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La strada che porta alla montagna l’attuale via semmola una storia lunga quattro secoli
FOTO 8 - Secondo Dopoguerra
FOTO 1 - VEDUTA ATTUALE

Foto 1 – Veduta attuale

 

Via Giuseppe Semmola è attualmente interrotta dal cavalcavia posizionato e mai ultimato in occasione della realizzazione della terza corsia dell’autostrada Napoli-Salerno: è l’ultimo dei torti subiti da una delle strade più belle e signorili di Ercolano. Questa foto ne sintetizza la bellezza ancora visibile in qualche punto: ritrae quattro tra le ville più rappresentative per stili, epoche di costruzione e stato di conservazione attuale. In basso, a sinistra, c’è villa Raja, in cattivo stato di conservazione, costruita nel 1850 ed oggi solo parzialmente abitata; a destra vi è uno scorcio della facciata di villa Rossano, realizzata nel primo dopoguerra in timido stile liberty e oggi abbandonata e fatiscente.

Alle spalle, oltre la trincea non visibile dell’autostrada, vi sono due eleganti ville, perfettamente tenute: villa Rivellini, a sinistra, è più antica, probabilmente di fine Settecento, almeno un primo nucleo, e presenta un’ampia terrazza laterale affacciata sul golfo di Napoli; villa Falco, già Betocchi, fu realizzata a fine Ottocento e sviluppata con una stretta facciata sulla strada e il lato lungo verso le vedute opposte del mare e del Vesuvio.

Intorno vi sono gli innesti del Novecento, in qualche caso scempi di edilizia successiva al secondo dopoguerra: ville private e condomini che ancora conservano fazzoletti di verde, sono sovrastate da una fitta corona di edifici sulla fascia cofrrllinare del Vesuvio dai quali si staccano a sinistra, sul colle del Salvatore, l’Eremo in giallo e l’Osservatorio Vesuviano in rosso. Il complesso vulcanico chiude lo scenario con una linea perfetta e al tempo stesso elementare come un disegno di un bambino: il profilo di donna del Monte Somma, il colle Umberto simmetrico che separa i volumi, il cono del Vesuvio come un trapezio preciso che solo da qui, dal 1944, è visibile diritto, senza la gobba che lo caratterizza da ogni altra veduta.

Adesso facciamo un salto nel tempo: scendiamo dal luogo da cui è scattata la foto, un edificio di cemento armato che fu alzato insieme ad altri su via Panoramica quasi a sfregio di questo pezzo di storia di Resina e saliamo sul tetto di villa Raja.

Foto 2 - Veduta del 1901 – Archivio fotografico dell’Osservatorio Vesuviano

Foto 2 – Veduta del 1901 – Archivio fotografico dell’Osservatorio Vesuviano

Siamo in un freddo inverno del 1901 e le due ville sono lì come oggi: villa Rivellini presenta qualche leggera differenza stilistica nelle finestre e negli stucchi; di fronte, villa Falco si offre nella perfezione di un edificio appena realizzato e nel suo parco antistante le giovani piante non ancora svettano come oggi a fare ombra sulla facciata. Tra le due ville fanno capolino più o meno gli stessi edifici in entrambe le foto; a sinistra di villa Rivellini si distingue netta la villa dei Semmola, dietro un muro di cinta, costruita probabilmente nella prima metà dell’Ottocento dopo che Vincenzo Semmola nel 1839 acquistò parte della Real Fagianeria. Se la foto fosse a colori, sarebbe un tripudio di verde fino al vulcano: la “signora” del monte Somma, con una spolverata di neve sul viso, guarda come oggi il cielo sopra Resina e il colle Umberto si presenta più brullo data la sua giovanissima età: solo sei anni prima non c’era e tra il 1895 e il ’99 si formò lentamente in seguito a una  lunga e blanda fase eruttiva di tipo effusivo. Con la sua sagoma tondeggiante  andò a porsi tra il Gran Cono e l’Osservatorio che è visibile come oggi sul colle del Salvatore.

A quel tempo era l’unica costruzione (oltra alla chiesetta del Seicento) visibile in quanto l’hotel Eremo venne realizzato da Thomas Cook l’anno dopo, nel 1902, insieme alla Ferrovia del Vesuvio. Sulla destra il cono, innevato sul versante settentrionale, si presenta completamente diverso: la sommità è dominata da un conetto eruttivo che gli conferisce una forma più appuntita dell’attuale e dal quale fuoriesce un abbondante fumo spinto verso est dal vento. Il versante meridionale appare con due grossi scalini, uno all’altezza dell’attuale sommità, l’altro a metà, ed oggi scomparso.

Ma andiamo ancora indietro con la storia e leggiamo la sua evoluzione attraverso qualche mappa storica. La strada fu realizzata sul braccio di lava del 1631 che raggiunse Pugliano; accanto ad essa, Carlo di Borbone, nel 1758, acquistò un ampia area boschiva, il cosiddetto bosco di San Marco, creando la Real Fagianeria, e annettendola alle proprietà reali che per decreto dello stesso sovrano appartenevano a Portici: così quel pezzo di territorio di Resina  divenne territorio di Portici nonostante ne fosse fisicamente separato.
Il tratto basso dalla strada che va da via Trentola all’innesto di via Ulivi è riportato sulla mappa Carafa, nota anche come Mappa del Duca di Noja, del 1775; in quel punto, purtroppo, la grande e preziosa mappa di Napoli e dintorni finisce.

FOTO 3 - MAPPA CARAFA 1775

Mappa del Duca di Noja, del 1775

Fino a lì sono riportati due edifici, entrambi a sinistra salendo da Pugliano: il primo è il nucleo originario del bel palazzo che fu abbattuto a inizio degli anni Ottanta del Novecento per far posto a un moderno condominio, l’altra è una palazzina ad angolo con via Ulivi. Di qualche decennio successiva, la mappa del La Vega fu realizzata a cavallo tra Settecento e Ottocento e allunga la visuale sul tratto superiore, quello che oggi è a monte dell’autostrada.

FOTO 4 - MAPPA P. LA VEGA FINE 700

Foto 4 – Mappa Pietro La Vega Fine 700 inizio 800

 Ripropone i due edifici della Mappa Carafa e aggiunge proprio villa Rivellini, anche se la pianta quadrata non rispecchia quella realmente realizzata, e un piccolo edificio di fronte.

FOTO 5 - 1835

Foto 5 – Mappa Real Officio Topografico 1835 – Archivio dell’Istituto Geografico Militare

Nella mappa topografica e idrografica del Real Officio Topografico del Regno di Napoli del 1835 la via è tracciata diritta e gli edifici meno definiti; sono confermati tutti quelli precedenti oltre che due nuovi piccoli edifici collegati alla via principale da viali di accesso. Quello sul lato sinistro potrebbe essere la villa di Vincenzo Semmola; l’edificio più vicino a Pugliano viene denominato “Giorgio”. Questa mappa è preziosa perché riporta per la prima volta il nome della strada, ossia Via del Salvatore, in quanto conduceva al colle e alla chiesetta del Salvatore. Infatti da lì salivano i viaggiatori che ascendevano al cratere facendo sosta alla chiesetta e rifocillandosi presso l’eremita che abitava nei paraggi; nel 1845 fu costruita la strada di San Vito per agevolare l’ascesa al cono anche al transito delle carrozze e a completamento delle opere, nel 1848 l’amministrazione cittadina provvide alla pavimentazione con basoli. In quegli anni – 1845 – era stato inaugurato accanto alla chiesetta il Real Osservatorio Vesuviano, il primo istituto di studio e rilevazione vulcanologica del mondo: per questo, dalla seconda metà dell’Ottocento, la strada venne chiamata via Osservatorio.

FOTO 6 - MAPPA ALLIEVI ISTITUTO TOPOGRAFICO

Foto 6 – Mappa degli Allievi Dell’istituto Topografico Militare 1876 – Archivio dell’Istituto Geografico Militare

Nella mappa degli allievi dell’Istituto Topografico Militare del 1876, appaiono numerosi edifici, costruiti intorno alla metà del secolo: molti formano un fronte compatto nel tratto finale di via Trentola fino a piazza Pugliano e all’inizio di via Semmola si notano l’edificio dell’attuale villa Coppola e poco più sopra, la villa dello scienziato Arnaldo Cantani. L’edificio citato come Giorgio sulla precedente mappa qui viene indicato come Masseria De Giorgi; subito al di sopra di via Ulivi si notano un piccolo edificio sul lato destro di fronte quello da sempre riportato e poco sopra, villa Raja. Villa Rivellini viene finalmente citata come tale e di fronte il piccolo edificio delle precedenti mappe sembra leggermente più grande; procedendo verso il Vesuvio a sinistra viene indicata villa Semmola con due fabbricati affiancati  e di fronte Casa Mennella. Da questa in poi, le proprietà vengono citate con la C. (Casa) segno che la parte signorile e residenziale finisce proprio con la villa dei Semmola. Due anni dopo, nel 1878, iniziò la costruzione della Funicolare del Vesuvio, inaugurata il 6 giugno del 1880.

Era un’opera tecnologicamente all’avanguardia che permise una comoda e rapida ascesa al cratere e fu ampiamente pubblicizzata dalla celebre canzone Funiculì Funiculà. La visita al Vesuvio divenne uno dei più importanti percorsi del turismo di massa ante litteram e la sonnolenta e tranquilla strada di collina divenne il transito “frequente” delle carrozze provenienti da Napoli: Thomas Cook, il primo grande imprenditore del turismo internazionale, dalla sua filiale napoletana in Piazza Vittoria, organizzò e pubblicizzò nel mondo un servizio di carrozza per il Vesuvio fino alla stazione inferiore della funicolare.

Il progresso della tecnica accompagnava la vita mondana che faceva di Resina, come i paesi vicini, una delle mete dell’aristocrazia e della borghesia delle professioni e dell’impresa. Se a Portici il bel mondo villeggiava lungo la nuova via (attuale via Diaz) e la collina di Bellavista, a Resina erano due i luoghi di mondanità: il Miglio d’Oro, con le splendide ville del Settecento, e Pugliano, come veniva genericamente indicata l’area dalla piazza alla collina, intorno all’attuale via Semmola; benché più appartata e meno splendida del largo e rettilineo celebre miglio, la via dell’Osservatorio era il rifugio delle famiglie della borghesia locale e napoletana: scienziati e imprenditori avevano scelto la collina di Pugliano come buen retiro, lontano dal caos della metropoli partenopea e facilmente raggiungibile anche in treno o tram: Arnaldo Cantani (1837-1893), fu uno dei più insigni medici italiani dell’Ottocento, nominato Senatore del Regno d’Italia; Vincenzo Semmola (1794-1886) discendeva da una illustre famiglia di Brusciano, i cui membri erano celebri giuristi, docenti universitari e medici: fu avvocato ma divenne famoso per gli studi sui vitigni vesuviani che coltivò nella sua proprietà resinese acquistata dalla famiglia reale nel 1839; Giuseppe (1853-1920), a cui l’Amministrazione Comunale dedicò la strada dopo la sua morte, fu deputato del regno d’Italia nella XVII Legislatura (1890-1892); un altro Semmola, Eugenio (1836-1911), fisico,  fu Direttore dell’Osservatorio Vesuviano tra il 1896 e il 1903. Intorno a loro i Rivellini, i Betocchi, i Raja, i Falco, i Coppola.
Le cronache mondane tra fine Ottocento e inizio Novecento attingevano a piene mani dalle feste estive che si tenevano soprattutto nelle grandi ville del Miglio d’Oro ma non disdegnavano gli echi provenienti da Pugliano: così recitavano i Mosconi, rubrica curata da Matilde Serao: il 14 luglio del 1900 “il ‘sempreverde’ poggio di Pugliano, a Resina, si è arricchito di un ritrovo delizioso, ‘Le Tavernelle’, a Villa Raja, là dove comincia la pittoresca via dell’Osservatorio; posizione paradisiaca, servizio perfetto, chioschi elegantissimi: un vero eden per gli amatori di gioconde e fini scampagnate”; il 25 luglio dello stesso anno segnala “a Pugliano, Villa Betocchi, l’avv. Ignazio Carabelli con la famiglia”; il 23 settembre “auguri, a Villa Raja, all’ing. Heinrich Dreiber, direttore della ferrovia funicolare del Vesuvio”; il 27 settembre 1901 “lascia Pugliano il prof. Roccatagliata…”; il 20 luglio del 1905 vi è una dettagliata descrizione dei villeggianti di Pugliano: “… sull’amena collina sono arrivati: a Villa Betocchi, il barone De Grazia e famiglia; a Villa Rivellini, il consigliere provinciale Ravone, il dottor Salvatore Buongiorno, il signor Raffaele Ravone;  a Villa Semmola, il prof. Giuseppe Semmola e signora, l’avv. Carlo Semmola; a Villa Guadagno, l’ammiraglio Micheli; a Villa Cozzolino, la signora Santulla; a Villa Raja, il signor Gennaro Ravone; a Villa Cantani, Antonio Texeira, console del Portogallo; a Villa De Vita, il maggiore Romano, la contessa Soderini, il cav. De Vita, il signor Buonomo e figlie; a Villa Coppola, l’ing. Moser, miss Elena Kirmes, l’ing. Reale; a Villa De Luise, il dott. Donadoni; a Villa Irene, la signora Galante Rossi e famiglia; il 4 agosto del 1906 è segnalata una “festa a Pugliano, in Villa De Vita”; l’8 luglio del 1908:

“Ospiti importanti nelle ville De Vita, Coppola, Betocchi, Semmola, Cassitto, Elga, De Luise, Aveta e Irene”; il 7 luglio 1910 è annunciato “Cesare Betocchi e la consorte, Cristina Manzi, nella loro villa a Pugliano”, e il 15 luglio 1917 “Salvatore Cosenza a villa Falco”, segno del passaggio di proprietà della grande villa; il 22 luglio dello stesso anno “la contessa Emilia Garolla a villa Rosa, a Pugliano”; il 4 agosto 1918 Eugenio Minci, barone di Sant’Elena, a Villa Formisano a Pugliano”; il 22 luglio 1922 l’illustre Giuseppe Lustig, presidente della Corte d’Appello, è a Pugliano; il 17 luglio 1925 la signora Rosa della Noce Ferrante col marito, capitano Edmondo della Noce, a Pugliano, villa Rossano; il 7 agosto 1928 Riccardo Cucciolla è a Villa Falco; il 21 agosto 1935 sono segnalate la signora Funari nella propria villa e la Signora Rosa della Noce Ferrante e figlia Antonietta a Villa Rossano.

La strada ancora una volta fu al centro dell’evoluzione dei tempi: nel 1929 venne inaugurata l’autostrada Napoli – Pompei, seconda strada a scorrimento veloce in Italia (dopo la Milano-Laghi, inaugurata qualche mese prima); la larga arteria passava al di sotto del livello di via Semmola, con una trincea scavata nelle colate laviche del 1631, proprio davanti alle ville Rivellini e Falco e scavalcava la ferrovia del Vesuvio; via Ulivi fu rettificata e, entrando nel territorio di Portici della ex Fagianeria, raggiungeva con una rampa finale l’autostrada: qui una palazzina in stile pompeiano costituiva il casello per il pedaggio. L’apertura dell’autostrada aveva stimolato le attività turistico-ricreative negli immediati paraggi: nello stesso anno, proprio al di sopra di Santa Maria a Pugliano, nella palazzina ad angolo tra via Fevolella e via Madonnelle veniva inaugurato l’Albergo Vesuvio (popolarmente noto come l’albergo d’ ‘a pacchiana) con appena sei camere; Luigi Sapio avviò la costruzione di edifici destinati ad albergo ma mai realizzati; di questi, quello in stile liberty con colonne divenne una nota manifattura di coralli. In questi anni la diffusione delle auto e dei torpedoni per i turisti portarono i primi flussi di traffico veicolare anche sulla via dell’Osservatorio, che era percorsa per raggiungere la nuova autostrada o, da qui, per scendere verso gli scavi.

FOTO 8 - Secondo Dopoguerra

Foto 8 – Secondo dopoguerra

La seconda guerra mondiale segnò la fine dell’epoca d’oro di Resina quale stazione di villeggiatura: i danni dei bombardamenti (sul Miglio d’Oro e lungo l’autostrada), la povertà diffusa e la mancanza di alloggi trasformarono il volto della città e i villeggianti della belle epoque e del ventennio fascista non fecero più ritorno. Il boom economico degli anni Cinquanta portò nuovamente ripresa economica e benessere che in tutta Italia fu coniugata nella incredibile avventura della speculazione edilizia con l’espansione smisurata e incontrollata delle città e la scomparsa di intere aree di verde sotto colate di cemento. Se da un lato fu garantita la possibilità di acquistare case comode e nuove a tutti gli strati sociali, dall’altra si permise un selvaggio deturpamento dell’urbanistica preesistente, senza rispetto per i centri antichi e per il patrimonio immobiliare: i grandi palazzi d’epoca furono lasciati in decadenza, spesso occupati dagli strati meno abbienti della popolazione, a favore dei condomini multipiano costruiti a distanza ravvicinata. I primi innesti moderni al tessuto urbanistico avvennero con gli edifici di edilizia popolare realizzati di fronte l’albergo Ercolano e con la scuola elementare progettata da Luigi Cosenza.

Per la prima volta la veduta della collina retrostante la basilica di Pugliano fu alterata da blocchi di edifici che ostruirono la stupenda cornice di ville e villini. Intanto la gloriosa ferrovia del Vesuvio, dopo appena mezzo secolo di vita, venne dismessa a favore dei servizi di autolinea, così come la celebre funicolare, ancora una volta distrutta dall’eruzione del 1944, fu sostituita da un impianto di seggiovia. Nuove strade vennero tracciate nella campagna pur di moltiplicare gli spazi edificabili: via Libertà a Portici e via Panoramica ad Ercolano sono gli esempi più lampanti. Quest’ultima, inaugurata nel 1961, saliva dal centro della città e con un percorso curvilineo scavalcava la ferrovia Circumvesuviana e raggiungeva via Ulivi, permettendo un rapido collegamento tra gli scavi – e il centro – e l’autostrada evitando via Trentola e via Semmola che diventavano sempre più inadeguate a sostenere il crescente traffico veicolare. L’innesto con via Ulivi avvenne proprio ai piedi di villa Raja e villa Rossano, sacrificando la palazzina del ristorante Scannapieco, alquanto noto a Resina e dintorni. Come già avvenuto nella parte bassa della nuova strada, vennero edificati palazzi a cinque e più piani fino all’incrocio con la storica strada, creando una orribile cortina dinanzi a quelle ville che fino ad allora avevano goduto di uno dei panorami più celebrati al mondo. Altri edifici residenziali furono realizzati lungo tutta la strada, qualcuno anche di pregevole fattura moderna, altri decisamente squallidi e inadeguati rispetto al suo decoro e all’antico splendore.

Oggi ci resta solo il ricordo e qualche scorcio da cartolina di quell’irripetibile epoca d’oro.

Bibliografia:
M.Carotenuto Ercolano attraverso i secoli, Napoli 1980
M. Carotenuto Tra il Vesuvio E il Mare. Luoghi, persone, tradizioni, Napoli 2009
M. Gaudio Ercolano e il Vesuvio. Luoghi, tradizioni, vicende, Ercolano 1990
C. Parisi Ercolano. Profili e figure VI volume, Ercolano 2005

 

Informazioni autore Domenico Maria

Laureato in Economia e Commercio, è appassionato di storia e, in particolare, di storia locale. Sta effettuando uno studio comparato tra le vicende storiche di Resina, Portici e Torre del Greco e il loro sviluppo nel corso dei secoli. Ha lavorato presso il Patto Territoriale del Miglio d’Oro e Tess Costa del Vesuvio. Tra il 2000-2005 è stato consigliere comunale di Ercolano.

Hygeanopoli un progetto per Resina
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Nel 1893 a Portici venne inaugurata l’attuale via A.Diaz. La strada, larga e quasi rettilinea, saliva alla collina di Bellavista, dove fu realizzata la piazzetta (oggi piazza Poli) e l’albergo omonimi. La strada completò il programma di ammodernamento urbanistico avviato vent’anni prima dal sindaco, il veneto Gaetano Poli, con la realizzazione di corso Umberto I, piazza San Ciro e piazza S. Pasquale. Con questi interventi Portici acquisì un volto moderno, elegante e divenne una piccola ville lumiere ai piedi del Vesuvio, con caffè, teatri, bagni, uffici e negozi di qualità. Via Diaz rappresentava il prototipo urbanistico che si andava diffondendo in quegli anni in Europa e in Italia della strada “borghese”, ossia organizzata con un’ampia carreggiata, marciapiedi, elegante arredo urbano, servizi idrici e di fognatura, e accoglieva ai suoi lati quella tipologia abitativa destinata al ceto borghese emergente: il villino unifamiliare con giardino. Questo aveva una dimensione edilizia autonoma (come il vecchio palazzo nobiliare) ma più intima, più facilmente gestibile ma nondimeno priva di lusso e bellezza a cominciare dai cancelli e le aiuole a vista sulla strada. Fu il trionfo dello stile neogotico prima e dell’art nuveau – che in Italia fu chiamato “liberty” – poi.

Tutto questo preambolo per dire che anche Resina ebbe una simile occasione, solo che non la sfruttò.

Tutto nacque dalla tragedia del colera del 1884 a Napoli e provincia che pose per la prima volta in maniera seria il problema del risanamento delle infime condizioni igienico-sanitarie esistenti nei quartieri popolari di Napoli. Il progetto di risanamento della città di Napoli fu voluto dal governo e portò allo sventramento dei luoghi più degradati dove era stato maggiore il contagio: furono aperte ampie strade sul modello dei boulevard parigini: corso Umberto I, Via Depretis, piazza Borsa, piazza Nicola Amore, via Duomo (fu allargata e rettificata la stretta via esistente), la galleria Umberto I, e con il materiale di risulta fu fatta la colmata a mare e realizzati il quartiere di Santa Lucia, via Caracciolo e via Partenope.  

Francesco_CrispiFrancesco Crispi, Primo Ministro e Ministro dell’Interno, nel 1887 aveva visitato Resina che tre anni prima fu uno dei comuni più colpiti dall’epidemia. Impressionato dal degrado igienico-sanitario dei vicoli del paese, il 16 agosto conferì un incarico all’arch. Giulio Melisurgo di redigere un piano urbanistico per il risanamento di Resina. Melisurgo, l’architetto che a Napoli aveva progettato via Caracciolo, Via Partenope e la ferrovia Cumana, un anno dopo, nell’agosto del 1888, presentò un piano denominato Hygeianopoli Ercolanese, un nome che evoca la dea greca della salute, Igea, a sottolineare la finalità di risanamento igienico, e la città antica di Ercolano.

Il piano complessivo prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri a ridosso dell’esistente nucleo storico di Resina, un enorme triangolo tra Pugliano, Villa Campolieto e i confini con Portici, lungo la via regia. Dalla pianta emergono due aree: il quartiere che si estende ad est del centro antico e i quartieri residenziali a “isola” dislocati al di sotto dell’attuale corso Resina.

Il grande quartiere a est è il cuore di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Resina. Presenta un asse principale chiamato corso Francesco Crispi che parte da una zona a nord di Pugliano, pressappoco dov’è l’attuale via N.M.Venuti, e termina di fronte villa Campolieto. Lungo oltre un chilometro, è affiancato da grandi case quadrate e singole con giardino posteriore. A sinistra di esso altri due viali paralleli e di lunghezza simile ripresentano lo stesso schema, ma con abitazioni più piccole. A destra, uno spazio edificato con tipologie abitative miste, occupa l’area tra piazza Pugliano e via Ortora. L’intero quartiere è attraversato da viali longitudinali che connettono le parti appena descritte. Uno di questi viali, che incrocia l’asse principale più o meno a metà di esso, si allarga in un’ampia piazza ovale, denominata Foro Italico, a ridosso di via Trentola e via Dogana, e forma una piazza quadrata all’incrocio con l’asse principale. Questo termina dinanzi villa Campolieto con un’altra grande piazza quadrata, detta “Piazza della Favorita”.  

 

I quartieri al di sotto di corso Resina sono isolati tra loro ma collegati da viali che attraversano i campi o che incrociano il corso. Essi presentano due tipologie abitative che, probabilmente, sono destinate a distinte classi sociali: il quartiere disposto più ad ovest, tra gli attuali via Roma e vico Ascione, comprende file parallele di edifici di piccole dimensioni indicate come “case operai” con piccoli spazi aperti retrostanti e solo poche case quadrate con ampio verde; gli altri quartieri a isola, invece, sono occupati solo da case grandi e medie con ampi giardini. Altri quartieri con casette a  schiera, presumibilmente operai, sono dislocati a nord, su piazza Pugliano e in un’area corrispondente alle attuali via Semmola e via del Corallo.

Le ragioni della mancata realizzazione, anche parziale, dell’ambizioso progetto si potrebbero rinvenire tra le carte dell’archivio comunale. Il progetto viene citato come uno degli esempi – sia reali che utopistici – di urbanistica dell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento derivati dal modello parigino dei grandi boulevard di Haussmann e similmente coniugati in tutta Europa, da Vienna a Berlino, da Barcellona a Napoli, da Budapest a Firenze. Questi interventi presentavano molteplici chiavi di lettura: rompevano i centri antichi e il loro dedalo di vie strette e malsane, portando più aria e luce; permettevano operazioni militari e di polizia in aree precedentemente inaccessibili e facilmente barricabili in caso di tumulti popolari; davano lustro e spettacolarità al centro urbano con la realizzazione di importanti edifici secondo i moderni gusti del tempo; soprattutto, permettevano una lucrosa speculazione edilizia a vantaggio dell’aristocrazia che possedeva terreni o intere aree del centro e dell’alta borghesia che edificava i suoi palazzi e li fittava o rivendeva a prezzi moltiplicati.  

 Forse per la sonnacchiosa e artigiana Resina quella grande cementificazione ante litteram era eccessiva e non supportata dalle reali esigenze della popolazione; forse la classe politica del tempo non fiutò l’opportunità di cambiare volto alla città come stava avvenendo nella vicina e più frivola Portici.

La storia non si fa con i “se”, ma è lecito immaginare cosa sarebbe stata la nostra città se si fosse messo mano a quel progetto.

Per me, e qui invito architetti e urbanisti a esprimersi con maggiore cognizione rispetto alle mie suggestioni, è un progetto che avrebbe portato grandi vantaggi ma era carico anche di grandi incertezze e problematiche.

Sicuramente anche Resina avrebbe avuto un aspetto monumentale e scenografico di grande rilievo: questi progetti, infatti, prevedevano fughe ottiche, punti focali come statue, colonne, obelischi, fontane e quinte monumentali; le case avrebbero avuto un aspetto elegante, più austero o più frivolo, tra villini e palazzine, con festoni, bifore, torrette, vetrate policrome, cariatidi e così via secondo le mode e il gusto dei committenti. Nelle piazze avrebbero aperto caffè, teatri, banche, uffici, alberghi, sale da ballo, negozi alla moda, grandi magazzini. Una tale espansione edilizia avrebbe attratto la borghesia napoletana e stimolato quella locale, come accaduto a Portici; Resina avrebbe avuto un piccolo centro direzionale con funzioni sovracomunali e ospitato distaccamenti locali di uffici provinciali e nazionali; avrebbe avuto una classe di professionisti, imprenditori, artigiani che avrebbe richiesto una qualità di servizi, funzioni e necessità a cui la classe politica avrebbe dovuto far fronte. Una città così organizzata, con l’interesse turistico generato dagli scavi e dal Vesuvio, avrebbe potuto davvero essere una meta di soggiorno turistico come oggi lo è Sorrento, in quanto le esigenze e le necessità dei turisti stranieri coincidono quasi sempre con quelle delle classi più abbienti.

Ma emergono anche molte ombre. Innanzitutto il progetto non tiene assolutamente conto del tessuto urbano preesistente, se non in misura marginale. I punti di contatto con la città “vecchia” sembrano casuali se non irrispettosi. Ad esempio, la piazza della Favorita, che apre il grande viale Crispi da sud, è posta davanti villa Campolieto, ma la villa vanvitelliana è decentrata rispetto alla piazza, quasi fosse un elemento marginale e fastidioso; come è visibile in quella piazza, i nuovi edifici terminano bruscamente o “divorano” quelli preesistenti. Altrettanto dicasi per gli innesti su via Trentola e sul corso Resina. Ancora peggio, il quartiere centrale tra quelli al di sotto del corso sarebbe stato edificato proprio sull’area degli attuali Scavi, in quanto a quel tempo solo una piccola parte su via Mare era stata portata alla luce. In quel modo si sarebbe impedito per sempre lo scavo a cielo aperto dell’antica città.

Inoltre, il centro storico sarebbe rimasto così com’era: magari sarebbe stato alleggerito del peso demografico con il trasferimento di parte della popolazione nei quartieri operai, in case sicuramente più decorose e dotate di servizi, ma non avrebbe risolto i problemi atavici per i quali era stato pensato il progetto: lo abbiamo visto a Napoli, dove il Rettifilo è solo una quinta elegante che 

 nasconde lo squallore dei vicoli retrostanti o nella stessa Resina, dove dal secondo dopoguerra sono stati realizzati diversi quartieri popolari ma il degrado del centro antico non è stato risolto. Inoltre lo stato o il Comune avrebbero costruito le strade, i servizi e gli edifici pubblici, poi toccava alla borghesia locale e napoletana innalzare le proprie case e avviare le proprie attività: e se ciò non fosse avvenuto? Magari dal centro antico sarebbero partite ondate di occupazioni come successo tante volte nella storia di Resina (vedasi l’ospedale, la clinica Cataldo) rendendo le nuove zone meno appetibili, lasciate nel degrado o sviluppatesi secondo un modello più modesto e senza alcun vantaggio reale.

Fonti bibliografiche e fotografiche:

A.Vella e F.Barbera Il territorio storico della città vesuviana San Giorgio a Cremano 2008 p. 131

E.Manzo (a cura di) La città che si rinnova . Architettura e scienze umane tra storia e attualità: prospettive di analisi a confronto Franco Angeli Editore, Milano 2012

 

Informazioni autore Domenico Maria

Laureato in Economia e Commercio, è appassionato di storia e, in particolare, di storia locale. Sta effettuando uno studio comparato tra le vicende storiche di Resina, Portici e Torre del Greco e il loro sviluppo nel corso dei secoli. Ha lavorato presso il Patto Territoriale del Miglio d’Oro e Tess Costa del Vesuvio. Tra il 2000-2005 è stato consigliere comunale di Ercolano.