, le lampade, le terrecotte, i vetri, gli utensili, le derrate, le medaglie, i cammei e i papiri; mentre al piano superiore vennero collocate le pitture. In questo modo si ebbe la possibilità di mettere insieme il materiale a mano a mano che veniva alla luce e inaugurare nel 1758 il Museo Ercolanese, alla direzione del quale fu posto Camillo Paderni.
Anche nella pubblicazione dei risultati degli scavi, che avevano rivelato quasi all’ improvviso un gran numero di opere d’arte, vi furono incertezze ed errori; ma alla leziosità di mons. Bayardi, già incaricato di redigerne il catalogo, Carlo III pose finalmente rimedio, istituendo nel 1755 l’Accademia Ercolanese. Lo scopo era di pubblicare, in grandi tomi in folio e con illustrazioni in rame dei maggiori incisori del tempo, quello che veniva alla luce dagli scavi e che restava più o meno nascosto nelle stanze del palazzo reale di Portici.
Gli accademici – collezionisti, giuristi, umanisti insigni, esperti in numismastica e qualche raro archeologo (l’archeologia era appena agli inizi) – lavorarono bene. Nel 1757 venne pubblicato il primo volume sotto il titolo Antichità di Ercolano esposte con qualche spiegazione, cui seguirono, fino al 1792, altri otto volumi, magnificamente illustrati, pubblicati per ordine e a spese di Carlo III.
Tutti questi volumi erano autentici gioielli di arte tipografica, tanto più preziosi perché sulla erudizione “superflua ed affastellata”, propria di tanti uomini di lettere di quel tempo, prevalse la dottrina ed il buon senso del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, filologo esperto in antichità greche, e di altri, fra i quali il marchese Tanucci (primo ministro di Carlo, già professore d’università), che molto sfrondò di inutile. I tesori che Ercolano restituì alla luce furono poi rimossi e trasportati, nel 1782, nel Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ed ora rappresentano una delle più formida-
bili attrattive della metropoli meridionale.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Antonio Battilo l’eroe ‘e Palazzo Capracotta
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Questa testimonianza ci è stata fornita direttamente dalla voce dell’interessato Antonio Battilo classe 1939 per il tramite di un nostro lettore del blog il caro amico Luigi Battilo.

La famiglia Battilo, pescivendoli ambulanti per tradizione familiare al Largo Santa Croce a Portici, per generazioni hanno sempre abitato a Palazzo Capracotta, meglio conosciuto come ‘O Palazzo e’ Peppe ‘e Catiello nonno del Dott. Saldamarco.

Ricordiamo ai nostri lettori che la struttura attuale con pianta a libro risale piu’ meno verso gli inizi del’700 appartenuto alla famiglia CAPECE PISCICELLI Duchi di Capracotta, ha rivestito nel corso dei secoli varie destinazioni d’uso prima sede della Curia, poi prigione e poi sede del Municipio in epoca Borbonica e post unitaria.

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Vi pubblichiamo anche due mappe una di fine ‘700 (Mappa de La Vega) ed un’altra di fine ‘800 dove si possono rilevare lo stato del palazzo all’epoca con la presenza del giardino al suo interno.

 

Ci racconta Antonio che lui e la sua famiglia vivevano primo piano insieme ad altre famiglie tra cui quella del Dott. Saldamarco . Le condizioni di vita erano al di sotto degli standards attuali ovvero c’erano bagni comuni ma comunque c’erano due fontane e due giardini su due livelli.

Il signor Antonio ha vissuto tutta la sua infanzia e la sua adolescenza fino al matrimonio nel Palazzo e ricorda con viva commozione i vari eventi che si sono succeduti. Ricorda le botteghe storiche che erano presenti sulla facciata del Palazzo ovvero botteghe di macelleria della famiglia Iodice detto ‘o signurino che erano anche proprietari nello stabile, al cortile interno c’era la bottega per le tende da paracadutista del sig. Armando Senatore e verso l’angolo della strada la bellissima salumeria dell’avvocato Coppola, con giardino interno,  padre del Dott. Gabriele Coppola.

Nel palazzo la famiglia battilo era molto numerosa e lo stesso Antonio ci raccontava che in una stanza del Palazzo vivevano in nove.

Ma l’episodio piu’ significativo della vita di Antonio avvenne all’incirca in un’estate forse del 1962 quando durante la notte senti un boato tremendo e si accorse che parte del solaio della sua stanza cadde sopra di lui. Non convinto vista il clamoroso boato si precipitò al piano di sopra in corrispondenza dell’appartamento della famiglia Iodice constatando che tutti loro erano rimasti sono una massa di detriti e calcinacci. Nonostante l’oscurità e la polvere sollevatisi riusci a trarre in salvo i genitori ed i figli che erano rimasti sotto. Intanto gli altri abitanti del palazzo avevano chiamato i vigili del fuoco ma l’improvviso intervento di Antonio riuscì sicuramente a salvare delle vite umane.

La conseguente inalazione della polvere provocò ad Antonio, una volta giunto sul ballatoio del palazzo, uno svenimento e furono necessari l’intervento di alcuni sanitari giunti sul posto.

L’accaduto fu ricordato su diverse testate giornalistiche nelle cronache locali (speriamo di trovare i giornali dell’epoca) ed Antonio Battilo fu convocato in Comune qualche settimana dopo per ricevere un encomio pubblico ed anche una somma in denaro.

Dopo quest’episodio e visto l’ormai stato di precarietà del palazzo stesso tutti gli abitanti furono trasferiti a Via Tironi di Moccia.

Quello che resta dell’ormai antico palazzo resta solo nella memoria di Antonio e di chi ci ha abitato o vissuto per un pò della sua vita.

 

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I Resinesi a Montevergine, una tradizione popolare
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L’articolo è tratto dal numero 1 del trimestre 2015 de La Voce Vesuviana scritto dal Cav. Luigi Cozzolino autore anche quì sul blog.

 

I RESINESI A MONTE VERGINE

Voglio qui ricordare le gite che la gente di Resina effettuava, nel dopoguerra, al santuario di Monte Vergine, l’antico monastero fondato da S: Guglielmo in Irpinia nel medioevo sul Monte Partendo (quota 1100).

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La devozione popolare per “Mamma Schiavona”, così denominata l’immagine “nera” del quadro della Madonna, ritenuta dispensatrice di grazie e miracoli, spingeva, sin dai tempi remoti, al pellegrinaggio. Nella prima decade di settembre, all’alba, le comitive si riunivano in Piazza Pugliano. Gli uomini indossavano maglioni scuri uguali (tipo “marinari”) mentre le donne esibivano vesti sgargianti e gioielli platealmente vistosi.

Le auto scoperte, provviste di “capote”, venivano addobbate con fiori di carta ed erano state fornite dai pochi noleggiatori esistenti sul territorio (ne ricordo il nome di alcuni: De martinis, Ottaviano, ‘O sergente).

Ma tanta gente partiva comunque per le zone di Avellino persino su camion scoperti gremiti, poiché era ritenuta “indispensabile” la gita al Santuario. Si raccontavano gli eccessi di un tempo, quando, le signore “perbene”, obbligavano i propri mariti, addirittura con contratto matrimoniale a rispettare il loro diritto di essere condotte annualmente all’abbazia. Si diceva, anche, che il popolino sarebbe disposto persino ad impegnare il proprio letto, pur di recarsi a Montevergine! Ma, in genere, le spese da sostenere per le gite erano coperte dai sacrifici che le famiglie si imponevano durante l’anno, sottraendo una piccola somma di danaro, settimanalmente, ai già magri bilanci familiari durante un anno intero. I risparmi venivano conservati in appositi salvadanai ( i cosiddetti “carusielli”).

Prima della partenza dalla piazza, era doverosa una rapida visita nella Chiesa di Pugliano per l’omaggio (“l’inchino”) alla statua della “Bruna Puglianella”. Poi, via!, preceduti dallo sparo di “tracchi” e botti e accompagnati dal canto :

“Statt’allera anema mia,

ca mo’ jamme a truvà a Maria…”

 

Il tragitto proseguiva attraversando i comuni di San Giorgio, San Sebastaano (non era stata ancora realizzata la Via Sacerdote Benedetto Cozzolino) Pollena, Sant’Anastasia e Somigliano.Qui ci si congiungeva con i cortei napoletani provenienti da Porta Capuana e Poggioreale,e tutti insieme, il fragoroso corteo si dirigeva verso i centri del nolano cantando:

“Chi vo a grazia a chesta vergine,

ca venessero a Monte Vergine…”

Venvano così raggiunte le località di Monteforte, Ospedaletto, Santa Filomena, Mercogliano, site ai piedi del monte Partendo, per rifocillarsi e intrattenersi in attesa della salita.

Prima che venisse allargata la strada che portava al Santuario – e prima ancora che fosse realizzata una funicolare per giungere alla vetta – un caos indescrivibile si creava nei tornanti della dura salita, per il fiume dei veicoli che la percorrevano! Era anche consuetudine una breve sosta per sedersi in un incavo della roccia, denominata la “sedia della Madonna” ritenuta dispensatrice di indulgenze.

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Si raggiungeva, poi, il piazzale dell’Abbazia, ove per accedere alla chiesa doveva essere percorsa una lunga scalinata.

Le “paranze” dei pellegrini, addobbati con le loro insegne, per ogni gradino percorso, recitavano dei versi per chiedere “interventi” alla Madonna.

Ed eccoci finalmente in chiesa dove campeggiava il grande quadro (oltre quattro metri di altezza) dell’immagine bizantina della “Schiavona” subito osannata ad alta voce con il canto :

 

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“che bell’uocchie tene ‘a Madonna… ca me parene ddoie stelle..”

 

Ma se la devozione e la commozione erano tantissime, purtroppo, si assisteva a scene di scomposta religiosità con urla, svenimenti e richieste esagitate di miracoli e grazie, con malati trascinati fino all’altare!

 

 

 

La visita al Monastero si completava con il giro degli “Ex Voto” portati dai devoti per ringraziare la Madonna per le grazie ricevute e si bevevo l’acqua del pozzo di S. Modestino.

Si lasciava il santuario e scendendo si cantava :

“A Monte Vergine simme venute

e quante grazie c’avimme avute…”

mentre le ragazze nubili aggiungevano :

“.. si chist’’anno so stata sola

l’anno prossimo che ve porto ‘o figliolo”

così augurandosi, per l’anno successivo, di tornare accompagnate da fidanzati o mariti.

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A questo punto finiva la parte religiosa del pellegrinaggio dando inizio, nelle varie località della Campania, alle manifestazioni esterne vistosamente clamorose. I veicoli sfilavano scorrazzando nelle strade, talvolta gareggiando fra loro in modo pericoloso. Particolarmente spettacolare era la parata che si svolgeva nella Piazza d’Armi di Nola, mentre venivano improvvisate danze, balli, accompagnandosi con tradizionali strumenti musicali quali “tammorre, nacchere, etc.” ed esibendosi in sfide canore con canti “a fronne ‘e limone”, e “figliole”. Il tutto reso ancora piu’ eccessivo per gli abbondanti pasti ingeriti e le numerose bevute, tracannate da generosi fiaschi di vino.

 

La gente di Resina, tornata dal Santuario, preferiva recarsi in antiche trattori, quali la “Casina Rossa”, “O Parrucchiano”, “ Francischiello”, “Santulillo ‘e vagne”, “ Cianfrone”, “a Pagliarella”… rientrando poi la sera a casa, stanchissima, ma felice di aver trascorso una giornata memorabile.

 

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

I funerali solenni di Ettore Iaccarino eroe di Resina
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“La famiglia di Menotti Iaccarino ci ha inviato una copia digitale della “Gazzetta dell’Aeronautica” del 1926 contenente un articolo sui funerali del fratello Ettore, pilota abbattuto in Albania, che si tennero a Resina in forma solenne. Ringraziamo e pubblichiamo sperando così di rendere omaggio ad un illustre eroe, grande figlio di Resina”

Riportiamo integralmente l’articolo dell’epoca datato 22 Febbraio 1926.

LE SOLENNI ONORANZE AD ETTORE IACCARINO

Qualche settimana fa, Resina, uno dei piu’ ridenti e patriottici paesetti della plaga vesuviana, ha tributato solenni onoranze alla salma di un eroico cittadino: il valoroso sottotenente di vascello pilota Ettore Iaccarino, prode soldato ed intrepido volatore.

Fu educato sin dai primi anni ad una vita laboriosa ispirata ai nobili sentimenti del dovere e del piu’ alto patriottismo; seguendo poi vecchie tradizioni familiari scelse la carriera marinara: d’ingegno svegliato e dotato di una vasta cultura conseguì giovanissimo nel 1916 il diploma di capitano di lungo corso presso il Regio istituto Nautico di Napoli, e fu subito ammesso a frequentare la Regia Accademia navale di Livorno, di cui uscì, nel successivo 1917, con il grado di aspirante guardimarina di complemento.

 Destinato subito alla scuola d’Aviazione di Taranto, conseguì successivamente i brevetti di osservatore e di pilota e fu inviato alla Squadriglia Idrovolanti di Brindisi.

Ancora aspirante con decreto del 25 ottobre 1917 per un importante azione militare su Durazzo meritò un encomio solenne, che fu piu’ tardi convertito in una croce di guerra.

Promosso guardiamarina il 21 luglio 1917 e sottotenente di vascello il 16 maggio 1918, prese parte a numerosi bombardamenti di basi navali ed unità avversarie ed a tutte le azioni svolte in quell’epoca dalla sua squadriglia. Con decreto del 22 dicembre 1918 gli fu così conferita una medaglia d’argento al valor militare e piu’ tardi una croce al merito di guerra.

Un’altra croce gli venne poi conferita in occasione di un’interessante azione svolta insieme al valoroso Comandante De pinedo; i due intrepidi aviatori difatti “arditamente portavansi con il loro idrovolante su una munitissima base nemica, mai raggiunta da altri ed in pieno giorno assumevansi volontariamente di lanciare manifestini di propaganda pur non ignorando la sorte loro riservata in caso di cattura.

