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Angelo Casteltrione ed i suoi 12 scatti per ricordare l’anno 2015
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Abbiamo chiesto al maestro della fotografia Angelo Casteltrione i suoi 12 scatti preferiti per ricordare l’anno 2015 che sta volgendo al termine.

Pura magia fotografica.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Palazzo Tarascone un illustre passato ed un futuro incerto
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Il Palazzo Tarascone di Corso Resina fu realizzato dal Sanfelice ai primi del ‘700, per conto del Conte Raffaele Tarascone o Tarasconi Esmeraldi.
Il Conte Raffaele Tarasconi Esmeralrdi fu una figura di primo rilievo nei primi decenni del 700, sostenitore di un’indipendenza dal regno austriaco in quell’epoca che ebbe un nutrito rapporto epistolare con Bernardo Tanucci futuro primo ministro di Carlo e di suo figlio Ferdinando di Borbone.
sanfeliceL’incarico venne affidato dal Conte Tarasconi all’architetto Sanfelice e delle sue maestranze ingrandì un precedente edificio allargandosi verso il giardino interno.
Il Palazzo Tarascone è un buon esempio di architettura europea, stratificata, benjaminana, che su corpi di fabbrica risalenti al passato rielaborò un’interessante risveglio della civiltà e dell’ingegno duosiciliano.
E’ questa una costruzione che presenta una planimetria alquanto singolare dal momento che essa si sviluppa in lunghezza lungo una stradina stretta.
Il suo impianto, a tre livelli, incorpora nella sua facciata l’arco di accesso alla stradina ed il portale d’ingresso alla villa. Attraverso un lungo vestibolo voltato, si accede in uno stretto cortile rettangolare che immette in un passaggio a volta che porta ad un bel cortile di forma ottagonale. Ricchissime sono le decorazioni che si trovano sulle pareti di questo cortile: gli spigoli sono messi in risalto dalle lesene ad angolo su cui poggiano a mo di capitello dei grotteschi mascheroni in stucco, con la bocca spalancata in funzione di gocciolatoio e le aperture sono sovrastate da coppie alterne di timpani curvi e triangolari. L’edificio ha subito delle manomissioni a causa di un piano aggiunto più tardi e forma un corpo unico con gli altri edifici che lo fiancheggiano in una continuità ininterrotta lungo il Corso Resina.

Nell’architettura settecentesca assume una propria tipicità, proprio grazie al Sanfelice, la struttura delle scale dette anche scala sanfeliciana.

Il Palazzo già c’era all’ inizio del 700 quando Raffaele Tarascone passeggiando per il Granatello a Portici vide l’ architetto (nobile) Sanfelice che stava lavorando ,disegnando la piantina della villa dell’ Elbauef , si soffermò a guardarlo e gli chiese se volesse gentilmente rivisitare il suo palazzo. Bene lui accettò, all’ inizio i piani erano due successivamente agli inizi del 900 fu innalzato il terzo piano. È unico in Italia ad avere il cortile ottagonale.  Il palazzo ha avuto i primi danni già nella seconda guerra mondiale infatti le colonne al corso resina fuori al portone una fu distrutta da una bomba.

La facciata era abbastanza modesta, addirittura, per certi versi anonima, ma curiosa e particolare nella formazione ad arco che caratterizzava, e continua a farlo, la copertura di quella che è oggi “a’ Cuparella”, un percorso che corre in tutto il perimetro del Palazzo. Insolita e originale è la pianta ottagonale e il complesso di viali che intessono il giardino, dovuta più che altro alla conformazione del terreno edificabile, il quale sconnette il viale principale da quelli subalterni. Il cortile ottagonale è, ed era, preceduto da tre elementi: un vestibolo voltato, un successivo cortile rettangolare e stretto, e una seconda fase voltata. Le pareti del cortile sono ricche di decorazioni, di cui i vani delle aperture recano timpani ricurvi alternati da coppie di timpani triangolari. Le lesene angolari all’ottagono sono sormontati da mascheroni in stucchi. Una cornice disposta al penultimo piano sottolinea la pretesa della struttura di conquistare più importanti altezze. Ai lati dell’ingresso dalla strada colpisce quella che è ormai solo una delle due colonne che la caratterizzavano, l’espressione più adatta a rendere lo stato di assoluta precarietà del Palazzo; ma forse non tanto come il nuovo rischio di crolli.
Nel 1921, alla presenza di politici di rilievo nazionale quali Giovanni Porzio, fu addirittura inaugurato un Liceo Ginnasio che ebbe come suo illustre allievo il futuro capitano dei CC Dante Iovino (Resina 1912- Milano 1961) M.O.V.M.
Nel 2010 all’interno di Palazzo Tarascone, al corso Resina di Ercolano, fu ritrovato un ordigno bellico probabilmente risalente alla seconda guerra mondiale.

Ci informa Cira Riccardi che il palazzo è abitato da almeno una decina d’anni mentre risiede ancora una famiglia nel lato del palazzo non pericolante.

Come tante ville vesuviane in stato di degrado le properità sono molteplici pur essendo comunque stato tutelato dagl’organi competenti quali sovrintendenza ed ente ville vesuviane.

Ringrazio gli iscritti Cira Riccardi per le foto fornite e Pietro Pezzella per il loro contributo tecnico sul gruppo BLOG IN RESINA.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Ferdinando Scognamiglio immortala il pomodorino piennolo ovvero le lacrime di fuoco del Vesuvio
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Le foto di un nostro amico fotografo Ferdinando Scognamiglio e le sue meravigliose foto dedicate a questa meraviglia della natura che è il pomodorino del vesuvio c.d. “Piennolo”.

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” è uno dei prodotti più antichi e tipici dell’agricoltura campana, tanto da essere perfino rappresentato nella scena del tradizionale presepe napoletano. In realtà, in diversi territori della Campania, esistono raggruppamenti di ecotipi con bacche di piccola pezzatura, i cosiddetti “pomodorini”, che si distinguono tra loro per tipicità, rusticità e qualità organolettica. I più famosi da sempre sono però quelli tuttora diffusi sulle pendici del Vesuvio. Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” raggruppa vecchie cultivar e biotipi locali accomunati da caratteristiche morfologiche e qualitative più o meno simili, la cui selezione è stata curata nei decenni dagli stessi agricoltori. Le denominazioni di tali ecotipi sono quelle popolari attribuite dagli stessi produttori locali, come “Fiaschella”, “Lampadina”, “Patanara”, “Principe Borghese” e “Re Umberto”, tradizionalmente coltivati da secoli nello stesso territorio di origine.

Le caratteristiche distintive, a livello tecnico-mercantile, del prodotto ammesso a tutela sono:
allo stato fresco: frutti di forma ovale o leggermente pruniforme con apice appuntito e frequente costolatura della parte peduncolare, buccia spessa di colore rosso vermiglio, pezzatura non superiore a 25 g, polpa di consistenza elevata e di colore rosso, sapore vivace intenso e dolce-acidulo;
conservato al piennolo: colore della buccia rosso scuro, polpa di buona consistenza di colore rosso, sapore intenso e vivace. I “piennoli” o “schiocche” presentano un peso, a fine conservazione, variabile tra 1 e 5 chilogrammi.

Agli effetti dell’azione di tutela si è riscontrato che l’aspetto peculiare di tipicità che accomuna i pomodorini vesuviani è l’antica pratica di conservazione “al piennolo”, cioè una caratteristica tecnica per legare fra di loro alcuni grappoli o “scocche” di pomodorini maturi, fino a formare un grande grappolo che viene poi sospeso in locali aerati, assicurando così l’ottimale conservazione del prezioso raccolto fino al termine dell’inverno. Nel corso dei mesi il pomodorino, pur perdendo il suo turgore, assume un sapore unico e delizioso, che soprattutto i napoletani apprezzano particolarmente per preparare sughi prelibati ed invitanti. E’ appunto il sistema di conservazione al “piennolo” che, favorendo una lenta maturazione, consente altresì una lunga conservazione, con la conseguente possibilità di consumare il prodotto “al naturale” fino alla primavera seguente.

Il Pomodorino del Vesuvio viene apprezzato sul mercato sia allo stato fresco, venduto appena raccolto sui mercati locali, che nella tipica forma conservata in appesa -“al piennolo”-, oppure anche come conserva in vetro, secondo un’antica ricetta familiare dell’area, denominata “a pacchetelle”, anch’essa contemplata nel disciplinare di produzione della DOP. Ordinariamente la raccolta viene effettuata recidendo i grappoli interi, quando su di essi sono presenti almeno il 70% di pomodorini rossi, mentre gli altri sono in fase di maturazione. Questa antica pratica consente di procrastinare il consumo delle bacche, integre e non trasformate, per tutto l’inverno successivo alla raccolta, fino a sette-otto mesi, utilizzando locali areati e senza il supporto delle moderne tecnologie di conservazione.

Le peculiarità del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” sono la elevata consistenza della buccia, la forza di attaccatura al peduncolo, l’alta concentrazione di zuccheri, acidi e altri solidi solubili che lo rendono un prodotto a lunga conservazione durante la quale nessuna delle sue qualità organolettiche subisce alterazioni. Tali peculiarità sono profondamente legate ai fattori pedoclimatici tipici dell’area geografica in cui il pomodorino è coltivato dove i suoli, di origine vulcanica, sono costituiti da materiale piroclastico originato dagli eventi eruttivi del complesso vulcanico Somma-Vesuvio.

In quest’ambiente di elezione, la qualità del pomodorino raggiunge punte di eccellenza. Proprio la ricchezza in acidi organici determina la vivacità o “acidulità” di gusto, che è il carattere distintivo del pomodorino del Vesuvio. Ciò, oltre a derivare da una peculiarità genetica, è indice di un metodo di coltivazione a basso impatto ambientale e con ridotto ricorso ad acque d’irrigazione, che rende tale coltura particolarmente adatta ad un’area protetta, quale quella del Parco Nazionale del Vesuvio.

Il “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” per le sue qualità è un ingrediente fondamentale della cucina napoletana e campana in generale, ed ha una grande versatilità in cucina.

Accanto ai tradizionali spaghetti alle vongole e agli altri frutti di mare, gli chef locali si impegnano ad utilizzarlo in tanti altri piatti, tra cui una variante alla prelibata pizza napoletana.

Cenni storici

La coltivazione del Pomodorino del Piennolo sulle falde del Vesuvio ha senza dubbio radici antiche e ben documentate.

Per limitarci alle testimonianze storiche più illustri, notizie sul prodotto sono riportate dal Bruni, nel 1858, nel suo “Degli ortaggi e loro coltivazione presso la città di Napoli“, ove parla di pomodori a ciliegia, molto saporiti, che “si mantengono ottimi fino in primavera, purché legati in serti e sospesi alle soffitte”. Altra fonte letteraria attendibile è quella di Palmieri, che sull’Annuario della Reale Scuola Superiore d’Agricoltura in Portici (attuale Facoltà di Agraria), del 1885, parla della pratica nell’area vesuviana di conservare le bacche della varietà p’appennere in luoghi ombrati e ventilati.

Francesco De Rosa, altro professore della Scuola di Portici, su “Italia Orticola” del novembre 1902, precisava che la vecchia “cerasella” vesuviana era stata via via sostituita dal tipo “a fiaschetto”, più indicato per la conservazione al piennolo. Il De Rosa è anche il primo ricercatore che riporta in modo esaustivo l’intera tecnica di coltivazione dei pomodorini vesuviani, facendo intendere così che si stava sviluppando nell’area un’intera economia intorno a questo prodotto, dalla produzione delle piantine da seme alla vendita del prodotto conservato.

Anche il prof. Marzio Cozzolino, della Facoltà di Agraria di Portici, nel suo testo del 1916, concorda con le fonti precedenti, sia sulla descrizione varietale che sui metodi di produzione, dedicando intere parti del testo a descrivere minuziosamente la tecnica colturale e soprattutto fornendo dati, anche economici, che aiutano a capire la laboriosità e la complessità di questa tipologia di prodotto.

Area di produzione

L’area tipica di produzione e conservazione del pomodorino del piennolo coincide con l’intera estensione del complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, includendo le sue pendici degradanti sino quasi al livello del mare.
In particolare, la zona di produzione e condizionamento prevista dal disciplinare del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” comprende:

  • l’intero territorio dei seguenti comuni della provincia di Napoli: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa Di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase,
  • la parte del territorio del comune di Nola delimitata perimetralmente: dalla strada provinciale Piazzola di Nola – Rione Trieste (per il tratto che va sotto il nome di “Costantinopoli”), dal “Lagno Rosario”, dal limite del comune di Ottaviano e dal limite del comune di Somma Vesuviana.

Dati economici e produttivi

La diffusione del “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP” nell’area vesuviana è piuttosto frammentata, per l’elevata parcellizzazione delle coltivazioni e per la distribuzione non uniforme lungo tutto il complesso montano del Somma-Vesuvio.

La superficie stimata è di circa 480 ettari (10% circa della Sau seminativi dell’area), con produzioni annuali di circa 4 mila tonnellate di prodotto fresco, e rese oscillanti fra i 60 e i 150 quintali per ettaro.
Il riconoscimento della DOP e il rinnovato interesse commerciale verso tale prodotto ha rivitalizzato l’intero comparto tanto che tutte le produzioni, fresche e conservate, sono smaltite rapidamente e senza alcuna difficoltà soprattutto sul mercato locale, ma in alcuni casi anche presso la moderna distribuzione. L’offerta di pomodorini in conserva o in piennoli confezionati è ancora limitata. In ogni caso, anche senza un’adeguata politica di valorizzazione del prodotto, rimane alto il livello di qualità percepita dai consumatori e quindi elevata è la richiesta del prodotto stesso.

Ci si può attendere quindi un incremento delle coltivazioni e quindi delle produzioni, ma le difficili condizioni orografiche dell’area e le difficoltà strutturali delle aziende potrebbero ostacolare un pur auspicato sviluppo del comparto.

Al momento è difficile determinare un fatturato medio, stante il mercato molto diluito nel tempo (da luglio a maggio dell’anno successivo) che comporta un prezzo di vendita molto diverso del prodotto (da 1 ad oltre 5 euro al chilogrammo).

La Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Pomodorino del Piennolo del Vesuvio” è stata riconosciuta, ai sensi del Reg. CE n. 510/06, con Regolamento n. 1238 del 11.12.09 (pubblicato sulla GUCE del 17.12.09). La Scheda riepilogativa è stata pubblicata sulla GUCE C111 del 15 maggio 2009. L’iscrizione al registro nazionale delle denominazioni e delle indicazioni geografiche protette è avvenuta con provvedimento ministeriale del 18.12.09, pubblicato sulla GU n. 2 del 4.01.10, unitamente al Disciplinare di produzione.

Organismo di controllo

L’organismo di certificazione autorizzato è l’Is.Me.Cert. (Istituto Mediterraneo per la Certificazione dei prodotti e dei processi nel settore agroalimentare), Corso Meridionale, 6 80143 Napoli tel. 081.5636647 – fax: 081.5534019 (sito web: www.ismecert.it).

Consorzio di tutela

Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio DOP – Piazza della Meridiana 47 – 80040 San Sebastiano al Vesuvio (NA) – tel. 0810606007

Fonte http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/piennolo.html

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Tux incontra Ercole presentazione del progetto software libero a scopo didattico nelle scuole di Ercolano
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In data Lunedì 21 Dicembre 2015 alle ore 11:30, presso l’aula Consiliare del Comune di Ercolano, Salvatore Iengo, già referente di Informatica Solidale associazione noprofit per l’abbattimento del digital divide, presenterà il  progetto software libero a scopo didattico per le scuole di Ercolanoai Dirigent Scolastici e personale docente ed a tutti coloro che vorranno partecipare.

Il progetto già presente nel programma di governo della Giunta Buonajuto, è stato preso in forte considerazione, viste le prospettive di innovazione e crescita del progetto stesso, anche da alcuni consiglieri dell’opposizione ed infine grazie alla collaborarazione e sensibilità sulla tematica del Presidente del Consiglio Comunale Luigi Simeone.

Vediamo in sintesi perchè può essere così importante l’attuazione anche in minima parte di questo progetto ?

Ci sono diverse buone ragioni per adottare sia nelle scuole, visto che è già presente nelle abitudini tecnologiche di quasi ciascuno di noi in maniera inconsapevole mediante l’utilizzo di smartphone, tablet e software che permettono la navigazione su internet.

Per software libero si intende tutto il software distribuito con licenza GPL (General Public Licence) ovvero è totalmente gratuito ed è permesso farne copia, modificarlo e qualsiasi altra operazione purchè non sia mai fatto a scopo di lucro. Il software libero deve essere sempre distribuito in maniera totalmente gratuita.

Il software libero nelle scuole può rappresentare il primo passo di un riscatto sociale e culturale per l’intera comunità ercolanese dando dimostrazione di creare un modello virtuoso che possa servire da esempio sul territorio regionale e nazionale.

I vantaggi immediati derivanti dall’utilizzo di software pubblico possono essere i seguenti :

DIDATTICA ED INNOVAZIONE

RISPARMIO E CRESCITA ECONOMICA

LIBERTA’ E LEGALITA’

SICUREZZA INFORMATICA

RECUPERO AMBIENTALE

COOPERAZIONE E CRESCITA SOCIALE

Didattica ed innovazione

Il software libero usato nelle scuole si compone di tutta una serie di programmi didattici che oltre a fornire apprendimento ed esercitazione hanno la capacità di stimolare l’interesse degl’alunni verso l’innovazione informatica.
Infatti alcuni ragazzi rimangono affascinati dall’informatica e vogliono sapere cosa succede all’interno del computer e come funzionano quei programmi.
Ma se quel programma è un software non libero ma proprietario (es. office) l’insegnante dovrà dire non lo so non sono autorizzato a saperlo e neanche tu sei autorizzato a saperlo.
E così la formazione dello studente finisce lì.
Avere accesso al sapere aiuta a crescere ed aiuta l’innovazione per tutta la comunità. Cosa sarebbe successo se Newton, Einstein non avessero dato accesso liberamente al loro sapere ed alle loro scoperte.

Risparmio e crescita economica

Ovvero risparmia ed aiuta l’Italia a risparmiare.

Per poter avere una copia di software non libero normalmente è necessario pagare.
Purtroppo anche nei paesi piu’ ricchi non ci sono mai fondi a sufficienza da investire nella scuola.
Quindi perché spendere soldi per investire su un software proprietario ?

Il sistema scolastico può adottare il software libero e fare liberamente e senza spendere nulla tutte le copie a sufficienza che possono servire.

E questo ci porta ad un altro dei motivi per i quali le scuole dovrebbero formare adulti che sappiano usare software libero.

Per quale motivo far crescere persone dipendenti da un software che impoverisce l’economia locale per arricchire l’uomo piu’ ricco del mondo ovvero Bill Gates.

Se le scuole insegnano alle persone l’uso di software non libero aiutano enormemente all’impoverimento dell’economia della loro comunità, sia a livello regionale che nazionale.

Se invece si insegnasse ad usare software libero si permetterebbe alla gente di diventare indipendente e forte.

Perché sappiate che Microsoft può anche distribuire copie omaggio dei propri programmi alle scuole per rendere un domani le persone dipendenti ma una volta cresciuti e formati la stessa MICROSOFT non fornirà piu’ lo stesso software in maniera gratuita ma a pagamento.

Cooperazione e crescita sociale

La ragione piu’ profonda per cui le scuole dovrebbero insistere all’uso del software consiste nell’insegnare alle persone ad essere dei bravi cittadini.
Abiturali alla cooperazione ad aiutare i propri vicini. Si deve condividere nella comunità.

Linux, cioè il sistema operativo del software libero, in quanto gratuito viene usato nei paesi in via di sviluppo quali India, Brasile con obblighi di utilizzo del software libero mediante la creazione di nome che impongono l’utilizzo del software libero nella pubblica amministrazione.
Oppure aiuta a superare barriere di tipo commerciale al fine di dare la possibilità a tutti di accedere all’informatica, come ad esempio in paesi sotto embargo dove la Microsoft non può vendere ma il software libero essendo tale può essere presente, tradotto in tutte le lingue del mondo.

Libertà e legalità

Perché copiare software non libero illegalmente quando puoi ottenere software equivalente e libero e copiarlo tutte le volte che vuoi senza violare nessuna legge ?
Utilizzare nelle scuole software non libero magari copiato illegalmente non è un buon esempio di legalità.
E la scuola dovrebbe educare i bambini sin da piccoli alla legalità.

Sicurezza informatica

Con il software libero dimenticati dei virus ed altri programmi pericolosi per la sicurezza del pc e delle reti.
Il software libero non usa programmi di tipo eseguibili es. .exe molto frequenti e pericolosi su windows.
Quindi usare software libero non solo ci mette al riparo da tutti questi attacchi ma ci evita l’impegno economico dell’acquisto di ANTIVIRUS molto costosi e spesso inefficaci.
Non a caso le maggiori banche di trading online utilizzano software libero per le loro reti proprio per il grande livello di sicurezza che offrono.
Linux non permette l’esecuzione di programmi eseguibili almeno che non si è amministratori del sistema e quindi costretti a digitare la password di amministratori.

Rispetto per l’ambiente

Ci si potrebbe chiedere ma perché Linux inquina meno di Windows ?
Infatti parliamo per entrambi di software per pc con un impatto minimo per l’inquinamento o cambio climatico.
Invece linux può essere scaricato da internet e non è presente sul mercato con confezioni ed imballi ingombranti che dovranno essere smaltiti.

Questo significa abbattimento per produrre carta e cartone per l’imballaggio del software proprietario, utilizzo del petrolio per il trasporto e dell’energia elettrica del negozio che lo deve vendere.

Inolte software non libero essendo sviluppato liberamente da milioni di programmatori sparsi nel mondo è costantemente aggiornato e quindi molto snello e funzionale a livello tecnico.
Questo lo rende utilizzabile anche su pc vecchi e datati, purchè funzionanti, e questo permetterebbe il recupero di questi computer che altrimenti dovrebbero essere smaltiti come rifiuti tecnologici con grande dispendio di risorse a danno della comunità.

Questi concetti sono stati estrapolati da un’ intervista a Mr. Richard Stallman – Laurea in Fisica cum magna laudae ad Harvard– Founder FREE SOFTWARE FOUNDATION.

Noi gia’ usiamo il software libero

Anche sei in maniera inconsapevole noi come altri milioni di utenti già usiamo il software libero e ne godiamo dei suoi benefici.
Ad esempio il sistema operativo ANDROID per gli smartphone è un software libero e quindi può essere studiato e migliorato da milioni di programmatori o sviluppatori nel mondo.
Il browser MOZILLA FIREFOX nasce con il progetto MOZILLA che è una community di software libero.

 opensource

Ricordate che i formati .doc .xls etc sono proprietari

In conformità del fatto che MICROSOFT OFFICE e’ un software proprietario quindi devi comprare una licenza d’uso ne deriva anche che i files generati con questi programmi ovvero i .doc, .xls etc sono formati proprietari e quindi la MICROSOFT potrebbe chiedere un domani delle ulteriori limitazioni per poter usare i nostri files personali.

La pubblica amministrazione per legge deve scegliere il software libero

Ci sono delle valide alternative ai programmi della suite MICROSOFT OFFICE ovvero le due suite open source (software libero) :

 

 

Credits:

RIFERIMENTI PER CONSULTARE E SCARICARE SOFTWARE LIBERO IN ITALIA

Per le distribuzioni linux EDUBUNTU possono essere scaricate dal sito :

www.edubuntu.org

Per la distribuzione linux FUSS creata e sviluppata dala provincia di bolzano :

http://fuss.bz.it/download-di-fuss-gnu-linux

Per la distribuzione creata dall’Istituto Majorana di Gela :

http://www.istitutomajorana.it

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Prende il via l’iniziativa PIANO ERCOLANO inaugurata dalla pianista ercolanese Ivana d’Addona
locadinapianoercolano

Non poteva esserci battesimo migliore per l’iniziativa “Piano Ercolano“.

Ad inaugurare, infatti, il pianoforte condiviso installato all’ingresso degli Scavi archeologici della cittadina vesuviana l’artista Ivana D’Addona, ercolanese doc. A fare gli onori di casa anche la principale artefice e promotrice del progetto che accompagnerà turisti e passanti sino al termine delle festività natalizie, ovvero l’assessore al Turismo Ivana Di Stasio, che ha creduto sin da subito alla possibilità di realizzare un qualcosa di unico per l’antica Resina.

Se anche Ercolano – seppur per un breve periodo – potrà godere di uno strumento musicale messo gratuitamente a disposizione di chiunque vorrà suonarlo molto lo si deve, infatti, non solo alla competenza professionale dello stesso assessore, ma anche alla sua generosità. Come ha svelato, infatti, Ivana D’Addona durante la breve cerimonia d’apertura “il pianoforte non avrà costi per il Comune perché lo strumento è stato messo a disposizione dalla dott. ssa Di Stasio in persona. E’ suo, ma lo ha voluto mettere a disposizione di tutti“. Simpaticissima e toccante allo stesso tempo la ricostruzione che la famosa pianista ercolanese ha fatto della telefonata con cui l’assessore le aveva comunicato la decisione: “Ivana mi ha chiamato e mi ha detto che il pianoforte per il progetto sarebbe stato il suo. Io non lo avrei mai fatto, ma lei mi ha risposto che lo faceva per lei, per Ercolano e per suo padre, che avrebbe voluto un pianoforte in ogni angolo di strada.

ivana1In quella di Corso Resina da oggi sino all’Epifania c’è per davvero e “questo è un grande risultato per Ercolanoha proseguito l’artistaperché l’arte abbatte ogni differenza. La musica è un elemento che unisce le anime. “In questo momento ne abbiamo proprio bisogno” – le ha fatto eco l’assessore Di Stasio -, che ha tenuto a ringraziare “l’artista stessa per la sua presenza, il sindaco Ciro Buonajuto per il sostegno e l’entusiasmo che ha messo nel progetto e tutti quanti sono accorsi qui nonostante il freddo. Il loro coinvolgimento ci spinge a lavorare sempre di più per la città“.

Un ringraziamento è toccato anche alla Protezione Civile. Saranno, infatti, gli uomini al comando del dott. Davide Pastore a garantire l’incolumità del pianoforte condiviso, che durante gli orari di chiusura degli Scavi sarà custodito nella loro guardiola. Durante quelli di apertura, invece, chiunque sarà libero di destreggiarsi con le proprie abilità musicali.

Immense quelle della pianista Ivana D’Addona, che ha deliziato la platea con ben cinque brani del suo repertorio, tra cui “Le note degli angeli” (perché la musica apre le porte dell’anima), “Tempesta” e “Viaggiando”, un cui estratto potete ascoltare nel video seguente:

Fonte articolo: http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/123649-video-pianoforte-condiviso-artista-ercolano-incanta-gli-scavi/

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Celebrazioni del terzo centenario della Reale Arciconfraternita della santissima trinità di Pugliano
arciconfraternita

Al via le celebrazioni delIII Centenario della fondazione dell’Arciconfraternita della SS.Trinità di Pugliano fondata agli inizi del 1500 nell’Antica Resina si costituì nel 1716 in Arciconfraternita col Decreto del Re Ferdinando IV di Borbone e della Curia di Napoli.Sarà un Sabato 12 Dicembre 2015 Inagurazione della IV mostra presepiale e arte sacra allestirà all’oratorio della Congrega a cura dell’Associazione Centro D’Arte Ercolanese alle ore 18:00 con un concerto natalizio.

Domenica 13 Dicembre 2015 Solenne Celebrazione Eucaristica alle ore 9:20 presieduta da Padre Luigi Ortaglio Gran Cancelliere del Cardinale con la Benedizione dei presepi a cui parteciperanno le varie componenti associazioni e componenti della citta’.

Gli altri Appuntamenti saranno svillupati durante questo anno in felice coincidenza con l’Anno Santo della Misericordia voluto dal Santo Padre.

Un pò di storia

Le Origini

L’origine di questo sodalizio, come ente, è .da datarsi tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Nella S.Visita del card. Buoncompagno (1629) con riferimento all’oratorio della SS.Tririità, si legge “… visitò l’oratorio da poco eretto sotto le case della chiesa parrocchiale di S.Maria a Pugliano … “. Dato che il luogo dove si raccoglievano i confratelli era molto angusto si pensò di costruire un oratorio più conveniente quello attualmente adibito a sagrestia.

L’antico Oratorio

E’ costruito a volta e misura  mt 18,30 e mt 6 di larghezza in stile barocco. Aveva un ricco altare su cui sovrasta una tela della S.S. Trinità con la Beata Vergine.  Questo quadro si trova ora sull’altare maggiore del nuovo oratorio. Ai lati dell’altare vi erano due nicchie in cui si conservavano la statua della Vergine Santa del Rosario e la statua di Gesu’ risorto.

Sul lato destro dell’altare si accede per mezzo di una scalinata composta di 18 scalini di piperno (pietrarsa) alla terra santa dove venivano seppelliti gli associati defunti.

Il nuovo oratorio

I lavori per la costruzione del nuovo oratorio iniziarono nel 1830 e probabilmente terminarono nel 1843. Costruito con lamia a botte, ornata con stucco, cassettoni, fregio e cornicioni intagliati e con capitelli compositi, termina con l’Arco Maggiore nel cui centro vi è un unico altare rivestito di marmo. La sua facciata è di stile rinascimentale ed è rivolta verso mezzogiorno. Nel timpano del frontone è raffigurata la SS Trinità. La navata misura 28 mt di lunghezza e mt 9 di larghezza, la volta è alta mt. 14, le linee architettoniche sono di stile neo-classico. E’ ben illuminata da 6 grandi finestroni laterali e un altro al centro della facciata.  Le sue pareti sono affrescate con sei grandi quadri raffiguranti scene bibliche del pittore Federico Aprea. Molto interessante il vasto sviluppo laterale degli stalli del doppio coro ligneo opera di ebanisti napoletani del tardo barocco cui spicca cui spicca il banco del governo.

A metà della navata sul lato destro è posto il pulpito che è un piccolo trionfo candido di stucchi e il baldacchino che termina con fiocchi e nappine opera del sacerdote Luigi Fiengo. Ai lati dell’Altare Maggiore si trovano due buone tele raffiguranti S.Pietro e S.Paolo.

Sul lato destro dell’altare maggiore sorge l’altarino dedicato aS.Odilone, Patrono dell’opera del Suffragio. L’autore del quadro è il pittore resinese Salvatore Cozzolino che figura tra i personaggi dipinti. A fianco all’altarino di S.Odilone vi è un piccolo monumento a ricordo dei soldati resinesi caduti nella guerra del 1915-18. Inoltre due edicolette-cornici contengono le immagini di Gesù Risorto e della Madonna del Rosario. Sulla porta di ingresso vi è un’ampia cantoria in muratura con magnifico parapetto di legno. Su questa cantoria è posizionato un antico organo positivo del settecento di scuola napoletana. Il prospetto di facciata è diviso da quattro pilastrini con capitelli e basi dorate e fiori rossi con foglioline sul fondo verde.

L’altare maggiore

L’Altare Maggiore è di marmo pregiato ed è fiancheggiato da due porte di marmo bianco sulle cui aperture sono posti due piccoli quadri: il Sacro Cuore di Gesù (a destra) e il Cuore Immacolato di Maria (a sinistra). Sul fondo dell’abside sorge l’artistico tempietto di stucoo con due colonne di marmo donate dal Re di Napoli, Ferdinando II. Nel tempietto è racchiusa la tela, opera di scuola napoletana del Settecento di cui si ignora l’autore che si trovava nell’antico oratorio; raffigura la Vergine Santa che regge una palma nella mano destra e il Bambino Gesù nella mano sinistra, la testa coronata da dodici stelle e i piedi che poggiano su una mezza luna. Sul capo della Vergine, appare l’Eterno Padre con le braccia aperte, tra essi si scorge un una piccola colomba bianca figura dello Spirito Santo. Il Bambino Gesù regge un piccolo globo terrestre di color verde e ha sul capo una stella.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Un ricordo dei riti e miti nei vicoli del centro storico di Ercolano
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Il centro storico di Resina prima ed Ercolano si concentrava essenzialmente nell’antica via Trentola, via dogana, Piazza fontana, vico mare ed i vari vicoli nelle traverse di corso Resina.

Si può affermare che non esiste Ercolanese le cui origini o non abbia almeno un discendente familiare che abbia abitato in questi luoghi.

Così descriveva lo scrittore Mario carotenuto, nel suo libro Da Resina ad Ercolano. Storia di una città (scritto nei primi anni ottanta) quei miti e quei riti che erano  l’essenza di quella umanità vissuta in quella realtà sociale :

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.

L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola nell’aureo secolo del Romanticismo.

I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di ‘a Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘o zelluso, Armando ‘o scartellato, Nicola ‘o surdo) o morali (Antonio ‘o buffone), dal mestiere (Pasquale ‘o scupatore, Enrico ‘o furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘o mericano, Bettina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva conoscere il cognome bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.

Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lecca lecca. Si aveva bisogno del falegname?

Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice (Ca capèra), il falegname (Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico (Co stagnino), lo stuccatore, il marmista (Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo (Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo (Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo (Co verdummaro) e perfino il becchino (Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case.

Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina  si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione.

Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità e della solidarietà. Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe di parvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.

E’ come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

Per molti non ci sono dubbi: al senso comunitario e alla solidarietà di un tempo è subentrato lo spirito maligno del «mors tua vita mea» o, per dirla alla napoletana, « chi more more echi campa campa ».

Queste amare riflessioni ci portano a delle considerazioni assai severe su questo tempo di belve e ad una nostalgia ancora più struggente del tempo che fu. Dove sono più la spensieratezza, la gioia di vivere, la poesia di una volta? Anche in mezzo alle più gravi vicissitudini rimaneva nei cuori la speranza di un domani migliore, come testimoniano le parole di una famosa canzone: « chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato, scurddammece d’ ‘o passato ». E rimaneva soprattutto il senso di solidarietà verso tutti, e in particolar modo l’amore per i bambini.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.