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Alfonso Negro, il ricordo a cent’anni dalla nascita
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Assessore oculato e disinteressato, Negro ricoprì più volte -fino al 1975 -la carica di assessore , legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città, a cominciare dal cambio del toponimo Resina in Ercolano.

Origini dell’antica Ercolano

Sull’origine dell’antica città, che affonda le radici in un passato che si muove tra storia e mito, le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi.
Il Chiarini affenna che «si è creduto trarre dal fenicio l’etimologia del vocabolo Herakleion, stante che in quella lingua Heracli vuoI dire ardens igne, e ciò per indicare la qualità vulcanica del suolo dove venne fondata».
Altri riconoscono il nome della città nel siriaco horah kalie, cioè «pieno di fuoco», e nei vocaboli etruschi significanti «vomito di fiamme» per la vicinanza del vulcano.
Alla venuta dei RodI in Campania si dovrebbe invece collegare il toponimo greco, divenuto Hereclena nella pronuncia osca, da cui Hereklanom e, nell’uso comune, Herculanum o Herculaneum.

Dionigi d’Alicarnasso, indulgendo all’ipotesi della saga erculea, ne attribuisce la fondazione al mitico eroe ellenico: questi avrebbe costruito la città che porta il suo nome nel luogo – tra Pompei e Napoli – dove la numerosa flotta, col carico di armenti tolti a Gerione, era approdata.
La leggenda, giunta a noi mutila e alterata, ricorda anche come la fondazione di-Ercolano fosse il frutto dello sfortunato amore di Ercole per Sebetide;figlia di Sebeto, nome tutelare del fiume omonimo. La ninfa, per sottrarsÌ agli assalti del mitico personaggio, abbandonò i giardini paterni
e dalle falde del Vesuvio fuggì verso la riva del mare, implorando l’aiuto di Nettuno. Il dio l’ascoltò: Sebetide fu trasformata in un sasso ricoperto di fiori. Ercole, colpito da quella repentina met~morfosi, diede allora il suo nome al sasso, sul quale crebbe, appunto, la nuova città, l’Herculea urbs.

Al di fuori del mito, ciò starebbe a indicare una città greca di nome e di fatto. I Greci, infatti, erano soliti tributare onori speciali ad Ercole, il loro eroe nazionale, e la storia degli Scavi di Ercolano è ricca di rinvenimenti che confermano quel culto. D’altra parte, è assai verosimile l’affermazione del Maiuri secondo la quale lo sviluppo della città si dovette alla necessità che i Greci della vicina Neapolis ebbero di potenziare i centri minori del golfo con una serie di baluardi costieri (infatti, Ercolano è indicata da Strabone come phrourion o castellum).

Sulla base della pianta di uno dei primi scavatori, nonché come appare con maggiore evidenza dagli scavi finora effettuati, è possibile anche farsi un’idea della sua topografia. La città era disposta su un terreno fortemente acclive, che sporgeva sulla sottostante scarpata con un brusco salto del promontorio.

Le case, distribuite a terrazzamenti e spianate artificiali, digradavano fino al ciglio del precipizio, permettendo la visione del mare anche a coloro che
ne erano più lontani. L’abitato, tuttavia, non si arrestava all’estremità della collina, ma si estendeva fino al porto attraverso fornici di passaggio, che
mettevano in comunicazione i cardines con il sobborgo marino.
I primi abitanti furono gli Osci od Opici (VIII secolo a.C.), che diedero a tutta la regione il nome di Opicia (<<terra di lavoro»). La città nacque come un pagus o vicus, cioè un aggregato di poche abitazioni, senza pianta preordinata, ma non tardò a subire, come detto, l’influenza dei vicini Greci di Neapolis.