In seguito fu qualche tempo alla squadriglia idrovolanti di Napoli, finchè nel 1920 non partì per Brindisi ed indi il 17 giugno 1920 per Valona. partecipò così il giorno 18 giugno 1920 all’azione combinata fra esercito e marina contro gli insorti albanesi , levandosi in volo con un “F.B.A.”, con rotta verso Drasciovitza, in serivio di ricognizione.

Era in volo da oltre mezz’ora, quando improvvisamente, si vide l’idrovolante prima planare e poi cadere verso Penkova nelle linee degli insorti. A nulla valsero le immediate ricerche eseguite a cura delle truppe italiane e della nostra Base navale: il piu’ fitto mistero regnò quindi sulla sorte toccata al valoroso Iaccarino ed al suo compagno di volo; solo piu’ tardi il nostro console di Valona potè essere informato che l’apparecchio, colpito dal fuoco della fucileria nemica era precipitato in fiamme, causando la morte dei due intrepidi aviatori italiani.

Resina, grata perciò al sacrificio compiuto dal suo eroico figliuolo, ha voluto onorare la memoria in occasione dell’arrivo della sua salma gloriosa.

Ai funerali riusciti imponentissimi parteciparono largamente autorità e cittadini: il corteo formatosi dopo la cerimonia in chiesa, attraversò il Corso Ercolano, la via fontana la salita pugliano e la piazza omonima. Alla testa erano le guardie municipali, le guardie campestri ed i vigili daziari in grande uniforme, la banda civica, l’avanguardia fascista, le scuole municipali e private i giovani esploratori.

Seguivano la centuria di Resina della Milizia Nazionale, la squadra fascista Ettore Iaccarino con la fiamma, una compagnia del corpo Reale equipaggi, gli studenti medi ed universitari, il clero al completo e tutte le autorità civili e militari, nonchè una larga rappresentanza della R. Aeronautica. La salma gloriosa riposava su di un carro di artglieria fiancheggiato dai vessili delle Sezioni mutilati e combattenti di Resina, Portici, San Giovanni a Teduccio e Torre del Greco.

 

La salma, dalla chiesa di S. Agostino al carro fu portata a spalla dai fratelli dell’eroe e dalla Piazza Pugliano alla Chiesa da quattro ex combattenti decorati al valore.

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Le onoranze riuscirono austere e solenni, degne perciò dell’Eroe. Al padre di Ettore Iaccarino, Cav. Francesco Saverio, che vive nel culto della memoria del suo valoroso figluolo ed alla famiglia tutta inviamo intanto il saluto commosso e cordiale di aviatori italiani, che in Ettore Iaccarino ebbero un camerata buono, intelligente e valoroso.

 

BONIFACIO

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Perchè si cambiò nome da Resina ad Ercolano
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In quest’articolo riportiamo l’iter finale che portò all’idea del cambio del toponimo da Resina (epoca medievale) all’antico nome Ercolano ed uno dei massimi sostenitori fu il grande Alfonso negro, medaglia d’oro Olimpiadi di Berlino, ex calciatore, medico e grande politico della storia Ercolanese. Leggetelo con attenzione sono passati quasi 50 anni ma è ancora attualissimo.

(al centro nella foto con a destra la Contessa Matarazzo consorte del Sindaco caramiello nel salotto culturale che si teneva presso Villa ravone attuale Villa Maiuri negl’anni 60)

Nelle varie guide turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, malfonsonegro010a pressoché sconosciuto ai turisti.

I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.

Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.
Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, <<una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica».

Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici
diruti – impossibile per la coabitazione umana – che incombono su Ercolano.
E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore
a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che
sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche
di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si
dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale
per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di
ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli
abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.
Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la
improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui
dovrebbe interessarsi a fondo lo stesso Governo) sarà molto più
incisivo, significativo ed efficace . Per logica conseguenza
la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale
di tutto il mondo, potrebbe – anzi dovrebbe – usufruire delle
provvidenze di una legge speciale .
L’interesse archeologico è un interesse turistico .
L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture
custodite a Napoli e all’estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici
dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa
Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica
possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude
Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio,
legato ad essa da un vincolo tragico e fatale di morte .
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabili produttori di energia
economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati,
due meraviglie della natura e della storia e dell’archeologia
che vanno conosciute contemporaneamente .
Basta dirvi che, nel 1966, difronte a 294.000 biglietti venduti
dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente
contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché
la stazione della circumvesuviana, che è quella più frequentata
dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia
di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di
Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno
direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene
a Napoli o proseguire per Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i
nomi di Resina e Pugliano – che attualmente compaiono sugli
orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli
autobus di linea intercomunali – saranno sostituiti da quello di Ercolano.
A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone
assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana,
che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4
novembre, porterà il nome di Ercolano.
Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci,
ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle
cronache televisive con una leggerezza che dispiace a
coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con
il mutamento del nome della città in quello prestigioso di
Ercolano, anche se auspichiamo che quel mercato – riordinato
e organizzato alla stregua di una grande fiera permanente –
non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e
folcloristico per gli stessi turisti.
Resina non potrà essere mai considerata Azienda di
soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
Ed è per questo, per ristabilire una buona volta e per sempre
la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio
culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo
di Resina in Ercolano, specie se questo provvedimento dovesse
affrettare i tempi dell’approvazione – da parte dei competenti
ministeri – della creazione dell ‘Azienda di Soggiorno e Turismo,
la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c’è da fare perché si operi una radicale trasformazione
di mentalità in una città [. ..] destinata a diventare uno dei centri
turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i
primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto [. ..].
Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno
letteralmente trasformato il volto della cittadina [. ..].
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus;
al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio
automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi
negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti
e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è
stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via
4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso
degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre; la nuova
stazione ferroviaria della Circumvesuviana, che sarà proiettata
soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già
pronta; è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante
e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi
tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio
Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande
volontà di incrementare e valorizzare il turismo.
Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e
non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze;
adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica
e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto questo
sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare
per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi”.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche
e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi
nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri
delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la
Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor Sindaco, signori Consiglieri,
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto
da Joseph Deiss così conclude:

Ercolano è il più flagrante
esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato
a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più
ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo
stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte
della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo
è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente,
i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato
l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei
vostri figli e delle generazioni future».
Assessore al turismo ed allo sport

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Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento.
Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO“, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Mastu Pio dionoro Vitiello, ‘o falegname ‘e Resina
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Riportiamo la testimonianza di un nostro lettore del blog a seguito dell’articolo sulla venuta di Papa Pio IX a Resina in esilio dopo i moti repubblicani a Roma del 1848, che potere rileggere:

https://www.bloginresina.it/pio-ix-o-papa-venette-a-resina/

E’ sicuro che in quel tripudio di folla e di evviva, si avvicinò al Pontefice una nostra concittadina che, in avanzato “stato interessante” a gran voce gli gridò nell’unica lingua che conosceva: “Santità se chisto è masculo le metto o nomme Vuoste”. e cosi fù.
Il poveretto si portò quel nome, malvolentieri, per l’intera sua vita.
Apparteneva ai Vitiello, nota famiglia di falegnami resinesi, proprietari di falegnameria e mobilificio, l’ultimo dei quali, nei pressi degli scavi, restò in attività fino agli anni ’70.
I suoi dipendenti, non percependo bene il nome del loro datore di lavoro, lo chiamavano Mastu Dionoro, storpiatura di quel Santo Nome, ma che lui, il Vitiello, preferiva a quello originale.
Il suo primo nipote, come in uso da noi, prese il suo nome, ma fortunatamente gli fu risparmiato il numerale e perciò si chiamò solamente Pio, poi emigrato in Francia.

Fonte Sig. Raffaele Uccello che ringraziamo per la sua testimonianza

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Pianta della moderna Resina del 1885
gennaio 21, 2015
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Pianta Di una parte della moderna Resina sotto a cui su trovato il maggior numero degli edifici tratta dalla ricerca Storia Degli Scavi Di Ercolano Ricomposta.

 

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Ettore Iaccarino, il top gun di Resina
gennaio 20, 2015
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In questo articolo raccontiamo la storia di un nostro illustre concittadino Ettore Iaccarino, giovane ufficiale della Regia Marina e pilota di idrovolanti durante la prima guerra mondiale. Fu un asso dell’aviazione navale come si direbbe oggi un vero top gun.

idrovolante

Ricordiamo che nel 24 maggio 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, il Servizio Aeronautico della Regia Marina era così organizzato:

  • 3 Aeroscali per dirigibili a Ferrara, Jesi e Campalto;
  • Stazione Idrovolanti di Venezia con due aviorimesse (Sant’Andrea a Punta Sabbioni) con sei aerei di tipo diverso;
  • Stazione Idrovolanti di Porto Corsini con quattro aerei Borel;
  • Stazione Idrovolanti di Pesaro con due Flying Boats Curtiss;
  • Scuola di aviazione di Taranto con quindici aerei Curtiss;
  • Nave appoggio idrovolanti “ELBA” a Brindisi con due Idrovolanti Curtiss.

Il 1916 vide importanti mutamenti nell’organizzazione dell’Aviazione di Marina, fra cui l’istituzione, presso l’Ufficio del Capo di SM, dell’Ispettorato dei Sommergibili e dell’Aviazione, retto da un Contrammiraglio.

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Nel 1917 venne costituita la prima squadriglia navale di siluranti aeree, denominata “Squadra Aerea San Marco”, che fu comandata dal marzo 1918 da Gabriele D’Annunzio, che ne coniò il motto: Sufficit Animus”.Tale Squadriglia era mista, in quanto formata da aeroplani da ricognizione-bombardamento (velivoli S.I.A. 9B – 4 velivoli nel 1° semestre 2018 e 7 velivoli nel 2° semestre 2018) e da ricognizione/caccia (10 velivoli SVA).

La neocostituita componente aerea della Marina ebbe un fortissimo sviluppo durante la Prima Guerra Mondiale, se si tiene conto del fatto che all’inizio delle ostilità contro l’Austria-Ungheria la Regia Marina disponeva di soli 38 piloti, 396 uomini di supporto, tre stazioni di idrovolanti, tre dirigibili e 15 aerei idrovolanti e che al termine del conflitto poteva contare su 791 piloti, circa 10.000 uomini di supporto, 25 dirigibili, 552 idrovolanti e 86 aeroplani, iscritti nel quadro del Naviglio Aereo e condotti da proprio personale, con punte massime di 1100 idrovolanti e 130 aerei.

Numerose furono le onorificenze al Valore conseguite dal “Personale della Regia Marina destinato all’Aviazione” nel corso della Prima Guerra Mondiale impegnato in missioni di ricognizione, avvistamento di sommergibili, caccia e bombardamento: 2 Medaglie d’oro, 187 Medaglie d’argento e 216 Medaglie di bronzo. 

 

 

 

 

Raccogliamo le sue gesta dalle motivazioni delle due Medaglie d’argento al volore militare ed un encomio solenne.

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Encomio solenne

L’aspirante guardiamarina di complemento Ettore Iaccarino benchè l’apparecchio che montava  non riuscisse a superare la quota di 2000 metri, muoveva ugualmente con decisione all’attacco di una base nemica riuscendo sia a lanciare le bombe che a scattare foto aree della zona nemica. 16 luglio 1917

Motivazione Prima  Medaglia d’argento

Ancora di stanza sull’adriatico nel 1917 compì una missione alla ricerca di sommergibili in condizioni avverse di tempo.  Prese parte ai bombardamenti di basi navali nemiche,  durante i quali fu fatto segno al violento fuoco delle batterie avversarie. In una ricognizione attaccò decisamente delle unità navali, lanciando su di esse bombe a bassa quota, malgrado il tiro antiaereo e la minaccia di un idrovolante nemico, mentre nel suo apparecchio si sviluppava un incendio. Adriatico,  Febbraio1918

Medaglia seconda  d’argento

In servizio nel 1920 presso la base di Vallona , il 18 giugno 1920 nel portare a termine una missione di ricognizione sulle linee, il suo idrovolante veniva colpito da una fucilata nemica perdendo  la sua giovane vita precipitando con l’apparecchio in fiamme.

La città di Ercolano ha dedicato una scuola media statale al suo eroico cittadino.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Foto chiesetta San Vito fine anni 20
gennaio 20, 2015
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Questa proviene dalla collezione J. W. Hoover Lantern Slide Collection Arizona (USA)

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Foto di Resina da “Nostro sud” di Fosco Maraini 1950
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Il progetto Nostro Sud, uno dei pochissimi lasciati incompiuti nel corso della lunga attività professionale di Fosco Maraini, rappresenta un episodio di grande importanza nella sua storia personale. Nonostante egli stesso abbia avuto sempre molte reticenze a parlare nel dettaglio della genesi, degli sviluppi e delle sorti di questa impresa, la parte del suo archivio fotografico dedicata al Meridione italiano porta ancora oggi i segni di un costante lavorio: una stratificazione di ordinamenti e raggruppamenti successivi, e di reiterate selezioni tra prime, seconde e terze scelte, che sono la testimonianza di un’esigenza mai sopita, e ribadita a più riprese nei suoi ultimi anni di vita, di dare una forma definitiva e soddisfacente a questo ricchissimo materiale fotografico. L’idea di raccontare per immagini il Meridione d’Italia dell’immediato dopoguerra, ancora radicalmente contadino ma nel quale già si intravedevano i primi segni di profondi cambiamenti, viene ripresa e portata a compimento da questo volume, che presenta una selezione delle immagini più significative realizzate da Fosco Maraini durante il suo straordinario tour fotografico attraverso il “nostro Sud” e i suoi luoghi più affascinanti.
 
 
 

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Pio IX ‘o Papa venette a Resina
gennaio 15, 2015
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Il più illustre personaggio che abbia mai messo piede sul territorio ercolanese è certamente Pio IX, il quale dovette lasciare la cattedra di S. Pietro in seguito ai moti rivoluzionari 1 del 848.
L’incendio terribile del 1848, infatti, non risparmiò nemmeno la Chiesa di Roma. Dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi Rossi, Pio IX fu costrelto ad abbandonare la sede papale e a raggiungere la fortezza di Gaeta, per mettersi sotto la protezione di Ferdinando II. Ma la permanenza nella cittadina laziale fu solo la prima tappa del suo esilio: dopo nove mesi il Sommo Pontefice acconsentì alle richieste dei napoletani, che lo volevano tra loro per esprimergli la propria devozione, e si diresse alla volta della Reggia di Portici, che il Re di Napoli aveva messo a sua disposizione.

