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Hotel eremo al vesuvio dai fasti di un tempo ad un totale abbandono
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L’’hotel Eremo si trova sulle pendici del Vesuvio, a ridosso dell’Osservatorio Vesuviano, di fianco alla Cappella del Salvatore, a circa 400 metri di altitudine, protetto dal vulcano dal Colle Umberto. Prima che fosse costruito l’hotel, in questo luogo, si dice ci fosse la locanda di un eremita addossata alla chiesetta che cucinava ed offriva frittate e Lacryma Christi ai turisti che si avventuravano sul Vesuvio e si crede che il nome “Eremo” possa derivare da questa storia. L’hotel fu fatto costruire nel 1902 da John Mason Cook, che era un imprenditore molto particolare conosciuto per aver ideato e attuato la ferrovia che collegava Napoli ed il Vesuvio.

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L’’hotel era essenziale all’attività economica della Ferrovia, poiché invogliava anche coloro i quali non potevano permettersi sforzi fisici prolungati di visitare il Vesuvio e non solo, poiché la posizione e la vista erano così belle che valeva la pena soggiornarvi anche solo per quello. L’hotel era in una posizione privilegiata per molti motivi: innanzitutto era a metà strada fra Napoli e Sorrento, due importanti mete turistiche dell’inizio del novecento, poi dalla sua terrazza è possibile vedere l’intero golfo, da Capri a Monte di Procida, le isole e le grandi città Vesuviane ai suoi piedi, si trovava in prossimità della stazione ferroviaria; era poi un punto di ristoro per i visitatori del Grand Tour al Vesuvio.

L’’albergo era dotato di trentadue camere, i vecchi listini riportano i prezzi: 20 lire a notte, la colazione costava 4 lire, il pranzo 20 lire, la cena 24 lire. L’eruzione del 1944 danneggiò gravemente la linea ferroviaria cui faceva da corredo l’albergo, così, dopo varie cessioni ad enti e poi a privati, l’albergo divenne dapprima un covo per amori clandestini e fu, successivamente, consegnato al suo destino di abbandono.

 

fonte : http://iluoghidelcuore.it/luoghi/napoli/ercolano/albergo-eremo-al-vesuvio-/80688

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Progetti dimenticati la nuova funicolare del vesuvio di Nicola Pagliara
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In occasione della  proposta del Presidente della Regione Campania De luca di voler ripristinare la funicolare del vesuvio, riproponiamo uno dei primissi articoli relativo al progetto della nuova funicolare del Vesuvio che si sarebbe dovuto realizzare verso l’inizio del 1992 a firma del prof. arch. Nicola Pagliara.

La chiusura della seggiovia era stabilita per il 14 febbraio 1983, data di scadenza dell’agibilità dell’impianto: la “vita tecnica” di un impianto a fune non può infatti superare i trent’anni di esercizio, dopo di che bisogna rinnovare l’intero complesso dagli organi di trazione ai tralicci e dalle carrucole alle seggiole adeguando il tutto alle nuove, aggiornate normative di sicurezza.
La Società esercente riuscì tuttavia ad ottenere uno slittamento di due anni da questa data per cui la seggiovia sarebbe stata disattivata improrogabilmente il 14 febbraio 1985: la chiusura definitiva avvenne invece nel settembre del 1984 allorché, durante un violento temporale un fulmine danneggiò seriamente il cavo di trazione.

Visto l’insoddisfacente servizio offerto dalla seggiovia, il Consiglio Regionale della Campania deliberò nel 1980 la costruzione della nuova funicolare ed il relativo progetto venne inserito nel piano triennale di sviluppo approvato dallo stesso Consiglio nel novembre 1994.

Il mancato decollo dell’area vesuviana pur ricca di attrattive naturali, storiche e culturali, era facilmente individuato nella difficoltà di trasporto in assenza di un sistema viario in grado di smaltire l’intenso traffico locale e di consentire un rapido accesso alle zone di maggior interesse turistico.