Più tardi, nel sesto secolo, vennero gli Etruschi (ovvero i Tirreni di Strabone),cominciarono ad affiuirvi che «di molto si elevarono sopra gli altri popoli d’Italia nella cultura politica, religiosa, artistica». In questo periodo l’influenza commerciale della città, posta sul mare, aumentò ben presto e migliorò sensibihnente anche il tenore di vita dei suoi abitanti.
Nel 474 la flotta etrusca subì una tremenda sconfitta dai Greci, i quali stabilirono il loro dominio su tutto il territorio che da Cuma va fino a Punta Campanella.
La superiore civiltà degli Etruschi e dei Greci segnò una svolta importante nella storia della città, ma è innegabile che questa «rispecchia, per orientazione e distribuzione, la pianta di una città sicuramente greca di origine e d’impianto, cioè di Neapolis».
Anche i Sanniti, subentrati ai Greci nel quinto secolo, continuarono ad abbellire la città, introducendo nella struttura degli edifici interessanti elementi di novità. La casa osca, semplice e senza finestre, fu ampliata e arricchita; l’orto, che l’affiancava, divenne prima giardino e poi quadriportico, rivestito di decorazioni policrome; furono praticate aperture più ampie alle pareti; venne innalzato un primo piano (adibito a deposito di commestibili o destinato alla servitù), al quale fu spesso aggiunto anche un secondo.

foto8

Era l’anno 89 a.C.: tutta la regione fu unificata sotto il segno di Roma. Anche Ercolano divenne un municipum romano. La città ebbe strade, fognature, palestre, basiliche, portici, splendidi monumenti ed un magnifico teatro. Attirati dalla pliniana amoenitas orae e dal clima salubre elogiato da Strabone,artisti,letterati,filosofi, consoli,senatoriopatriziromani,iqualinon lesinarono mezzi ed energie perché il loro soggiorno sul litorale ercolanese fosse il più confortevole possibile. Le case subirono trasformazioni notevoli nella distribuzione e nel numero degli ambienti, arricchendosi di giardini pensili, di balconi, del bagno e di molte opere d’arte.
Furono, infine, edificate ville sontuose nelle quali il culto delle nobili arti della grammatica, della retorica, della dialettica, della musica e della danza si potesse alternare alla serena contemplazione della natura, che in nessun altro luogo del circondario aveva un aspetto così fascinoso. Si spiega, così, la massiccia presenza ad Ercolano di retori e filosofi famosi di Roma, di Napoli, di Atene, di Rodi, di Alessandria, di Pergamo.

Nella città di Ercole era possibile attuare, nella pratica della vita quotidiana, i precetti della dottrina di Epicuro, che qui aveva uno dei suoi massimi rappresentanti, il greco-siriaco Filodemo di Gadara. Questo esimio filosofo-poeta aveva cominciato a villeggiare ad Ercolano verso il 70 a. Cr., vale dire ben 23 anni prima che giungessero a Napoli Virgilio, Lucio Vario Rufo, Quintilio Varo, Plozio Tucca ed Orazio. Nella cittadina campana egli riuscì ad attrarre tanti discepoli, tra i quari, forse, Tito Lucrezio Caro.
Tra gli ospiti più illustri di Ercolano va ricordato soprattutto Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console della Macedonia, nonché proprietario della più grande ed aristocratica residenza di Ercolano, quella Villa suburbana che sarebbe stata poi conosciuta in tutto il mondo per la preziosissima raccolta di studi epicurei e per la più ricca serie di ritratti, in bronzo ed in marmo, di pensatori, oratori, dinasti e strateghi in essa rinvenuti nel XVIII secolo.

Il Nobile, accennando alle ville fatte costruire dai poeti e filosofi che giungevano ad Ercolano, attirati dal fascino dell’intellettualità ellenica che vi si respirava, osserva, tra l’altro: «Cicerone, nelle sue lettere, parla della bellissime ville dei due Fabio; Seneca cita un palazzo dei Cesari, che Caligola tèce demolire perché in esso sua madre era stata tenuta prigioniera da Tiberio; Stazio vanta la sontuosità e principalmente il buon gusto che ne illeggiadriva i palazzi». In effetti, queste case signorili, sparse nella vasta area del suburbio, erano ricche e raffinate. I tablini e i triclini erano ariosi e decorati a stucco dipinto, talvolta con pannelli inclusi nella decorazione parietale come quadri, altre volte con veri e propri affreschi raffiguranti scene e personaggi della mitologia. Il mobilio era di legno, ma con i piedi di bronzo artisticamente cesellati. I pavimenti erano in mosaico. L’acqua era distribuita all’ interno da tubazioni. Il disimpegno delle stanze di soggiorno era assicurato dagli atri e dai peristili.