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L’illustre esule, accompagnato da Ferdinando II, sbiarcò al Granatello di Portici in mezzo a un tripudio di popolo:
erano ad  attenderlo il Principe di Salerno e il Conte d’Aquila. Era il 4 settembre del 1849: da allora comincia il soggiorno napoletano dell’immortale Pontefice e ha inizio anche il Diario della venuta e del soggiorno in Napoli di Sua Beatitudine Pio IX di Stanislao D’Aloe, segretario della Direzione del Real Museo Borbonico  e della Soprintendenza generale degli scavi del Regno.

Durante il percorso che si snodava dal Granatello al Palazzo Reale di Portici, attraverso via Marittima e via Cecere, Pio IX passò in meno a due fitte ali di popolo osannante.
All’angolo di via Cecere, tra la chiesa di S. Agostino e Villa Maltese, il Sommo Pontefice passò sotto un grande arco di trionfo, che il Municipio di Resina aveva fatto costruire per rendere omaggio all’illustre ospite. Si trattava di un arco, con drappi multicolori,  articolarmente fastoso: in cima aveva una croce con la scritta: In hoc signo vincer, e ai lati vi erano i simboli dello Stato pontificio (il triregno e le chiavi) e della Casa borbonica (il giglio sormontato dalla corona reale). Sotto la croce erano scritti i seguenti versi:

Dà Resina gloria a Dio
dona ossequio al sommo Pio
offre omaggio al suo buon Re
Si Resina in questo giorno
offre lieta il suo soggiorno
al Pontefice ed al Re.

Nel Palazzo Reale di Portici Pio IX occupò alcune stanze del grande appartamento verso mare, che ancora si chiamano stanze di Pio IX. Durante i sette mesi di soggiorno a Portici, il Papa si recb a visitare i paesi, i monasteri e i santuari dei dintorni.
Il 13 settembre 1849 si recò a far visita all’illbergo dei Poveri ‘ dove volle rendersi conto di persona delle svariate opere di beneficenza, tra cui anche la scuola dei sordomuti. In quell’occasione furono presentati al Papa Vito e Gennaro Cozzolino, l’uno direttore e l’altro maestro della scuola dei sordomuti, entrambi cittadini di Resina.

La sera del 15 settembre, dopo una visita alla chiesa di Piedigrotta, Egli ammise al bacio del sacro piede il clero di Resina, presentato dal Parroco don Luca Formisano (1829-63) dal Vicario Foraneo don Carmine Ruggiero, primo Rettore della chiesa di S. Agostino.

I1 4 ottobre, festa di S. Francesco, Pio IX celebrò la messa nella chiesa del convento di S. Antonio e nel pomeriggio dello stesso giorno si recò in carrozza alla sontuosa villa della Favorita: << Osservato il palagio, nel quale nei trascorsi i tempi si facevano giuochi di ginnastica e si davano spleendidissime feste, Sua Santità percorse i belli giardini ed ll bosco passeggiandovi fino all’Ave Maria l
Durante la processione della SS. Vergine del Rosario del 7 ottobre di quell’anno, il Sommo Pontefice ne volle venerare l ‘immagine e benedire la folla da una delle grandi finestre della Reggia.

I1 10 ottobre, Sua Santità andò a piedi alla vicina chiesa di S. Ciro, u accompagnato religiosamente da Cardinali di Santa Rornana Chiesa, dal Municipio, dal clero, da confratelli e da tutto il popolo: una lapide murata di fronte alla pila destra dell’acquasanta ricorda ancora l’avvenimento ». Alle ore quattro pomeridiane del 25 ottobre 1849,  il Papa si recò a piedi all’antico Teatro e agli Scavi di Ercolano.
Nella circostanza era accompagnato da un drappello di guardie reali e dal solito seguito lo. Arrivato alla chiesa di S. Agostino, vi si raccolse in breve preghiera  e proseguì poi il suo cammino per il corso Ercolano, in mezzo alla consueta cornice di folla plaudente. Arrivato al vecchio ingresso del Teatro (che si trovava e si trova tuttora di fronte alla chiesa di S. Caterina), il Pontefice <( discese per la scalinata interna di esso, la quale mena al vicolo di Resina, che conduce all’antica città di Ercolano ed al mare ».
Durante il tragitto, il D’Aloe stava sempre accanto al Pontefice e gli ricordava la storia di Ercolano, l’eruzione pliniana del 79 d.C. che seppellì la città, i primi scavi avventurosi  e furtivi da parte del principe austriaco d’Elboeuf. Mentre tali cose si andavano rammentando, il Pontefice traversava a piedi il già detto vicolo di mare, ch’era tutto sparso di fiori, ed era quasi interamente coperto al di sopra di panni di tutti i colori, sospesi a tante cordelline attaccate con chiodi alle finestre delle case poste l’una incontro all’altra … Vi fu tra le altre una donna la quale, aprendo le braccia, disse piena di fede: Santo Padre, benediteci il mare.

Giunto all’ingresso degli scavi, il Pontefice fu ricevuto dal Ministro della Pubblica Istruzione e dal Soprintendente generale Francesco M. Avellino, il quale fece osservare all’Ospite i pochi edifici portati alla luce dal 1828 al 1837. Il Santo Padre visitò accuratamente tutti gli scavi, specialmente la casa di Perseo e Medusa, poi quella bellissima di Argo e <<si degnò di scendere anche nel piano inferiore per vedere il tempietto privato di esse, in mezzo a cui sorgeva un’ara ».
Assistette anche ad un piccolo scavo, dal quale vennero fuori un unguentario di vetro ed un’accetta di ferro.

Approssimandosi poi l’ora del tramonto, il Papa e le autorità uscirono dagli scavi per la piccola porta »: il muro di cinta era tutto
illuminato >> e i lumi facevano un bel contrasto con gli ultimi raggi che il sole, già scomparso, gettava sui vecchi ruderi di Ercolano ».
Dagli scavi, risalendo il uicolo di mare, il corteo si recò ;ill’antico teatro: tutti avevano in mano un cero acceso ad eccezione del Pontefice », il quale si degnò di scendere fino : il pavimento dell’antico edificio (situato alla profondità di quasi 100 palmi, oltre 26 metri), percorrendo i corridoi, le cavee, i vomitori, i cunicoli e i sotterranei di passaggio che erano rischiarati da mille lumi a cera e con altrettanti ad olio, ai quali si univano i lumi portati dalle persone e facevano uno splendore mai visto >>. Il Papa rimase soddisfatto di avere visto un monumento così insigne. Al termine della visita, il Sindaco e i decurioni di Resina si fecero trovare
all’ingresso del Teatro con torce accese disposte in doppio ordine e accompagnarono l’augusto Ospite fino ai piedi della scalinata del Palazzo Reale.

I1 18 dicembre 1849 Pio IX verso le tre pomeridiane si recò in carrozza alla parrocchiale chiesa di Resina dal titolo di S. Maria a Pugliano », accompagnato dalla corte e da un drappello di guardie reali del corpo a cavallo. Erano ad accoglierlo il parroco don Luca Formisano, il clero tutto e 1’Arciconfraternita della SS. Trinità. Dopo la benedizione eucaristica, il Papa prese posto su un trono precedentemente allestito per lui ed ammise al bacio del sacro piede il clero, i confratelli e moltissime altre persone. Durante questa pia cerimonia, il parroco Formisano narrò a Sua Santità le antichissime tradizioni della chiesa di Pugliano che risalgono ai
tempi apostolici. Infine Pio IX benedisse il foltissimo numero di fedeli affluiti nella vastissima piazza davanti al tempio.

Intanto gli eventi maturavano e si ripristinarono le condizioni per il ritorno a Roma del Papa. Il 4 aprile del 1850 . – Panorama di Reszna in una stilzzzata « veduta settecentesca del Petrini.
Pio IX lasciò Portici e si diresse alla Reggia di Caserta e, attraverso Capua, raggiunse la fortezza di Gaeta ed entrò nello Stato pontificio.
A Roma Pio IX continuò ad assolvere agli alti compiti del suo Ministero pastorale: nella città eterna, tra l’altro, proclamò un dogma di fede destinato a restare una pietra miliare nella storia della Chiesa, il dogma dell’Immacolata Concezione.
Dopo un pontificato lunghissimo, Pio IX si spense il 7 febbraio 1878.
A eternare la visita del grande Pontefice a Resina, I’Azione Cattolica della nostra città volle che fosse posta la seguente lapide sotto il porticato della chiesa di Pugliano:

 IL 18 DICEMBRE 1849
IL PONTEFICE DELL’IMMACOLATA
PIO IX

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Concorso Letterario “Città di Ercolano già Resina” 1984
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Riportiamo un articolo de LA VOCE VESUVIANA del luglio 1984 circa la premiazione del concorso che ricordava il quindicesimo anniversario del cambio toponimo da Resina ad Ercolano. Fu assegnato un premio per il miglior per un solo alunno di tutte le scuole medie statali della città.

Premiati gli alunni delle scuole medie di Ercolano vincitori del secondo concorso su Ercolano.

Dopo circa due mesi di scrupoloso lavoro, la commissione esaminatrice del secondo concorso su Ercolano, un tema storico che avviluppava elementi di storia di ieri e di oggi sviluppando la traccia intorno al giovamento o meno di un qualificato decollo del turismo locale in ordine al quale del cambio tel toponimo da Resina ad Ercolano, avvenuto come tutti sanno con Decreto del Presidente della Repubblica di allora, 1969, Giuseppe Saragat, ha reso concreto il nominativo dei vincitori.

La stessa commissione ha elogiato, in una nota a parte, tutti i partecipanti delle terze medie delle scuole di Ercolano, per la finezza di sentimento di attaccamento per la città nativa, per l’impegno profuso nella raccoltà delle notizie storiche e per la oculata, obiettiva e concreta critica posta su certe tematiche che avrebbero dovuto sviluppare, in  chiave concreta, il turismo ad Ercolano.

La cerimonia di premiazione si è svolta nell’auditorium della Basilica di Pugliano, gentilmente messa a disposizione dal parroco Mons. Giuseppe Matrone.

Il concorso in questione è stato ripetuto anche per il quindicesimo anniversario del cambio del toponimo di Resina in Ercolano.

La premiazione come si è detto si è svolta presso l’auditorium di Santa Maria a Pugliano, presente le scolaresche di tutte le scuole medie della città., il Preside Antonio Pagano, il Preside Luigi Genovese.

Dopo il saluto dell’Assessore ai Beni Culturali Prof. Pasquale Ruggiero ed un brillante intervento dell’Assessore all’Urbanistica Prof. Francesco Scognamiglio,  è seguita la premiazione.

Per la scuola media statale  “Rocco Scotellaro” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Giovanna Sorrentino, Francesco Gobello, Vincenzo Cozzolino, Antonio Felleca, Ciro Pacifico, Salvatore Iengo, Rosa Cioffi, Maddalena Imperato, Maria Gaglione, Cira Solferino, Anna Maria Scudo, De Cesare Margherita.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Salvatore Iengo della 3^  F.

Per la scuola media statale “Ungaretti” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

– Antonio Imperato, Francesco Ricci, Vincenzo Cozzolino, Elisabetta Formisano, Ilaria Anziano, Ernesto Freda, Maria Michela Formisano, Maria Cozzolino, Mariolina Iavarone, Massimo Fiengo.

 Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Elisabetta Formisano della 3^ G .

Per la scuola media statale “Dante Iovino” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

– Laura Buono, Liberata Nocerino, Antonio de Martino, Antonella Strino, Giuseppina Romano, Elisabetta Lanzuolo, Vittorio Stingo, Concetta Cerchio e Ciro Cataldo.

 Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Vittorio Stingo della 3^ C .

Per la 5^ scuola media statale sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Ciro Palomba, Antonio Cozzolino, Bianca Barbieri, Maria Loreta Striano, Antonio Iacomino, Ernestina Ascione, Giuseppina Sannino.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Maria Loreta Striano della 3^ B .

Per la scuola media statale “Ettore Iaccarino” sono stati premiati con pergamena e medaglia ricordo :

Nunzia Pantaleo, Assia Giuda, Vincenzo Acampora, Antonio Coppola, Gennaro Scognamiglio, Rosa Attanasio.

Ha vinto il primo premio di 300 mila lire Antonio Coppola della 3^ A .

Fonte LA VOCE VESUVIANA Luglio 1984

 Nota del blogger :

Chiunque conosca uno o piu’ dei partecipanti al concorso è pregate di diffonderlo vie email, sui social alle persone che allora parteciparono, E’ un bel modo per dimostrare il loro attaccamento alla città allora come oggi e come almeno loro all’epoca, compreso il sottoscritto, volevamo almeno con le parole dare un contributo per la nostra città.

Solo per dovere di cronaca riporto la copia del diploma di quel concorso.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Mestieri e mastri di Resina, ‘e maste cunusciute
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I maestri muratori

Il capomastro muratore è una figura mitica nella storia di Resina. I vecchi cultori di storia locale raccontano che molti di essi, in passato, in virtù della loro grande padronanza del mestiere, erano in grado di portare a termine la costruzione di interi palazzi, senza la guida dei tecnici preposti alla direzione dei lavori.
Ma quelli che si distinsero maggiormente per la loro valentia furono i maestri fabbricatori, che si succedettero a Resina, tra il 1765 e il 1760, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Ne ricordiamo i nomi: Nicola Civile, Innocenzo Torrese, Donato Quartucci e Nicola Pandullo. Quest’ultimo, in particolare, sottoscrisse un contratto che prevedeva che a sue spese dovessero andare anche i « materiali e magistero » Tra i vari materiali impiegati (la pietra della montagna, i mattoni, il lapillo della montagna, travi e chiancole per i solai, la tonica d’arena, le tegole e i canali di Salerno) c’era naturalmente anche il tufo napoletano, il materiale da costruzione più largamente usato nell’Italia meridionale, per due buoni motivi: l’abbondanza della materia prima e il basso costo.
Per secoli il tufo ha costituito il tessuto connettivo di tutti i palazzi signorili e delle case plebee del Mezzogiorno d’Italia. Erano tempi in cui le case erano costruite senza fretta ed abbellite a regola d’arte, e non esisteva la speculazione edilizia che, al giorno d’oggi, ha reso le abitazioni simili a tetre caserme, prive di gusto e di estetica.
Adesso la saturazione di tutti gli spazi edificabili, gli alti costi dei materiali da costruzione, !’inflazione e la crisi edilizia hanno quasi fatto sparire dalla circolazione la benemerita categoria dei muratori.
Ma, ancora oggi, quando ci capita di osservare quel bel materiale giallognolo che occhieggia dall’intonaco scrostato di muri e palazzi, non possiamo fare a meno di pensare alla patetica figura del fravecatore intento a lavorare su un andito, la cazzuola in mano e un berretto di carta, a forma di barchetta capovolta, sulla testa.