La gestione Diretta Trasporti Pubblici della Regione Campania “Linee del Vesuvio” istituita nei primi mesi del 1987 dispose una gara internazionale di appalto per la costruzione della nuova funicolare che venne aggiudicata all’ANSALDO Trasporti mentre la progettazione delle stazioni e delle carrozze venne affidata all’architetto prof. Nicola Pagliara, un esperto del settore. Il progetto esecutivo dell’impianto fu approvato dalla Regione Campania e successivamente dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali e dagli altri Ministeri competenti.
Pareva che tutto andasse per il meglio: i giornali napoletani dedicarono molto spazio all’argomento pubblicando articoli dai toni entusiastici, ricchi di notizie non solo storiche su questo particolare mezzo di trasporto; si accennò finanche ad un eventuale ritorno della tranvia.

Nicola_PagliaraNel 1988 l’architetto Nicola Pagliara, già conosciuto per altri progetti simili, si aggiudicò la gara per la progettazione e la realizzazione di una nuova funicolare per il Vesuvio. Il costo dell’opera ammontava a tredici miliardi e mezzo di lire.

La nuova funicolare avrebbe richiamato folle di turisti sul Vesuvio in occasione del Campionato Mondiale di Calcio in programma allo stadio San Paolo nel 1990 e si era stabilito che nel corso della cerimonia dell’inaugurazione sarebbero echeggiate le note della canzone “Funiculì funiculà” cantata dal grande tenore Luciano Pavarotti. Una dose di ottimismo generale senz’altro eccessiva…

Le imprese aggiudicatarie dell’appalto-concorso, riunite in consorzio, (la Ansaldo Trasporti di Napoli e la Ceretti-Tanfani dì Milano) avevano una scadenza: consegnare l’opera entro 450 giorni a partire dal momento della consegna dei lavori avvenuta, a metà settembre 1991, dopo aver ottenuto tutti i permessi e le autorizzazioni necessarie.

funicolare-vesuvio-1990

L’avvio fu quanto mai spedito, in breve tempo vennero abbattuti i tralicci e le due stazioni della seggiovia. La demolizione di quella inferiore riservò una emozionante sorpresa: durante lo sbancamento della coltre di ceneri e di lapilli, divenuta nel tempo compatta come una roccia, che nel 1944 aveva ricoperto quasi del tutto la vecchia stazione, proprio lì dove aveva inizio il binario di corsa, dal materiale rappreso spuntarono i resti di una vettura della vecchia funicolare: della cassa, in quanto lignea, nessuna traccia, il telaio metallico invece era praticamente intatto.

Era stato inoltre avviata la realizzazione delle due nuove stazioni progettate  dal prof. Pagliara; di quella a valle, in particolare, era stata costruita, a livello
stradale, una grande piattaforma in cemento armato al di sopra della quale sarebbe sorto il fabbricato viaggiatori mentre al di sotto avrebbero trovato posto i motori e le varie apparecchiature indispensabili per il funzionamento dell’impianto, era stata poi anche realizzata, per lungo tratto, la trincea con la piattaforma in acciaio e cemento sulla quale si sarebbe dovuto posare l’armamento.

Erano però trascorsi sei mesi dall’apertura dei cantieri che il Comune di Torre del Greco, ritenendo che parte del tracciato nonché la stazione inferiore della costruenda funicolare ricadessero sul suo territorio, con ordinanza del 28 maggio 1992 sospese i lavori intrapresi sul territorio di sua pertinenza richiedendo la demolizione delle opere abusivamente realizzate ed il ripristino dello stato dei luoghi. In effetti sul foglio catastale n. 36 del Comune di Torre del Greco risultava che il tracciato della funicolare distrutto dall’eruzione del 1944, ad esclusione della stazione superiore, insisteva tutto sul territorio di questo Comune. Com’era possibile?

Ecco cosa era accaduto. L’antica funicolare, quella di “Funiculì funiculà” per intenderci, la quale ricadeva interamente sul territorio del Comune di Ercolano venne demolita nel 1904 e ricostruita dalla società Cook, secondo criteri tecnici più al passo con i tempi, esattamente sul vecchio tracciato.
Questa nuova funicolare riprese ad andare allegramente su e giù lungo il fianco del vulcano soltanto per breve tempo perché la furia della natura avrebbe spazzato in un amen l’opera dell’uomo. Nell’aprile del 1906 infatti, come accennato nella precedente puntata, ebbe inizio una tremenda eruzione che incenerì letteralmente la funicolare appena ricostruita.

La Cook, lungi dall’arrendersi, ricostruì ancora una volta l’impianto che venne inaugurato nel 1909: stavolta però, il tracciato, che prima era rettilineo, fu modificato. Per diminuirne la pendenza, infatti, invece di seguire la generatrice del Gran Cono, fermo rimanendo il punto in cui sorgeva la stazione superiore, il tracciato venne ricostruito in due tratte uguali raccordate in corrispondenza dei binari di incrocio da una curva: il binario, facendo perno idealmente sul suo capolinea a monte ruotò verso sud di una settantina di metri e fu proprio in seguito a questo spostamento che quasi tutto il tracciato finì per ritrovarsi sul territorio del Comune di Torre del Greco.

Per ben 83 anni non si dette alcun peso alla cosa fin quando cioè, non cominciarono i lavori per la nuova funicolare.

Ebbe allora inizio allora una estenuante battaglia a colpi di carta bollata, una serie di ricorsi e controricorsi poi, finalmente il Commissario Prefettizio di Comune di Torre del Greco, in data 16 febbraio 1995 rilasciò al dott. Vincenzo De Rensis, nella sua qualità di Commissario della Gestione Diretta Trasporti Pubblici della Regione Campania “Linee del Vesuvio”, la concessione in sanatoria per i lavori già eseguiti e per quelli da eseguire, previo versamento a titolo di oblazione per il contributo di concessione ed a condizione che prima della ripresa dei lavori venissero indicate le zone di parcheggio e di sosta come richiesto dalla Sovrintendenza. I lavori sarebbero dovuti ricominciare il 16 febbraio 1996 e concludersi il 16 febbraio 1998.

Pareva dunque che non vi fossero più ostacoli per la ricostruzione della Funicolare, e ad assicurare anche i più scettici in materia, contribuiva anche la consegna da parte della ditta Ceretti & Tanfani delle due vetture che avrebbero dovuto trasportare i turisti sul cratere del Vesuvio. Le carrozze, in vivace livrea (una era verniciata in giallo, l’atra in colore rosso amarena, entrambe  con il telaio in nero) e capaci ciascuna di 30 posti a sedere, furono trasportate a Pollena Trocchia e “temporaneamente” ricoverate presso deposito delle locali autolinee CPL. Dunque la nuova funicolare del Vesuvio poteva considerarsi una realtà!

Ma ecco ad appena tre mesi di distanza dalla concessione, in data 25 maggio 1995, al Commissario De Rensis veniva recapitata da parte della II^ Sezione del TAR l’ordinanza di sospensione dei lavori a seguito di ricorso proposto da WWF Associazione Italiana interessata al mantenimento dell’assetto del territorio.
A tanto si aggiungeva il divieto assoluto di costruzione sui fianchi del vulcano.

Era l’assurda fine di un sogno e di tante illusioni ma era anche la dimostrazione di come, tra risarcimenti alle industrie impegnate, elaborazioni di progetti vari, costruzione e poi parcheggio delle vetture ed altro si possa sprecare pubblico denaro sacrificando tra l’altro una risorsa turistica che in altri Paesi europei sarebbe stata certamente valorizzata!

Il sogno era che a dicembre 1992 la prima comitiva di turisti avrebbe dovuto prendere posto in vettura e arrivare a quota 1.162, cioè sul bordo del cratere. All’inaugurazione, Pavarotti avrebbe dovuto cantare Funiculì funiculà. Tuttavia, dopo vari mesi, i lavori ebbero una battuta d’arresto, inciampati in una serie di cavilli, primo fra tutti lo sconfinamento di pochi metri nel territorio del Comune di Torre del Greco. Le due vetture realizzate (vedi foto) giacciono, a dispetto dei soldi che furono spesi, nel deposito dell’azienda di trasporti Clp a Pollena Trocchia (NA). La stazione di monte si trova, smontata, in un deposito ad Avellino. I binari, invece, furono prestati all’Atan, e utilizzati per un’altra funicolare, meno famosa, ma sicuramente più bisognosa, quella di Montesanto a Napoli, allora in ristrutturazione. Ci fu l’impegno a restituire il tutto, in moneta, nel momento del completamento della funicolare del Vesuvio.


Una delle vettura costruite per la funicolare fantasma


Vettura


Stazione inferiore

 

Fonti bibliografiche sul web :

http://www.vesuvioinrete.it/vesuvionews/tag/nicola-pagliara/

Alfredo falcone articolo su IL CRALLINO del febbraio 2006.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Prigionieri di guerra in africa il rientro in patria nel maggio del 1946. Il ricordo di un reduce di Resina
maggio 10, 2016
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C’è un rapporto biologico costante nella vita sulla terra: il passato sostiene il presente e questo prepara il futuro. Per gli esseri umani la memoria è il collante di questo rapporto: viviamo il presente utilizzando il passato e guardando al futuro.

Le diverse personalità umane si distinguono proprio secondo la capacità di ciascuno di regolare questo rapporto. Chi vive in positivo e lotta per l’esistenza; chi si rassegna e subisce in silenzio e chi si sente sconfitto prima ancora di alzare la testa, per cercare di capire cosa sta succedendo.

Chi ha combattuto in Africa Settentrionale ed ha poi patito la prigionia di guerra in Egitto non può certo paragonare tutto ciò agli eventi drammatici di chi ha combattuto nell’ Unione Sovietica ed ha patito in quei campi di prigionia, oppure di chi è stato recluso nei lager tedeschi. La differenza tra quei mondi, però, non dipende soltanto dalla natura climatica dei luoghi, ma soprattutto dal temperamento dei vincitori del momento (inglesi, americani, russi e tedeschi).

Una differenza che nei rapporti interpersonali e nelle decisioni vitali si caratterizza e si chiama democrazia.

Da aggiungere, comunque, che sopra ogni elemento esterno e materiale, vi è quello spirituale; il dato fondamentale che accomuna coloro che subiscono la privazione della libertà, e magari anche i tormenti provocati da chi detiene le chiavi della vita degli oppressi. In ogni circostanza, di fronte a chi ha potere di vita e di morte su di voi, è il Vostro spirito che vince la violenza materiale e psicologica. Lo spirito dell’uomo e della donna assoluto, senza gradi e gerarchia di valori materiali.

Lo spirito, che la prigionia di guerra esalta in chi lo ha sempre coltivato – e la cui mancanza in quelle circostanze drammatiche spinge a comportamenti impensabili; talvolta miserevoli, in chi prima ha sempre e solo contato sui gradi della gerarchia.

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Ecco un racconto, “Un giorno del 1945. La luce della fuga” di Edeo De Vincentiis. Un brano di racconto, tratto dalla rivista “Elementi”, direttore responsabile Romolo Paradiso. Un assaggio molto significativo. Un incoraggiamento a non trascurare il racconto, appunto. Una forma di narrativa agile che tra una sovrabbondanza di romanzoni e romanzetti non sfigura di certo.
“La domenica, lo scampanellare di una invisibile chiesetta, mi portava un dolce saluto familiare da un paesino distante un chilometro dal nostro Campo di Ufficiali prigionieri di guerra in Egitto, situato poco distante da Helwan, a 30 chilometri dal Cairo. La sera mi fermavo spesso da quella parte del reticolato: sospiravo nel vedere brillare le sue luci lontane, sognavo il ritorno a casa e la libertà.

Nel campo P.O.W. 304, studiavo e mantenevo sveglio il cervello con ginnastica e giochi intelligenti. Ma lo spirito reclamava libertà, che gli inglesi ogni tanto promettevano. La guerra era finita, avevamo rinnovato il giuramento di fedeltà al Re, e non pochi avevano chiesto, con documento firmato di andare a combattere contro i tedeschi. Ma gli inglesi rispondevano soltanto: “tomorrow, tomorrow”.

E l’ansia cresceva, insieme a una nascosta ribellione. La sera, il campo era illuminato per alcune ore; ma quelle luci cittadine laggiù, che brillavano tremule, erano per noi energia mentale e psicologica. Per me, un richiamo silenzioso: siamo qui, vieni a trovarci, ti aiutiamo a fuggire. La notizia di un ufficiale della Divisione Folgore, fuggito un mese prima e felicemente giunto a Genova, mi spinse a provare la fuga. Appresi alcuni particolari, la decisione non si fece attendere. Tre mesi di preparazione; la sera dell’8 dicembre 1945 la realizzai. Per prepararmi confezionai, da sarto improvvisato, un cappotto con una coperta marrone di lana. Annotai mentalmente nomi di italiani abitanti al Cairo e ad Alessandria d’Egitto, conosciuti dai miei tre amici di tenda. Adottai le generalità di uno di loro e, con le sue istruzioni, imparai a memoria le vicende sociali di Vecchiano (vita, morte e matrimoni) un paesino vicino Pisa, dove era nato e viveva. Così, speravo di ottenere aiuti al Cairo, dove lavorava un suo compaesano”.

Un altro prigioniero nel campo di prigionia n. 304 di Heluan, Salvatore Iengo (mio nonno) classe 1911 di Resina, inquadrato nel 40° rgt fanteria Divisione Bologna fatto prigioniero dopo la battaglia di El Alamein, come molti suoi altrfotononnoi commilitoni.

Dopo le atrocità di quella terribile battaglia, dei precedenti mesi passati nelle trincee a combattere contro il clima, la dissenteria che era un flagello peggio degli scorpioni che spesso di nascondevano nelle scarpe.

Questi ragazzi compreso il nostro concittadino rimasero quasi 4 anni prigionieri presso gli Inglesi, abbandonati da una patria distrutta e che non voleva fare i conti con le ferite e gli strascichi che una tale catastrofe aveva provocato su un’intera generazione di ragazzi. Si pensa che anche in Africa morirono diverse decine di migliaia di prigionieri.

Salvatore Iengo sbarcò a Messina nel maggio del 1946 e quando si rincontrò con i suoi cari aveva compiuto da poco 35 anni ma nei racconti di mio padre mi diceva che ne dimostrava molti di piu’. La guerra aveva segnato profondamente il suo corpo ma non la voglia di voler raccontare quegl’anni terribili.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Quella mitica promozione dell’Ercolanese in quarta serie nel 1956
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Il 4 maggio 1956 magnifica giornata al Cocozza di Portici per il great event di promozione che poneva di fronte in un duello decisivo la capolista Ercolanese e la Russo di Cicciano. Gremiti, in ogni ordine di posto, gli spalti del campo porticese, che non poterono però – accogliere tutti gli appassionati desiderosi di assistere al match. Presenti, altresì, le autorità cittadine e sportive al gran completo.

Prima della partita il dottore negro commemorò, con accenti elevati e commossi, i caduti di Superga nel settimo anniversario della loro tragica scomparsa. Nel corso dell’incontro, poi, prestò i sussidi dell’arte medica (come si diceva una volta) al centravanti degli ospiti, infortunatosi in un’azione di gioco.

Al termine della gara, vittoriosa per la squadra di casa, ci fu una gran festa in campo e sugli spalti, anticipo dei piu’ solenni festeggiamenti per la promozione dell’Ercolanese in IV serie. Per l’assegnazione del titolo di campione, la squadra dovette affrontare il San Vito di Benevento. L’ Ercolanese alla fine riuscì a prevalere, ma occorsero ben 240 minuti di gioco – cioè due partite con relativi tempi supplementari – per avere ragione del coriaceo avversario.

Con quella vittoria si chiudeva per la squadra di Resina un ciclo memorabile, destinato non piu’ a ripetersi. Anche per Negro, assorbito sempre piu’ dal suo ruolo di amministratore della cosa pubblica, quella partita rappresentò una svolta. Ma il ricordo della sua inimitabile passione per i colori granata, tradotta in risultati che i migliori non avrebbero potuto essere, sarebbe rimasto a lungo nella memoria di chi visse quella stagione di trionfi.