n benessere della città non fu però determinato, esclusivamente, dalla munificenza degli ospiti, che avevano fatto di Ercolano un centro -si direbbe oggi -di «esponenti dell’alta finanza». Altri fattori concomitanti, infatti, contribuirono ad elevare il tenore di vita degli abitanti: il porto sicuro, le acque pescose, i grassi agnelli celebrati da Plinio e l’abbondanza dei vigneti cantati da Marziale.
Questi benefici si spiegano anche col fatto che la coltivazione intensiva voluta dai Romani mirava a produrre in grande quantità grano, olio e vino eccellente. Commercianti di tutte le razze venivano ad Ercolano per acquistarvi grosse partite di quei prodotti che poi rivendevano nei più lontani porti d’Oriente e di Occidente. Perciò, considerata la fertilità del retroterra e la forte richiesta dei vini sul mercato, Catalano è portato a credere che la vita commerciale di Ercolano non dovette essere di scarso rilievo e tantomeno che la città fosse esclusivo richiamo di filosofi. Contro questa interpretazione osta, peraltro, la convinzione del Maggi: «I Borboni, che con accanimento hanno esplorato il sottosuolo, ci hanno disegnato una piccola città con tre decumani e cinque cardines. Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tale dimensione, sapendo dalle fonti che Ercolano non aveva la vocazione di crescere, soffocata com’era dal Vesuvio, da due fiumi e dal litorale: quindi, senza un retroterra agricolo, premessa di eventuali fortune fondiarie, di iniziative commerciali».

Sulla coltre dell’ antica città greco-romana sorgerà, però, più tardi, l’abitato di Resina, che le prime documentazioni diplomatiche fanno risalire all’anno Mille, quando dell ‘antica Ercolano si era persa addirittura la memoria.
Fu l’invenzione della stampa, avvenuta nel 1445, a operare un profondo rivolgimento nella storia della cultura. La sua influenza, sensibile in tutti i catnpi, coincise particolarmente con la fioritura degli studi umanistici. Non a caso in moltissimi libri stampati in quel tempo, quando cioè i dotti erano intenti a riscoprire i valori e le suggestioni della civiltà classica, ricorre spesso il nome di Ercolano.
Tuttavia, se frequenti erano le congetture o le fantasie letterarie sull ‘esistenza dell’antica città, nessuno contemplava la possibilità di eseguire ricerche o scavi dove Ercolano era sepolta. Per giunta si continuava ad ignorarne l’ubicazione.
Fu solo nel 1684 che un fornaio di Resina, volendo scavare un pozzo, invece di rinvenire acqua, trovò scalette e gradini semicircolari lavorati in pietra vulcanica. In effetti, il piccone aveva picchiato contro il duro sasso delle caveae dell ‘antico teatro di Ercolano. In prosieguo di tempo, il pozzo fu ampliato e perfezionato, e servì ad illuminare dall’alto una parte di quell’edificio.

La storia palese degli scavi, sia pure privati, comincia però con il principe d’Elboeuf, il quale, avendo bisogno di materiale da costruzione per la sua villa al Granatello di Portici, ordinò che si continuasse a scavare «a fior d’acqua di quel pozzo», cioè lateralmente. Si inaugurava così, nei primi anni del ‘700, il sistema dello scavo a cunicolo che, tranne che per una parte della città vicino al mare, sarà l’unico sistema seguito ad Ercolano, almeno fino all”800.

Carlo_di_Borbone_1716-1788Ma la storia ufficiale degli scavi comincia nel 173 8, per volere di Carlo III. Nonostante l’oscuramento e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di sopraelevazione, perforazione e trazione, i valenti collaboratori del sovrano contemplarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosidetta basilica), rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la villa dei Pisoni (o «dei papiri»), riuscendo a portare alla superficie statue, buste, colonne, comici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico, ed altri reperti di pregevole fattura. La notizia della straordinaria scoperta dell’antica Ercolano corse attraverso tutta l’Europa.