I maestri pipernieri

Fin da quando Resina si chiamava Ercolano, la nostra città ebbe valenti maestranze nel campo della lavorazione del marmo. Famosi sono rimasti i marmorari ercolanesi, che lavorarono alla pavimentazione delle case urbane e al rivestimento della scena dell’antico Teatro. Meno famosi, ma certamente abili e qualificati, furono gli artisti ercolanesi ai quali era ugualmente delegato il compito di decorare le case. E se a Pompei spetta l’incontestabile primato di offrire la più doviziosa documentazione della pittura parietale dalla fine del II sec. a. C. all’anno 79 d. C., tema dell’impegno dell’artista ercolanese fu anche il paesaggio: vedute di colli, di marine, di edifici all’aperto. Forse fu proprio un nostro lontano antenato l’autore del dipinto ç7) scoperto ad Ercolano nel 1779, poi scomparso, di cui però si ha una prima riproduzione nell’opera del Killian, Le pitture antiche di Ercolano, ecc., e in due riproduzioni, che gli Accademici Ercolanesi (18) pubblicarono lo stesso anno. Del resto, ancora nell’Ottocento, i pittori della celebre Scuola di Resina andarono famosi nel mondo per i risultati ottenuti nel campo della pittura del paesaggio vesuviano. Armati di tavolette e pennelli, essi si diedero a percorrere le località e le campagne alle falde del Vesuvio, in cerca di motivi originali per imporre una loro originale e interessante « pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia» (19). Fra quegli artisti si distinse, in modo particolare, Marco De Gregorio, nato proprio a Resina nel 1875.
Un’altra categoria che annoverò nei suoi ranghi i maggiori operatori del settore eO) è quella dei maestri pipernieri, segnalatisi anch’essi, insieme con i capomastri muratori, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. L’impegno di questi lavoratori, tra cui va ricordata la figura di Francesco Moscatiello, fu strettamente collegato con l’attività del già ricordato capomastro ( 1) Nicola Civile, soprattutto perché essi fornirono a quest’ultimo la materia prima per la costruzione, cioé la pietra vesuviana, cavata in sito o nei dintorni, con cui furono eseguite in gran parte le murature di fondazione, quelle del piano cantinato e varie altre in elevazione del palazzo. Nello stesso periodo, altri maestri pipernieri, Nicola e Giovanni Cibelli, presiedettero al taglio delle pietre dolci e dei pipemi di Sorrento, mentre Carmine Stizza s’incaricò di tagliare quello di piperno vero e proprio. Pasquale Cortese e Francesco Scodese assunsero, infine, l’incarico del taglio « delle pietre di fabbrica della cava di Vesuvio e lavori di detta stessa pietra, così lisci, così scorniciati, di bàsoli ‘” come per tutti l’altri lavori di piperno di Pianura … per l’assistenza e posa in opera de’ lavori fatti compiti dal fu Francesco Moscatiello, e non posti in opera.

Per la lavorazione de’ zoccoli, controzoccoli, gambe, soglie … e grada liscia con setti, ed ogni altro lavoro liscio … per tutte quelle pietre già tagliate dal detto fu Moscatiello e non ancora lavorate … per la lavorazione di pietre … da farsene ginelle, balconcini, base e gambe scorniciate, con zoccolo e dente nello spigolo e dente nell’estremo, in conformità che si stimerà dall’Architetto D. Mario Gioffredo, direttore dell’opera Sulla scia dei maestri pipernieri sorsero poi a Resina intere centurie di cavatori, basolari e scalpellini, che dalla lavorazione della pietra del Vesuvio trassero per secoli il necessario per vivere. Li si poté vedere all’opera fin verso la metà degli anni cinquanta, intenti a scalpellare pietre e a lastricare strade. Ma anche per loro venne il viale del tramonto: nel 1956 il Corso Ercolano fu completamente ripavimentato, e alla pietra vesuviana subentrarono i cubetti di fido. Col progredire della tecnica, poi, anche i cubetti diporfido hanno dovuto cedere il passo al più moderno mac-adam che, nel 1976, ha sostituito addirittura l’antica pavimentazione in pietra vesuviana di Via Pugliano. Era proprio la fine di un’epoca!

I maestri stuccatori

La decorazione a stucco, nata nell’antichità come necessario presupposto della decorazione dipinta, ebbe poi una propria funzione decorativa ornamentale e figurata. Lo stucco fu destinato a ingentilire le strutture esterne delle case, dei templi, degli edifici pubblici e privati.
A Ercolano furono decorati con stucco l’apodyterium, la sala (detta a stucchi), il calidarium e il tepidarium delle Terme suburbane.
Gli artisti resinesi seppero sempre farsi valere in questo genere di decorazione: ne è prova la splendida cappella di S. Maria del Pilar, un tempo proprietà privata della prospiciente Villa Sorge, definita dal Di Monda (23) « uno degli esempi più cospicui del rococò napoletano per la ricchezza ed il gusto degli stucchi ».
La loro presenza è segnalata, al pari dei capomastri fabbricatori e pipernieri, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Qui ebbero modo di distinguersi alcuni tra i maggiori esponenti del ramo: Giuseppe Scarola, Girolamo Ferraro e Innocenzo Torrese (subentrato poi anche al posto di capomastro fabbricatore Nicola Civile).
In seguito, tutte le case signorili, le ville, gli edifici pubblici e privati, le chiese e le cappelle ebbero la loro decorazione a stucco. I costruttori facevano a gara nel procurarsi i servizi di questi abilissimi operatori, custodi di una tradizione che affonda le sue origini nel passato più glorioso della nostra Resina.

Gli stuccatori subentravano ai muratori, quando le strutture degli edifici erano già pronte, e si facevano valere sia come preparatori di superfici prima della lucidatura, tinteggiatura e verniciatura, sia come esecutori di motivi decorativi in rilievo su pareti
o soffitti.
Particolarmente apprezzata in questo campo fu l’opera di due artisti resinesi: Antonio Gargiulo, al quale si deve, tra l’altro, la decorazione delle pareti laterali e il fondo della Cappella marmorea di S. Rita da Cascia, nella Chiesa di S. Maria della Consolazione; e Ciro Carotenuto, detto Ciro ‘o stuccatore, abilissimo, tra l’altro, nel costruire presepi « classicheggianti».

Oggi, col mutare dei tempi, anche la figura dello stuccatore è stata relegata nel museo dei ricordi. La cosiddetta società dei consumi, distratta da ben altre occupazioni, non ha più interesse per le cose belle di una volta. Forse proprio per questo è resa ancora più struggente la nostalgia di un’epoca irripetibile della nostra storia, quando il fascino che si sprigionava dagli acanti di stucco di un’antica colonna corinzia, o dalle decorazioni in rilievo su pareti o soffitti dei palazzi, era ancora in grado di suscitare sensazioni ineffabili.

I cavatori

Il Vesuvio non è stato nei secoli solo l’elemento più spettacolare e simbolico del golfo di Napoli, ma anche un importante « datore di lavoro» per intere generazioni di cavamonti, basolari e scalpellini. La lava del nostro vulcano non era altro che la fusione di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa era il principale elemento di ogni eruzione, e si presentava all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui era riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, era superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conservava per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa era abbastanza spessa.
La materia eruttata dal cratere, e che non arrivava mai alla base del monte, veniva detta comunemente scoria. Queste scorie erano ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentavano, appena raffreddate, come macerie di pietre spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate.
Le lave invece venivano vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli, che si aprivano durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiungeva talvolta parecchi chilometri di superficie, con uno spessore variabile tra i due e i venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, screpolava, ed a guisa di spuma si riduceva in minutissimi pezzi, i quali venivano chiamati ferrugine. In alcune eruzioni però la lava veniva eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presentava delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che si usavano per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamenti superficiali di edifici, ed altro ancora.

La parte che veniva immediatamente dopo la ferrugine sulle lave era chiamata cima; e si presentava come masso di colore rossastro scuro, che andava gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta, e di color grigio bruno.
La superficie di queste cime era di ferrugine conglomerata, mista all’arena della stessa materia, la quale, in sezione « guartata »,
scendendo man mano nel corpo della lava, formava il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si prestava ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamavano pietra moscia o svenata, o caranfolosa, a seconda di come si presentava: o come masso compatto, o a piccoli strati separabili fra loro o, infine, cosparsa di piccoli buchi che penetravano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, veniva la lava o pietra buona, che costituiva la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi dell’industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divideva’ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Il taglio delle lave buone si faceva nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, era detto a caduta: le cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permettevano l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.
Altre cave, poi, trovandosi sul lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentivano il sistema a caduta, sebbene il taglio da sopra; cioè si cominciava con l’asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccavano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, fino ad arrivare all’acqua.
L’industria della pietra vesuviana fu per molto tempo, come s’è detto, la più proficua e nota di Resina. Praticamente, non ci fu strada delle province meridionali dell’Italia che non fosse lastricata dalla pietra del Vesuvio, la quale peraltro fu un prodotto molto richiesto anche all’estero, soprattutto nei porti d’Oriente, dove ebbe un notevole sviluppo grazie all’attività dell’industriale Formicola.
Questi, al pari di molti altri imprenditori resinesi, aveva stabilito una cava (detta, appunto, Cava Formicola) quasi al centro delle Novelle di Resina, una zona già devastata in precedenza da piu’ colate successive.

Dalla Cava Formicola partivano le pietre ricavate dalle lave del Vesuvio (le più belle delle quali erano quelle del 1868) per invadere il mercato italiano ed estero. Tra le commesse più cospicue si ricorda quella ordinata alla nostra cava, al principio di questo secolo, dal governo del $udan: pietre e scalpellini (tra i quali il padre del sac. Gennaro Nenna) furono imbarcati su una nave per andare a lastricare le strade di quel lontano lembo d’Africa.

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Riti,miti e strangianomme d”a gente ‘e Resina
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Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.
L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

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Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola (2) nell’aureo secolo del Romanticismo.
I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi
o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘0 zelluso, Armando ‘0 scartellato, Nicola ‘0 surdo) o morali (Antonio ‘0 buffone), dal mestiere (Pasquale ‘0 scupatore, Enrico ‘0 furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘0 mericano, Betlina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva il cognome: bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.
Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lec-lec. Si aveva bisogno del falegname? Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice Ca capèra), il falegname Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico Co stagnino), lo stuccatore, il marmista Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo Co verdummaro) e perfino il becchino Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case. Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina
I si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

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Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione. Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità della solidarietà.

Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe diparvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.
t:: come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

 

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Conte Francesco Matarazzo, l’imperatore del brasile
novembre 19, 2014
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Le origini della nobile famiglia Matarazzo risalgono al secolo XII.
Visse in quell’epoca il dotto Franciscus Matarantius, segretario della Repubblica di Perugia e autore di importanti pubblicazioni in latino.

      

È del 1536 il decreto del!’ imperatore Carlo V, che conferì al dr. Tiberio Matarazzo il titolo di Caballerus Auratus e quello di Nobile ai di lui discendenti.
Un ramo dei Matarazzo si trasferì poi da Procida a Castellabate, in provincia di Salerno. La nobile famiglia ebbe feudi e per numerose generazioni esercitò diritti di vassallaggio su non poche borgate, imparentandosi con altre cospicue famiglie del Reame napoletano.
Lo stesso padre di Francesco, Costabile Matarazzo, aveva sposato la nobildonna Mariangela ‘Iovane, di antichissima famiglia di Cava dei Tirreni.
Cultore di scienze giuridiche, egli avrebbe voluto trasmettere l’interesse per la cultura al suo rampollo, il quale, però, nutriva ben altre aspirazioni. In quel tempo l’ Ameri~a appari va agli stranieri come un vero e proprio Eldorado, pronto ad offrire i suoi tesori a chiunque mostrasse coraggio e spirito di injziativa.

Tranquillità e benessere, spiegò e giiustificò il consenso di lodi e di riconoscenza che, per mezzo di personalità spiccate, in campi anche avversi fra loro, in politica, nelle industrie, nelle professioni, fu prodigato nel 1934 al conte Francesco Matarazzo, nel suo 80° compleanno, per l’opera che egli continuava a compiere, con serenità e vigore eccezionali:
«Si può affermare, senza tema di errare, che in nessuna delle nostre maggiori collettività italiane all’ estero si è mai verificato uno spettacolo così grandioso e commovente come quello al quale abbiamo assistito in S. Paolo il 9 marzo scorso, quando la intera opinione pubblica del Brasile, da un capo all’ altro di questo sterminato Paese, attraverso la spontanea vibrante parola delle più alte autorità politiche, delle più notevoli personalità del commercio, dell’industria, dell’alta finanza, delle lettere,
delle arti, senza distinzione di nazionalità e di classe, si è mobilitata con fervente ammirazione e devozione per rendere onore, con eccezionale concordia di sentimenti, agli 80 anni di questo grande italiano che è il conte Francesco Matarazzo.
Perché ministri, generali, presidenti di tutti gli Stati, esponenti autorizzati di tutte le grandi associazioni, uomini di affari, di scienza e di cultura, diplomatici, giornalisti, letterati, siano stati spinti a tributare un plebiscito che non ha precedenti, ad elevare inni di simpatia e di gratitudine sgorgati liberamente dal cuore, ad indicare alle generazioni nuove il suo luminoso esempio, ad esultare per l’opera sua, a proclamarlo cittadino onorario e benemerito di questo Paese, bisogna che i riflessi della sua
vita e delle sue realizzazioni siano stati così profondi e benefici da superare qualsiasi preconcetto e da provocare la unanimità dei sentimenti e dei pensieri.
Non basta avere creato fabbriche ed accumulato ricchezze per meritare una così solenne manifestazione nazionale, in alto da parte dell’aristocrazia intellettuale e politica, in basso dalla moltitudine popolare: è necessario essersi elevati al di sopra della ricchezza ed avere compiuto una funzione sociale di pubblico interesse, di fronte alla quale tutti sentono il dovere di inchinarsi e della quale tutti si sentono debitori.