Ricordiamo che lo stesso dott. Negro si preoccupò anche di trovare a sue spese uno spazio idoneo per la sede sociale della stessa Ercolanese che inaugurò con una cerimonia solenne insieme al Sindaco dell’epoca Ciro Buonajuto senior.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Presentazione del libro Balvano 1944 cronaca di un disastro ferroviario
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Sabato 14 maggio alle ore 17:00 presso l’Hotel Poseidon in via Cesare battisti di Torre del greco ci sarà la presentazione del libro di Gianluca barneschi sulla tragedia ferroviaria di Balvano nel 1944 che vide conivolti parecchi cittadini dell’area vesuviana.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Dal petrolio poi al gas fino alla luce elettrica storia dell’illuminazione pubblica a Resina
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Sulla storia dell’illuminazione pubblica a Resina ne scrisse l’avv. Vincenzo Gaudino (vera memoria storica di Ercolano tra il XIX° e XX° secolo) nei Bollettini parrocchiali di Pugliano n.8 del 1958: “I nostri avi…. quando uscivano di sera portavano con sè la lanterna ad olio per farsi luce e vedere dove mettevano i piedi per non cadere. Venne poi l’illuminazione a petrolio rappresentata a Resina da 140 fanali”.

Storia del gas illuminante

gas02A Milano si ebbero le prime iniziative di produzione ed utilizzo del gas illuminante furono opera di privati, in particolare del conte Porro Lambertenghi, appassionato di fisica e primo imprenditore lombardo ad impiantare una filanda a vapore. Milano e la Lombardia, dopo l’effimera esperienza della Repubblica Cisalpina, a seguito del congresso di Vienna del 1815 erano tornate sotto il dominio austriaco. Nel palazzo Porro di via dei Tre Monasteri (l’attuale via Monte di Pietà) la storia del gas si mescolò con quella dei primordi del Risorgimento: qui infatti si riunivano, attorno alla rivista “Il Conciliatore”, che sarebbe stata di lì a poco soppressa dagli austriaci, patrioti quali Silvio Pellico e Federico Confalonieri. Silvio Pellico, che era precettore dei figli del conte, fu da lui incaricato di tradurre in italiano il Trattato pratico sopra il gas illuminante del tecnico inglese Frederick William Accum, che fu pubblicato a Milano nel 1817.

La prima rete di distribuzione del gas comprendeva circa 15 Km di tubazioni interrate, mentre erano 377 i “becchi” di illuminazione a gas, posti a 40-60 metri l’uno dall’altro. Nelle officine il gas poteva essere prodotto in 48 forni, sia con carbon fossile di importazione, sia dagli schisti bituminosi provenienti dalla zona di Besano (Varese) per la cui estrazione Guillard aveva già da qualche anno una concessione.

Dalla data di inaugurazione dell’impianto, il 31 luglio 1845, i lampedée ebbero nuovo lavoro per accudire i nuovi lampioni a gas. Il poeta milanese Leopoldo Barzaghi, così celebrava l’evento in una sua rima del 1845.

Ovviamente nello stesso periodo anche nella Napoli del Regno borbonico si ottennero gli stessi risultati come innovazione dell’uso del gas per l’illuminazione pubblica.

Il gas illuminante arriva a Resina

gas10Il 24 aprile 1886 fu inaugurata l’illuminazione a gas a Resina. Con delibera nr. 66 del R. Commissario del febbraio 1912, fu fatta una nuova convenzione con la Compagnia del gas per mettere i becchi auer in tutto il territorio del Comune. Con deliberazione di Giunta n. 433 del 27 ottobre 1914 furono presi provvedimenti per la sostituzione dei becchi a farfalla in becchi  Auer e portati al Consiglio Comunale del 1914. I becchi a farfalla davano una luce rossastra, mentre i becchi Auer spandevano una luce bianca.

Venuta la prima guerra mondiale, il gas mancò dovunque. Per rimediare a questo grave inconveniente, con deliberazione di Giunta del 4 marzo 1916, n.49, fu deciso di fare l’illuminazione elettrica delle strade, attaccando sui fili dei privati e paganto ogni mese il consumo a questi privati cittadini.

La luce elettrica venne a Resina, per contratto di fornitura del 27 gennaio 1920, e fu vistata dal Prefettura il 27 febbraio dello stesso anno.

 

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.