Cominciarono così a calare all’ombra del Vesuvio i primi viaggiatori, avanguardie di un esercito che sempre più numeroso avrebbe invaso Ercolano negli anni successivi. Più degli altri, però, concorse a dare celebrità ad Ercolano, Johann Joachim Winckelmann. Da Dresda, dove si era meglio informati che altrove delle scoperte ercolanesi attraverso la figlia di Augusto III diventata poi regina di Napoli, lo studioso tedesco, che fin dalla giovinezza aveva mostrato uno speciale interesse per l’archeologia, giunse a Napoli, nel 1758, con l’intento di fare un reportage su]]e mirabolanti scoperte avvenute nell’antica cittadina campana.

La visione di quei tesori d’arte gli fece esclamare che «lo spirito dell’arte greca si fa sentire persino nelle opere artigiane», e lo spinse altresì a pubblicare due lunghe lettere (indirizzate, rispettivamente, al conte di Briihl e al pittore Fuessly), che risultarono una cronaca vivace e appassionata dell ‘impresa voluta da Carlo III, nonché una relazione stimolante per le valutazioni critiche dei tesori dissepolti.
Le considerazioni del Winckelmann, espresse in queste ed in altre missive (scritte al consigliere Bianconi, medico del re di Sassonia), influenzarono notevolmente il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neoclassiche. I suoi scritti, seguiti nel 1764 dalla monumentale Storia dell’arte presso gli antichi, acquistarono all’antica cittadina grecoromana la faIna meritata di felice punto d’incontro tra l’archeologia e l’arte.
La nuova teoria estetica partiva, infatti, da un centro in cui l’attivismo illuminato dei Borbone stava gettando le basi di una civiltà splendidissima. Sono di quel periodo, infatti, le famose Ville vesuviane, superbi complessi poliedrici dove la conformazione stilistica dell’impianto architettonico si poneva al servizio dell’ambiente.

La storia di quelle ville è nota. Fatte costruire dalle famiglie maggiorenti delle colonie straniere già all’epoca dell’ultimo viceregno, sorsero poi maggiormente -nel secolo XVIII -intorno alla Reggia di Portici. I Borbone, grandi cacciatori, amavano trattenersi nella nuova residenza che era anche un’ ottima casina da caccia, e le nobili famiglie che formavano la corte vollero tutte avere la villa vicina a quella reale.
La campagna vesuviana fu così punteggiata da edifici sontuosi, impreziositi da pitture sculture di pregio. In quegli anni «splendidi e fulgenti della metà del Settecento», sorsero a Barra il palazzo Bisignano; a San Giorgio a Cremano le ville Caramanico e Pignatelli di Montecalvo; a Portici la villa Buono e il palazzo Gravina, divenuto luogo -quest’ultimo -in cui si davano convegno la nobiltà napoletana e la stessa regina Carolina; a Torre del Greco il palazzo Vallelonga e la villa del Cardinale.

Da allora il nome di Resina fu sempre associato a quello di Ercolano, tale risultando il legame nei diari e nelle corrispondenze di viaggio dei visitatori di tutte le latitudini. Un legame produttivo, anche dal punto di vista economico. A questo proposito, va segnalata un’importante iniziativa, messa in essere nel 1957.

Designato a parlare quale oratore ufficiale sugli «interessi archeologici e turistici di Resina», in occasione della venuta nel nostro Comune di un centro

alfonsonegro010mobile di lettura disposto dal Ministero della Pubblica Istruzione, Virgilio Catalano, noto studioso di archeologia, pose l’accento sull’importanza e il valore degli scavi di Ercolano, da intendere principalmente come fonti produttive per un migliore avvenire economico di Resina. Occorreva, perciò, che all’intervento auspicato dello Stato corrispondesse una progressiva trasformazione del centro agricolo e marinaro di Resina in un moderno centro di economia turistica. Per questo graduale divenire economico, l’oratore auspicò il completo risanamento urbanistico di Resina, non disgiunto dal graduale ampliamento della zona archeologica, e ciò «per un domani sociale indubbiamente legato in gran parte alla fortuna dell’antica Ercolano».