Così, mentre la nota del giorno nella stampa locale era dedicata, con insolita larghezza, alla celebrazione del suo 80° anniversario, mentre agli uffici della Casa Matarazzo ed alla residenza particolare affluivano in numero eccezionale gli ammiratori ansiosi di abbracciare l’illustre vegliardo e da ogni più lontano e remoto angolo del Brasile giungevano migliaia di telegrammi augurali, un superbo spettacolo si svolgeva per le vie di S. Paolo.
L’esercito degli operai addetti alle sue fabbriche, con le intere famiglie, colonne di donne e bambini, masse di popolani di ogni nazionalità, si dislocavano dai loro quartieri e, inneggiando al conte Matarazzo, si concentravano per presentargli collettive dimostrazioni di affetto, per salutarlo e per udirne la parola.

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Adriano Tilgher, il filosofo acuto e geniale di Resina
novembre 12, 2014
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Quello di aver dato i natali ad Adriano Tilgher è uno dei titoli più prestigiosi che la nostra ,città possa vantare.

Adriano Tilgher, il più acuto e geniale studioso del teatro di Pirandello e uno dei più grandi critici letterari d’Italia nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, nacque  a Resina nel 1887.
Fin dagli anni del ginnasio, egli mostrò una spiccata tendenza per gli studi filosoiici.. Appena quindicenne, infatti, egli recensì il discusso volume di Cesare Lombroso Genio e follia in un saggio che lo stesso Lombroso ebbe a lodare. Ma l’interesse del giovane Tilgher era rivolto anche verso la lettura delle più famose opere letterarie straniere, che egli leggeva nella stesura originale.

Laureatosi in giurisprudenza, entrò subito dopo nella carriera delle biblioteche. Andò prima a Torino e poi a Roma, che fu la sua dimora definitiva. Qui attirò ben presto l’attenzione degli studiosi di filosofia con i suoi primi scritti, che nel 1911 furono raccolti nel volume Arte, conoscenza e realtà.
Collaborava già a varie riviste filosofiche, tra cui Italia nostra di Cesare De Lollis, ma cominciò ad essere più largamente conosciuto quando iu invitato dal senatore Frassati a diventare collaboratore de La Stampa: sul giornale torinese egli pubblicò elzeviri e saggi di indole sociale, <nei quali egli riversò il suo pessimismo apocalittico sul domani della nostra società e del mondo ». Il suo nome divenne, infine, popolare, cltiando Giovanni Amendola gli offrì la critica drammatica nel suo quotidiano Il Mondo.

In seguito, la sua collaborazione in riviste e giornali, tra cui Il Tempo, fu molto larga. Il suo temperamento versatilissimo e lo sfolgorante ingegno  gli permettevano d’impossessarsi delle materie più diverse, che egli sistemava mirabilmente dentro schemi filosofici.
Su questo terreno, artistico e concettuale, avvenne l’incontro col teatro di Pirandello, di cui Tilgher diede un’interpretazione molto personale, legata alle teorie del relativismo, che egli fu il primo ad approfondire e a diffondere in Italia nei seguenti saggi: Relativisti contemporanei, Filosofia delle morali e Casualismo critico.
I1 dramma di Pirandello consisteva, secondo Tilgher, nel << vedersi vivere », cioè nell’uscire da se stessi per guardarsi dal di fuori con gli occhi degli altri e considerare il contrasto che esiste tra la nostra realtà e la nostra maschera. I personaggi del teatro di Pirandello sono « maschere nude », prive cioè di una vera realtà che persista al di fuori delle apparenze, e dimostrano che la vera realtà dello spirito, ammesso che ci sia, non si conosce mai. Il dramma dei personaggi rappresenta, dunque, la crisi della fede tradizionale in un mondo dominato da interessi e da istinti che provocano la totale incomprensione tra gli esseri umani.

Nonostante il dissidio latente che la gelosia dei giovani commediografi cercava di alimentare tra il grande siciliano e il suo maggiore critico ed esegeta, lo stesso Pirandello riconobbe a Tilgher il merito di avere spiegato al pubblico << I’essenza e il carattere >> del suo teatro. Infatti, rispondendo in una lettera di Tilgher, il famoso scrittore siciliano così si esprimeva:
<< Roma 20.6.1923. Mio caro Tilgher, potete immaginare come e quanto io sia lieto della traduzione in francese dello studio mirabile che nel vostro libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non avrei nessunissima difficoltà di dichiarare pubblicamente tutta la riconoscenza che vi debbo per il l’inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto: quello di chiarire, in una maniera che si può dire perfetta, davanti al pubblico e alla critica che mi osteggiano in tutti i modi solo l’essenza ed il carattere del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio, che non ha fine, del mio spirito ».

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L’epistolario l tra Pirandello e Tilgher rappresenta un capitolo a parte nella storia della nostra letteratura e indica il grado di profonda stima che legava i due scrittori ad onta dei pettegolezzi degli altri che cercavano di dividerli.
Altre due lettere del 1924 e del 1925 parlavano del nuovo teatro che Pirandello avrebbe diretto ed invitavano Tilgher a  sostenere questa impresa: << 6 aprile 1925 … Ho bisogno delI’aiuto di tutti gli amici dell’arte, per sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere l’apatia e I’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di controveleno per immunizzarlo dallo scetticismo, dalle facili ironie  con cui lo smontano i troppi che ci danno guerra … ».
Ma, oltre che per Ibpera di Pirandello, Tilgher ebbe interessi di varia letteratura. La sua doviziosa e pregevole produzione trattò, infatti, i più svariati argomenti con una competenza rara ed uno stile personalissimo. Ecco solo alcuni dei suoi saggi più noti: Teoria del pragmatismo trascendentale. Dottrina della conoscenza e della volontà (1915); Filosofi antichi (1921); La crisi mondiale e saggi critici di marxismo socialismo (1921); Voci del tempo. Profili di letterati e filosofi contempo- 1 ranei (192 1); Studi sul teatro contemporaneo (1 923); Ricognizioni. Profili di scrittori e movimenti spirituali contemporanei
italiani (1924); La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo (1925); La visione greca della vita (1926); Storia e antistoria (1928); Saggi di etica e di filosofia del diritto (1928); Homo faber. Storia del concetto di lavoro nella civiltà occiden- 1 tale e analisi filosofica di concetti affini (1929); La poesia dialetttale napoletana 1880-1930 (1930); Julien Benda e il problema del « Tradimento dei chierici » (1 930); Teoria generale dell’attività artistica. Studi critici sull’estetica contemporanea (1931); Studi di poetica (1934); Studi sull’estetica di De Sanctis (1935); Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (1937); Filosofia delle morali. Studio sulle forze, le forme, gli stili della vita morale (1937); La filosofia di Leopardi (1940).
Era una produzione che si sarebbe certamente vieppiù arricchita se non fosse giunta precocemente la morte a sottrarlo all’ammirazione degli amici e alle cure amorose della moglie Livia, che gli fu sempre vicina in tutti i frangenti della vita.
Amrnnlatosi di fegato, quando aveva appena toccato la cinquantina, Tilgher morì la mattina del 2 novembre del 1941.
Ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne le elevate doti di ingegno.
.In particolare, è da citare Liliana Scalero, che recensì con lunghi articoli i volumi filosofici di Tilgher, della maggior parte dei quali curò la ristampa, corredando ciascuno di essi di un’ampia e dotta prefazione. Quanto alle cronache teatrali del Nostro, esse furono raccolte in un volume da Sandro D’Amico per le Collane del Teatro Stabile di Genova.
Infine, per i tipi delle << Edizioni del Delfino P, Livia Tilgher ha pubblicato nel 1978 un opuscolo, Adriano Tilgher: com’era, in cui la moglie del nostro critico rievoca i momenti più significativi della vita di Adriano.

Nel 1991 con la costruzione del nuovo complesso scolastico di Via Casacampora il consiglio scaolastico scelse di intitolarlo a questo illustre concittadino.

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Testimonianza foto e video eruzione 1944
ottobre 28, 2014
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“..La lava si muoveva alla velocità di pochi metri all’ora, e aveva coperto metà della città con uno spessore di circa 10 metri. La cupola di una chiesa, emergendo intatta dall’edificio sommerso, veniva verso di noi sobbalzando sul suo letto di cenere. L’intero processo era stranamente tranquillo. La nera collina di scorie si scosse, tremò e vibrò un poco e blocchi cinerei rotolarono lungo i suoi pendii. Una casa, prima accuratamente circondata e poi sommersa, scomparve intatta dalla nostra vista. Un rumore da macina, debole e distante, indicò che la lava aveva cominciato a stritolarla. Vidi un grande edificio con diversi appartamenti, che ospitava quello che chiaramente era stato il miglior caffè della città, affrontare la spinta della lava in movimento. Riuscì a resistere per quindici o venti minuti, poi il tremito, gli spasmi della lava sembrarono passare alle sue strutture e anch’esso cominciò a tremare, finché le sue mura si gonfiarono e anch’esso crollò“.

Soldati abbrustoliscono il pane sul Vesuvio

Questa è solo una delle tantissime testimonianze di quella che fu l’ultima eruzione del Vesuvio, del marzo 1944. L’agente dell’Intelligence Service britannico Norman Lewis, fu un testimone dell’eruzione e nel suo libro “Naples ’44” (1978), fornì un’interessante descrizione dell’avanzata del fronte lavico nella città di San Sebastiano. Questa eruzione è considerata come la fine di un periodo eruttivo iniziato nel 1913. Da allora si cominciò a costituire un conetto di scorie all’interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del ’44, un’altezza di 100 m. e portando l’altezza del vulcano a 1260 m. L’eruzione è stata descritta da Giuseppe Imbò, allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all’interno del cratere. Essa iniziò il 18 Marzo con un aumento dell’attività stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Si verificò anche un’ intensa attività sismica fino al mattino del 23 in cui l’attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere. Il 24 marzo l’emissione di cenere chiara preannunciò il termine dell’attività eruttiva, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata, mentre le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l’attività si ridusse a nubi di polvere, probabilmente causate da frane dell’orlo craterico.

I paesi più danneggiati furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, (circa 12.000 persone), furono costretti all’evacuazione, mentre Napoli fu “graziata” dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. Ci furono 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni, due centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche e tre anni di raccolti persi nelle aree dove ci fu la ricaduta delle ceneri. Altri operatori dell’epoca, testimoniano come i fedeli mostrarono al vulcano la statua di San Gennaro, affinché il santo fermasse l’attività eruttiva.

Proprio grazie ai fotografi e ai reporter Alleati abbiamo oggi video e immagini di quell’eruzione. Possiamo rivedere l’avanzamento della lava che lenta e implacabile avvolge e distrugge edifici in una stretta scricchiolante, mentre, da una Napoli favorita dai venti che spingono altrove la nube piroclastica, si può ammirare la vista delle colate di magma sui fianchi dell’edificio vulcanico.

Vesuvio

Gli scatti del fotografo inglese George Rodger, precipitatosi ai primi segnali di risveglio alle falde del Vesuvio, fecero il giro del mondo. In un capoluogo come quello partenopeo che i soldati avevano già trovato liberato dai nazisti, grazie ai cittadini/eroi protagonisti delle Quattro Giornate di Napoli, l’eruzione fu occasione non solo di ulteriori aiuti alla popolazione, ma anche di una sorta di “visita turistica” spingendosi sino alle Valle dell’Inferno: celebre la foto che ritrae i militari mentre abbrustolivano il pane su un vulcano fatto di fuoco.

Il video, pubblicato su Youtube, è tratto dal sito della Regione Campania e mostra l’eruzione del Vesuvio del 1944 ripresa dai cameramen dellesercito americano. Dapprima si vede l’intensa attività del vulcano, con nuvole di fumo, piogge di lapilli e masse di lava incandescente che colano per le strade cittadine portandosi dietro interi palazzi che si sgretolano come sabbia, tutto questo davanti agli occhi impauriti delle persone riverse in strada. Città fumanti e campagne ormai desertificate, gente che scava a mani nude nella coltre di cenere o che cammina per strada cercando disperatamente di salvare dalla furia del vulcano quel poco che gli rimane, da un periodo storico già di per se devastante, quale quello del secondo conflitto mondiale.

 fonte : http://www.vesuviolive.it/cultura/storia/50346-video-preziosa-testimonianza-leruzione-vesuvio-1944/

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I luoghi di Resina, come li conosciamo
settembre 2, 2014
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cambiotoponimo

‘Ncoppe S. Austine.

È così chiamata la zona antistante la parrocchia di S. Maria della Consolazione, la prima che s’incontra, sulla destra, venendo da Portici. Il nome deriva dagli Eremitani Scalzi dell’ordine di S. Agostino, che vi costruirono la loro chiesa nei primi decenni del Seicento.

Fore S. Catarina

 È denominato in questo modo lo spiazzo che fronteggia l’omonima chiesa, centro vitale di commercio e di traffico, punto di confluenza tra il corso Ercolano, la via Dogana, la piazza Fontana e la salita di Pugliano.

Fore ‘o ponte

Il « ponte di Resina » (da cui la locuzione dialettale) è un toponimo usato localmente per indicare l’area antistante la settecentesca villa Aprile, e trae origine da un piccolo cavalcavia eseguito, al di sopra dell’alveo naturale per la raccolta delle acque piovane ivi esistente, in occasione dell’apertura (1562) della via regia delle Calabrie.

Fore ‘a croce

 Alla metà della salita di Pugliano, e precisamente all’altezza di una stradina laterale che porta alla Cuparella, i resinesi (all’indomani dei fatti d’arme del 1799) costruirono una Croce, in sostituzione dell’albero della libertà eretto dai francesi. Il sacro simbolo diede il nome alla traversa, nomecheil popolino estese successivamente all’intera zona.

