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Partono ‘e bastimiente aniello scognamiglio un emigrante di resina
emigranti

Era il pomeriggio dell’8 gennaio 1952. Sotto un cielo plumbeo una folla infreddolita si accalcava su una banchina del napoletano Molo Beverello, in attesa della partenza dell’Home land.
Un uomo, dall’alto del parapetto della nave, sventolò un fazzoletto.

«È Ciro! È Ciro! »: gridò la madre del nostro personaggio, scoppiando in lacrime. Lo aveva subito individuato in mezzo alla massa degli altri emigranti, che, come lui, si erano affacciati per salutare i parenti rimasti a terra.
« Non piangete! Vado a trovare mio padre! »: fece eco l’uomo, coprendosi la voce con entrambe le mani. Ma queste parole, anziché ottenere l’effetto sperato, conseguirono il risultato opposto. L’emozione, che già si era impadronita della madre, travolse anche gli altri parenti.

A nessuno infatti sfuggiva il significato di quella partenza. Quel viaggio non era solo il coronamento di lunghi anni di attesa e, di lunghe ore di anticamera negli uffici del consolato americano di Napoli e di viaggi notturni a Roma (sede dell’Ambasciata statunitense), ma era di più, molto di più. Con quel viaggio un figlio andava a ricongiungersi al padre dopo ventisei anni di separazione.
Ciro Scognamiglio forse fu davvero l’ultimo emigrante di Resina. A trentotto anni suqnati, partiva per la lontana America. Se ne andava per seguire una strada già percorsa da milioni di italiani che, soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni di questo secolo, avevano dato vita a quel grandioso fenomeno di emigrazione di massa che costituisce uno dei capitoli più dolorosi della storia nazionale.

Non era stato molto fortunato nella vita. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico « D. Petriccione» di S. Giovanni a Teduccio, aveva trovato lavoro nello spolettificio di Torre Annunziata. Qui si trovava nei tragici giorni seguiti all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando fu sorpreso da una retata dei tedeschi in cerca di uomini da immettere nell’organizzazione Todt. Ma riuscì a sottrarsi alla cattura; fuggendo attraverso i campi con due compagni di ventura, raggiunse il Genovese di Resina, una località posta alle falde del Vesuvio, e, rifugiatosi in una grotta) rimase, alla macchia fino alla fine del mese. Dopo la guerra, non aveva più trovato lavoro. D’altra parte, non sembra che la famiglia fosse molto d’accordo sulla scelta sentimentale che aveva operato negli anni che avevano preceduto il conflitto. Così, senza lavoro e incompreso dai suoi, aveva maturato il proposito di raggiungere il padre negli States.

Era un ragazzino di dodici anni quando lo aveva visto partire, ma ricordava ancora quell’espressione di infinita tristezza dipinta sul volto dei partenti. Erano contadini, braccianti, operai, disoccupati meridionali, vestiti di pochi cenci, con la classica valigia di cartone e un misero fagotto appeso alla punta di un bastone, che affollavano la banchina dell’Immacolatella vecchia eD). Erano povere donne vestite di nero, con un fazzoletto legato sulla testa e i bambini appiccicati alle gonne, che seguivano i mariti nella grande avventura al di là dell’oceano. Erano personaggi, uomini donne e bambini, che scrivevano una delle pagine più amare del capitolo dell’emigrazione italiana.

Gli tornavano in mente i versi di Santa Lucia luntana:

Partono ‘e bastimiente

p’ ‘e terre assai luntane

cantano a bbuordo e so’ napulitane.

Anche lui ora stava per partire. Anche lui andava assai lontano, ma non cantava, non aveva voglia di farlo. Lasciava una terra ingrata, che gli aveva riservato solo amarezze, incomprensioni e ostilità. E andava in un mondo sconosciuto, del quale aveva solo vaghe e confuse nozioni.
Mentre la nave si staccqva dal molo, allontanandosi fino a diventare un punto nero all’orizzonte, un groppo lo prese alla gola. Adesso poteva dare libero sfogo alla propria emozione, perché nessuno dei parenti rimasti a terra lo poteva scorgere. E pianse, pianse come un bambino.
Intanto una donna innamorata lo seguiva col cuore, temendo forse di non poterlo più riabbracciare:

Addio, mia bella Napoli
e suspiravi tu
e mò nu tuorne cchiù,
te scuorde d’ ‘o paese d’ ‘e sirene
e, dopo tantu bene,
te scuorde pure ‘e me.

Ma Ciro sarebbe tornato di lì a poco e, dopo averla sposata, si sarebbe stabilito definitivamente in America.

anielloscognamiglioIl 14 gennaio del 1953, un anno dopo la partenza dall’Italia del figlio, faceva ritorno in patria Aniello Scognamiglio.
Aniello ‘o mericano era veramente un uomo di altri tempi, uscito pari pari dalle pagine di un libro di avventure. Ancora ragazzo, aveva visto morire un fratello travolto dai flutti del mare in burrasca. Soldato nella prima guerra mondiale, aveva combat· tuta la dura guerra di trincea nella quale erano caduti tanti e tanti commilitoni, uccisi dal piombo dei cecchini austriaci. Imbarcatosi subito dopo la fine delle ostilità, era riuscito miracolosamente a salvarsi dal naufragio della sua nave, trovando posto su una scialuppa di salvataggio; e su quello scomodo rifugio era rimasto ben due giorni e due notti, terrorizzato da un branco di squali che avevano circondato la barca; finalmente, era passata una nave brasiliana, che lo aveva recuperato e trasportato in India. Quella tremenda esperienza aveva lasciato il segno sul suo animo. Aveva deciso perciò di emigrare negli Stati Uniti, dove, con il lavoro e i sacrifici, avrebbe potuto guadagnare quel tanto di che sfamare, con le rimesse mensili, la moglie e i figlioletti lontani.

Correva l’anno 1926, e da allora Aniello Scognamiglio era rimasto lontano da casa per ben ventisette anni. Era partito per cercare lavoro in una terra sconosciuta, nella quale mille pericoli insidiavano quotidianamente l’esistenza degli emigrati. E una volta infatti, tornato a casa con la paga in tasca dopo una dura giornata di lavoro nel Bronx, era stato aggredito da due delinquenti che lo avevano atteso per sottranili il denaro così faticosamente guadagnato. Eppure, nonostante tutto, egli aveva continuato a lavorare, spedendo regolarmente in Italia il guadagno mensile e riservando per sé l’indispensabile per vivere.
In effetti, la famiglia era rimasta sempre in cima ai suoi pensieri; e tale nostalgia era stata resa ancora più acuta da certe canzoni che il grande cuore di Napoli aveva dedicato ai suoi figli più sfortunati. Come restare insensibile, ad esempio, alle parole di Lacreme napulitane?

E ‘nce ne costa lacreme st’America
a nuie napulitane
nuie ca ce chiagnimmo ‘o cielo ‘e Napule
comm’è amare stu pane

E quando il cantante napoletano Mario Gioia aveva lanciato la Cartulina ‘e Napule al Teatro Werba di New York, nel 1927, non era forse andato ad applaudire quell’ambasciatore canoro della patria lontana?

M’è arrivata stammatina
na cartulina;
è na veduta ‘e Napule …

E così, pieno di nostalgia e di rimpianti, Aniello Scognamiglio aveva trascorso i suoi ventisette anni in terra americana. Era partito ancor giovane e faceva ritorno, ora, alla veneranda età di 66 anni. Con lui tornava un po’ anche la vecchia America dei tempi di Rodolfo Valentino, del dixieland e del charleston, del proibizionismo e degli speakeasies, di Al Capone e di Dillinger, di Douglas Fairbanks e di Mary Pickford, di Charles Lindbergh e dello Spirit of St. Louis, di Sacco e Vanzetti e di Wall Street; in una parola, dei roaring Twenties.
Nel frattempo, quante cose erano cambiate! C’era stata, intanto, la seconda guerra mondiale, durante la quale egli era stato costretto a sospendere l’invio dei soldi in Italia; e, poi, i figli erano cresciuti e diventati adulti. Giuseppina (nata nel 1913) e Antonietta (del 1917) si erano sposate; Ciro (del 1914) aveva preso il suo posto nella vecchia casa di Douglass Street 87, a Brooklyn; Lucia (del 1920) e Rosa (del 1925) erano ancora nubili. Quanto alla moglie, Giulia, di due anni più giovane di lui, era anch’essa invecchiata, ma aveva conservato intatto nel cuore l’amore per il suo uomo, partito un giorno lontano in cerca di fortuna. La brava donna non lo aveva mai dimenticato e ai figli non aveva fatto altro che parlare del padre lontano, che adesso era finalmente tornato.
Eccolo ora mentre, seguito da una schiera di parenti e di curiosi, saliva le scale che lo avrebbero portato alla sua nuova casa. Nel vicolo, intanto, la notizia di quel ritorno si era sparsa in un baleno:

Vué, è turnate Aniello ‘o mericano!
Chi? ‘O marito ‘e Giulietta? Famme vedé!

Le persone di una certa età lo ricordavano ancora, mentre anche i più giovani si lasciarono attirare dalla curiosità di conoscere il nuovo venuto.
Visto da vicino, Aniello Scognamiglio era un uomo di media statura, aveva un aspetto mite e portava gli occhiali. Ma ciò che colpì maggiormente l’attenzione dei parenti e dei vicini era il colorito del volto, tipico della gente abituata a vivere all’aperto. Avrebbe poi spiegato la moglie che il marito, da giovane, aveva fatto il marinaio e che fin da allora il suo viso aveva assunto quel colorito rimasto inalterato anche a distanza di tanti anni.
L’arrivo dell’americano rivoluzionò un po’ la vita della ritrovata famiglia. La casa di Giulietta era sempre piena di gente desiderosa di conoscere notizie sull’America e sugli altri resinesi ri· masti in V.S.A. Non mancava nemmeno il compariello di turno, venuto a salutare il padrino dopo tanti anni di lontananza.

Le domande si sprecavano: esistevano ancora i pellirosse in America? Aveva mai visto i grattacieli? Aveva conosciuto Riccardo Oriani, il marito di Filomena? E Minico ‘e mazzitiello quando sarebbe tornato? Come stavano Ciro ‘e tracinella, ‘a Macchiulella e Capacciaro? Era più bella Nuovaiorche o Broccolino?
A tutti lo Scognamiglio rispondeva con garbo, senza mai mostrare cruccio o segni di impazienza. Più di uno, anzi, tornò a casa con una bottiglia di Ballantine o di blended whiskie.
L’inserimento dello Scognamiglio nella nuova realtà fu graduale e non privo di difficoltà. Invece di godersi il meritato riposo, avrebbe desiderato rendersi ancora utile alla famiglia, magari con qualche job, ma dovette accontentarsi di lunghe passeggiate, con il nipote quattordicenne, lungo le strade di quella Resina che ormai stentava a riconoscere.

Erano lunghe passeggiate, che si snodavano da Pugliano fino agli Scavi di Ercolano attraverso Via Quattro Novembre, una strada aperta qualche decennio prima e che in gergo era ancora chiamata ‘a ret’ ‘a strada nova. Nonno e nipote si incamminavano dunque per quella nuova strada, lunga larga e ai lati della quale si aprivano ampi spazi di verde e di terreno coltivato. Allora, infatti, non era ancora esploso il boom edilizio che, di lì a qualche anno, avrebbe seppellito il territorio del nostro Comune sotto imponenti ·colate di cemento. Si vedevano solo piccole case, ad uno o due piani, che venivano ad interrompere la continuità di quella verde distesa. Erano casette linde e civettuole che, seppure costruite senza pretese, rallegravano la vista. La primavera poi, illuminando uomini e cose con colori vivaci e brillanti, rendeva il paesaggio ancora più piacevole e suggestivo.

Il vecchio osservava contento il miracolo della natura .che risorgeva dopo il letargo dell’inverno, le prime gemme spuntate sugli alberi, i prçlti che sembravano tappeti ricamati da una mano amorosa e sapiente, il cielo azzurro e luminoso. Quella vita en plein air, dopo quasi trent’anni di smog newyorkese,gli faceva tanto bene al morale e al fisico. Quante memorie affollavano la sua mente! Camminava e raccontava al nipote alcuni di quegli episodi legati ai ricordi della sua vita sul mare, della prima guerra mondiale combattuta sul Carso, delle sue esperienze in terra d’America.

Non di rado, incontrava lungo il percorso qualche suo compagno di gioventù, di solito un vecchio lupo di mare, un pensionato come lui, con il quale si fermava a rievocare questo o quell’episodio dei bei tempi andati. Era allora un fitto intrecciarsi di domande e di risposte sul rispettivo stato di salute, çli notizie sui comuni compagni di gioventù, di felicitazioni per traguardi rag· giunti o di rimpianti per speranze svanite. Emergevano dalla con· versazione anche ricordi di pesca, di avventure di mare e di altri episodi magari banali, ma che avevano il pregio di riferirsi a una epoca favòlosa dell’esistenza, la gioventù: era insomma un bilancio, il consuntivo di tutta una vita.

Qualche volta nonno e nipote si spingevano fino al Granatello di Portici, un porticciuolo lindo e pittoresco che il primo conosceva bene per avervi trascorso tanta parte della sua attività giovanile. Lungo il percorso che conduceva al porto, i due passavano davanti alla Villa Comunale di quella graziosa cittadina, una villa spaziosa, ricca di alberi, di verde, sorvegliata e curata nei minimi particolari. Per associzione di idee, quella villa gli faceva ricor· dare, ogni volta, le parole di, una canzone che la radio trasmetteva proprio in quegli anni:

Mi ricordo, mi ricordo che bei tempi erano quelli vecchia villa comunale sei rimasta tale e quale

Erano le parole pronunciate da una persona che, tornata a casa dopo anni di assenza e rivedendo le persone e i luoghi cari alla sua infanzia, si lasciava trasportare dall’onda dei ricordi. Quelle parole si potevano riferire senz’altro anche al vecchio che, tornato in patria dopo trent’anni di esilio e rivedendo la villa dove aveva giocato e scorazzato da bambino, riassaporava i «pensieri soavi », le « speranze» e i « cori » di allora.

Arrivati al porto, i due s’incamminavano lungo il molo principale, al quale erano attraccate imbarcazioni di ogni genere: pescherecci, gozzi, paranze, navi di piccolo e medio tonnellaggio. Che fervore di vita in giro: qua c’erano dei pescatori che riparavano le loro reti a strascico; là dei marinai che effettuavano operazioni di carico e scarico dalle navi più grandi; più in là ancora delle persone che facevano ressa vicino ad un gozzo, appena giunto ne] porto, per l’acquisto della buona tartanella (un campionario di eccellente pesce di scarto).

Il vecchio osservava interessato: niente era cambiato rispetto a tanti anni prima. Le mamme portavano ancora i bimbi a spasso nel porto e i pescatori dilettanti, armati di canna e di lenza, erano ancora seduti come una volta sulle sponde della banchina.
Ad un’estremità del molo c’era una scalinata di pietra che conduceva ad una postazione elevata, dalla quale si poteva contemplare uno splendido panorama. Da una parte, sulla destra, la linea ferrata che correva proprio lungo il mare e quella stazione famosa in Italia e nel mondo per essere stata il terminale della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici. Dall’altra parte, la distesa del mare aperto, la linea dell’ultimo orizzonte: l’ex emigrante era stato là, oltre quella linea, e forse provava ancora un po’ di rimpianto e di nostalgia per quegli anni lontani.

COSÌ, nel ricordo di un’esistenza operosa, Aniello Scognamiglio visse gli ultimi anni. Intanto, tutto intorno a lui stava cambiando rapidamente: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers. In breve, la ripresa economica e civile di Resina si inserì in quella più generale del « miracolo economico italiano», che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.
saturniaIn questa nuova società dei consumi, sparirono per sempre usi e costumi, necessità e comportamenti di un tempo. Scomparve, fortunatamente, anche l’emigrazione: molti cominciarono ad osservare che la vera America si stava trapiantando qui da noi, in Italia, e che l’emigrante cencioso e disperato dell’oleografia tradizionale poteva considerarsi ormai una figura del passato.

Era sparita per sempre l’epoca  del Saturnia e del Vulcania, del Rex e del Conte Biancamano; sparite le traversate transoceaniche effettuate a tempo di record per la conquista del Nastro azzurro (come dimenticare il Queen Mary, l’United States e il nostro Rex che, nel 1933, aveva conquistato il prestigioso blue ribbon); e stava per sparire ora anche la nuova generazione degli Augustus, dell’Andrea Doria e del Cristoforo Colombo.
Era un mondo decisamente diverso da quello che il vecchio aveva conosciuto in passato. Perciò, quasi di soppiatto, l’antico emigrante preferì uscire dalla comune. Era il 9 aprile del 1966.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La reggia di portici dalle sue origini ai giorni nostri
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Quest’angolo incantevole del «golfo di Portici» -come lo definisce Giacomo Leopardi in una lettera al padre -prima che vi risuonasse il nome stesso di Portici era una borgata di poche e rustiche dimore. Col tempo, il sito s’ingrandì e si arricchì di ville patrizie.
Nel medioevo vi si stagliò una torre guelfa (se ne vedono ancora i merli nella parte risparmiata dall’oculato piccone dei costruttori) nella quale la leggenda ha sospeso foschi drammi di amore e morte, con cieche trame di vendette tra discendenti angioini e stirpi ri1agiare -Giovanna II e Andrea di Ungheria -il modo della fine del quale « ancora offende». Nel cinquecento un’accolta di sapienti e di artisti sommi vi venivano a elucubrare le loro conquiste nel campo delle idee, a deliziare gli amici con i portenti delle loro ispirazioni, nella villa di Bernardino Martirano, che nel 1533 ospitò l’Imperatore asburgico Carlo V, di riltorno dalla felicemente conchiusa impresa africana.

Verso il 1707 Carlo VI, al quale dopo la morte di Carlo V toccarono i possedimenti italiani, governava l’Italia meridionale per mezzo di un vicerè, il conte Martiniz, che fece occupare Napoli da un contingente di truppe tedesche, comandate dal Colonnello di cavalleria Maurizio di Lorena, Principe d’Elbeouf, lontano parente del Principe Eugenio di Savoia. Il Principe d’Elbeouf fittò per il momento un palazzo sontuosissimo in Napoli.

Nel 1710, nominato Colonnello-Maresciallo, corrispondente press’a poco a generale di Divisione, si fidanzò con la principessa napoletana Salsa e, realizzato il suo sogno d’amore, nonostante un po’ avversato dalle superiori autorità viennesi, durante l’estate veniva a passare i mesi più caldi nel palazzo dei Principi di Santo Buono. Ma essendo piaciuto il luogo specialmente alla sposa, il Principe d’Elbeouf pensò di comprare dai frati del convento di San Pietro d’Alcantara un pezzo di terreno in riva al mare, per la costruzione di un padiglione estivo, che desiderava sontuosissimo. Fece venire per la bisogna un famoso artigiano dalla Francia, specializzato in costruzioni con stucchi di polvere di marmo, con risultati brillantissimi. Un contadino di Resina (ora Ercolano), un certo Nocerino, soprannominato Enzecchetta, scavando per l’allestimento di un suo pozzo, aveva cavato fuori belllissimi frammenti di alabastro di colonne, che il principe acquistò per la sua costruzione. Ma avendo· fiuto archeologico e studiata la natura dei pezzi acquistati pensò che provenivano da qualche tempio romano e proseguì per proprio, conto altri scavi. Venne fuori una statua d’Ercole prima e poi tre bellissime statue muliebri, che egli, fattele restaurare, inviò in regalo al lontano parente Ellgenio di Savoia. L’invio suscitò a Vienna grande scalp·ore ed entusiasmo. Gli scavi del Principed’Elbeouf intanto proseguivano felicemente, finché non fu \renduto il palazzo alla Casa Commerciale Falletti di Napoli e di scavi no,n si parlò più. Però, senza che nessuno se ne fosse avve,duto era venuta alla luce Ercolano!

Poco dopo l’occupazione di Napoli da parte delle truppe spagnole (1734), giungeva a Napoli anche Carlo di Borbone. Aveva 19 anni, era bello, buono, colto, e, allegge’rito delle cure dello Stato dalla preziosa dirittura del toscano Bernardo’ Tanucci, potette sodd.isfare a suo bell’agio il trasporto preferito della caccia e della pesca. Dove? .. A Portici, dove, capitato per caso con la giovane e bellissima moglie Amalia di Valburgo, co’ncepì l’idea di acquistare dalla Casa Co,mme’rciale Falletti la prop,rietà una volta ap:partenuta al Prinoipe d’E:lbeouf, la quale este’ndendosi a specchio nel mare, co’n una splen,dida z.ona collinosa ricca di boschi, risp,ondeva p’erfettamente all’idea.le desiderio dei giovanissimi sovrani.

E sorse il Palazzo Reaile di Portici. Ne fu affidata la costruzione per p,rimaal Colonnello Medrano’, ingegn’ere di Corte. Ma in un secondo mo,mento subentrò al Medran’o l’ingeg~nere romano Antonio Canevari che ne curò il progetto. Ne eb’be anche la direzione dei lavori, ma in combutta col Medrano, sebbene’ a denti stretti. Le immancabili discordie tra i direttori dovettero de’generare in pettegolezzi e alterchi e qui1ndi rottura definitiva. Si è detto tanto male del mite e signorile ingegnere Canevari, che non mi dispiac’e di spezzare una lancia in difesa di quel simp’atico galantuom·o. Egli dovette assolvere un compito diffico,ltissimo: so,ddisfare in pi’eno, ad Q·gni costo, c’ondizioni contrast’anti, senza potere obiettare ragioni, p’erché il Re e la Regina volevano così e c’osÌ doveva essere! E cioè un vero dilemma regale: non più su, no’n più giù …

Nel primo senso si sarebbe situato il Palazzo Reale troppo distante dalle pescherie, nel secondo senso, troppo lontano dal bosco per le battute di caccia. A nulla valse o’pporre che l’Atrio della reggia sarebbe attraversato dalla strada provinciale, perché anzi i principi demo·cratici, ai quali Elisabetta Farnese aveva ispirato l’educazione del suo p1iù caro. ramp·ollo, propendevano a tenersi il pop’olo il più vicino possibile. Hoc erat in votis: do’minare da una parte Portici, il cui popolo aveva manifestato sempre entusiasmo spontaneo e sincero, dall’altra Resina, popolazione festosa, remissiva, lavoratrice, buona; popolazione di pescatori, di ortolani artieri e cacciatori. Lusingava poi tanto l’animo dei giovani sovrani tenere come sottocchio il capolavoro del loro Regno, che s’inalbava con così lusinghieri auspici: gli scavi di Ercolano, dai quali tanto si ripromettevano. Tanto meno desideravano allontanarsi molto dalle famiglie principesche, che già facevano sorgere tutt’intorno splendide ville, con una gara di preminenza e superiorità architettonica, che secondava tanto la spiritualità di Carlo III, in cui riviveva la passione ereditata dal padre e dal grande nonno di elevare opere che sfidassero l’eternità e si facessero godere da tutti.

 Si aggiunga che !’ingegnere Antonio Canevari, d’indole mite, ma già provato dagli aculei delle invidie e dalle gelosie cortigiane e professionali a Roma, a Napoli e soprattutto in Ispagna e Portogallo, si riprometteva qui, a Po,rtici, un successo se non trio,nfalealmeno dignitoso che lo risol1evasse di tutti gli scacchi e le male’volenze subite. Si pose perciò all’intento con l’impegno di tutte le sue possibilità.

La Reggia, d,unque, sorse secondo lo « stupiendo disegno» del Canevari (l’espressione è del Colletta) su questa specie di piccolo promontorio, segnando l’estremo confine orientale tra Portici e Resina (ora Ercolano) a cavaliere di un’estesa spiaggia deliziosissima. D’a un maestoso cortile ottagonale, con quattro lati più lunghi si accede alle due ali del palazzo, che a loro volta danno adito ad una monumentale esedra verso il mare e ad un suggestivo parco su pei declivi del Vesuvio, ridotti a sontuose aiuole piene di verde e olezzanti di fiori.

Reggia_di_Portici1

Tre grandi arcate danno accesso ad un immenso atrio esteso per tutto il piano terreno. Mastodontici pilastri interni ed esterni dividono l’atrio in spazi rettangolari.
Dall’atrio si passa in un cortile secondario, più piccolo, sormontato da logge che decorano statu.e ercolanesi nel piano superiore. Dal cortile si scende al giardino e dal giardino si passa nel bosco. Co-n la stessa distinzione prospettica proced,e lo sviluppo del cortile interno, in diretto risc’ontro con la parte opposta del palazzo verso il mare, con una spianata oblunga, che nella parte inferiore chiude una balaustrata arcuata, che, seguendo le parti dei viali che discendono al piano inferiore attraverso fabbricati finiscono in magnifiche terrazze orlate anch’esse di belle balaustrate. Sovrasta la fabbrica una torretta con l’orologio nel lato meridionale.
A destra dell’atrio una scala di marmo rosso a due rampe, che ha sul primo ripiano due nicchie con statue provenienti dagli scavi ercolanesi, ostenta nella sua strutturazione marmi assai pregev,oli, di provenienza turca.

Le aule di questo primo piano erano state affrescate da pittori aulici del settecento napoletano, ma durante l’occupazione francese la regina Carolina le fece ridipingere ad imitazione delle pitture pompeiane, per dare alla sua nuova residenza la decorosa elega11za e gli splendori famosi dell’antica sede p’arigina. Infatti vi appare qua e là lo stile impero che Napoleone aveva instaurato dap,pertutto. Non vi mancò l’opera geniale di Antonio Canova che vi scolpì i busti del re e della regina. Dello stesso periodo sono inoltre i restauri di alcune pareti delle aule dell’ala che guarda il mlare, con drappi di seta di San Leucio.

È: fama, a questo proposito, che Francesco I, al padre Ferdinando IV che gli chiede’va ragguagli circa le novità apportate dalla dominazione francese, rispondesse che se fosse stato assente un altro paio d’anni avrebbe tro,vato splendori maggiori.
Infatti Carolina Bonaparte, essendo stato il marito Gioacchino Murat nominato Re di Napoli, venutavi nel 1808 e recatasi poi a Portici, per la sua squisita sensibilità suscettibile a tutte le cose belle, non si sottrasse al fascino della nostra cittadina per cui ne preferì la sede a quella di Napoli.

Ma, purtroppo, la reggia di p’ortici fu trovata quasi vuota, essendone stati portati a Palermo i migliori arredamenti e la maggior parte dei quadri. Essa provvide subito a far trasportare qui, a Portici, mobili, quadri, bronzi, e porcell:ane di inestimabile valo’re dall’Eliso di Parigi. Erano della più distinta p’ro,duzionedi stile im:pero specchi, consolle, divani, poltrone, tavoli, sedie, sgabelli, orologi, vasi. Ma quando ne rip,artì per il ritorno dei Borboni, fiera e nobile quale era, non portò altro con sè che gli oggetti di p,ersonale pertinenza.

Per riprendere il discorso della reggia devo aggiungere che due erano state le difficoltà da superare: la «Strada Regia» che attraversava il cortile principale, e quest1a fu oivviata con le fabbriche dei due cavalcavia, l’uno prospiciente a Portici con l’ingresso di Cappella Reale della quale ci interesseremo a parte. Questo cavalcavia offriva dalle finestre del primo e del secondo piano un panorama bellissimo con Posillipo nello sfondo e la stesa della città su per le rimanenti colline napoletane specchiantiisi nel mare; l’altro prospiciente a Resina co’n la veduta panoramica dei monti Lattari e delle alture sorrentine.

In fondo all’atrio volto al Vesuvio vi è l’accesso al giardino. A poca distanza dall’ingresso un grazioso’ recinto detto « giardino della Regina» adorno di una fontana detta « delle Sire’ne » e’ di una Flo’ra, su colonna di cipollino, e il «Chiosco del Re’» Carlo, col tavolino a mosaico su cui la tradizione vuole che siano state firmate molte condanne di morte. Tanto la Flora quanto il tavolino a mosaico, so’no di p,rovenienza Ercolanese. È notorio che il santo-Po-ntefìce Pio IX, durante i sette mesi trascorsi a Portici 14 settembre 1849–4 aprile 1850), fosse solito passeggiare in questo’ giardino soltto l’oneroso carico dei suoi pensieri.
Questo giardino è suddiviso in quattro grandissime’ aiuole, generate dall’incrocio di due larghi e bei viali. L’incrocio risolve lo sviluppo di uno spazio circolare, pavimentato con mattoni, massi pipernici lavorati e ,marmetti tutt’intorno alla fontana, o’pera dello scultore Canart. Costui adibito dal Re ai restauri dei marmi di Ercolano si servì Ce non se ne fece scrupolo) di una pregevolissima statua capitatagli nello studio, per farne l’idea tematica della fontana che ancora vi si ammira. La statua si erge su una base ottagnaIe, sorretta da grandi volute ave seggona fauni marini dalle braccia in atteggiamento minaccioso e i volti truci, le gambe pinnipedi, squamose e attorcigliate.

Di fronte al viale, a sinistra, sotto il muro, che conchiude il « giardinetto segreto» v’è un altro bellissimo cimelio, degli scavi di Ercolano: un sarcofago col bassorilievo della caccia al cinghiale. Nove cacciatori quasi tutti seminudi e armati di spie’do circondano animatamente l’enorme e spaventosa belva, che piega col peso del corpo una palma e digrigna le zanne che gli fuoriescono dalle po:derose mascelle, co’n le zamp·e anteriori in violenta mossa d’assalto … Dei due ultimi p,ersonaggi a destra, l’uno dev’essere Pluto,ne e lei Proserpina. Sarebbe un rito funebre con scen’a di caccia esprimente la passione del defunto a cui il sarcofago era destinato. Bellissimi tra le gambe dei cacciatori i cani che si danno da fare per azzannare la belva. Poco distante è degna di nota la famosa muraglia sostenuta e rafforzata da capaci contrafforti, che doveva respingere il pallone col quale si soleva divertire Ferdinando IV. È una costruzione rettangolare delimitata dal muraglione nei lati più lunghi, con una scalinata dove si sedevano gli spettatori, per assistere al gioco assai divertente e al quale solevano prender parte oltre ad esperti anche persone autorevoli del seguito del Re.

Ed a questo’ proposito Giacomo Casanova nelle sue «Memorie» narra di aver assistito ad una partita assai interessante che ebbe un epilogo: comico che poco mancò non divenisse tragico … Un bel giorno, nel meglio del gioco, il Re Ferdinando si accorse che ‘. tra gli spettatori due seminaristi si sganasciavano dalle risa e gli venne una voglia matta di ridere un po’ anche lui alle loro spalle e, alla chetichella, messosi d’acco,rdo con quantro o ci:nque dei più vigorosi e nerboruti dei giocatori, fece afferrare i due malcapitati e avvoltili in coperte se li lanciarono da un punto all’altro tra le grida d’aiuto dei poveretti e’ le risate del pubblico e degli stessi giocatori.

Smesso il poco regale scherzo, i due seminaristi esterrefatti e pallidi per il pericolo corso, ma soprattutto furibondi per la burla subita, se la filarono, con la coda tra le gambe, come si suoI dire, uno quasi contento che non gli fosse capitato qualche cosa di peggio, ma l’altro, fiorentino e irascibile, ap’partenendo a una famiglia molto autorevole, si volse a potenti, protestando, naturalmente, con un buco nell’acqua!

Anzi il Casanova conclude che: il poveretto, a furia di pe’nsarci su, se ne morì pochi mesi dopo. Se il Casanova l’abbia riferita per sentito dire o per diretta conoscenza no’n sappiamo. Ma nel caso positivo aumenterebbe il numero degli ospiti qualificati!

Più in alto del bosco v’è il così detto « Castello» che pare riproducesse nelle sue linee ridotte la fo,rtezza di Capua. Nella parte centrale si stagliavano simpatici e comodi quartierini con quanto fosse necessario per la residenza dei militari. Anzi in uno degli ambienti affiora ancora la botola per l’apparizione della famosa « tavola muta» che allo scatto di un comando scendeva e risaliva con un forbito pranzo pronto, senza incomodare camerieri.

V’era, come in tutte’ le’ fortezze, anche lina cappella intitolata alla Vergine del Rosario con l’altare per la messa che vi si celebrava ogni domenica mattina e in tutte le feste di precetto’. Fino a poco tempo fa sopra l’altare si ammirav’a ancora un bel quadro della Vergine del Rosario di discreto pennello napoletano. Più in alto, ancora vi e’ra il cosiddetto « Sito del Belvedere» per la residenza dell’Intendente e p’oco distante il « Sito Reale» che culminava nella fagianiera; vicino’ alla « fagianiera » poi, dietro il muro di cinta, sopra un piedistallino quadrangolare, sempre di provenienza ercolanese, sporge da una macchia di verde fittissimo’ una statua di Bacco un poco vessata da piogge d’inverno e dai soli d’estate.

In questo, castello i Re Bo’rboni facevano fare alle trup’pe che vi erano installate complesse ,esercitazioni tattiche in perfetto ordine di guerra.

A proposito del Castello è interessante sapere che esso faceva quasi da salvaguardia a una zona particolare, praticata dalla Corte nelle CO’llsuete scorribande attraversai il Parc’ol che vi p’assava per diporto non solo, ma anche e soprattutto p,er ammirarvi un serraglio di belve feroci, che faceva seguito alla « fagianiera ».
Nella «fagianiera» si allevavano volatili pregiati, invece nella così detta «Pagliaia o «Pagliara» erano raccolti esemplari, fatti venire da ogni dove, specialmente dall’Mrica, di dove il Sultano Mahillud, in omaggio ai sovrani aveva fatto’ giungere un elefante, che ebbe perfino l’onore di una dissertazione di uno dei più insigni studiosi della metropoli nostra, Francesco Serrao e, morto, fu ospitato nel Museo Zoologico della nostra Università.

In questo serraglio in 16°, tuttavia, facevano, bella mostra di sè, se il Chiarini non sbaglia, due leoni, due pantere, quattro antilo,pi, unrninicavallo, un discreto numero di canguri, struzzi africani, aironi, una leonessa persiana, donata daii Re Ottone di Grecia, una leonessa africana e una pantera donate dal Bei di Tunisi, una pantera a,mericana donata da [)on Pedro II, Imperatore del Brasile, due tapiri americani, una paca di Buffon e un istrice. È facile immaginare quanto queste cose, gli animali e le persone addette animassero’ i relativi silenzi e la molto più relativa tranquillità del Parco e quale immensa spesa ne comportasse la manutenzione! Tutto ciò era voluto e dovuto alla universale prammatica della vita delle Corti Reali del tempo.

Verso la fine del 1739 lo scultore Giuseppe Canart dette inizio al lavori affidatigli, consistenti in sistemazione e rifinitura di tutte le soglie, le opere di scultura e rivestitura in marmo. Doveva anche dirigere e sorvegliare i lavori di ebanisteria per porte e infissi in legno di quercia stagionata, che dopo più di duecento anni, ancora resistono a tutta prova. Le opere di pittura e affrescatura furono affidate ai rispettivi pittori aulici Bonito, Del Re, Fischetti e Foschini, per limitarci a quelli di maggior grido. Del resto è risaputo che molti di questi affreschi, durante l’occupazione francese furono ricoperti e poi sostituiti da «grottesche» di imitazione e stile pompeiana, secondo cioè il gusto della regina Carolina Bonaparte, moglie del re Gioacchino Murat. Tutti i cancelli di ferro battuto riproducono con perfetto disegno piedistalli sormo1ntati da vasi di fiori delle balaustrate.

Lo scalone del cortile verso mare con le due rampe, i due saloni a sinistra vennero affrescati dal pittore Del Re, che-li trasformò in una incantevole visione fantasmagorica di scale, colonnati, pOlrticati, atrii, corridoi, cupole, che si succedono, superano, scavalcano co’n un gioco di magica proiezione su finti o,rizzonti, con modanature ed ornamentazioni baro,cche della più ricca specie, che pare qu’asi sfondino le pareti e moltiplichino all’infinito le linee architettoniche della regale dimora. A destra poi dopo la sala di dove si discendeva nella tribuna della cappella e dopo la sala destinata all’impianto del teatro eliminato segue un meraviglioso salotto, la cui volta è arricchita da bassorilievi di stucco, rappresentanti scene di caccia con figure a grandezza naturale.

Bellissime sono le due figure di Diana e Venere, che pare fossero balzate all’improvviso in mezzo a quel paesaggio incantato di piante, di erbe, di fiori, ·per completarne lo splendore. Anche la volta del secondo scalone a monte è un capolavoro ottenuto con l’arte p,rofusa in. quelle ghirlande di fiori di stucco e col leggiadro disegno di fasce, candide a vedersi, più belle di qualsiasi altra soluzione’ cromatica. Bellissim’a è anche la sala affrescata di trofei di armi, adorni di festoni. Molti mosaici ercolanesi furono adibiti per parecchi pavimenti di molte sale che d’altronde son ben conservati, cosa che fa o’nore agli studiosi che vi praticano.

Il pavimento proveniente dalla Villa Tiberio a Capri con la bellissima fascia dello· zodiaco e il famoso Gabinetto di porcellana, sono da tempo passati al Museo di Capodimonte e costituiscono l’ammirazione dei visitatori di tutto il mondo.
Con l’unità d’Italia, essendo la Reggia di Portici passata al Demanio, dovette subire le prime devastazioni, che sarebbero finite nello sterminio di ogni cosa se l’oculata saggezza di alcuni galantuomini, perseguendo l’idea geniale del dottor Carlo Ohlsen di fondare in questa città una Scuola Superiore di Agraria non l’avessero attuata, acquistando dalla Direzione Generale del Demanio tutta la tenuta reale, nel 1872.

In quello stesso, anno, infatti, presie’duta dalle più ele’vate me·nti del regno fu solenneggiata l’inaugurazione del R. Istituto Superiore di Agraria. Ma nel 1935 l’Istituto fu assorbito, dall’Università di Napoli, come Facoltà di Agraria.

La cappella reale

reale2 L’architetto Antonio Canevari aveva già menato a termine il suo assunto, quando il Re, che spesso visitava e seguiva .i lavori, si avvide che l’ingegnere romano, avendo incluso nel suo progetto il teatro, aveva omesso la cappella.

L’ingegnere Fuga, a cui pare sia stato ingiunto di correggere le omissioni del progettista, trasformò il teatro in cappella, cosa che fu eseguita nel migliore dei modi con l’intervento e la collaborazione i degli artisti più in auge in quei tempi. Naturalmente la cappella risentì dell’adattamento. Sulla pianta  ottagonale, infatti, fu creata l’unica navata. In corrispondenza del presbiterio, di forma rettangolare, vi è un lato aperto ad arco.
Quattro lati dell’ottagono della navata danno luogo a quattro nicchie, contenenti le statue di San Carlo Borromeo, Sant’Amalia, Santa Rosalia e San Gennaro. Le due pareti laterali sono adornate da due bellissimi altari privilegiati, sormontati a loro volta da due tele di « Sant’Antonio in estasi» l’una, della « morte di San Francesco Saverio » l’altra.

L’arco divisionale, a sesto ribassato, separa i due ambienti e le due volte, lunettata quella del presbiterio, padiglionata quella della navata.

Sull’altare maggiore sorge un sontuoso trono marmoreo, con quattro colonne di marmo africano, provenienti dalla cattedrale di Ravello e due lesene di marmo verde, sormontate da un baldacchino pure di marmo verde, con sopra tre grandi angeli del Canart, reggenti due i simboli della Madonna, quello centrale la croce. Sul trono v’è la statua della Madonna. L’ingresso principale, sotto gli archi del primo cavalcavia, ha quattro colonne ioniche sormontate da due « Fame» ,marmoree di Agostino Corsini, che sorreggono unoIi stemma sul quale all’emblema dei Borboni fu sostituita la croce dei Savoi’a, quando i Borboni furono cacciati dal regno. La inauguraI zione e benedizione della cappella avvenne nel 1749. Le fu confel rito il titolo di Maria Immacolata, della quale i due sovrani Carlo III e Amalia di Valburgo erano assai devoti. Del teatro furono risparI miati i soli matronei e la tribuna del palco reale sopra il tamburo I d’ingresso, gli uni e l’altra ornati di finissimi intagli attintati d’oro.

Le pareti interne con paraste dai capitelli ionici e i cornicioni dalle perfette modanature, riprendono, continuandole, le linee architettoniche del trono con festoni di stucco, che animano l’ambiente, rompendo la monotonia delle superfici nude, intonacate a polvere di marmo. Due finestroni laterali diffondono nella cappella luce mite, che dà maggiore spicco agli ori delle zoccolature e del pavimento restaurato quasi integralmente dall’appassionata cura dell’odierno rettore Sac. A. Spica. Due porte, in fondo, immettono nella retrostante sacrestia, con imposte che sono opera di perfetta ebanisteria, incorniciate di mostre marmoree e coronate da quattro angioletti anche essi del Corsini.
Sia l’altare maggio·re, sia gli altri laterali san arricchiti da candelabri artistici di bra,nzo dorato, disegnati da Vanvitelli, per incarico del Re. La volta fu affrescata da Giuseppe Bonito, ma è ora velata da una banalissima attintatura bianca. Ci auguriamo che un sapiente ed opportuno emendamento restituisca al tempio i suoi ricchi e preziosi affreschi bonitiani e le sue primitive attintature azzurrognole chiare, ancora re’cuperabili, prima che il tempo· non completi l’opera demolitrice degli uomini!

Le quattro colonne dell’ingresso che il Canart aveva acquistato in diverse cattedrali delle Puglie e della Campania con capitelli ionici, sormo’ntati da un accenno prospettico di bald’acchino e da modanature barocche, sembrano steli di una fioritura architettonica su cui si siano a1dagiate le due bellissime Fa.m.e, che scolpì il bolognese Agostino Corsini e che i giudici del temp’o, tra cui il Sammartino, il Vanvitelli, e lo stesso Canevari, stima’ronol olpere p·rege’v·oli, nOln indegne dello scalpello del Bernini, dell’influsso della cui arte risentono. Sono l’una, seduta a sinistra di chi guarda, quella di destra inginocchiata, come do,po un volo ad ali spiegate. Brand!iscotno una tromba e sorreggono uno, stemma conchigliato e’ accartocciato. Sullo stemma vi è una capace corona borbonica come lo stemma che fu scalpellato con la fine del regno.

Tutt’e due le Fam.e sono in atteggiamento di chiamare il popolo a raccolta nella casa di Dio. Dopo il vestibolo il tamburo sostiene, con quattro lesene, un parap’etto e una cim,asa, la tribuna reale in legno rintagliato, con pannelli ,di eleganti efllorescenze baro,cche, finemente disegnate, in attintatura d’oro·. Ai quattro lati ottagonali, in nicchie incorniciate di marmo rosso siciliano si ergono quattro statue, delle quali tre e cioè Sant’Amalia, San Carlo Borromeo e San Gennaro sono attribuite’ allo, sculto’re spagnolo Ma.. nuei Pacheco. Santa Rosalia, invece, reca la firma dello scultore Andrea Violani e la data 1753. È fama che lo scultore Pacheco abbia per le figure di San Carlo e Sant’Amalia preso a modelli gli stessi sovrani, c’osa cIle è quasi rico·nfe195px-mozartveronadallarosarmat1a dalla somiglianza del volto di San Carlo del Pacheco con quello di Carlo III scolpito da Canova nella statua e’questre’ di Piazza Plebiscito· in Napoli. V’è però chi asserisce che le fattezze di Carlo· III siano state ripro·dotte nel volto di San Gennaro. Questi quattro santi compendiano il patronato religioso del mondo politico dei Borboni: la Spagna, la Polonia, la Sicilia, l’Italia.

Ai due lati dell’altare .maggio/re vi sono due quadri adespoti, raffiguranti l’uno Cristo sulla via del Golgota di eccellente pennello, di sicura scuola caravaggesca, l’altro, un Ecce Homo, anch’esso, di ottima .mano’; nell’ufficio parrocchiale, poi, è ammirato un bellissimo San Francesco di Paola della scuola del Solimen·a. Dietro l’altare maggiore, aderenti alla parete di fondo, vi sono due tavolinetti di diaspro con bellissimi gambi di ma·rmo, di probabile provenienza ercolanese. Marmoree sono anche le due acquasantiere conchigliate ai due lati del tamburo d’ingresso. In sacrestia v’è, inoltre, una Sant’Anna della scuola del Solimena.
In questa Cappella che co’nciliò a Dio teste coronate e togate, che tante volte risuonò della voce o tremolante di commozione o giubilante di Fede di Pio IX, in un fulgido mattin’o del 1770 Mozart, fanciullo prodigio, alla presenza di tutta la corte reale ·offriva alla Vergine le sue divine note.

fonte pubblicazione

Antonio Santaniello – LA REGGIA DI PORTICI – XI CONGRESSO NAZIONALE DI ENTOMOLOGIA – PORTICI -SORRENTO 10 -15 MAGGIO 1976

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Gianni e Mario Coppola due fratelli la guerra, la prigionia e la liberazione. Una storia da raccontare
aprile 20, 2016
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Al fine di ricordare l’orrore e le barbarie che furono perpetrate nei campi di prigionia nazisti, vi raccontiamo la storia di due nostri reduci della seconda guerra mondiale ovvero i fratelli Mario e Gianni Coppola, zii del dott. Gabriele Coppola e dell’avv. Giuseppe Coppola, entrambi ufficiali del Regio Esercito Italiano che sebbene impiegati in reparti e fronti diversi, dopo tante traversie si ritrovarono, a loro insaputa, nello stesso campo di concentramento  ovvero lo stalag X B di Sandbostel nell’alta sassonia vicino ad Amburgo.

Il tutto ha inizio come molti dei nostri ragazzi di allora dopo l’armistizio de  l’8 settembre 1943 che aveva lasciato centinaia di migliaia di uomini sui vari fronti senza ne direttive ne ordini ed in balia dell’ex alleato Germanico deciso ad utilizzare questi poveri ragazzi come semplice forza lavoro, spesso causando la morte per stenti e per fame.

Iniziamo con la traversia di Mario Coppola sottotenente del 251° granatieri che fatto prigioniero a Creta fu trasportato insieme altre migliaia di prigionieri su un unico convoglio diretto per la Grecia rimasto indenne dagl’attacchi dei sommergibili inglesi.

Il 24.09.1943 vengono caricati su vagoni bestiame, in 48 per ogni vagone, in partenza per la germania che dopo diverse tappe attraverso l’europa centrale tra le quali Romania, Ungheraia, Jugoslavia, skopie e diverse marce a piedi giungono in Germania in data 3.11.1943. Il campo di concentramento finale dove furono portati entrambi era lo stalag X B di Sandbostel, Località sede del lager omonimo, dove nel settembre del 1939 alcune migliaia di polacchi arrivarono come prigionieri di guerra. In seguito vi furono deportate centinaia di migliaia di persone compresi, dopo l’8 settembre 1943, militari italiani tra i quali Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Marcello Lucini e Enzo Paci. Di questi, cinquantamila morirono di stenti, malattie, impiccati o fucilati. Dei caduti in questo lager si ricorda il padre del segretario della CISL Savino Pezzotta morto di fame dopo nove mesi di prigionia.

Questi sono i documenti nei quali i nazisti, in linea con la loro criminale efficienza, annotavano tutti gli effetti dei prigionieri su apposite schede rigorosamente in tedesco.

Il 10.11.1943 finalmente i familiari dei due giovani, in special modo il loro fratello avv. Pasquale Coppola rimasto a Resina,  riescono ad avere notizia dei due giovani.

Nessuno dei due fratelli sa che sono internati nello stesso campo di prigionia, ne tantomeno può essere loro comunicatogli in quanto la corrispondenza era sottoposta al vaglio della censura tedesca.

Allora Pasquale Coppola inventa uno stratagemma, scrive sotto il francobollo della lettera indirizzata  ad uno dei fratelli la notizia che l’altro fratello è vivo e sta nello stesso campo ed a tergo della letterea comunica in codice ad entrambi questa frase :

“Ricordati come le nostre fidanzate scrivevano le notizie di nascosto ”

(ricordando a lui lo stratagemma che usavano di scrivere le informazioni sotto al francobollo)

Solo allora entrambi i fratelli apprendono la notizia e quindi Gianni Coppola inizia a cercare il fratello Mario all’interno del campo, si precisa che nel campo potevano essere internate fino a 50mila prigionieri divisi in diverse baracche.

Nel girovagare all’interno del campo Gianni Coppola incontrò altri suoi concittadini quali il dott.Tarallo, l’Avv.Giovanni Fiengo,Andrea Oliviero .

La famiglia di quest’ultimo abitava nello stesso palazzo di Via Fontana dei due fratelli Coppola.

A fine della guerra ritornarono a casa tutti insieme.

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Il 19 febbraio del 1944 Gianni trovò finalmente suo fratello Mario ma quest’ultimo, vuoi per gli stenti e vuoi per le malattie che infestavano il campo, era in condizioni quanto mai precarie, per cui il fratello Gianni accettò di lavorare al di fuori del campo nelle fabbriche tedesche al fine di trovare vettogliamento per sostenere il fratello ammalato.

Questo il documento con il quale si attestata che Coppola Giovanni che era un prigioniero lavoratore.

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Nel febbraio 1945 scrivono entrambi una lettera ai loro genitori nella quale fanno capire di stare bene e che si sono ricongiunti, solo che Gianni scriverà al posto di Mario, in quanto quest’ultimo era talmente debilitato da non poter nemmeno scrivere, ma non facendo capire ai genitori, usando quasi la stessa grafia, che il fratello Mario non era in buone condizioni di salute.

Dopo la liberazione dal campo i due fratelli trovarono un impiego nella città di Amburgo e durante le incursioni e bombardamenti degl’alleati loro si riparavano in una sottennarea nelle vicinanze dell’ Hotel Tretorn.

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Finalmente la tanto attesa partenza per l’Italia, dal lager Martinistrasse nei pressi di Amburgo, che avvenne il 29 luglio 1945 con i camion messi a disposizione dagl’alleati.

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Durante tutte le peripezie del viaggio in un’Europa devastata dalla guerra finalmente arrivarono a Napoli e presero il primo tram per Resina.

Giunti all’altezza di piazza san giovanni a teduccio intravidero il loro cognato Francesco Esposito (marito della loro sorella Teresa zia Sisina) che proprio lì aveva un deposito di baccalari.

L’Esposito telefono subito a casa dei signori Coppola comunicando questa notizia :

“ ‘E guagliuni stann’ arrivanne “

La notizie del loro arrivo fece il giro del paese ed in pochi minuti la casa dei Coppola in piazza fontana si riempì di madri, sorelle, mogli e parenti di altri militari che non si avevano piu’ notizie.

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Daniele soldato morto in campo di prigionia

Quando arrivarono i due ragazzi dovettero rispondere ad una serie infinita di domande e gli furono mostrate diverse foto di altri militari prigionieri.

Una madre in particolare mostrò la foto di suo figlio Daniele e li  Mario e Gianni ebbero un attimo di tentennamento, ma non ebbero il coraggio di dire a quella madre piangente che suo figlio era morto di leucemia proprio nel campo dove loro erano internati.

Questa storia è stata raccontata nei decenni ai loro congiunti dagli stessi Mario e Gianni, ma purtroppo ci sono storie che non saranno ma piu’ raccontate, per quelli che non sono piu’ tornati e per quelli pur essendo tornati hanno voluto dimenticare le atrocità di una guerra assurda. Nel campo di prigionia morirono diverse migliaia di Italiani.

Prima che arrivassero i due ragazzi la gente di Resina, grazie alla sapiente organizzazione di Pasquale Coppola, il 10 giugno 1945 fu celebrata una messa solenne con la successiva processione della Madonna di Pugliano che fu portata eccezionalmente in giro tra la gente come segno di ringraziamento per la fine della guerra.

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Si ringrazia tantissimo l’avv. Giuseppe Coppola per l’accurata e paziente ricerca storico-familiare e per la dovizia nel raccontare i particolari. Per il materiale fotografico e cartaceo messo a disposizione si ringraziano la vedova di Mario Coppola ovvero la sig.ra Ninina Merola e la figlia Anna, nonchè le figlie di Giovanni ovvero Gabriella e Lucia Coppola.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La strada che porta alla montagna l’attuale via semmola una storia lunga quattro secoli
FOTO 8 - Secondo Dopoguerra
FOTO 1 - VEDUTA ATTUALE

Foto 1 – Veduta attuale

 

Via Giuseppe Semmola è attualmente interrotta dal cavalcavia posizionato e mai ultimato in occasione della realizzazione della terza corsia dell’autostrada Napoli-Salerno: è l’ultimo dei torti subiti da una delle strade più belle e signorili di Ercolano. Questa foto ne sintetizza la bellezza ancora visibile in qualche punto: ritrae quattro tra le ville più rappresentative per stili, epoche di costruzione e stato di conservazione attuale. In basso, a sinistra, c’è villa Raja, in cattivo stato di conservazione, costruita nel 1850 ed oggi solo parzialmente abitata; a destra vi è uno scorcio della facciata di villa Rossano, realizzata nel primo dopoguerra in timido stile liberty e oggi abbandonata e fatiscente.

Alle spalle, oltre la trincea non visibile dell’autostrada, vi sono due eleganti ville, perfettamente tenute: villa Rivellini, a sinistra, è più antica, probabilmente di fine Settecento, almeno un primo nucleo, e presenta un’ampia terrazza laterale affacciata sul golfo di Napoli; villa Falco, già Betocchi, fu realizzata a fine Ottocento e sviluppata con una stretta facciata sulla strada e il lato lungo verso le vedute opposte del mare e del Vesuvio.

Intorno vi sono gli innesti del Novecento, in qualche caso scempi di edilizia successiva al secondo dopoguerra: ville private e condomini che ancora conservano fazzoletti di verde, sono sovrastate da una fitta corona di edifici sulla fascia cofrrllinare del Vesuvio dai quali si staccano a sinistra, sul colle del Salvatore, l’Eremo in giallo e l’Osservatorio Vesuviano in rosso. Il complesso vulcanico chiude lo scenario con una linea perfetta e al tempo stesso elementare come un disegno di un bambino: il profilo di donna del Monte Somma, il colle Umberto simmetrico che separa i volumi, il cono del Vesuvio come un trapezio preciso che solo da qui, dal 1944, è visibile diritto, senza la gobba che lo caratterizza da ogni altra veduta.

Adesso facciamo un salto nel tempo: scendiamo dal luogo da cui è scattata la foto, un edificio di cemento armato che fu alzato insieme ad altri su via Panoramica quasi a sfregio di questo pezzo di storia di Resina e saliamo sul tetto di villa Raja.

Foto 2 - Veduta del 1901 – Archivio fotografico dell’Osservatorio Vesuviano

Foto 2 – Veduta del 1901 – Archivio fotografico dell’Osservatorio Vesuviano

Siamo in un freddo inverno del 1901 e le due ville sono lì come oggi: villa Rivellini presenta qualche leggera differenza stilistica nelle finestre e negli stucchi; di fronte, villa Falco si offre nella perfezione di un edificio appena realizzato e nel suo parco antistante le giovani piante non ancora svettano come oggi a fare ombra sulla facciata. Tra le due ville fanno capolino più o meno gli stessi edifici in entrambe le foto; a sinistra di villa Rivellini si distingue netta la villa dei Semmola, dietro un muro di cinta, costruita probabilmente nella prima metà dell’Ottocento dopo che Vincenzo Semmola nel 1839 acquistò parte della Real Fagianeria. Se la foto fosse a colori, sarebbe un tripudio di verde fino al vulcano: la “signora” del monte Somma, con una spolverata di neve sul viso, guarda come oggi il cielo sopra Resina e il colle Umberto si presenta più brullo data la sua giovanissima età: solo sei anni prima non c’era e tra il 1895 e il ’99 si formò lentamente in seguito a una  lunga e blanda fase eruttiva di tipo effusivo. Con la sua sagoma tondeggiante  andò a porsi tra il Gran Cono e l’Osservatorio che è visibile come oggi sul colle del Salvatore.

A quel tempo era l’unica costruzione (oltra alla chiesetta del Seicento) visibile in quanto l’hotel Eremo venne realizzato da Thomas Cook l’anno dopo, nel 1902, insieme alla Ferrovia del Vesuvio. Sulla destra il cono, innevato sul versante settentrionale, si presenta completamente diverso: la sommità è dominata da un conetto eruttivo che gli conferisce una forma più appuntita dell’attuale e dal quale fuoriesce un abbondante fumo spinto verso est dal vento. Il versante meridionale appare con due grossi scalini, uno all’altezza dell’attuale sommità, l’altro a metà, ed oggi scomparso.

Ma andiamo ancora indietro con la storia e leggiamo la sua evoluzione attraverso qualche mappa storica. La strada fu realizzata sul braccio di lava del 1631 che raggiunse Pugliano; accanto ad essa, Carlo di Borbone, nel 1758, acquistò un ampia area boschiva, il cosiddetto bosco di San Marco, creando la Real Fagianeria, e annettendola alle proprietà reali che per decreto dello stesso sovrano appartenevano a Portici: così quel pezzo di territorio di Resina  divenne territorio di Portici nonostante ne fosse fisicamente separato.
Il tratto basso dalla strada che va da via Trentola all’innesto di via Ulivi è riportato sulla mappa Carafa, nota anche come Mappa del Duca di Noja, del 1775; in quel punto, purtroppo, la grande e preziosa mappa di Napoli e dintorni finisce.

FOTO 3 - MAPPA CARAFA 1775

Mappa del Duca di Noja, del 1775

Fino a lì sono riportati due edifici, entrambi a sinistra salendo da Pugliano: il primo è il nucleo originario del bel palazzo che fu abbattuto a inizio degli anni Ottanta del Novecento per far posto a un moderno condominio, l’altra è una palazzina ad angolo con via Ulivi. Di qualche decennio successiva, la mappa del La Vega fu realizzata a cavallo tra Settecento e Ottocento e allunga la visuale sul tratto superiore, quello che oggi è a monte dell’autostrada.

FOTO 4 - MAPPA P. LA VEGA FINE 700

Foto 4 – Mappa Pietro La Vega Fine 700 inizio 800

 Ripropone i due edifici della Mappa Carafa e aggiunge proprio villa Rivellini, anche se la pianta quadrata non rispecchia quella realmente realizzata, e un piccolo edificio di fronte.

FOTO 5 - 1835

Foto 5 – Mappa Real Officio Topografico 1835 – Archivio dell’Istituto Geografico Militare

Nella mappa topografica e idrografica del Real Officio Topografico del Regno di Napoli del 1835 la via è tracciata diritta e gli edifici meno definiti; sono confermati tutti quelli precedenti oltre che due nuovi piccoli edifici collegati alla via principale da viali di accesso. Quello sul lato sinistro potrebbe essere la villa di Vincenzo Semmola; l’edificio più vicino a Pugliano viene denominato “Giorgio”. Questa mappa è preziosa perché riporta per la prima volta il nome della strada, ossia Via del Salvatore, in quanto conduceva al colle e alla chiesetta del Salvatore. Infatti da lì salivano i viaggiatori che ascendevano al cratere facendo sosta alla chiesetta e rifocillandosi presso l’eremita che abitava nei paraggi; nel 1845 fu costruita la strada di San Vito per agevolare l’ascesa al cono anche al transito delle carrozze e a completamento delle opere, nel 1848 l’amministrazione cittadina provvide alla pavimentazione con basoli. In quegli anni – 1845 – era stato inaugurato accanto alla chiesetta il Real Osservatorio Vesuviano, il primo istituto di studio e rilevazione vulcanologica del mondo: per questo, dalla seconda metà dell’Ottocento, la strada venne chiamata via Osservatorio.

FOTO 6 - MAPPA ALLIEVI ISTITUTO TOPOGRAFICO

Foto 6 – Mappa degli Allievi Dell’istituto Topografico Militare 1876 – Archivio dell’Istituto Geografico Militare

Nella mappa degli allievi dell’Istituto Topografico Militare del 1876, appaiono numerosi edifici, costruiti intorno alla metà del secolo: molti formano un fronte compatto nel tratto finale di via Trentola fino a piazza Pugliano e all’inizio di via Semmola si notano l’edificio dell’attuale villa Coppola e poco più sopra, la villa dello scienziato Arnaldo Cantani. L’edificio citato come Giorgio sulla precedente mappa qui viene indicato come Masseria De Giorgi; subito al di sopra di via Ulivi si notano un piccolo edificio sul lato destro di fronte quello da sempre riportato e poco sopra, villa Raja. Villa Rivellini viene finalmente citata come tale e di fronte il piccolo edificio delle precedenti mappe sembra leggermente più grande; procedendo verso il Vesuvio a sinistra viene indicata villa Semmola con due fabbricati affiancati  e di fronte Casa Mennella. Da questa in poi, le proprietà vengono citate con la C. (Casa) segno che la parte signorile e residenziale finisce proprio con la villa dei Semmola. Due anni dopo, nel 1878, iniziò la costruzione della Funicolare del Vesuvio, inaugurata il 6 giugno del 1880.

Era un’opera tecnologicamente all’avanguardia che permise una comoda e rapida ascesa al cratere e fu ampiamente pubblicizzata dalla celebre canzone Funiculì Funiculà. La visita al Vesuvio divenne uno dei più importanti percorsi del turismo di massa ante litteram e la sonnolenta e tranquilla strada di collina divenne il transito “frequente” delle carrozze provenienti da Napoli: Thomas Cook, il primo grande imprenditore del turismo internazionale, dalla sua filiale napoletana in Piazza Vittoria, organizzò e pubblicizzò nel mondo un servizio di carrozza per il Vesuvio fino alla stazione inferiore della funicolare.

Il progresso della tecnica accompagnava la vita mondana che faceva di Resina, come i paesi vicini, una delle mete dell’aristocrazia e della borghesia delle professioni e dell’impresa. Se a Portici il bel mondo villeggiava lungo la nuova via (attuale via Diaz) e la collina di Bellavista, a Resina erano due i luoghi di mondanità: il Miglio d’Oro, con le splendide ville del Settecento, e Pugliano, come veniva genericamente indicata l’area dalla piazza alla collina, intorno all’attuale via Semmola; benché più appartata e meno splendida del largo e rettilineo celebre miglio, la via dell’Osservatorio era il rifugio delle famiglie della borghesia locale e napoletana: scienziati e imprenditori avevano scelto la collina di Pugliano come buen retiro, lontano dal caos della metropoli partenopea e facilmente raggiungibile anche in treno o tram: Arnaldo Cantani (1837-1893), fu uno dei più insigni medici italiani dell’Ottocento, nominato Senatore del Regno d’Italia; Vincenzo Semmola (1794-1886) discendeva da una illustre famiglia di Brusciano, i cui membri erano celebri giuristi, docenti universitari e medici: fu avvocato ma divenne famoso per gli studi sui vitigni vesuviani che coltivò nella sua proprietà resinese acquistata dalla famiglia reale nel 1839; Giuseppe (1853-1920), a cui l’Amministrazione Comunale dedicò la strada dopo la sua morte, fu deputato del regno d’Italia nella XVII Legislatura (1890-1892); un altro Semmola, Eugenio (1836-1911), fisico,  fu Direttore dell’Osservatorio Vesuviano tra il 1896 e il 1903. Intorno a loro i Rivellini, i Betocchi, i Raja, i Falco, i Coppola.
Le cronache mondane tra fine Ottocento e inizio Novecento attingevano a piene mani dalle feste estive che si tenevano soprattutto nelle grandi ville del Miglio d’Oro ma non disdegnavano gli echi provenienti da Pugliano: così recitavano i Mosconi, rubrica curata da Matilde Serao: il 14 luglio del 1900 “il ‘sempreverde’ poggio di Pugliano, a Resina, si è arricchito di un ritrovo delizioso, ‘Le Tavernelle’, a Villa Raja, là dove comincia la pittoresca via dell’Osservatorio; posizione paradisiaca, servizio perfetto, chioschi elegantissimi: un vero eden per gli amatori di gioconde e fini scampagnate”; il 25 luglio dello stesso anno segnala “a Pugliano, Villa Betocchi, l’avv. Ignazio Carabelli con la famiglia”; il 23 settembre “auguri, a Villa Raja, all’ing. Heinrich Dreiber, direttore della ferrovia funicolare del Vesuvio”; il 27 settembre 1901 “lascia Pugliano il prof. Roccatagliata…”; il 20 luglio del 1905 vi è una dettagliata descrizione dei villeggianti di Pugliano: “… sull’amena collina sono arrivati: a Villa Betocchi, il barone De Grazia e famiglia; a Villa Rivellini, il consigliere provinciale Ravone, il dottor Salvatore Buongiorno, il signor Raffaele Ravone;  a Villa Semmola, il prof. Giuseppe Semmola e signora, l’avv. Carlo Semmola; a Villa Guadagno, l’ammiraglio Micheli; a Villa Cozzolino, la signora Santulla; a Villa Raja, il signor Gennaro Ravone; a Villa Cantani, Antonio Texeira, console del Portogallo; a Villa De Vita, il maggiore Romano, la contessa Soderini, il cav. De Vita, il signor Buonomo e figlie; a Villa Coppola, l’ing. Moser, miss Elena Kirmes, l’ing. Reale; a Villa De Luise, il dott. Donadoni; a Villa Irene, la signora Galante Rossi e famiglia; il 4 agosto del 1906 è segnalata una “festa a Pugliano, in Villa De Vita”; l’8 luglio del 1908:

“Ospiti importanti nelle ville De Vita, Coppola, Betocchi, Semmola, Cassitto, Elga, De Luise, Aveta e Irene”; il 7 luglio 1910 è annunciato “Cesare Betocchi e la consorte, Cristina Manzi, nella loro villa a Pugliano”, e il 15 luglio 1917 “Salvatore Cosenza a villa Falco”, segno del passaggio di proprietà della grande villa; il 22 luglio dello stesso anno “la contessa Emilia Garolla a villa Rosa, a Pugliano”; il 4 agosto 1918 Eugenio Minci, barone di Sant’Elena, a Villa Formisano a Pugliano”; il 22 luglio 1922 l’illustre Giuseppe Lustig, presidente della Corte d’Appello, è a Pugliano; il 17 luglio 1925 la signora Rosa della Noce Ferrante col marito, capitano Edmondo della Noce, a Pugliano, villa Rossano; il 7 agosto 1928 Riccardo Cucciolla è a Villa Falco; il 21 agosto 1935 sono segnalate la signora Funari nella propria villa e la Signora Rosa della Noce Ferrante e figlia Antonietta a Villa Rossano.

La strada ancora una volta fu al centro dell’evoluzione dei tempi: nel 1929 venne inaugurata l’autostrada Napoli – Pompei, seconda strada a scorrimento veloce in Italia (dopo la Milano-Laghi, inaugurata qualche mese prima); la larga arteria passava al di sotto del livello di via Semmola, con una trincea scavata nelle colate laviche del 1631, proprio davanti alle ville Rivellini e Falco e scavalcava la ferrovia del Vesuvio; via Ulivi fu rettificata e, entrando nel territorio di Portici della ex Fagianeria, raggiungeva con una rampa finale l’autostrada: qui una palazzina in stile pompeiano costituiva il casello per il pedaggio. L’apertura dell’autostrada aveva stimolato le attività turistico-ricreative negli immediati paraggi: nello stesso anno, proprio al di sopra di Santa Maria a Pugliano, nella palazzina ad angolo tra via Fevolella e via Madonnelle veniva inaugurato l’Albergo Vesuvio (popolarmente noto come l’albergo d’ ‘a pacchiana) con appena sei camere; Luigi Sapio avviò la costruzione di edifici destinati ad albergo ma mai realizzati; di questi, quello in stile liberty con colonne divenne una nota manifattura di coralli. In questi anni la diffusione delle auto e dei torpedoni per i turisti portarono i primi flussi di traffico veicolare anche sulla via dell’Osservatorio, che era percorsa per raggiungere la nuova autostrada o, da qui, per scendere verso gli scavi.

FOTO 8 - Secondo Dopoguerra

Foto 8 – Secondo dopoguerra

La seconda guerra mondiale segnò la fine dell’epoca d’oro di Resina quale stazione di villeggiatura: i danni dei bombardamenti (sul Miglio d’Oro e lungo l’autostrada), la povertà diffusa e la mancanza di alloggi trasformarono il volto della città e i villeggianti della belle epoque e del ventennio fascista non fecero più ritorno. Il boom economico degli anni Cinquanta portò nuovamente ripresa economica e benessere che in tutta Italia fu coniugata nella incredibile avventura della speculazione edilizia con l’espansione smisurata e incontrollata delle città e la scomparsa di intere aree di verde sotto colate di cemento. Se da un lato fu garantita la possibilità di acquistare case comode e nuove a tutti gli strati sociali, dall’altra si permise un selvaggio deturpamento dell’urbanistica preesistente, senza rispetto per i centri antichi e per il patrimonio immobiliare: i grandi palazzi d’epoca furono lasciati in decadenza, spesso occupati dagli strati meno abbienti della popolazione, a favore dei condomini multipiano costruiti a distanza ravvicinata. I primi innesti moderni al tessuto urbanistico avvennero con gli edifici di edilizia popolare realizzati di fronte l’albergo Ercolano e con la scuola elementare progettata da Luigi Cosenza.

Per la prima volta la veduta della collina retrostante la basilica di Pugliano fu alterata da blocchi di edifici che ostruirono la stupenda cornice di ville e villini. Intanto la gloriosa ferrovia del Vesuvio, dopo appena mezzo secolo di vita, venne dismessa a favore dei servizi di autolinea, così come la celebre funicolare, ancora una volta distrutta dall’eruzione del 1944, fu sostituita da un impianto di seggiovia. Nuove strade vennero tracciate nella campagna pur di moltiplicare gli spazi edificabili: via Libertà a Portici e via Panoramica ad Ercolano sono gli esempi più lampanti. Quest’ultima, inaugurata nel 1961, saliva dal centro della città e con un percorso curvilineo scavalcava la ferrovia Circumvesuviana e raggiungeva via Ulivi, permettendo un rapido collegamento tra gli scavi – e il centro – e l’autostrada evitando via Trentola e via Semmola che diventavano sempre più inadeguate a sostenere il crescente traffico veicolare. L’innesto con via Ulivi avvenne proprio ai piedi di villa Raja e villa Rossano, sacrificando la palazzina del ristorante Scannapieco, alquanto noto a Resina e dintorni. Come già avvenuto nella parte bassa della nuova strada, vennero edificati palazzi a cinque e più piani fino all’incrocio con la storica strada, creando una orribile cortina dinanzi a quelle ville che fino ad allora avevano goduto di uno dei panorami più celebrati al mondo. Altri edifici residenziali furono realizzati lungo tutta la strada, qualcuno anche di pregevole fattura moderna, altri decisamente squallidi e inadeguati rispetto al suo decoro e all’antico splendore.

Oggi ci resta solo il ricordo e qualche scorcio da cartolina di quell’irripetibile epoca d’oro.

Bibliografia:
M.Carotenuto Ercolano attraverso i secoli, Napoli 1980
M. Carotenuto Tra il Vesuvio E il Mare. Luoghi, persone, tradizioni, Napoli 2009
M. Gaudio Ercolano e il Vesuvio. Luoghi, tradizioni, vicende, Ercolano 1990
C. Parisi Ercolano. Profili e figure VI volume, Ercolano 2005

 

Domenico Maria

Informazioni autore Domenico Maria

Domenico iacomino ed un suo aneddoto sul cambio del toponimo
aprile 15, 2016
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cambiotoponimo

A proposito del cambio del toponimo da RESINA in ERCOLANO, sono stato al centro di un episodio che forse a pochi sarà capitato, perché verificatosi pochi giorni dopo l’ufficialità del cambio del toponimo.   

L’11 aprile 1969 mi presentai nella Sede Centrale della Facoltà di Lettere classiche della Federico II per sostenere il primo Esame di Letteratura Latina, quando il Prof. Salvatore D’Elia, ancor prima di iniziare, notò una contraddittorietà tra il libretto e lo statino. Qual era questa contraddittorietà? Sul libretto il luogo di nascita era segnato RESINA, mentre sullo statino avevo scritto ERCOLANO. Mi guardò e mi fece:

<Ma è lei o si è sdoppiato il luogo di nascita? Perché sul libretto porta RESINA e sullo statino ha scritto ERCOLANO?>.

Così nel mio piccolo, rispetto ad un luminare della Lingua e Letteratura Latina, fui costretto a … fare io la lezione, sostenendo che su richiesta anzitempo avanzata dall’Amministrazione del Comune, con Decreto del Presidente della Repubblica, all’epoca Giuseppe Saragat, del 12 febbraio 1969 n. 40, registrato alla Corte dei conti l’8 marzo e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 69 di sabato 15 marzo 1969, si stabilisce che la denominazione del Comune di RESINA, in provincia di Napoli, è mutata in quella di ERCOLANO e che è fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Vista la mia dotta esposizione, al Prof. D’Elia, riferendosi all’Esame da sostenere, non restò che dire: <Bene. Procedamus!> Ed io: <In nomine Domini>.  

Prof. Domenico Iacomino  

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

“Memoria dello sguardo” mostra fotografica del fotografo Giorgio Massimo
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Pubblichiamo alcuni degli scatti della mostra fotografica MEMORIA DELLO SGUARDO presente al MAV fino al 30 aprile. Il noto fotografo ed artista Giorgio Massimo da oltre 30 anni racconta i luoghi ed i volti di Ercolano spesso anche su commissione di Enti del territorio quali il Comune di Ercolano, Parco Territoriale del vesuvio etc. Sarà nostra cura pubblicare a breve una biografia professionale di questo nostro grande concittadino.

Alcuni dei fotogrammi risalgono a metà degl’anni 70 ed 80 e danno un’immagine cruda e fortemente documentaria di quella che era la città in quegl’anni.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.