La proposta, ormai, era lanciata, non potendo dilazionarsi ulteriormente la necessità, sociale ed economica, di «rivendicare a Resina l’antico toponimo di Ercolano». II vantaggio del!a estensione del toponimo Ercolano a tutto il territorio comunale sarebbe ·stato «evidentissimo», anche e soprattutto ai fini dell ‘utilizzazione turistica del cambio di denominazione. Infatti, sulle cartine turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’ era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, ma pressoché sconosciuto ai turisti.
I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.

Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, «una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici diruti -impossibileper la coabitazione umana -che incombono su Ercolano {. ..}.

E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.

Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più incisivo, significativo ed efficace {. ..}.

Per logica conseguenza la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale di tutto il mondo, potrebbe -anzi dovrebbe -usufruire delle provvidenze di una legge speciale {. ..}.

L’interesse archeologico è un interesse turistico’ {. ..}. L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e al! ‘estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio, legato ad essa da un vincolo tragico efatale di morte [. ..].
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati, due meraviglie della natura e della~’storia e dell’archeologia che vanno conosciute contemporaneamente [. ..].

Basta dirvi che, nel 1966, di fronte a 294.000 bigliettivenduti dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché la stazione della circumvesuviana, che è quella piùfrequentata dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene a Napoli o proseguire per·Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i nomi di Resina e Pugliano -che attualmente compaiono sugli orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli autobus di linea intercomunali -saranno sostituiti da quello di Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana, che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4 novembre, porterà il nome di Ercolano.

Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci, ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle cronache televisive con una leggerezza {…] che dispiace a coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con il mutamento del nome della città in quello prestigioso di Ercolano, anche se auspichiamq che quel mercato -riordinato e organizzato alla stregua di’una grande fiera permanente non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
{…}.
Ed èper questo, per ristabilire una buona volta e per sempre la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo di Resina in Ercolano, specie se questo prowedimento dovesse affrettare i tempi dell’approvazione -da parte dei competenti ministeri-della creazione del! ‘Azienda di Soggiorno e Turismo, la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c ‘è dafareperché si operi una radicale trasformazione di mentalità in una città {…} destinata a diventare uno dei centri turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto {. ..}.

Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno letteralmente trasformato il volto della cittadina {. ..}.
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus; al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via 4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre,’ la nuova stazioneferroviariadellaCircumvesuviana, chesaràproiettata soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già pronta,’ è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande volontà di incrementare e valorizzare il turismo.

Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze; adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto qilesto sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi “.

Signor sindaco, signori consiglieri, rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri, .
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente, i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei vostrifìgli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento. Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO”, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Impegno totale per la città

Alfonso Negro non esaurì peraltro il suo compito nel recupero della prestigiosa Villa Campolieto, ma legò il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Ercolano ottenne infatti il nuovo stadio e un consultorio familiare, aspirazioni annose dei resinesi. Parallelamente al suo compito di amministratore, egli continuò poi a occuparsi di tutto ciò che era legato al mondo dello sport, il suo primo amore.
Costituitasi l’associazione nazionale «Azzurri d’Italia», egli ne fu eletto vice-presidente e, in tale veste, accolse il meglio degli atleti, giornalisti e conferenzieri nella principesca Villa D’Alessio (già Ravone), in Via Quattro Orologi. Questo centro di studi e di convegni sorse per l’iniziativa e il contributo della contessa Matarazzo e del consorte avv. Caramiello, entrambi molto legati a Negro fin da quando quest’ultimo aveva guidato l’Ercolanese verso i più importanti traguardi sportivi.

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Uno degli ospiti più graditi fu Annibale Frossi, compagno di squadra di Negro nella nazionale olimpica che nel 1936 aveva trionfato a Berlino nel torneo di calcio. Dopo quella splendida avventura e diventato calciatore di gran nome, Frossi aveva indossato la maglia dell’ Ambrosiana Inter, con la quale giocò 126 partite segnando 41 goal.