‘O treno ‘e moggia

Storpiatura di Tironi di Moccia (o Torrioni di Moccia, come leggesi nella carta del La Vega),questo toponimoindicava una vasta area a nord -est dell’abitato, celebre territorio di caccia dei Borboni. L’attuale strada, che unisce la via IV Novembre alla via Marconi, conserva ben poco delle caratteristiche di un tempo, giacchè l’intensa urbanizzazione e un traffico caotico ne hanno notevolmente alterato l’aspetto.

Dint’ ‘a Cook

 Era l’espressione con cui i resinesi indicavano il piazzale antistante la stazione della ferrovia vesuviana, alla quale si accedeva da piazza Pugliano percorrendo un vialetto tuffato nel verde e ricco di aria balsamica. La nuova stazione, costruita nel 1913 dalla famosa ditta inglese Cook, fronteggiava quella della ferrovia circumvesuviana, per cui i rispettivi binari correvano paralleli. Se le due ferrovie avessero mantenuto lo stesso scartamento ridotto, le vetture del Vesuvio avrebbero potuto circolare fino a Napoli.

‘E cieuze

Fino a non molti anni fa la gente del popolo usava queste frasi:« Vado in mezzo ai gelsi, oppure vado dietro i gelsi». Ciò sarebbe quel tratto di strada che va dall’angolo di piazza Pugliano fino alla parte alta di via Trentola. Sia negli atti amministrativi, sia negli atti pubblici o privati, si trovava un tempo la locuzione Contrada dei gelsi, oppure Contrada dietro i gelsi: riferimento preciso ad un gelseto che sorgeva vicino al Palazzo Piccolomini (poi villa Irene).

 ‘A sagliuta ‘e Tizzone

È la breve salita (dal nome di un non meglio identificato personaggio) che fiancheggia dal lato destro il santuario di Pugliano, culminando nella parte iniziale di via Madonnelle, sulla destra dell’attuale Centro polidiagnostico Plinio (un tempo meglio conosciuto come albergo d’ ‘a pacchiana), là dove correvano i binari della linea tranviaria del 57 che portava a Bellavista. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso, questa salita era solo un sentiero che sfociava nella campagna, così come possiamo vedere nella stampa francese del 1822 e nella tavola quattordicesima annessa all’importante opera sul Vesuvio del Palmieri. Da qui erano scese le lave del vulcano, specie quella del 1631. Poi vennero i lavori ordinati dall’amministrazione Cacciottoli, con la denominazione di via Fevolella, e le ville fatte costruire nella zona dai signori napoletani, oggi ultima testimonianza di un’epoca irrimediabilmente lontana.

‘Ncopp’ ‘e capecatène

 Il vecchio e rovinoso sentiero della montagna intitolato a Luigi Palmieri, lungo il quale s’incanalarono in ogni tempo lave ed alluvioni, era fino a qualche: anno fa disseminato di dislivelli ondulati detti volgarmente capecatène. Con tale nome erano indicate le briglie ivi fatte costruire allo scopo di rallentare la discesa delle piogge torrenziali o delle lave del vulcano. Invece l’alluvione del 1911 dimostrò che tale sistema era decisamente insufficiente, per cui si decise di costruire dei collettori che meglio rispondessero alle esigenze della tutela della popolazione.

 A Croce ‘e monte

 Posta in territorio pedemontano, corrispondente ai Il Torrioni de’ monti” di cui leggesi nella carta del La Vega, questa località fu investita dal principale torrente dell’eruzione del 1771. Presenti all’avvenimento, immortalato da unagouache di Pietro Fabris (tav. 38 dei Campi Phlegraei di Sir William Hamilton), furono il re e la regina di Napoli, « che non avevano mai veduto nè correre i torrenti di fuoco, nè cadere i medesimi dall’alto»

‘A strada nova

Così era chiamata, fino a qualche anno fa,la via IV Novembre, della cui apertura si avvertì la necessità fin dal principio del secolo, anche allo scopo di costruire lungo la progettata arteria un edificio scolastico e il nuovo mercato. Così recita, infatti, l’ultima parte di una relazione (fatta dal consigliere avv. Gioacchino Evidente) approvata dal Civico Consesso nella tornata del 6 settembre 1906: « L’unica località che la Commissione concordemente opina da doversi scegliere, per la costruzione dell’edificio scolastico, è quella del nuovo Mercato, e precisamente quella in fondo del medesimo, nel territorio, cioè, del Sig. Carlo Carnier, e forse, in parte anche nel territorio di Ausiello. Talchè l’edificio scolastico sorgerebbe di fronte alla strada, che dal Corso Ercolano conduce al Mercato. Tale strada dovrebbe prolungarsi fino a raggiungere quella dei Tironi di Moccia, dirimpetto alla proprietà degli eredi Aveta.
Questa località, dal punto di vista igienico, è eccellente, trovandosi in mezzo ai campi, ove l’aria è saluberrima, e per la sua posizione è davvero incantevole; giacchè, a gara, intorno ogni cosa sorride. Inoltre la commissione fa rilevare che l’edificio scolastico sorgerebbe effettivamente nel punto più centrale del paese, e sarebbe di  facile accesso dalle diverse contrade, da quella di Pugliano, cioè, per le varie traverse, che la congiungono alla Via Trentola, e dalla Tironi di Moccia, e da quelle del Corso Ercolano, e da Via Mare, per la strada che dal detto Corso Ercolano porta al mercato».
Il progetto della strada fu realizzato, tuttavia, molti anni dopo, e solo dopo l’inaugurazione del moderno ingresso degli scavi di Ercolano (1930). La nuova arteria, i cui lavori sono documentati da una preziosa suite fotografica di proprietà dell’ing. Paolo Macera, fu completata nel 1934.

 

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Libero Bovio, ‘o poeta d”e canzone se spose a Resina
settembre 1, 2014
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libero_bovio

Da un aneddoto raccontato da Giovanni De Caro nel suo volume Planetario napoletano, e che s’intitola “Bovio e Ercolano”, ricavinmo quanto segue.


Bovio doveva sposare una delle figliuole di Amedeo Maiuri e l’illustre archeologo volle che la cerimonia avesse luogo ad Ercolano, dove in quel tempo dirigeva gli scavi.
Durante il festoso banchetto, al quale presero parte in gran numero autorità, scrittori. scienziati ed anisti, Maiuri invitò Libero Bovio a pronunciare un discorso.
I! poeta, a disagio in un voluminoso tight, non si fece pregare. Si alzò. si guardò intorno e cominciò con comica gravità:
– Certamente tutti questi signori, nel vedermi. si saranno domandati; Dove diavolo Maiuri ha scavato quest’oratore…
L’episodio la dice lunga sull’ironia, che spesso era un’autoironia, di Libero Bovio. i cui rapporti  con la zona vesuviana datavano da un bel pezzo.
Parlare di tanto personaggio non è un’impresa facile, come del pari difficìle è comporre un preciso quadro delle sue molte attività nell’ambito della cultura napoletana, fra le quali primeggiano, oltre a quella di poeta, l’attività di drammaturgo, di editore, di giornalista e di novelliere. Fu inoltre brillantissimo parIatore, caustico, fantasioso: i suoi motti di spirito gli diedero lustro quasi quanto i suoi versi.

Limitatamente alla sua produzione poetica, così Gianni Cesarini ha lasciato
scritto:

Quando si concluse il primo periodo della canzone napoletana, quello aureo che abbraccia gli ultimi vent’anni dell’ottocento, un nuovo stuolo di musicisti e poeti seppe per almeno un trentennio tenere alto il prestigio della Napoli capitale mondiale dclla canzone.

Libero Bovio, Ernesto Murolo ed E,A. Mario furono in prima fila nel comporre una gran quantità di testi per canzoni in moltissimi cui
destinate a sfuggire all’oblio. Capace come pochi di accenti accorati e nostalgici, ineguagliabile nel genere drammatico, Libero Bovio ha lasciato moltissime canzoni (Aldo Bovio dice ohre 600 che ci piacerebbe studiare in manienl esauriente. anche perché si tratta di canzoni in cui meglio che in altre si evidenziano le capacità interprelative dei cantanti. Per nessun altro maestro della canzone è imponante il valore dell’interprete come avviene con Bovio, che non a caso usava scegliere con cura i cantanti cui affidare le proprie composizioni. Molte sue canzoni sono state cantate e incise dai maggiori interpreti. e l’ascolto comparato dalle varie versioni di una stessa canzone è avvincente sia per le emozioni che destano i grandi cantanti e sia perché si finisce col capire molto di più il mondo espressivo e poetico di Bovio I…].

La carriera di Bovio cominciò nel 1900 e si concluse verro il 1940. Nella prima decade del nuovo secolo Bovio si fece strada senza
cogliere rapidamente i primi consensi. Di canzoni come “Napulitana”, musicata da Falvo nel 1904, della idilliaca'” A muntanara”, scritta con De Curtis nel 1905, “Na cammarella” ancora con Falvo nel 1905. ‘”A furastiera” con Di Capua nel 1906 si è ormai perso il ricordo e non è facile trovare reperti discognr.fici (ad eccezione di “Na cammarella” cantata da Giuseppe Godono su un disco Pllonotype). Un raro disco Fonorono con “Viato a me!” magistralmente cantata da Pasquariello rappresenta il primo importante documento su una canzone del giovane ne Bovio. Scrilla nel 1906 con Falvo. “Viato a me!” conobbe un grande successo di pubblico. Una eanzone del 1907 da cui emerge in pieno il lana rassegnato di Bovio è “Si ehiagnere me sieme”, scritta in collaborazione con Ernesto Murolo e musieata dal geniale Salvatore Gambardella. Si tratta di un piccolo gioiello, impreziosilo ancor piu’ dall’accento sinceramente doloroso di Fernando De Lucia che ne ha lasciato un disco di rara reperibilità.

SEGUE PUBBLICAZIONE ALTRO MATERIALE…..

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Enrico Marino, il sindaco del nuovo secolo
agosto 21, 2014
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enricomarinobis

Il periodo compreso tra l’Otto e il Novecento fu caratterizzato da roventi polemiche tra gli esponenti dei due partiti che si erano alternati a lungo alla guida di Resina. Lo si ricava da una memoria difensiva pubblicata nel 1903 dall’ avv.Andrea Cacciottoli, costretto a dimettersi dalla carica di sindaco per le accuse mossegli dagli avversari. Il documento, ricco di dati e di cifre, non meno che di citazioni letterarie e perfino di frasi in latino, rappresenta un saggio eloquente del clima infuocato in cui si svolgeva la vita politica in quegli anni, che ancora risentivano delle lacerazioni intervenute nel tessuto della ~azione all’indomani della raggiunta Unità. Dalla lettura nasce anche un moto
di ammirazione verso una generazione di uomini che, forgiati nella temperie culturale e morale non troppo lontana dalle passioni del Risorgimento, preferivano affidare le loro argomentazioni ad opuscoli in cui – se si esclude qualche orpello di troppo, frutto certamente del grande patrimonio retorico dell’Ottocento – non sapresti se apprezzare di più la bontà del contenuto o la suggestione della forma.

In questo contesto maturò l’affermazione di Enrico Marino, eletto una prima volta sindaco il 12 marzo 1910.

Il suo nome- avrebbe scritto Emanuele Rocco poi – è legato alle belle e cavalleresche lotte elettorali di tanti anni fa. Belle, quelle competizioni, perché miravano ad un programma spoglio di opportunismi:
cavalleresche perché nell’idea non si confondeva mai la persona, onde l’asprezza non velava quello che era il rispetto per l’avversario.
Sorse il “pro Resina” a contendere il passo al partito che teneva il potere. Uomini di chiara fama militavano nei due campi, e prevaleva l’elemento giovine, che pur già aveva in professione e nella vita dato tangibili prove di capacità e di serietà.
E fu proprio nella prima parziale vittoria che il “pro Resina” indicò per affermarsi all’amministrazione civica i più adatti per preparazione all’arduo compito: e tra essi Enrico Marino, giovanissimo allora, già addottorato nel giure e tra i migliori dell’Ufficio Legale delle Ferrovie dello Stato.
Fu assessore e riordinò le scuole; poi, appena dopo qualche anno, fu sindaco con la cordiale adesione di tutto il Consiglio. La minoranza dimenticò la diversa origine elettorale e vide in Enrico Marino l’esponente d’un programma di realizzazione di quelli che erano i problemi dell’ora.
Si era a poca distanza dal periodo eruttivo, che tanta rovina seminò nelle città nostre. E Resina viveva nel pericolo delle inondazioni pel disastro della sua vasta zona campestre. Il territorio agricolo giaceva nella vergogna di non aver più divisioni. Le arterie, che ne avevano, prima, equilibrato civilmente la topografia, erano state interrate; tutte le difese delle acque abbattute o distrutte: e le masse dei lavoratori dei campi invocavano l’ausilio pronto delle Autorità: la garanzia di lor vita, la tutela dei loro interessi.
Enrico Marino raccolse il disperato grido degli agricoltori e riuscì, con una rapidità fulminea, ad ottenere il contribùto del governo, sacrificò le poche risorse del bilancio e provvide in venti mesi alla sistemazione delle vie campestri.
Fu, per davvero un’opera grandiosa. E nel portarla a compimento, egli non conobbe soste nella diuturna fatica; e fu pago di conseguire la riconoscenza della cittadinanza, la quale trae ragione di esistenza dalla sua fiorente agricoltura».

