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I morti dimenticati della tragedia ferroviaria di Balvano del 1944
giugno 29, 2017
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Voglio ricordare la tragedia ferroviaria che avvenne il 3 marzo 1944, quando su un treno merci che attraversava una galleria sita fra le stazioni di Balvano e Muro Lucano in provincia di Potenza, per asfissia da gas, persero la vita 517 persone, fra le quali 82 cittadini Resinesi.

Sono i numeri forniti dalle inchieste che ne seguirono, ma il numero esatto dei morti non fu mai possibile precisarlo (forse addirittura 600). Erano i mesi che si erano succeduti dall’arrivo delle Truppe Alleate a Napoli, avvenuto nel settembre del 1943. La seconda guerra mondiale continuava in Italia, oltre la zona di Cassino, dove le truppe tedesche si opponevano agl’anglo-americani. Dalle nostre parti la vità e le attività tentavano faticosamente una ripresa, attendendo la fine di un conflitto che avrebbe causato milioni di morti in tutto il mondo. Gli edifici e le strade recavano ancora i segni dei bombardamenti aerei degl’alleati che avevano causato lutti e danni incalcolabili.

Scarseggiavano i viveri ed i cittadini della provincia di Napoli si recavano nella zone della Basilicata, per approvigionarsi di alimenti quali farina, formaggi, salami e prodotti della terra, dando in cambio tessuti, vestiti, scarpe, biancheria alla popolazione locale in una sorta di antico baratto.

Con partenza dalla stazione di Portici il 2 marzo 1944, i Resinesi, salirono su un treno merci diretto a Potenza. Lungo il percorso il treno si affollava sempre di piu’, man mano che si susseguivano le fermate. Il convoglio composto da ben 47 vagoni e della lunghezza di circa 500 metri (!), raggiunse Battipaglia nel pomeriggio. Prima della partenza per Potenza, tratto non elettrificato e di forte pendenza, al treno 8107 fu aggiunta in testa una seconda locomotiva, anzichè in coda, come da consuetudine. Durante la notte del 3 marzo il treno imboccò la galleria “Delle armi”, sita fra le stazioni di Balvano e Muro Lucano, ma, a causa di una foschia notturna e binari scivolosi, le ruote cominciarono a slittare e, purtroppo, il convoglio si arrestò. Vani furono i tentativi del personale di far ripartire il treno bruciando piu’ carbone ( di scarsa qualità poichè ricco di zolfo) per aumnetare la potenza delle caldaie, ma il tentativo aggravò ancor di piu’ la situazione. La galleria, per scarsa ventilazione, su invasa da monossido di carbonio causando la morte per asfissia di oltre 500 persone, soprese nel sonno. Si salvarono soltanto i viaggiatori delle ultime due vetture di coda rimaste fuori dalla galleria, unicamente ad altri viaggiatori che, a piedi, camminado lungo i binari riuscirono a raggiungere l’uscita. Con i ritardi dovuti alle scarse comunicazioni dell’epoca, scattò l’allarme : si organizzarono forme di soccorso, ma il risultato fu il macabro ammassarsi di centinaia di cadaveri davanti alla stazione di Balvano e conseguente seppellimento, in fosse comuni, nel locale cimitero.

A Resina, come negl’altri comuni vesuviani, le famiglie che attendevano il ritorno di mariti, padri, figli, vissero giorni di disperazione assoluta, con tentativi di raggiungere Balvano, in un triste pellegrinaggio che si ripete ancora oggi. Si susseguirono, negl’anni, inchieste, processi per accettarne le responsabilità, ma i risultati furono deludenti. Sono seguiti libri, film, documentari, inchieste televisive ma, purtroppo, dopo oltre 70 anni, tutto sembra piombato nell’oblio.

Adesso però, in vari Comuni, Benemeriti Cittadini, discendenti delle vittime, si sono organizzati decidento di onorarne la Memoria. Mi permetto di rivolgere un appello al sig. Sindaco ed all’Assessore Competente, affinchè i Comune di Ercolano (già Resina), che ebbe il piu’ alto numero tra le vittime a Balvano, di ricordare quei cittadini a mezzo di apposizione, in Luogo pubblico quale la Sede Municipale, di una Lapide di marmo con Epigrafe, ovvero ci ceppo commemorativo nel Cimitero Comunale.

Fonte : La voce Vesuviana

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Storia del cinema teatro Ercolano dai fasti degl’anni 20 al declino nel dopoguerra.
Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della
"Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal
Commendatore Federico Stella nello
spettacolo rappresentato al Cinema Teatro
Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e
prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso:
platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50.
La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.Nella storica foto d'epoca scattata 86 anni fa; òsserviamo i componenti della "Primaria Compagnia Teatrale", diretta dal Commendatore Federico Stella nello spettacolo rappresentato al Cinema Teatro Ercolano di Corso Ercolano di Resina, oggi Ercolano, dal titolo: "Napoli, canto e prosa", con Salvatore Papaccio e VIttorio Parisi ed' altri eccellèntl artisti' dell'epoca; con i seguenti prezzi d'ingresso: platea: lire 2,O; Barcaccia lire 1,50. La Compagnia, in tourné a Resina, si esibì il 7 settembre 1930, alle ore 19:30.

Il non più esistente Cine·Teatro “Ercolano” è stato, nel passato, uno dei (pochi) luoghi di intrattenimento dei Resinesi. Si trovava nel Vico Posta, al lato del Municipio, ora ora sede del Comando dei Vigili Urbani.
Seduto presso il Bar Roma (detto: ‘e Sarau) il signor Ciro Gargiulo, anziano gestore del Teatro a riposo, ne rievocava i trascorsi, trovando in me, giovane appassionato, attento ascoltatore. Citava, per la parte cinematografica, film interpretati dai famosi attori dell’epoca quali, Amedeo Nazzari, Alida Valli, Gino Cervi, Vittorio De Sica (futuro regista di capolavori indimenticabili).

Ma i suoi ricordi che più mi affascinavano erano quelli che riguardavano le attività teatrali.
Prima di portarsi a Resina, le Compagnie “di giro” (famose quelle di Federico Stella, Cafiero e Fumo, Di Maio ) venivano presentate nei Teatri Politeama San Ferdinando, Sannazzaro… che videro le prime esibizioni del più grande comico di tutti i tempi: Il Principe Totò! Don Ciro mi raccontava che, per l’ingaggio delle Compagnie, si portiva per Napoli, presso la Galleria Umberto I° per trattare con Impresari ed Attori. Personaggi, talvolta cbsì squattrinati che per raggiungere Resina si servivano del mitico tram “55” o della “Vesuviana”.

Uno degli spettacoli più in voga era il “Varietà” con le esibizione di cantanti, baIlerine, duetti comici ed orchestra. Fra prosa è canto, ai leggendari Gennaro Pasquariello, Vittorio Parisi, Salvatore Papaccio, si aggiunsero poi i nomi di Sergio Bruni (inimitabile cesellatore), Franco Ricci, Giacomo Rondinella, Nunzio Gallo, e tanti altri che meriterebbero di essere ricordati, che immagino esibirsi nella famosa Orchestra di Giuseppe Anepeta!

Ai nomi celebri dello spettacolo sono da ricordare Nino Taranto, Aldo e Carlo Giuffrè, Ugo D’Alessio… ed, ovviamente i De Filippo: Peppino, Titina e, principalmente, Eduardo, le cui commedie ed interpretazioni avrebbero avuto risonanza mondiale! In quegli anni erano famose le “Piedigrotte” durante le quali le Case Editrici (Bideri, La Canzonetta…) lanciavano le nuove canzoni.

Il culmine si ebbe con i vari Festival della Canzone Napoletana, con l’avvento della televisione Un capitolo a parte merita la “Sceneggiata” spettacolo che prendeva spunto da una canzone. Classico svolgimento: un “Isso“, accertato che “Essa” era insediata da “‘O malamente“, si vendicava di questi, uccidendolo dopo un tragico duello. Seguivano processo, condanna e disperazione di figli piangenti e mamma morente! La partecipazione degli spettatori era così sentita che spesso, l’attore aveva interpretato “‘0 ‘nfamone” insultato e minacciato anche dopo lo spettacolo! Inimitabile numero uno  della sceneggiata è stato Mario Merola con la famosa: “‘o Zappatore“, tratta da una canzone di Libero Bovio.
trama: Merola, nei panni di un vecchio contadino si presentava, inaspettatamente, a casa dell’ingrato figlio avvocato, ave si svolgeva una festa con “uommene scicche e femmene pittate”! Gli ricordava i sacrifici fatti per lui e che “mamma toia se ne more” e gli intimava: “addenocchiate e vaseme ‘sti mmane”!
Conclusione finale: applausi interminabili con ripetute richieste di bis, pubblico così in delirio che “se ne cade ‘o tiatro“, come avrebbe detto il grande Eduardo!

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Il fortino del granatello la sua lunga storia attraverso i secoli
luglio 20, 2016
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Torre di Bassano, Torre del GrecoTorre di Bassano, Torre del Greco

Pubblichiamo alcune notizie sul fortino del granatello grazie ad una nostro lettore sul blog Salvatore Imperato che con dovizia di particolari ci svela dettagli di un territorio ricco di storia.

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La veduta del Forte del Granatello, di Franz Wenzel,appartiene alla collezione privata

Durante il periodo vicereale spagnolo(1520), nella zona delle Mortelle,fu costruita alla punta del Capo del Fico,una torre di avvistamento per difendere la costa di Portici dalle incursioni dei pirati.Con la costruzione della Villa Reale di Portici,il Re Carlo decise di ristrutturare la torre,costruendo un muro di protezione con rivellino,posizionando inoltre dei cannoni per la protezione della Real Casa.

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Torre di Bassano, Torre del Greco

La struttura di questa torre è identica a quella che fu costruita a Portici,per essere successivamente inglobata nel Fortino del Granatello.

Nel 1873 il Fortino del Granatello venne demolito a colpi di cannone e mine.Le macerie del forte vennero portate a Napoli via mare,per essere utilizzate come base per la nuova litoranea che fiancheggiava Il Real Passeggio di Chiaia.

Secondo le fonti dello stesso Esposito il fortino fu abbattuto in quanto nella zona insistevano interessi industriali di ditte di carattarere nazionale ed a partire già dal 1901 si iniziò ad impiantare complessi industriali di rilievo nazionale.

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Foto di E. De Martino

Scalo di alaggio (‘a scarpetta),compreso fra la Casa Rossa del Comandante e la Real Peschiera del Granatello(ex cantiere navale).Nella foto due cannoni provenienti dal Fortino del Granatello sono utilizzati come bitte (foto di E.De Martino).

Secondo altre fonti l‘area occupata dal fortino  venne utilizzata, in tempi più recenti, da stabilimenti industriali… ultimo fra tutti la Montecatini. Il muraglione di protezione, a picco sul mare, prima che fosse apportata la modifica alla barriera frangiflutti, come la vediamo oggi occupata quasi interamente da palafitte e piattaforme di locali per la movida (non più utilizzati), correva dall’inizio della passeggiata superiore del Granatello fino all’attuale spiaggia delle Mortelle… Ruderi dimenticati di quel muraglione restano, sulla spiaggia, in zona docce.

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Oggi l’area, a meno della spiaggia, è occupata dal Centro ricerche ENEA, dal CRIAI e da una zona,comunale, con giardinetti e pseudo piccoli locali commerciali (mercatino portuale) mai finiti e mai entrati in funzione.

Per quanto riguarda l’immagine di anteprima Salvatore Esposito ci svela altri piccoli particolari ignoti a molti.

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lancelot theodore turpin de crisse – Fortino del granatello

Il dipinto riprende l’inquadratura della veduta del Lusieri(1784), ma spostata dalle cave della Real Petriera al Forte del Granatello,escludendo dalla visuale la Real Villa di Portici.Nel dipinto il Casino del Renna copre quello del Cecere.

A sinistra la villa dell’Ambasciatore Russo presso la Corte Borbonica,con una ridotta vista dei magnifici giardini della villa Caravita(attuale Maltese). Sulla terrazza del forte si leggono le scritte dei soldati borbonici,con graffiti celebranti papa Pio VII,un numero 4 con la scritta cavalieri, il nome Antonio e un sole.

Fonti: Un grazie Salvatore Esposito e tutti coloro che danno contributo su facebook sulla sua pagina personale.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Villa Favorita ed il suo parco ospitavano feste di gala di beneficenza ed anche la piedigrotta
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Il Parco di Villa Favorita può essere considerato a tutit gli effetti, il primo Parco a Tema al mondo.
Leopoldo di Borbone fece costruire nel 1823 un vero e proprio “parco dei divertimenti” aperto al pubblico nei mesi estivi e nei giorni di festa.
Con l’Unità d’Italia e con l’acquisizione della Villa da parte dei Savoia, tutto venne abbandonato. Le giostre lasciate all’incuria furono presto distrutte e i modelli costruiti dagli artigiani per la loro lavorazione sono oggi custoditi nel museo dell’opera della Reggia di Caserta Qui sotto alcuni modellini conservati:

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Intorno a ciascun giuoco vedesi nella stampa la folla a circolo, che guarda, aspettando ciascuno la volta sua; la trattiene un gendarme, che sta a tutelar l’ordine e prevenire i volta volta, i quali anche allora saranno stati di moda. Pel giardino un’altra moltitudine di uomini e donne passeggia: sono per lo più coppie, probabilmente legali, le altre, non legali, sono nella parte boscosa, che nella stampa non si vede. Qua e là bimbi tirano la gonna alle mamme, e le costringono a badare a loro; qualcuno conduce due popolane insieme una per braccio, e qualche militare si nota come più ardimentoso con le donne.
Nessun uomo sta solo, tranne uno, seduto in disparte sotto un albero, col gomito poggiato sul ginocchio, e il mento sulla mano. Che avrà voluto rappresentare l’autor della stampa? Un filosofo, che, capitato a caso tra quella moltitudine felice di vivere, pensa che tutta quella gioia è un atomo solo della somma di gioia e di dolori, che si fondano nel gran crogiuolo dell’universo? Un innamorato, che ha ricevuto il ben servito, e si lambicca il cervello? Forse qualcheduno, che è sazio, e medita di andarsene?

Le donne portano cappelli monumentali, ricchi di nastri, a tese larghissime e davanti rivoltate in su, sic-ché lasciano scoperta la fronte e il principio dell’ acconciatura dei capelli. Questi sono spartiti in mezzo, e lateralmente disposti in due rigonfiamenti, veri pilastri a sostegno del cappello. Le maniche son gonfie anch’esse sopra al gomito, le gonne lisce, ornate di nastro, guarnite in giù da un paio di giri di trina o di nastro largo; sono corte da lasciar scoperto tutto il piede, che il galante autore della stampa ha dato a tutte di una piccolezza inverosimile. Gli uomini poi sono ridicoli co’ cilindri alti e larghi, i pantaloni chiari e aderenti alla persona, il soprabito aperto sul petto, che s’arresta alla vita, e poi si ritrae indietro, e corre fin sotto al ginocchio: sembrano quei notari, di cui ancora esiste qualche esemplare mummificato, i più giovani de’ quali vi dicono che hanno rogato l’atto matrimoniale di vostro nonno!

La parte boscosa poi era destinata alle cacce, le quali. si aprivano solennemente il 3 di novembre, giorno di S. Uberto. Tutto l’anno si lavorava a preparare la gran giornata. Si comperava ogni sorta di animali, che si chiudevano in gabbie, le quali poi il 3 novembre si nascondevano nelle macchie del boschetto. Don Leopoldo e i suoi invitati incedevano ne’ viali col fucile pronto, la testa sporta, a passi lunghi compassati, e in punta di piedi per evitare il rumore delle foglie. Quando erano vicini, l’uomo, nascosto nella macchia con la gabbia, l’apriva, e ne venivano fuori daini e lepri spaventatissimi, cinghiali fiaccati dal lungo digiuno, cervi agonizzanti, i quali, prima d’aver tempo di orientarsi e fuggire, erano ammazzati. A questo modo in una volta furono uccisi tremila lepri: numero speventevole, ora raggiunto soltanto nelle cacce de’ sovrani, specialmente se intervengono sovrani e principi stranieri: le compiacenti agenzie telegrafiche allora dan fiato alle trombe, e annunziano a’ quattro venti que’ facili eccidi, che, ne’ giornali officiosi, diventano prodigi di valore, e promesse di future vittorie»

 

Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Nei primi anni del novecento vennero ad esibirsi nel teatrino allestito a Villa Favorita artisti del calibro di Gilda Mignonette, Gennaro Pasquariello, Elvira Donnarumma e molti ancora.

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Questi alcuni dei momenti celebrativi che venivano mezionato sulla famosa rubrica API MOSCONI E VESPE sulla mondanità che veniva pubblicato su IL MATTINO.

8 settembre 1894: annunciate grandi feste alla Favorita, dove la principessa di Santobuono riceverà, come al solito, l’élite villeggiante al Miglio d’oro.

23 ottobre 1900: alla Favorita, sul piccolo palcoscenico sormontato da quello stesso stemma di Casa Caracciolo, che, anni prima, era sull’ arcoscenico del teatro Fiorentini, rappresentazione della Partita a scacchi, interpretata e ammirata dai nobili villeggianti.

29 agosto 1906: concerto vocale e strumentale alla Favorita, con l’intervento del soprano drammatico Augusta Palomba Gerin. Dirige il maestro Vincenzo Ricciardi .

21 settembre 1907: Piedigrotta rivive al Miglio d’oro in tutto il suo fasto, in tutto il suo baccanale, in tutta la sua orgia caratteristica. Il delizioso tratto che si stende tra Resina e Torre del Greco è tutta una serra di verde e di fiori: ve ne sono sui balconi, sulle terrazze, agli ingressi delle poetiche ville, e persino sulla via in lunghi e splendidi festoni. Anche l’illuminazione a gas, preparata con d’orumerose e vivide fiammelle, si fonde graziosamente con mille lampade giapponesi «frastagliate  appetutto». Magnifico il concorso dei carri. Fra i balconi, reparati con molto gusto, vengono premiati quelli dei signori D’Asta e bordon.

19 agosto 1912: nella prima quindicina di settembre avranno inizio le rappresentazioni dell’ aristocratica Associazione Filodrammatica Napoletana, egregiamente diretta da don Baldassarre Caracciolo, principe di Santobuono. Come “prima” sarà dato l’emozionante lavoro Kean, protagonista il principe in persona.
Le prove, cominciate l’altra sera, continuano, e si annunia una buona stagione artistica, come negli anni precedenti. Il pubblico avrà modo di applaudire donna Maria Cuomo Flores, donna Maria Conforti Campanile, la signora Miraglia, la signorina Dlda Wittrnann e tante altre brave interpreti che completano tutte un quadro di bellezza e di arte. Anima di queste “elettissime” riunioni aristocratiche è la nuora del principe di Santobuono, la duchessa di Castel di sangro.

3 ottobre 1912: “indimenticabile” serata, al teatro della Favorita, per la . resa delle rappresentazioni filodrammatiche. I nuovi bozzetti – «L’ami» di . Praga, «Il Conte Verde» e «Fuoco al convento» – sono interpretati “meravigliosamente” dal principe di Santobuono e dai suoi bravissimi collaboratori: la Marchesa Sanfelice di Bagnoli, la signora Conforti Campanile, la piccola Margherita Caracciolo, la signora Anna Miraglìa, la signorina Rosa Miraglia Del Giudice, il barone Domenico Amato, l’avvocato Pozzetti ed altri ancora.

16 agosto 1913: inaugurazione della sede dell’associazione “Pro Miglio ,oro” a villa Favorita. Il sodalizio, sorto per opera di un comitato di gentiluomini presieduti dal principe di Santobuono, si propone di promuovere tutte le :niziative volte a favorire gli interessi dei Comuni vesuviani, vale a dire il miglioramento estetico, igienico ed economico delle contrade situate lungo la fascia costiera del vulcano. Oltre a ciò, l’associazione ha scopi di beneficenza, he affincheranno l’organizzazione di feste estive, mondane e sportive.

2 settembre 1914: in un “magnifico” locale della Favorita, sotto il patronato del principe di Santobuono, ha luogo una splendida edizione della “Piedigrotta”, con l’esecuzione delle più belle canzoni. L’elenco artistico segna i nomi: Pasquariello, Mario Massa, Diego Giannini, Gina de Chamery, Luisella iviani, Tecla Scarano.

21 agosto 1919: prima rappresentazione ad invito, al teatro Favorita, del lavoro «Creso si diverte». Vi prendono parte Teresa d’Asta e Maria Marinelli, Alessandro Piscicelli, Sergio Sergio, Gennaro Caputo e Carlo Contessa, oltre al principe di Santobuono.

22 agosto 1919: riunione intima in casa del principe di Santobuono. Si fa della buona musica da parte delle signorine Serpone e del tenore Riccardo Bossa. Nei brani dell’Arlesiana, della Fedora, della Tosca. dei Pagliacci. della Manon ed in varie romanze da camera, il pubblico ne è entusiasta. Al pianoforte siede il valoroso Umberto Mazzone.

10 settembre 1919: spettacolo di beneficenza, sempre alla Favorita, pro orfani di guerra.

23 luglio 1920: corso di recite (quattro spettacoli), nel teatro della Favorita, in favore della Scuola corale A. Scarlatti.

9 settembre 1923: avvenimento d’arte alla Favorita; orchestra del San Carlo nel parco.

18 settembre· 1925: ha luogo negli splendidi saloni della Favorita una riunione del Comitato d’onore per una serata di beneficenza a pro delle opere solidali del Fascio femminile di Portici. Il principe di Santobuono, presidente del Comitato organizzatore, dà la parola all’avv. Umberto Aprile che espone agli intervenuti il programma che si va preparando. Le recite avranno luogo il 24 sera e il 27 in mattinata. I biglietti sono in vendita alla Favorita, a Villa Leopoldina e presso l’avv. Valente, presidente del Circolo Estivo di Portici.

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30 luglio 1933: un pubblico elegantissimo affolla il meraviglioso parco della Favorita per la grande festa di beneficenza organizzata dalla principessa di Casapesenna, dal principe di Santobuono e dal barone De Meis. I vari numeri del programma sono tutti interessanti: fiera gastronomica, concerto di varietà, concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina, danza al ritmo di jazz.

Pubblico anche da Napoli. Il biglietto d’ingresso costa lire 1,50 per adulti e 0,50 per ragazzi. Assicurato uno speciale servizio di tram tra Napoli e la Favorita. Il parco della Favorita -che s’è arricchito di graziosissimi chioschi, tutti ricchi di premi, sistemati negli angoli più suggestivi -fa da degna cornice alla più elegante giovinezza napoletana. Molto applauditi i tenori Papaccio e Parise.

28 luglio 1934: festa campestre alla Favorita. La folla dei villeggianti di Resina, Portici, Bellavista, Torre del Greco e di altri comuni si dà convegno nella suggestiva villa per trascorrere un pomeriggio assai lieto e per compiere un’azione meritevole a favore dell’Opera Maternità ed Infanzia e per l’Associazione infermi poveri a domicilio.

5 agosto 1935: anche quest’ anno viene celebrata nel parco della Favorita la tradizionale Kermesse a favore degli infermi poveri, organizzata dall’Associazione delle Dame di Carità presieduta dalla Principessa di Casapesenna . Partecipano artisti della piu’ chiara fama in primis Giuseppe Godono. Il cav. Ciro Esposito offre uno spettacolo cinematografico proiettato sullo schermo teso nel parco. Attrazioni diverse allietano i partecipanti.

1936

30 luglio 1936: la Favorita, acquistata dal Governo, sta per diventare Collegio Militare.

Il principe Santobuono invecchiò per cui l’attività teatrale andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.

Oggi conosciuta come casina dei mosaici.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La ferrovia funicolare vesuviana da pugliano al cratere una storia attraverso due secoli
ferrovia funicolare vesuviana

Verso il 1870 il finanziere Ernest Emmanuel Oblieght ebbe l’idea di costruire una funicolare sul Vesuvio. Nel 1878 ottenne la concessione di suoli e la locazione dei suoli per trenta anni. Il progetto, redatto dall’ingegnere Olivieri, prevedeva due direzioni lungo le quali scorrevano altrettante carrozze del peso ciascuna di 5000 kg tirate da cavi d’acciaio grazie a delle macchine a vapore da 45 hp.

Tracciato

Tracciato della ferrovia funicolare Vesuviana

Il costo dell’opera, che fu completata nel 1880, ammontò a 435.000 lire. Il 25 maggio prima dell’inaugurazione ufficiale si era riunita in Napoli la Commissione per il collaudo ed il 6 giugno, verso le 5 pomeridiane, fu inaugurata la funicolare del Vesuvio. Al brindisi parteciparono il senatore Piedimonte, presidente della società esercente la linea, il sindaco di Resina ed il sindaco di Napoli. Il 10 giugno la funicolare, diretta da Enrico Treiber, fu aperta al pubblico iniziando così il servizio regolare.

La linea della funicolare sul Vesuvio. Nel 1886 Oblieght cedette la funicolare, in difficoltà finanzarie, alla francese Société Anonyme du Chemin de fer funiculaire du Vesuve, la quale la cedette a sua volta due anni dopo alla britannica Thomas Cook & Son. Con l’avvento della nuova compagnia si procedette al rinnovo dei rotabili, ma anche la nuova gestione continuò ad avere scarso successo, a causa della difficile accessibilità alla funicolare da Napoli e delle pressanti richieste estorsive delle guide locali, che incendiarono una stazione, tagliarono i cavi e spinsero giù per il burrone una carrozza. John Mason Cook, che nel frattempo era succeduto al padre Thomas morto nel 1892, giunse ad un accordo con le guide sulle somme da corrispondere per ogni passeggero trasportato.

IL primo novecento la funicolare si completa che la ferrovia funicolare vesuviana da Pugliano

La nuova ferrovia leggera, in parte a cremagliera, costruita nel 1903 sul tratto Pugliano (Resina)-San Vito-Osservatorio-Vesuvio (Stazione Inferiore) contribuì a raddoppiare il numero dei turisti trasportati al cratere, anche grazie alla vicinanza della stazione di Pugliano con la stazione di Resina della ferrovia Napoli-Pompei-Poggiomarino.

Stazione di Pugliano a m 70

Questo spinse la compagnia a demolire i vecchi impianti ed a costruire una nuova funicolare più funzionale, con motori elettrici al posto degli antiquati e dispendiosi motori a vapore, binario unico con raddoppio a metà percorso (anziché a monorotaia); inoltre entrarono in servizio nuove carrozze più capienti. La linea così ricostruita entrò in funzione nel settembre 1904.

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Stazionamento Via ulivi inaugurato nel 1913

Ma il fiorire della tecnologia agli inizi di secolo fu offuscato da una tremenda eruzione, quella del 1906. Il 7 e l’8 aprile furono distrutte la stazione inferiore e superiore, le attrezzature, i macchinari, le due vetture della funicolare; il tutto fu sepolto sotto una coltre di cenere alta 20-30m.

Stazionamento Cook a San vito

Stazionamento Cook a San vito m 195. Cambio vettura con tratto a cremagliera

In poco tempo i danni alla ferrovia elettrica furono riparati, mentre solo nel 1909 su progetto dell’ingegnere Enrico Treiber, i lavori per una nuova funicolare ebbero fine. Una frana occorsa il 12 marzo 1911 presso la stazione superiore provocò una nuova interruzione della funicolare, che riaprì il 3 febbraio 1912 previo arretramento della stazione di monte di circa 80 metri.

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Stazione Osservatorio Eremo ripresa tratto a trazione elettrica m 596

Nel 1927 la “Cook” cedette la concessione alla Ferrovia e funicolare vesuviana Società Anonima Italiana[8], società controllata dalla Cook stessa[9]. L’impianto rimase in funzione fino al 1944, allorché il Vesuvio si risvegliò. La funicolare, già sotto il controllo degli alleati dal 1943 subì danni irreparabili, e non fu più ricostruita.

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Stazione funicolare inferiore 753 m

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Convoglio della funicolare per arrivare fino a quota mille sul cratere

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Risalita della funicolare

Finita la guerra la Thomas Cook Group vendette gli impianti superstiti alla S.F.S.M.(Strade Ferrate Secondarie Meridionali S.A.) che nel 1947 la rimise in funzione. La SFSM (Oggi Circumvesuviana) per meglio gestire l’impianto creò la Società Ferrovia e Funicolare Vesuviana e nel 1953 la funicolare fu sostituita da una più moderna seggiovia.

Tra il 1947 ed il 1961 l’impianto funzionò regolarmente trasportando sulla cima del Vesuvio anche mille persone al giorno. Il 31 maggio 1961 la Società Ferrovia e Funicolare Vesuviana mutò la propria ragione sociale in Seggiovia ed Autolinee del Vesuvio S.p.A. sempre controllata dalla Circumvesuviana.

Col passar del tempo la seggiovia divenne poco adatta al trasporto dei turisti, perché spesso inagibile a causa del vento, che faceva dondolare pericolosamente i sediolini, e perché incapace di trasportare contemporaneamente le sempre più numerose comitive che trovavano più agevole proseguire lungo la strada asfaltata aperta dal 1955 fino al parcheggio posto a quota 1.000.

Nel 1984, per i motivi precedentemente citati, anche la seggiovia fu fermata per sempre. Dal 1953 al 1984 l’impianto ha trasportato quasi centomila persone l’anno, di cui oltre la metà provenienti da tutto il mondo.