Nell’occasione Negro presentò l’oratore con accenti particolarmente commossi. Non poteva essere diversamente. Frossi apparteneva a quella comune famiglia di olimpionici del calcio il cui ricordo evocava ogni volta in lui sensazioni ineffabili.
Negro nominò tutti i membri di quella famiglia elencandone i meriti umani e sportivi e terminando il suo dire con un abbraccio caloroso all’ospite, tra gli applausi dei presenti.

Alle conferenze il Nostro alternava poi non pochi articoli su “Il Mattino” e “La Voce Vesuviana”, in cui rievocava -volta a volta -questo o quell’episodio della sua vita di giocatore e allenatore, non· disgiunto da considerazioni talvolta negative sull’involuzione del calcio in Italia, avviatosi a diventare un fenomeno di costume legato al business e, ahimè, alquanto lontano dai valori di un tempo.

La sua era una giornata piena come un uovo. Tra l’Assessorato, le interviste, le fatiche della clinica (dal 1978 era direttore e primario della clinica “Villa Maria” di Vico Equense), i numerosi incontri di lavoro e d’ufficio con i rappresentanti di varie istituzioni, i rapporti epistolari e telefonici con amici e colleghi di ogni parte d’Italia, non ultimo, l’impegno di consigliere dell’Associazione italiana per il Mezzogiorno, Negro aveva appena il tempo di scrivere nei ritagli di tempo qualche relazione, qualche comunicazione, qualche articolo, nonché di “divorare” il quotidiano stock delle notizie pubblicate dai giornali, aggiunte alle nuove pubblicazioni che andavano ad accrescere la sua cultura, che era ragguardevole.

E di questa vita Alfonso Negro viveva da molti anni.
Volle il consultorio familiare e il nuovo stadio. Nulla trascurò per restituire a Ercolano e al mondo della cultura la più preziosa gemma dell’età ‘tardobarocca. Nulla tralasciò; qualcosa, anzi, vi rimise dalle sue tasche…Infine,
«oggi ha operato il miracolo di un congresso. Ha parlato, ha brindato, ha organizzato) ha diretto, ha esibito agli studiosi e ai giornalisti di tutta Italia le acque di Castellammare) i castagni di Quisisana, le stufe di Agnana, il cielo di Capri, il turchino della Grotta, il fumo della Solfatara) la vista del Vesuvio) i vermicelli alle vongole, e quando, dopo una giornata sfacchinante) tutti lo credevano esaurito) s’è rimesso in auto e, sfogliando tutta la stampa nazionale dell’ultimo quarto d’ora, se n)è tornato fra il pacato verde dei Pini d’Arena a lavorare. Prima, però, lo hanno accolto sulla soglia di casa il sorriso dell ‘affettuosa consorte e l’abbraccio di Gabriella e Silvia, le sue adorate figliuole … ».

Come se tutto questo non bastasse, Negro aveva cominciato a scrivere da qualche tempo le sue memorie, partendo da lontano. Ne ho già parlato nel capitolo dedicato alle Olimpiadi di Berlino, ma forse accrescerà l’interesse del lettore riportare alcune considerazioni dell’autore omesse in precedenza.
Non c’è dubbio per lui che lo scoppio della seconda guerra mondiale rappresentò, non solo per l’Italia, uno spartiacque profondo tra il modo di giocare al calcio di una volta (il cosiddetto “metodo”) e quello affermatosi nel dopoguerra col non meno caratteristico “sistema”. Il primo era più compassato, magari più lento, ma anche più tecnico e spettacolare. Il secondo era molto più pratico e concreto, imponendo a tutti i giocatori l’applicazione “feroce” degli schemi studiati a tavolino, il controllo asfissiante dell’avversario, la teoria degli scambi tra difensori e attaccanti, le manovre per verticale e diagonale, il gioco sugli spazi liberi (cioè la tendenza a passare la palla nel punto più favorevole dello spazio libero), un’equa distribuzione di compiti e fatiche, e, soprattutto, velocità di gioco e di ritmo.