Questa riconoscenza gli venne dimostrata, ad esempio, in occasione di un suo onomastico. Così scriveva La Verità, numero unico per le elezioni amministrative di Resina del 21 luglio 1912:
«Nella sede dell’associazione di beneficenza Dante Alighieri alle 9,30 precise si riunì un gran calca di popolo, con associazioni musiche bandiere per procedere in corteo e portare al cav. Enrico Marino – eletto per acclamazione vice presidente onorario del Comitato stesso – il diploma e porgere, nell’ istesso tempo, augurii per la sua festa onomastica.
Alle ore 10 il corteo si è mosso in quest’ ordine: procedeva la banda musicale di Portici, seguiva – portato da due soci – un ricchissimo diploma poggiato su un’artistica corbeille di fiori; veniva poi la società Dante Alighieri col presidente Borrelli, la Lega Cattolica col benemerito presidente Enrico De Gaetano, la società dei calzolai col presidente Pietro Fiengo, la società dei marinai col presidente De Vita; la società dei cocchieri col presidente Cibelli, e la lega zavorrieri col vice presidente Cristoforo De Gaetano e chiudeva il corteo una massa imponente di popolo di tutte le gradazioni sociali, dal professionista all’ operaio.
Giunto a palazzo Marino, il corteo si fermò e, mentre la banda civica della vicina Portici intonava la marcia reale, echeggiavano nell’ atrio del palazzo grida di evviva all’indirizzo non solo di E. Marino ma di tutto il partito di maggioranza ed all’illustre comm. Giulio Rodinò.
Dopo pochi minuti è sceso il cav. E. Marino: la dimostrazione a questo punto è diventata addirittura un delirio di popolo: abbiamo visto Enrico Marino quasi portato a braccio: le grida di evviva sono assordanti.
In un attimo un religioso silenzio si è formato e, salito su una sedia, ha parlato E. Marino.

 Il cav. Marino, con voée da cui traspare tutta l’interna commozione.

ringrazia tutti della spontanea dimostrazione d’affetto. Espone quindi, a larghi tratti, la situazione della lotta. Applauditissimo, quando parla dell’opera negativa dell’ono Angiulli nei riguardi del paese. Ricorda come il deputato Angiulli venisse a Resina colpita dali’ alluvione quattro giorni dopo, mentre il comm. Giulio Rodinò venne la notte stessa a portare soccorso alla popolazione …
Conchiude tra una selva delirante di applausi invitando tutti a recarsi alle urne per rispondere alle mene avversarie»

Per la cronaca diamo la lista dei candidati cattolici che si presentarono al giudizio degli elettori resinesi:
1. Cav. avv. Enrico Marino fu Olimpio
2. Acampora Pietro fu Tommaso
3. Barbato Davide fu Pasquale
4. Barbato sac. Tommaso di Stefano
5. Avv. Caputo duca Gennaro fu Roberto
6.Cav. Coppola Vincenzo fu Gabriele
7. Avv. Cozzolino Francesco fu Francesco
8. Cav. Cozzolino Giuseppe Alfonso fu Bernardo
9. Avv. D’Ardia Ciro di Ciro
lO. Dott. D’ Auria Matteo fu Luca
11. De Simone Stefano Salvo fu Luigi
12. Avv. Esposito Nuzzo Giuseppe di Domenico
13. Sac. dott. Fiengo Giuseppe di Giuseppe
14. Galante Carlo di Giuseppe
15. Gaudino Francesco fu Aniello
16. Gaudino Gennaro fu Michele
17. Sac. Marino Gioacchino fu Francesci
18. Avv. Nocerino Tommaso di Giuseppe
19. Rossi Filippo fu G. Tommaso
20. Ruggiero Alfonso fu Giovanni
21. Cav. avv. Scognamiglio Michele fu Antonio
22. Avv. Stingo Giuseppe di Gennaro
23. Conte Tosti Silvio fu Giovanni
24. Vastola Vincenzo fu Domenico

Si tratta di personaggi che giocavano un ruolo non marginale nella vita del paese, sia come pubblici amministratori sia come professionisti o come pasti di anime. Il duca Gennaro Caputo, dimorante nella bella villa Aprile, era stai invece, uno degli elementi più in vista della compagnia di filodrammatici diretta dal Principe Caracciolo di Santobuono, proprietario del palazzo della Favorita, altra sontuosa residenza del Miglio d’oro. Giuseppe Alfonso Cozzolino fu sindaco di Resina dall’ 8 ottobre 1914 al 18 settembre 1918, nonché oratore forbito, conferenziere brillante, scrittore fine e di gusto(3). Il dottor Matteo D’Auria, sindaco dal 20 settembre 1918 allo aprile 1919, è ancora oggi ricordato come uno dei medici più bravi e disponibili del paese. Il sacerdote Giuseppe Fiengo, dottore in teologia, fu padre spirituale della congrega di S. Luigi, oltre che assessore alla pubblica istruzione, per molti anni(4). Il sacerdote Gioacchino Marino, laureato in teologia, esperto della storia di Resina, fu vicario economo del santuario di Pugliano, dal 1943 al 1949.

Lo stesso Enrico Marino, pur essendo un «giurista di apprezzato valore», oltre che come amministratore, si fece valere come notaio, «tra i più quotati  tanto che fu chiamato a far parte del consiglio dell’ordine.

La sua prematura dipartita lasciò tutti nella piu’ profonda costernazione, troppo forte il rimpianto da parte di coloro che avevano ammirato la competenza e l’onestà. Dell’universale cordoglio si fece ancora una volta portavoce la gazzetta dei comuni in un editoriale del 24 giugno 1918.

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La battaglia per l’acqua del serino a Resina e la storia dell’acquedotto vesuviano
agosto 21, 2014
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Il colera del 1884 aveva fatto capire alla nazione intera che occorreva sventrare Napoli per restituire alla maggiore città del Mezzogiorno d’Italia condizioni decenti di vita e di sviIuppo.
L’epidemia aveva attecchito in un contesto urbano e sociale quanto mai allucinante, dove la gente era costretta a vivere in una miriade di bassi senza acqua, senza luce e senza sole, in una promiscuità spaventosa, esposta continuamente ad ogni sorta di malattia e di contagio.

Uno dei più pericolosi veicoli di infezione – già prima del colera – era costituito dalle acque salmastre e malsane condotte a Napoli dagli acquedotti del Carmignano e della Bolla.
Occorreva, quindi, trovare la soluzione al problema dell’approvvigionamento idrico per consentire alla città di muovere il primo passo sulla via del risanamento generale. A questo scopo,una speciale Commissione aveva proposto fin dal 1866 di affrettare l’utilizzazione delle acque del Serino, ossia di quelle acque che erano già state condotte a Napoli col famoso acquedotto fatto costruire dall’Imperatore Claudio.

Dopo varie vicende,  i lavori ebbero inizio verso la fine fine del  1881. Essi furono poi continuati durante l’amministrazione di Nicola Amore,  questi riuscì a superare tutte le difficoltà di carattere tecnico ed amministrativo.

Finalmente l’inaugurazione dell’acquedotto del Serino ebbe luogo il 10 maggio 1885, alla presenza di Umberto I e di Margherita di Savoia, in Piazza Plebiscito. In questa piazza era stata costruita una fontana da cui doveva zampillare, di lì a poco, la tanto attesa acqua del Serino. A un cenno della bellissima Regina, l’ingegnere Gustavo Bruno mise in azione alcuni ordigni speciali: immediatamente, dal centro della fontana s’innalzò un notevole getto d’acqua che superò l’altezza del Palazzo Reale.

La soluzione del problema idrico fu così solo il primo momento di quella grandiosa opera di risanamento che avrebbe portato, in capo a qualche anno, all’effettivo sventramento di Napoli con l’abbattimento di 56 fondachi, 422 isolati, 144 strade, 17.000 abitazioni e 64 chiese e con l’apertura di Corso Umberto I tra la Ferrovia e la nuova Piazza della Borsa.

Nel frattempo nella nostra Resina verso il 1887 ci fu anche lì una grave epidemia di colera dovuta ovviamente alle scarse condizioni igieniche nei quartieri piu’ degradati ed una malsana abitudine di bere acqua di pozzo che spesso era contataminata dalle acque scure degli scarichi.

Una citazione a parte merita la relazione sull’epidemia colerica del 1887 presentata dal sindaco Cacciottoli al Consiglio Comunale nella tornata del 25
ottobre 1887:

sindacoNon vi ricorderò che fin dallo agosto l’ onorevolissimo signor Prefetto fu istruito minutamente dei fatti, e su mia richiesta spedì l’istesso giorno sul luogo l’illustre Prof. Cav. Margotta, il quale, dopo di avere tutto accuratamente osservato, si lodò dei provvedimenti adottati, ne discusse·e suggerì altri da attuarsi.
Fu fin d’allora che istantemente richiesi l’autorevole parola del signor Prefetto per ottenere la presa giornaliera dell’acqua del Serino dalla Città di Napoli, ed il trasporto della stessa a mezzo della Società dei Tramways.
Fu fin d’allora che, seguendo il parere del nostro valoroso condottato Dr. Paolo Cecere, adottammo a norma dei dettati della nuova tecnica sanitaria, confermata dalle più recenti disposizioni Ministeriali, le disinfezioni col sublimato in proporzione dal 2 al 3 per mille [… ]
Fu fin d’allora che provvedemmo a larghe disinfezioni con opportuni ed abbondanti lavaggi dei luoghi infetti dal morbo, nonché degli altri tenuti sospetti.
Fu fin d’allora che senza alcun limite autorizzammo la distribuzione di medicinali, brodi, latte, neve e carne agli infermi sulla semplice richiesta dei nostri sanitarii, oltre ai soccosrsi in biancheria, çui provvedemmo con la Giunta direttamente a norma dei bisogni e delle constatate necessità.

Di fronte ad un nemico che insidiva la vita di tutti credetti opportuno fare appello a tutti, richiedere l’appoggio ed il concorso di tutti, senza gradazioni di casta o posizioni sociali. pel popolo di non lieve conforto le ripetute visite dell’Illustrissimo signor Prefetto, dell’Eminentissimo Cardinale Sanfelice Arcivescovo di Napoli, dei nostri onorevoli deputati, fra i quali primeggia il Commendatore Della Rocca Illustre Segretario Generale, nonché di Consiglieri Provinciali e di molti altri preclari cittadini, i quali tutti, ed in ispecie l’illustre per quanto benemerito signor Prefetto, sfidando disagi e pericoli di ogni genere, vollero minutamente osservare le condizioni del Comune, vagliare ed apprezzare il nostro modesto operato, e tutti ci furono generosi di una parola di conforto e di leale incoraggiamento.

La presenza infine di S.E. il Presidente dei Ministri, ad un tempo Ministro dell’Interno e degli Esteri, congiunta a quella di S.E. Zanardelli Ministro di Grazia e Giustizia, e di altri non pochi onorevoli personaggi [… ] costituì tanto per Resina, che per noi, un vero orgoglio, ed io ne ringrazio tutti quelli che direttamente ed indirettamente contribuirono a provocarla.
E come mai potrei fare diversamente o signori, essendo in modo indiscutibile dovuto a questa visita se per Resina sta per schiudersi l’orizzonte ad un’ era nuova di miglioramento, e di progresso igienico ed edilizio?
Forse che non fu S.E. Crispi, che pel primo decretò con la sua parola il risanamento del Comune?

Ma il progetto di rinasamento presentato dall’ing. melisurgo rimase sulla carta, e della buona volontà espressa da Francesco Crispi  non si seppe profittare. Così le zone malsane di Resina (particolarmente via Trentola e via Mare) continuarono a essere potenziali luoghi di infezioni e di epidemie, sprovviste com’erano di una risorsa indispensabile, l’acqua.

Lo ricaviamo, sopratutto, da un lungo articolo coevo di Gennaro De Luca, pioniere del giornalismo, sul giornale LA NUOVA ERCOLANO :

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«Uno dei principali e necessari fattori della vita è l’acqua. Essa, ·a seconda della sua composizione e purezza, ha un’influenza sulla specie umana. Poiché è assodato che i germi di molte malattie che affliggono l’umanità, ci vengono portati dall’acqua: e nei paesi dove questa è pura ed abbondante, quivi la robustezza e la longevità non difettano.
Ed infattI dice il Klebs che persino il così detto gozzo, sorta di tumore, che abitanti d’intere regioni hanno alla gola, prodotto dal rigonfiamento della glandola tiroide, vien causato da germi minutissimi che, col mezzo dell’acqua, penetrano nel nostro sangue. E così tutti gli scienziati moderni sono concordi nell’ammettere, dopo gli ultimi studi e le ricerce batteriologiche fatte, come prima via di contagio le acque inquinate dei germi specifici delle malattie infettive.
A dimostrare tutto ciò con maggior chiarezza, in primo luogo citeremo l’esempio di Napoli avanti e dopo della conduttura d’acqua di Serino; ed in secondo luogo riporteremo le analisi chimiche e le ricerche eseguite sulle acque dei Comuni Vesuviani dall’egregio chimico Eugenio Casoria, professore della R. Scuola Superiore d’Agricoltura, in Portici.
Tra i mali infettivi che endemicamente dominavano in Napoli, prima del 1887, e che vi mietevano maggiori vittime, erano la febbricola ed i tifi, massime il tifo addominale, malattie codeste che riempivano gli ospedali di numerosi infelici; al punto che il Municipio di quella città fu obbligato assegnare l’ospedale Cotugno per tali infezioni.
Ebbene, dacché i napoletan hanno potuto bene l’acqua di Serino, i malati nell’ospedale Cotugno non solo scemarono rapidamente, ma non sono stati rimpiazzati che da un numero di poche unità; cosa da neanche calcolarsi, in una popolazione di oltre mezzo milione.

E qui vale ricordare che dopo il 1884, epoca in cui il colera fece strage in Napoli, negli anni seguenti, quando i Napoletani potettero usare 1’acqua di Serino, restarono immuni dal fatale morbo; mentre parecchi nostri Comuni, e massime Resina, nel 1887, furono crudelmente colpiti dall’epidemia. A viemaggiormente confermare i fatti esposti, noi citeremo le analisi chimiche delle acque di vari pozzi di Resina, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco, eeguite parte dalla Regia Scuola Superiore di Agricoltura e parte dal prof. Casoria, le quali analisi, fatte coi metodi di Schulze, Kubel e Tiemann, han fornito i risultati tanto straordinari che crediamo utile riportare i prodotti [… ].

Preoccupata dall’andamento ciclico delle malattie infettive nel nostro territorio, e forte della nuova legge della sanità pubblica e dell’igiene, la civica azienda fin dal 1887 aveva avviato febbrili trattative per ottenere il prezioso elemento a Resina. Ma ora la lentezza degli adempimenti burocratici che si
dovevano compiere tra la Società dell’acqua di Serino, il comune di Napoli e gli altri comuni della plaga vesuviana; ora il succedersi e l’avvicendarsi dei
rappresentanti comunali del vicino capoluogo, il che costringeva a cominciare da capo discussioni, pratiche, proposte e controproposte; ora la richiesta di altri concorrenti, che volevano acquistare direttamente dal comune di Napoli e poi ‘:tlistribuire alla popolazione il benefico liquido, curandone il trasporto e la
canalizzazione, non fecero che rimandare nel tempo la’ soluzione dell’ esasperante
problema.
Ancora nel 1891, nella seduta del 18 maggio, il sindaco Cacciottoli esponeva al Consiglio Comunale la necessità di avere l’acqua di Serino, perché le
acque del paese erano scarse e per nulla potabili.

Questa la cronaca della seduta, ricavata da un articolo di E. Francese:

«[… ) Il sindaco dice, inoltre, che egli ha sempre sollecitato la prefettura ed i comuni circostanti per indurre questi ultimi a provvedersi di detta acqua, ma che le sue pratiche riuscirono sempre infruttuose; ciò nonostante, egli non s’è mai perduto d’animo; dopo tante fatiche, è stato appagato il suo desiderio, poiché il Prefetto invitò i sindaci di Resina, Torre del Greco, Portici e San Giorgio a Cremano a tener Consiglio, e, sotto la sua presidenza, si discusse a lungo l’argomento in questione [… ].
Infine partecipa che il consiglio dei sindaci, d’accordo col Prefetto, approvò il progetto per l’impianto della conduttura e dei serbatoi, le cui spese saranno ripartite tra i quattro suddetti comuni, riuniti in consorzio; indi è stato stabilito il prezzo di centesimi lO per ogni metro cubo, come pure è stata stabilita la quantità minima e massima di acqua da consumarsi in un giorno in ciascun comune; e ciò in proporzione del numero di abitanti d’ognuno di essi, cosicché per Resina, che conta 18.000 abitanti, è stato calcolato un consumo giornaliero dai 1200 ai 3000 metri cubi.
Dice pure che sarà nominata una commissione, composta di due rappresentanti per ogni comune del consorzio, la quale verrà incaricata di nominare, a maggioranza di voti, un ingegnere per i lavori da eseguirsi, e di stabilire le condizioni per la messa all’asta dei suddetti lavori [… ].

Conclude, dicendo:
“Signori, spero che tutti vogliare aiutarmi nel compiere l’opera da me iniziata, col votare il progetto, già approvato dal comune di Portici, per la provvista dell’acqua di Serino, ciò che è stato sempre il mio ideale, l’oggetto dei miei sogni, ed io, per decor proprio e pel bene del paese, farò quanto posso per raggiungere lo scopo, e rimarrò a questo posto finchè la mia idea, i miei sogni non saranno realizzati “
(Applausi).

Il sindaco mette alla votazione per alzata e seduta. Tutti restano seduti. Il progetto è approvato all’unanimità»

Ma ogni buon proposito della pubblica amministrazione fu vanificato da vecchi e nuovi problemi , gli stessi che costrinsero la nostra cittadina a rivolgersi direttamente al governo nazionale, nella persona del ministro dell’interno:

«Eccellenza, la salute di 18 mila e più cittadini è minacciata.
L’acqua del Serino, il liquido salutare per eccellenza, il primo elemento indispensabile alla pubblica igiene si nega al Comune di Resina, dove l’epidemia colerica in questi ultimi tempi ben tre volte passeggiò trionfante, dove l’acqua potabile esiste inquinata.
Invano l’Autorità locale con patema benevolenza si è interessata a pro della ridente città; invano con patjottico e civile pensiero ha cercato concordare idee e interessi; tutti gli sforzi riuscirono a vuoto; non resta ricorrere ai mezzi estremi per tranquillizzare gli animi eccitati, e
curare ad un tempo la salute di tutta la popolazione resinese.
È bene quindi che l’Autorità centrale tutto vegga e sappia. Motivi altissimi di ordine pubblico e di pubblica incolumità reclamano assolutamente
il suo intervento, malgrado sia già vigorosamente intervenuta l’Autorità locale [… ].
Eccellenza!
Un materiale di conduttura per valore ingente è già pronto …
Provvedasi al più presto perchè cessi uno stato di cose anomalo, inesplicabile, ruinoso per tutti, perchè gli animi di tutti siano urgentemente
rassicurati.
Lo deve il Governo in omaggio alla legge, all’ordine pubblico, alla incolumità; lo attendono fidenti i cittadini di Resina.

Alla fine, come Dio volle, il 28 agosto 1894 fu firmato un contratto a Napoli, per Notar Scognamiglio, tra il signor Du Chantal per la Società dell’acqua
di Serino, l’amministrazione partenopea e il Comune di Resina. In base all’accordo fu concessa l’acqua alla nostra città: il pagamento della stessa,
nella misura di 12 centesimi per ogni metro cubo, doveva aver luogo dieci mesi dopo la stipulazione del rogito, cioè il 28 maggio 1895.

Con istrumento del 26 marzo 1895 per Notar Francesco Scognamiglio fu stipulata una convenzione, precedentemente approvata dal Consiglio Comunale di Resina nelle sedute del 25 gennaio 1892 e del 25 febbraio 1892, tra il signor Bernardo Petòt ed il Comune di Resina.

La Giunta Provinciale Amministrativa approvava la suddetta convenzione il 7 aprile del 1892.
Il contratto di concessione fra il Comune di Napoli e quello di Resina fu stipulato il 28 agosto 1894. Questo contratto prevedeva la fornitura al nostro Comune di 220 mc. di acqua al giorno, salvo poi ad arrivare a un massimo di 500 mc. di acqua al giorno in caso di futura necessità.

Il Consiglio Comunale approvava il Regolamento nei giorni 25-28 agosto e 2-6 settembre 1894.
Finalmente l’inaugurazione avvenne il 10luglio 1895. Il nuovo acquedotto vesuviano, destinato a distribuire una diramazione delle fresche e limpide acque del Serino anche agli altri Comuni marittimi circumvesuviani, sorgeva su un terreno già di pertinenza della chiesa di Pugliano ed appartenente – come Villa Irene – al patrimonio della cappella di S. Sebastiano.

Il 1″ luglio del 1895 segna, dunque, una data importante nella storia del progresso igienico e sociale di Resina. I giornali napoletani salutarono con soddisfazione questo avvenimento; fra tutti, si distinse il Roma del 12 luglio 1896.

Finalmente dopo tante battaglie legali con la Società delle acque e la burocrazia locale e nazionale, anche la nostra Resina poté utilizzare le acque del Sevino.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La Reale Arciconfraternita una storia secolare
agosto 18, 2014
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Le Origini

L’origine di questo sodalizio, come ente, è .da datarsi tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Nella S.Visita del card. Buoncompagno (1629) con riferimento all’oratorio della SS.Tririità, si legge “… visitò l’oratorio da poco eretto sotto le case della chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano … “. Dato che il luogo dove si raccoglievano i confratelli era molto angusto si pensò di costruire un oratorio più conveniente quello attualmente adibito a sagrestia.

L’antico Oratorio

E’ costruito a volta e misura  mt 18,30 e mt 6 di larghezza in stile barocco. Aveva un ricco altare su cui sovrasta una tela della S.S. Trinità con la Beata Vergine.  Questo quadro si trova ora sull’altare maggiore del nuovo oratorio. Ai lati dell’altare vi erano due nicchie in cui si conservavano la statua della Vergine Santa del Rosario e la statua di Gesu’ risorto.

Sul lato destro dell’altare si accede per mezzo di una scalinata composta di 18 scalini di piperno (pietrarsa) alla terra santa dove venivano seppelliti gli associati defunti.

Il nuovo oratorio

I lavori per la costruzione del nuovo oratorio iniziarono nel 1830 e probabilmente terminarono nel 1843. Costruito con lamia a botte, ornata con stucco, cassettoni, fregio e cornicioni intagliati e con capitelli compositi, termina con l’Arco Maggiore nel cui centro vi è un unico altare rivestito di marmo. La sua facciata è di stile rinascimentale ed è rivolta verso mezzogiorno. Nel timpano del frontone è raffigurata la SS Trinità. La navata misura 28 mt di lunghezza e mt 9 di larghezza, la volta è alta mt. 14, le linee architettoniche sono di stile neo-classico. E’ ben illuminata da 6 grandi finestroni laterali e un altro al centro della facciata.  Le sue pareti sono affrescate con sei grandi quadri raffiguranti scene bibliche del pittore Federico Aprea. Molto interessante il vasto sviluppo laterale degli stalli del doppio coro ligneo opera di ebanisti napoletani del tardo barocco cui spicca cui spicca il banco del governo.

A metà della navata sul lato destro è posto il pulpito che è un piccolo trionfo candido di stucchi e il baldacchino che termina con fiocchi e nappine opera del sacerdote Luigi Fiengo. Ai lati dell’Altare Maggiore si trovano due buone tele raffiguranti S.Pietro e S.Paolo.

Sul lato destro dell’altare maggiore sorge l’altarino dedicato aS.Odilone, Patrono dell’opera del Suffragio. L’autore del quadro è il pittore resinese Salvatore Cozzolino che figura tra i personaggi dipinti. A fianco all’altarino di S.Odilone vi è un piccolo monumento a ricordo dei soldati resinesi caduti nella guerra del 1915-18. Inoltre due edicolette-cornici contengono le immagini di Gesù Risorto e della Madonna del Rosario. Sulla porta di ingresso vi è un’ampia cantoria in muratura con magnifico parapetto di legno. Su questa cantoria è posizionato un antico organo positivo del settecento di scuola napoletana. Il prospetto di facciata è diviso da quattro pilastrini con capitelli e basi dorate e fiori rossi con foglioline sul fondo verde.

L’altare maggiore

L’Altare Maggiore è di marmo pregiato ed è fiancheggiato da due porte di marmo bianco sulle cui aperture sono posti due piccoli quadri: il Sacro Cuore di Gesù (a destra) e il Cuore Immacolato di Maria (a sinistra). Sul fondo dell’abside sorge l’artistico tempietto di stucoo con due colonne di marmo donate dal Re di Napoli, Ferdinando II. Nel tempietto è racchiusa la tela, opera di scuola napoletana del Settecento di cui si ignora l’autore che si trovava nell’antico oratorio; raffigura la Vergine Santa che regge una palma nella mano destra e il Bambino Gesù nella mano sinistra, la testa coronata da dodici stelle e i piedi che poggiano su una mezza luna. Sul capo della Vergine, appare l’Eterno Padre con le braccia aperte, tra essi si scorge una piccola colomba bianca figura dello Spirito Santo. Il Bambino Gesù regge un piccolo globo terrestre di color verde e ha sul capo una stella.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La storia di Via Mare , detta ‘o vico ‘e mare
luglio 21, 2014
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vicodimare

Presente in tutte le carte del Sette e Ottocento col nome di Vico di Mare, questa vecchia strada porrta da piazza Fontana al litorale, attraversando un quartiere abitato tradizionalmente da pescatori.
La storia di quest’arteria s’intreccia molto spesso con quella dell’area archeologica, di cui rappresenta l’estremo lembo occidentale, almeno per quanto riguarda gli isolati dissepolti a sinistra del cardo III.
I cunicoli dei primi scavatori borbonici minacciarono seriamente la staticità delle case; «il qual errore non tardò mol to a scoprirsi, quando col barcollare e spaccarsi di un gran numero di muraglie, i clamori degli abitanti ne andarono alle stelle, e bisognò spendere molti anni e molto danaro in rifondarle tutte … » (Ruggiero, 1885: 13).
Il9 gennaio del 1828 ebbero inizio gli scavi all’aperto. Duep onti dil egno furono eseguiti sul Vico di Mare, «onde agevolare lo sgombramento de’ materiali ». I lavori portarono all’esplorazione delle prime abi tazioni che s’incontrano risalendo il III cardo lungo il fronte meridionale dell’insula II, ma dovettero fermarsi davanti all’estremo ciglio della collina.

Il 25 ottobre del 1849 gli scavi furono visitati da Pio IX. Le cronache del tempo riferiscono che il pontefice, giunto all’ingresso, fu ricevuto dal soprintendente Francesco Maria Avellino, il quale fece osservare all’illustre ospite gli edifici portati alla luce dal 1828 al 1835, tra cui la bellissima Casa d’Argo. Dagli scavi, risalendo il Vico di Mare, il corteo si recò poi a visitare l’antico teatro di Ercolano: tutti avevano in mano un cero acceso, ad eccezione del papa, il quale si degnò di scendere fino al pavimento, situato alla profondità di 25 metri, percorrendo i corridoi, le cavee, i vomitori, i cunicoli e i sotterranei di passaggio, che erano rischiarati da mille lumi a cera e da altrettanti ad olio.

Gli scavi furono ripresi nel 1869, ma si arrestarono ancora una volta sotto la barriera delle case del Vico di Mare, chiudendosi con opere di restauro e di sistemazione del muro di sostegno della strada. Da sottolineare che lo scarico del materiale avveniva risalendo faticosamente col cofano a spalla i vari gradoni del terrapieno delle ultime case di Resina, per riversare la terra nel carretto ancorato presso il cancello d’ingresso.
Seguì un lungo periodo di sospensione dei lavori, dal 1875 al 1927, durante i quali Ercolano sembrò sprofondare in un oblio ancora più profondo del sonno che aveva dormito nei secoli precedenti. Solo le vecchie foto Lembo e le più recenti Alinari ricordavano al mondo che la città aspettava in concreto la sua piena valorizzazione, non essendo sufficiente il parziale disseppellimento del settore meridionale, su cui continuavano ad insistere le case del Vico di Mare (Maiuri, 1958 : figg. 5 e 6; Carotenuto, 1980 : fig. 38).

L’avvento alla Soprintendenza di Napoli di Amedeo Maiuri diede nuovo impulso agli scavi, i quali furono solennemente inaugurati il 18 maggio del 1927 da Vittorio Emanuele III, forse l’ultimo dei personaggi illustri a percorrere il Vico di Mare, giacchè i lavori avrebbero portato all’apertura (1930) del nuovo ingresso sul corso Ercolano. Per consentire l’accesso al corteo delle autorità, si dovette procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia degli scavi precedenti. Il colpo di piccone inaugurale fu dato in una cornice di generale entusiasmo, mentre dall’alto dei balconi e terrazze della zona assisteva una folla in tripudio.

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