 

Fonti web :

https://it.wikipedia.org/wiki/Funicolare_vesuviana

http://www.vesuvioinrete.it/stazione_cook.htm

 

 

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Residenti e villegianti dal primo dopoguerra fino agl’anni 30 del 900
giugno 20, 2016
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residenti

Prosegue la cronistoria dei residenti e villegianti della Resina di quel tempo. Continuando dal 1918 leggiamo anno per anno le varie personalità illustri che hanno trascorso le loro estati a Resina :

1918

24 settembre 1918: Angelo Pompameo a villa Passaro.

27 settembre 1918: Rina Talamo presso la cugina Ester de Liguori di Presicce, villa omonima. 30 settembre 1918: ballo alla Favorita. 12 ottobre 1918: festa, a villa Aprile, a favore delle cucine gratuite per i poveri. 31 luglio 1919: si celebra a S. Paolo del Brasile il matrimonio tra Ida Matarazzo, figlia del conte Francesco, con Davide Mele, gentiluomo napoletano. L’eco dell’avvenimento giunge anche a Resina, dove il conte Matarazzo ha acquistato da qualche anno la villa che fu del senatore Calcagno.

1919

3 agosto 1919: a villa Aprile il duca e la duchessa Morbilli con i figliuoli.

21 agosto 1919: prima rappresentazione ad invito, al teatro Favorita, del lavoro «Creso si diverte». Vi prendono parte Teresa d’Asta e Maria Marinelli, Alessandro Piscicelli, Sergio Sergio, Gennaro Caputo e Carlo Contessa, oltre al principe di Santobuono.

22 agosto 1919: riunione intima in casa del principe di Santobuono. Si fa della buona musica da parte delle signorine Serpone e del tenore Riccardo Bossa. Nei brani dell’Arlesiana, della Fedora, della Tosca. dei Pagliacci. della Manon ed in varie romanze da camera, il pubblico ne è entusiasta. Al pianoforte siede il valoroso Umberto Mazzone.

5 settembre 1919: replica, alla Favorita, della riunione precedente.

10 settembre 1919: spettacolo di beneficenza, sempre alla Favorita, pro orfani di guerra.

1920

23 luglio 1920: corso di recite (quattro spettacoli), nel teatro della Favorita, in favore della Scuola corale A. Scarlatti.

26 agosto 1920: il marchese Francesco Santangelo nella sua villa di via Quattro Orologi.

1921

14 luglio 1921: la marchesa Teresa Santangelo De Santis a villa Santangelo.

2 agosto 1921: annunciata festa di beneficenza a pro della Società Antitubercolare, sotto il patronato di S.A.R. la duchessa d’Aosta.

9 agosto 1921: il prefetto Pesce inaugura il Liceo-ginnasio, che avrà purtroppo vita breve, nel palazzo Tarascone. Presenti, tra gli altri, l’ ono Porzio, l’ono Beneduce il provveditore agli studi Cotronei.

14 settembre 1921: arte e danze alla Favorita. 22 luglio 1922: l’illustre Giuseppe Lustig, presidente di Corte d’appello, a Pugliano.

1922

26 luglio 1922: ospiti della Favorita, il duca e la duchessa di Casteldisangro con le figlie Margherita e Bice; il barone e la baronessa Sergio con la figlia Giuseppina; donna Livia Roberti Nicolò e la piccola Anna; il maggiore Fiorentino e signora; il colonnello Bucci e la consorte; l’avv. Domenico Gambardella e la moglie, Maria Lomonaco.

11 agosto 1923: gite serali al Vesuvio (prenotazioni all’ufficio Cook nella Galleria Vittoria a Napoli; alle comitive di 25 persone, concessa una riduzione del 20%).

1923

9 settembre 1923: avvenimento d’arte alla Favorita; orchestra del San Carlo nel parco.

25 settembre 1923: congressisti ingegneri al Vesuvio, guidati da Ettore Di Luggo (direttore della ferrovia vesuviana).

1924

24 luglio 1924: il duca Gennaro Caputo di Ferrarese a Villa Tosti di Valminuta. 8 agosto 1924: onomastico, a Villa Vargas, di Bianca Giusso Del Galdo, principessa di Casapesenna.

13 agosto 1924: l’avv. Nicola del Plato a Villa De Bisogno; Carlo Padovani e Erminio Toro al Belvedere; il cav. Rossetti ai Pini d’Arena; iì rag. Aristide Andreoli a Villa Checchina; la signora Li via Roberti Nicolò, la contessa Caracciolo di Sarno, la contessa Bice Caracciolo della Scala a Villa Coppola; l’ing. Maurizio Creton a Villa Ummarino.

14 agosto 1924: esposizione d’arte alla Favorita, allestita da un comitato organizzatore di cui fanno parte il marchese Costa, il comm. Bovio, il prof. Cesareo, il comm. Zambrano e il signor Rondino.

1925

17 luglio 1925: la signora Rosa della Noce Ferrante col marito, capit. Edmondo della Noce, a Pugliano, villa Rossano.

28 luglio 1925: la signora Maria Lomonaco col marito, avv. Domenico Gambardella, alla Favorita.

9 agosto 1925: la contessa Linda Caracciolo, il cav. Pasquale Moccia e l’avv. Renato Buonincontro al Miglio d’oro.

11 agosto 1925: al teatro Ercolano programma eccezionale con i noti artisti Pasquariello, Diego Giannini e Gilda Mignonette.

10 agosto 1925: sempre al teatro Ercolano, altro magnifico spettacolo con Armando Gill.

12 agosto 1925: la contessa Correale Rossi nella sua villa; anche a Resina il conte Renato Gualtieri e la marchesa di Pietravalle.

22 agosto 1925: brillantissima quest’anno la villeggiatura al Miglio d’oro. La mattina il convegno è sulla spiaggia della Favorita, che è affollatissima di belle dame e di vezzose damigelle. Notate: la principessa di Casapesenna Giusso, la duchessa di Policastrello Englen, la contessa Beatrice Nardone, la contessa di Valminuta con la signorina Angelina, la signora Forges Davanzati la marchesa del Prete di Belmonte, la baronessa De Meis, la marchesa Arcucci De Bisogno con la signorina Sofia, la signorina Giulia Piscicelli, la signorina Bianca Gualtieri, la signora Matozzi Scafa, la signorina Fernanda Padovani, il duca Achille Lambiase di Policastrello, Riccardo Caracciolo di Santobono, Giacomo Nardone, Guido Rodinò, Gino Correale, Antonio Giusso, Eduardo Wittmann.

18 settembre· 1925: ha luogo negli splendidi saloni della Favorita una riunione del Comitato d’onore per una serata di beneficenza a pro delle opere solidali del Fascio femminile di Portici. Il principe di Santobuono, presidente del Comitato organizzatore, dà la parola all’avv. Umberto Aprile che espone agli intervenuti il programma che si va preparando. Le recite avranno luogo il 24 sera e il 27 in mattinata. I biglietti sono in vendita alla Favorita, a Villa Leopoldina e presso l’avv. Valente, presidente del Circolo Estivo di Portici.

1926

3 luglio 1926: il generale Gaspare Amaturi a Villa Carpentieri.

13 luglio 1926: il principe di Santacroce a Villa Falliero.

20 luglio 1926: l’avv. Mario Calenda, con la consorte Silvia Calenda Pagliano, a Villa Oliva, Pini d’Arena. 10 agosto 1927: l’ avv. Guido Trapani dei marchesi di Petina a Villa Abatemarco.

1928

2 agosto 1928: il tenente Achille Carbone a Villa Volpicelli.

3 agosto 1928: la signora Bice Biondi De Rosa a Villa Battista; l’ avv. Enrico Mastellone a Villa Liguori; il prof. avv. Giuseppe Lafragola a Villa Ascione, Pini d’Arena.

4 agosto 1928: Raimondo Grimaldi a Villa Durante.

5 agosto 1928: il notaio Gennaro D’Anna alla Favorita.

7 agosto 1928: Riccardo CucciolIa a Villa Falco.

1933

villafavorita

Papaccio Salvatore

Salvatore Papaccio

30 luglio 1933: un pubblico elegantissimo affolla il meraviglioso parco della Favorita per la grande festa di beneficenza organizzata dalla principessa di Casapesenna, dal principe di Santobuono e dal barone De Meis. I vari numeri del programma sono tutti interessanti: fiera gastronomica, concerto di varietà, concerto bandistico, proiezione di un film sonoro, tarantella sorrentina, danza al ritmo di jazz.

Pubblico anche da Napoli. Il biglietto d’ingresso costa lire 1,50 per adulti e 0,50 per ragazzi. Assicurato uno speciale servizio di tram tra Napoli e la Favorita.

Il parco della Favorita -che s’è arricchito di graziosissimi chioschi, tutti ricchi di premi, sistemati negli angoli più suggestivi -fa da degna cornice alla più elegante giovinezza napoletana. Molto applauditi i tenori Papaccio e Parise.

2 agosto 1933: la principessa Falconieri, con i figliuoli Guidobaldo e Francesco, alla Favorita.

8 agosto 1933: l’ono avv. Augusto De Martino a Villa propria.

11 agosto 1933: il dottor Vittorio Buongiorno a Resina.

12 settembre 1933: la villeggiatura a Resina fa registrare quest’ anno il “tutto esaurito”. Ecco un elenco degli importanti ospiti: on. Augusto De Martino, on. Vincenzo Tecchio, dott. Leopoldo Cua, marchese Alfonso De Bisogno, cav. Eugenio Celentano, conte Gaetano Grassi, marchese Russo Cardone, comm. Vittorio Matera, comm. Antonio Iodice, comm. Ernesto Santucci, avv. Pasquale Giordano, ing. Mario Rodinò, conte Francesco Matarazzo, comm. Eugenio Ciliberto, prof. Giuseppe Pennetti, prof. Giuseppe Celano, principe Giovanni Caracciolo di Santobuono, barone Giuseppe De Meis, avv. Eugenio Stassano, ing. Ugo Iaccarino, avv. Francesco Cacciapuoti, avv. Francesco Caramiello, avv. Gaetano Scognamiglio, marchese Francesco Santangelo, avv. Attilio Sica, ing. Nicola Nappi, dottor Vincenzo Liccardi.

1934

28 luglio 1934: festa campestre alla Favorita. La folla dei villeggianti di Resina, Portici, Bellavista, Torre del Greco e di altri comuni si dà convegno nella suggestiva villa per trascorrere un pomeriggio assai lieto e per compiere un’azione meritevole a favore dell’Opera Maternità ed Infanzia e per l’Associazione infermi poveri a domicilio.

28 settembre 1934: al teatro Ercolano spettacolo di beneficenza.

1935

5 agosto 1935: anche quest’ anno viene celebrata nel parco della Favorita la tradizionale Kermesse a favore degli infermi poveri, organizzata dall’Associazione delle Dame di Carità presieduta dalla Principessa di Casapesenna . Partecipano artisti della piu’ chiara fama in primis Giuseppe Godono. Il cav. Ciro Esposito offre uno spettacolo cinematografico proiettato sullo schermo teso nel parco. Attrazioni diverse allietano i partecipanti.

21 agosto 1935: la signora Funari a villa propria, Pugliano; la signora Rosa Della Noce Ferrante e la figlia Antonietta a Villa Rossano.

1936

30 luglio 1936: la Favorita, acquistata dal Governo, sta per diventare Collegio Militare.

1937

12 maggio 1937: «Lungo la linea del “55”, ad ogni balcone e terraneo lingueggia una fiaccola tricolore. Portici, Resina, il Miglio d’oro!: una strada di ville che lungamente scendono al mare, da Herculaneum a Torre, in un pulviscolo dorato, in un’ aria sottile, in uno sfarzo di merletti di fiori sgargianti, che sembrano di smalto profumato. Sul Miglio d’oro è un clima d’amore all’essenza di magnolie, e di un’eternità balsamica…» (Cangiullo).

16 luglio 1937: Manifesto teatrale «Teatro Ercolano -Addio della Compagnia drammatica musicale di Giuseppe Ascoli -Ritorna, amore -Vi agirà tutta la Compagnia».

1938

10 agosto 1938: si delinea il successo del Giro ciclistico del Vesuvio, terza manifestazione della Polisportiva Ercolanese, al quale hanno assicurato la loro partecipazione i migliori sportivi di Napoli e dintorni. La gara di SO km. prenderà il via dalla Casa Littoria di Resina, in via Quattro Novembre.

Sono gli ultimi momenti di spensieratezza interrotti bruscamente dallo scoppio della seconda guerra mondiale.

Fonte: Ciro Parisi, Profili e figure di Ercolano, 2005

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Avanguardia del terzo millennio presso le scuderie di villa favorita
giugno 17, 2016
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avanguardiaterzomillenio

Dal 19 giugno fino al giorno 8 luglio 2016 un evento culturale presso le Scuderie di Villa Favorita in Ercolano. L’evento è  a cura del prof. Giovanni Cardone e di Amedeo Gabucci in arte Deò.

Vernisagge della mostra sabato 18 giugno alle ore 19:30.

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Ercolanese 1924 vs Portici 1906 il derby del vesuvio le sfide dal 1946
giugno 11, 2016
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Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negroErcolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

Ercolanese 1924 vs Portici 1906:

Portici campionato 1944-1945

Portici campionato 1944-1945

ecco a voi la storia che scende in campo. Una storia di derby appassionato e sentito, un confronto che parte da lontano, dagli albori del calcio. Sin dalla fondazione della compagine resinese si sono avuti confronti sia nei tornei ULIC (Unione Libera Italiana Calciatori) che PROPAGANDA (denominazione dell’ULIC cambiata a partire dalla stagione 1935/36). Il Primo derby però a carattere di campionato targato FIGC lo dobbiamo aspettare nella stagione 1945/46. Il battesimo è di “elite”. Campionato di Serie C della LIS (Lega Italiana Sud), girone D. Il 30 dicembre 1945 la prima di una lunga sfida, in attesa del trentatreesimo derby in versione porticese. Siamo alla 11ima giornata.

Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

Ercolanese campionato 1947-48 con Alfonso negro

La compagine azzurra batte con il minimo scarto i cugini granata. Leone il match winner. Al ritorno medesimo risultato, questa volta a favore dei resinesi. E’ la volta di un grande calciatore a decidere il confronto: Jone Spartano fa gioire i supporters granata. Nelle prime tre sfide escono i tre segni della “schedina”. Dopo la stagione 1945/46 con la vittoria dei locali, il torneo successivo, sempre in Serie C, finisce in pareggio per 1-1. Nella stagione 1947/48, sempre in Serie C, il primo exploit esterno per i resinesi. Vittoria larga per 1-4. I locali realizzano ancora con Leone ma vengono travolti grazie alla doppietta di Altobelli e ai gol di Sacchi e Visconti. Al torneo successivo si partecipa al campionato denominato Promozione LIS, ossia categoria corrispondente alla Serie D attuale. L’Ercolanese si ripete espugnando il “Cocozza” con il classico risultato all’inglese: reti di Palatresi ed Altobelli. Stagione successiva in pareggio: per gli azzurri in gol Romagnoli (doppio ex amato da entrambi gli schieramenti), mentre per i granata realizza Criscuolo. Nel torneo 1950/51 la compagine della “Reggia” ritorna alla vittoria: 2-1 ai cugini. In gol di nuovo Romagnoli e la bandiera Rosano, una vita in azzurro. Gol della bandiera siglato da Altobelli.

Dalla stagione 1952/53 il campionato di Promozione ritorna ad essere un torneo a carattere regionale. Per quattro stagioni consecutive entrambe le compagini si affrontano nel massimo campionato regionale, nel girone B, quello cosiddetto salernitano. Dagli anni 50 fino agli anni 70 le due squadre si sfidano con alterne fortune per il primato nella terra del “Vesuvio”. Negli anni 60 si registra un predominio quasi totale degli azzurri che vincono sia in casa che sul campo avverso.

Negl’anni 60 alla guida del Presidente Solaro e sempre con la sapiente guida di Alfonso Negro finalmente riesce a dotarsi di una sede sociale adeguata nella nuova Via Panoramica, in alcuni locali che erano del banco di Napoli, e poi successivamente riuscirà a costruire un proprio stadio ed intitolarlo al mitico presidente di quel periodo Raffaele Solaro.

Nella foto a partire da sx: scotto -rodriguez-lotito-ciro bossa solaro-gennaro bossa-ciro bisaccio-colonna-sannino francesco-marrazzo-prete-battipaglia-sannino-cacace-strino.

Campionato 1964 Nella foto a partire da sx: scotto -rodriguez-lotito-ciro bossa solaro-gennaro bossa-ciro bisaccio-colonna-sannino francesco-marrazzo-prete-battipaglia-sannino-cacace-strino.

Un sentito ringraziamento all’amico Angelo Russolillo per aver indicato tutti i nomi della suddetta foto del campionato 1964.

Nella stagione 1977/78 l’ultimo precedente di questo periodo con l’Ercolanese che espugna lo stadio porticese per 1-2. Per i locali in gol Bergamo, successo granata griffato da due grandi calciatori del passato del club caro ad “Ercole”: Tufano e Bottaro.

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Gagliardetto ercolanesi campionato 1984-85


A fine stagione l’Ercolanese sale in Serie D. Bisogna fare un salto di oltre dieci anni per rinverdire il derby del “Vesuvio”. Stagione 1990/91 nel torneo Interregionale. Negli anni ’90 la sfida sarà intensa logoherculaneumcon diversi precedenti in archivio. Da ricordare due sfide: nella stagione 1997/98 i granata sbancano il San Ciro per 0-3 grazie a Pezzullo, Corso e Poliselli. A favore dei locali vogliamo ricordare il precedente dell’Eccellenza 1999/2000. Davanti ad una cornice di pubblico degna di un campionato semiprofessionistico gli azzurri battono la rivale di sempre con il minimo sforzo con un gol del nazionale malgascio, ex Scafatese, Tatseraky. Negli anni 2000 ancora una vittoria eclatante per 0-3 degli ospiti: doppio Montaperto e gol del doppio ex Carrano. L’ultima sfida è datata stagione 2007/2008. Sempre nel torneo di Eccellenza, 17° giornata. Vince il Portici per 1-0 con rete di Cardone. Ma la curiosità che viene subito evidenziata è che in campo ci sono i due allenatori attuali. Lepre (del Portici) sul campo come calciatore, mentre Ulivi sedeva già sulla panchina a guidare i granata. Di seguito vogliamo riproporre l’ultimo precedente della storica sfida alle pendici del Vesuvio.

Fonte : https://calciocampano24.wordpress.com/2014/10/10/portici-1906-vs-ercolanese-1924-le-sfide-del-passato-ecco-a-voi-la-storia-del-derby-del-vesuvio/

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Le antiche trattorie e cantine di Resina
Antica Trattoria ScannapiecoAntica Trattoria Scannapieco

L’ apertura di un moderno locale di intrattenimento in Via Gramsci (un tratto di copertura del vecchio “lagno”) ha richiamato alla mia mente di quando, in questo posto, si trovava l’antica Trattoria “da Davetiello”.

Era la fine degli anni ’30 e mio padre, talvolta, mi ci portava, tenendomi per mano. Per raggiungerla, camminavamo lungo un sentiero posto a lato della scarpata ferroviaria della Circumvesuviana, verso la Fermata di “Pini d’Arena” (ora “Miglio d’oro”, in via Doglie). Allora i binari non erano stati ancora raddoppiati ed i treni, provenienti da Napoli, avevano Castellammare di Stabia per Capolinea, poi prolungato a Sorrento.

A Resina esistevano tante Trattorie (paragonabili agli attuali ristoranti) e altrettante Cantine (del tipo “Vini e Cucina“). Una tipica trattoria era quella di Pisciagliere in Via Pugliano, prowista di locali, giardino con pergolato e campo di bocce. Lungo la stessa via c’erano anche quelle di Lecca-Lecca e d’ ‘o Zippo.

In Via Cuparella c’erano le trattorie di Peppe ‘o vaccaro ed ‘a barracca; in Via Trentola Mast’Anielio e ‘o ‘naurato, in Via Ortola Liberato ‘e saraù; in Via Tironi di Moccia Rafele ‘e vierno; in Via Pittari da Ottaviano. Al corso Ercolano c’era la trattoria di Don Nicola De Caro (frequentata da professori e studenti dell’Agraria); in Via Marittima Aniello ‘a via nova; in Via Semmola la rinomata Scannapieco; in Via San Pietro da Formicola ed infine quelle da cui si godevano ineguagliabili panorami sul Golfo: ‘o Pastore a San Vito e Zì Rosa sull’ Osservatorio Vesuviano. Ho lasciato, volutamente per ultima, la trattoria di Bettina ‘a vaccara, in Via Fevolella.

Qui, a Ferragosto, dopo lo spettacolo dei Fuochi Artificiali (di cui Resina andava fiera) si svolgeva una singolare sagra popolare di antica ispirazione contadina: ‘a fronna ‘e limone!  Preceduti dagli assordanti suoni di “nacchere” e “tammorre”, due o più persone per volta, cantando a voce spiegata, gareggiavano in bravura interrogandosi su temi a domande-risposte, fra l’entusiasmo e il tifo della folla presente!

Le Cantine (od Osterie) erano situate in locali terranei prowisti di bancone per il vino, tavolini, panche. Dal soffitto, salumi e formaggi appesi pendevano … sulla testa dei clienti (detto scherzoso: ‘a sotto! ‘ca ‘carene presotte!!!). All’esterno servivano da richiamo una botte ed un ramo di albero: ‘a frasca (detto malizioso: ‘o vino buono se venne senz’a frasca… !!)

I vini più diffusi erano “Gragnano, Terzigno, Solopaca, Catalanesca,” che si bevevano accompagnati da bocconi di formaggio, salame, noci … Si giocava a carte ed a Padrone e Sotto, (sorta di gara per l’assegnazione delle bevute). Si raccontavano le gesta dei guappi Tore ‘e Criscienzo, Antonio ‘a Porta ‘e Massa, … e quelle dei paladini medievali Orlando e Rinaldo rievocati dall’Opera dei Pupi. Si finiva in allegria e gli awentori cantavano melodie napoletane, spesso con l’accompagnamento della “posteggia”, ambulanti che, con chitarra e mandolino, si esibivano nei locali (con giro finale di piattino per sollecitare le mance…!).
Storie “d’e tiempe ‘e na vota”: penso che il modo migliore per ricordare il passato della vecchia Resina sia quello di tramandarne la memoria.

Luigi Cozzolino

Fonte: La Voce Vesuviana numero 2 Aprile-Maggio-Giugno 2016

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Le statue dei colli mozzi un mistero mai risolto dal 1707
giugno 4, 2016
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collimozzi

piazzafontanaNei primi anni del 1600, in un sito di Resina, al vicolo mare, a seguito di alcuni scavi nel cortile di tale Decio Spinetta, furono rinvenute quattro statue di grandi dimensioni. Esse furono collocate nell’attuale piazza Fontana su delle arcate con vari motivi architettonici di abbellimento, tra cui 2 leoni in marmo: tutto ciò a spese dei cittadini. Nel 1707, a seguito dell’occupazione del Regno di Napoli da parte degli austriaci, un generale di cavalleria, Emmanuel Maurice duca d’Elbeuf e principe di Lorena, decise di costruire una villa nella zona del Granatello a Portici. Ad un certo punto della costruzione serviva del marmo, specialmente in polvere, per la preparazione di stucchi.

Venuto a conoscenza dell’esistenza di marmo in zona, il principe avviò una piccola campagna di scavi, durante la quale furono rinvenute due statue acefale. Una mattina, a piazza Fontana, i resinesi ebbero la sgradita sorpresa di trovare due delle quattro statue private delle teste. Nacque, così, la leggenda dei”Colli mozzati”.

Voce di popolo volle che, su mandato del principe e la complicità di qualche resinese, esse furono asportate e, successivamente, montate sulle due statue di “sua proprietà”. I resinesi, infuriati per l’affronto, decapitarono le altre due statue e consegnarono le teste al Parroco della Basilica di Pugliano.piazzaora
Secondo alcuni, però, le stesse non rimasero a lungo in custodia della Chiesa, ma furono spedite al museo istituito nella Reggia di Portici. In un articolo apparso sulla Rivista Cronache Ercolanesi del 1993 curato da Mario Pagano, che ha condotto uno studio approfondito sulla vicenda, possiamo ricavare delle certezze sull’opera, smontata nel 1791, per far posto ad altra fontana: due teste furono realmente consegnate al Parroco di Santa Maria a Pugliano; una fu spedita e montata nella villa del Miglio d’oro – Palazzo Vallelonga (opera del Vanvitelli); una dispersa. I due leoni furono montati nella Villa comunale, ma, dopo l’evento sismico del 1980, essi sparirono: probabilmente rubati.
L’opera fu sostituita da una fontana costituita da massi di pietra lavica, montati a forma di cono e abbelliti con figure rappresentanti sirene; da una di esse, posta in sommità, scaturiva acqua reperita da un piccolo corso, che scorreva nei pressi. Questa fontana è stata immortalata da Achille Gigante in una incisione. Oggi, nella piazza, sta sorgendo (di prossima inaugurazione), una nuova fontana……………con la speranza che duri nel tempo!

Fonte:

https://www.facebook.com/Intelligo-Promotion-1429482547350360/photos/?tab=album&album_id=1582168228748457

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Festa dello sport citta di ercolano 25 giugno 2016
festa dello sport citta di ercolano

Festa dello sport citta di ercolano 25 giugno 2016 maratona cittadini per bambini dai 6 ai 10 anni.

Segnaliamo questa bellissima manifestazione organizzata dall’associazione Ercolano Viva in collaborazione con la Image sas di Ciro SantoroOnda Animation di Carolinda Landolfi e Ciro Palomba e tanti altri sponsor locali che hanno dato supporto alla manifestazione stessa.

Il comunicato ufficiale :

L’iniziativa, organizzata per i giorni 25 e 26 giugno 2016 é finalizzata alla raccolta fondi per l’acquisto di una giostra per disabili ( Altalena – €2700), la stessa promossa dall’Assssorato allo Sport Cittá di Ercolano si é avvalsa della collaboraIone delle seguenti associazioni :

“Ercolano Viva,Onda,Libertas Vesuvio, ACT U.Grimaldi, N.P.Ercolano” e vedrá il posizionamento in piazza trieste per la mattina del 25 di oltre 10 postazioni di discipline sportive di altrettanti associazioni , con esibizioni ed attività coinvolgendo i cittadini (zumba-fitness) … nonché una maratona per bambini dai 6 ai 10 anni , oltre al 26 giugno presso lo Stadio Solaro dalle 18.00 alla realizzazione di una o piu partite di calcio tra istituzioni, associazioni e cittadini… tutto con l’obiettivo di raccogliere donazioni liberali…
L’evento potrà subire variazioni sulla data e sul programma.. ma é garantito che sarà realizzato!
Ora é compito dei cittadini ad essere partecipi e solidali…
Ercolano é una grande città e sono certo che con l aiuto delle aziende dei cittadini e delle istituzioni riusciremo tutti insieme a raggiungere questo obiettivo!

Iniziamo a dare un senso concreto a questa manifestazione.
Hai voglia di rincorrere un sorriso?
Il 25 Giugno alle ore 12 TI ASPETTIAMO!
La partecipazione é il miglior modo di essere vicino chi merita il tuo sostegno.
Una semplice occasione per divertirsi,stare insieme …ISCRIVI TUO/A FIGLIO/A e se vuoi lo accompagni anche tu in una piccola passeggiata per le strade cittadine.
ISCRIZIONE GRATUITA
Rivolgiti a Photocopy.center (Piazza Trieste – allo 0817774446 – mail ercolanoviva@gmail.com
Oppure iscriviti all’evento su facebook

Festa dello sport citta di ercolano


INSIEME SI PUÒ.
#ercolanocheconta

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Prigionieri di guerra in africa il rientro in patria nel maggio del 1946. Il ricordo di un reduce di Resina
maggio 10, 2016
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prigionieri

C’è un rapporto biologico costante nella vita sulla terra: il passato sostiene il presente e questo prepara il futuro. Per gli esseri umani la memoria è il collante di questo rapporto: viviamo il presente utilizzando il passato e guardando al futuro.

Le diverse personalità umane si distinguono proprio secondo la capacità di ciascuno di regolare questo rapporto. Chi vive in positivo e lotta per l’esistenza; chi si rassegna e subisce in silenzio e chi si sente sconfitto prima ancora di alzare la testa, per cercare di capire cosa sta succedendo.

Chi ha combattuto in Africa Settentrionale ed ha poi patito la prigionia di guerra in Egitto non può certo paragonare tutto ciò agli eventi drammatici di chi ha combattuto nell’ Unione Sovietica ed ha patito in quei campi di prigionia, oppure di chi è stato recluso nei lager tedeschi. La differenza tra quei mondi, però, non dipende soltanto dalla natura climatica dei luoghi, ma soprattutto dal temperamento dei vincitori del momento (inglesi, americani, russi e tedeschi).

Una differenza che nei rapporti interpersonali e nelle decisioni vitali si caratterizza e si chiama democrazia.

Da aggiungere, comunque, che sopra ogni elemento esterno e materiale, vi è quello spirituale; il dato fondamentale che accomuna coloro che subiscono la privazione della libertà, e magari anche i tormenti provocati da chi detiene le chiavi della vita degli oppressi. In ogni circostanza, di fronte a chi ha potere di vita e di morte su di voi, è il Vostro spirito che vince la violenza materiale e psicologica. Lo spirito dell’uomo e della donna assoluto, senza gradi e gerarchia di valori materiali.

Lo spirito, che la prigionia di guerra esalta in chi lo ha sempre coltivato – e la cui mancanza in quelle circostanze drammatiche spinge a comportamenti impensabili; talvolta miserevoli, in chi prima ha sempre e solo contato sui gradi della gerarchia.

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Ecco un racconto, “Un giorno del 1945. La luce della fuga” di Edeo De Vincentiis. Un brano di racconto, tratto dalla rivista “Elementi”, direttore responsabile Romolo Paradiso. Un assaggio molto significativo. Un incoraggiamento a non trascurare il racconto, appunto. Una forma di narrativa agile che tra una sovrabbondanza di romanzoni e romanzetti non sfigura di certo.
“La domenica, lo scampanellare di una invisibile chiesetta, mi portava un dolce saluto familiare da un paesino distante un chilometro dal nostro Campo di Ufficiali prigionieri di guerra in Egitto, situato poco distante da Helwan, a 30 chilometri dal Cairo. La sera mi fermavo spesso da quella parte del reticolato: sospiravo nel vedere brillare le sue luci lontane, sognavo il ritorno a casa e la libertà.

Nel campo P.O.W. 304, studiavo e mantenevo sveglio il cervello con ginnastica e giochi intelligenti. Ma lo spirito reclamava libertà, che gli inglesi ogni tanto promettevano. La guerra era finita, avevamo rinnovato il giuramento di fedeltà al Re, e non pochi avevano chiesto, con documento firmato di andare a combattere contro i tedeschi. Ma gli inglesi rispondevano soltanto: “tomorrow, tomorrow”.

E l’ansia cresceva, insieme a una nascosta ribellione. La sera, il campo era illuminato per alcune ore; ma quelle luci cittadine laggiù, che brillavano tremule, erano per noi energia mentale e psicologica. Per me, un richiamo silenzioso: siamo qui, vieni a trovarci, ti aiutiamo a fuggire. La notizia di un ufficiale della Divisione Folgore, fuggito un mese prima e felicemente giunto a Genova, mi spinse a provare la fuga. Appresi alcuni particolari, la decisione non si fece attendere. Tre mesi di preparazione; la sera dell’8 dicembre 1945 la realizzai. Per prepararmi confezionai, da sarto improvvisato, un cappotto con una coperta marrone di lana. Annotai mentalmente nomi di italiani abitanti al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, conosciuti dai miei tre amici di tenda. Adottai le generalità di uno di loro e, con le sue istruzioni, imparai a memoria le vicende sociali di Vecchiano (vita, morte e matrimoni) un paesino vicino Pisa, dove era nato e viveva. Così, speravo di ottenere aiuti al Cairo, dove lavorava un suo compaesano”.

Un altro prigioniero nel campo di prigionia n. 304 di Heluan, Salvatore Iengo (mio nonno) classe 1911 di Resina, inquadrato nel 40° rgt fanteria Divisione Bologna fatto prigioniero dopo la battaglia di El Alamein, come molti suoi altrfotononnoi commilitoni.

Dopo le atrocità di quella terribile battaglia, dei precedenti mesi passati nelle trincee a combattere contro il clima, la dissenteria che era un flagello peggio degli scorpioni che spesso di nascondevano nelle scarpe.

Questi ragazzi compreso il nostro concittadino rimasero quasi 4 anni prigionieri presso gli Inglesi, abbandonati da una patria distrutta e che non voleva fare i conti con le ferite e gli strascichi che una tale catastrofe aveva provocato su un’intera generazione di ragazzi. Si pensa che anche in Africa morirono diverse decine di migliaia di prigionieri.

Salvatore Iengo sbarcò a Messina nel maggio del 1946 e quando si rincontrò con i suoi cari aveva compiuto da poco 35 anni ma nei racconti di mio padre mi diceva che ne dimostrava molti di piu’. La guerra aveva segnato profondamente il suo corpo ma non la voglia di voler raccontare quegl’anni terribili.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Quella mitica promozione dell’Ercolanese in quarta serie nel 1956
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Il 4 maggio 1956 magnifica giornata al Cocozza di Portici per il great event di promozione che poneva di fronte in un duello decisivo la capolista Ercolanese e la Russo di Cicciano. Gremiti, in ogni ordine di posto, gli spalti del campo porticese, che non poterono però – accogliere tutti gli appassionati desiderosi di assistere al match. Presenti, altresì, le autorità cittadine e sportive al gran completo.

Prima della partita il dottore negro commemorò, con accenti elevati e commossi, i caduti di Superga nel settimo anniversario della loro tragica scomparsa. Nel corso dell’incontro, poi, prestò i sussidi dell’arte medica (come si diceva una volta) al centravanti degli ospiti, infortunatosi in un’azione di gioco.

Al termine della gara, vittoriosa per la squadra di casa, ci fu una gran festa in campo e sugli spalti, anticipo dei piu’ solenni festeggiamenti per la promozione dell’Ercolanese in IV serie. Per l’assegnazione del titolo di campione, la squadra dovette affrontare il San Vito di Benevento. L’ Ercolanese alla fine riuscì a prevalere, ma occorsero ben 240 minuti di gioco – cioè due partite con relativi tempi supplementari – per avere ragione del coriaceo avversario.

Con quella vittoria si chiudeva per la squadra di Resina un ciclo memorabile, destinato non piu’ a ripetersi. Anche per Negro, assorbito sempre piu’ dal suo ruolo di amministratore della cosa pubblica, quella partita rappresentò una svolta. Ma il ricordo della sua inimitabile passione per i colori granata, tradotta in risultati che i migliori non avrebbero potuto essere, sarebbe rimasto a lungo nella memoria di chi visse quella stagione di trionfi.

Ricordiamo che lo stesso dott. Negro si preoccupò anche di trovare a sue spese uno spazio idoneo per la sede sociale della stessa Ercolanese che inaugurò con una cerimonia solenne insieme al Sindaco dell’epoca Ciro Buonajuto senior.

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Dal petrolio poi al gas fino alla luce elettrica storia dell’illuminazione pubblica a Resina
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Sulla storia dell’illuminazione pubblica a Resina ne scrisse l’avv. Vincenzo Gaudino (vera memoria storica di Ercolano tra il XIX° e XX° secolo) nei Bollettini parrocchiali di Pugliano n.8 del 1958: “I nostri avi…. quando uscivano di sera portavano con sè la lanterna ad olio per farsi luce e vedere dove mettevano i piedi per non cadere. Venne poi l’illuminazione a petrolio rappresentata a Resina da 140 fanali”.

Storia del gas illuminante

gas02A Milano si ebbero le prime iniziative di produzione ed utilizzo del gas illuminante furono opera di privati, in particolare del conte Porro Lambertenghi, appassionato di fisica e primo imprenditore lombardo ad impiantare una filanda a vapore. Milano e la Lombardia, dopo l’effimera esperienza della Repubblica Cisalpina, a seguito del congresso di Vienna del 1815 erano tornate sotto il dominio austriaco. Nel palazzo Porro di via dei Tre Monasteri (l’attuale via Monte di Pietà) la storia del gas si mescolò con quella dei primordi del Risorgimento: qui infatti si riunivano, attorno alla rivista “Il Conciliatore”, che sarebbe stata di lì a poco soppressa dagli austriaci, patrioti quali Silvio Pellico e Federico Confalonieri. Silvio Pellico, che era precettore dei figli del conte, fu da lui incaricato di tradurre in italiano il Trattato pratico sopra il gas illuminante del tecnico inglese Frederick William Accum, che fu pubblicato a Milano nel 1817.

La prima rete di distribuzione del gas comprendeva circa 15 Km di tubazioni interrate, mentre erano 377 i “becchi” di illuminazione a gas, posti a 40-60 metri l’uno dall’altro. Nelle officine il gas poteva essere prodotto in 48 forni, sia con carbon fossile di importazione, sia dagli schisti bituminosi provenienti dalla zona di Besano (Varese) per la cui estrazione Guillard aveva già da qualche anno una concessione.

Dalla data di inaugurazione dell’impianto, il 31 luglio 1845, i lampedée ebbero nuovo lavoro per accudire i nuovi lampioni a gas. Il poeta milanese Leopoldo Barzaghi, così celebrava l’evento in una sua rima del 1845.

Ovviamente nello stesso periodo anche nella Napoli del Regno borbonico si ottennero gli stessi risultati come innovazione dell’uso del gas per l’illuminazione pubblica.

Il gas illuminante arriva a Resina

gas10Il 24 aprile 1886 fu inaugurata l’illuminazione a gas a Resina. Con delibera nr. 66 del R. Commissario del febbraio 1912, fu fatta una nuova convenzione con la Compagnia del gas per mettere i becchi auer in tutto il territorio del Comune. Con deliberazione di Giunta n. 433 del 27 ottobre 1914 furono presi provvedimenti per la sostituzione dei becchi a farfalla in becchi  Auer e portati al Consiglio Comunale del 1914. I becchi a farfalla davano una luce rossastra, mentre i becchi Auer spandevano una luce bianca.

Venuta la prima guerra mondiale, il gas mancò dovunque. Per rimediare a questo grave inconveniente, con deliberazione di Giunta del 4 marzo 1916, n.49, fu deciso di fare l’illuminazione elettrica delle strade, attaccando sui fili dei privati e paganto ogni mese il consumo a questi privati cittadini.

La luce elettrica venne a Resina, per contratto di fornitura del 27 gennaio 1920, e fu vistata dal Prefettura il 27 febbraio dello stesso anno.

 

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Partono ‘e bastimiente aniello scognamiglio un emigrante di resina
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Era il pomeriggio dell’8 gennaio 1952. Sotto un cielo plumbeo una folla infreddolita si accalcava su una banchina del napoletano Molo Beverello, in attesa della partenza dell’Home land.
Un uomo, dall’alto del parapetto della nave, sventolò un fazzoletto.

«È Ciro! È Ciro! »: gridò la madre del nostro personaggio, scoppiando in lacrime. Lo aveva subito individuato in mezzo alla massa degli altri emigranti, che, come lui, si erano affacciati per salutare i parenti rimasti a terra.
« Non piangete! Vado a trovare mio padre! »: fece eco l’uomo, coprendosi la voce con entrambe le mani. Ma queste parole, anziché ottenere l’effetto sperato, conseguirono il risultato opposto. L’emozione, che già si era impadronita della madre, travolse anche gli altri parenti.

A nessuno infatti sfuggiva il significato di quella partenza. Quel viaggio non era solo il coronamento di lunghi anni di attesa e, di lunghe ore di anticamera negli uffici del consolato americano di Napoli e di viaggi notturni a Roma (sede dell’Ambasciata statunitense), ma era di più, molto di più. Con quel viaggio un figlio andava a ricongiungersi al padre dopo ventisei anni di separazione.
Ciro Scognamiglio forse fu davvero l’ultimo emigrante di Resina. A trentotto anni suqnati, partiva per la lontana America. Se ne andava per seguire una strada già percorsa da milioni di italiani che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni di questo secolo, avevano dato vita a quel grandioso fenomeno di emigrazione di massa che costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia nazionale.

Non era stato molto fortunato nella vita. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico « D. Petriccione» di S. Giovanni a Teduccio, aveva trovato lavoro nello spolettificio di Torre Annunziata. Qui si trovava nei tragici giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando fu sorpreso da una retata dei tedeschi in cerca di uomini da immettere nell’organizzazione Todt. Ma riuscì a sottrarsi alla cattura; fuggendo attraverso i campi con due compagni di ventura, raggiunse il Genovese di Resina, una località posta alle falde del Vesuvio, e, rifugiatosi in una grotta) rimase, alla macchia fino alla fine del mese. Dopo la guerra, non aveva più trovato lavoro. D’altra parte, non sembra che la famiglia fosse molto d’accordo sulla scelta sentimentale che aveva operato negli anni che avevano preceduto il conflitto. Così, senza lavoro e incompreso dai suoi, aveva maturato il proposito di raggiungere il padre negli States.

Era un ragazzino di dodici anni quando lo aveva visto partire, ma ricordava ancora quell’espressione di infinita tristezza dipinta sul volto dei partenti. Erano contadini, braccianti, operai, disoccupati meridionali, vestiti di pochi cenci, con la classica valigia di cartone e un misero fagotto appeso alla punta di un bastone, che affollavano la banchina dell’Immacolatella vecchia eD). Erano povere donne vestite di nero, con un fazzoletto legato sulla testa e i bambini appiccicati alle gonne, che seguivano i mariti nella grande avventura al di là dell’oceano. Erano personaggi, uomini donne e bambini, che scrivevano una delle pagine più amare del capitolo dell’emigrazione italiana.

Gli tornavano in mente i versi di Santa Lucia luntana:

Partono ‘e bastimiente

p’ ‘e terre assai luntane

cantano a bbuordo e so’ napulitane.

Anche lui ora stava per partire. Anche lui andava assai lontano, ma non cantava, non aveva voglia di farlo. Lasciava una terra ingrata, che gli aveva riservato solo amarezze, incomprensioni e ostilità. E andava in un mondo sconosciuto, del quale aveva solo vaghe e confuse nozioni.
Mentre la nave si staccqva dal molo, allontanandosi fino a diventare un punto nero all’orizzonte, un groppo lo prese alla gola. Adesso poteva dare libero sfogo alla propria emozione, perché nessuno dei parenti rimasti a terra lo poteva scorgere. E pianse, pianse come un bambino.
Intanto una donna innamorata lo seguiva col cuore, temendo forse di non poterlo più riabbracciare:

Addio, mia bella Napoli
e suspiravi tu
e mò nu tuorne cchiù,
te scuorde d’ ‘o paese d’ ‘e sirene
e, dopo tantu bene,
te scuorde pure ‘e me.

Ma Ciro sarebbe tornato di lì a poco e, dopo averla sposata, si sarebbe stabilito definitivamente in America.

anielloscognamiglioIl 14 gennaio del 1953, un anno dopo la partenza dall’Italia del figlio, faceva ritorno in patria Aniello Scognamiglio.
Aniello ‘o mericano era veramente un uomo di altri tempi, uscito pari pari dalle pagine di un libro di avventure. Ancora ragazzo, aveva visto morire un fratello travolto dai flutti del mare in burrasca. Soldato nella prima guerra mondiale, aveva combat· tuta la dura guerra di trincea nella quale erano caduti tanti e tanti commilitoni, uccisi dal piombo dei cecchini austriaci. Imbarcatosi subito dopo la fine delle ostilità, era riuscito miracolosamente a salvarsi dal naufragio della sua nave, trovando posto su una scialuppa di salvataggio; e su quello scomodo rifugio era rimasto ben due giorni e due notti, terrorizzato da un branco di squali che avevano circondato la barca; finalmente, era passata una nave brasiliana, che lo aveva recuperato e trasportato in India. Quella tremenda esperienza aveva lasciato il segno sul suo animo. Aveva deciso perciò di emigrare negli Stati Uniti, dove, con il lavoro e i sacrifici, avrebbe potuto guadagnare quel tanto di che sfamare, con le rimesse mensili, la moglie e i figlioletti lontani.

Correva l’anno 1926, e da allora Aniello Scognamiglio era rimasto lontano da casa per ben ventisette anni. Era partito per cercare lavoro in una terra sconosciuta, nella quale mille pericoli insidiavano quotidianamente l’esistenza degli emigrati. E una volta infatti, tornato a casa con la paga in tasca dopo una dura giornata di lavoro nel Bronx, era stato aggredito da due delinquenti che lo avevano atteso per sottranili il denaro così faticosamente guadagnato. Eppure, nonostante tutto, egli aveva continuato a lavorare, spedendo regolarmente in Italia il guadagno mensile e riservando per sé l’indispensabile per vivere.
In effetti, la famiglia era rimasta sempre in cima ai suoi pensieri; e tale nostalgia era stata resa ancora più acuta da certe canzoni che il grande cuore di Napoli aveva dedicato ai suoi figli più sfortunati. Come restare insensibile, ad esempio, alle parole di Lacreme napulitane?

E ‘nce ne costa lacreme st’America
a nuie napulitane
nuie ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule
comm’è amare stu pane

E quando il cantante napoletano Mario Gioia aveva lanciato la Cartulina ‘e Napule al Teatro Werba di New York, nel 1927, non era forse andato ad applaudire quell’ambasciatore canoro della patria lontana?

M’è arrivata stammatina
na cartulina;
è na veduta ‘e Napule …

E così, pieno di nostalgia e di rimpianti, Aniello Scognamiglio aveva trascorso i suoi ventisette anni in terra americana. Era partito ancor giovane e faceva ritorno, ora, alla veneranda età di 66 anni. Con lui tornava un po’ anche la vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, del dixieland e del charleston, del proibizionismo e degli speakeasies, di Al Capone e di Dillinger, di Douglas Fairbanks e di Mary Pickford, di Charles Lindbergh e dello Spirit of St. Louis, di Sacco e Vanzetti e di Wall Street; in una parola, dei roaring Twenties.
Nel frattempo, quante cose erano cambiate! C’era stata, intanto, la seconda guerra mondiale, durante la quale egli era stato costretto a sospendere l’invio dei soldi in Italia; e, poi, i figli erano cresciuti e diventati adulti. Giuseppina (nata nel 1913) e Antonietta (del 1917) si erano sposate; Ciro (del 1914) aveva preso il suo posto nella vecchia casa di Douglass Street 87, a Brooklyn; Lucia (del 1920) e Rosa (del 1925) erano ancora nubili. Quanto alla moglie, Giulia, di due anni più giovane di lui, era anch’essa invecchiata, ma aveva conservato intatto nel cuore l’amore per il suo uomo, partito un giorno lontano in cerca di fortuna. La brava donna non lo aveva mai dimenticato e ai figli non aveva fatto altro che parlare del padre lontano, che adesso era finalmente tornato.
Eccolo ora mentre, seguito da una schiera di parenti e di curiosi, saliva le scale che lo avrebbero portato alla sua nuova casa. Nel vicolo, intanto, la notizia di quel ritorno si era sparsa in un baleno:

Vué, è turnate Aniello ‘o mericano!
Chi? ‘O marito ‘e Giulietta? Famme vedé!

Le persone di una certa età lo ricordavano ancora, mentre anche i più giovani si lasciarono attirare dalla curiosità di conoscere il nuovo venuto.
Visto da vicino, Aniello Scognamiglio era un uomo di media statura, aveva un aspetto mite e portava gli occhiali. Ma ciò che colpì maggiormente l’attenzione dei parenti e dei vicini era il colorito del volto, tipico della gente abituata a vivere all’aperto. Avrebbe poi spiegato la moglie che il marito, da giovane, aveva fatto il marinaio e che fin da allora il suo viso aveva assunto quel colorito rimasto inalterato anche a distanza di tanti anni.
L’arrivo dell’americano rivoluzionò un po’ la vita della ritrovata famiglia. La casa di Giulietta era sempre piena di gente desiderosa di conoscere notizie sull’America e sugli altri resinesi ri· masti in V.S.A. Non mancava nemmeno il compariello di turno, venuto a salutare il padrino dopo tanti anni di lontananza.

Le domande si sprecavano: esistevano ancora i pellirosse in America? Aveva mai visto i grattacieli? Aveva conosciuto Riccardo Oriani, il marito di Filomena? E Minico ‘e mazzitiello quando sarebbe tornato? Come stavano Ciro ‘e tracinella, ‘a Macchiulella e Capacciaro? Era più bella Nuovaiorche o Broccolino?
A tutti lo Scognamiglio rispondeva con garbo, senza mai mostrare cruccio o segni di impazienza. Più di uno, anzi, tornò a casa con una bottiglia di Ballantine o di blended whiskie.
L’inserimento dello Scognamiglio nella nuova realtà fu graduale e non privo di difficoltà. Invece di godersi il meritato riposo, avrebbe desiderato rendersi ancora utile alla famiglia, magari con qualche job, ma dovette accontentarsi di lunghe passeggiate, con il nipote quattordicenne, lungo le strade di quella Resina che ormai stentava a riconoscere.

Erano lunghe passeggiate, che si snodavano da Pugliano fino agli Scavi di Ercolano attraverso Via Quattro Novembre, una strada aperta qualche decennio prima e che in gergo era ancora chiamata ‘a ret’ ‘a strada nova. Nonno e nipote si incamminavano dunque per quella nuova strada, lunga larga e ai lati della quale si aprivano ampi spazi di verde e di terreno coltivato. Allora, infatti, non era ancora esploso il boom edilizio che, di lì a qualche anno, avrebbe seppellito il territorio del nostro Comune sotto imponenti ·colate di cemento. Si vedevano solo piccole case, ad uno o due piani, che venivano ad interrompere la continuità di quella verde distesa. Erano casette linde e civettuole che, seppure costruite senza pretese, rallegravano la vista. La primavera poi, illuminando uomini e cose con colori vivaci e brillanti, rendeva il paesaggio ancora più piacevole e suggestivo.

Il vecchio osservava contento il miracolo della natura .che risorgeva dopo il letargo dell’inverno, le prime gemme spuntate sugli alberi, i prçlti che sembravano tappeti ricamati da una mano amorosa e sapiente, il cielo azzurro e luminoso. Quella vita en plein air, dopo quasi trent’anni di smog newyorkese,gli faceva tanto bene al morale e al fisico. Quante memorie affollavano la sua mente! Camminava e raccontava al nipote alcuni di quegli episodi legati ai ricordi della sua vita sul mare, della prima guerra mondiale combattuta sul Carso, delle sue esperienze in terra d’America.

Non di rado, incontrava lungo il percorso qualche suo compagno di gioventù, di solito un vecchio lupo di mare, un pensionato come lui, con il quale si fermava a rievocare questo o quell’episodio dei bei tempi andati. Era allora un fitto intrecciarsi di domande e di risposte sul rispettivo stato di salute, çli notizie sui comuni compagni di gioventù, di felicitazioni per traguardi rag· giunti o di rimpianti per speranze svanite. Emergevano dalla con· versazione anche ricordi di pesca, di avventure di mare e di altri episodi magari banali, ma che avevano il pregio di riferirsi a una epoca favòlosa dell’esistenza, la gioventù: era insomma un bilancio, il consuntivo di tutta una vita.

Qualche volta nonno e nipote si spingevano fino al Granatello di Portici, un porticciuolo lindo e pittoresco che il primo conosceva bene per avervi trascorso tanta parte della sua attività giovanile. Lungo il percorso che conduceva al porto, i due passavano davanti alla Villa Comunale di quella graziosa cittadina, una villa spaziosa, ricca di alberi, di verde, sorvegliata e curata nei minimi particolari. Per associzione di idee, quella villa gli faceva ricor· dare, ogni volta, le parole di, una canzone che la radio trasmetteva proprio in quegli anni:

Mi ricordo, mi ricordo che bei tempi erano quelli vecchia villa comunale sei rimasta tale e quale

Erano le parole pronunciate da una persona che, tornata a casa dopo anni di assenza e rivedendo le persone e i luoghi cari alla sua infanzia, si lasciava trasportare dall’onda dei ricordi. Quelle parole si potevano riferire senz’altro anche al vecchio che, tornato in patria dopo trent’anni di esilio e rivedendo la villa dove aveva giocato e scorazzato da bambino, riassaporava i «pensieri soavi », le « speranze» e i « cori » di allora.

Arrivati al porto, i due s’incamminavano lungo il molo principale, al quale erano attraccate imbarcazioni di ogni genere: pescherecci, gozzi, paranze, navi di piccolo e medio tonnellaggio. Che fervore di vita in giro: qua c’erano dei pescatori che riparavano le loro reti a strascico; là dei marinai che effettuavano operazioni di carico e scarico dalle navi più grandi; più in là ancora delle persone che facevano ressa vicino ad un gozzo, appena giunto ne] porto, per l’acquisto della buona tartanella (un campionario di eccellente pesce di scarto).

Il vecchio osservava interessato: niente era cambiato rispetto a tanti anni prima. Le mamme portavano ancora i bimbi a spasso nel porto e i pescatori dilettanti, armati di canna e di lenza, erano ancora seduti come una volta sulle sponde della banchina.
Ad un’estremità del molo c’era una scalinata di pietra che conduceva ad una postazione elevata, dalla quale si poteva contemplare uno splendido panorama. Da una parte, sulla destra, la linea ferrata che correva proprio lungo il mare e quella stazione famosa in Italia e nel mondo per essere stata il terminale della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Dall’altra parte, la distesa del mare aperto, la linea dell’ultimo orizzonte: l’ex emigrante era stato là, oltre quella linea, e forse provava ancora un po’ di rimpianto e di nostalgia per quegli anni lontani.

COSÌ, nel ricordo di un’esistenza operosa, Aniello Scognamiglio visse gli ultimi anni. Intanto, tutto intorno a lui stava cambiando rapidamente: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers. In breve, la ripresa economica e civile di Resina si inserì in quella più generale del « miracolo economico italiano», che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.
saturniaIn questa nuova società dei consumi, sparirono per sempre usi e costumi, necessità e comportamenti di un tempo. Scomparve, fortunatamente, anche l’emigrazione: molti cominciarono ad osservare che la vera America si stava trapiantando qui da noi, in Italia, e che l’emigrante cencioso e disperato dell’oleografia tradizionale poteva considerarsi ormai una figura del passato.

Era sparita per sempre l’epoca  del Saturnia e del Vulcania, del Rex e del Conte Biancamano; sparite le traversate transoceaniche effettuate a tempo di record per la conquista del Nastro azzurro (come dimenticare il Queen Mary, l’United States e il nostro Rex che, nel 1933, aveva conquistato il prestigioso blue ribbon); e stava per sparire ora anche la nuova generazione degli Augustus, dell’Andrea Doria e del Cristoforo Colombo.
Era un mondo decisamente diverso da quello che il vecchio aveva conosciuto in passato. Perciò, quasi di soppiatto, l’antico emigrante preferì uscire dalla comune. Era il 9 aprile del 1966.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Gianni e Mario Coppola due fratelli la guerra, la prigionia e la liberazione. Una storia da raccontare
aprile 20, 2016
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Al fine di ricordare l’orrore e le barbarie che furono perpetrate nei campi di prigionia nazisti, vi raccontiamo la storia di due nostri reduci della seconda guerra mondiale ovvero i fratelli Mario e Gianni Coppola, zii del dott. Gabriele Coppola e dell’avv. Giuseppe Coppola, entrambi ufficiali del Regio Esercito Italiano che sebbene impiegati in reparti e fronti diversi, dopo tante traversie si ritrovarono, a loro insaputa, nello stesso campo di concentramento  ovvero lo stalag X B di Sandbostel nell’alta sassonia vicino ad Amburgo.

Il tutto ha inizio come molti dei nostri ragazzi di allora dopo l’armistizio de  l’8 settembre 1943 che aveva lasciato centinaia di migliaia di uomini sui vari fronti senza ne direttive ne ordini ed in balia dell’ex alleato Germanico deciso ad utilizzare questi poveri ragazzi come semplice forza lavoro, spesso causando la morte per stenti e per fame.

Iniziamo con la traversia di Mario Coppola sottotenente del 251° granatieri che fatto prigioniero a Creta fu trasportato insieme altre migliaia di prigionieri su un unico convoglio diretto per la Grecia rimasto indenne dagl’attacchi dei sommergibili inglesi.

Il 24.09.1943 vengono caricati su vagoni bestiame, in 48 per ogni vagone, in partenza per la germania che dopo diverse tappe attraverso l’europa centrale tra le quali Romania, Ungheraia, Jugoslavia, skopie e diverse marce a piedi giungono in Germania in data 3.11.1943. Il campo di concentramento finale dove furono portati entrambi era lo stalag X B di Sandbostel, Località sede del lager omonimo, dove nel settembre del 1939 alcune migliaia di polacchi arrivarono come prigionieri di guerra. In seguito vi furono deportate centinaia di migliaia di persone compresi, dopo l’8 settembre 1943, militari italiani tra i quali Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Marcello Lucini e Enzo Paci. Di questi, cinquantamila morirono di stenti, malattie, impiccati o fucilati. Dei caduti in questo lager si ricorda il padre del segretario della CISL Savino Pezzotta morto di fame dopo nove mesi di prigionia.

Questi sono i documenti nei quali i nazisti, in linea con la loro criminale efficienza, annotavano tutti gli effetti dei prigionieri su apposite schede rigorosamente in tedesco.

Il 10.11.1943 finalmente i familiari dei due giovani, in special modo il loro fratello avv. Pasquale Coppola rimasto a Resina,  riescono ad avere notizia dei due giovani.

Nessuno dei due fratelli sa che sono internati nello stesso campo di prigionia, ne tantomeno può essere loro comunicatogli in quanto la corrispondenza era sottoposta al vaglio della censura tedesca.

Allora Pasquale Coppola inventa uno stratagemma, scrive sotto il francobollo della lettera indirizzata  ad uno dei fratelli la notizia che l’altro fratello è vivo e sta nello stesso campo ed a tergo della letterea comunica in codice ad entrambi questa frase :

“Ricordati come le nostre fidanzate scrivevano le notizie di nascosto ”

(ricordando a lui lo stratagemma che usavano di scrivere le informazioni sotto al francobollo)

Solo allora entrambi i fratelli apprendono la notizia e quindi Gianni Coppola inizia a cercare il fratello Mario all’interno del campo, si precisa che nel campo potevano essere internate fino a 50mila prigionieri divisi in diverse baracche.

Nel girovagare all’interno del campo Gianni Coppola incontrò altri suoi concittadini quali il dott.Tarallo, l’Avv.Giovanni Fiengo,Andrea Oliviero .

La famiglia di quest’ultimo abitava nello stesso palazzo di Via Fontana dei due fratelli Coppola.

A fine della guerra ritornarono a casa tutti insieme.

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Il 19 febbraio del 1944 Gianni trovò finalmente suo fratello Mario ma quest’ultimo, vuoi per gli stenti e vuoi per le malattie che infestavano il campo, era in condizioni quanto mai precarie, per cui il fratello Gianni accettò di lavorare al di fuori del campo nelle fabbriche tedesche al fine di trovare vettogliamento per sostenere il fratello ammalato.

Questo il documento con il quale si attestata che Coppola Giovanni che era un prigioniero lavoratore.

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Nel febbraio 1945 scrivono entrambi una lettera ai loro genitori nella quale fanno capire di stare bene e che si sono ricongiunti, solo che Gianni scriverà al posto di Mario, in quanto quest’ultimo era talmente debilitato da non poter nemmeno scrivere, ma non facendo capire ai genitori, usando quasi la stessa grafia, che il fratello Mario non era in buone condizioni di salute.

Dopo la liberazione dal campo i due fratelli trovarono un impiego nella città di Amburgo e durante le incursioni e bombardamenti degl’alleati loro si riparavano in una sottennarea nelle vicinanze dell’ Hotel Tretorn.

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Finalmente la tanto attesa partenza per l’Italia, dal lager Martinistrasse nei pressi di Amburgo, che avvenne il 29 luglio 1945 con i camion messi a disposizione dagl’alleati.

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Durante tutte le peripezie del viaggio in un’Europa devastata dalla guerra finalmente arrivarono a Napoli e presero il primo tram per Resina.

Giunti all’altezza di piazza san giovanni a teduccio intravidero il loro cognato Francesco Esposito (marito della loro sorella Teresa zia Sisina) che proprio lì aveva un deposito di baccalari.

L’Esposito telefono subito a casa dei signori Coppola comunicando questa notizia :

“ ‘E guagliuni stann’ arrivanne “

La notizie del loro arrivo fece il giro del paese ed in pochi minuti la casa dei Coppola in piazza fontana si riempì di madri, sorelle, mogli e parenti di altri militari che non si avevano piu’ notizie.

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Quando arrivarono i due ragazzi dovettero rispondere ad una serie infinita di domande e gli furono mostrate diverse foto di altri militari prigionieri.

Una madre in particolare mostrò la foto di suo figlio Daniele e li  Mario e Gianni ebbero un attimo di tentennamento, ma non ebbero il coraggio di dire a quella madre piangente che suo figlio era morto di leucemia proprio nel campo dove loro erano internati.

Questa storia è stata raccontata nei decenni ai loro congiunti dagli stessi Mario e Gianni, ma purtroppo ci sono storie che non saranno ma piu’ raccontate, per quelli che non sono piu’ tornati e per quelli pur essendo tornati hanno voluto dimenticare le atrocità di una guerra assurda. Nel campo di prigionia morirono diverse migliaia di Italiani.

Prima che arrivassero i due ragazzi la gente di Resina, grazie alla sapiente organizzazione di Pasquale Coppola, il 10 giugno 1945 fu celebrata una messa solenne con la successiva processione della Madonna di Pugliano che fu portata eccezionalmente in giro tra la gente come segno di ringraziamento per la fine della guerra.

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Si ringrazia tantissimo l’avv. Giuseppe Coppola per l’accurata e paziente ricerca storico-familiare e per la dovizia nel raccontare i particolari. Per il materiale fotografico e cartaceo messo a disposizione si ringraziano la vedova di Mario Coppola ovvero la sig.ra Ninina Merola e la figlia Anna, nonchè le figlie di Giovanni ovvero Gabriella e Lucia Coppola.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Santa Caterina un culto antico di secoli ad Ercolano
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Interessata ai lavori ordinati da Ferdinando IV fu, come s’è detto, anche la nostra Resina. Fino all’inizio del XIX secolo, la via principale della città non era diritta come al presente, come si evince chiaramente dalla tav. 28 della Pianta del duca di Noja. Giunta da Napoli là dove è oggi la chiesetta di S. Giacomo, la strada s’immetteva in piazza Fontana (allora detta dei “Colli Mozzi”) e, scendendo Per via Dogana, raggiungeva nuovamente il corso. Il tratto compreso tra la chiesetta di S. Giacomo e il numero civico 123 dell’attuale corso Resina, si chiamava via della Fragolara e terminava davanti alla primitiva chiesa di S. Caterina, che aveva la facciata rivolta verso Napoli.

Almeno dal 1560 è attestata a Resina la presenza di una chiesa dedicata a S. uterina. Qui vediamo le fondamenta del nuovo tempio in un documento del 1822. La chiesa attuale sorge nel luogo detto « la Fontana» , quasi dirimpetto al demolito tempio e quindi al centro del paese.

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La strada fu dunque rettificata nel 1808, e probabilmente risale al 1827 la nuova denominazione di corso Ercolano, cioè nell’anno in cui fu aperta al culto la nuova chiesa di S. Caterina, progettata nel 1822  con la facciata rivolta al Vico di Mare.

Così ebbe completamento il corso Ercolano, che si trovò a fronteggiare un traffico sempre più intenso. L’Almanacco Reale del Regno delle due Sicilie dell’anno 1828, alle pagine 557 e 569, annota il passaggio di illustri rappresentanti dell’aristocrazia napoletana diretti alla villa Favorita, divenuta dimora del re dopo il cosiddetto decennio francese. D’altra parte, i cocchi della real famiglia e gli equipaggi dei signori della Corte non furono i soli a percorrere la bella strada larga e diritta, ma anche diligenze, carrette e trabiccoli di ogni genere si diedero ad intasare il corso in ogni ora del giorno.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Celebrazioni del terzo centenario della Reale Arciconfraternita della santissima trinità di Pugliano
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Al via le celebrazioni delIII Centenario della fondazione dell’Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano fondata agli inizi del 1500 nell’Antica Resina si costituì nel 1716 in Arciconfraternita col Decreto del Re Ferdinando IV di Borbone e della Curia di Napoli.Sarà un Sabato 12 Dicembre 2015 Inagurazione della IV mostra presepiale e arte sacra allestirà all’oratorio della Congrega a cura dell’Associazione Centro D’Arte Ercolanese alle ore 18:00 con un concerto natalizio.

Domenica 13 Dicembre 2015 Solenne Celebrazione Eucaristica alle ore 9:20 presieduta da Padre Luigi Ortaglio Gran Cancelliere del Cardinale con la Benedizione dei presepi a cui parteciperanno le varie componenti associazioni e componenti della citta’.

Gli altri Appuntamenti saranno svillupati durante questo anno in felice coincidenza con l’Anno Santo della Misericordia voluto dal Santo Padre.

Un pò di storia

Le Origini

L’origine di questo sodalizio, come ente, è .da datarsi tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Nella S.Visita del card. Buoncompagno (1629) con riferimento all’oratorio della SS.Tririità, si legge “… visitò l’oratorio da poco eretto sotto le case della chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano … “. Dato che il luogo dove si raccoglievano i confratelli era molto angusto si pensò di costruire un oratorio più conveniente quello attualmente adibito a sagrestia.

L’antico Oratorio

E’ costruito a volta e misura  mt 18,30 e mt 6 di larghezza in stile barocco. Aveva un ricco altare su cui sovrasta una tela della S.S. Trinità con la Beata Vergine.  Questo quadro si trova ora sull’altare maggiore del nuovo oratorio. Ai lati dell’altare vi erano due nicchie in cui si conservavano la statua della Vergine Santa del Rosario e la statua di Gesu’ risorto.

Sul lato destro dell’altare si accede per mezzo di una scalinata composta di 18 scalini di piperno (pietrarsa) alla terra santa dove venivano seppelliti gli associati defunti.

Il nuovo oratorio

I lavori per la costruzione del nuovo oratorio iniziarono nel 1830 e probabilmente terminarono nel 1843. Costruito con lamia a botte, ornata con stucco, cassettoni, fregio e cornicioni intagliati e con capitelli compositi, termina con l’Arco Maggiore nel cui centro vi è un unico altare rivestito di marmo. La sua facciata è di stile rinascimentale ed è rivolta verso mezzogiorno. Nel timpano del frontone è raffigurata la SS Trinità. La navata misura 28 mt di lunghezza e mt 9 di larghezza, la volta è alta mt. 14, le linee architettoniche sono di stile neo-classico. E’ ben illuminata da 6 grandi finestroni laterali e un altro al centro della facciata.  Le sue pareti sono affrescate con sei grandi quadri raffiguranti scene bibliche del pittore Federico Aprea. Molto interessante il vasto sviluppo laterale degli stalli del doppio coro ligneo opera di ebanisti napoletani del tardo barocco cui spicca cui spicca il banco del governo.

A metà della navata sul lato destro è posto il pulpito che è un piccolo trionfo candido di stucchi e il baldacchino che termina con fiocchi e nappine opera del sacerdote Luigi Fiengo. Ai lati dell’Altare Maggiore si trovano due buone tele raffiguranti S.Pietro e S.Paolo.

Sul lato destro dell’altare maggiore sorge l’altarino dedicato aS.Odilone, Patrono dell’opera del Suffragio. L’autore del quadro è il pittore resinese Salvatore Cozzolino che figura tra i personaggi dipinti. A fianco all’altarino di S.Odilone vi è un piccolo monumento a ricordo dei soldati resinesi caduti nella guerra del 1915-18. Inoltre due edicolette-cornici contengono le immagini di Gesù Risorto e della Madonna del Rosario. Sulla porta di ingresso vi è un’ampia cantoria in muratura con magnifico parapetto di legno. Su questa cantoria è posizionato un antico organo positivo del settecento di scuola napoletana. Il prospetto di facciata è diviso da quattro pilastrini con capitelli e basi dorate e fiori rossi con foglioline sul fondo verde.

L’altare maggiore

L’Altare Maggiore è di marmo pregiato ed è fiancheggiato da due porte di marmo bianco sulle cui aperture sono posti due piccoli quadri: il Sacro Cuore di Gesù (a destra) e il Cuore Immacolato di Maria (a sinistra). Sul fondo dell’abside sorge l’artistico tempietto di stucoo con due colonne di marmo donate dal Re di Napoli, Ferdinando II. Nel tempietto è racchiusa la tela, opera di scuola napoletana del Settecento di cui si ignora l’autore che si trovava nell’antico oratorio; raffigura la Vergine Santa che regge una palma nella mano destra e il Bambino Gesù nella mano sinistra, la testa coronata da dodici stelle e i piedi che poggiano su una mezza luna. Sul capo della Vergine, appare l’Eterno Padre con le braccia aperte, tra essi si scorge un una piccola colomba bianca figura dello Spirito Santo. Il Bambino Gesù regge un piccolo globo terrestre di color verde e ha sul capo una stella.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Un ricordo dei riti e miti nei vicoli del centro storico di Ercolano
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Il centro storico di Resina prima ed Ercolano si concentrava essenzialmente nell’antica via Trentola, via dogana, Piazza fontana, vico mare ed i vari vicoli nelle traverse di corso Resina.

Si può affermare che non esiste Ercolanese le cui origini o non abbia almeno un discendente familiare che abbia abitato in questi luoghi.

Così descriveva lo scrittore Mario carotenuto, nel suo libro Da Resina ad Ercolano. Storia di una città (scritto nei primi anni ottanta) quei miti e quei riti che erano  l’essenza di quella umanità vissuta in quella realtà sociale :

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.

L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola nell’aureo secolo del Romanticismo.

I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di ‘a Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘o zelluso, Armando ‘o scartellato, Nicola ‘o surdo) o morali (Antonio ‘o buffone), dal mestiere (Pasquale ‘o scupatore, Enrico ‘o furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘o mericano, Bettina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva conoscere il cognome bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.

Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lecca lecca. Si aveva bisogno del falegname?

Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice (Ca capèra), il falegname (Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico (Co stagnino), lo stuccatore, il marmista (Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo (Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo (Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo (Co verdummaro) e perfino il becchino (Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case.

Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina  si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione.

Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità e della solidarietà. Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe di parvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.

E’ come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

Per molti non ci sono dubbi: al senso comunitario e alla solidarietà di un tempo è subentrato lo spirito maligno del «mors tua vita mea» o, per dirla alla napoletana, « chi more more echi campa campa ».

Queste amare riflessioni ci portano a delle considerazioni assai severe su questo tempo di belve e ad una nostalgia ancora più struggente del tempo che fu. Dove sono più la spensieratezza, la gioia di vivere, la poesia di una volta? Anche in mezzo alle più gravi vicissitudini rimaneva nei cuori la speranza di un domani migliore, come testimoniano le parole di una famosa canzone: « chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurddammece d’ ‘o passato ». E rimaneva soprattutto il senso di solidarietà verso tutti, e in particolar modo l’amore per i bambini.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Gustavo Adolfo VI di Svezia il re archeologo innamorato degli scavi di Ercolano
novembre 14, 2015
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Prendiamo spunto dall’intervista che lo scrittore Mario Carotenuto fece al Dottor Alfonso Negro presso il suo studio nei primi anni 80 e da grande appassionato e studioso quale era il Dottor Negro raccontò delle due grandi personalità che portarono gli scavi di Ercolano ad avere un successo mondiale a partire dal secondo dopoguerra.

Alfonso Negro racconta nell’intervista: “Uno dei piu’ grandi amici di Ercolano fu questo sovrano svedese, il cui amore per la cultura e la passione per le bellezze naturali ed artistiche dell’Italia erano universalmente noti. Ogni anno egli veniva nel nostro Paese, con la moglie e qualche nipote, a dirigere scavi archeologici. Non erano velleità da dilettante. La sua eccezionale competenza negli studi delle civiltà sepolte era riconosciuta dagli stessi professori Universitari di tale difficilissimo campo. Così come la sua collezione d’arte cinese era tra le piu’ interessanti al mondo. La storia dell’arte era la preferita da questo sovrano, che, oltre ai libri (soltanto la biblioteca personale ne aveva centomila), amava i viaggi di istruzione, la vita all’aria aperta, la floricoltura. Quando seppe che ero anch’io stato uno sportivo, per giunta vincitore di un torneo calcistico alle Olimpiadi di Berlino, mostrò un vivo interesse per la mia persona, invitandomi a fornirgli molti dettagli su quella mia esperienza: le persone che avevo conosciuto, gli atleti che avevo incontrato, e via di questo passo. Un uomo davvero eccezionale…”

Ma scopriamo un pò di piu’ chi era questo sovrano svedese e come mai tanto amore per l’arte classica.

Gustavo Adolfo era il figlio primogenito del re Gustavo V di Svezia (1858-1950) e della regina Vittoria (1862-1930), nata principessa di Baden. I suoi nonni paterni erano il re Oscar II di Svezia e Norvegia (1829-1907) e la regina Sofia di Nassau (1836-1913); quelli materni il granduca Federico I di Baden (1826-1907) e la granduchessa Luisa di Prussia (1838-1923).

Gustavo Adolfo nacque sabato 11 novembre 1882, alle 16.25, alla presenza del conte Arvid Posse, primo ministro, e del barone Hochshild, ministro degli esteri, con le loro rispettive mogli. Poco dopo, la sua nascita venne annunciata al popolo con 42 colpi d’artiglieria.

Il battesimo del principe si tenne al Palazzo Reale di Stoccolma il 25 novembre di quello stesso anno ad opera di Anton Niklas Sundberg, arcivescovo di Uppsala, con acqua che in teoria avrebbe dovuto essere originaria del fiume Giordano, ma che in realtà, per motivi di praticità, era stata presa dal pozzo locale del castello.

Presenti alla cerimonia furono anche Claes Herman Rundgren, vescovo di Karlstad, e Frithiof Grafström. Per la presentazione ufficiale del piccolo alla corte venne usata una culla che già aveva accolto Carlo XII di Svezia ancora infante. Gustavo Adolfo trascorse gran parte della sua infanzia tra il castello di Tullgarn ed il castello di Mainau, presso i genitori della madre. La regina Sofia, sua nonna, spesso lo invitava al palazzo di Ulriksdal.

Il principe godette di un’ottima istruzione privata e si guadagnò il diploma di maturità nel 1900, iscrivendosi nella primavera dell’anno successivo all’Università di Uppsala, ove ebbe l’occasione di avere per docenti lo storico Harald Hjärne, il politologo Simon Boezio, l’economista David Dodsworth e l’archeologo Oscar Almgren, che largamente influenzò la sua passione per l’archeologia e lo coinvolse nel ritrovamento di alcuni reperti dell’età del bronzo presso gli scavi di Håga Kurgan, ora conservati presso il museo storico di stato.

 Nel contempo, Gustavo Adolfo ricevette un addestramento militare ed ottenne la qualifica di ufficiale nel 1902. Entrato nell’accademia, nel 1909 ne uscì col grado di Capitano per poi giungere nel 1913 a quello di Maggiore, Tenente Colonnello nel 1916 e Colonnello nel 1918, sino a passare al grado di Tenente Generale nel 1928. Gustavo Adolfo parlava fluentemente, oltre alla lingua madre, anche l’inglese, il francese e il tedesco. Leggeva bene anche l’italiano ed il latino, ma non era abile nel parlarli. Il 10 maggio 1906 venne eletto membro onorario dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia.

Il 29 ottobre 1950 Gustavo divenne re all’età di 68 anni, alla morte di suo padre Gustavo V. A quel tempo egli era il più vecchio tra i principi ereditari del mondo. Il suo motto personale era Plikten framför allt, “Il dovere innanzitutto”. Durante il regno di Gustavo VI Adolfo, stavano avviandosi i lavori per rimpiazzare la costituzione svedese del 1809 con un nuovo documento più al passo coi tempi. Tra le riforme che la nuova costituzione implicò vi fu la rimozione della frase “Il re da solo governi il reame” che rimandava a tesi assolutiste.

Le qualità personali di Gustavo VI Adolfo lo resero popolare tra il popolo svedese e questo fu uno dei motivi per cui in epoche di cambiamento la monarchia in Svezia mantenne salde le redini al governo. L’attenzione e l’esperienza accumulata dal re in campo architettonico e botanico lo resero rispettato ancor più in quanto, seguendo la propria inclinazione naturale, si presentò al pubblico informale e naturale evitando gli sfarzi e il lusso del suo ruolo. Gustavo VI Adolfo fu un archeologo di formazione, nonché appassionato di studi classici.

Il re morì nel 1973, dieci settimane prima del suo 91º compleanno, all’Ospedale di Helsingborg dopo una polmonite. Egli venne succeduto al trono dal ventisettenne nipote Carlo XVI Gustavo, figlio del principe Gustavo Adolfo, duca di Västerbotten. Rompendo la secolare tradizione, egli non venne sepolto nella Riddarholmskyrkan di Stoccolma ma nella Kungliga begravningsplatsen di Haga a fianco delle due mogli premortegli.

Interessi personali

Il principe ereditario Gustavo Adolfo incontra alcuni calciatori inglesi (c. 1910-1915).La reputazione del re per i suoi molteplici interessi personali era conosciuta a livello nazionale e internazionale. Gustavo VI Adolfo era appassionato di archeologia e venne ammesso come membro della British Academy per la sua opera di botanica nel 1958. Gustavo VI Adolfo prese parte a spedizioni archeologiche in Cina, Grecia, Korea e Italia e fondò l’Istituto svedese di studi classici a Roma.

Gustavo VI Adolfo possedeva un’enorme biblioteca privata consistente in 80.000 volumi e, cosa più impressionante, egli ne aveva letta una buona parte. Egli aveva interessi specifici nella letteratura dell’arte cinese e della storia orientale. Altra sua area di grande interesse era la botanica che egli coltivava anche come hobby nel giardinaggio, al punto da venire considerato un vero esperto nel campo dei Rododendri.

A Sofiero (residenza estiva reale) egli creò una delle migliori collezioni al mondo di rododendri. Come suo figlio, il principe Bertil, Gustavo VI Adolfo fu un appassionato di sport per tutta la sua vita e giocava regolarmente a tennis, golf e praticava la pesca sportiva per scopi benefici.

Fonti:

Mario Carotenuto – ALFONSO NEGRO campione nello sport e nella vita – Editore Effegi

https://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_VI_Adolfo_di_Svezia

 

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

galleria fotografica inaugurazione monumento piazza trieste 7 novembre 1965
novembre 3, 2015
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Abbiamo già scritto della cerimonia di inaugurazione del monumento ai caduti di tutte le guerre in Piazza Trieste col seguente articolo:

https://www.bloginresina.it/inaugurazione-momunento-ai-caduti-piazza-trieste-7-novembre-1965/

Adesso in occasione del cinquantenario dall’inauguazione e graziealla collaborazione con l’ing. Salvatore Losa che ci ha fornito già in un’ottima qualità digitale, le imamgini erano su diapositive, la collezione fotografica familiare dell’evento di allora da un punto di vista privilegiato ovvero dall’abitazione di Piazza Trieste.

Da notare che inizialmente erano posto anche delle lapidi laterali alla base del monumento.

Il medesimo ing. Losa ci ha ricordato che negli anni successivi il monumento ha subito diverse trasformazioni da com’era in origine. Ad esempio fu tolto il prato mettendo i basoli di pietra lavica, ed addirittura negl’anni caldi del terrorismo verso il 1975 il monumento fu oggetto di un attentato dinamitardo che danneggiò in lieve parte il velo della scultura che la rappresenta la vittoria.

Courtesy photo collezione privata ing. Salvatore Losa

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Amici di Capracotta: Capitale italiana della cultura, organizzeremo comunque attività per valorizzare Palazzo Capracotta
ottobre 28, 2015
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«Complimenti a Mantova per la vittoria. Per quanto riguarda Ercolano, da parte nostra non cambia nulla: organizzeremo comunque attività per valorizzare Palazzo Capracotta e, al tempo stesso, promuovere la nostra amata cittadina fuori dai confini regionali». È il commento a caldo del presidente dell’Associazione “Amici di Capracotta”, Domenico Di Nucci, sull’assegnazione alla città virgiliana del titolo di capitale italiana della cultura per il prossimo anno. Il sodalizio culturale capracottese ha sostenuto la candidatura della città di Ercolano per la presenza, nel centro storico, di “Palazzo Capracotta”, un edificio seicentesco già residenza dei Duchi Capece Piscicelli feudatari dell’omonimo centro altomolisano.

La cerimonia di proclamazione si è svolta ieri pomeriggio presso il Salone del Consiglio Nazionale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo in via del Collegio Romano a Roma. È stato il ministro Dario Franceschini in persona ad aprire la busta e annunciare il nome della città di Mantova. Il capoluogo lombardo ha prevalso su un agguerrito gruppo composto da altre nove concorrenti -Aquileia, Como, Ercolano, Parma, Pisa, Pistoia, Spoleto, Taranto e Terni- grazie a una proposta progettuale articolata su tre linee guida: recupero del patrimonio culturale e artistico della città; rigenerazione urbana legata alle imprese culturali che fanno economia ed enogastronomia.

«In realtà, la partita per Ercolano non è ancora chiusa- aggiunge Di Nucci-. A gennaio, il Ministero sceglierà la capitale italiana della cultura per il 2017 proprio dal gruppo delle restanti nove città in gara per il 2016. Quindi, Ercolano ha ancora tutte le carte in tavola per vincere il titolo. Al momento, aspettiamo con fiducia e serenità l’esito del prossimo verdetto della giuria ministeriale. Subito dopo, indipendentemente dal risultato, incontreremo il sindaco Ciro Bonajuto per definire qualche iniziativa in grado di fare luce sul passato di Palazzo Capracotta: importante edificio monumentale che accomuna culturalmente e storicamente le nostre due cittadine».

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Bianca Granisso la studiosa e poetessa della lingua napoletana
ottobre 28, 2015
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poesia

Tra le tante personalità locali molto attive in campo artistico oggi parliamo di Bianca Granisso. Napoletana di nascita e di animo,laureata sia in Filosofia che in Lettere Classiche con tesi sperimentali sulla lingua latina e sul napoletano, studiosa di metrica e di ortografia dell’idioma partenopeo. Socia fondatrice del teatro Sanacore a San Giorgio a cremano,attrice e regista, scrive da sempre racconti, spot pubblicitari, canzoni e poesie in italiano ed in napoletano e testi teatrali per la compagnia da lei fondata ” Ll’’arte d”o sole”.

 

Ha inoltre diretto per circa 18 anni corsi di laboratorio teatrale e lettura espressiva per giovani.

‘E FFOTO
Fanno tristezza ‘sti ffotografie,
ca senza voce parlano ‘e passato,
so’ rricorde scurdate, nustalgìe…
E mmo nun torna cchiù chello ca è stato.
 mmente nun te veneno ‘sti vvie,
qual’anno era e cchi te l’ha scattate.
Dice:”So’ brutte!”, ma ‘o ssaje ch’è ‘na buscìa.
E rride pure, ma ‘e gguarde ‘ncantata.
Dinto ce stanno ‘e penziere d’allora,
risa e ppaure ca mo tiene ancora,
cca ‘nu surriso, lla ‘o ggelo ‘int’ȏ core,
ll’uocchie d”a ggiuventù o d”o dulore,
mumente ‘e gioia e llacreme cucente,
ce cagna ‘o tiempo, ma nu’ ccagna niente.
B.G.

Ha pubblicato di recente una raccolta di liriche in idioma partenopeo, fronne ô viento (ed.ag De luca – prefazione prof. Carlo Iandolo) curati metricamente e ortograficamente, in cui esprime la sua napolitudine ed il suo legame viscerale con la città di napoli “in versi ricchi di sensibilità e di accenti musicali”.

libro

Il libro è reperibile presso la libreria IOCISTO al Vomero, Librerie Marsiglia a Portici e a San Giorgio a Cremano e in quasi tutte le agenzie on line.

Di prossima pubblicazione “si nun nascevo cca” ed “accenti di sole”.

La prof. Bianca Granisso è anche autrice dei seguenti testi teatrali :

  • così si fa
  • ‘a cullana ‘e mammà
  • tre personaggi in cerca d’autore
  • ‘na canzona, ‘na poesia, ‘nu tiatro ‘mmiez’ â via
  • a mariuole dalle fuoco, a puttane dalle luoco (versione contestualizzata in napoletano da non tutti i ladri vengono per nuocere di dario fo)
    reginella (ispirata all’ opera di libero bovio)
  • ossequi, don salvato’!
  • miseria e dignita’
  • la presidentessa (versione contestualizzata in napoletano dell’opera di hannequin)
    napolitudine mia

Tra l’altro ha recitato in ruoli comici, brillanti, drammatici, in spettacoli musicali, teatro classico e popolare.

Un vero punto di riferimento per chi si avvicina allo studio lessicale della lingua napoletana tanto musicale ma con ferree regole grammaticali.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Associazione Amici di Capracotta: A Ercolano c’è palazzo Capracotta. L’idea è quella di riqualificarlo
ottobre 20, 2015
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capracotta

Condividiamo sul nostro sito l’articolo della giornalista Adelina Zarlenga, pubblicato domenica 20 ottobre 2015 sul quotidiano molisano Primo Piano Molise, sul sostegno dell’Associazione “Amici di Capracotta” alla città di Ercolano nella corsa al titolo di “Capitale italiana della Cultura” per l’anno 2016. Ringraziamo l’autrice del testo per l’attenzione rivolta verso la nostra Associazione.

Capracotta. Ad Ercolano, nella zona centrale della città antica, c’è un edificio storico chiamato “Palazzo Capracotta”, che, adesso, con l’impegno di tanti, potrebbe essere riqualificato. La città di Ercolano con altre nove città italiane concorre per diventare la capitale della cultura italiana del 2016, un’iniziativa nata prendendo spunto dalla capitale europea per la cultura che il prossimo anno sarà Matera. Entro il 30 ottobre, tra le dieci città candidate, dopo una prima selezione – Aquileia, Como, Pisa, Pistoia, Mantova, Taranto, Terni, Spoleto, Parma ed Ercolano – ne sarà scelta una che riceverà investimenti consistenti per lo sviluppo del suo patrimonio culturale.

L’associazione “Amici di Capracotta” sostiene la candidatura di Ercolano anche per il 2017, ritenendo che nel caso in cui la città risultasse la vincitrice il Palazzo Capracotta potrebbe essere risistemato ai fini della promozione non solo della città campana, sede di una delle più preziose aree archeologiche d’Italia, ma anche il paesino dell’Altissimo Molise. Il Palazzo Capracotta apparteneva ai duchi di Capracotta, residenza estiva della famiglia Capece Piscicelli, già feudatari del paese alto molisano, ed è una struttura seicentesca che fa parte delle 122 ville vesuviane abitate dai nobili tra il 1600 e il 1800 per le vacanze sul territorio che va da Napoli a Torre del Greco. Si tratta di 15 chilometri di percorso, nel quale rientrano anche le 22 ville e palazzi di Ercolano.

“Il Palazzo Capracotta – spiega Francesco Di Rienzo dell’associazione capracottese – ha una grande importanza storica. Il tratto di strada su cui è collocato era chiamato il ‘miglio d’oro’, proprio per l’importanza dei personaggi che qui dimoravano. Il palazzo si trova al centro della vecchia città, è di gusto barocco, a tre piani e a forma di libro aperto, essendo in una piazza”. Dopo esser stato una residenza nobiliare è diventato sede della curia, prigione e poi sede del municipio dall’epoca borbonica. In seguito, frazionato tra vari proprietari privati è stato abbandonato nel 1962 a causa di alcuni crolli. Ora è fatiscente, ma nel 2008 è stato oggetto di un progetto di recupero sotto il governo regionale di Bassolino e l’ex sindaco della città Nino Daniele. L’idea era di trasformarlo in un museo del vintage. Poi però il palazzo è rimasto inutilizzato e malmesso. Adesso, con la candidatura di Ercolano a capitale della cultura italiana, iniziativa che ha visto una sinergia da parte del Comune, il Museo archeologico virtuale (Mav), la Fondazione ville vesuviane e l’Herculaneum conservation project, la fondazione filantropica di Packard, potrebbe tornare a nuova vita e a giovarne potrebbe essere anche l’Alto Molise.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Domenica 8 novembre la cerimonia degl’incappucciati della reale anciconfraternita della ss. trinità
ottobre 19, 2015
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realearciconfraternita

La Reale Arciconfraternita della SS.Trinità  fondata nel 1716.

Domenica 8 novembre  il solenne suffragio universale con la classica processione degl’incappucciati  per tutti i confratelli,fedeli,carabinieri,caduti delle guerre e religiosi defunti.

Nella Grande Storia della Chiesa Cattolica non e’ da trascurare la piccola storia delle confraternite che,fin dai primi secoli del Cristianesimo,sotto vari nomi sacri ma sempre con fin finalita’ religiose e’ caritative,hanno avuto notevole sulla formazione della spiritualita’ cristiana. Nel Medievale confraternite sorsero accanto alle corporazioni di arti e mestieri. Cosi’a Napoli molte di esse vantono di aver avuto tra i loro associati medici,artisti,sacerdoti,orefici,etc. Nei Secoli XVI si ebbe nella Diocesi di Napoli un period0 di Massimo sviluppo delle congreghe,le quali hanno avuto una storia ricca di Benemerenze.

L’Arciconfraternita della SS.Trinità era annoverata tra le prime della Archidiocesi di Napoli. I titoli di prestigio di questo sodalizio sono parecchi : l’Antichita’,la priorita’ rispetti agli altri enti locali similari, l’Attributo di Reale concesso da Re Ferdinando IV e Ferdinando II L’Arciconfraternita della SS.Trinita fu edificata per volontà di alcuni Ercolanesi,che già tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 avevano fondato una congregazione e’ stabilito la loro sede nella chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano,L’attuale Basilica che si accedeva dalla cappella dello Spirito Santo attraverso un’ingresso che ancora oggi e possibile ammirare nella detta cappella nella navata sinistra della Basilica con degli scalini che portava nella attuale sacrestia della congrega. La congrega fu fondata nel 1716 con l’approvazione della curia di Napoli dello Statuto di cui per diritto canonico e dipendente. L’oratorio aveva come sede un luogo molto angusto per cui si penso di fabbricarne uno nuovo accanto alla storica basilica di Santa Maria a Pugliano e fu completato nel 1703 e benedetto nell’aprile dello stesso Anno dal Domenicano Raimondo Ceppaluni, che porto dal cimitero di Nola una casetta di Terra Santa,previa autorizzazione delle autorita’ locali e religiose.

Il Culto dei defunti :

Da epoca remotissima gli uomini ebbero il culto’ delle tombe presso le quali si raccoglievano in preghiera,invocando gli ave defunti come tutori del loro presente e del loro avvenire .Illuminati dalle divina rivelazione,i cristiani hanno sempre praticato il culto dei morti ed avevano massimo rispetto per le loro tombe. In molte occasioni degli anniversari dei defunti si riunivano presso le loro tombe per celebrare della liturgia eucaristica che nella chiesa cattolica ha un significato escatologico di unire la Gerusalemme terrena a quella della gerusalemme celeste che già vive la luce di Dio e dare sollievo grazie ai frutti della pasqua del signore celebrata e preannunciata in ogni celebrazione eucaristica a chi soffre nelle pene del purgatorio allo scopo di purificarsi. Il termine cimitero dal greco Koimèterion : dormitorio,luogo di riposo contiene il concetto cristiano che la morte e’ un sonno in attesa della resurrezione finale.

I cristiani secondo opera di misericordia di seppellire i morti,ebbero la carità di seppellire i loro defunti presso le tombe dei santi martiri. Nel Medioevo si ebbe l’usanza di seppellire sotto il pavimenti delle chiese in tal modo i fedeli venivono a trovarsi in quotidiano contatto con i loro morti. Durante il sec.XVIII con l’estendersi e affollarsi dei centri urbani,incominciavano a proibire salvo eccezioni,per motivi igienici le sepolture nelle chiese o in cimiteri venutisi a trovare intorno alle chiese stesse. Anche le confraternite che tra i tanti più e caritatevoli hanno quello in particolare di seppellire e suffragare i loro associati defunti hanno avuto de hanno i loro cimiteri e le loro chiese cimiteriali nel cimiteri cittadino. Fin dalla fondazione della congrega ha avuto il suo cimitero esclusivamente per i suoi confratelli e consorelle defunti. L’Antico e bellissimo cimitero sottostante l’oratorio in Piazza Pugliano a sinistra della Basilica di Pugliano in Ercolano visitabile il mercoledì dalle 15:40 alle 19:00 conserva la memoria dei nostri antenati,dove ogni mercoledì scendono moltissimi ercolanesi per pregare anche l’antico rosario in napoletano ercolanese che viene recitato alle ore 16:00. Quando nel 1902 per l’ordine legislativo che aboliva i cimiteri all’interno della città,il comune di Ercolano dovette costruire il nuovo cimitero fuori dal centro urbano in via fosso grande. La nostra reale arciconfraternita ideo di costruire una cappella cimiteriale dove custodire i suoi confratelli erano gli anni 1809.

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Antico cimitero sottostante l’oratorio della Congrega detto dal popolo ercolanese “ ‘O Priatorio” (il Purgatorio)

 

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Il Solenne suffragio universale Annuale.

In tutto il napoletano è molto sentita e praticata la devozione delle anime del purgatorio. La fede ne Purgatorio trova la sua speciale espressione nella pietà cristiana. Nella nostra Reale Arciconfraternita da molti anni si svolgono particolari pratiche di culto dei defunti. Ogni Mercoledì si recita nell’antico cimitero sottostante oratorio il rosario in napoletano dei defunti alle ore 16:00. Nel mese,poi,consacrato ai defunti,ossia nel mese di novembre nella domenica successiva al 02 novembre si svolge il solenne suffragio universale per tutti i confratelli,fedeli,carabinieri e caduti nelle grandi guerre e religiosi defunti nell’oratorio di Piazza Pugliano alle 9:20 celebrata da P.Luigi Ortaglio Gran Cancelliere del Cardinale Crescenzio Sepe Arcivescovo Metropolita di Napoli con la partecipazione delle Associazioni dei carabinieri locali e cittadine,e le Autorità cittadine.

Al termine della celebrazione si svolge la solenne processione penitenziale all’interno dell’oratorio con la partecipazione di alcuni confratelli che indossono gli abiti da incappucciati che anticamente partecipano alle esequie di confratelli e che ora vediamo nelle processione del Venerdì Santo a Sorrento.Il Solenne corteo processionale scendendo nel sottostante cimitero cantano inni di resurrezione e si conclude al centro del cimitero con la supplica ai fedeli defunti scritta dalla santa carmelitana di S.Teresa D’avila e con la benedizione finale. Questa pia pratica ripresa da alcuni anni dai confratelli giovani amanti della cultura e delle tradizioni del luogo e stata fondata nel 1917 dal P.Spirituale Don Vincenzo Fiengo fu messa sotto la protezione di S.Odione.La Pia opera del suffragio universale. Nel 1916 ricorrendo il secondo centenario dell’approvazione dello statuto da parte della curia di Napoli il superiore di allora il Cav .Ferdinando Guarracino volle celebrare un solenne funerale per tutti confratelli defunti in quei due secoli di vita della congrega. In tale occasione fu costruito attuale pulpito e una lapide commemorativa che attesta tale evento. Per tale evento fu invitato il parroco di Santuario di S.Maria a Pugliano di allora il compianto Mons.Gioacchino Cozzolino che alla fine della celebrazione esorto il Padre Spirituale Don.Vincenzo fiengo e i confratelli di fare voto che quel solenne funerale si potesse ripetere tutti gli anni,Don Vincenzo Fiengo che già nutriva nell’animo un Ardente desiderio per le anime del purgatorio non si lascio sfuggire l’occasione. Perciò con tutto il suo zelo sacerdotale si prodigo per dare vita a tale evento che trovo spazio nella devozione dei fedeli ercolanesi.

Cosi nel 1017 come già detto inzio’ il Solenne Suffragio Universale nella congrega della SS.Trinità. Nel 1930 quando l’opera del suffragio era giunto nel suo massimo splendore il cardinale di Napoli di Allora Sua.Emm. Alessio Ascalesi venuto a conoscere tele opera volle con la sua augusta presenza celebrare la messa solenne. Da Allora si e sempre celebrato con grande partecipazione di popolo e di fede. Quest’anno si svolgerà Domenica 08 Novembre alle ore 9:20 sarà a celebrare P.Luigi Ortaglio Padre Guardiano del convento di S.Pasquale al Granatello in Portici e Gran Cancelliere del Cardinale.Saranno presente le associazione cittadine dei carabinieri,di S.Sebastiano al Vesuvio,le U.C.O e i confratelli e popolo ercolanese,al termine come scritto sopra si svolgerà la solenne processione penitenziale nel sottostante cimitero della congrega.

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Gli incappucciati nel Suffragio Universale del 2014

Padre Luigi Ortaglio,Padre Guardiano del convento di S.Pasquale al Granatello in Portici e’ stato nominato cancelliere nel 2015 della curia di Napoli da Sua.Emm Cardinale Crescienzio Sepe Arcivescovo Metropolita’di Napoli e stato già Padre Provinciale dei francescani dell’italia meridionale è tra le sue opere ricordiamo la ricognizione del corpo del giovane Salvo d’Acquisto.

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Il feudo di capracotta la sua storia e il legame storico fra capracotta ed ercolano
ottobre 18, 2015
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L’avvocato napoletano Francesco Jodice D’Enza ha voluto donare al Comune di Capracotta la riproduzione di un antico documento relativo al “Feudo di Capracotta”, il cui originale è custodito nell’archivio di famiglia della nonna paterna dell’Avvocato D’Enza, Donna Ida Jodice D’Enza Capece Piscicelli dei Duchi di Capracotta. L’avvocato D’Enza ha un doppio legame con Capracotta. Infatti oltre al legame da parte della nonna paterna, ha voluto ricordare che Adele Cardarelli, sorella del Prof. Antonio Cardarelli, Senatore del Regno, suo avo materno, aveva sposato l’avvocato capracottese Luigi Campanelli.

L’antico documento, composto da 76 pagine manoscritte, contiene l’intero incartamento dell’acquisto del feudo di Capracotta nel 1673 da parte del patrizio napoletano Andrea Capece Piscicelli: dalla pubblicazione del bando di vendita fino alla cerimonia di consegna formale del feudo da parte del viceré  nelle sale del Palazzo Reale di Napoli. All’ultima pagina riporta la data del 23 agosto 1674. La riproduzione del prezioso documento resterà esposta e conservata nel Museo Comunale di Capracotta.
L’amministrazione comunale ringrazia l’Avvocato D’Enza per aver voluto arricchire la nostra comunità con il pregevole documento.

«Ho parlato qualche settimana fa con un congiunto dei Duchi D’Enza per acquisire il documento e consegnarlo al Comune- afferma Francesco Di Rienzo, segretario dell’Associazione Amici di Capracotta-. Sono davvero molto contento che l’avvocato D’Enza, invece, abbia provveduto direttamente a recapitarlo a Capracotta. Nonostante che i D’Enza siano soltanto imparentati con i Duchi di Capracotta (Piromallo Capece Piscicelli), sono molto legati affettivamente alla nostra cittadina. Un gesto che rende onore alla loro grande nobiltà d’animo».

Il progetto di recupero e restauro di palazzo capracotta di ercolano.

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Antonio Madonna e la storia dell’antico mercato ortofrutticolo di resina
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Nella foto in anteprima del presente articolo che ci viene dal passato della nostra Resina, è ripreso l’antico mercato ortofrutticolo che era situato nella struttura oggi occupata dal MAV. Nel primo periodo del ventennio fascista, in una generale revisione della zona della ex Dogana, fu deciso che la struttura, oramai insufficiente, venisse destinata ad altro scopo. Acquisita nelle disponibilità comunali, venne ristrutturata e modellata sullo stile architettonico dei vicini Scavi ercolanesi e adibita a sede del Podestà.

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mercato2I venditori di prodotti ortofrutticoli, privati del locale approvvigionamento, capeggiati dall’allora Presidente dei Commercianti, Antonio Madonna (foto), persona dal carattere forte, molto stimato in paese, pretesero ed ottennero altra struttura in loco. Lo stesso Don Antonio Madonna fece sì che il nuovo mercato non fosse troppo lontano dal precedente e proprio alla II^ trav. Mercato, venne individuato il posto.

Fu realizzata una struttura molto scarna ma funzionale, con un ampio spazio dove carri e carretti potevano agevolmente manovrare. All’entrata vi erano due caserini. Quello di destra registrava la merce in arrivo. In uscita quello a sinistra. In fondo al piazzale, sotto il porticato, vi erano altri altri piccoli caserini, ognuno occupato da un battitore che assegnava il venduto. Divenne uno dei mercati più accorsati della zona vesuviana.

Era notte fonda quando si veniva svegliati dai primi carri che arrivavano in zona. Le pesanti ruote forgiate avanzavano sonoramente sui basoli di pietra lavica. Ogni carro era distinguibile dall’altro per via dei diversi sonagli con i quali venivano addobbati gli animali da traino.

Morto il Madonna, nei primi anni ’50 del ‘900, il mercato si avviò lentamente verso una inesorabile chiusura. Durò per vent’anni ancora, ma ogni anno che passava entrava sempre meno merce. Nei primi anni ’70 venne definitivamente chiuso. Oggi, quello che probabilmente fu il mercato ortofrutticolo più prestigioso di Resina, è un parcheggio privato, la cui memoria resta ancora nei resinesi più anziani.

Questa storia ci è stata indicata da un iscritto al blog ovvero il sig. Raffaele Uccello.

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le glorie del mediterraneo la crociera da new york a gerusalemme passando per resina
ottobre 7, 2015
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Durante i primi decenni del 20° secolo la Thomas  Cook & son, la celebre società di navigazione famosa per aver costruito la funicolare del vesuvio, organizzava delle crociere con partenza da New york per toccare tutti i nodi storici del mediterraneo come Napoli, Atene, Istanbul, Egitto e tutti i porti piu’ importanti del mediterraneo.

Come recita il manifesto lunga oltre 2200 miglia marine per scoprire il vecchio mondo e gli splendori dei monumenti romani, l’arte della grecia, le meraviglie dell’egitto. Una fonte di ispirazione per tutti quelli vogliano navigare lungo quelle coste incantate.

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La stessa società avendo gli uffici a via chiatamone abbinava alla crociera l’escursione sul vesuvio con partenza da Napoli via vesuviana e giunti a Resina con la ferrovia funicolare e poi giunti sul vesuvio con la funicolare fino al cratere.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento
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Cartoline di Villa favorita e corso resina fine ottocento

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Leonardo Filotico il primo sindaco di resina dopo l’unità d’italia
settembre 27, 2015
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palazzofiloticomanduriaLa famiglia Filotico, di probabile origine greca, giunse in Casalnuovo (Manduria) agli inizi del 1500 dal borgo di Monacizzo presso Torricella, secondo quanto riportato nel Librone Magno delle Famiglie Manduriane, con il capostipite Giulio. Nel Librone è riportata inoltre, nel secolo successivo, un’altra famiglia omonima nel ceto popolare, generata da un Ottavio, non imparentata e tuttora esistente in Manduria.

La famiglia a fine ‘600 si divise in due rami, quello di Francesco (tuttora fiorente) e quello di Giovanni, estinto nella seconda metà del’900.Secondo la tradizione, i Filotico accumularono cospicue ricchezze con il commercio delle stoffe, inserendosi nel secolo XVIII nella borghesia intellettuale cittadina.

Oltre al palazzo Imperiali di Manduria, attuali dimore della famiglia sono il palazzo Primicerj, portato nell’800 in dote a Vincenzo Filotico dalla nobile Concetta Maggi-Primicerj (nipote ed erede del barone Claudio, morto senza discendenti maschi), il neoclassico palazzo Filotico ad Ercolano, eretto da Leonardo davanti all’ingresso degli scavi archeologici sul “Miglio d’Oro” delle ville vesuviane, il palazzo Monaco a Oria (secolo XVIII), la tenuta Montebelli in Maremma a Gavorrano (GR). La famiglia possedette (fino agli inizi del XX secolo) il castello diruto di Uggiano Montefusco (oggi distrutto), inoltre a Manduria il cinquecentesco palazzo Sala in via Cardinal Ferrara, le masserie Torre Bianca, Ripizzata, Serpente, Potenti, Eredità, Pozzi, la casina Schiavoni a Uggiano Montefusco. A Napoli, la famiglia visse nel palazzo de Simone, sul lungomare di Posillipo. Nel Quadrilatero degli Uomini illustri, al cimitero monumentale di Poggioreale, esiete ancora oggi la cappella Filotico-Pulli.

I Filotico si imparentarono con le illustri famiglie Pasanisi Gaetani, Schiavoni Carissimo, Pila (conti Palatini di Spoleto), Clavica, Martucci, Mongio’ dell’Elefante, Maggi, Primicerj (baroni di Paretalto), Marugj, Preite, Contento, Monaco, Maya, Sala, Pulli, Bianchetti, Dattilo, Foresio, Chimienti, Cioni, Squitieri, Claudi de Saint Mihiel.

Dalla seconda metà dell’800, secondo l’usanza dell’epoca nelle famiglie “di distinta civilta’” che vivevano more nobilium, la famiglia ebbe uno stemma gentilizio, senza corona, con elmo chiuso posto di lato, con la seguente blasonatura (fonte: Archivio Araldico Cimino di Palermo): “Alla biscia in palo al naturale, sormontata da tre gigli d’azzurro, 1 e 2, e la bordura di rosso”.

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Motto” FORTUNAM SUAM QUISQUE PARAT

La biscia in araldica simboleggia il vero repubblicano, che per il bene della patria con la sua morte dona agli altri la vita, indica inoltre perspicacia, prudenza e vigilanza. Con ogni probabilita’, tale iconografia e’ riferita al martirio del canonico Filotico avvenuto a seguito dei moti repubblicani del ’48. Questo stemma venne usato soltanto da alcuni componenti della famiglia.

Il motto è senza dubbio legato all’interpretazione del nome greco Filotico –  “amico della fortuna”, “colui che propizia la buona sorte”.

Tra i personaggi di rilievo della famiglia si ricordano:

Leonardo (seconda metà XVIII sec.) doctor iutriusque iuris, fu  “regio giudice ai contratti” in Casalnuovo, ebbe il titolo di “Magnifico” che nel regno di Napoli era concesso a chi aveva un ufficio universitario o regio.

Vincenzo (1748-1834), fu pittore piuttosto rinomato, allievo di Matteo Bianchi, formatosi a Roma e Napoli, attività che affiancò a quella di proprietario terriero. Grazie ai rapporti nella capitale con gli Imperiali del ramo dei marchesi di Latiano, dopo la fine della feudalità svolse per essi l’incarico di agente generale e procuratore.Nello stesso periodo, corrispondente al decennio di occupazione Francese (1806-1815) Vincenzo fu componente del Decurionato cittadino. Sue tele si conservano in Manduria, Latiano, Aversa, presso la famiglia e in collezioni private. Acquistò il palazzo Imperiali nel 1827.

Raffaele (fine XVIII sec) giureconsulto, fu sindaco di Manduria nel 1804. Salvatore, nato nel 1811, canonico, fu coinvolto nei moti antiborbonici del 1848 a causa delle sue arringhe in cui aizzava il popolo manduriano contro il re, fu arrestato e deportato assieme a Nicola Schiavoni, Sigismondo Castromediano ed altri patrioti salentini. Mori’ nel 1953 nel carcere di Nisida.

Ma il piu’ importante e vicino alla nostra storia è senza dubbio Leonardo Filotico.

Leonardo (1800-1880 circa)  fervente antiborbonico di idee mazziniane, legato alla cerchia di Raffaele De Cesare. Fu architetto, ufficiale di marina, scienziato, console pontificio a Pozuuoli. Fu un uomo, come si direbbe oggi, d’azione e d’impegno politico rischiando anche la vita dovendo sposare idee risorgimentali per un’Italia unita.

Sposo’ la scrittrice e poetessa Virginia Pulli (Milano 1800-Portici 1860), figlia del celebre chimico Pietro, scienziato e direttore delle Reali Polveriere. L’opera più nota di Virginia è il romanzo “Carlo Guelfi” edito da Le Monnier nel 1857.

Nella loro casa, Leonardo e Virginia aprirono un salotto letterario-politico che divenne famoso, ospitando artisti e patrioti impegnati politicamente per l’unità d’Italia. La coppia trascorreva le estati nel palazzo di Manduria.

Nonostante avesse sempre vissuto a Portici, dove lì conobbe sua moglie Virginia Pulli (poetessa e scrittrice), subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1866 fu sindaco di Resina (Ercolano).

Proprio a lui si deve il famoso monumento della colonna d’italia in piazza colonna del plebiscito meglio conosciuta come ‘a piazza d”a colonna d’Italia, non si hanno documenti certi ma sembra che sia il primo monumento post-unitario su tutto il territorio nazionale.

Il suo diretto discendente fu :

Pietro (seconda metà XIX sec) fu avvocato, deputato alla Provincia di Napoli, candidato al Parlamento Nazionale nel 1879 nel collegio di Manduria, si distinse per il suo operato durante il colera di Napoli del 1884.

Successivamente verso la fine del XIX secolo fu costruito, probabilmente da Ettore Filotico (figlio di Pietro?), l’attuale palazzo all’inizio di corso resina subito dopo l’ingresso degli scavi andando in direzione Portici. Una curiosità, proprio in questo palazzo aveva studio al primo piano il grande medico e sportivo Alfonso negro.

Del ramo della famiglia filotico rimasta in puglia a manduria ricordiamo comunque altri illustri personaggi :

 

Leonardo (1870-1950)  ingegnere, visse tra Napoli e Manduria, fu autore di numerosi brevetti tra cui, nel 1910, quello per una macchina di sua invenzione per il taglio della pietra di tufo, depositato anche negli Stati Uniti d’America.

Cesare (fine sec. XIX-inizi XX) fu Avvocato Generale dello Stato, nominato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine di SS. Maurizio e Lazzaro dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

 Enrico (1896-1986) fu Generale di Artiglieria, e Gran Legato del Sovrano Militare Ordine di Malta.

 Pietro (1904-1990) fu Questore di P.S. a Roma, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 Carlo (sec. XX) colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia, fu Podestà di manduria nel 1932.

Umberto (1932-2005) fu pilota automobilistico, corse su Lancia Aurelia B20, successivamente su Ferrari 250 tdf Zagato con cui vinse la Coppa Fagioli nel 1960, partecipo’ a 2 gran premi in Formula 1 nel 1962 (GP del mediterraneo, GP di Napoli) su monoposto Cooper-Climax S4.

Fonte notizie e testi arch. Nino Filotico

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Convegno Francesco Mastriani le riflessioni del dott. emilio mastriani
settembre 27, 2015
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Ieri sera, alle Scuderie di Villa Favorita, in Ercolano, nell’ ambito della Mostra di Arte Contemporanea, si è svolto il Convegno su ‘Vita, Pensiero ed Opere di Francesco Mastriani’.

Vi è stata grande affluenza di pubblico. L’evento ha raccolto l’ adesione di molti studiosi, professori e scrittori affascinati dal romanziere napoletano.

Erano presenti, tra gli altri, oltre al moderatore Prof. Gennaro Mantile, Presidente dell’ Associazione Nazionale Mondoscuola (che ha condotto in maniera brillante la manifestazione), il Dott. Capo Pasquale (ex Provveditore agli Studi di Napoli), lo studioso Emanuele Cerullo, il ricercatore Rosario Mastriani, la Professoressa e scrittrice Clara Borrelli (Docente di Letteratura Contemporanea presso l’ Università Orientale di Napoli) e la scrittrice Anna Gertrude Pessina (autrice del saggio: “Mastriani Francesco, un escluso”) che ha catturato l’attenzione dei presenti, soffermandosi sull’aspetto psicologico del romanziere.

E’ stato un incontro interessantissimo che ha aperto degli utilissimi spiragli per continuare la nostra opera di sensibilizzazione, affinché le Istituzioni prestino più attenzione alle varie istanze culturali provenienti dai cittadini.

Come organizzatore dell’ evento, non posso che essere soddisfatto nel constatare quanta sia stata numerosa e qualificata la partecipazione di persone interessate al Mastriani.

Dott. Emilio Mastriani  

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Reportage fotografico convegno vita e opere di Francesco mastriani courtesy foto by alfio martone
settembre 26, 2015
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Grande partecipazione di pubblico e di studiosi per il convegno su: “ Vita,  Pensiero  ed  Opere  di Francesco Mastriani ”, che si è tenuto  in Ercolano (Na) presso le “ Scuderie di Villa Favorita ”- Corso Resina n. 291, il 25 settembre p.v. con inizio alle ore 18,30 organizzato dagli eredi del celebre romanziere napoletano, Emilio e Rosario Mastriani.

Tra i vari interventi  moderati dal  Prof. Gennaro Mantile, Presidente “Associazione Nazionale Mondoscuola” sono intervenuti :

Pasquale Capo, già Capo Dipartimento MIUR e Provveditore agli Studi di Napoli:

“ Mastriani e la Trilogia Socialista”;

  • Emilio Mastriani, già Segr. Gen. Uil-Scuola Campania: “Prosapia (DNA e Genealogia di Mastriani); Il pensiero, gli errori ed i pregi del romanziere napoletano; Polemica desanctisiana”;
  • Rosario Mastriani, ricercatore: “ I falsi, le estrapolazioni ed i doppioni dei romanzi pubblicati da Editori e Librai senza scrupoli, nella vasta opera Mastrianesca ”;

Con ulteriori interventi da parte di :

 Emanuele Cerullo, studioso: ”Mastriani, tra gotico ed attualità. Cenni sui romanzi inediti del romanziere napoletano”;

  • dott.ssa Anna Gertrude Pessina, già Docente negli Istituti Psicopedagogici, scrittrice: “Francesco Mastriani, un escluso”;
  • dott.ssa Patricia Bianchi, Docente di Linguistica c/o Università “ Federico II” di Napoli, scrittrice: ”Lingua e stile in Mastriani”;
  • dott. ssa Cristiana Anna Addesso, Docente di Filologia Moderna c/o Università “Federico II” di Napoli, scrittrice: “Che somma sventura è nascere a Napoli: rileggere e rivalutare Francesco Mastriani”.

L’evento era inquadrato nei venerdì letterari per la mostra Ombre Prosequio del maestro Amedeo gabucci in art Deò e curata dal prof. Giovanni Cardone.

Promozione dell’evento sul web & social Salvatore Iengo. Courtesy photo by Fotografando Alfio Martone.

 

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La battaglia di Resina e portici e la fine della repubblica partenopea del 1799
settembre 16, 2015
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La Rivoluzione francese si rovesciò come una tempesta sul Regno delle Due Sicilie: la voglia di libertà, fraternità, eguaglianza, coinvolse gli uomini nligliori. Da quel cruciale 1789 tutto cambiò, dovunque. Inevitabilmente anche ai casali di Portici e resina piccola perla del reame, i contraccolpi furono fortissimi.
Da mezzo secolo i porticesi vivevano a contatto quotidiano con i Borbone, poiché qui il re Carlo, nel 1738, aveva fondato la Reggia, diventata una calamita per i cortigiani più influenti. Sotto il Vesuvio le famiglie della nobiltà e dell’alta borghesia avevano costruito ville e palazzi lussuosi in cui vivevano a lungo, e non soltanto nelle belle stagioni. La cittadina diventò presto il luogo di incontro dell’aristocrazia intellettuale napoletana.

Era fatale che in un simile ambiente le nuove idee trovassero terreno fertile. Eppure, il sentimento di fedeltà verso i Borbone restava intenso, sia al vertice del Regno sia nella popolazione. Il contrasto si rivelò lacerante e coinvolse gran parte dei porticesi.
Di questo scontro sotterraneo, durato un decennio prima della deflagrazione finale, mancano ricostruzioni conlplete, ma non mancano gli indizi. Da un lato, a Portici operarono società rivoluzionarie e segrete; si riunirono esponenti di punta del giacobinismo napoletano; scoppiò la prima ribellione ai voleri del sovrano. Dall’altro, cominciarono a organizzarsi i sostenitori del re, fino a diventare truppe di massa quando la situazione precipitò.

La storia di Portici e del miglio d’oro può diventare così una chiave di kttura di tutte le vicende della Repubblica Napoletana del 1799, di quel generoso tentativo di stabilire la democrazia, naufragato nel sangue. In questa prenlessa ci linliterenlo a delineare un quadro d’assienle, forse utile a seguire le varie fasi dell’avventura giacobina.
Se il contagio francese fu immediato, a rallentare lo scoppio del lnalcontento provvide il ricordo delle ri forme del re Carlo e delle prinle mosse non infelici di suo figlio Ferdinando. Il distacco dalla Corona fu progressivo.

Nei n10menti più felici del trono, gli idealisti avevano fondato sulla figura del monarca assoluto il loro desiderio di progresso. La Rivoluzione francese suggerì la sostituzione di questa forza dominante con quella democratica del popolo. Potevano n1ai coesistere queste spinte contrapposte in una capitale speciale COlne Napoli? Di sicuro i giacobini, anche quando fondarono i primi club libertari, non partirono all’attacco frontale della Corona. Nel loro anilno prevaleva l’importanza del traguardo, che restò identico: il progresso sociale.

La trasforn1azione, forse, sarebbe stata più lunga, se ad accelerarla non avesse provveduto il re, che mutò linea politica. Un ruolo decisivo fu esercitato dalla regina, l’austriaca Maria Carolina, con il sostegno dei tanti stranieri suoi alleati a corte.
Sul traballante trono di Parigi sedeva la sorella minore di Carolina, Maria Antonietta. Le sue angosce si riversarono sul trono di Napoli. Il timore diventò paura, poi terrore. Ferdinando -re cacciatore, re lazzaro re nasone, re pate -e ra troppo debole e distratto, troppo gretto, per opporsi alla volontà della moglie, ammesso che l’avesse davvero voluto.
La creazione del setificio di San Leucio presso Caserta, un villaggio industriale basato su regole vaganlente socialiste, fu l’ultimo guizzo civile del suo regno.

Ferdinando-e-Carolina

A esasperare lo stato d’animo dei sovrani, vennero le pene private. Il principino Gennaro, nove anni, e il piccolo Carlo, cinque Inesi, 1110rirono di vaiolo. Il 10 febbraio 1790 si spense l’altro fratello di Carolina, l’imperatore d’Austria Giuseppe, sostituito dall”altro gernano Leopoldo II, già granduca di Toscana.

Un altro episodio, di natura diplomatica, aggravò la tensione. A metà dicembre bre 1792 approdò a Napoli la notta da guerra francese. Una mossa intin1idatoria. Atterrito dall’eventualità di un attacco militare, il Borbone si piegò. Riaffern1ò, ahneno a parole, l’an1icizia per Parigi e garantì neutralità nelle contese europee.
Durante la pur breve permanenza di questi ospiti per forza, i napoletani più inquieti salirono a bordo della nave del con1andante Latouche. Ricevettero emblemi rivoluzionari, come le berrette rosse, e l’invito a organizzarsi in associazioni segrete più ambiziose. Nacque la Società Patriottica. La regina sopravvalutò la consistenza pratica deIl’opposizione e avviò le prime rappresaglie.

La situazione precipitò nel 1793. Nella furia che travolse Parigi, la ghigliottina ricadde selnpre più spesso, nel suo volo insanguinato. Il 21 gennaio a Parigi cadde la testa del re Luigi XVI. Il suo copricapo, ciocche dei capelli, frammenti del cappotto, vennero venduti all’asta dal boia Charles-Henri Sanson. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta. La regina mostrò al popolo, dal patibolo, una chioma precocemente ilnbiancata e una faccia piena di rughe. Il nuovo carnefice, Henri Sanson junior, mostrò la testa Illozzata alla folla festante.
Maria Carolina incrudelì di dolore. Si procurò una macabra stampa dell’esecuzione della sorellina e sul bordo bianco scrisse: «le poursuiverai ma vengeance jusqu’au tombeau», perseguirò la mia vendetta fino alla tomba.

Si portò dietro quella stampa da un palazzo all’altro, anche a Portici. La guardava in continuazione. Stava male: vampate di calore, vertigini, emicranie. Per placare il tormento 111ento, con1inciò a prendere oppio. Non si fidava più di nessuno. Obbligò il n1arito a canlbiare letto ogni notte, nel tilnore di attentati. Obbl igò i servitori ad assaggiare tutte le pietanze prinla di servirle, nel tin10re del veleno.
Nell’odio verso i francesi, cambiarono la politica del Regno e i giochi delle alleanze. Le riforme vennero accantonate per investire negli arnlamenti. La controversia territoriale con il Papa fu arrangiata alla meglio. La repressione poliziesca di ogni fern1ento libertario diventò via via più dura. I legami di Napoli con l’Inghilterra, la vera nemica della Francia, si fecero sempre più stretti.

Vice-Admiral_Horatio_Nelson,_1758-1805,_1st_Viscount_NelsonQuando il famoso ammiraglio Orazio Nelson approdò sotto il Vesuvio, il re Ferdinando salpò dal Granatello per dargli il benvenuto, e in suo onore offrì nella Reggia di Portici un pranzo seguito da un ricevimento.
Segni esteriori di modernità non bastarono a soffocare il montante malcontento della parte illuminata dei sudditi. Ad esempio, il re aveva ordinato la sistemazione delle targhe stradali e dei numeri sui palazzi, a somiglianza di quanto già fatto a Londra e a Parigi. Furono usate lastre di ardesia. A Portici uno scalpellino, perché ignorante o perché rispettoso della fonetica popolare, invece di scrivere via Amoretti, in omaggio al canonico benefattore, scrisse via Moretta: l’errore si può ancora vedere. I porticesi continuarono per qualche tempo a orientarsi secondo i vecchi toponimi, a volte due o tre per la stessa strada.

Il disorientamento, in questa fase, fu generale. NeIl’opposizione alla Corona si incontravano due spinte diverse.
Da una parte gli uomini colti, pervasi di idealità, che avevano letto e assorbito la Scienza nuova di Giambattista Vico, la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri, gli Scritti economici di Antonio Genovesi: gli estratti del pensiero dei geni che avevano reso Napoli capitale europea della cultura. Molti degli innovatori erano essi stessi già famosi, come il giurista sonlmo Mario Pagano, il nledico e botanico Domenico Cirillo, il grecista Pasquale BatTi, e tanti altri.
Dall’altra parte, il partito degli scontenti per ragioni più L11aterial i, conle l’insopportabile peso dei forestieri nel l’anlL11inistrazione degli affari del Regno. Sul tavolo di lavoro del re, un giorno, fu lasciato un biglietto con polenlici versi:

Sire, tu torni al tuo letargo antico…,
Il merlo oppresso -il nazional mendico,
carco d’onor e gloria ogni-straniero…

Fu poi la linea degli idealisti a prevalere nettamente. Quegli uomini si battevano in nome del senso della giustizia e della cultura: della filosofia e della virtù, come si diceva a quel tempo.
Contro di loro i servizi segreti della corte lavoravano a tempo pieno, e riferivano di cene patriottiche, di cospirazioni. La reazione del Borbone diventò selvaggia. Perquisizioni, pedinamenti, retate e infine, il 18 ottobre del 1794, le prime pubbliche esecuzioni napoletane. Sul patibolo nel largo del Castello vennero impiccati tre ragazzi meridionali: Emmanuele De Deo, Vincenzo Galiani, Vincenzo Vitaliani. Furono i primi martiri della libertà italiana.

Il solco aperto fra il re e i libertari napoletani diventò un abisso. Anche a Portici e Resina ovviamente.

In quei mesi di dolore anche il Vesuvio s’infuriò. Il 12 giugno un rombo cupo fu il preludio dei sobbalzi della terra. Nella notte fra il 15 e il 16 il vulcano eruttò. La lava sfiorò le camagne fra Portici e Resina e distrusse Torre del Greco quasi totaln1ente. I torresi, allenati ai pericoli venuti dal vulcano, contennero il numero dei morti -ventisei -con una fuga tempestiva. Il magma incandescente si arrampicò sul campanile della chiesa di Santa Maria del Principio, fermandosi sul bordo degli ultimi due piani. Le campane sopravvissute suonarono l’ora della ricostruzione.

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I danni furono ingenti anche a Torre Annunziata e Pompei, perché il diluvio che sempre accon1pagna l’ira del vulcano aveva trascinato a valle fiumi di fango. Qua e là spuntarono mofete velenose e sciacalli che saccheggiarono le case abbandonate.

Passato il rischio, in segno di ringraziamento, porticesi e resinesi posero al confine fra le due città, in contrada Farina, un’edicola di San Gennaro con una lapide istruttiva. Inutile cercare quella lapide, oggi: è scomparsa, soffocata da una gettata di cemento. ”
Se la massa vide nell’ennesima eruzione il segno della collera divina, gli uomini che tenevano leggere e scrivere la considerarono un’inevitabile violenza della natura. Solo i più avvertiti, pionieri dell’ambientalismo, maledirono l’imprudenza dei regi architetti, che già allora avevano costruito sulle prime pendici vesuviane.

A Portici la presenza di nobili e saggi legati agli alnbienti cosid.detti giacohini -dal nonle di quei rivoluzionari francesi :-fu lnassiccia. A leggere le cronache nlondane porticesi e qlielle successive della rivoluzione, troverete più volte gli stessi protagonisti.
Nella villa di fainiglia, in quella contrada di Bellavista che oggi chianlianlo Cassano, nacque nel 1772 Gennaro Serra di Cassano, eroico difensore della Repubblica Napoletana.
Eleonora Fonseca Pinlentel, letterata di genitori portoghesi, nella nostra Reggia e nei nostri parchi profumati lesse, applaudita, i giovanili omaggi in rima a Ferdenanno re guappone. Diventerà la più ardente tra le giacobine.
Alla Bagnara fondò una grande fabbrica di seta Domenico Piatti, di origine triestina, che si occuperà della Tesoreria della Repubblica. I porticesi lo elessero console dell ‘arte della seta.
In Largo Trio costruì un sontuoso palazzo, accanto a quello dei Rocel1a, la famiglia del capitano Francesco Buonocore che nel Novantanove sarà ardito e sventurato combattente.
A Portici possedeva una villa con podere l’avvocato Nicola Fasulo, nel cui appartamento napoletano in via Atri, si radunerà a partire dal 1798 il Comitato dei patrioti.
Governatore di Portici, Resina e Torre del Greco diventò alla fine del 1797 Nicola Fiorentino, poi scrittore e oratore nei giorni della libertà.
Avevano casa sotto il Vesuvio anche le famiglie di Giambattista De Simone, ufficiale di Marina, e di Filippo de Marini, marchesino di Genzano.

Nelle strade di Portici e Resina si mossero, dunque, molti protagonisti del giacobinismo napoletano; Gennaro Serra di Cassano, Eleonora Fonseca Pimentel, i Piatti, Fasulo, Fiorentino, De Simone, de Marini, Buonocore, Luisa Sanfelice, Baffi, Carafa: tutti nomi che riappariranno nel lungo elenco dei giustiziati sui patiboli del Novantanove.

I francesi e la loro avidità nel depredare i nostri tesori

9428Colpito dai primi sospetti deIl’avido Direttorio, a causa della sua eccessiva indulgenza verso i patrioti napoletani, il generale Championnet fu costretto a stringere i tempi delle confische e ad accelerare la riscossione dei contributi di guerra. Le casse parigine ne avevano bisogno.
Il decreto per la contribuzione supplementare fatalmente riguardò anche Portici. Tra l’altro, qui furono ripresi gli scavi archeologici, come a Ercolano e a Pompei, con l’avvertenza che tutti gli oggetti ritrovati sarebbero finiti a Parigi. Dallo sfruttamento da parte della Corona si passò a quello straniero. Nelle prime esplorazioni pompeiane fu scoperta una nuova casa romana, e la via in cui sorgeva venne intitolata a Championnet.
Fu inoltre deciso che tutte le riserve di caccia del Borbone, compresi i parchi della nostra Reggia, venissero inglobate dalla Repubblica.

Gabelle vecchie e nuove stremarono i porticesi, già salassati dalle spese per il mantenimento della truppa francese. Per far fronte agli obblighi, furono venduti perfino gli argenti di San Ciro potente. Il debito comunale crebbe. Il Museo Ercolanese -che sorgeva a Portici nel palazzo prima della Reggia, a destra salendo -fu spogliato dei capolavori. Esasperati, i dirigenti vesuviani presentarono un appello alla Repubblica.

I documenti di questa accorata protesta sono stati ritrovati recentemente da Mario Battaglini negli archivi di Mosca, finalmente accessibi li dopo il crollo dei nluri. Ecco che cosa è scritto nel rapporto del Conlitato di polizia repubblicano, in data 10  pluvioso:
«Le Municipalità di Portici, Resina ed altri vicini cOlnuni sono resi inabili a più continuare le gravi spese che soffrono, montando a circa 250 ducati il giorno le sole tavole degli ufficiali francesi.

«Portici pel mantenimento della truppa ha consumato tutto il pubblico peculio, ha contratto dei grossi debiti ed ha esitato un residuo di argento di questa chiesa. Il Ministro delta Guerra Arcambal ha rin1esso un patetico ed afflittivo ricorso di quella popolazione, coll’invito di darsi su di essa l’opportuna provvidenza.

«Si pretende il totale deperimento dei Musei e delle biblioteche e la rovina delle arti, col togliere dai Musei di Portici e Capodimonte, dalla Biblioteca degli Studj e dalla Stamperia Nazionale tutto quanto v’è di buono; allorché si debbono scegliere i soli capi d’opera, lasciandone per la repubblica i modelli e le fom1e».
Corsero un serio rischio di esportazione dolosa perfino le celebri statue equestri di Marco Nonio Balbo, affiorate a Ercolano, ch’erano esposte nel vestibolo della Reggia porticese in una grande teca di vetro protetta da cancellate. Infatti, Championnet scrisse al suo ministro parigino:

«Vi annuncio con piacere il recupero di ricchezze ritenute perdute. Oltre ai gessi di Ercolano nel museo di Portici, le statue equestri di Nonio padre e figlio (…) E poi le statue marmoree a grandezza naturale di Marco Aurelio, un bel Mercurio bronzeo, un Meleagro in rosso antico, molti busti di gran pregio tra cui un Omero. Il convoglio partirà fra pochi giorni».
Per nostra fortuna, le statue di Marco Nonio Balbo, poi, non partirono.

 NelI’opera di saccheggio i burocrati francesi esibirono una pignoleria meritevole di miglior causa., Ad esempio risalirono all’origine di alcuni beni porticesi -la Reggia, i boschi -ripescando i relativi atti stipulati dal notaio Giuseppe Ranucci. Accertarono che una parte del parco apparteneva ai monaci di Sant’ Agostino in Resina, ai quali il re aveva pagato regolare canone di affitto.

Non fossero bastati questi salassi, ai porticesi dai sedici ai cinquant’anni iù nuovamente chiesto di servire la patria, diventata Repubblica, e questa volta in Marina. Il bando parlò di «requisizione n1arittin1a per la difesa della loro fan1iglia e della loro libertà». Non vi furono rivolte, soltanto musi lunghi.
La fama dei porticesi ottimi n1arinai, diffusa fin dal tardo Medio Evo, spinse Championnet ad offrire loro patenti di corsa francesi, autentiche abilitazioni alla pirateria. L’invito era motivato dalla necessità di fronteggiare la flotta inglese alleata del re, che n1inacciava da vicino la capitale. Per incoraggiare l’accoglin1ento della proposta, il comandante francese donò ai porticesi, ai sorrentini, agli stabiesi e ai napoletani del Molo Piccolo alcune barche sequestrate a Gaeta, con tutto il carico. La generosità interessata non fu sufficiente, nessun porticese diventò corsaro.

Del n1alumore sempre più diffuso approfittò il capomassa borbonico della zona, Francesco Almeida, che cominciò a preparare i piani segreti della rivincita.
Le difficoltà di Championnet, sempre più pressato dagli avidi parigini, aumentavano di ora in ora. La crisi definitiva scoppiò quando il commissario civile francese presso la Repubblica Napoletana, Faypoult, emanò un decreto per il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, comprese le banche, le proprietà dei Gesuiti, la Zecca, i possedimenti nelle provincie.
Championnet si oppose, annullò il provvedimento e scacciò Faypoult, «famelica arpia». Così segnò la sua condanna. Il 27 febbraio fu richiamato in patria affinché giustificasse il suo comportamento.

Gli successe il generale Macdonald, suo rivale, molto meno afflitto dagli scrupoli dettati dalla fraternità. Tra le sue prime decisioni, la vendita a minimo prezzo di alcuni arredi preziosi della Reggia di Portici e di Villa Favorita.
A sud, l’armata del cardinale Ruffo avanzava sempre più velocemente, uccidendo, saccheggiando, stuprando.

Cade il fortino del Granatello

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Il 5 giugno la Commissione esecutiva della Repubblica mise in vendita ciò che restava dei tesori della Reggia di Portici e di Villa Favorita, sperando di ricavarne danaro indispensabile alla difesa. Non ci fu tempo di perfezionare l’asta. Ruffo era ormai in arrivo.
Portici fu direttamente investita dalla guerra civile, perché si trovava sulla rotta finale dei sanfedisti.
Allo scopo di fermare i rifornimenti di ortaggi, frutta e carne dalle campagne vesuviane alla capitale, il capomassa porticese ~lmeida organizzò barricate sulla strada diretta al Ponte della Maddalena. Come lui si comportarono altri capi degli insorgenti, Giorgio Punzo a San Giorgio a Cremano, Nunziante al Ponte di Casanova.
L’ iniziativa di Almeida, registrata da molti testimoni di quel tempo, è una prova che a Portici i monarchici si stavano imponendo ai giacobini.

Ci fu una vera e propria rivolta contro la Municipalità repubblicana? Carlo De Nicola, il più famoso tra i diaristi del Novantanove, sembra confermarlo. Il primo giugno scrisse che «la strada di Salerno è chiusa; e si diee arrivata la insurrezione a Portici». Tre giorni dopo annotò un colpo di cannone sparato dal fortino del Granatello, forse contro gli insorti, che fu udito in città e provoç,ò,un fuggi fuggi generale e la chiusura anticipata di molte botlèghe.
Ruffo, intanto, aveva accampato a Nola la sua armata. Era piuttosto innervosito poiché il re gli aveva ordinato di non puntare subito sulla capitale, n1a di fernlarsi ad attendere l’arrivo della flotta inglese con a bordo il principe Francesco. Evidenten1ente il Borbone voleva lasci~re al suo erede” e al potente alleato britannico, la firn1a della vittoria.
Ma il destino dispose diversamente. Già salpati da Palérn10, i vascelli deIl’ammiraglio Nelson furono costretti a rientrare da una burrasca e dalle voci -risultate poi infondate -del sopraggiungere della flotta franco-spagnola.
Rutfo ebbe così via libera. Decise di lanciare l’attacco finale il giorno 13, giorno della festa di Sant’Antonio, il protettore della sua arn1ata. Tutta la n1arcia dei sanfedisti fu scandita dai simboli della devozione popolare, della superstizione anche.

Il 10 giugno arrivò a Nola il capomassa Almeida, seguito da altri realisti porticesi. Cepisodio è narrato da Domenico Petromasi, un cronista ultramonarchico al seguito del cardinale. Portici si era già schierata dalla parte della Corona, disse Almeida a Ruffo, ma la truppa di massa era «incredibilmente inquietata» dalle artiglierie del Granatello.
Ruffo inviò in zona, di rinforzo, i fucilieri di montagna comandati dal tenente colonnello Costantino De Filippi, un plotone di calabresi e cento soldati di cavalleria agli ordini del tenente Giuseppe De Luca. Le avanguardie sanfediste conquistarono subito la batteria di Pietrarsa, dotata di un cannone da 33 pollici, e la Reggia di Portici. Protette dal fuoco di sbarramento, partirono all’assalto del fortino del Granatello, rafforzate all’ultimo momento da una compagnia di russi.

Due cannoniere e una batteria galleggiante deIl’ammiraglio Caracciolo tentarono di sostenere la difesa dei giacobini porticesi. Coraggio inutile. L’intervento di James Foote, a capo della squadra navale inglese che dal 9 presidiava la costa da Portici a Castellammare, decise le sorti della battaglia.
Il Cavai marino, la Mutine e la fregata Sirena scaricarono bordate di fuoco contro i vascelli di Caracciolo e contro il forte. Una cannonata dal mare centrò casualmente una bandiera repubblicana che sventolava sugli spalti: era il presagio della disfatta. Foote poté annunciare a Nelson la resa degli ultimi difensori del Granatello.
L’episodio, decisivo per le sorti finali della guerra, avvenne nelle ultime ore del 12 giugno, a detta di De Nicola che nel suo Diario registrò in quel giorno furiosi combattimenti lungo la costa vesuviana, finiti a notte inoltrata. I bagliori si vedevano nitidamente da Napoli. Il diarista li paragonò a fuochi artificiali.

Petromasi, invece, raccontò scene di massacro: «Subito preso il Granatello colla trucidazione di molti ribelli». E descrisse Portici come un panorama di rovine: «Questo delizioso real sito avea sofferto molto nelle fabbriche dal cannone nemico, il quale avrebbe recato un maggior guasto, se non veniva altronde malmenato».
Ruffo si stava spostando verso Somma Vesuviana quando seppe che la «caliginosa ferale ostinatezza» -altre parole di Petromasi -dei patrioti porticesi era stata sconfitta. Ordinò l’ultima offensiva. Era la mattinata chiara del 13 giugno 1799.

Rafforzato da una «piccola ma feroce compagnia di Turchi», il cardinale puntò su Portici. Voleva impedire la riconquista del forte del Granatello, considerato il penultimo ostacolo nella marcia su Napoli.
L’ultimo ostacolo era il forte di Vigliena, del quale oggi potete intravedere le rovine, davanti a una centrale elettrica. L’armata della Santa Fede attraversò San Giorgio e sboccò a Croce del Lagno, fermandosi. Nessuna ininaccia: oramai il Granatello era saldamente nelle mani dei realisti. L’avanzata riprese. Il parroco e gli altri preti della chiesa di Santa Maria del Soccorso vennero incontro al cardinale in processione aperta da un sacro ombrellino. Ruffo benedì e passò oltre. Pochi metri più avanti il suo esercito fu bloccato dalle cannonate di Vigliena. Prima di dare istruzioni per il pranzo, il cardinale ordinò al reggino Francesco Rapini di assediare il forte. Tre cOlnpagnie di cacciatori calabresi scattarono, le baionette in canna, sostenute dai cannoni.
Una 1110ssa spietata, perchéVigliena era difesa dalla Legione Calabra della Repubblica: fu uno scontro fratricida. Il cOlnandante dei difensori, Antonio Toscano, fece issare la bandiera nera su cui era scritto Vincere, vendicare, morire e si preparò al peggio. Veniva da Corigliano Calabro, aveva 25 anni, era stato sen1inarista, era diventato un poeta che sapeva combattere.

Un’impresa disperata, quella dei duecento uomini di Toscano. Erano aln1eno cinque volte inferiori nel numero e peggio armati; inoltre i loro undici cannoni puntavano dal lato del mare. E tuttavia resistettero ai prinli due attacchi, anche grazie all’intervento delle navi di Caracciolo.
Rapini ordinò una terza carica e questa volta i forti bastioni a forma di pentagono non ressero. All’interno delle mura si lottò all’arma bianca. Attorno a Toscano restarono in venti.
n comandante del forte e i sopravvissuti si trincerarono nel magazzino delle munizioni, sparando dalle feritoie. Toscano era ferito. Quando la resistenza diventò in1possibile, decise di dar fuoco alle polveri.

Lo scoppio, il turbinio delle schegge, uccisero insien1e gli ultimi calabresi della Repubblica e centinaia di sanfedisti. Nel fossato ricadde un mucchio di morti. La soldataglia di Ruffo perquisÌ i nemici caduti per rubare. Tre di quei corpi sfregiati e insanguinati, sotto brandelli di divisa della Guardia civica, erano di donna. Ne fu fatto scempio.
Il boato di Vigliena fu il segnale atteso da Ruffo. L esercito della croce si avviò verso il Ponte della Maddalena. Era il pomeriggio di quel 13 giugno.
A Napoli un colpo di cannone chiamò a raccolta i militi della Guarda nazionale. All’appello risposero in pochi, gli altri si nascosero o si prepararono ad aggiungersi ai vincitori.

I patrioti decisero di resistere ugualnlente. Si divisero in tre colonne. Quella di Capodinl0nte fu affidata a Gennaro Serra di Cassano. L’altro porticese, il capitano Canlpana, andò a conlbattere a Ponticelli. Il generale Francesco Basset si attestò a Foria. Il generale svizzero Writz ebbe il c0111ando al Ponte della Maddalena e fu tra i prinli a morire.
Morì anche il poeta Luigi Serio, morirono tantissinli altri. Travolte le fragili barricate sul fiu111e Sebeto, le staffette della Santa Fede penetrarono in città ed espugnarono il castello del Carmine, con una carneficina.
I capi della Repubblica Napoletana, dopo la ritirata, si barricarono nel Maschio Angioino, in Castel dell’Ovo e in una baracca di legno davanti a Sant’Elnlo, poiché il difensore del forte, Mejan -l’ultimo comandante francese rimasto nella capitale, con poche centinaia di soldati -gli aveva chiuso le porte in faccia. Tra i rifugiati nel Maschio era probabilmente il Porticese Gennaro Serra di Cassano.

Altri giacobini si nascosero in case ritenute sicure, nei boschi sulle colline o nelle grotte, sperando di poter riprendere la lotta.
Nelle strade roventi di Napoli si susseguirono scene di ferocia. Massacri, saccheggi, incendi, stupri.
Giulia e Maria Antonia -la madre e la zia di Gennaro come tante altre donne furono spogliate, forse violentate e trascinate nelle strade. Coperte appena da un lenzuolo, le obbligarono a recitare la pantomima del sinlbolo femminile stampato sui documenti della Repubblica.
Gli alberi della libertà vennero abbattt~ti e adoperati come latrine. Lì davanti, molti giacobini furono sommarianlente giustiziati. I sanfedisti mangiarono seduti su mucchi di cadaveri. Alcuni corpi vennero abbrustoliti e mangiati.

I prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena, dove Ruffo aveva stabilito il suo quartier generale. Lungo il cammino, monarchiche imbestialite li bersagliarono di sputi e insozzarono le loro bocche di scorze di frutta, di polvere,di qualsiasi immondizia raccattata. Almeno cinquanta furono fucilati eduecento feriti alla presenza del cardinale. Del tutto esaurite le carceri, diventò prigione anche l’enorme edificio dei Granili.
Su richiesta dei vincitori, ai balconi e alle finestre sventolarono lenzuola bianche come le bandiere della Santa Fede: erano segnali di resa. Ma la tragedia della Repubblica Napoletana non era finita con la caduta. E neppure la tragedia di Portici, di resina e del miglio d’oro.

A Resina e Portici l’ultima decisiva battaglia

La Santa Fede era ormai padrona della capitale quando al generale repubblicano Giuseppe Schipani -attendato con i suoi uomini al confine fra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, di fronte all’ isolotto di Rovigliano -pervenne un messaggio del generale Basset:
«Voi in sentire tre colpi di cannone, che sparerà Sant’Elmo, avanzerete con la vostra colonna; quando sarete a Resina e a Portici, passerete tutti a fil di spada con sacco e fuoco, stanteché sono nemici della Patria. Quando sarete al Ponte della Maddalena, a vista nostra, faranno una calata i francesi da Sant’Elmo, un’uscita i Patrioti da San Martino, ed un’uscita faremo noi dalle Castella. Voi assalirete alle spalle e noi per avanti, li metteremo in mezzo, e così scacceremo questi pochi insurgenti. Tutta la nostra fidanza sta nella vostra Colonna, che l’attaccherà alle spalle».

La notizia di questo disperato tentativo di riscossa è di fonte borbonica: il messaggio sarebbe stato intercettato grazie alla cattura del suo latore. Una leggenda giacobina aggiunge che il messaggero fu un ragazzo venuto a nuoto da Napoli, dopo essersi calato con una corda dal Maschio Angioino.
La consistenza della truppa di Schipani è incerta, oscilla tra un migliaio di soldati e poco meno di duemila (1.800, sostenne Ruffo).
Schipani era stato semplice ufficiale sotto il Borbone. Non aveva mai combattuto, in compenso possedeva coraggio e grinta eccezionali, così la Repubblica gli aumentò i gradi sulle mostrine. In battaglia indossava un copricapo peloso una specie di colbacco. La sua spedizione in Calabria era stata sfortunata, anche per errori gravi. Ma se il ruolino strategico di Schipani non fu impeccabile, a riabilitarlo provvide la sua ultima battaglia. Il generale sapeva perfettanlente di essere condannato alla disfatta, perché le forze nemiche erano maggiori, ma tentò ugualnlente. Convocò i suoi ufficiali ed espose chiaramente tutti i rischi dell’inlpresa. Fra i sessanta designati al conlando figurava il sedicenne Guglielmo Pepe che diventerà un protagonista delle battaglie per l’Italia.
La colonna republicana si mosse all’alba del 14 giugno. I primi scontri furono vittoriosi. Superata Torre del Greco, si lottò con successo a Resina, davanti alla Favorita, dove furono strappati al nemico tre cannoni. Un’illusione, presto Ruffo inviò imbattibili rinforzi.

cardinaleruffoSull’episodio esiste una testimonianza a firma del cardinale. Ruffo narrò di aver mandato in aiuto dei cavalieri di De Luca trecento sanfedisti comandati da suo fratello Francesco -che alloggiava nella Reggia di Portici -oltre a duecento uomini di truppa regolare e «pochi Moscoviti» partiti dal Ponte della Maddalena.
«In poche ore furono disfatti i ribelli: molti rimasero sul campo di battaglia, 800 circa furon condotti la sera stessa prigionieri al real Palazzo di Portici, e gli altri dispersi furono presi nei giorni seguenti. In questa azione così segnalata, che decise della presa della Capitale, al De Luca fu ammazzato il cavallo che portava sotto e rimase gravemente ferito. Credetti giusto di premiarlo con dargli la patente di capitano proprietario di Cavalleria».

A parte l’esatta descrizione deIl’epilogo e il riconoscimento del ruolo cruciale della battaglia di Portici, il racconto del cardinale minimizza la portata delle sue forze: i russi comandati da De Cesare, i cacciatori e i cavalieri erano molti di più, e ad essi vanno aggiunti i pezzi di artiglieria, i duemila massisti -da truppe di massa -guidati dal vescovo Torrusio e i nlille affidati all’altro vescovo Ludovici. Inoltre Ruffo trascurò un fatto determinante: il tradimento dei Dalmati al servizio della Repubblica.
Erano cinquecento, quei Dalmati. Molti avevano difeso il fortino del Granatello e si erano nascosti nelle campagne sotto il Vesuvio dopo la sconfitta; altri seguivano Schipani. Una volta ricongiuntisi a Resina, ebbero l’ordine di aggirare il nemico e di sorprenderlo a Portici.

Scesero lungo vico di Mare oppure lungo la calata di Sant’Agostino (via Cecere) senza trovare ostacoli. Sboccarono davanti all’Epitaffio ai posteri murato dal viceré, nell’attuale corso Garibaldi, dopo la disastrosa eruzione del 1631. Contemporaneamente, completando la manovra a tenaglia, la colonna di Schipani raggiunse la Reggia di Portici.
La mossa fallì perché i Dalmati, appena arrivati a contatto diretto con il nemico, si gettarono in ginocchio gridando viva il re! E passarono dall’altra parte.

Isolati, gli uomini di Schipani battagliarono davanti alla Reggia. Una cannonata centrò la statua di Marco Nonio Balbo a cavallo, decapitandola.
Si lottò senza tregua anche nelle zone più vicine di Resina, in via Cecere soprattutto. Sulla salita di Pugliano i sanfedisti demolirono l’albero della libertà e lo sostituirono con una croce di legno. Gli insorti resinesi erano spinti dall’odio per i francesi, che avevano rubato i tesori della Madonna di Pugliano e della chiesa di Sant’Agostino. I padri Teresiani di Torre del Greco recuperarono invece munizioni, viveri e argenti abbandonati dai repubblicani in rotta.
Forse nel tentativo di raggiungere Napoli, Schipani due volte tentò invano di soverchiare i russi davanti alla parrocchia di San Ciro. Fu una strage.

Un articolo apparso nel 1878 sul Pungolo, con tutte le sue probabili esagerazioni, dà un’idea dell’agghiacciante bilancio «Ben presto i repubblicani furono quasi tutti nlassacrati; pochi scamparono e corsero verso Napoli, dove la plebe li nlise a inorte. I borbonici, dopo quel fatto d’arme, nonostante la perdita di circa duenlila de’ loro esultarono».
Questo resoconto, sia pure steso ottant’anni dopo, dinl0stra che nella memoria popolare era viva l’immagine di un’accanita resistenza, alla quale non furono estranei i giacobini porticesi. Se è vero che Almeida aninlò alcune centinaia di insorgenti del luogo, è altrettanto vero che a sostegno di Schipani si sparò da nlolte’ finestre. Sui realisti piovvero persino vasi da fiori.

Divisa dalla passione politica, Portici fu unita dal lutto: le strade «furono arrossate di sangue e coperte di uccisi in guerra».
La partecipazione di Almeida agli scontri trova conferma -e ridimensionamento -nel resoconto di Petron1asi, prezioso anche per determinare la successione cronologica degli avvenimenti. Il capomassa porticese inviò un n1esso al Ponte della Maddalena, il 14 giugno, avvertendo Ruffo dell’irron1pere di Schipani. Almeida aveva appena ingaggiato qualche scaramuccia. Alla notizia deII’ imminente arrivo dei rinforzi p~eferì retrocedere verso Resina, ed attendere.
Petronlasi aggiunse una nuova voce alla supremazia numerica dei sanfedisti: le due compagnie di granatieri comandate dal colonnello Scipione La Marra. r.;impresa di SchipanI era senza speranza.

 martiriLa cronaca di Petromasi lascia intendere che la battaglia si prolungò, ma fin dal giorno 14 il parroco di San Ciro -Nicola Nocerino, primo storico di Portici -vagò pietoso da un rione alI’ altro per assistere i feriti e confortare i morenti. Nel Registro dei Morti scrisse, con una grafia che rivela l’emozione: «Anno Domini 1799 alli 14 giugno due soldati uccisi, uno avanti questa mia casa alla Croce ed un altro in mezzo a Portici… Così altri due soldati uccisi nella piazza di Portici .. , altri uccisi alla Marina… altri uccisi avanti al quartiere a Sant’Antonio». Appunti utili a decifrare la diffusa geografia della battaglia. Don Nocerino annotò anche i nonli di alcuni caduti:
«Andrea Nocerino, figlio di notar Aniello di anni 18, ucciso davanti queste mie mura… Antonio Alnirante di anni 27… Domenico Cozzolino… uccisi innanzi a San Nicola. Ho scritto i nomi all’infretta e alla rifusa per non aver né forza, né spirito, né tempo, tante erano le fatiche ed il dolore, essendosi combattuto in questa nostra piazza a lnaniera di guerra, irregolare».
Il buon parroco raccolse i corpi dei caduti e «pietosamente, come una madre, ne ordinò il seppellimento in un luogo appartato a fianco della terra santa: un cumulo inlmenso di ossa alla rinfusa». (Petromasi).
I resti dei giacobini e dei sanfedisti si mischiarono, come in un primo tentativo di riconciliazione II 15 giugno il fratello del cardinale Ruffo, Sua Eccellenza il Sig. Commendatore D. Francesco, ispettore Generale dell ‘Armata di Sua Maestà, proprio a Portici firmò il bollettino della vittoria, diffuso in tutto il Sud da soldati a cavallo, affinché fosse letto-dovunque e affisso ai muri. C’era scritta «la fausta notizia di essersi dalla nostra Armata già preso Napoli, con essersi impadronito del Castello del Cannine, del Molo, e di tutte le Batterie littorali; e nella circostanza vantaggiosa per la presa de’ Castelli di Sant’Elmo, Castelnuovo e Castel de11’Ovo, mentre tutta la Città è presidiata dalle nostre truppe».

Fonte bibliografica: Pietro Gargano, La Battaglia di Portici – 2000

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

L’università di Resina quando i comuni si chiamavano così
settembre 15, 2015
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Quando si costituì il Comune di Resina (probabilmente nella seconda metà del secolo decimosecondo), la Chiesa di S. Maria a Pugliano, che per il passato era stata alle dipendenze del Monastero Napoletano di S. Sebastiano, divenne la chiesa propria del Comune, chiamato allora Università, denominazione, sorta con i Normanni. L’Università di Resina, dunque, divenne la effettiva patrona della Chiesa di Pugliano con tutti i relativi diritti e doveri. In che modo fossero regolati in concreto i rapporti tra le autorità laiche del paese e i ministri del culto in quei primissimi tempi, non ci è dato sapere: mancano i documenti. Secondo Alagi, tuttavia, questi rapporti erano regolati da una tradizione orale comune a tutta la zona vesuviana e tale tradizione doveva avere i seguentI pnncIpI:

1) Tutti i beni della chiesa e lo stesso tempio sono proprietà della Università che ha il dovere di custodire, migliorare e amministrare tali beni. Una cimasa di stucco, sulla sommità di un arco della navata centrale del tempio di Pugliano, reca ancora la seguente scritta:

«DE IURE PATRONATUS UNIVERSITATIS RETHINAE»,

cioè: [Questa Chiesa è] di diritto proprietà del Comune di Resina.

2) I beni appartenenti alla chiesa devono essere utilizzati per due scopi ben precisi: l’assistenza ai bisognosi e il mantenimento del culto che l’Università si impegna a realizzare.

3) L’assistenza deve essere indirizzata soprattutto ai malati, a fornire la dote alle fanciulle povere, l’assistenza ai malati, l’aiuto ai bisognosi.

4) Per quanto riguarda il culto, occorre provvedere alla amministrazione dei Sacramenti mediante la nomina di uno o più cappellani, alla manutenzione della Chiesa, all’acquisto di suppellettili ecc.

Più tardi si dovette sentire la necessità di fissare in documenti scritti le norme da seguire in questa faccenda; anzi si creò un organismo speciale, detto Estaurita, che doveva occuparsi, a nome della Università, sia dell’« assistenza ai bisognosi che del decoroso svolgimento del culto». Sorsero, cosÌ, i regolamenti detti Capitoli delle varie Estaurite; in tali regolamenti venivano indicati i diritti e i doveri degli Estauritari ossia di quegli uomini ai quali l’Università affidava l’incombenza di curare l’assistenza e il culto mediante la saggia amministrazione dei beni della chiesa e che costituivano, quindi, la Estaurita.

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La parola Estaurita non deriva dal greco stauros, come molti sostengono, ma dal latino instaurare, nel senso agrario che aveva nel Medioevo di dotare un campo del bestiame e di tutti i rustici attrezzi necessari per la sua coltura; perché il fornire tali chiese di suppellettili, di sacri ministri, e mantenerle, toccava ai laici. Dal 1375 fino ai nostri giorni questo organismo, sia pure con diversa denominazione (Estaurita, Amministrazione della chiesa di S. Maria a Pugliano presso la Congrega di Carità, E.C.A.) ha curato le entrate e le uscite del bilancio della chiesa e ha provveduto al mantenimento degli oneri di messe e di tutte le spese del culto.
Per quanto riguarda l’Estaurita è interessante ricordare che questo termine medioevale è menzionato, forse per l’ultima volta, sull’architrave di un armadio che si conserva nella Sagrestia della chiesa di S. Maria a Pugliano: EXTAURITARI A. MCMXV

Anche Resina, dunque, ebbe la sua Estaurita; e per questa Estaurita furono anche compilati i « Capitoli» tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo seguente.
D na copia di tali Capitoli che sarebbero stati redatti dal notaio Gennaro Gaudino nel 1375, al tempo di Giovanna I (1343-1381), fu eseguita dal notaio Ruggiero Pappansogna e presentata, nel 1423, all’Arcivescovo di Napoli Nicola de Diano per l’approvazione che il presule concesse.
Al documento del notaio Gaudino fa riferimento un’antica lapide, che si trova murata sotto il gran porticato della chiesa di Pugliano (per la sçritta della lapide cfr. il cap. Le indulgenze dei Romani Pontefici).

Vno dei Capitoli più importanti del regolamento dell’Estaurita .è quello che si riferisce ai diritti della pesca effettuata a partire da Capo S. Margherita perché ricorda i diritti concessi dall’Estaurita al Santuario di Pugliano. L’Università di Resina riconobbe al nostro maggior tempio il diritto chiamato ponderum et mensurarum (dei pesi e delle misure) la prestazione sopra li traini di cui fino a qualche decennio fa rimaneva ancora una traccia nelle prestazioni che tutti i giorni si raccoglievano dai carretti nella piazza di Pugliano e nelle vie dell’abitato.

La stessa Università fece alla chiesa di Pugliano una larga donazione di tutti i territori demaniali (e in parte non censiti) da essa posseduta in una fascia compresa tra il Vesuvio e il mare per l’estensione di cinque miglia. Questi territori vennero, in seguito, censiti dall’Amministrazione con regolari contratti di enfiteusi perpetua imponendo il pagamento di canoni annuali che ancor oggi formano gran parte del territorio della chiesa.

In virtù di questi privilegi, l’Estaurita dispose che anche tutti quelli che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino allargo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Questo privilegio veniva detto della branca e il re di Napoli Carlo I lo confermò col suggello d’oro. Ma dove si trovava il promontorio dedicato a
S. Margherita? Ancora una volta è l’Alagi che cerca di dare una risposta a questo quesito: dagli Atti della Santa Visita a Resina (quella del Card. Alfonso Gesualdo nel 1599, del Card. Ottavio Acquaviva nel 1611, del Card. Decio Carafa nel 1619, del Card. Buoncompagno nel 1629 e del Card. Spinelli nel 1743), egli ha potuto stabilire « che nel 1423 c’era, lungo la costa di Resina, un Capo di S. Margherita, che prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del cinquecento, e scomparve del tutto all’inizio del seicento».

Ancora oggi esiste una piccola edicola dedicata a S. Margherita in piazza Granatello a Portici, all’altezza del numero civico 5, cioè in quella zona compresa in quel mezzo miglio di cui parla il Regolamento dell’Estaurita nel 1375.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

La bomba di Nagasaki spaventò i resinesi in attesa dell’apocalisse a piazza pugliano
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Questo aneddoto personale ci è stato raccontato piu’ volte dal cav. Luigi Cozzolino, classe 1933 resinese doc di via pugliano nonchè grande divulgatore di storie resinesi, che ha vissuto quell’evento personalmente.

Il fatto avvenne pochi giorni dopo la prima bomba di Hiroshima.

Da premettere che nell’italia meridionale occupata dall’esercito alleato le notizie arrivano in forma frammentaria e distorte. Non si era capito bene l’impressione sulle masse di un evento mediatico su scala mondiale quale poteva essere il lancio della bomba atomica.

Poche ore dopo il lancio della seconda bomba su Nagasaky, non si sa come ma si diffusa la notizia che la seconda bomba avrebbe scatenato una reazione a catena, come in un domino nucleare, dove gli effetti catastrofici sarebbero stati la fine del mondo e della vita sulla terra.

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La notizia si diffuse con un tam tam nella popolazione con grande agitazione, ed ad una certa ora buona parte della folla impaurita si addensò nella piazza di pugliano come in attesa dell’apocalisse che ovviamente non ci fu’.

Oramai la cittadinanza ne aveva passate così tante che quella poteva essere una forma di liberazione da un destino subito loro malgrado fatto di eventi molto piu’ grandi di loro.

“la spada della giustizia talvota colpisce gli innocenti, ma la spada della storia colpisce sempre i deboli” (kemal Ataturk, padre della turchia moderna)

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Villeggiatura d’elite a Resina ai bagni Favorita e Risorgimento
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Dobbiamo a questo zelante giornalista una serie di notizie sui principali avvenimenti artistici e mondani svolti si al1′ ombra del Vesuvio nel periodo
compreso tra le due guerre mondiali.

giovannibonicaBasti per sottolineare il fatto che quella di Resina era una villeggiatura d’élite, come si ricava da quest’ altro bell’articolo di Giovanni Bonica (Abile disegnatore e pittore, ma soprattutto noto per essere stato corrispondente per molti anni di quotidiani e periodici, scrisse, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, una lunga serie di articoli su Resina e la zona vesuviana).

Anche la nostra Resina, naturalmente, saliva spesso alla ribalta della cronaca:

«Resina, l’operosa cittadina che si adagia dolcemente sulle pendici del Vesuvio fino al mare, è la meta preferita dai villeggianti, che qui affluiscono da ogni parte, attratti dalla salubrità dell’ aria ricca di ossigeno
e dal nostro mare profumato di alghe [… ].
Ma, oltre alle bellezze naturali, va aggiunta l’importanza che le viene dalla ripresa degli scavi di Ercolano, dove ogni giorno affluiscono personalità scientifiche italiane e straniere.
Eppure Resina – che è uno dei centri più importanti della Provincia, dichiarata da sommi clinici stazione climatica per eccellenza, con una spiaggia cristallina, con giardini sulla costa, con la montagna cui si ascende dolcemente con la Ferrovia Funicolare Vesuviana e per le strade pavimentate ed illuminate elettricamente, con il gran centro di villeggiatura al Miglio d’oro, con tranvia, con ferrovia e autostrada – attende ancora che sia dichiarata luogo di soggiorno e di turismo.

La graziosa cittadina, tutta protesa nel suo poderoso sforzo di rinnovamento, mercé l’aiuto del Regime, rivivrà alla luce del suo passate la gloria dei suoi insigni monumenti. E con lo sviluppo degli scavi di Ercolano, buona parte dell’abitato verso il mare dovrà cedere il posto alla città-madre che rinasce [… ].

La villeggiatura da Pugliano al “Miglio cl’ oro” è al completo. La stagione balneare col caldo soffocante non accenna ancora a finire. La spiaggia è sempre popolata di bagnanti. Ancora tritoni e sirene sulla rena vellutata tessono i loro idilli. Ancora le belle figurine scultoree abbronzate dal sole sorridono sullo sfondo meraviglioso del nostro mare, mentre sciami di bimbi allietano con le loro birichinate le rotonde degli stabilimenti.

Fra l’eletta colonia villeggiante, cerco di ricorclare qualche nome:
Principe Giovanni Caracciolo di Santobuono e famiglia, conte Carlo Nardone e famiglia, barone Giuseppe De Meis e famiglia, baronessa Giorgina Nasta, conte Carlo de la Ville e famiglia, generale Diego Amenduni e famiglia, conte Gaetano Grassi di Pianura, marchese Francesco Russo e signora, conte Paolo Piscicelli e famiglia.
marchesa Agata Maffei e famiglia, ono prof. Filippo Longo e famiglia, on. Augusto De Martino e famiglia, avv. Demetrio Strigari e famiglia, dott. prof. Antonio Reale e famiglia, avv. Mario Sbordone e famiglia.
avv. Carlo Semmola, comm. avv. Vincenzo Rossano e famiglia, avv. Edmondo Della Noce e famiglia, [… ] avv. Eugenio Giliberti e famiglia, avv. gr. uff. Antonio Iodice e famiglia, signore Carolina Caramiello e famiglia, avv. Giuseppe Piegari e famiglia, avv. marchese Alfonso De Bisogno e famiglia, prof. dott. Leopoldo Cua, avv. comm. Matteo Galdi e famiglia, ing. Correale e famiglia, cav. Antonio Ausiello e famiglia, cav. Vincenzo Serpone e famiglia, comm. Onorato Battista e famiglia, ecc. ecc.»

A integrazione di quanto sopra, piace riportare qualche dato su alcuni dei personaggi citati.
Il barone Giuseppe De Meis era proprietario dell’ omonima cappella sita nella parte alta di Resina .
Il conte Carlo de la Ville aveva legato il suo nome a un altro oratorio, sito invece nella parte bassa del territorio comunale.
Il generale Diego Amenduni, residente con la consorte in via Pini d’ Arena n. 11, fu il primo podestà di Portici.

«Il punto più bello e suggestivo della spiaggia vesuviana è quello della “Favorita“. Questo angolo di paradiso sconosciuto, che ha per sfondo l’incantevole panorama del golfo di Napoli, con l’isola di Capri, è reso ancora più meraviglioso pel bosco secolare, che dalla spiaggia sale lentamente verso la maestosa antica reggia della “Favorita”.
E mentre lo sguardo ammira estasiato la bellezza che la natura profuse qui a piene mani, la fantasia si smarrisce per tornare al passato, quando questo boschetto baciato dal mare, insieme alla reggia, faceva parte dei “Reali siti di Napoli” sotto la denominazione borbonica.
E la nostra fantasia rivede i sontuosi balli dati da Ferdinando I, da D. Leopoldo, principe di Salerno, da Gioacchino Murat e da Ferdinando II [… ].
Ed è bella questa spiaggia perché è incastrata fra gli scogli nerastri formati dalle colate laviche delle antiche eruzioni vesuviane. E gli stabilimenti,
le cabine, gli ombrelli e le tende sono allineati fra questi scogli al riparo delle onde del mare. L’amenità di questo posto ha richiamato e richiama ogni anno tutti i villeggianti di Pugliano, di Resina e del Miglio d’oro. Tutti vengono qui per godere il riposo ristoratore della spiaggia, e ognuno trova la tranquillità del luogo e la salubrità del clima.
Volgendo lo sguardo intorno, insieme alla bellezza panoramica, si contempla tutto il fervore di vita e di giovinezza spensierata che si svolge su questa arena infuocata. Ed a centinaia fra gruppi e gruppetti sparsi qua e là si intrecciano i jlirts (… ]. Più oltre non mancano i calciatori con il pallone che, dove cade, porta lo scompiglio. Ed ancora gruppetti di bimbi che si muovono senza tregua, che si riconcorrono, saltellano, s’immergono nell’acqua facendola spruzzare intorno con grande disperazione delle mamme. Altri con dorsi nudi, abbronzati, con paletti e vanghe s’affaticano a scavar buche nella sabbia e a costruire castelletti. Di tanto in tanto un’ ondata porta via ciò che pazientemente hanno costruito, ed ancora strilli e pianti.

Ho potuto avere il piacere di incontrare uno dei maggiori esponenti della colonia villeggiante: il distintissimo avv. Demetrio Strigari, insieme al brillante fotografo di spiaggia Amedeo Petrilli. Ambedue mi hanno promesso fotografie e notizie. Ma ci spero poco: con tanta distrazione, se si dimenticano, hanno ben ragione.

Al bagno “Risorgimento” Qui si balla.
Entrando, sono ricevuto immediatamente su una grande terrazza a mare (la cosiddetta “Rotonda”, che poi è quadrata), dove al suono di una graziosa orchestra, oltre cinquanta coppie si affannano a sudare in un giro vorticoso di fox.

Ai lati di questa terrazza vi sono le entrate alle cabine da bagno.

Un altro bagno molto voga in quei tempi era l’Antico Bagno Favorita già attivo dal 1887 che raccoglieva tutta l’aristocrazia e l’alta borghesia che a quel tempo facevano la villeggiatura a Pugliano e sul miglio d’oro.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Villa favorita il suo parco e la regina Margherita che si ferma a resina
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Tra le «soste nella memoria» (come dal titolo di un altro lavoro della Tortora De Falco), una riguardava in particolare la villa Favorita della nostra Resina, meta un tempo della migliore società napoletana:

«Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Il principe Caracciolo di Santobuono (già patron del Teatro Fiorentini e del Festival di Piedigrotta),  invecchiò per cui l’attività teatrale che si era tenuta in villa andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Stemma della famiglia Anatra

Stemma della famiglia Anatra

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.
Il ricco comm. Anatra, per essere più precisi, la consorte di lui donna Maria, anch’ella nata da genitori italiani, ma in Turchia, a Costantinopoli – creò, dalle costruzioni ad un piano, una deliziosa dimora estiva. Così pure i due casotti a mare divennero due chalets per soggiornarvi durante la cura dei bagni.

Ricordiamo ancora i «ramages» della tappezzeria impermeabile venuta da Parigi, che ricopriva le pareti interne degli chalets affinché la salsedine di cui erano impregnate non trapelasse. Donna Maria, dunque, era una donna di gran gusto, di una originalità raffinata, mai grossolana. Ci fermeremo soltanto a sottolineare qualche particolare del salone sito al pianterreno della costruzione per rilevare alcune delle originalità dettate dalla fantasia di una donna singolare alla quale noi ragazzi avevamo affibbiato un nomignolo. La chiamavamo «terraferma» per la sua curiosa maniera di pronunziare la parola terraferma.
Nel suo italiano esotico, annullava le doppie consonanti e così terraferma era diventata «teraferma».

Le pareti del salone avevano un bordo alto da terra 60 centimetri, composto da cocci di piatti, schegge di bicchieri e bottiglie colorate (di verde, bianco, giallo e blu) infisse trasversalmente nel cemento sì da formare un rilievo rustico di un effetto veramente unico. Più avanti nel tempo, ci è occorso di trovare in altri arredamenti fregi che arieggiavano quello che abbiamo cercato di descrivere, ma nessuno di essi reggeva al paragone. Forse per la disposizione delle schegge, per i colori, per la dimensione.

In alto, sul plafond, era riportato un antico pizzo di Bruxelles, che un artista del tempo aveva minuziosamente riprodotto.
Le vetrate che si aprivano nel bosco erano giallo-oro, per cui quando il sole occiduo, attraverso i rami delle annose piante, illuminava quei vetri, il salone era invaso da un mare di luce color topazio che sprigionava effetti indimenticabili.

Ercolano - Villa Favorita

Il bosco proseguiva denso verso il mare. Lo arrestava un piccolo tunnel formato da un ponte, sul quale passava la strada ferrata. Dopo il breve tunnel s’apriva uno spiazzo largo, lievemente ovoidale fiancheggiato a destra e a manca da due ampie scalee di piètra anch’ esse lievemente ovoidali come i muri che da un lato le riparavano. Codeste scalee portavano all’ingresso di due palazzine che erano congiunte fra loro da un unico terrazzo più lungo che largo, fiorito di aiuole. Un massiccio cancello divideva il terrazzo dalla strada ferrata, oltre la quale s’infittiva il bosco. Cioè a dire che il treno era in casa. La linea ferroviaria che vi transitava era quella della Calabria, che anche allora comportava un traffico ininterrotto ed intenso.

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Ma se la cosa costituiva un grande fastidio per i grandi (ora ben lo comprendiamo), era, per noi e per i nostri giovani amici, la ragione prima del nostro gaudio.

reginaMargheritaE poi c’era il mare tutto nostro che rendeva le giornate sature d’interesse per noi e per i piccoli amici che passavano con noi gran parte della giornata, ansiosi di godere anch’ essi di quel terrazzo di sogno dove i lunghi convogli dei treni merci ci tenevano inchiodati davanti alle sbarre del cancello. Andavano a passo d’uomo quei treni particolari, pareva che si dovessero fermare all’improvviso e noi lì ritti, attoniti, in attesa. A volte il miracolo avveniva ed era la felicità. I rapidi invece procedevano di corsa sferragliando, assordanti, mentre dai finestrini salutava festosa [… ].
Regnava ancora Umberto I [… ] La regina Margherita doveva recarsi in Calabria in visita ufficiale. Il treno reale non poteva passare che di là, cioè davanti al terrazzo dei casotti Anatra.

Ed ecco che donna Maria [… ] ordinò al giardiniere di coprire tutto il terrazzo di margherite e di disegnare nell’ aiuola centrale, sempre con margherite, la scritta «Viva Margherita». Poi, mobilitando le sue grandi aderenze in campo politico e aristocratico, ottenne che il treno reale sostasse per qualche minuto davanti ai casotti, affinché fosse possibile offrire alla regina una gerla piena di margherite. La sovrana gradì l’omaggio e fece poi avere a D. Maria un prezioso spillo con lo stemma reale. Dopo vent’anni, «teraferma» raccontava questo episodio con gli occhi ancora lucidi.

Ritorniamo ai casotti. Lo spiazzo dove sorgevano le due rampe di scale, era chiuso da un monumentale cancello, oltre il quale – dopo pochi metri di strada selciata – si era suIla spiaggia. Il mare è largo, aperto su tutto il litorale di Resina, ma gli Anatra sul tratto di fronte alla loro villa fecero erigere una barriera di cemento. Crearono, cioè, una barriera artificiale, contro la quale le onde si frangevano. Questa scogliera, ancora esistente, per la sua conformazione creava all’ interno un piccolo porticciuolo, una piccola rada a basso fondale dove potevano prendere il bagno anche i neonati. Poi la sabbia di velluto, morbida, soffice, pulita, costituiva un altro genere di attrattiva per le bambine. La pesca del corallo, che a quei tempi era ancora fiorente, e le molte fabbriche ivi esistenti per la lavorazione del corallo, seminavano nella sabbia detriti di corallo. Piccoli rametti rossi, palline, schegge, si trovavano facilmente, scavando.

E le bimbe per ore restavano a testa in giù con piccole palette, intente a questa pesca miracolosa. Conserviamo ancora, nel museo delle cianfrusaglie, qualche rametto rosso a ricordo di quelle esplorazioni infantili.

Una piccola barca leggera, in quello specchio d’acqua che nessun vento avrebbe saputo increspare, ci allenava ai remi. Tre mesi durava la villeggiatura, in quei tempi, tre mesi di felicità.
Un caso fortuito ci portò, alcuni anni addietro, nella Villa Favorita . Tutto era così diverso, tutto così cambiato: il bosco, il porticciuolo, le stanze, la terrazza.
Pure in quello scoramento, dalle macerie di miti creati in un’ età irripetibile, si sprigionava un fascino sottile.
Un senso che non era solo rimpianto di antiche gioie, di attimi il cui profumo superava il tempo, ma era ritrovare all’improvviso ed in età matura, un caro profumo dell’infanzia, un oggetto, un gioco; ma nostro, tutto nostro, non dei nostri figli o nipoti: un gioco che ha fatto parte soltanto della nostra vita. Allora una dolcezza indefinibile, una gioia lieve ma penetrante, una tenerezza infinita, avvolse il nostro vecchio cuore»

 

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Giuseppe Ungaretti in visita agli scavi e poi saglieva pe via Pugliano
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Nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, nel 1912 era a Parigi a frequentare la Sorbona. Entrò in contatto con gli artisti di avanguardia, tra cui Apolllinaire
(1). Questi, nel 1913, pubblicò Alcools, il libro in cui riassunse tutte le sue ricerche poetiche e che a sua volta costituiva una sorta di manifesto della nuova poesia; Apollinaire partì volontario in guerra, fu ferito e in seguito morì (1918).
A sua volta, Ungaretti raggiunse il fronte volotariamente, da soldato semplice; pubblicò le sue prime poesie nel 1915 su «Lacerba» di Papini e Prezzolini, la medesima rivista alla quale collaborava Scipio Slataper, che nel 1912 aveva scritto Il mio Carso e che avrebbe trovato la morte in guerra.

È ritenuto il caposcuola dell’ ermetismo. Si rivelò con «Allegria di naufragi» (1919) scritto in trincea: liriche brevi su immagini folgoranti. Più articolate le raccolte successive: «Sentimento del tempo» (1933), «Il dolore» (1947), «La terra promessa» (1950), «Il taccuino del vecchio» (1960).

Abbiamo ritenuto di inserire tali note nel contesto di questo nostro capitolo su Giuseppe Ungaretti, che per noi rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei più originali poeti, non solo italiani, del Novecento. Ciò premesso, passiamo senz’altro a riprodurre il resconto della sua visita ad Ercolano il 26 maggio 1932:

“Dove va?”
E come faceva a sapere quel guardiano che andavo in cerca delle antichità? Non me ne sarei mai accorto da me. Sembra un portone come un altro delle case di Resina. Mi metto a scendere nel buio i cento scalini. Mi conducono in una grotta come quelle dove nei Castelli Romani tengono in fresco il vino? Questo tufo era fango: lava di fango. La gente di qui, m’insegnerà il vulcanolago Malladra, chiama tutto lava; un’inondazione: lava d’acqua; una passione che rivoluzioni: lava di sangue; una illuminazione della mente: lava di genio.
Ma questo fango che si è indurito e sul quale sorge Resina, è veramente stato eruttato.
Arrivati in fondo alla scala ci appare l’interno di una torre. Siamo a circa 20 metri sotto le case e i giardini. Sopra, sorgeva la villa del principe Emmanuele Elbeuf di Lorena e fu facendo scavare un pozzo – !’interno di torre dove mi trovo – ch’egli scoprì, ed estrasse, nel 1711, le prime cose preziose d’Ercolano. Carlo III ci fece fare un balcone: c’è ancora verso la cima del pozzo; e di lassù sorvegliava gli operai che, affettato il tufo, attraverso un labirinto di corridoi, tornavano con statue, suppellettili, e- incredibile! – noci, e perfino del filo da cucire.
A furia d’affettarlo, questo teatro è diventato una specie di quelle carceri nelle quali il romanziere di cappa e spada metterebbe a prova i raddrizzatori di torti.

773_001È successo, affettando, un fatto che fa impressione. Il portiere del teatro, preso nel torrente di fango, lasciò il suo umore nella pasta, e il taglio ci ha restituito un’impronta nera, l’ombra d’uno quasi genuflesso nello slancio, con un braccio teso e una chiave in mano. Sembra un’ombra soffiata sul muro col fiato. Non è una visione orrenda, ma un’immagine di una elasticità piena di correttezza. Fu uno che preferì a disertare, morire? Era uno schiavo padrone della sua anima, educata a trasmettere alle sue belle forme una forza misurata anche davanti alla morte?
Quando siamo a metà dell’esplorazione, uscendo da un cunicolo, sentiamo più forte l’umidità sulle spalle, e per terra c’è guazza. I muri sono rigati come da una bava, e in alcuni punti c’è un’eruzione di bollicine vitree, rosee. È lo stillicidio dei giardini di sopra che sta mutando questo teatro in una grotta colle stalattiti.

Quando la natura sconvolge questi luoghi, la terra raddoppia di feracità; e nel disordine e nel lussureggiare c’è un inno urlato, un desiderio di terra vergine. Mi spiego che i Romantici amassero tanto posti simili, essi che furono tanto turbati dalla necessità di ringiovanimento delle società umane. E mi spiego ch’essi amassero tanto le rovine; non la rovina appena scavata ch’è arida e porta ancora troppo scoperto il segno della nostra. febbre civile; ma le rovine un po’ vecchie sulle quali la vegetazione è selvaggia, e che sembrano più un frutto geologico che una memoria umana. Perché la bellezza d’un luogo antico non è nelle mutilazioni, ma è dovuta a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. Ho sempre guardato con raccapriccio una statua cui manchino le braccia, la testa o le gambe, e ogni mio sforzo è di restituire nella mente le parti perdute. Non dico che non sia poetico dedicarsi
a produrre questo effetto di sofferenza, come fanno certi scultori moderni; ma certo la rovina, che è, per decreto della Provvidenza, sempre alleata a un rinnovamento di fecondità, è così sentita e resa solo nella sua idea sadica e lacrimevole.

Ragioni che mi fanno vivamente desiderare non sia mai appagato il seguente voto, espresso dal Galanti nella sua Guida, del 1845: “Questo teatro, il più intatto di ogni altro dell’antichità, venga presto messo allo scoverto”. Si lascino queste buche lentamente incrostarsi d’un sangue lunare; e questo teatro, coll’ombra di guardia, acquisterà una profondità poetica unica.

Usciti a rivedere la luce, una luce meridiana, ma senza quella rabbia che a quest’ora fra un istante la farà soffrire, ci avviamo verso gli scavi nuovi. L’entrata, che potrebbe essere, con il suo muro ad archi svolazzanti, quella d’un campo per le corse, s’apre su un bel viale d’oleandri; e le rovine giacciono in una fossa; dal ciglio, su a 19 metri d’altezza, da un lato, davanti, si va verso il mare; intorno sono in vista folle di mandorli in fiore velati, e viti.

Il secondo augurio che nella sua Guida, faceva il Galanti, è stato esaudito: l’archeologo cerca oggi di restituire ogni casa secondo gli antichi scomparti, cogli oggetti rimessi, per quanto è possibile, al luogo loro. E un lavoro pazientissimo: in un mucchio di polvere sono scelti, per esempio, i frammenti di tre fregi diversi, che poi andranno dove è supponibile fossero. S’ottiene un effetto di toppe, specie quando si tratta di parti colorate. Rifanno anche i tetti, ricollocano le tegole; le teste di terracotta dei leoni e dei cani fanno di nuovo colla bocca aperta da gronde agli impluvi. Colla colata di gesso, dove si sente scavando che un oggetto consumato ha lasciato l’impronta del suo vuoto, si ritrova l’agonia d’un uomo, una porta, un sedile, una mela, che so
io. Certo a questo modo, riaccomodando tutto per benino, gli scavi perdono molto della loro grandiosità di testimonianze di una catastrofe riaffidate alle stagioni; non hanno più, non so, quell’aspetto funesto di un segreto violato, d’una tomba profanata; e la prepotenza della natura, per quanto è possibile, si tiene a bada.

Sono quasi case vuote in ordine, che aspettano gli inquilini, e non hanno quasi più che la desolazione d’essere disabitate; ci si potrebbe mettere su: Est locanda, e Ercolano potrebbe diventare una Via Margutta di gran lusso. Fuori di scherzo, questo metodo dà almeno risultati rispettabili guarantendo la conservazione di documenti non removibili; e, se fosse sempre stato applicato, tante cose d’incalcolabile valore per il sapere non sarebbero andate perdute. Vedo, nella “casa del tramezzo”, sotto vetro, travi carbonizzate. Devono starci per l’avvenire del sapere, e non certo per farmi l’effetto che mi fanno, d’essere capitato nel gabinetto d’un radiologo.
Qui le case – questa dozzina di case signorili tornate all’aperto non hanno, s’è detto, più nulla di terribile; ma i nomi sì: le chiamano spesso come indicavamo i luoghi di guerra: “Casa dello scheletro”, “Casa del tramezzo bruciato”; e qui, difatti, è passata una forza cieca come la guerra.

Guardando il movimento dell’architettura, il valore ornamentale del gesso, certi dipinti, certe figurine, in certe vedute prospettiche a semitoni graduati sino all’infinito, e, soprattutto, pensando a certi piccoli affreschi di figure muliebri trasportati al Museo di Napoli dagli scavi più anziani, ci viene fatto di pensare se lo storico dell’arte non avrebbe da rendere evidenti alcuni punti. È noto il gran chiasso che fecero nel mondo le prime scoperte d’Ercolano, è noto che nel 1755 fu fondata l’Accademia Ercolanense che in nove volumi in folio – senza contare i volumi dedicati ai papiri – descrisse, coll’aiuto d’incisioni stupende, le pitture murali e i bronzi rinvenuti. Ora mi domando:
quale influenza ha avuto Ercolano sulla moda, sulle arti plastiche, sulle lettere, sulle dottrine estetiche, nel periodo che va dal Direttorio alla Restaurazione? Se io guardo, nella scultura di questo periodo, quel valore gessoso dato al marmo, il ritrarsi e l’isolarsi delle ombre nei tratti, per accrescere il pallore dei piani; se guardo quelle pitture, o quelle stampe, e gli aciduli colorini che separano in precisi moduli geometrici il chiaro dall’oscuro; se guardo la solitudine dei contorni, perfettamente accademica, ma rilevata dal segno acuto e erotico; se penso al tempo che va da Paolina Borghese a M.me de Récamier – in quell’indirizzo che ebbe a precursore il Winckelmann, mi domando non solo quale fosse lo stimolo venuto da Ercolano, ma se l’ispirazione più gloriosa non vi sia stata scoperta da artisti italiani, dal Foscolo al Canova Ce, perché no? prima dal Parini).

PV0_0152II nome di Ercolano è anche legato alla conoscenza moderna di Epicuro; la quale ora è tornata d’attualità, a proposito d’una polemica abbastanza buffa intorno al pensiero di Leopardi. Nella villa dei Pisoni, ora risotterrata, furono ritrovati, dal 1760 al 1762, fra bronzi scelti con gusto, una grande quantità di rotoli di papiro. E sulle prime, erano stati scambiati per carbone. E fra essi, un frammento d’uno scritto dello stesso Epicuro e una parte dell’opera notevole del suo seguace Filodemo. E avanzandomi nell’ultima villa, dove gli ambienti si rinconono fra peristili, atrii, un giardino invernale con vetrate, triclini con giardini laterali, ecc., vedo, nella luce che in questa villa viene non solo dai chiostri, ma anche da finestre, e che facendosi sera, è dolcissima, appoggiato verso il mare, a una delle tante colonne, un uomo d’ombra. Fece fabbricare questa casa comoda per il suo piacere.
Svolge uno di quei papiri fragili, che costarono, nel ‘700, anni di fatica per essere aperti, decifrati, e trascritti; ma allora flessibili e chiari; e il suo sguardo si perde nel labirinto bianco e nero del mosaico ai suoi piedi. Pensa che il saggio deve sapere che l’universo nelle sue vicende è indifferente ai casi d’un individuo, il quale deve guardarsi dagli affetti per non rendersi dipendente dalla sorte degli altri, il quale deve accettare il piacere, ma un piacere dosato, che non vada fino a perturbare l’animo. Ecco: vivere con calma, un po’ assenti in sé, in pensieri armoniosi, fra le cose che li suggeriscono. Non è certo una filosofia vera»

Dopo la visita all’antica città di Ercolano, il 2 giugno successivo Ungaretti scalò il Vesuvio:

«Arrivo a Pugliano sull’ora di mezzogiorno. Una strada grigia, secca, disordinata, che è – col suo pozzo, con tre campane a portata di mano (nel vuoto di tre assi di muro sopra un tetto, pronte a suonare il martello) – piuttosto il cortile d’un casamento popolare. Due o tre venditori di ricotta – non ne hanno una gran quantità, basterà a spalmare sì e no una fetta di pane, e la tengono spalmata, bianchissima, incerte tasche di fibra moscia che direste custodie per falli pompeiani stanno lì aspettando il Messia, avvolti in vecchie mantelline da soldato, possibile siano ancora quelle della guerra?
Mi distrae un naccherare avanzante, e presto tutta la strada è un intrecciarsi di tacche-ticche. Sono arrivati i ragazzini dalla scuola con  i loro zoccoli, correndo non è facile, calzati a quel modo – e hanno tanta spensieratezza e vivacità che – guarda! guarda! alla mia età! avrei voglia di mettermi a saltare con loro.

Ci hanno chiusi nel vagone della funicolare e incominciamo a salire. Via via che avanziamo nella salita, la vegetazione si fa serrata.
Non sembrano piante attaccate alla terra; le direste, tanta è la violenza dell’umore che sale loro nelle fibre, sul punto di volare. Sono albicocchi ancora spogli di foglie, e in fiore; i fiori fittissimi che sembrano un immenso velo indiano posato sui rami. Fra gli albicocchi, a volte, un fico nudo, come un polipo di caucciù, con i tentacoli che cercano invano una libertà. Ed ecco che il mondo si spacca, e la piana senza fine ridente fra l’erbetta, ha il tempo di farci un piccolo saluto; è il posto detto Belvedere.
Domando al bigliettaio che cosa siano in cresta a trincee davanti a noi quei capelli ritti. Sono rami di castagni tagliati al ceppo, da farne .tutori per le viti..
L’ultimo segno di coltura; poi viene una rivoluzione di roba tormentata che sta tra il fango e la bava della ghisa.
Passiamo in un’ altra funicolare. Prendiamo una strada di cenere che fa corona, larga per tre persone; e uno grosso va avanti preceduto da due guide che lo afferrano ciascuna per una mano. Barcollano tutti e tre come ubriachi, per la forza d’inerzia del grosso; ma barcolliamo tutti per un vento di tramontana che ci volge addosso una coda di fumo; sotto, non più che a un’altezza d’uomo, il monte galleggia sopra un mare di buio: di visibile, non c’è che – nettissimo! – il collo del monte, come un gran sughero sopra il nulla; c’è anche il cielo freddo; quel collo fumante è come sotto una campana di vetro.

Di fianco, si muove una parete calcitata; l’effetto di un sole che su di essa si diverta a scagliare e spaccare una grandine d’uova; un effetto mobilissimo: un arrugginirsi del giallo~ e un brillio nella tarlatura come d’una traccia di lumaca; e un raggrinzirsi fosco e stridente della parete.
Ci fermiamo un momento. Con il vento che fa, dobbiamo rinunziare a vedere il cratere. Ma le guide hanno qualche cosina da mostrarci.
La comitiva riparte. M’ero distratto a consolare una bambina belga, rimasta a piangere con la mamma, mentre il fratello era partito con gli altri per la grande avventura. Quando mi decido a partire anch’io, gli altri sono lontani. Giro a sinistra, e mi metto a correre sul lapillo in salita: è una fatica, col fumo che s’è fatto molto denso e pieno di esalazioni di zolfo, d’odore d’uova marce, quel pizzicore in gola, quel sapore di sangue che sale in bocca.

Ora li rivedo, i compagni. Sono in un avvallamento che da lontano si scambierebbe per un ‘;panettone croccante; e, quei compagni, sembra di assistere a una gara di corse nei sacchi. Vanno verso una fumarola, e arriva naturalmente prima il grosso, strascicato dalle guide, come una vacca stralunata.
Scendo anch’io. Il colore dell’ambiente è quello d’una zucca; la materia, come quella d’un granchio abbrustolito; e non vi lascia mai il timore che, crac!, il crostone si spezzi, e si resti inghiottiti; l’aspetto è quello d’un mucchio di budella.
Arrivo anch’ io alla fumaroletta. L’orifizio si presenta come un palato: una tumefazione cristallina che va dal senso del sangue a quello del verderame: simile è la bocca del coccodrillo addormentato; e quel poco fumo che ne esce la stuzzica come un frullo di moscerini.
L’uomo grosso non ci passerebbe. Dopo le macchie di spasimo dell’orlo, viene la perdizione a imbuto del vuoto buio della gola.

Risaliti in vagone, un vecchietto di Portici che m’è seduto accanto mi fa le sue confidenze:
“Le pare buono, il nostro vulcanello? L’avesse visto nel 1906, brrr!” E vuoI farmi vedere un’ infinità di cose, ma c’è quel benedetto lenzuolo di fumo che giù copre tutto, e le sue braccia che vanno a destra e a sinistra accompagnando un gran dimenarsi del capo, non m’indicano nulla.
“A Napoli c’è ancora sulle cornici delle case la cenere caduta allora.
Il vento la portò sino in Germania e in Francia. In un’ altra eruzione, mille anni fa, sino a Costantinopoli”.
Mi mostra la vecchia stazione della funicolare, colle putrelle tutte contorte e segni di fumo sopra un brandello di muro, domestici come macchie del focolare d’una casa di campagna.
“Si mise prima a brontolare come la pancia dopo una scorpacciata di fagioli. Mi sveglio e dico: “Qualche cosa bolle in pentola”. Seguì un rotolio e un fracasso quando agganciano i vagoni d’un treno merci;
sul fianco s’apre una bocca, e la lava si mette a scendere piano piano.
Il monte urlava, fischiava, si scuoteva tutto, soffriva… “.
“I dolori d’un parto titanico” faccio, per fare anch’io un’immagine spagnola.

“Sembrava sempre più preso in un interno ingranaggio stritolante.
Era tutto crepe, dalle quali usciva l’acqua fumante. Poi esplose un altro cratere, e la terra tremò, e tutti i vetri di Boscotrecase andarono in pezzi. Avesse visto la lava: era un fuoco bianco come il sole, e arrivò a Boscotrecase e l’incendiò. Fra boati si aprì un terzo cratere.
Dai crateri salivano i pini di fuoco di Plinio il Vecchio, alti mezzo chilometro…”

Il professore Malladra m’ha mandato incontro un carabiniere per accompagnarmi all’Osservatorio. L’Osservatorio si trova in una casa fabbricata un centinaio d’anni fa, in quello stile che non stanca gli occhi, dei libri stampati dal Bodoni. Il professar Malladra, colla sua magra persona, alta e svelta, e come di legno, i suoi passettini, i suoi occhi pungenti e ridenti, m’accoglie festoso. Ama le lettere. E nelle ariose sale affrescate vedo altri carabinieri. In questa casa dove l’ordine è esemplare, i carabinieri prestano aiuto in tante cose, nel tenere al corrente le schede della biblioteca, nella manutenzione degli apparecchi, ecc., ed hanno per l’uomo sapiente e coraggioso che la dirige, un affetto filiale. E saranno i primi ad accorrere in caso di pericolo.

Malladra mi parla di questo monte d’oro per le sue ricchissime risorse agricole e industriali: è una bestiaccia generosa: toglie uno e restituisce mille! Mi parla dei suoi predecessori nella direzione dell’Osservatorio, emuli di Plinio il Vecchio, di Luigi Palmieri che “durante l’eruzione del 1872, mentre le lave circondavano l’Osservatorio, studiava tranquillamente i fenomeni elettrici della cenere che oscurava il cielo”; di Raffaello Matteucci, l’eroe dell’ eruzione del 1906, che nell’ osservare la traiettoria dei proietti fu mortalmente colpito al ginocchio da un masso incandescente; di Giuseppe Mercalli che “dopo avere sfidato per trenta anni l’ira dei vulcani doveva soccombere carbonizzato da una stupida fiammella”.

“Il Vesuvio è il tipo del vulcano da laboratorio. L’uomo coi pozzi e le gallerie s’è reso signore della terra; con lo scandaglio e lo scafandro ha dominato l’acqua… Ha conquistato l’aria… Riuscirà ad impadronirsi del fuoco e ad agire liberamente nelle più alte atmosfere”.

Anche per quanto riguarda la prosa si può dire, forse, quanto ebbe a riconoscere la critica per la poesia di Ungaretti: una poesia «fulminea e nuova», carica di suggestioni formali, certamente innovativa rispetto alla nostra tradizione.

Giuseppe Ungaretti morì nel 1970. La nostra Resina fu uno dei primi comuni d’Italia ad intitolargli una scuola.

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Il viaggio di Stendhal e la sua gita ‘ncopp’ ‘o Vesuvio
stendhal

Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle (l783-1842) e noto esponente del romanticisnio francese, ebbe interessi artistici e musicali, come possiamo ricavare dalle pagine di Rome, Naples et Florence, diario di un suo viaggio in Italia compiuto nel 1817.

Henry Beyle (L 783-1842), più noto come Stendhal, fu romanziere e saggista francese fra i più significativi. Funzionario dell’ amministrazione napoleonica, partecipò alle campagne d’Italia, Austria e Prussia, poi, con la caduta del Primo Impero, soggiornò a Milano fino al 1821. Trasferitosi a Parigi, tornò in Italia come console (1830) a Trieste, poi per un decennio a Civitavecchia. Romantico per il gusto delle passioni violente, egli supera ogni determinazione di scuola nell’ analisi lucida, intelligente ed ironica di situazioni psicologiche ed ambientaIi.
Quella pubblicazione è ricca di pagine interessanti, come – ad esempio – il compendio di una visita al Museo Ercolanese di Portici:

«Mentre uscivo dal museo delle pitture antiche a Portici, ho incontrato tre ufficiali della marina inglese che vi entravano. Ci sono ventidue sale. Sono partito al galoppo per Napoli; ma, prima di essere al ponte della Maddalena, sono stato raggiunto dai tre inglesi, i quali la sera mi hanno detto che quei quadri erano ammirevoli e tra le cose più straordinarie dell’ universo. Hanno trascorso in quel museo dai tre ai quattro minuti.
Quei dipinti, tanto notevoli agli occhi dei veri amatori, sono affreschi tolti a Pompei e ad Ercolano. Non c’è affatto chiaroscuro, poco colore, abbastanza disegno e molta facilità Il Riconoscimento di Oreste e di Ifigenia in Tauride, e Teseo ringraziato dai giovani ateniesi per averli liberati dal minotauro, mi sono piaciuti.

C’è in essi molta nobile semplicità, e niente di teatrale. Assomigliano a brutti quadri del Domenichino, tenendo conto che in essi ci sono diretti di disegno, che in quel grande non si trovano. Si trovano a Portici, tra una serie di piccoli affreschi sbiaditi, cinque o sei pezzi essenziali, della grandezza della Santa Cecilia di Raffaello. Quegli affreschi adornavano una .stanza da bagno a Ercolano»

Sempre con. riferimento a Portici, ecco invece il resoconto di una serata mondana:

«15 luglio. Serata dalla signora Tarchi Sandrini a Portici. Salotto delizioso a dieci passi dal mare, dal quale ci separa soltanto un boschetto di aranci. Il mare si rompe con un dolce rumore; veduta d’Ischia; i gelati sono eccellenti. Sono arrivato troppo presto; vedo arrivare dieci o dodici donne che sembrano scelte tra quanto Napoli ha di meglio. La signora Melfi ha condiviso per tre anni l’esilio del marito; ha trascorso tutti gli inverni a Parigi; è arrivata scortata da venti o trenta casse di roba all’ultima moda. La circondano, la ascoltano»

Naturalmente, a noi interessano maggiormente le impressioni di una gita al Vesuvio:

«Ieri sono salito sul Vesuvio: è la più grande fatica che abbia mai fatt9 in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita è spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata Bigot de Prémeneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita»

Meno laconico il contenuto di una lettera spedita il 14 gennaio del 1832 ad un amico napoletano:

01-00

«Ieri, dunque, – traduciamo liberamente dal testo originale – alle ore due pomeridiane sono arrivato alla sorgente della lava e vi sono rimasto fino alle due di notte. C’era lassù un monello che vendeva del vino e delle mele, che faceva cuocere sul bordo della lava. Ero in compagnia del signor de Jussieu, che si scottò le mani e le caviglie per aver voluto percorrere un tratto composto di frammenti minuti di lava che si frantumavano sotto i piedi. La salita è orrenda: sono mille piedi di cenere con una pendenza di quarantacinque gradi. Trovando difficoltà ad arrampicarmi su quel piano inclinato, ho immaginato cinque o sei sistemi per rendere l’impresa meno ardua: il più comodo mi sembrerebbe una poltrona rimorchiata da una piccola macchina a vapore su dei tronchi di abete. Il Re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa bella invenzione»

Quarant’otto anni dopo, il 6 giugno 1880, s’inaugurava la ferrovia funicolare, costruita con tutt’altri sistemi che non quello primitivo escogitato e buttato giù da un letterato in un lampo di genio, ma secondo gli enormi progressi delle scienze meccaniche fatti in mezzo secolo, dall’ingegnere Oliveri di Milano. Se poi si aggiunge la ferrovia elettrica, vesuviana, inaugurata il 28 settembre 1903, che portava da Pugliano fino alla stazione della funicolare alla base del cono, si ha nel complesso un’opera grandiosa dell’ingegno umano, la quale rese non più «abominable» l’ascensione al Vesuvio, ma, come voleva lo Stendhal, «ce chemin commode».

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Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.

Giovanni Buonajuto studioso e scrittore made in resina
agosto 19, 2015
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giovannibuonajuto

Giovanni Buonajuto nacque il 9 agosto 1902, secondo di cinque figli, da una famiglia della piccola borghesia dell’ allora Comune di Resina: il padre, Antonio, era disegnatore delle Ferrovie, la madre, Anna d’Ardia, sorella di un noto avvocato che era stato anche sindaco della città. Fu infatti nello studio legale di questi che egli, benché giovanissimo e ancora studente, iniziò la sua attività lavorativa apprendendo, attraverso la stesura di comparse e atti legali, quelle nozioni di diritto che arricchiranno la sua futura attività di docente e di professionista agronomo.

Conseguito il diploma di geometra egli, mantenendosi agli studi con un’ apprezzata e crescente attività professionale, s’iscrisse all’allora Scuola Superiore di Agronomia di Portici dove si laureò, con lode, nel 1929.

Allievo del grande entomologo Filippo SiI vestri e compagno distudi di scienziati e tecnici valorosi come Brizzi, Platzer, Scognamiglio, Giovanni Buonajuto venne subito attratto dalle problematiche della questione meridionale e della condizione contadina; fu presto assistente presso la Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Napoli ed autore di un primo lavoro, “L’economia agraria della zona vesuviana” (Portici, 1930) nel quale espose il risultato delle sue appassionate ricerche sul regime fondiario, il mercato e l’organizzazione della produzione delle imprese agricole dell’ agro ercolanese. Seguirono molti altri scritti, generalmente pubblicati sul Bollettino della Cattedra, “L’agricoltura meridionale” (tra i quali vanno ricordati gli studi sulla coltivazione dell’uva da tavola e dell’albicocco nella regione vesuviana).
Vincitore, nel 1935, del concorso a cattedra per l’insegnamento dell’ agronomia nei R. Istituti tecnici commerciali, Giovanni Buonajuto lascia Resina per Pescara, città dove per oltre un biennio insegnerà agronomia con l’antico fervore di quanti nell’insegnamento vedono realizzarsi una personale vocazione piuttosto che un rassegnato ripiego.
Ma fu dopo il suo trasferimento a Napoli, presso l’Istituto Tecnico per geometri “G.B. della Porta”, che egli intraprese la sua attività più feconda, di studioso e di scrittore.

Impegnato nella definizione di importanti progetti di bonifica integrale (come quelli relativi ai Comprensori di Terra di lavoro, della piana del Sele e del Vallo del Diano) e nell’opera di rilevazione e stima delle imprese agrarie del Mezzogiorno fu, a suo modo, tra i protagonisti del dibattito sulla modernizzazione dell’ agricoltura meridionale che, già in atto alla vigilia della guerra, segnerà, poi, gli anni difficili del dopoguerra e il clima arroventato della nascita della Repubblica; e che impose, soprattutto nella politica agraria, scelte di fondo, come quella tra liberismo produttivistico (per il quale il rinnovamento dell’agricoltura meridionale andava perseguito con la riorganizzazione imprenditoriale e lo sviluppo aziendale dell’ impresa capitalistica) e modelli di solidarismo sociale e di collettivismo agrario che, pur nella loro diversità, fondavano entrambi la trasformazione agricola del Mezzogiorno su una politica di frazionamento delle terre e di diretto intervento economico ed assistenziale dello Stato.

Di un equilibrato indirizzo neoliberista, Giovanni Buonajuto fu, sulle pagine del “Mezzogiorno Agricolo” -diretto da Mario Florio -convinto assertore e divulgatore, con una serie numerosissima di articoli e, talora, di veri e propri saggi, che, analizzando criticamente il regime del latifondo, rifiutava ogni tutela ideologica agli interessi della proprietà assenteista meridionale. “Non è concepibile nella società attuale -egli affermava nelle sue “Considerazioni e proposte in tema di riforma agraria” del 20 settembre 1946 -che il proprietario limiti la propria funzione alla sola percezione del reddito. Ne consegue che bene fa lo Stato, ogni qualvolta si verifichino, per grandi possessi terrieri, basso livello di produzione ed assenteismo del proprietario, ad intervenire mediante l’esproprio o l’occupazione “.
Ed infatti non nutriva dubbi sull’opportunità di una riforma fondiaria che abolisse il latifondo purché fosse chiara la prospettiva economica e politica entro cui attuarla. E, quasi presagendo le difficoltà dell’ ag~i~oltura meridionale nell’attuale contesto comunitario, aggiungeva, che se fossero prevalse esclusive finalità politico-sociali a discapito di quelle propriamente economico-produttive, la riforma agraria si sarebbe risolta col lasciare immutata, di fatto, la tradizionale debolezza economica dell’ agricoltura del Mezzogiorno, perché “… occorre tener presente che la nostra agricoltura dovrà inserirsi in un regime di scambi internazionali e dovrà perciò adattare i propri ordinamenti colturali alla nuova situazione che si verrà a creare. Epperò nell’organizzazione dell ‘impresa e nella scelta dei mezzi e modi di esercizio, l’imprenditore dovrà lasciarsi guidare dal criterio economico di ottenere dalla terra il più alto rendimento ed a minor costo”.
Ma la classe politica del tempo, per dirla con le parole di Giovanni Aliberti -che questi scritti di economia e politica agraria, tra gli altri, ha rivisitato e apprezzato in un suo successivo lavoro (“Ceti produttivi e questione agraria: lineamenti di un programma liberista nel Mezzogiorno del secondo dopoguerra “, Roma, 1982) -non volle nè aveva interesse a raccogliere un messaggio che imponeva di affrontare i rischi di una scelta politica che proponeva di “coordinare l’assegnazione delle terre con un preventivo piano di miglioramento… “.

Assiduo dell’ambiente crociano di Napoli e sodale di Mario Florio, Guido Cortese e Francesco Compagna, egli, dopo una breve parentesi d’impegno civile nelle file del liberalismo napoletano, spesa nella ricostituzione dell’ omologo circolo di Resina, si dedicò, dal 1948, esclusivamente all’insegnamento e agli studi -come quelli sulla questione meridionale, la semplificazione delle leggi fiscali e la socializzazione agraria in URSS, (pubblicati, in varie riprese, sul Mezzogiorno Agricolo) -raccogliendo una vasta biblioteca privata, soprattutto specialistica, ricca di migliaia di volumi: raccolta, che alla sua morte -avvenuta il 26 gennaio 1955, a soli 53 anni e nel pieno della sua maturità di studiosofu donata, dalla moglie e dal figlio, al Comune di Ercolano.
Della sua attività di professionista e studioso, circondato da stima e rispetto generali, vi fu, il giorno dei suoi funerali, inusitata testimonianza di popolo; della sua opera di docente e della profondità del suo insegnamento restò la commozione degli allievi, dei colleghi e del Presidente del “G.B. Della Porta” che, disponendo una giornata di “Lutto dell’Istituto”, ne ricordarono le doti di “docente coltissimo e maestro impareggiabile”; dei suoi studi, e dell’ amore per la sua Ercolano, resta oggi, con i suoi scritti, la Biblioteca che il Consiglio comunale volle unanimamente intestare al Suo nome.

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.