Il 7 novembre 1984, alla non tarda età di 69 anni, Alfonso Negro n10riva nella “sua” Firenze, che aveva raggiunto per sottoporsi a un intervento chirurgico, nemmeno troppo difficile.

Non so quali pensieri attraversassero la sua mente nei giorni che ne precedettero la dolorosa dipartita, ma mi piace pensare che, uomo di molte e dotte letture, ripetesse queste consolanti parole di Ippolito Nievo: «La mia esistenza temporale, come uomo, tocca ormai al suo termine; contento del bene che operai, e sicuro di aver riparato “per quanto stette in me al male commesso, non ho altra speranza ed altra fede senonché essa sbocchi e si confonda oggimai nel gran mare dell’essere. La pace di cui godo ora, è come quel golfo misterioso in fondo al quale l’ardito navigatore trova un passaggio per l’oceano infinitamente calmo dell’eternità».

Quando un uomo abbandona questo mondo, viene subito fatto di chiedersi quale ricordo lascia di sé. “Dimmi quello che lasci e ti dirò chi sei”: un assioma che vale anche e soprattutto per i potenti e gli uomini illustri.

Alfonso Negro lasciò alle figlie -oltre che il ricordo di un padre galantuomo, un gentiluomo di stampo antico, un autentico signore nel tratto e nei modi -il compito di dare alle stampe il manoscritto, completo di moltissime illustrazioni, che aveva preparato nei suoi ultimi tre anni di vita.

In tutto questo tempo Silvia e Gabriella Negro hanno coltivato il sogno (1 have a dream) di realizzare l’aspirazione patema, che non era né velleitaria né campata in aria. Il loro genitore era stato infatti testimone e, in qualche misura, protagonista di un avvenimento, le Olimpiadi di Berlino, memorabile nella storia del Vecchio Continente, importante non solo per il suo significato sportivo, ma politico, spettacolare, mediatico “ante litteram”. Tutto ciò egli aveva scritto con “intelletto d’amore”, e l’attenzione dell’autore si era soffermata particolarmente sugli aspetti umani delle vicende narrate. L’accenno, ad esempio, all’ospitalità offerta nel loro castello di Kassel da Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia (fig. 45), due personaggi tra i più in vista dell’Europa di ieri, è una delle pagine più commoventi delle “Memorie”, e come tale andava ricordato e fatto conoscere, assieme ad altri episodi legati a molte altre persone incontrate da Negro (Vittorio Pozzo, Umberto di Savoia, Jessie Owens, Ondina Valla, ecc.), a chi aveva interesse per le vicende di quel periodo.

L’intento sembrava conseguito ad Ercolano nel 2008, quando le autorità cittadine sembrarono venire incontro alla proposta di Silvia Negro.
L’auspicio era il seguente: perché non intitolare una strada o una piazza del Comune a un Uomo che tanto lustro aveva dato alla Città? Si continuava nel frattempo a proporre per la toponomastica personaggi di altri lidi il cui solo titolo di merito era spesso l’appartenenza a questo o a quel partito pohtico, e si lasciava cadere nell’oblio una persona come Negro?

Affidato al sottoscritto il compito di preparare una monografia sull’illustre Scomparso, che avrebbe dovuto vedere la luce in concomitanza con l’auspicata e promessa intitolazione di una via o piazza ad Alfonso Negro, l’obiettivo sembrava davvero a portata di mano. [nvece, finora, le promesse si sono rivelate fallaci, deludendo le aspettative di chi aveva confidato nella sincerità e nella lealtà di certi personaggi. Fortunatam~nte, c’è stato qualcuno che negli ultimi tempi ha preso a cuore il problema di Silvia Negro, pagando di tasca propria le spese necessarie per la composizione e stampa della monografia.

Questa pubblicazione vuole rappresentare un doveroso atto di omaggio e di gratitudine verso Alfonso Negro, che alle «egregie cose» di foscoliana memoria dedicò tutta una vita generosa e feconda. Non lo dimenticheremo.

Tratto dal libro di Mario Carotenuto  ALFONSO NEGRO – campione nello sport e nella vita – Anno 2010

Informazioni autore

Ex Dirigente delle Poste in pensione Profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi.