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Programma Mostra fotografica collettiva il cuore delle donne dal 6 al 14 ottobre 2015
locandindablogbis

FOTOFORUM ATTIMI NEL TEMPO

Presenta

“ Il cuore delle donne”

Dal 6 al 14 ottobre 2015

Mostra fotografica collettiva

In collaborazione con :

IL GAZEBO ROSA ONLUS E FONTETICA

Con il patrocinio del :

  • COMUNE DI ERCOLANO
  • ORDINE DEGLI AVVOCATI DI TORRE ANNUNZIATA
  • COMMISISIONE PARI OPPORTUNITA’ DELL’ORDINE DEGLI   AVVOCATI DI TORRE ANNUNZIATA
  • COMITATO AIFOS donne
  • BANCA DI CREDITO POPOLARE di TORRE DEL GRECO

      Presso “LE SCUDERIE” – Caffè letterario di Villa Favorita Resina n. 330/332  – Ercolano – tel: 081.7778052

 PROGRAMMA DELL’EVENTO :

Dal 6 al 14 ottobre dalle 10:00 alle 20:00 esposizione e visita della mostra fotografica.

Venerdi 9 ottobre ore 18.00 :

VERNISSAGE

Con la partecipazione di :

Maurizio Saleseamministratore di FotoForum (presentazione del gruppo FOTOFORUM) e dott.ssa Teresa Civitella –   docente Liceo classico “G . De Bottis (“La donna :il motore della storia)

Momento musicale a cura dei maestri:

                                              Angelo Ruggieri ( flauto) – Giuseppe Del Plato ( chitarra)

Sabato 10 ottobre ore 18.00 :

PRESENTAZIONE DEL LIBRO   – “FEDERICA LA RAGAZZA DEL LAGO”

Intervengono: Massimo Mangiapelo autore del libro

Emilio Orlando giornalista de La Republica

Seguiranno:    Rosa Visciano – Presidente del Gazebo Rosa onlus

                       Il Femminicidio. Testimonianza territoriale        

                          dott.ssa Olga Nocerino – Comitato donne Aifos – Prospettive al femminile:salute e sicurezza negli ambienti di vita”

Martedi 13 ottobre ore 18.00 :

TAVOLA ROTONDA    “DIRITTI DELLE DONNE E TUTELA DELLA FAMIGLIA” (*)

Moderatore :   Salvatore Perillo

Intervengono :

avv. Gennaro Torrese, Sportello antiviolenza ed antistalking istituito dall’Ordine degli avvocati di Torre Annunziata

avv. Gabriella Spadaro, Introduzione del Tema del convegno

avv. Graziella Silvetti,    Mediazione come risorsa nella risoluzione dei conflitti familiari.

avv. Maria Elena Palomba, L’avvocato nella gestione della crisi familiare.

(*) “Evento accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torre Annunziata pertanto ai partecipanti saranno riconosciuti nr.3 crediti ai fini della formazione professionale”.

Info e Credits :

Ordine avvocati torre annunziata

Banca di credito Popolare

Gazebo Rosa Onlus

Fotoforum attimi nel tempo

Comitato donne aifos

Comune di Ercolano

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Leonardo Filotico il primo sindaco di resina dopo l’unità d’italia
settembre 27, 2015
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piazza

palazzofiloticomanduriaLa famiglia Filotico, di probabile origine greca, giunse in Casalnuovo (Manduria) agli inizi del 1500 dal borgo di Monacizzo presso Torricella, secondo quanto riportato nel Librone Magno delle Famiglie Manduriane, con il capostipite Giulio. Nel Librone è riportata inoltre, nel secolo successivo, un’altra famiglia omonima nel ceto popolare, generata da un Ottavio, non imparentata e tuttora esistente in Manduria.

La famiglia a fine ‘600 si divise in due rami, quello di Francesco (tuttora fiorente) e quello di Giovanni, estinto nella seconda metà del’900.Secondo la tradizione, i Filotico accumularono cospicue ricchezze con il commercio delle stoffe, inserendosi nel secolo XVIII nella borghesia intellettuale cittadina.

Oltre al palazzo Imperiali di Manduria, attuali dimore della famiglia sono il palazzo Primicerj, portato nell’800 in dote a Vincenzo Filotico dalla nobile Concetta Maggi-Primicerj (nipote ed erede del barone Claudio, morto senza discendenti maschi), il neoclassico palazzo Filotico ad Ercolano, eretto da Leonardo davanti all’ingresso degli scavi archeologici sul “Miglio d’Oro” delle ville vesuviane, il palazzo Monaco a Oria (secolo XVIII), la tenuta Montebelli in Maremma a Gavorrano (GR). La famiglia possedette (fino agli inizi del XX secolo) il castello diruto di Uggiano Montefusco (oggi distrutto), inoltre a Manduria il cinquecentesco palazzo Sala in via Cardinal Ferrara, le masserie Torre Bianca, Ripizzata, Serpente, Potenti, Eredità, Pozzi, la casina Schiavoni a Uggiano Montefusco. A Napoli, la famiglia visse nel palazzo de Simone, sul lungomare di Posillipo. Nel Quadrilatero degli Uomini illustri, al cimitero monumentale di Poggioreale, esiete ancora oggi la cappella Filotico-Pulli.

I Filotico si imparentarono con le illustri famiglie Pasanisi Gaetani, Schiavoni Carissimo, Pila (conti Palatini di Spoleto), Clavica, Martucci, Mongio’ dell’Elefante, Maggi, Primicerj (baroni di Paretalto), Marugj, Preite, Contento, Monaco, Maya, Sala, Pulli, Bianchetti, Dattilo, Foresio, Chimienti, Cioni, Squitieri, Claudi de Saint Mihiel.

Dalla seconda metà dell’800, secondo l’usanza dell’epoca nelle famiglie “di distinta civilta’” che vivevano more nobilium, la famiglia ebbe uno stemma gentilizio, senza corona, con elmo chiuso posto di lato, con la seguente blasonatura (fonte: Archivio Araldico Cimino di Palermo): “Alla biscia in palo al naturale, sormontata da tre gigli d’azzurro, 1 e 2, e la bordura di rosso”.

stemmafilotico

Motto” FORTUNAM SUAM QUISQUE PARAT

La biscia in araldica simboleggia il vero repubblicano, che per il bene della patria con la sua morte dona agli altri la vita, indica inoltre perspicacia, prudenza e vigilanza. Con ogni probabilita’, tale iconografia e’ riferita al martirio del canonico Filotico avvenuto a seguito dei moti repubblicani del ’48. Questo stemma venne usato soltanto da alcuni componenti della famiglia.

Il motto è senza dubbio legato all’interpretazione del nome greco Filotico –  “amico della fortuna”, “colui che propizia la buona sorte”.

Tra i personaggi di rilievo della famiglia si ricordano:

Leonardo (seconda metà XVIII sec.) doctor iutriusque iuris, fu  “regio giudice ai contratti” in Casalnuovo, ebbe il titolo di “Magnifico” che nel regno di Napoli era concesso a chi aveva un ufficio universitario o regio.

Vincenzo (1748-1834), fu pittore piuttosto rinomato, allievo di Matteo Bianchi, formatosi a Roma e Napoli, attività che affiancò a quella di proprietario terriero. Grazie ai rapporti nella capitale con gli Imperiali del ramo dei marchesi di Latiano, dopo la fine della feudalità svolse per essi l’incarico di agente generale e procuratore.Nello stesso periodo, corrispondente al decennio di occupazione Francese (1806-1815) Vincenzo fu componente del Decurionato cittadino. Sue tele si conservano in Manduria, Latiano, Aversa, presso la famiglia e in collezioni private. Acquistò il palazzo Imperiali nel 1827.

Raffaele (fine XVIII sec) giureconsulto, fu sindaco di Manduria nel 1804. Salvatore, nato nel 1811, canonico, fu coinvolto nei moti antiborbonici del 1848 a causa delle sue arringhe in cui aizzava il popolo manduriano contro il re, fu arrestato e deportato assieme a Nicola Schiavoni, Sigismondo Castromediano ed altri patrioti salentini. Mori’ nel 1953 nel carcere di Nisida.

Ma il piu’ importante e vicino alla nostra storia è senza dubbio Leonardo Filotico.

Leonardo (1800-1880 circa)  fervente antiborbonico di idee mazziniane, legato alla cerchia di Raffaele De Cesare. Fu architetto, ufficiale di marina, scienziato, console pontificio a Pozuuoli. Fu un uomo, come si direbbe oggi, d’azione e d’impegno politico rischiando anche la vita dovendo sposare idee risorgimentali per un’Italia unita.

Sposo’ la scrittrice e poetessa Virginia Pulli (Milano 1800-Portici 1860), figlia del celebre chimico Pietro, scienziato e direttore delle Reali Polveriere. L’opera più nota di Virginia è il romanzo “Carlo Guelfi” edito da Le Monnier nel 1857.

Nella loro casa, Leonardo e Virginia aprirono un salotto letterario-politico che divenne famoso, ospitando artisti e patrioti impegnati politicamente per l’unità d’Italia. La coppia trascorreva le estati nel palazzo di Manduria.

Nonostante avesse sempre vissuto a Portici, dove lì conobbe sua moglie Virginia Pulli (poetessa e scrittrice), subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1866 fu sindaco di Resina (Ercolano).

Proprio a lui si deve il famoso monumento della colonna d’italia in piazza colonna del plebiscito meglio conosciuta come ‘a piazza d”a colonna d’Italia, non si hanno documenti certi ma sembra che sia il primo monumento post-unitario su tutto il territorio nazionale.

Il suo diretto discendente fu :

Pietro (seconda metà XIX sec) fu avvocato, deputato alla Provincia di Napoli, candidato al Parlamento Nazionale nel 1879 nel collegio di Manduria, si distinse per il suo operato durante il colera di Napoli del 1884.

Successivamente verso la fine del XIX secolo fu costruito, probabilmente da Ettore Filotico (figlio di Pietro?), l’attuale palazzo all’inizio di corso resina subito dopo l’ingresso degli scavi andando in direzione Portici. Una curiosità, proprio in questo palazzo aveva studio al primo piano il grande medico e sportivo Alfonso negro.

Del ramo della famiglia filotico rimasta in puglia a manduria ricordiamo comunque altri illustri personaggi :

 

Leonardo (1870-1950)  ingegnere, visse tra Napoli e Manduria, fu autore di numerosi brevetti tra cui, nel 1910, quello per una macchina di sua invenzione per il taglio della pietra di tufo, depositato anche negli Stati Uniti d’America.

Cesare (fine sec. XIX-inizi XX) fu Avvocato Generale dello Stato, nominato Cavaliere Ufficiale dell’Ordine di SS. Maurizio e Lazzaro dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

 Enrico (1896-1986) fu Generale di Artiglieria, e Gran Legato del Sovrano Militare Ordine di Malta.

 Pietro (1904-1990) fu Questore di P.S. a Roma, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 Carlo (sec. XX) colonnello dell’Arma dei Carabinieri, Cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia, fu Podestà di manduria nel 1932.

Umberto (1932-2005) fu pilota automobilistico, corse su Lancia Aurelia B20, successivamente su Ferrari 250 tdf Zagato con cui vinse la Coppa Fagioli nel 1960, partecipo’ a 2 gran premi in Formula 1 nel 1962 (GP del mediterraneo, GP di Napoli) su monoposto Cooper-Climax S4.

Fonte notizie e testi arch. Nino Filotico

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Convegno Francesco Mastriani le riflessioni del dott. emilio mastriani
settembre 27, 2015
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Ieri sera, alle Scuderie di Villa Favorita, in Ercolano, nell’ ambito della Mostra di Arte Contemporanea, si è svolto il Convegno su ‘Vita, Pensiero ed Opere di Francesco Mastriani’.

Vi è stata grande affluenza di pubblico. L’evento ha raccolto l’ adesione di molti studiosi, professori e scrittori affascinati dal romanziere napoletano.

Erano presenti, tra gli altri, oltre al moderatore Prof. Gennaro Mantile, Presidente dell’ Associazione Nazionale Mondoscuola (che ha condotto in maniera brillante la manifestazione), il Dott. Capo Pasquale (ex Provveditore agli Studi di Napoli), lo studioso Emanuele Cerullo, il ricercatore Rosario Mastriani, la Professoressa e scrittrice Clara Borrelli (Docente di Letteratura Contemporanea presso l’ Università Orientale di Napoli) e la scrittrice Anna Gertrude Pessina (autrice del saggio: “Mastriani Francesco, un escluso”) che ha catturato l’attenzione dei presenti, soffermandosi sull’aspetto psicologico del romanziere.

E’ stato un incontro interessantissimo che ha aperto degli utilissimi spiragli per continuare la nostra opera di sensibilizzazione, affinché le Istituzioni prestino più attenzione alle varie istanze culturali provenienti dai cittadini.

Come organizzatore dell’ evento, non posso che essere soddisfatto nel constatare quanta sia stata numerosa e qualificata la partecipazione di persone interessate al Mastriani.

Dott. Emilio Mastriani  

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Reportage fotografico convegno vita e opere di Francesco mastriani courtesy foto by alfio martone
settembre 26, 2015
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Grande partecipazione di pubblico e di studiosi per il convegno su: “ Vita,  Pensiero  ed  Opere  di Francesco Mastriani ”, che si è tenuto  in Ercolano (Na) presso le “ Scuderie di Villa Favorita ”- Corso Resina n. 291, il 25 settembre p.v. con inizio alle ore 18,30 organizzato dagli eredi del celebre romanziere napoletano, Emilio e Rosario Mastriani.

Tra i vari interventi  moderati dal  Prof. Gennaro Mantile, Presidente “Associazione Nazionale Mondoscuola” sono intervenuti :

Pasquale Capo, già Capo Dipartimento MIUR e Provveditore agli Studi di Napoli:

“ Mastriani e la Trilogia Socialista”;

  • Emilio Mastriani, già Segr. Gen. Uil-Scuola Campania: “Prosapia (DNA e Genealogia di Mastriani); Il pensiero, gli errori ed i pregi del romanziere napoletano; Polemica desanctisiana”;
  • Rosario Mastriani, ricercatore: “ I falsi, le estrapolazioni ed i doppioni dei romanzi pubblicati da Editori e Librai senza scrupoli, nella vasta opera Mastrianesca ”;

Con ulteriori interventi da parte di :

 Emanuele Cerullo, studioso: ”Mastriani, tra gotico ed attualità. Cenni sui romanzi inediti del romanziere napoletano”;

  • dott.ssa Anna Gertrude Pessina, già Docente negli Istituti Psicopedagogici, scrittrice: “Francesco Mastriani, un escluso”;
  • dott.ssa Patricia Bianchi, Docente di Linguistica c/o Università “ Federico II” di Napoli, scrittrice: ”Lingua e stile in Mastriani”;
  • dott. ssa Cristiana Anna Addesso, Docente di Filologia Moderna c/o Università “Federico II” di Napoli, scrittrice: “Che somma sventura è nascere a Napoli: rileggere e rivalutare Francesco Mastriani”.

L’evento era inquadrato nei venerdì letterari per la mostra Ombre Prosequio del maestro Amedeo gabucci in art Deò e curata dal prof. Giovanni Cardone.

Promozione dell’evento sul web & social Salvatore Iengo. Courtesy photo by Fotografando Alfio Martone.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il sindaco Ciro Buonajuto ed il suo sogno di ercolano capitale della cultura
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Ercolano, la città che con passione e orgoglio governo dal giugno 2015 e che vivo e amo da sempre, è una città instancabile e piena di vita che lungo i secoli ha sempre saputo stupire. Sta per farlo di nuovo rinnovandosi, ancora una volta, per diventare una città sempre più creativa, innovativa, interconnessa e vitale.

Il 2016 sarà una celebrazione – lunga un anno intero – degli ercolanesi di ieri, di oggi e di domani, una comunità adattabile che nel suo complesso di relazioni coerenti ha conferito e continua a conferire significato a questo territorio con ripercussioni che vanno ben oltre i suoi confini. Ercolano è il luogo in cui possiamo costruire nuovi modelli di sviluppo e benessere sociale. La storia recente di Ercolano ci offre tutti gli ingredienti per credere in questo sogno, dalla straordinaria esperienza dei movimenti antiracket, agli Scavi archeologici divenuti una best practice mondiale.

Tutto questo è possibile proprio perché Ercolano vive le molte contraddizioni tipiche del nostro Paese ed, in particolar modo, del Sud, ma allo stesso tempo è un unicuum a livello italiano grazie al suo straordinario patrimonio culturale e ambientale, frutto di secoli di storia e storie: il Vesuvio e gli Scavi sono quelli più noti, riconosciuti come Patrimonio Mondiale dell’Unesco e MAB Biosphere.

Sul nostro piccolo ma denso territorio, tuttavia, ospitiamo anche eccezionali attrattori come il Museo Archeologico Virtuale, il Santuario della Madonna di Pugliano, il Mercato di Resina, il Miglio d’Oro con le Ville Vesuviane costruite dalla nobiltà borbonica. A questo si aggiunge un’altissima densità di facoltà universitarie e centri di ricerca nelle sue immediate vicinanze e produzioni agricole tipiche di eccellenza: dal pomodorino vesuviano del “Piennolo” al vino Lacryma Christi, alla floricultura. Tutto questo già oggi ci porta ad essere una meta conosciuta e visitata, dal mare al cratere del Vesuvio, da circa un milione di persone l’anno. Al di là di ciò, tuttavia, la nostra vera ricchezza è la Comunità, resiliente e creativa, che è stata capace di superare sia immani catastrofi che epoche di semplice inerzia istituzionale, rinascendo e reinventandosi più volte.

Negli ultimi anni, Ercolano ha vissuto un lento ma inesorabile risveglio della coscienza civile collettiva. In primis, grazie a quel nucleo di commercianti che ha detto il primo “no” allo strapotere della Camorra, creando un fronte unito e compatto con Istituzioni e Forze dell’Ordine nella lotta alla malavita organizzata. Poi i giovani, che dopo aver marciato contro la camorra, hanno dato vita ad esperienze associative e imprenditoriali che uniscono Legalità e creatività, coesione e attrattività turistica, ben rappresentate dall’esperienza di Radio Siani. Magistrati eccellenti e Forze dell’Ordine hanno permesso una drastica diminuzione dei reati e, con centinaia di arresti, hanno di fatto annullato il potere delle varie cosche camorristiche che operavano in città. Nel 2001, grazie ad un filantropo illuminato come David Packard e un ente di tutela pronto a mettersi in gioco e sperimentare, prende avvio l’Herculaneum Conservation Project (HCP) uno dei più interessanti e innovativi accordi pubblico-privato per la gestione del patrimonio archeologico italiano, che oggi affianca la Soprintendenza nell’attività di manutenzione e salvaguardia degli Scavi, di riqualificazione urbana e di coinvolgimento della comunità locale. L’HCP poi è stato un po’ il catalizzatore per la creazione dell’Associazione Herculaneum, che con il suo Centro ha creato un nuovo modello di collaborazione tra ente locale e ente di tutela, tra la comunità locale e la comunità internazionale, guadagnandosi elogi e interesse in tutto il Mediterraneo. Altre associazioni culturali e sociali sono fiorite in questo nuovo ambiente, attingendo l’energia e l’ottimismo di una cittadinanza giovane e attiva.

A testimoniare la centralità della Comunità Ercolanese, infatti, c’è la storia stessa di questa candidatura, che merita di essere raccontata. Il primo dossier di candidatura consegnato al MiBACT è stato pensato e redatto da un gruppo di ragazzi sotto i trent’anni, raccolti nel locale Forum dei Giovani e nella Pro Loco Herculaneum, che hanno capito la grande opportunità che il titolo di Capitale Italiana della Cultura può giocare per Ercolano in questo momento storico. Per farlo hanno subito coinvolto gli attori, pubblici e privati, profit e no profit, che sul territorio stanno lavorando quotidianamente per regalare alla nostra città un futuro sostenibile.

A Luca Coppola, che per primo ha proposto e assemblato il progetto di candidatura presentato al MiBACT nella primavera scorsa, va il grazie di tutta la cittadinanza, perché ci ha regalato questa opportunità e la possibilità di immaginarla oggi, con questo dossier e il con il processo partecipativo attivato per l’occasione, come una sfida che Ercolano gioca in nome di tutta la Regione Campania, il Meridione e l’Italia intera.

Il cuore della nostra proposta risiede, infatti, nel concetto di Democrazia Culturale, cioè nella possibilità per tutte le Ercolano del mondo di costruire un percorso di valorizzazione e promozione internazionale fondato sulla gestione condivisa e partecipata da parte di una Comunità dei suoi asset culturali e creativi, identitari e strategici. Per Ercolano questo significa diventare un laboratorio diffuso di co-creazione e sperimentazione che coinvolga l’intera cittadinanza e tutti coloro che sono interessati al generativo rapporto tra patrimonio culturale, patrimonio naturale archeologia, nuove tecnologie e sviluppo economico e sociale. Attorno a questa ambiziosa sfida si articoleranno XX linee di intervento prioritario, identificate in base al principio di magnitudo: si è deciso di concentrare l’opportunità di Ercolano Capitale Italiana della Cultura 2016 per valorizzare i punti di forza del territorio, ma anche per affrontare strategicamente le sue debolezze, comuni a tante città, soprattutto del Sud. L’opportunità di diventare Capitale Italiana della Cultura, quindi, assume per noi la dimensione di obiettivo simbolico e operativo, di stimolo creativo, di coraggiosa ambizione e di nuova consapevolezza per l’intero territorio, per poter fare ciò che ancora non si riesce a fare.

Lavoreremo per innovare la nostra offerta turistica e valorizzare l’artigianato, l’enogastronomia e l’agricoltura di qualità, per attrarre capitali e cervelli e diventare un incubatore diffuso di nuove imprese creative e culturali specializzate non soltanto nella valorizzazione del patrimonio culturale e naturale esistente, ma anche nella creazione di nuovi asset culturali per rappresentare il punto di incontro delle reti che quotidianamente lottano contro la criminalità organizzata, per sviluppare un progetto pilota multi-stakeholder con cui affrontare strutturalmente l’abbandono scolastico e la disoccupazione giovanile, per dar vita a azioni creative a sostegno e rilancio del tessuto economico del Centro Storico di Ercolano. E, soprattutto, lavoreremo tutti per rendere l’Amministrazione Comunale di Ercolano adeguata alle sfide del XXI secolo, attraverso il capacity building della sua struttura e della sua capacità di lavorare con altri, e la costruzione di una pianificazione strategica, partecipata e multi-stakeholder, per gli anni a venire.

Ercolano merita di diventare Capitale della Cultura Italiana, non tanto e solo per quello che ha e sta facendo, ma per quello che rimarrà sul suo territorio e nella sua comunità, come lascito fisico e culturale di lungo periodo, grazie all’innesco generato dalla vittoria del titolo. Cioè la dimostrazione che, anche in tempi di crisi, una comunità consapevole e coesa può dar vita a un modello di sviluppo sostenibile e equo grazie alla solidità del suo passato e alla forza esplosiva della sua creatività.

Ciro Buonajuto

sindaco ciro buonajuto

Informazioni autore sindaco ciro buonajuto

Sono nato a NAPOLI il 9 novembre 1977. La mia famiglia si è sempre impegnata in ambito politico per Resina e di Ercolano poi con i sindaci Ciro Buonajuto (mio nonno) ed Antonio Buonajuto (mio zio). Svolgo la professione di avvocato. In ambito politico sono membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico, e sono stato eletto Consigliere comunale a Ercolano nelle precedenti elezioni amministrative. Sono sposato con Carmela e papà di Angela e Renato. Sono sindaco di Ercolano da maggio 2015.

Venerdi 25 settembre Vita Pensiero ed Opere di Francesco Mastriani presso caffè letterario ex scuderie ercolano
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Continuano i venerdì letterari correlati alla mostra Ombre prosequio presso il caffè letterario ex scuderie villa favorita ercolano.

Convegno su: “ Vita,  Pensiero  ed  Opere  di Francesco Mastriani ”, che avrà luogo in Ercolano (Na) presso le “ Scuderie di Villa Favorita ”- Corso Resina n. 291, il 25 settembre p.v. con inizio alle ore 18,30 organizzato dagli eredi del celebre romanziere napoletano, Emilio e Rosario Mastriani.

 MODERATORE: Prof. Gennaro Mantile, Presidente “Associazione Nazionale Mondoscuola”.

 RELATORI:

Pasquale Capo, già Capo Dipartimento MIUR e Provveditore agli Studi di Napoli:

“ Mastriani e la Trilogia Socialista”;

  • Emilio Mastriani, già Segr. Gen. Uil-Scuola Campania: “Prosapia (DNA e Genealogia di Mastriani); Il pensiero, gli errori ed i pregi del romanziere napoletano; Polemica desanctisiana”;
  • Rosario Mastriani, ricercatore: “ I falsi, le estrapolazioni ed i doppioni dei romanzi pubblicati da Editori e Librai senza scrupoli, nella vasta opera Mastrianesca ”;

 

INTERVENTI PROGRAMMATI:

 Emanuele Cerullo, studioso: ”Mastriani, tra gotico ed attualità. Cenni sui romanzi inediti del romanziere napoletano”;

  • dott.ssa Anna Gertrude Pessina, già Docente negli Istituti Psicopedagogici, scrittrice: “Francesco Mastriani, un escluso”;
  • dott.ssa Patricia Bianchi, Docente di Linguistica c/o Università “ Federico II” di Napoli, scrittrice: ”Lingua e stile in Mastriani”;
  • dott.ssa Cristiana Anna Addesso, Docente di Filologia Moderna c/o Università “Federico II” di Napoli, scrittrice: “Che somma sventura è nascere a Napoli: rileggere e rivalutare Francesco Mastriani”.

 

Per info e contatti:

Avv. Luigi Sulo Mastriani – cell. 3394822981 – email – lumast@hotmail.it

Dott. Emilio Mastriani – cell. 3296110591 – email – emilio.mastriani@fastwebnet.it

 

BREVI NOTIZIE SULLO SCRITTORE

Francesco Mastriani è stato uno dei più prolifici romanzieri napoletani. Autore di ben 105 romanzi tra i quali si annoverano: La Cieca di Sorrento, La Sepolta viva, Il mio cadavere, La Medea di Porta Medina e la famosa trilogia socialista (I Vermi, Le Ombre ed i Misteri di Napoli). E’ stato anche autore di numerose commedie teatrali rappresentate al teatro S. Ferdinando di Napoli, ove è stata affissa sulla facciata, una targa con profilo. A lui è stata dedicata anche una scuola elementare (76° Circolo Didattico di Napoli) ed una stradina (Vico Francesco Mastriani), oltre ad una targa commemorativa, nella sua ultima dimora in Via Penninata San Gennaro dei Poveri ed un busto al Museo S. Martino di Napoli, opera del maestro Cifariello.

Alla sua morte il poeta Salvatore D’Aco scrisse:

E’ muorto!

Chiagnite, si … chiagnite tutte quante

De Napole signure e munezzaglia;

E’ Muorto chi pittava pure ‘e sante

E la suzzosa, nera, prevetaglia!

E’ muorto: ma facimmencella a chiante

Nu’ torne chi scenneva a la battaglia

E scommigliava ‘e zelle overo a tante

Nu so chi era, tutta la canaglia.

Da Foregrotta mmiez’ ‘a lu Mercato,

Napole, tutte quante, ‘o cunusceva

Chist’omme dotto, vero alletterato,

ch’ ’e pene de lu popolo sparteva …

E’ muorto faticanno, disperato,

E pure muribondo isso scriveva!

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Video evento la rivoluzione napoletana del 1799 presso caffè letterario ercolano
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Venerdì 18 settembre 2015 ore 19.00, Ercolano (Napoli) – Caffè letterario “le scuderie di Villa Favorita” – Incontro su: La Rivoluzione Napoletana del 1799, insegnamenti e valori. Sono intervenuti: Ciro Bonaiuto Sindaco di Ercolano, Nino Daniele Assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Giovanni Cardone storico e critico d’arte, Antonella Orefice storica e direttore del Nuovo Monitore Napoletano, ha moderato l’incontro Salvatore Perillo giornalista TV City e Comuni Vesuviani news.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

18 settembre 2015 Venerdì letterario presso caffè letterario ex scuderie courtesy photo by Ferdinando Scognamiglio
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Come evento integrante alla mostra Ombre Prosequio di Amedeo Gabucci in arte deò a cura di Giovanni Cardone presso Caffè Letterario ex scuderie di Villa Favorita – Corso resina 330 Ercolano, con il Patrocinio del Comune di Ercolano in collaborazione con la Universum Academy Switzerland – Regione Campania , e con l’Associazione Culturale Libera/mente, si è tenuto il secondo appuntamento dei Venerdì letterari.
In data di ieri Venerdì 18 settembre 2015 con a tema La Rivoluzione Napoletana del 1799 – Insegnamento e Valori, patrocinata dall’Archivio Diocesano di Napoli.
Nella splendida cornice dello spazio espositivo del Caffè letterario ex scuderie di Villa favorita, sono intervenuti il sindaco di Ercolano avv. Ciro Buoanjuto, il dott. Nino Daniele Assessore alla cultura del Comune di Napoli, Antonella Orefice Storica e Direttore del Nuovo Monitore Napoletano, Amedeo Gabucci in arte Deò, gli interventi sono stati moderati dal dott. Salvatore Perillo Giornalista tv city – Comuni Vesuviani News.
Grandissima la partecipazione di pubblico tra i quali studiosi giornalisti ed appassionati di storia locale per un tema così strettamente legato al territorio vesuviano e napoletano.
Si ringraziano per l’occassione la dott.ssa Imma Sorrentino per la sapiente gestione ed organizzazione degli spazi espositivi, il web designer Salvatore Iengo per la comunicazione dell’evento sul portale storico www.bloginresina.it e la capillare diffusione del medesimo evento sui social network.
Ercolano 19 settembre 2015
L’organizzatore della mostra e storico dell’arte Prof. Giovanni Cardone

Courtesy photo by Ferdinando Scognamiglio

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

La battaglia di Resina e portici e la fine della repubblica partenopea del 1799
settembre 16, 2015
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La Rivoluzione francese si rovesciò come una tempesta sul Regno delle Due Sicilie: la voglia di libertà, fraternità, eguaglianza, coinvolse gli uomini nligliori. Da quel cruciale 1789 tutto cambiò, dovunque. Inevitabilmente anche ai casali di Portici e resina piccola perla del reame, i contraccolpi furono fortissimi.
Da mezzo secolo i porticesi vivevano a contatto quotidiano con i Borbone, poiché qui il re Carlo, nel 1738, aveva fondato la Reggia, diventata una calamita per i cortigiani più influenti. Sotto il Vesuvio le famiglie della nobiltà e dell’alta borghesia avevano costruito ville e palazzi lussuosi in cui vivevano a lungo, e non soltanto nelle belle stagioni. La cittadina diventò presto il luogo di incontro dell’aristocrazia intellettuale napoletana.

Era fatale che in un simile ambiente le nuove idee trovassero terreno fertile. Eppure, il sentimento di fedeltà verso i Borbone restava intenso, sia al vertice del Regno sia nella popolazione. Il contrasto si rivelò lacerante e coinvolse gran parte dei porticesi.
Di questo scontro sotterraneo, durato un decennio prima della deflagrazione finale, mancano ricostruzioni conlplete, ma non mancano gli indizi. Da un lato, a Portici operarono società rivoluzionarie e segrete; si riunirono esponenti di punta del giacobinismo napoletano; scoppiò la prima ribellione ai voleri del sovrano. Dall’altro, cominciarono a organizzarsi i sostenitori del re, fino a diventare truppe di massa quando la situazione precipitò.

La storia di Portici e del miglio d’oro può diventare così una chiave di kttura di tutte le vicende della Repubblica Napoletana del 1799, di quel generoso tentativo di stabilire la democrazia, naufragato nel sangue. In questa prenlessa ci linliterenlo a delineare un quadro d’assienle, forse utile a seguire le varie fasi dell’avventura giacobina.
Se il contagio francese fu immediato, a rallentare lo scoppio del lnalcontento provvide il ricordo delle ri forme del re Carlo e delle prinle mosse non infelici di suo figlio Ferdinando. Il distacco dalla Corona fu progressivo.

Nei n10menti più felici del trono, gli idealisti avevano fondato sulla figura del monarca assoluto il loro desiderio di progresso. La Rivoluzione francese suggerì la sostituzione di questa forza dominante con quella democratica del popolo. Potevano n1ai coesistere queste spinte contrapposte in una capitale speciale COlne Napoli? Di sicuro i giacobini, anche quando fondarono i primi club libertari, non partirono all’attacco frontale della Corona. Nel loro anilno prevaleva l’importanza del traguardo, che restò identico: il progresso sociale.

La trasforn1azione, forse, sarebbe stata più lunga, se ad accelerarla non avesse provveduto il re, che mutò linea politica. Un ruolo decisivo fu esercitato dalla regina, l’austriaca Maria Carolina, con il sostegno dei tanti stranieri suoi alleati a corte.
Sul traballante trono di Parigi sedeva la sorella minore di Carolina, Maria Antonietta. Le sue angosce si riversarono sul trono di Napoli. Il timore diventò paura, poi terrore. Ferdinando -re cacciatore, re lazzaro re nasone, re pate -e ra troppo debole e distratto, troppo gretto, per opporsi alla volontà della moglie, ammesso che l’avesse davvero voluto.
La creazione del setificio di San Leucio presso Caserta, un villaggio industriale basato su regole vaganlente socialiste, fu l’ultimo guizzo civile del suo regno.

Ferdinando-e-Carolina

A esasperare lo stato d’animo dei sovrani, vennero le pene private. Il principino Gennaro, nove anni, e il piccolo Carlo, cinque Inesi, 1110rirono di vaiolo. Il 10 febbraio 1790 si spense l’altro fratello di Carolina, l’imperatore d’Austria Giuseppe, sostituito dall”altro gernano Leopoldo II, già granduca di Toscana.

Un altro episodio, di natura diplomatica, aggravò la tensione. A metà dicembre bre 1792 approdò a Napoli la notta da guerra francese. Una mossa intin1idatoria. Atterrito dall’eventualità di un attacco militare, il Borbone si piegò. Riaffern1ò, ahneno a parole, l’an1icizia per Parigi e garantì neutralità nelle contese europee.
Durante la pur breve permanenza di questi ospiti per forza, i napoletani più inquieti salirono a bordo della nave del con1andante Latouche. Ricevettero emblemi rivoluzionari, come le berrette rosse, e l’invito a organizzarsi in associazioni segrete più ambiziose. Nacque la Società Patriottica. La regina sopravvalutò la consistenza pratica deIl’opposizione e avviò le prime rappresaglie.

La situazione precipitò nel 1793. Nella furia che travolse Parigi, la ghigliottina ricadde selnpre più spesso, nel suo volo insanguinato. Il 21 gennaio a Parigi cadde la testa del re Luigi XVI. Il suo copricapo, ciocche dei capelli, frammenti del cappotto, vennero venduti all’asta dal boia Charles-Henri Sanson. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta. La regina mostrò al popolo, dal patibolo, una chioma precocemente ilnbiancata e una faccia piena di rughe. Il nuovo carnefice, Henri Sanson junior, mostrò la testa Illozzata alla folla festante.
Maria Carolina incrudelì di dolore. Si procurò una macabra stampa dell’esecuzione della sorellina e sul bordo bianco scrisse: «le poursuiverai ma vengeance jusqu’au tombeau», perseguirò la mia vendetta fino alla tomba.

Si portò dietro quella stampa da un palazzo all’altro, anche a Portici. La guardava in continuazione. Stava male: vampate di calore, vertigini, emicranie. Per placare il tormento 111ento, con1inciò a prendere oppio. Non si fidava più di nessuno. Obbligò il n1arito a canlbiare letto ogni notte, nel tilnore di attentati. Obbl igò i servitori ad assaggiare tutte le pietanze prinla di servirle, nel tin10re del veleno.
Nell’odio verso i francesi, cambiarono la politica del Regno e i giochi delle alleanze. Le riforme vennero accantonate per investire negli arnlamenti. La controversia territoriale con il Papa fu arrangiata alla meglio. La repressione poliziesca di ogni fern1ento libertario diventò via via più dura. I legami di Napoli con l’Inghilterra, la vera nemica della Francia, si fecero sempre più stretti.

Vice-Admiral_Horatio_Nelson,_1758-1805,_1st_Viscount_NelsonQuando il famoso ammiraglio Orazio Nelson approdò sotto il Vesuvio, il re Ferdinando salpò dal Granatello per dargli il benvenuto, e in suo onore offrì nella Reggia di Portici un pranzo seguito da un ricevimento.
Segni esteriori di modernità non bastarono a soffocare il montante malcontento della parte illuminata dei sudditi. Ad esempio, il re aveva ordinato la sistemazione delle targhe stradali e dei numeri sui palazzi, a somiglianza di quanto già fatto a Londra e a Parigi. Furono usate lastre di ardesia. A Portici uno scalpellino, perché ignorante o perché rispettoso della fonetica popolare, invece di scrivere via Amoretti, in omaggio al canonico benefattore, scrisse via Moretta: l’errore si può ancora vedere. I porticesi continuarono per qualche tempo a orientarsi secondo i vecchi toponimi, a volte due o tre per la stessa strada.

Il disorientamento, in questa fase, fu generale. NeIl’opposizione alla Corona si incontravano due spinte diverse.
Da una parte gli uomini colti, pervasi di idealità, che avevano letto e assorbito la Scienza nuova di Giambattista Vico, la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri, gli Scritti economici di Antonio Genovesi: gli estratti del pensiero dei geni che avevano reso Napoli capitale europea della cultura. Molti degli innovatori erano essi stessi già famosi, come il giurista sonlmo Mario Pagano, il nledico e botanico Domenico Cirillo, il grecista Pasquale BatTi, e tanti altri.
Dall’altra parte, il partito degli scontenti per ragioni più L11aterial i, conle l’insopportabile peso dei forestieri nel l’anlL11inistrazione degli affari del Regno. Sul tavolo di lavoro del re, un giorno, fu lasciato un biglietto con polenlici versi:

Sire, tu torni al tuo letargo antico…,
Il merlo oppresso -il nazional mendico,
carco d’onor e gloria ogni-straniero…

Fu poi la linea degli idealisti a prevalere nettamente. Quegli uomini si battevano in nome del senso della giustizia e della cultura: della filosofia e della virtù, come si diceva a quel tempo.
Contro di loro i servizi segreti della corte lavoravano a tempo pieno, e riferivano di cene patriottiche, di cospirazioni. La reazione del Borbone diventò selvaggia. Perquisizioni, pedinamenti, retate e infine, il 18 ottobre del 1794, le prime pubbliche esecuzioni napoletane. Sul patibolo nel largo del Castello vennero impiccati tre ragazzi meridionali: Emmanuele De Deo, Vincenzo Galiani, Vincenzo Vitaliani. Furono i primi martiri della libertà italiana.

Il solco aperto fra il re e i libertari napoletani diventò un abisso. Anche a Portici e Resina ovviamente.

In quei mesi di dolore anche il Vesuvio s’infuriò. Il 12 giugno un rombo cupo fu il preludio dei sobbalzi della terra. Nella notte fra il 15 e il 16 il vulcano eruttò. La lava sfiorò le camagne fra Portici e Resina e distrusse Torre del Greco quasi totaln1ente. I torresi, allenati ai pericoli venuti dal vulcano, contennero il numero dei morti -ventisei -con una fuga tempestiva. Il magma incandescente si arrampicò sul campanile della chiesa di Santa Maria del Principio, fermandosi sul bordo degli ultimi due piani. Le campane sopravvissute suonarono l’ora della ricostruzione.

e1794procession

I danni furono ingenti anche a Torre Annunziata e Pompei, perché il diluvio che sempre accon1pagna l’ira del vulcano aveva trascinato a valle fiumi di fango. Qua e là spuntarono mofete velenose e sciacalli che saccheggiarono le case abbandonate.

Passato il rischio, in segno di ringraziamento, porticesi e resinesi posero al confine fra le due città, in contrada Farina, un’edicola di San Gennaro con una lapide istruttiva. Inutile cercare quella lapide, oggi: è scomparsa, soffocata da una gettata di cemento. ”
Se la massa vide nell’ennesima eruzione il segno della collera divina, gli uomini che tenevano leggere e scrivere la considerarono un’inevitabile violenza della natura. Solo i più avvertiti, pionieri dell’ambientalismo, maledirono l’imprudenza dei regi architetti, che già allora avevano costruito sulle prime pendici vesuviane.

A Portici la presenza di nobili e saggi legati agli alnbienti cosid.detti giacohini -dal nonle di quei rivoluzionari francesi :-fu lnassiccia. A leggere le cronache nlondane porticesi e qlielle successive della rivoluzione, troverete più volte gli stessi protagonisti.
Nella villa di fainiglia, in quella contrada di Bellavista che oggi chianlianlo Cassano, nacque nel 1772 Gennaro Serra di Cassano, eroico difensore della Repubblica Napoletana.
Eleonora Fonseca Pinlentel, letterata di genitori portoghesi, nella nostra Reggia e nei nostri parchi profumati lesse, applaudita, i giovanili omaggi in rima a Ferdenanno re guappone. Diventerà la più ardente tra le giacobine.
Alla Bagnara fondò una grande fabbrica di seta Domenico Piatti, di origine triestina, che si occuperà della Tesoreria della Repubblica. I porticesi lo elessero console dell ‘arte della seta.
In Largo Trio costruì un sontuoso palazzo, accanto a quello dei Rocel1a, la famiglia del capitano Francesco Buonocore che nel Novantanove sarà ardito e sventurato combattente.
A Portici possedeva una villa con podere l’avvocato Nicola Fasulo, nel cui appartamento napoletano in via Atri, si radunerà a partire dal 1798 il Comitato dei patrioti.
Governatore di Portici, Resina e Torre del Greco diventò alla fine del 1797 Nicola Fiorentino, poi scrittore e oratore nei giorni della libertà.
Avevano casa sotto il Vesuvio anche le famiglie di Giambattista De Simone, ufficiale di Marina, e di Filippo de Marini, marchesino di Genzano.

Nelle strade di Portici e Resina si mossero, dunque, molti protagonisti del giacobinismo napoletano; Gennaro Serra di Cassano, Eleonora Fonseca Pimentel, i Piatti, Fasulo, Fiorentino, De Simone, de Marini, Buonocore, Luisa Sanfelice, Baffi, Carafa: tutti nomi che riappariranno nel lungo elenco dei giustiziati sui patiboli del Novantanove.

I francesi e la loro avidità nel depredare i nostri tesori

9428Colpito dai primi sospetti deIl’avido Direttorio, a causa della sua eccessiva indulgenza verso i patrioti napoletani, il generale Championnet fu costretto a stringere i tempi delle confische e ad accelerare la riscossione dei contributi di guerra. Le casse parigine ne avevano bisogno.
Il decreto per la contribuzione supplementare fatalmente riguardò anche Portici. Tra l’altro, qui furono ripresi gli scavi archeologici, come a Ercolano e a Pompei, con l’avvertenza che tutti gli oggetti ritrovati sarebbero finiti a Parigi. Dallo sfruttamento da parte della Corona si passò a quello straniero. Nelle prime esplorazioni pompeiane fu scoperta una nuova casa romana, e la via in cui sorgeva venne intitolata a Championnet.
Fu inoltre deciso che tutte le riserve di caccia del Borbone, compresi i parchi della nostra Reggia, venissero inglobate dalla Repubblica.

Gabelle vecchie e nuove stremarono i porticesi, già salassati dalle spese per il mantenimento della truppa francese. Per far fronte agli obblighi, furono venduti perfino gli argenti di San Ciro potente. Il debito comunale crebbe. Il Museo Ercolanese -che sorgeva a Portici nel palazzo prima della Reggia, a destra salendo -fu spogliato dei capolavori. Esasperati, i dirigenti vesuviani presentarono un appello alla Repubblica.

I documenti di questa accorata protesta sono stati ritrovati recentemente da Mario Battaglini negli archivi di Mosca, finalmente accessibi li dopo il crollo dei nluri. Ecco che cosa è scritto nel rapporto del Conlitato di polizia repubblicano, in data 10  pluvioso:
«Le Municipalità di Portici, Resina ed altri vicini cOlnuni sono resi inabili a più continuare le gravi spese che soffrono, montando a circa 250 ducati il giorno le sole tavole degli ufficiali francesi.

«Portici pel mantenimento della truppa ha consumato tutto il pubblico peculio, ha contratto dei grossi debiti ed ha esitato un residuo di argento di questa chiesa. Il Ministro delta Guerra Arcambal ha rin1esso un patetico ed afflittivo ricorso di quella popolazione, coll’invito di darsi su di essa l’opportuna provvidenza.

«Si pretende il totale deperimento dei Musei e delle biblioteche e la rovina delle arti, col togliere dai Musei di Portici e Capodimonte, dalla Biblioteca degli Studj e dalla Stamperia Nazionale tutto quanto v’è di buono; allorché si debbono scegliere i soli capi d’opera, lasciandone per la repubblica i modelli e le fom1e».
Corsero un serio rischio di esportazione dolosa perfino le celebri statue equestri di Marco Nonio Balbo, affiorate a Ercolano, ch’erano esposte nel vestibolo della Reggia porticese in una grande teca di vetro protetta da cancellate. Infatti, Championnet scrisse al suo ministro parigino:

«Vi annuncio con piacere il recupero di ricchezze ritenute perdute. Oltre ai gessi di Ercolano nel museo di Portici, le statue equestri di Nonio padre e figlio (…) E poi le statue marmoree a grandezza naturale di Marco Aurelio, un bel Mercurio bronzeo, un Meleagro in rosso antico, molti busti di gran pregio tra cui un Omero. Il convoglio partirà fra pochi giorni».
Per nostra fortuna, le statue di Marco Nonio Balbo, poi, non partirono.

 NelI’opera di saccheggio i burocrati francesi esibirono una pignoleria meritevole di miglior causa., Ad esempio risalirono all’origine di alcuni beni porticesi -la Reggia, i boschi -ripescando i relativi atti stipulati dal notaio Giuseppe Ranucci. Accertarono che una parte del parco apparteneva ai monaci di Sant’ Agostino in Resina, ai quali il re aveva pagato regolare canone di affitto.

Non fossero bastati questi salassi, ai porticesi dai sedici ai cinquant’anni iù nuovamente chiesto di servire la patria, diventata Repubblica, e questa volta in Marina. Il bando parlò di «requisizione n1arittin1a per la difesa della loro fan1iglia e della loro libertà». Non vi furono rivolte, soltanto musi lunghi.
La fama dei porticesi ottimi n1arinai, diffusa fin dal tardo Medio Evo, spinse Championnet ad offrire loro patenti di corsa francesi, autentiche abilitazioni alla pirateria. L’invito era motivato dalla necessità di fronteggiare la flotta inglese alleata del re, che n1inacciava da vicino la capitale. Per incoraggiare l’accoglin1ento della proposta, il comandante francese donò ai porticesi, ai sorrentini, agli stabiesi e ai napoletani del Molo Piccolo alcune barche sequestrate a Gaeta, con tutto il carico. La generosità interessata non fu sufficiente, nessun porticese diventò corsaro.

Del n1alumore sempre più diffuso approfittò il capomassa borbonico della zona, Francesco Almeida, che cominciò a preparare i piani segreti della rivincita.
Le difficoltà di Championnet, sempre più pressato dagli avidi parigini, aumentavano di ora in ora. La crisi definitiva scoppiò quando il commissario civile francese presso la Repubblica Napoletana, Faypoult, emanò un decreto per il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, comprese le banche, le proprietà dei Gesuiti, la Zecca, i possedimenti nelle provincie.
Championnet si oppose, annullò il provvedimento e scacciò Faypoult, «famelica arpia». Così segnò la sua condanna. Il 27 febbraio fu richiamato in patria affinché giustificasse il suo comportamento.

Gli successe il generale Macdonald, suo rivale, molto meno afflitto dagli scrupoli dettati dalla fraternità. Tra le sue prime decisioni, la vendita a minimo prezzo di alcuni arredi preziosi della Reggia di Portici e di Villa Favorita.
A sud, l’armata del cardinale Ruffo avanzava sempre più velocemente, uccidendo, saccheggiando, stuprando.

Cade il fortino del Granatello

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Il 5 giugno la Commissione esecutiva della Repubblica mise in vendita ciò che restava dei tesori della Reggia di Portici e di Villa Favorita, sperando di ricavarne danaro indispensabile alla difesa. Non ci fu tempo di perfezionare l’asta. Ruffo era ormai in arrivo.
Portici fu direttamente investita dalla guerra civile, perché si trovava sulla rotta finale dei sanfedisti.
Allo scopo di fermare i rifornimenti di ortaggi, frutta e carne dalle campagne vesuviane alla capitale, il capomassa porticese ~lmeida organizzò barricate sulla strada diretta al Ponte della Maddalena. Come lui si comportarono altri capi degli insorgenti, Giorgio Punzo a San Giorgio a Cremano, Nunziante al Ponte di Casanova.
L’ iniziativa di Almeida, registrata da molti testimoni di quel tempo, è una prova che a Portici i monarchici si stavano imponendo ai giacobini.

Ci fu una vera e propria rivolta contro la Municipalità repubblicana? Carlo De Nicola, il più famoso tra i diaristi del Novantanove, sembra confermarlo. Il primo giugno scrisse che «la strada di Salerno è chiusa; e si diee arrivata la insurrezione a Portici». Tre giorni dopo annotò un colpo di cannone sparato dal fortino del Granatello, forse contro gli insorti, che fu udito in città e provoç,ò,un fuggi fuggi generale e la chiusura anticipata di molte botlèghe.
Ruffo, intanto, aveva accampato a Nola la sua armata. Era piuttosto innervosito poiché il re gli aveva ordinato di non puntare subito sulla capitale, n1a di fernlarsi ad attendere l’arrivo della flotta inglese con a bordo il principe Francesco. Evidenten1ente il Borbone voleva lasci~re al suo erede” e al potente alleato britannico, la firn1a della vittoria.
Ma il destino dispose diversamente. Già salpati da Palérn10, i vascelli deIl’ammiraglio Nelson furono costretti a rientrare da una burrasca e dalle voci -risultate poi infondate -del sopraggiungere della flotta franco-spagnola.
Rutfo ebbe così via libera. Decise di lanciare l’attacco finale il giorno 13, giorno della festa di Sant’Antonio, il protettore della sua arn1ata. Tutta la n1arcia dei sanfedisti fu scandita dai simboli della devozione popolare, della superstizione anche.

Il 10 giugno arrivò a Nola il capomassa Almeida, seguito da altri realisti porticesi. Cepisodio è narrato da Domenico Petromasi, un cronista ultramonarchico al seguito del cardinale. Portici si era già schierata dalla parte della Corona, disse Almeida a Ruffo, ma la truppa di massa era «incredibilmente inquietata» dalle artiglierie del Granatello.
Ruffo inviò in zona, di rinforzo, i fucilieri di montagna comandati dal tenente colonnello Costantino De Filippi, un plotone di calabresi e cento soldati di cavalleria agli ordini del tenente Giuseppe De Luca. Le avanguardie sanfediste conquistarono subito la batteria di Pietrarsa, dotata di un cannone da 33 pollici, e la Reggia di Portici. Protette dal fuoco di sbarramento, partirono all’assalto del fortino del Granatello, rafforzate all’ultimo momento da una compagnia di russi.

Due cannoniere e una batteria galleggiante deIl’ammiraglio Caracciolo tentarono di sostenere la difesa dei giacobini porticesi. Coraggio inutile. L’intervento di James Foote, a capo della squadra navale inglese che dal 9 presidiava la costa da Portici a Castellammare, decise le sorti della battaglia.
Il Cavai marino, la Mutine e la fregata Sirena scaricarono bordate di fuoco contro i vascelli di Caracciolo e contro il forte. Una cannonata dal mare centrò casualmente una bandiera repubblicana che sventolava sugli spalti: era il presagio della disfatta. Foote poté annunciare a Nelson la resa degli ultimi difensori del Granatello.
L’episodio, decisivo per le sorti finali della guerra, avvenne nelle ultime ore del 12 giugno, a detta di De Nicola che nel suo Diario registrò in quel giorno furiosi combattimenti lungo la costa vesuviana, finiti a notte inoltrata. I bagliori si vedevano nitidamente da Napoli. Il diarista li paragonò a fuochi artificiali.

Petromasi, invece, raccontò scene di massacro: «Subito preso il Granatello colla trucidazione di molti ribelli». E descrisse Portici come un panorama di rovine: «Questo delizioso real sito avea sofferto molto nelle fabbriche dal cannone nemico, il quale avrebbe recato un maggior guasto, se non veniva altronde malmenato».
Ruffo si stava spostando verso Somma Vesuviana quando seppe che la «caliginosa ferale ostinatezza» -altre parole di Petromasi -dei patrioti porticesi era stata sconfitta. Ordinò l’ultima offensiva. Era la mattinata chiara del 13 giugno 1799.

Rafforzato da una «piccola ma feroce compagnia di Turchi», il cardinale puntò su Portici. Voleva impedire la riconquista del forte del Granatello, considerato il penultimo ostacolo nella marcia su Napoli.
L’ultimo ostacolo era il forte di Vigliena, del quale oggi potete intravedere le rovine, davanti a una centrale elettrica. L’armata della Santa Fede attraversò San Giorgio e sboccò a Croce del Lagno, fermandosi. Nessuna ininaccia: oramai il Granatello era saldamente nelle mani dei realisti. L’avanzata riprese. Il parroco e gli altri preti della chiesa di Santa Maria del Soccorso vennero incontro al cardinale in processione aperta da un sacro ombrellino. Ruffo benedì e passò oltre. Pochi metri più avanti il suo esercito fu bloccato dalle cannonate di Vigliena. Prima di dare istruzioni per il pranzo, il cardinale ordinò al reggino Francesco Rapini di assediare il forte. Tre cOlnpagnie di cacciatori calabresi scattarono, le baionette in canna, sostenute dai cannoni.
Una 1110ssa spietata, perchéVigliena era difesa dalla Legione Calabra della Repubblica: fu uno scontro fratricida. Il cOlnandante dei difensori, Antonio Toscano, fece issare la bandiera nera su cui era scritto Vincere, vendicare, morire e si preparò al peggio. Veniva da Corigliano Calabro, aveva 25 anni, era stato sen1inarista, era diventato un poeta che sapeva combattere.

Un’impresa disperata, quella dei duecento uomini di Toscano. Erano aln1eno cinque volte inferiori nel numero e peggio armati; inoltre i loro undici cannoni puntavano dal lato del mare. E tuttavia resistettero ai prinli due attacchi, anche grazie all’intervento delle navi di Caracciolo.
Rapini ordinò una terza carica e questa volta i forti bastioni a forma di pentagono non ressero. All’interno delle mura si lottò all’arma bianca. Attorno a Toscano restarono in venti.
n comandante del forte e i sopravvissuti si trincerarono nel magazzino delle munizioni, sparando dalle feritoie. Toscano era ferito. Quando la resistenza diventò in1possibile, decise di dar fuoco alle polveri.

Lo scoppio, il turbinio delle schegge, uccisero insien1e gli ultimi calabresi della Repubblica e centinaia di sanfedisti. Nel fossato ricadde un mucchio di morti. La soldataglia di Ruffo perquisÌ i nemici caduti per rubare. Tre di quei corpi sfregiati e insanguinati, sotto brandelli di divisa della Guardia civica, erano di donna. Ne fu fatto scempio.
Il boato di Vigliena fu il segnale atteso da Ruffo. L esercito della croce si avviò verso il Ponte della Maddalena. Era il pomeriggio di quel 13 giugno.
A Napoli un colpo di cannone chiamò a raccolta i militi della Guarda nazionale. All’appello risposero in pochi, gli altri si nascosero o si prepararono ad aggiungersi ai vincitori.

I patrioti decisero di resistere ugualnlente. Si divisero in tre colonne. Quella di Capodinl0nte fu affidata a Gennaro Serra di Cassano. L’altro porticese, il capitano Canlpana, andò a conlbattere a Ponticelli. Il generale Francesco Basset si attestò a Foria. Il generale svizzero Writz ebbe il c0111ando al Ponte della Maddalena e fu tra i prinli a morire.
Morì anche il poeta Luigi Serio, morirono tantissinli altri. Travolte le fragili barricate sul fiu111e Sebeto, le staffette della Santa Fede penetrarono in città ed espugnarono il castello del Carmine, con una carneficina.
I capi della Repubblica Napoletana, dopo la ritirata, si barricarono nel Maschio Angioino, in Castel dell’Ovo e in una baracca di legno davanti a Sant’Elnlo, poiché il difensore del forte, Mejan -l’ultimo comandante francese rimasto nella capitale, con poche centinaia di soldati -gli aveva chiuso le porte in faccia. Tra i rifugiati nel Maschio era probabilmente il Porticese Gennaro Serra di Cassano.

Altri giacobini si nascosero in case ritenute sicure, nei boschi sulle colline o nelle grotte, sperando di poter riprendere la lotta.
Nelle strade roventi di Napoli si susseguirono scene di ferocia. Massacri, saccheggi, incendi, stupri.
Giulia e Maria Antonia -la madre e la zia di Gennaro come tante altre donne furono spogliate, forse violentate e trascinate nelle strade. Coperte appena da un lenzuolo, le obbligarono a recitare la pantomima del sinlbolo femminile stampato sui documenti della Repubblica.
Gli alberi della libertà vennero abbattt~ti e adoperati come latrine. Lì davanti, molti giacobini furono sommarianlente giustiziati. I sanfedisti mangiarono seduti su mucchi di cadaveri. Alcuni corpi vennero abbrustoliti e mangiati.

I prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena, dove Ruffo aveva stabilito il suo quartier generale. Lungo il cammino, monarchiche imbestialite li bersagliarono di sputi e insozzarono le loro bocche di scorze di frutta, di polvere,di qualsiasi immondizia raccattata. Almeno cinquanta furono fucilati eduecento feriti alla presenza del cardinale. Del tutto esaurite le carceri, diventò prigione anche l’enorme edificio dei Granili.
Su richiesta dei vincitori, ai balconi e alle finestre sventolarono lenzuola bianche come le bandiere della Santa Fede: erano segnali di resa. Ma la tragedia della Repubblica Napoletana non era finita con la caduta. E neppure la tragedia di Portici, di resina e del miglio d’oro.

A Resina e Portici l’ultima decisiva battaglia

La Santa Fede era ormai padrona della capitale quando al generale repubblicano Giuseppe Schipani -attendato con i suoi uomini al confine fra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, di fronte all’ isolotto di Rovigliano -pervenne un messaggio del generale Basset:
«Voi in sentire tre colpi di cannone, che sparerà Sant’Elmo, avanzerete con la vostra colonna; quando sarete a Resina e a Portici, passerete tutti a fil di spada con sacco e fuoco, stanteché sono nemici della Patria. Quando sarete al Ponte della Maddalena, a vista nostra, faranno una calata i francesi da Sant’Elmo, un’uscita i Patrioti da San Martino, ed un’uscita faremo noi dalle Castella. Voi assalirete alle spalle e noi per avanti, li metteremo in mezzo, e così scacceremo questi pochi insurgenti. Tutta la nostra fidanza sta nella vostra Colonna, che l’attaccherà alle spalle».

La notizia di questo disperato tentativo di riscossa è di fonte borbonica: il messaggio sarebbe stato intercettato grazie alla cattura del suo latore. Una leggenda giacobina aggiunge che il messaggero fu un ragazzo venuto a nuoto da Napoli, dopo essersi calato con una corda dal Maschio Angioino.
La consistenza della truppa di Schipani è incerta, oscilla tra un migliaio di soldati e poco meno di duemila (1.800, sostenne Ruffo).
Schipani era stato semplice ufficiale sotto il Borbone. Non aveva mai combattuto, in compenso possedeva coraggio e grinta eccezionali, così la Repubblica gli aumentò i gradi sulle mostrine. In battaglia indossava un copricapo peloso una specie di colbacco. La sua spedizione in Calabria era stata sfortunata, anche per errori gravi. Ma se il ruolino strategico di Schipani non fu impeccabile, a riabilitarlo provvide la sua ultima battaglia. Il generale sapeva perfettanlente di essere condannato alla disfatta, perché le forze nemiche erano maggiori, ma tentò ugualnlente. Convocò i suoi ufficiali ed espose chiaramente tutti i rischi dell’inlpresa. Fra i sessanta designati al conlando figurava il sedicenne Guglielmo Pepe che diventerà un protagonista delle battaglie per l’Italia.
La colonna republicana si mosse all’alba del 14 giugno. I primi scontri furono vittoriosi. Superata Torre del Greco, si lottò con successo a Resina, davanti alla Favorita, dove furono strappati al nemico tre cannoni. Un’illusione, presto Ruffo inviò imbattibili rinforzi.

cardinaleruffoSull’episodio esiste una testimonianza a firma del cardinale. Ruffo narrò di aver mandato in aiuto dei cavalieri di De Luca trecento sanfedisti comandati da suo fratello Francesco -che alloggiava nella Reggia di Portici -oltre a duecento uomini di truppa regolare e «pochi Moscoviti» partiti dal Ponte della Maddalena.
«In poche ore furono disfatti i ribelli: molti rimasero sul campo di battaglia, 800 circa furon condotti la sera stessa prigionieri al real Palazzo di Portici, e gli altri dispersi furono presi nei giorni seguenti. In questa azione così segnalata, che decise della presa della Capitale, al De Luca fu ammazzato il cavallo che portava sotto e rimase gravemente ferito. Credetti giusto di premiarlo con dargli la patente di capitano proprietario di Cavalleria».

A parte l’esatta descrizione deIl’epilogo e il riconoscimento del ruolo cruciale della battaglia di Portici, il racconto del cardinale minimizza la portata delle sue forze: i russi comandati da De Cesare, i cacciatori e i cavalieri erano molti di più, e ad essi vanno aggiunti i pezzi di artiglieria, i duemila massisti -da truppe di massa -guidati dal vescovo Torrusio e i nlille affidati all’altro vescovo Ludovici. Inoltre Ruffo trascurò un fatto determinante: il tradimento dei Dalmati al servizio della Repubblica.
Erano cinquecento, quei Dalmati. Molti avevano difeso il fortino del Granatello e si erano nascosti nelle campagne sotto il Vesuvio dopo la sconfitta; altri seguivano Schipani. Una volta ricongiuntisi a Resina, ebbero l’ordine di aggirare il nemico e di sorprenderlo a Portici.

Scesero lungo vico di Mare oppure lungo la calata di Sant’Agostino (via Cecere) senza trovare ostacoli. Sboccarono davanti all’Epitaffio ai posteri murato dal viceré, nell’attuale corso Garibaldi, dopo la disastrosa eruzione del 1631. Contemporaneamente, completando la manovra a tenaglia, la colonna di Schipani raggiunse la Reggia di Portici.
La mossa fallì perché i Dalmati, appena arrivati a contatto diretto con il nemico, si gettarono in ginocchio gridando viva il re! E passarono dall’altra parte.

Isolati, gli uomini di Schipani battagliarono davanti alla Reggia. Una cannonata centrò la statua di Marco Nonio Balbo a cavallo, decapitandola.
Si lottò senza tregua anche nelle zone più vicine di Resina, in via Cecere soprattutto. Sulla salita di Pugliano i sanfedisti demolirono l’albero della libertà e lo sostituirono con una croce di legno. Gli insorti resinesi erano spinti dall’odio per i francesi, che avevano rubato i tesori della Madonna di Pugliano e della chiesa di Sant’Agostino. I padri Teresiani di Torre del Greco recuperarono invece munizioni, viveri e argenti abbandonati dai repubblicani in rotta.
Forse nel tentativo di raggiungere Napoli, Schipani due volte tentò invano di soverchiare i russi davanti alla parrocchia di San Ciro. Fu una strage.

Un articolo apparso nel 1878 sul Pungolo, con tutte le sue probabili esagerazioni, dà un’idea dell’agghiacciante bilancio «Ben presto i repubblicani furono quasi tutti nlassacrati; pochi scamparono e corsero verso Napoli, dove la plebe li nlise a inorte. I borbonici, dopo quel fatto d’arme, nonostante la perdita di circa duenlila de’ loro esultarono».
Questo resoconto, sia pure steso ottant’anni dopo, dinl0stra che nella memoria popolare era viva l’immagine di un’accanita resistenza, alla quale non furono estranei i giacobini porticesi. Se è vero che Almeida aninlò alcune centinaia di insorgenti del luogo, è altrettanto vero che a sostegno di Schipani si sparò da nlolte’ finestre. Sui realisti piovvero persino vasi da fiori.

Divisa dalla passione politica, Portici fu unita dal lutto: le strade «furono arrossate di sangue e coperte di uccisi in guerra».
La partecipazione di Almeida agli scontri trova conferma -e ridimensionamento -nel resoconto di Petron1asi, prezioso anche per determinare la successione cronologica degli avvenimenti. Il capomassa porticese inviò un n1esso al Ponte della Maddalena, il 14 giugno, avvertendo Ruffo dell’irron1pere di Schipani. Almeida aveva appena ingaggiato qualche scaramuccia. Alla notizia deII’ imminente arrivo dei rinforzi p~eferì retrocedere verso Resina, ed attendere.
Petronlasi aggiunse una nuova voce alla supremazia numerica dei sanfedisti: le due compagnie di granatieri comandate dal colonnello Scipione La Marra. r.;impresa di SchipanI era senza speranza.

 martiriLa cronaca di Petromasi lascia intendere che la battaglia si prolungò, ma fin dal giorno 14 il parroco di San Ciro -Nicola Nocerino, primo storico di Portici -vagò pietoso da un rione alI’ altro per assistere i feriti e confortare i morenti. Nel Registro dei Morti scrisse, con una grafia che rivela l’emozione: «Anno Domini 1799 alli 14 giugno due soldati uccisi, uno avanti questa mia casa alla Croce ed un altro in mezzo a Portici… Così altri due soldati uccisi nella piazza di Portici .. , altri uccisi alla Marina… altri uccisi avanti al quartiere a Sant’Antonio». Appunti utili a decifrare la diffusa geografia della battaglia. Don Nocerino annotò anche i nonli di alcuni caduti:
«Andrea Nocerino, figlio di notar Aniello di anni 18, ucciso davanti queste mie mura… Antonio Alnirante di anni 27… Domenico Cozzolino… uccisi innanzi a San Nicola. Ho scritto i nomi all’infretta e alla rifusa per non aver né forza, né spirito, né tempo, tante erano le fatiche ed il dolore, essendosi combattuto in questa nostra piazza a lnaniera di guerra, irregolare».
Il buon parroco raccolse i corpi dei caduti e «pietosamente, come una madre, ne ordinò il seppellimento in un luogo appartato a fianco della terra santa: un cumulo inlmenso di ossa alla rinfusa». (Petromasi).
I resti dei giacobini e dei sanfedisti si mischiarono, come in un primo tentativo di riconciliazione II 15 giugno il fratello del cardinale Ruffo, Sua Eccellenza il Sig. Commendatore D. Francesco, ispettore Generale dell ‘Armata di Sua Maestà, proprio a Portici firmò il bollettino della vittoria, diffuso in tutto il Sud da soldati a cavallo, affinché fosse letto-dovunque e affisso ai muri. C’era scritta «la fausta notizia di essersi dalla nostra Armata già preso Napoli, con essersi impadronito del Castello del Cannine, del Molo, e di tutte le Batterie littorali; e nella circostanza vantaggiosa per la presa de’ Castelli di Sant’Elmo, Castelnuovo e Castel de11’Ovo, mentre tutta la Città è presidiata dalle nostre truppe».

Fonte bibliografica: Pietro Gargano, La Battaglia di Portici – 2000

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

I parroci di santa maria a pugliano grandi uomini di fede al servizio del popolo
settembre 16, 2015
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Non sempre gli uomini hanno la diligenza e la pazienza di conservare i documenti per i posteri. È un’autentica fortuna, perciò, che la parrocchia di S. Maria a Pugliano conservi, quasi integra e in buone condizioni, la serie dei registri parrocchiali: segno evidente della diligenza e dello zelo dei vari parroci che in essa si sono alternati dalla metà del sec. XVI ad oggi.

Senza questi registri ben poco, o quasi niente, potremmo sapere dei nostri lontani concittadini, perché i registri comunali non ci permettono di risalire oltre la metà del secolo scorso.
Assieme ai registri parrocchiali bisogna poi ricordare i volumi contenenti gli Atti delle Visite Pastorali, che gli Arcivescovi di Napoli -dalla cui giurisdizione dipende ecclesiasticamente Ercolano lungo i secoli fecero alla parrocchia di Pugliano.
Da questa duplice serie di documenti si ricava questo «excursus» sui parroci di Pugliano.
Agli inizi del 1541 veniva nominato Arcivescovo di Napoli Francesco Carafa, secondogenito di Antonio, terzo conte di Ruvo, di Torre del Greco e dei Casali di Resina, Portici, Mariglianella e di Crisostoma d’Aquino.

Anche se raggiunse Napoli soltanto nell’aprile dell’anno seguente, il nuovo Arcivescovo non perse tempo: mentre si trovava ancora a Roma, infatti, diede disposizione al Vescovo di Capri, suo Vicario Generale, di indire la visita pastorale.
Secondo quanto ci fa sapere qualche storico, il Carafa raccomandò al suo Vicario Generale di badare soprattutto alla disciplina del clero e allo stato in cui si trovavano le varie chiese e cappelle della Diocesi.
Nel mese di settembre dell’anno 1542, il vescovo Leonardo De Magistri, quale delegato dell’Arcivescovo di Napoli, giunse nel Casale di Resina per la visita pastorale. Il Rettore della chiesa di Pugliano era allora don Sasso Oliviero, che era assente perché a Roma presso la Curia romana ed era rappresentato dal suo sostituto don Simone Scognamiglio.
Ed ecco l’elenco completo dei parroci di S. Maria a Pugliano dal Concilio di Trento in poi:

1) Nocerino Giovanni Battista (1565-1593)
2) Scognamiglio Marco (1593-1623)
3) Petrullo Lelio (1626-1633)
4) Scognamiglio Francesco (1633-1656)
5) Ascione Lucantonio (1656-1677)
6) Fiengo Francesco (1677-1684)
7) Imperato Rocco (1684-1727)
8) D’Auria Carmine (1727-1760)
9) Nocerino Giovanni Battista (1760-1795)
10) Nocerino Francesco (1795-1817)
11) Formisano Luca (1829-1863)
12) Rota Ciro'(1863-1899)
13) Cozzolino Gioacchino (1899-1943)
14) Matrone Giuseppe (1951-1996)

15) Franco Imperato (1996- in vigore).

Inoltre è da notare che:
-dal 1623 al 1626 fu vicario economo don Camillo Bossa;
-. fra la fine del 1633 e i primi mesi del 1634 resse la parrocchia in qualità di vicario economo don Francesco Scognamiglio; -dal 1817 al 1829 fu vicario economo don Michele Cozzolino; -dal 1863 al 1867 resse la parrocchia come vicario economo don Ciro Rota; – dal 1943 al 1949 fu vicario economo don Gioacchino Marino, dal 1949 al 1951 resse la parrocchia come vicario economo don Antonio Manzo.
Nel 1579 fu nominato Cappellano don Giovanni Battista Nocerino (che già dal 1565 troviamo presente nella chiesa di Pugliano come ci testimoniano i registri dell’Archivio parrocchiale) e confermato nel 1580 dal Vicario Generale. Erano i tempi dell’Arcivescovo Annibale di Capua, con il quale gli Estauritari di S. Maria a Pugliano ebbero a lottare per la nomina del parroco. Nel 1593 infatti, quell’Arcivescovo aveva bandito un regolare concorso senza tener conto del diritto vantato dagli Estauritari di nominare il «Cappellano» (ossia il parroco) della Estaurita. Questa disputa fu vinta dagli Estauritari che elessero il nuovo parroco, il’ sac. Marco Scognamiglio.
Nel 1596 il 25 di febbraio fu eletto il nuovo Card. di Napoli nella persona di Alfonso Gesualdo. Gli storici lo ricordano come un intelligente riordinatore delle strutture parrocchiali della diocesi; per il bene spirituale delle anime eresse nuove parrocchie e con fermezza richiamò i parroci all’obbligo della residenza.
Il 6 maggio 1599 il Cardinale venne a Resina per la Visita Pastorale.

A quel tempo, come si legge negli atti della Visita Pastorale, la parrocchia di Pugliano aveva già gli altari del Crocifisso, di S. Sebastiano, di S. Giovanni Battista, (eretto, quest’ultimo, a spese dei pescatori di Resina, che fecero eseguire anche il dipinto), e di S. Antonio di Padova.
In tale occasione l’Arcivescovo dovette ammirare i preziosi vasi ed arredi sacri custoditi nel «tesoro» (proprio così si legge nei documenti), ove, fra le altre cose, facevano bella mostra di sé le lampade di argento massiccio.
In tale occasione non tutto dovette andare liscio. Ce ne informa il biografo del Venerabile Carlo Carafa, P. Gisolfo, e vale la pena riferire le sue proprie parole:

«Nel Casale di Resina occorre un gran disturbo, e fu che i maestri della chiesa di S. Maria a Pugliano, la quale è di molta divozione e concorso di popolo, nella Visita che vi fece il Cardinale Gesualdo A rcivescovo di Napoli, dimostrarono resistenza in dare i conti della loro amministrazione e delle limosine, che abbondantamente vi concorrevano. Onde, dopo le dovute citazioni, furono scomunicati insieme con gli eletti sindaci e buona parte della terra per altre loro disubbidienze: e perché delle censure ecclesiastiche nulla curavano, e lontani dalla comunione dei fedeli ostinatamente vivevano, non volendo ricevere predicatori che a tal fine venissero, l’Arcivescovo con la sua solita pietà, dispiacendogli la loro ruina, pensò ridurli all’obbedienza col mezzo di Carlo, che in tutti quei luoghi era tenuto in concetto di santo per le missioni che vi faceva. Chiamato esso dunque a farvi una missione, lasciò subito la sua quiete, e se ne andò senza altro indugio a quel luogo dove fu con molta riverenza ed onore ricevuto:  tanto seppe rappresentargli al vivo lo stato miserabile della scomunica del quale non vi è vita peggiore e la ingiuria che faceva a Dio col non obbedire al loro pastore, che in poco tempo li ridusse tutti a penitenza, conducendoli all’Arcivescovado ad offrirsi a qualsivoglia castigo ed a sottomettersi agli ordini e comandamenti dell’Ordine>>.

Allo zelo del parroco Marco Scognamiglio è da ascriversi inoltre l’intensa pietà liturgica e la devozione alla Madonna, che durante questi anni fiorirono nella parrocchia di Pugliano.

Nel 1619 la chiesa parrocchiale aveva una cappella ed un altare dedicato alla Madonna di Ampellone dietro l’altare maggiore già c’era il coro e le celebrazioni liturgiche potevano così svolgersi con regolarità e solennità; il clero parrocchiale cantava la messa conventuale tutte le domeniche e giorni festivi, la messa di requie ogni lunedì e i vespri solenni in tutte le festività della vergine e degl’apostoli.

Morto nel 1623 d. Marco Scognamiglio, la parrocchia di pugliano restò vacante per ben tre anni : vicario economo fu d. Camillo Bossa.

Il nuovo parroco, nominato nel 1626, fu don Lelio Petrullo, che troviamo anche tra i partecipanti a tutti e tre i sinodi diocesani, indetti dal Card. Francesco Buoncompagni, Arcivescovo di Napoli, nel 1627,1628 e nel 1632.

Nel 1633, avendo il Petrullo, non sappiamo per quale motivo, rassegnate le dimissioni, la Curia di Napoli gli diede il successore nella persona di don Francesco Scognamiglio.

Tempi tristi ebbe a vedere costui. Si era nel periodo piu’ buio della dominazione spagnuola e l’Università (comune)  di Resina non navigava in acque tranquille: la popolazione esasperata dalla miseria ed oberata di tasse e balzelli imposti dal potere centrale o dal feudatario locale, non sapeva piu’ a chi raccomandarsi. La visita Pastorale del Card. Ascanio Filomarino, Arcivescovo di Napoli, fece alla parrocchia di pugliano il 7 novembre 1645, dovette svolgersi con il presentimento che qualcosa di brutto dovesse accadere.

E il brutto accadde nel luglio del 1647 con la nota rivolta di Masaniello che assieme alla città di Napoli coinvolse anche i casali.
Ma il peggio doveva ancora venire, e  fu la peste che nella metà del 1656 spopolò letteralmente il reame di Napoli. Un’idea palpitante di ciò che significò la peste cl Resina si ha sfogliando il libro dei defunti del 1656 della parrocchia di santa maria a pugliano.
Il  morbo dovette manifestarsi tra la fine di aprile ed i primi giorni di maggio e raggiunse le sue punte massime fra la seconda quindicina di giugno e la prima di luglio. A stento il parroco riusciva a segnare il nome e cognome dei defunti. Basti pensare che mentre nei tre anni precedenti l’indice di mortalità di Resina era stato di 20-22 morti all’anno, nei soli mesi di maggio, giugno e luglio del 1656 i morti furono più di 400. Sotto il solo giorno 25 giugno sono segnati 28 morti.

Fra le vittime della peste vi fu anche il parroco di Pugliano: morì il 9 luglio del 1656. In tale giorno cominciò a registrare i defunti il vicario economo don Lucantonio Ascione; primo ad essere segnato dalla mano di costui fu proprio don Francesco Scognamiglio.
Al parroco Ascione Lucantonio, che per diversi anni assieme .li sacerdoti Angelo Imperato e Domenico Focone era stato confessore della parrocchia di Pugliano, toccò il grave compito della ripresa dopo la spaventosa tragedia della peste.
Inunto nel 1667, morto il Filomarino, veniva nomtnato Arcivescovo di Napoli il Card. Innico Caracciolo.

Nel 1677 il Card. Caracciolo venne in visita Pastorale a Resina. Nella relazione stesa dal parroco ancora una volta si parla della Madonna di Ampellone. Non tutto il Cardinale dovette trovare in ordine durante la sua visita alla parrocchia di Pugliano; fra i rilievi mossi al parroco ci fu anche quello di stendere un inventario di tutto quanto si conserva nella sala del tesoro.

L’Arcivescovo poteva però rallegrarsi col parroco per la devozione alla madonna di Pugliano che in quegli anni si andava diffondendo specialmente tra la nobiltà napoletana.

E’ significativa a tale riguardo la notizia di un cronista dell’epoca che nel giorno di pasqua del 1670 annotava che <<dopo pranzo il signor Vicerè si portò alla devozione della Madonna di Pugliano con le compagnie delle cavallerie e delle lance. Arrivando al ponte trovò quello, come è solito, coperto di popoli infiniti e di dame in carrozze, concorrendovi ancora quasi tutta la nobiltà con tiri a sei.>>

Il Parroco don Lucantonio Ascione morì il 12 settembre 1677. Solo sette anni visse il successore don francesco Fiengo che morì il 2 ottobre 1684.

In quello stesso anno venne nominato parroco don Rocco Imperato, che durante il suo lungo ministero parrocchiale ebbe la fortuna di veder realizzato un sogno a lungo accarezzato dai Resinesi; nel 1699 alle Università feudali di Resina, Torre del Greco, Portici e Cremano venne concesso dal Sovrano il diritto di affrancarsi a proprio spese passando così al regio Demanio ( si tratta del cosìdetto Riscatto baronale).

Il primo dello stesso anno il parroco Imperato accoglieva solennemente il Card. Arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo, che venne a Resina per la visita pastorale.

Merito del parroco Imperato fu la missione che i padri cappuccini predicarono a resina del 1713. Trent’anni dopo se ne conserva ancora il ricordo e se ne potevano vedere le nove croci di legno che in tale occassione erano state collocate sul lato sinistro della piazza, per ravvivare nei fedeli la devozione alla passione del signore.

Il 26 settembre 1727 lo zelante parroco fu chiamato a ricevere il premio delle sue fatiche.

Parroco ugualmente zelante fu il successore don carmine d’auria. A quel tempo la parrocchia di Pugliano pur contanto poco piu’ di tremila anime (nel 1733 ne contava 3300) si estendeva su un territorio molto vasto, per tale motivo una cura particolare dedicò il D’Auria alle chiesette della periferia.
.Degno di ricordo quanto fece per la chiesetta del SS. Salvatore al Vesuvio ave, con la collaborazione del pio Frate Fortunato Lavita, introdusse la devozione a S. Gennaro. Qui ogni anno, con grande concorso di popolo, si celebrava, in onore del Santo .Patrono, una solenne festa il mercoledì dopo Pentecoste.
Merito del Parroco D’Auria fu pure la grandiosa missione, che nel 1742 mobilitò tutta Resina. Il popolo rispose generosamente alle attese del parroco, che non poco aveva dovuto lavorare per avere nella sua parrocchia i due preti più santi e zelanti della Diocesi di Napoli: S. Alfonso Maria de Liguori e il Venerabile Gennaro Maria Sarnelli.

L’anno dopo al parroco toccava ricevere per la visita pastorale l’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Giuseppe Spinelli, che, proveniente da Portici, giunse a Resina la mattina del lunedì 8 gennaio 1743. Nella chiesa di S. Maria della Consolazione dei Padri Agostiniani, ave fece una breve sosta, indossò i sacri paramenti; da qui partì poi il corteo che, composto da clero e autorità, accompagnò fino alla chiesa di Pugliano il Cardinale incedente sotto il pallio.

Piazza Pugliano dovette offrire un bel colpo d’occhio all’Arcivescovo: la chiesa si ergeva in fondo a un grande spiazzo circondato ai due lati da querce ed olivi; sulla sinistra si vedevano ancora le croci poste trent’anni prima. Sulla facciata, oltre al campanile, si stagliava un grande atrio coperto, sostenuto da quattro pilastri; fra un pilastro e un altro si ergevano due colonnine di pietra vesuviana per impedire l’ingresso nell’atrio ai calessi e alle carrozze che ogni anno accorrevano numerose nel primo venerdl di marzo e nel giorno di Pasqua. Alle porte della chiesa, il parroco diede a baciare il Crocifisso al Cardinale ed insieme a lui si portò all’altare maggiore per adorare il SS. Sacramento.

Nella sua relazione il parroco, tra le altre cose, metteva in risalto il risveglio religioso in atto, che egli attribuiva alla missione predicata l’anno precedente da S. Alfonso.
Nell’ultimo anno della sua vita il D’Auria, ormai vecchio e stanco, fu validamente collaborato dal sacerdote Andrea Cozzolino. Il 25 novembre 1760 si” addormentò nel sonno dei giusti. Gli successe don Giovanni Battista Nocerino, che fu parroco fino alla morte, avvenuta il 18 febbraio 1795.

Tempi duri si annunciavano per don Francesco Nocerino, che fu nominato parroco il 1795.

Quattro anni dopo, nel mese di gennaio, l’esercito francese entrava vittorioso in Napoli, ove veniva proclamata la Repubblica Partenopea. L’avvenimento ebbe immediate ripercussioni anche nei Casali. Il parroco di Pugliano fu sospeso dalle sue funzioni e la Curia fu costretta a nominare un vicario economo nella persona del sacerdote resinese Antonio Formisano.
Poco dopo, la soppresione degli Ordini Religiosi colpì anche i Padri Agostiniani di Resina, che furono sfrattati dai loro conventi e dalla loro bella chiesa, affidata, poi, ad un sacerdote del clero locale.
Quando finalmente dopo tanti lutti e tragedie, nel 1815 tornò la pace, il vecchio parroco era ormai stanco e ammalato. Due anni dopo, 18 luglio 1817, morì assistito dal coadiutore don Michele Cozzolino, che due giorni dopo veniva nominato vicario economo.

Si apriva per la Parrocchia di Pugliano una lunga vacanza.
Toccò pertanto al trentasettenne don Michele Cozzolino dare il benvenuto al Cardinale Luigi Ruffo Scilla, che la mattina del tre aprile del 1818, giunto in carrozza a Resina, dopo una breve sosta in piazza Fontana dei Colli Mozzi, a piedi si dirigeva alla chiesa di Pugliano.
Questa volta fu il vicario foraneo, che era il settantaduenne sacerdote don Antonio Formisano di Resina, a stendere la consueta relazione sullo stato della parrocchia.
Lo sviluppo demografico di Resina (dalle 3300 anime del 1733 si era ormai arrivati alla cifra di 8600), lo sviluppo agricolo che provocò il rapido popolamento della zona posta a nord della chiesa di Pugliano (per le esigenze spirituali di questi contadini, a spese del sig. Vito Cozzolino, fu costruita la chiesetta di S. Vito, che egli poi lasciò ai sacerdoti Benedetto, Andrea, Romualdo e Aniello Cozzolino suoi eredi), ed altri aspetti sociali e religiosi di Resina vennero puntualmente messi a fuoco nella relazione di don Formisano. Nel 1829, dopo ben 12 anni di sede vacante, venne nominato il nuovo parroco nella persona del sacerdote don Luca Formisano.
Dopo pochi anni, nel 1836-37, scoppia il colera a Napoli che miete circa 20.000 vittime. Fu per questo motivo, quindi, che la Visita Pastorale dell’Arcivescovo Filippo Giudice Caracciolo del 21/11/1837 si svolse un po’ in tono minore. In compenso fu il parroco Formisano che accolse Pio IX nel 1849.

Il 2/2/1863 moriva don Luca Formisano e gli succedeva come vicario economo dal 1863 al 1867 don Ciro Rota  che sarà parroco fino al 1899. Fu proprio il parroco Rota che nel 1875 volle la solenne incoronazione della Madonna di Pugliano. Nel 1898 il vecchio parroco dovette assistere inerme ai moti popolari scoppiati a causa della pesante pressione fiscale e delle sperequazioni sociali presenti nel Regno d’Italia. Fu dichiarato lo stato d’assedio (a Milano il gen. Bava Beccaris prese il popolo a cannonate) e ben 34 resinesi furono condannati per i disordini (le sentenze furono emesse nel luglio 1898). Il 9/1/1899 moriva don Ciro Rota.

gioacchinocozzolinoGli successe Mons. Gioacchino Cozzolino.

Gioacchino Cozzolino nacque a Resina 1’11/5/1868 in Contrada Novelle Patacche. Fu scelto come parroco di Pugliano il 12/7/1899. Il possesso canonico fu celebrato il 21 dicembre 1899.
Il nuovo parroco svolse per quasi mezzo secolo un ruolo di primo piano nella storia di Resina, organizzando e promuovendo istituzioni religiose e filantropiche e partecipando attivamente agli avvenimenti tristi e lieti del suo tempo in qualità di protagonista e di autorevole testimone.

IstituÌ in primo luogo la Lega Cattolica degli operai intitolata a S. Maria a Pugliano.
Ereditò il legato Dell’Aquila Visconti, disposto per testamento dal Cav. Leopoldo; contribuÌ alla erezione dell’Ente Morale dell’Orfanatrofio intestato a Gemma dell’Aquila figlia di Leopoldo, e ne fece eleggere direttrice a vita Suor Ernesta De Gregorio.
Nel 1905 benedisse il nuove cimitero comunale in via Fosso Grande.

Durante la terribile eruzione del vesuvio verificatasi nel durante la settimana santa del 1906, portò in processione sino ai confini del paese il simulacro della Madonna di Pugliano. Durante quelle drammatiche giornate il 9 aprile incontrò il Re Vittorio Emanuele III venuto a portare conforto alla popolazione vesuviana.

Nèi terribili giorni dell’alluvione del settembre del 1911 , si prodigò con b sua presenza e con i suoi interventi a bI/ore del suo popolo; chiese, ottenne e distrubuÌ i primi soccorsi concessi dalle autorità, assistito dal sacerdote medico don Luigi Noviello.

Fondò e diresse per quasi vent’anni il bollettino parrocchiale di S.Maria a Pugliano (il primo numero uscÌ il 15 dicembre 1923).

Progettò il restauro della chiesa, in vista del cinquantenario della Incoronazione che si sarebbe celebrato nel 1925.
Il 26 gennaio del 1926 fu eletto vicario foraneo di Resina dal Card. Alessio Ascalesi. Lo stesso Cardinale, con decreto del 18 novembre 1928 elevò alla dignità di chiesa Arcipresbiterale la Basilica di S. Maria a Pugliano ed insignì il parroco Gioacchino Cozzolino del titolo di Arciprete  con tutti i diritti, onori e prerogative che provengono da tale dignità, in tutto il distretto di Resina.

Il 17 dicembre 1929, fu ricevuto dal Papa Pio XI, al quale fu presentato dal Cardinale Ascalesi come «parroco del Vesuvio ».
Su proposta del Card. Ascalesi fu nominato Protonotaio Apostolico, «ad instar partecipantium », dal Sommo Pontefice Pio XI.
MorÌ la notte del 7 gennaio 1943. Per volontà del popolo la salma di Mons. Gioacchino Cozzolino fu tumubta in chiesa nella cappella di S. Anna.

Alla morte del parroco Cozzolino, seguirono circa nove anni di interregno durante i quali si susseguirono due vicari economi.
n primo Vicario Economo fu don Gioacchino Marino, un profondo conoscitore della storia di Ercolano e del Santuario di Pugliano in particolare; di lui conserviamo nel nostro archivio parrocchiale il suo importante manoscritto sulla storia del Santuario di S. Maria a Pugliano.
Il secondo Vicario Economo è stato don Antonio Manzo, attuale vice parroco di S. Maria a Pugliano.

MatroneFinalmente, il 23 settembre 1951 fu nominato l’attuale parroco di Pugliano: don Giuseppe Matrone.
Parroco zelante, pio e di ampie vedute, don Giuseppe Matrone è nato ad Ercolano l’11/5/1915. Ordinato sacerdote il 30/5/1942 si laureò in lettere classiche il 26/7/1949.
Su proposta del Card. Corrado Ursi il parroco Matrone è stato nominato dal Papa «Cappellano d’Onore». Nella sua inesauribile vitalità governa la parrocchia di Pugliano da oltre 30 anni con la freschezza e la gioia di sempre.
Fra le sue opere parrocchiali spicca la ristrutturazione dei locali della cosiddetta «terrasanta », con la costruzione al piano terra di sei belle e spaziose aule e, al piano superiore, uno splendido e ampio salone.

Infine, Mons. Giuseppe Matrone è stato il parroco che ha promosso i grandiosi festeggiamenti in occasione del centenario dell’incoronazione della Madonna di Pugliano nel 1975.

Succede nel 1996 a Don giuseppe Matrone il nuovo Parroco don Franco Imperato nato ad ercolano il 20.04.1946, ordinato sacerdote il 28.06.1970. Don Franco Imperato già Vicario parrocchiale di S. Caterina V.M. Ercolano (1970-1980); Parroco di S. Maria di Loreto in Ercolano (1980-1984); Parroco di S. Caterina in Ercolano (1984-1996); Professore di Religione nelle scuole medie (1972-1988); Educatore in Seminario; Decano di Ercolano .

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

L’università di Resina quando i comuni si chiamavano così
settembre 15, 2015
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Quando si costituì il Comune di Resina (probabilmente nella seconda metà del secolo decimosecondo), la Chiesa di S. Maria a Pugliano, che per il passato era stata alle dipendenze del Monastero Napoletano di S. Sebastiano, divenne la chiesa propria del Comune, chiamato allora Università, denominazione, sorta con i Normanni. L’Università di Resina, dunque, divenne la effettiva patrona della Chiesa di Pugliano con tutti i relativi diritti e doveri. In che modo fossero regolati in concreto i rapporti tra le autorità laiche del paese e i ministri del culto in quei primissimi tempi, non ci è dato sapere: mancano i documenti. Secondo Alagi, tuttavia, questi rapporti erano regolati da una tradizione orale comune a tutta la zona vesuviana e tale tradizione doveva avere i seguentI pnncIpI:

1) Tutti i beni della chiesa e lo stesso tempio sono proprietà della Università che ha il dovere di custodire, migliorare e amministrare tali beni. Una cimasa di stucco, sulla sommità di un arco della navata centrale del tempio di Pugliano, reca ancora la seguente scritta:

«DE IURE PATRONATUS UNIVERSITATIS RETHINAE»,

cioè: [Questa Chiesa è] di diritto proprietà del Comune di Resina.

2) I beni appartenenti alla chiesa devono essere utilizzati per due scopi ben precisi: l’assistenza ai bisognosi e il mantenimento del culto che l’Università si impegna a realizzare.

3) L’assistenza deve essere indirizzata soprattutto ai malati, a fornire la dote alle fanciulle povere, l’assistenza ai malati, l’aiuto ai bisognosi.

4) Per quanto riguarda il culto, occorre provvedere alla amministrazione dei Sacramenti mediante la nomina di uno o più cappellani, alla manutenzione della Chiesa, all’acquisto di suppellettili ecc.

Più tardi si dovette sentire la necessità di fissare in documenti scritti le norme da seguire in questa faccenda; anzi si creò un organismo speciale, detto Estaurita, che doveva occuparsi, a nome della Università, sia dell’« assistenza ai bisognosi che del decoroso svolgimento del culto». Sorsero, cosÌ, i regolamenti detti Capitoli delle varie Estaurite; in tali regolamenti venivano indicati i diritti e i doveri degli Estauritari ossia di quegli uomini ai quali l’Università affidava l’incombenza di curare l’assistenza e il culto mediante la saggia amministrazione dei beni della chiesa e che costituivano, quindi, la Estaurita.

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La parola Estaurita non deriva dal greco stauros, come molti sostengono, ma dal latino instaurare, nel senso agrario che aveva nel Medioevo di dotare un campo del bestiame e di tutti i rustici attrezzi necessari per la sua coltura; perché il fornire tali chiese di suppellettili, di sacri ministri, e mantenerle, toccava ai laici. Dal 1375 fino ai nostri giorni questo organismo, sia pure con diversa denominazione (Estaurita, Amministrazione della chiesa di S. Maria a Pugliano presso la Congrega di Carità, E.C.A.) ha curato le entrate e le uscite del bilancio della chiesa e ha provveduto al mantenimento degli oneri di messe e di tutte le spese del culto.
Per quanto riguarda l’Estaurita è interessante ricordare che questo termine medioevale è menzionato, forse per l’ultima volta, sull’architrave di un armadio che si conserva nella Sagrestia della chiesa di S. Maria a Pugliano: EXTAURITARI A. MCMXV

Anche Resina, dunque, ebbe la sua Estaurita; e per questa Estaurita furono anche compilati i « Capitoli» tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo seguente.
D na copia di tali Capitoli che sarebbero stati redatti dal notaio Gennaro Gaudino nel 1375, al tempo di Giovanna I (1343-1381), fu eseguita dal notaio Ruggiero Pappansogna e presentata, nel 1423, all’Arcivescovo di Napoli Nicola de Diano per l’approvazione che il presule concesse.
Al documento del notaio Gaudino fa riferimento un’antica lapide, che si trova murata sotto il gran porticato della chiesa di Pugliano (per la sçritta della lapide cfr. il cap. Le indulgenze dei Romani Pontefici).

Vno dei Capitoli più importanti del regolamento dell’Estaurita .è quello che si riferisce ai diritti della pesca effettuata a partire da Capo S. Margherita perché ricorda i diritti concessi dall’Estaurita al Santuario di Pugliano. L’Università di Resina riconobbe al nostro maggior tempio il diritto chiamato ponderum et mensurarum (dei pesi e delle misure) la prestazione sopra li traini di cui fino a qualche decennio fa rimaneva ancora una traccia nelle prestazioni che tutti i giorni si raccoglievano dai carretti nella piazza di Pugliano e nelle vie dell’abitato.

La stessa Università fece alla chiesa di Pugliano una larga donazione di tutti i territori demaniali (e in parte non censiti) da essa posseduta in una fascia compresa tra il Vesuvio e il mare per l’estensione di cinque miglia. Questi territori vennero, in seguito, censiti dall’Amministrazione con regolari contratti di enfiteusi perpetua imponendo il pagamento di canoni annuali che ancor oggi formano gran parte del territorio della chiesa.

In virtù di questi privilegi, l’Estaurita dispose che anche tutti quelli che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino allargo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Questo privilegio veniva detto della branca e il re di Napoli Carlo I lo confermò col suggello d’oro. Ma dove si trovava il promontorio dedicato a
S. Margherita? Ancora una volta è l’Alagi che cerca di dare una risposta a questo quesito: dagli Atti della Santa Visita a Resina (quella del Card. Alfonso Gesualdo nel 1599, del Card. Ottavio Acquaviva nel 1611, del Card. Decio Carafa nel 1619, del Card. Buoncompagno nel 1629 e del Card. Spinelli nel 1743), egli ha potuto stabilire « che nel 1423 c’era, lungo la costa di Resina, un Capo di S. Margherita, che prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del cinquecento, e scomparve del tutto all’inizio del seicento».

Ancora oggi esiste una piccola edicola dedicata a S. Margherita in piazza Granatello a Portici, all’altezza del numero civico 5, cioè in quella zona compresa in quel mezzo miglio di cui parla il Regolamento dell’Estaurita nel 1375.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

La Madonna di Ampellone la sua storia secolare
settembre 15, 2015
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Era una immagine bizantina della Madonna, venerata fin dai tempi più antichi; essa venne trafugata da mani ignote il 12 ottobre 1980.
La Madonna di Ampellone (fig. 4) era anche detta Madonna Antiqua per distinguerla dal simulacro in legno della Madonna delle Grazie che dal 1300 in poi troneggia sull’altare maggiore della Basilica.
Il titolo Madonna di Ampellone risale certamente al tempo in cui a Napoli (e nei dintorni di Napoli) si parlava la lingua greca e cioè nel periodo bizantino; dal VI secolo in poi Napoli era un Ducato che, attraverso l’Esarca di Ravenna, dipendeva dall’Imperatore d’Oriente.

Madonna di MPELLONEMa la più antica testimonianza che abbiamo del titolo Madonna di Ampellone, risale alla Santa Visita del 1423, ma è certo che detto titolo è assai più antico di quell’epoca. Ampellone è. parola evidentemente greca. Ampelon è un nome comune di genere maschile e significa «vigna»; il genitivo tou ampelonos significa della vigna. Il titolo, dunque, di Madonna di Ampellone può agevolmente significare Madonna della Vigna.
Questa spiegazione è quella che più soddisfa e per chiarezza etimologica e per ragioni ambientali e storiche. Infatti le pendici del Vesuvio sono state sempre famose, sin dall’antichità classica, per le belle vigne e per i prelibati vini. A sostegno di ciò ci sono due testimonianze storiche:

1) sappiamo con certezza che nei secoli IX-XI esistevano molte vigne sulle pendici del Vesuvio: lo ricaviamo da un grande numero di documenti di quel tempo raccolti nei Regii Neapolitani Monumenta e nei Regesta del Capasso;
2) inoltre, nella Santa Visita del 1578, ai tempi del Card. Burali D’Arezzo, dai conti riportati in quella occasione, sappiamo che le entrate annuali di S. Maria a Pugliano si aggiravano, in quel tempo, sui 590 ducati! Ebbene, di essi oltre 370 si ricavavano dal vino che i fedeli donavano per devozione alla Madonna o dal vino che si produceva nei campi di proprietà della chiesa. .
Ritornando alla immagine della Madonna di Ampellone, sappiamo che essa era dipinta su tela e incollata su una tavola; era stimata del IX secolo. Essa si trovava addossata a una parete della cappella di S. Maria Maddalena; un tempo le era dedicato un culto particolare come si rileva dalle Visite Pastorali degli Arcivescovi di Napoli.
Nella Santa Visita del Card. Decio Carafa, del 1619, così si legge: «Altare S. Mariae de Ampellone. Fuit etiam visitatum altare cum imagine B. Mariae nuncupata d’Ampellone, quod altare est situm a parte dextra intra arcum altaris majoris in quo est infrascripta descriptio» (segue la citazione della scritta della lapide sottostante il quadro della Madonna di Ampellone).
Nella Santa Visita del Card. Francesco Buoncompagno, del 1629, lo stesso altare si chiama: «ALTARE SANCTAE MARIAE ANTIQUAE SEU DE CAMPELLONE».

Nella Santa Visita del Card. Innico Caracciolo, del 1677, troviamo, per la prima volta, una menzione in lingua volgare dell’antichissima immagine e della cappella e dell’altare ad essa dedicati: «Dall’istessa parte (a destra dell’altare maggiore) vi è la cappella con l’altare con un quadro della Vergine Santissima ed il Figliuolo in braccio chiamata S. Maria Vecchia, cioè «Madonna Antica».
Tuttavia, fin dal secolo scorso, alcuni studiosi cominciarono a sostenere che quella tela non poteva dirsi la primitiva immagine della Vergine di Pugliano, la quale doveva essere una immagine ancora più antica, forse un dipinto murale o un affresco o mosaico che decorava l’antica abside della Basilica.
Nell’opuscolo su S. Maria a Pugliano scritto da Mons. Galante leggiamo: «Sappiamo pure di altre immagini della Vergine di Pugliano, ma non possiamo notare se abbiano relazioni con quella di Resina, e se il culto di Resina sia passato altrove. Nella chiesetta del Salvatore agli Orefici a Napoli si venera una immagine della Vergine, dipinta sopra tavola di stile bizantino col titolo di A1ater Dei o la Vergine di Pugliano, incoronata il 14 agosto del 1803. Narrasi che questa immagine fosse primariamente nella chiesa di Pugliano, a Resina, donde prodigiosamente venisse in quella del Salvatore cl Napoli ».
Nella Santi Visita del Card. Sisto Riario Sforza è confermata questa notizia.
In passato si credeva che la Madonna di Ampel1one, custodita a Pugliano, fosse dipinta su tavola di legno. Ma d,a un sondaggio fatto nel 1975 s’era ricavato che l’immagine della Madonna di Ampellone era dipinta su tela incollata alla tavola. Questo fatto ha indotto più di uno studioso a chiedersi se il quadro della Madonna, che si conserva a Napoli, non sia in effetti l’originale della Madonna cosiddetta Antiqua o di Ampellone.

Molti particolari, però, ci portano a pensare che la vera Madonna di Ampellone era quella che è stata rubata.
Infatti, anche se i bizantini non erano soliti dipingere su tela incollata su legno, ciò non significa che ignoravano questo procedimento. Anche se rare, si conservano immagini bizantine dipinte su tela e incollate su tavola di legno.
Inoltre, sul secondo quadro a sinistra nel Coro, è raffigurata la celebrazione della messa all’altare della Madonna di Ampellone (questo quadro è del 1728). Possiamp dire ciò in quanto la Madonna raffigurata sull’altare somiglia all’originale rubato della Madonna di Ampellone.
Infine, ci piace chiudere riportando questa nota tratta dal bollettino di S. Maria a Pugliano del 15 aprile 1924:

« Addì 17 novembre fecero visita al nostro Santuario due Eminenti prelati di Santa Romana Chiesa: l’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Toledo e l’Eccellentissimo Arcivescovo di Madrid. Durante la visita, il quadro della Madonna di Ampellone destò l’ammirazione degli illustri visitatori, i quali, per meglio osservarne le finezze dell’arte, ordinarono che fosse sceso dal suo posto e così, da vicino, ne esaminarono le linee ed i profili e, nella loro alta competenza in materia di arte, ne riconobbero il pregio e la rarità».

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Archeologia e ambizioni borboniche il saggio sul tour degli scavi di ercolano in tutta europa
settembre 11, 2015
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Siamo stati contattati dal sig. Aniello Di Iorio studioso ed appassionato di archeologia e degli scavi di ercolano che diversi anni fa ha scritto un bellissimo saggio sul primo tour in tutta europa dei primi ritrovamenti per volontà di carlo di Borbone. Un documento eccezionale frutto di un lavoro di ricerca in archivi stranieri spagnoli ed inglesi racchiusi in questo bellissimo saggio. Ne pubblichiamo uno stralcio.

 

ARCHEOLOGIA E AMBIZIONI BORBONICHE

Dal 1757 il primo tomo delle Antichità di Ercolano esposte prese le vie le vie dell’Europa, mostrando, finalmente, i tesori ritrovati alle falde del Vesuvio. Altri volumi l’avrebbero seguito fino al 1792, soddisfacendo quella Repubblica delle Lettere che tanto aveva atteso per conoscere gli straordinari monumenti sepolti dalla catastrofica eruzione del 79 d.C.2

tomoprimoL’attesa era dovuta, oltre che ai tempi di lavorazione necessariamente lunghi, soprattutto alla determinazione regia di riservarsi l’esclusiva per la riproduzione dei materiali venuti alla luce: l’immagine che poteva derivarne a Carlo di Borbone era di sostegno alla costruzione di un’identità per quel Regno nato, in ultima analisi, dagli equilibri internazionali nel 1734. La pubblicazione dei ritrovamenti ercolanesi era il naturale sviluppo di un’impresa iniziata alcuni anni prima, che aveva catturato in modo inusitato l’attenzione degli antiquari del tempo fin dalla ripresa carolina del 1738, quando gli scavi, patrimonio personale della monarchia, costituivano solo un corollario della reggia di Portici, edificando la quale gli ingegneri militari si imbatterono nel sito, peraltro già in parte esplorato ed utilizzato anni prima, come è noto, dal principe d’EIboeuf.

Peculiarità di Ercolano, risvegliata dal sonno in cui era stata confinata in un istante preciso, era la scoperta non solo di strade, edifici pubblici e privati con ricche decorazioni ed iscrizioni, ma anche, ed in abbondanza, di oggetti attinenti alla quotidianità: utensili domestici, attrezzi di mestiere, vasi ed altro tornavano a nuova vita prelevati sotto gli ottantasei palmi di materiale vulcanico da cui il territorio era ricoperto. Nuove radiose prospettive si aprivano, abbastanza chiaramente avvertite da quanti lavoravano per la corte ancora negli anni cinquanta del secolo al progetto ercolanese: mentre «il Re Cristianissimo [Filippo V] colla forza delle armi va conquistando nuove città […] V.M. estende sotto terra le proprie conquiste […]. La conquista [sotterranea, ndr] accresce, se non la potenza, almeno la gloria di quella Regale Famiglia»3.

Meta immancabile del Grand Tour, «Ercolano si rese l’oggetto della comune curiosità, l’argomento del discorso di ogni genere di persone. Ercolano ancora al presente adesca chiunque à del gusto, e fa popolo in ogni benché lontano paese, che sia da gente colta abitato […]. Dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Spagna, dall’alta e dalla bassa Alemagna, dall’Ungheria, dalla Polonia, da’ Paesi settentrionali, e da tutta l’Italia sono concorse in frotte le genti per chiarirsi di sì meravigliosa discoperta, e molti pieni di nuovi lumi, tutti di stupore se ne sono partiti […]»4.

Gli scavi produssero un viavai continuo: «[…] Da tutta l’Europa non barbara, ove è giunta la fama di sì meravigliosa disco­perta, senza perdonarla agli incomodi, che seco indispensabilmente porta un lungo disastroso viaggio, vengono del continuo in frotta le genti per chiarire cogli occhi propri, non solamente del vero sito, e delle Reali indubitate ruine di Ercolano, che di quanto da esse dissotterrato compone il vostro rinomato Museo, tanto più stu-pendo, quanto che nella massima parte sua formato di Monumenti, che si cavarono da una città sola per molti secoli stata sotto terra sepolta»5. I viaggiatori «[…] colla mente piena zeppa di meraviglie se ne ritornano»6 a diffondere le conoscenze nuove, ma con ovvie difficoltà. Infatti era arduo accedere alla visione dei reperti: quanti ne ebbero possibilità erano sorvegliati a vista allo scopo d’impedire che se ne facessero i disegni7; alcune incisioni videro la luce, prima dei tomi napoletani, riproducendo le opere ammirate, ma ritratte a memoria e con immancabili errori8.

La vicenda ercolanese avrebbe accompagnato il radicamento dei Borbone sul territorio: dall’iniziale depredazione di quei tesori, si passò a pubblicarne le bellezze, esplicando una funzione didattica universalmente riconosciuta.

Quelle scoperte, proprio per la loro varietà e vastità, posero problemi assolutamente nuovi in relazione a prelievo, restauro ed esposizione museale, dando avvio all’archeologia moderna. La rappresentazione grafica ed i relativi commenti costituivano l’ultima fase dei lungo percorso, sublimazione dei lavoro di molti ingegni, frutto di investimenti di migliaia di ducati9: fu necessario organizzare la Stamperia Reale10 per la riproduzione delle incisioni curate dalla Scuola d’Incisione di Portici appositamente costituita e fondare, nel dicembre 1755, l’Accademia Ercolanese per illustrare i reperti11.

logoAnimava quelle istituzioni, in un primo momento, l’intento di rendere gloria al casato e, successivamente, anche quello di preparare. con il rafforzamento dell’immagine, il gradimento internazionale di Carlo alla successione sul trono di Spagna. Col tempo le rilevantissime somme investite contribuirono non solo a creare nuovi settori di lavoro, fonti di reddito per un consistente numero di famiglie, ma anche a fondare nuove branche dell’archeologia: una fra tutte fu lo studio dei papiri ritrovati nella villa dei Pisoni.

Lo svolgimento degli eventi, sommariamente riferito, non fu lineare: l’impresa era nuova e numerosi furono gli errori compiuti. fra cui spiccò l’inadeguatezza di Bayardi a commentare i tesori ritrovati12; sconosciuta è la vicenda che segue.

Alla pubblicazione dei ritrovamenti la Casa reale s’interessò già nei primi anni quaranta: lo testimonia il fatto che, nel maggio 1746, «El Rey ha resuelto, que por la Thesoreria General se Paguen luego a don Bernardo Buono, diez ducados, que hà suplido en ligar y enquadernar ricamente dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de las Antiguedades de Resina […]»13.

La somma conferita a Bernardo Buono14 non appaia tenue: dieci ducati erano tantissimi per due soli volumi, ma la spesa era necessaria, ultima e doverosa, per la presentazione al sovrano della riproduzione a stampa dei ritrovamenti ercolanesi, già tanto attesi in

quel 1746. Il pagamento aveva un significato che andava oltre il semplice valore venale, anzi appare particolarmente importante, in quanto ordinato di persona dal primo Segretario di Stato Giuseppe Gioacchino di Montealegre, marchese di Salas, in nome del re; l’ordine andava, tramite la Segreteria d’Azienda, alla Tesoreria Ge­nerale, massimo organo dell’amministrazione delle finanze del Regno. L’attivazione di alcune fra le più alte cariche dello Stato era possibile solo avendo presente che il destinatario dei «due libri ligati in alacca fina indorati, che appartengono alle antichità di Resina»15 era proprio il re.

Il rimborso a Bernardo Buono fa conoscere, indirettamente, anche il contenuto dei due volumi: si trattava una raccolta di incisioni {estampas) di formato grande aventi ad oggetto i ritrovamenti di Resina, corne si diceva ancora nel 1746, almeno due anni prima che si cominciasse a scavare anche nella località «della Torre dell’Annunciata in un luogo detto Civita, dove a un di presso può credersi che fosse situata l’antica Pompei»16.

La raccolta costituiva il primo prodotto finale della vicenda archeologica ercolanese, perfettamente in linea con la crescita di prestigio della monarchia dopo gli eventi di Velletri dell’agosto 1744: seppellite definitivamente le ambizioni austriache sul regno delle Due Sicilie, con la stampa dei ritrovamenti si poneva, scientemente, una similitudine con le grandezze dell’antichità, nell’intento di rafforzare il prestigio della mo­narchia. L’impresa, avviata da Montealegre, fu condotta a termine nel 1746, un anno dopo la sua esclusione dal governo, con l’avvento di Giovanni Fogliani.

Il fervore della prima metà degli anni quaranta intorno aile scoperte di Resina ha testimoni coevi: Bernardo De Dominici scriveva nel 1742 che «[…] per ora sta il Gaultier impegnato al servizio del nostro clementissimo Re Carlo di Borbone nell’incidere le preziose antichità, e belle statue sotterrate nella Real Villa di Portici»17.

Ma ancora prima Antonio Francesco Gori aveva riferito che «[…] i molti scavamenti fatti nella real Villa di Portici e i monumenti insigni ritrovati […] hanno fatto risolvere Sua Maestà il Re delle Due Sicilie a far disegnar tutto con somma diligenza, per darsi poi alla luce colle stampe […]»18   .

In effetti la pubblicazione, già alla meta degli anni quaranta, era il migliore veicolo di propaganda di un museo che «[…] fra cinque in sei anni tale che qualsivoglia monarca in più secoli non potrà averlo simile […] Il nostro re si dimostra adesso geloso all’estremo di tutto, e già tutto si conserva e si son fabbricate più stanze sotto le logge reali del gran Palazzo di Napoli per situare (ma non sappiamo quando) il tutto con ordine, e con l’assistenza forse di Persone dotte dell’Antichità […]»19.

……..

Durante l’indagine amministrativa condotta nel 1753, e ciò oggi maggiormente interessa, non fu mai messa in dubbio l’esistenza del lavoro d’incisione.

Dall’officina di Francesco Ricciardi, dunque, un prodotto certamente uscì, perfettamente in linea con le aspettative reali. Produrre i «due libri ligati» fu una scelta consapevole e determinata, alla quale si era dato seguito coinvolgendo l’apparato politico-amministrativo. Centro e motore dell’iniziativa era la prima Segreteria di Stato, cui, peraltro, giungevano, insieme a tutte le richieste dell’Intendente del sito reale di Portici, le relazioni su quanto si reperiva negli scavamenti, alla cui riproduzione erano finalizzate le incisioni.

Dalla Segreteria di Stato, che gestiva l’impegno economico per tutti i real servizi, partivano le disposizioni; in particolare, per questo settore amministrativo, essa impartiva gli ordini alla Segreteria d’Azienda, con a capo Giovanni Brancaccio, alla Tesoreria Generale, guidata da Giovanni Echevarria, ed all’Intendenza di Portici retta da Bernardo Voschi29. Dagli alti livelli burocratici dipendeva un apparato, costituito da ingegneri-periti della Camera della Sommaria, ufficiali pagatori, segretari, corrieri, scrivani, aiutanti, eccetera; tutte le operazioni di spesa, ad ulteriore garanzia, erano soggette alla revisione della Giunta dei Conti della Casa reale30. Non è pensabile che l’intero apparato abbia preso un abbaglio nella vicenda sollevata da Cepparuli.

L’attività d’incisione, peraltro, sarebbe continuata ancora nel 1746, anno del rimborso dei dieci ducati a Bernardo Buono, testi-moniata da Sesone che chiedeva di essere pagato per l’incisione di una « figura del Pottino tirato sopra carro da due leoni intagliato à bolino», e di altre due «figure di una donna per ciascheduna figura intagliati ad acqua forte, e ritoccate a bolino»32. Il Gaultier, poi, per «quattro rami» di «varias figuras de las Antiguedades de las Grutas a Resina» avrebbe avuto poco più di sei ducati per il prezzo del rame, poiché il suo «trabajo se lo ha satisfecho separadamente»33. Ancora l’anno successivo Ferdinando Sanfelice «Avendo riconosciuto li quattro rami intagliati à bolino da Francesco Sesone dell’antichità trovate nella Real villa di Portici, in uno una tigre rabante, in un altro un cerbo rabante, e due altri in ogn’uno di essi un … [illeggibile] e considerando la fatica e l’incomodo di esso Francesco Sisone (sic) fatta con tanta sollecitudine, li valuto per docati cinque l’uno, oltre del prezzo del peso delle lamine della rama, che dice essere libre sette e mezza, che secondo il solito importano: a carlini quattro la libra, carlini trenta, et in tutto importa la summa di docati ventitrè»34.

Superata la metà degli anni quaranta, la volontà di pubblicare i reperti si espresse con crescente sistematicità, sia sul piano programmatico che effettivo. Con Gaultier cominciarono gli apporti di artisti stranieri, veri e propri punti di riferimento. Era il modo dei Borbone d’impostare un nuovo lavoro: grandi esperti erano ingaggiati fuori del Regno perché trasferissero la loro esperienza al servizio di un progetto ai cui fini rimanevano, sostanzialmente, estranei35.

………

Per quanto concerne i due tomi rilegati nel 1746 è poco rile-vante se avessero avuto una tiratura; incidere i rami avrebbe avuto senso solo in vista della pubblicazione: per godere della riproduzione dei reperti al re sarebbero bastati dei semplici disegni, senza imbarcarsi in un’attività estremamente più onerosa. Di certo quelle incisioni non ebbero successo.

Il fatto singolare che gli errori compiuti nella prima archeologia moderna si trasferissero nella sua prima rappresentazione grafica pone alcuni quesiti, anche per cercare una spiegazione al fatto che di quei due tomi del 1746 si è smarrita anche la memoria. Forse i due incisori non furono all’altezza del compito loro assegnato? Chi furono Sesoni e Cepparuli?

Del primo Giovanni Gori Gandellini dice: «Romano, attese alla professione dell’intaglio sotto la direzione del Frezza, ed infatti riuscï gran disegnatore, ed intagliatore a bulino, e ad acqua forte. Non lasciò di riportare nelle stampe molte opere di valenti uomini con una dolcezza ammirabile e con gran vaghezza. Viveva a Napoli nel 1733 con somma fama in età di 28 anni [,..]»42. Non era uno sprovveduto, e lo dimostrano i lavori eseguiti ancora prima del ’40: con Ricciardi aveva inciso, su disegno di Ferdinando Sanfelice, una tavola per un testo celebrativo43, ed altre per un lavoro di Thomas Salmon molto in voga in quegli anni44.

Probabilmente anche quelle collaborazioni gli valsero la possibilità di lavorare aile antichità ercolanesi.

Nell’incisione dell’opera di Salmon gli fu collega Cepparuli45, che Gori Gandellini ricorda «napoletano, intagliatore di Sua Maestà il Re delle due Sicilie, fu uno dei prescelti ad intagliare le pitture ritrovate nella dissotterrata città d’Ercolano […]»46; avrebbe lavorato, poi, ad un testo di Giuseppe Maria Pancrazi47, ed a due tavole incluse in uno scritto del principe di Sansevero48; per Serafino Porsile avrebbe inciso tavole per una Relazione, opera celebrativa della famiglia Pignatelli49. Anni dopo sarebbe stato a lungo al servizio della Stamperia Reale, incidendo almeno per i primi sette tomi delle Antichità di Ercolano esposte50, nonostante il giudizio negativo, e forse strumentale, che ne ebbe Ottavio Antonio Bayardi, direttore della Stamperia Reale51.

 Sesone e Cepparuli, dunque, erano artisti di chiara fama, con i quali la corte, come suo solito, ottenne il meglio che il mercato offrisse, il che era anche sottolineato da osservatori d’indubitabile levatura: Ferdinando Sanfelice, ad esempio, faceva l’apprezzo dei lavori del Sesone, «intagliati a bolino» o «ad acqua forte e ritoccate a bolino»52 senza esprimere alcuna opinione riduttiva delle sue capacità.

Perché, allora, il lavoro dei due incisori napoletani non ebbe successo?

La volontà di pubblicare i ritrovamenti, evidente già dalla prima metà degli anni quaranta, era formata ai massimi livelli, ma le aspettative reali avevano trovato impreparati i livelli inferiori, e l’apparato amministrativo non sembrò in grado di reggere alle no-vità: significativo delle incertezze è il passaggio dei pagamenti at-traverso la Segreteria d’Azienda, utilizzata, in quegli anni, anche per le imprese d’incerto futuro, laddove la Tesoreria Generale prendeva in carico le spese sedimentate53.

Un limite delle incisioni poteva essere, a ben vedere, il disegno? In effetti la documentazione nota non riferisce di disegnatori che preparassero i lavori di Sesone e Cepparuli, come se questi ultimi provvedessero anche al disegno.

E ancora: i due tomi, pur contenenti almeno 86 incisioni, mancavano di una concezione unitaria che li animasse? In effetti le fonti riferiscono solo dei materiali rappresentati: «le statue ed altro che si ritrovavano nello scavamento di Resina»54. Ciò, forse, rendeva debole il lavoro, poco rispondente aile aspettative della Repubblica delle lettere, addirittura poco sistematico, data la mole dei reperti. Altro impianto, ripreso dal Montfaucon, avrebbero avuto le Antichità di Ercolano esposte: una tavola con brevi spiegazioni redatte da personaggi di nota ed apprezzata erudizione. Ma per i tomi del ’46 non c’è traccia di persone intente ad illustrare quei tesori.

Fu inadeguato lo stampatore Ricciardi? Forse, e non a caso, una struttura adeguata sarebbe stata costruita, asservita, almeno nei primi anni, alla pubblicazione dei reperti ercolanesi.

La verità è che i due tomi del ’46 esprimevano semplicemente l’attenzione che poteva essere loro dedicata nella prima meta degli anni ’40, sia per capacità complessive che per intenti di spesa. Fu solo un tentativo e perciò se ne è persa memoria. Ma gli errori compiuti in quell’occasione avrebbero indotto iniziative più ambiziose, frenate solo dalla scelta di uomini non sempre all’altezza dei loro incarichi.

La lungimiranza, la tenacia e la competenza di Tanucci avreb­bero consentito solo molti anni dopo il ritorno d’immagine che nel 1746 non era stato possibile ottenere.

Rimane aperta la caccia ai dos libros grandes contenentes las copias de las figuras de la Antiguedades de Resina.

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

La bomba di Nagasaki spaventò i resinesi in attesa dell’apocalisse a piazza pugliano
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Questo aneddoto personale ci è stato raccontato piu’ volte dal cav. Luigi Cozzolino, classe 1933 resinese doc di via pugliano nonchè grande divulgatore di storie resinesi, che ha vissuto quell’evento personalmente.

Il fatto avvenne pochi giorni dopo la prima bomba di Hiroshima.

Da premettere che nell’italia meridionale occupata dall’esercito alleato le notizie arrivano in forma frammentaria e distorte. Non si era capito bene l’impressione sulle masse di un evento mediatico su scala mondiale quale poteva essere il lancio della bomba atomica.

Poche ore dopo il lancio della seconda bomba su Nagasaky, non si sa come ma si diffusa la notizia che la seconda bomba avrebbe scatenato una reazione a catena, come in un domino nucleare, dove gli effetti catastrofici sarebbero stati la fine del mondo e della vita sulla terra.

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La notizia si diffuse con un tam tam nella popolazione con grande agitazione, ed ad una certa ora buona parte della folla impaurita si addensò nella piazza di pugliano come in attesa dell’apocalisse che ovviamente non ci fu’.

Oramai la cittadinanza ne aveva passate così tante che quella poteva essere una forma di liberazione da un destino subito loro malgrado fatto di eventi molto piu’ grandi di loro.

“la spada della giustizia talvota colpisce gli innocenti, ma la spada della storia colpisce sempre i deboli” (kemal Ataturk, padre della turchia moderna)

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Villeggiatura d’elite a Resina ai bagni Favorita e Risorgimento
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Dobbiamo a questo zelante giornalista una serie di notizie sui principali avvenimenti artistici e mondani svolti si al1′ ombra del Vesuvio nel periodo
compreso tra le due guerre mondiali.

giovannibonicaBasti per sottolineare il fatto che quella di Resina era una villeggiatura d’élite, come si ricava da quest’ altro bell’articolo di Giovanni Bonica (Abile disegnatore e pittore, ma soprattutto noto per essere stato corrispondente per molti anni di quotidiani e periodici, scrisse, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, una lunga serie di articoli su Resina e la zona vesuviana).

Anche la nostra Resina, naturalmente, saliva spesso alla ribalta della cronaca:

«Resina, l’operosa cittadina che si adagia dolcemente sulle pendici del Vesuvio fino al mare, è la meta preferita dai villeggianti, che qui affluiscono da ogni parte, attratti dalla salubrità dell’ aria ricca di ossigeno
e dal nostro mare profumato di alghe [… ].
Ma, oltre alle bellezze naturali, va aggiunta l’importanza che le viene dalla ripresa degli scavi di Ercolano, dove ogni giorno affluiscono personalità scientifiche italiane e straniere.
Eppure Resina – che è uno dei centri più importanti della Provincia, dichiarata da sommi clinici stazione climatica per eccellenza, con una spiaggia cristallina, con giardini sulla costa, con la montagna cui si ascende dolcemente con la Ferrovia Funicolare Vesuviana e per le strade pavimentate ed illuminate elettricamente, con il gran centro di villeggiatura al Miglio d’oro, con tranvia, con ferrovia e autostrada – attende ancora che sia dichiarata luogo di soggiorno e di turismo.

La graziosa cittadina, tutta protesa nel suo poderoso sforzo di rinnovamento, mercé l’aiuto del Regime, rivivrà alla luce del suo passate la gloria dei suoi insigni monumenti. E con lo sviluppo degli scavi di Ercolano, buona parte dell’abitato verso il mare dovrà cedere il posto alla città-madre che rinasce [… ].

La villeggiatura da Pugliano al “Miglio cl’ oro” è al completo. La stagione balneare col caldo soffocante non accenna ancora a finire. La spiaggia è sempre popolata di bagnanti. Ancora tritoni e sirene sulla rena vellutata tessono i loro idilli. Ancora le belle figurine scultoree abbronzate dal sole sorridono sullo sfondo meraviglioso del nostro mare, mentre sciami di bimbi allietano con le loro birichinate le rotonde degli stabilimenti.

Fra l’eletta colonia villeggiante, cerco di ricorclare qualche nome:
Principe Giovanni Caracciolo di Santobuono e famiglia, conte Carlo Nardone e famiglia, barone Giuseppe De Meis e famiglia, baronessa Giorgina Nasta, conte Carlo de la Ville e famiglia, generale Diego Amenduni e famiglia, conte Gaetano Grassi di Pianura, marchese Francesco Russo e signora, conte Paolo Piscicelli e famiglia.
marchesa Agata Maffei e famiglia, ono prof. Filippo Longo e famiglia, on. Augusto De Martino e famiglia, avv. Demetrio Strigari e famiglia, dott. prof. Antonio Reale e famiglia, avv. Mario Sbordone e famiglia.
avv. Carlo Semmola, comm. avv. Vincenzo Rossano e famiglia, avv. Edmondo Della Noce e famiglia, [… ] avv. Eugenio Giliberti e famiglia, avv. gr. uff. Antonio Iodice e famiglia, signore Carolina Caramiello e famiglia, avv. Giuseppe Piegari e famiglia, avv. marchese Alfonso De Bisogno e famiglia, prof. dott. Leopoldo Cua, avv. comm. Matteo Galdi e famiglia, ing. Correale e famiglia, cav. Antonio Ausiello e famiglia, cav. Vincenzo Serpone e famiglia, comm. Onorato Battista e famiglia, ecc. ecc.»

A integrazione di quanto sopra, piace riportare qualche dato su alcuni dei personaggi citati.
Il barone Giuseppe De Meis era proprietario dell’ omonima cappella sita nella parte alta di Resina .
Il conte Carlo de la Ville aveva legato il suo nome a un altro oratorio, sito invece nella parte bassa del territorio comunale.
Il generale Diego Amenduni, residente con la consorte in via Pini d’ Arena n. 11, fu il primo podestà di Portici.

«Il punto più bello e suggestivo della spiaggia vesuviana è quello della “Favorita“. Questo angolo di paradiso sconosciuto, che ha per sfondo l’incantevole panorama del golfo di Napoli, con l’isola di Capri, è reso ancora più meraviglioso pel bosco secolare, che dalla spiaggia sale lentamente verso la maestosa antica reggia della “Favorita”.
E mentre lo sguardo ammira estasiato la bellezza che la natura profuse qui a piene mani, la fantasia si smarrisce per tornare al passato, quando questo boschetto baciato dal mare, insieme alla reggia, faceva parte dei “Reali siti di Napoli” sotto la denominazione borbonica.
E la nostra fantasia rivede i sontuosi balli dati da Ferdinando I, da D. Leopoldo, principe di Salerno, da Gioacchino Murat e da Ferdinando II [… ].
Ed è bella questa spiaggia perché è incastrata fra gli scogli nerastri formati dalle colate laviche delle antiche eruzioni vesuviane. E gli stabilimenti,
le cabine, gli ombrelli e le tende sono allineati fra questi scogli al riparo delle onde del mare. L’amenità di questo posto ha richiamato e richiama ogni anno tutti i villeggianti di Pugliano, di Resina e del Miglio d’oro. Tutti vengono qui per godere il riposo ristoratore della spiaggia, e ognuno trova la tranquillità del luogo e la salubrità del clima.
Volgendo lo sguardo intorno, insieme alla bellezza panoramica, si contempla tutto il fervore di vita e di giovinezza spensierata che si svolge su questa arena infuocata. Ed a centinaia fra gruppi e gruppetti sparsi qua e là si intrecciano i jlirts (… ]. Più oltre non mancano i calciatori con il pallone che, dove cade, porta lo scompiglio. Ed ancora gruppetti di bimbi che si muovono senza tregua, che si riconcorrono, saltellano, s’immergono nell’acqua facendola spruzzare intorno con grande disperazione delle mamme. Altri con dorsi nudi, abbronzati, con paletti e vanghe s’affaticano a scavar buche nella sabbia e a costruire castelletti. Di tanto in tanto un’ ondata porta via ciò che pazientemente hanno costruito, ed ancora strilli e pianti.

Ho potuto avere il piacere di incontrare uno dei maggiori esponenti della colonia villeggiante: il distintissimo avv. Demetrio Strigari, insieme al brillante fotografo di spiaggia Amedeo Petrilli. Ambedue mi hanno promesso fotografie e notizie. Ma ci spero poco: con tanta distrazione, se si dimenticano, hanno ben ragione.

Al bagno “Risorgimento” Qui si balla.
Entrando, sono ricevuto immediatamente su una grande terrazza a mare (la cosiddetta “Rotonda”, che poi è quadrata), dove al suono di una graziosa orchestra, oltre cinquanta coppie si affannano a sudare in un giro vorticoso di fox.

Ai lati di questa terrazza vi sono le entrate alle cabine da bagno.

Un altro bagno molto voga in quei tempi era l’Antico Bagno Favorita già attivo dal 1887 che raccoglieva tutta l’aristocrazia e l’alta borghesia che a quel tempo facevano la villeggiatura a Pugliano e sul miglio d’oro.

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Villa favorita il suo parco e la regina Margherita che si ferma a resina
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Tra le «soste nella memoria» (come dal titolo di un altro lavoro della Tortora De Falco), una riguardava in particolare la villa Favorita della nostra Resina, meta un tempo della migliore società napoletana:

«Nei tempi in cui Resina, piccola cittadina ai piedi del Vesuvio, fra Portici e Torre del Greco, non era chiamata, come ora, Ercolano  la viila “Favorita” ebbe un ruolo di grande rilievo, direi quasi di preponderanza sul gruppo delle ville vesuviane che da S. Giorgio a Cremano a Torre del Greco arricchivano e davano lustro a tutta la plaga.
Il proprietario, il principe Caracciolo di Santobuono, ricco mecenate, seppe renderla con il suo censo, la sua intelligenza, il suo buon gusto, un vero centro di attrazione. Vi installò un teatrino diventato poi famoso, ove recitarono anche artisti di vasta notorietà come la bella Tina di Lorenzo, Armando Falconi ed altri. Col tempo la zona vesuviana perdette quota nel gusto dei napoletani.

Il principe Caracciolo di Santobuono (già patron del Teatro Fiorentini e del Festival di Piedigrotta),  invecchiò per cui l’attività teatrale che si era tenuta in villa andò via via riducendosi, fino ad esaurirsi del tutto. Inoltre il principe fu costretto a vendere parte del vastissimo bosco che si estendeva intorno alla villa e precisamente il tratto verso il mare, insieme a un fabbricato a due piani e a due costruzioni barocche dette «i casotti» che delimitavano la villa dalla parte del mare.

Stemma della famiglia Anatra

Stemma della famiglia Anatra

Il compratore di codesti lotti fu un ricco esportatore di grano, il commendatore Anatra che da Odessa dove era nato da genitori italiani e dove aveva accumulato una discreta fortuna, aveva messo le tende a Napoli. Altro che tende, però. Aveva acquistato un palazzo alla via Cavallerizza a Chiaia (dove viveva con la moglie e cinque figli), il cui parco si estendeva fino a via dei Mille, come si può ancora oggi constatare.
Per l’estate acquistò quella parte della villa Favorita che gli cedette il principe di Santobuono e che è quella che ci interessa perché fa da cornice ai vari episodi che ci apprestiamo a raccontare.
Il ricco comm. Anatra, per essere più precisi, la consorte di lui donna Maria, anch’ella nata da genitori italiani, ma in Turchia, a Costantinopoli – creò, dalle costruzioni ad un piano, una deliziosa dimora estiva. Così pure i due casotti a mare divennero due chalets per soggiornarvi durante la cura dei bagni.

Ricordiamo ancora i «ramages» della tappezzeria impermeabile venuta da Parigi, che ricopriva le pareti interne degli chalets affinché la salsedine di cui erano impregnate non trapelasse. Donna Maria, dunque, era una donna di gran gusto, di una originalità raffinata, mai grossolana. Ci fermeremo soltanto a sottolineare qualche particolare del salone sito al pianterreno della costruzione per rilevare alcune delle originalità dettate dalla fantasia di una donna singolare alla quale noi ragazzi avevamo affibbiato un nomignolo. La chiamavamo «terraferma» per la sua curiosa maniera di pronunziare la parola terraferma.
Nel suo italiano esotico, annullava le doppie consonanti e così terraferma era diventata «teraferma».

Le pareti del salone avevano un bordo alto da terra 60 centimetri, composto da cocci di piatti, schegge di bicchieri e bottiglie colorate (di verde, bianco, giallo e blu) infisse trasversalmente nel cemento sì da formare un rilievo rustico di un effetto veramente unico. Più avanti nel tempo, ci è occorso di trovare in altri arredamenti fregi che arieggiavano quello che abbiamo cercato di descrivere, ma nessuno di essi reggeva al paragone. Forse per la disposizione delle schegge, per i colori, per la dimensione.

In alto, sul plafond, era riportato un antico pizzo di Bruxelles, che un artista del tempo aveva minuziosamente riprodotto.
Le vetrate che si aprivano nel bosco erano giallo-oro, per cui quando il sole occiduo, attraverso i rami delle annose piante, illuminava quei vetri, il salone era invaso da un mare di luce color topazio che sprigionava effetti indimenticabili.

Ercolano - Villa Favorita

Il bosco proseguiva denso verso il mare. Lo arrestava un piccolo tunnel formato da un ponte, sul quale passava la strada ferrata. Dopo il breve tunnel s’apriva uno spiazzo largo, lievemente ovoidale fiancheggiato a destra e a manca da due ampie scalee di piètra anch’ esse lievemente ovoidali come i muri che da un lato le riparavano. Codeste scalee portavano all’ingresso di due palazzine che erano congiunte fra loro da un unico terrazzo più lungo che largo, fiorito di aiuole. Un massiccio cancello divideva il terrazzo dalla strada ferrata, oltre la quale s’infittiva il bosco. Cioè a dire che il treno era in casa. La linea ferroviaria che vi transitava era quella della Calabria, che anche allora comportava un traffico ininterrotto ed intenso.

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Ma se la cosa costituiva un grande fastidio per i grandi (ora ben lo comprendiamo), era, per noi e per i nostri giovani amici, la ragione prima del nostro gaudio.

reginaMargheritaE poi c’era il mare tutto nostro che rendeva le giornate sature d’interesse per noi e per i piccoli amici che passavano con noi gran parte della giornata, ansiosi di godere anch’ essi di quel terrazzo di sogno dove i lunghi convogli dei treni merci ci tenevano inchiodati davanti alle sbarre del cancello. Andavano a passo d’uomo quei treni particolari, pareva che si dovessero fermare all’improvviso e noi lì ritti, attoniti, in attesa. A volte il miracolo avveniva ed era la felicità. I rapidi invece procedevano di corsa sferragliando, assordanti, mentre dai finestrini salutava festosa [… ].
Regnava ancora Umberto I [… ] La regina Margherita doveva recarsi in Calabria in visita ufficiale. Il treno reale non poteva passare che di là, cioè davanti al terrazzo dei casotti Anatra.

Ed ecco che donna Maria [… ] ordinò al giardiniere di coprire tutto il terrazzo di margherite e di disegnare nell’ aiuola centrale, sempre con margherite, la scritta «Viva Margherita». Poi, mobilitando le sue grandi aderenze in campo politico e aristocratico, ottenne che il treno reale sostasse per qualche minuto davanti ai casotti, affinché fosse possibile offrire alla regina una gerla piena di margherite. La sovrana gradì l’omaggio e fece poi avere a D. Maria un prezioso spillo con lo stemma reale. Dopo vent’anni, «teraferma» raccontava questo episodio con gli occhi ancora lucidi.

Ritorniamo ai casotti. Lo spiazzo dove sorgevano le due rampe di scale, era chiuso da un monumentale cancello, oltre il quale – dopo pochi metri di strada selciata – si era suIla spiaggia. Il mare è largo, aperto su tutto il litorale di Resina, ma gli Anatra sul tratto di fronte alla loro villa fecero erigere una barriera di cemento. Crearono, cioè, una barriera artificiale, contro la quale le onde si frangevano. Questa scogliera, ancora esistente, per la sua conformazione creava all’ interno un piccolo porticciuolo, una piccola rada a basso fondale dove potevano prendere il bagno anche i neonati. Poi la sabbia di velluto, morbida, soffice, pulita, costituiva un altro genere di attrattiva per le bambine. La pesca del corallo, che a quei tempi era ancora fiorente, e le molte fabbriche ivi esistenti per la lavorazione del corallo, seminavano nella sabbia detriti di corallo. Piccoli rametti rossi, palline, schegge, si trovavano facilmente, scavando.

E le bimbe per ore restavano a testa in giù con piccole palette, intente a questa pesca miracolosa. Conserviamo ancora, nel museo delle cianfrusaglie, qualche rametto rosso a ricordo di quelle esplorazioni infantili.

Una piccola barca leggera, in quello specchio d’acqua che nessun vento avrebbe saputo increspare, ci allenava ai remi. Tre mesi durava la villeggiatura, in quei tempi, tre mesi di felicità.
Un caso fortuito ci portò, alcuni anni addietro, nella Villa Favorita . Tutto era così diverso, tutto così cambiato: il bosco, il porticciuolo, le stanze, la terrazza.
Pure in quello scoramento, dalle macerie di miti creati in un’ età irripetibile, si sprigionava un fascino sottile.
Un senso che non era solo rimpianto di antiche gioie, di attimi il cui profumo superava il tempo, ma era ritrovare all’improvviso ed in età matura, un caro profumo dell’infanzia, un oggetto, un gioco; ma nostro, tutto nostro, non dei nostri figli o nipoti: un gioco che ha fatto parte soltanto della nostra vita. Allora una dolcezza indefinibile, una gioia lieve ma penetrante, una tenerezza infinita, avvolse il nostro vecchio cuore»

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Reportage fotografico mostra Ombre prosequio presso caffè letterario scuderie villa favorita ercolano
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Grande successo di pubblico ieri all’inaugurazione della mostra di arte contemporanea Ombre prosequio con le creazioni di Amedeo Gabucci in arte Deò.

L’organizzazione sapientemente curata da Giovanni Cardone con la grande ospitalità del Caffè Letterario delle scuderie di villa Favorita ad Ercolano gestito con  grande dedizione ed impegno da  Imma Sorrentino , già imprenditrice nell’area vesuviana, con l’organizzazione di molti eventi culturali anche di livello internazionale nelle sale espositive del caffè letterario.

La magia delle foto di un grande fotoreporter quale Angelo Casteltrione.

 

«L’arte di Amedeo Gabucci in arte deò è antitesi e sintesi allo stesso tempo, lo scontro tra la luce e l’ombra è senza fine e senza risoluzione. Penombra non datur. Le linee orizzontali e quelle verticali non generano diagonali. Nelle sue opere lo scontro frontale, l’aporia è tra stasi e movimento, tra spazio e tempo. Tra la presenza fisica incombente della figura, del volto, e la sua instabilità, la sua evanescenza, il suo essere transeunte. Il dissidio insanabile è tra l’essere e il divenire, tra il condensarsi della materia e il suo espandersi, esplodere sino alla dissoluzione. Ma la materia in questione è il colore bianco impresso da un timbro sulla tela, con un gesto apparentemente impersonale. La materia è il nero, l’ombra. Nelle sue  opere  il conflitto invece è triplice, tra linee orizzontali e linee verticali, tra luce ed ombra,  tra gesto e segno, tra le scisse e le ordinate che non si incontrano. Le forze spingono in direzioni ortogonalmente opposte senza incontrarsi, senza fondersi. I gesti orizzontali si sovrappongono o più spesso giustappongono a quelli verticali, generando tensioni. La luce è il risultato  di un gioco dove l’ombra affiora morbida e sfumata, quasi evanescente, oppure incombe a larghe strisce dai contorni indefiniti. L’ombra è un panno morbido che avvolge. La luce è un gesto che rende unica l’opera .L’ombra in deò non è assenza di luce, ma presenza immanente, imprescindibile, incombente. Forse, addirittura, è la luce ad essere assenza di ombra, mancanza, negazione. Non che tutto questo non ci fosse anche prima. Solo che adesso il rigore estremo di queste opere mette a nudo brutalmente gli schemi, e al tempo stesso li rende anche più prepotentemente efficaci. E come possiamo chiamare il conflitto irrisolto tra luce ed ombra, tra essere e divenire, tra gesto e segno, tra orizzontalità e verticalità.  A ciascuno poi, se lo vorrà, la possibilità di cogliere i risvolti metaforici di alcuni di questi poli contrapposti: luce ed ombra,gesto e segno, orizzontale e verticale».

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Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Giuseppe Ungaretti in visita agli scavi e poi saglieva pe via Pugliano
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Nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, nel 1912 era a Parigi a frequentare la Sorbona. Entrò in contatto con gli artisti di avanguardia, tra cui Apolllinaire
(1). Questi, nel 1913, pubblicò Alcools, il libro in cui riassunse tutte le sue ricerche poetiche e che a sua volta costituiva una sorta di manifesto della nuova poesia; Apollinaire partì volontario in guerra, fu ferito e in seguito morì (1918).
A sua volta, Ungaretti raggiunse il fronte volotariamente, da soldato semplice; pubblicò le sue prime poesie nel 1915 su «Lacerba» di Papini e Prezzolini, la medesima rivista alla quale collaborava Scipio Slataper, che nel 1912 aveva scritto Il mio Carso e che avrebbe trovato la morte in guerra.

È ritenuto il caposcuola dell’ ermetismo. Si rivelò con «Allegria di naufragi» (1919) scritto in trincea: liriche brevi su immagini folgoranti. Più articolate le raccolte successive: «Sentimento del tempo» (1933), «Il dolore» (1947), «La terra promessa» (1950), «Il taccuino del vecchio» (1960).

Abbiamo ritenuto di inserire tali note nel contesto di questo nostro capitolo su Giuseppe Ungaretti, che per noi rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei più originali poeti, non solo italiani, del Novecento. Ciò premesso, passiamo senz’altro a riprodurre il resconto della sua visita ad Ercolano il 26 maggio 1932:

“Dove va?”
E come faceva a sapere quel guardiano che andavo in cerca delle antichità? Non me ne sarei mai accorto da me. Sembra un portone come un altro delle case di Resina. Mi metto a scendere nel buio i cento scalini. Mi conducono in una grotta come quelle dove nei Castelli Romani tengono in fresco il vino? Questo tufo era fango: lava di fango. La gente di qui, m’insegnerà il vulcanolago Malladra, chiama tutto lava; un’inondazione: lava d’acqua; una passione che rivoluzioni: lava di sangue; una illuminazione della mente: lava di genio.
Ma questo fango che si è indurito e sul quale sorge Resina, è veramente stato eruttato.
Arrivati in fondo alla scala ci appare l’interno di una torre. Siamo a circa 20 metri sotto le case e i giardini. Sopra, sorgeva la villa del principe Emmanuele Elbeuf di Lorena e fu facendo scavare un pozzo – !’interno di torre dove mi trovo – ch’egli scoprì, ed estrasse, nel 1711, le prime cose preziose d’Ercolano. Carlo III ci fece fare un balcone: c’è ancora verso la cima del pozzo; e di lassù sorvegliava gli operai che, affettato il tufo, attraverso un labirinto di corridoi, tornavano con statue, suppellettili, e- incredibile! – noci, e perfino del filo da cucire.
A furia d’affettarlo, questo teatro è diventato una specie di quelle carceri nelle quali il romanziere di cappa e spada metterebbe a prova i raddrizzatori di torti.

773_001È successo, affettando, un fatto che fa impressione. Il portiere del teatro, preso nel torrente di fango, lasciò il suo umore nella pasta, e il taglio ci ha restituito un’impronta nera, l’ombra d’uno quasi genuflesso nello slancio, con un braccio teso e una chiave in mano. Sembra un’ombra soffiata sul muro col fiato. Non è una visione orrenda, ma un’immagine di una elasticità piena di correttezza. Fu uno che preferì a disertare, morire? Era uno schiavo padrone della sua anima, educata a trasmettere alle sue belle forme una forza misurata anche davanti alla morte?
Quando siamo a metà dell’esplorazione, uscendo da un cunicolo, sentiamo più forte l’umidità sulle spalle, e per terra c’è guazza. I muri sono rigati come da una bava, e in alcuni punti c’è un’eruzione di bollicine vitree, rosee. È lo stillicidio dei giardini di sopra che sta mutando questo teatro in una grotta colle stalattiti.

Quando la natura sconvolge questi luoghi, la terra raddoppia di feracità; e nel disordine e nel lussureggiare c’è un inno urlato, un desiderio di terra vergine. Mi spiego che i Romantici amassero tanto posti simili, essi che furono tanto turbati dalla necessità di ringiovanimento delle società umane. E mi spiego ch’essi amassero tanto le rovine; non la rovina appena scavata ch’è arida e porta ancora troppo scoperto il segno della nostra. febbre civile; ma le rovine un po’ vecchie sulle quali la vegetazione è selvaggia, e che sembrano più un frutto geologico che una memoria umana. Perché la bellezza d’un luogo antico non è nelle mutilazioni, ma è dovuta a quel restauro che la natura su di esse eseguisce. Ho sempre guardato con raccapriccio una statua cui manchino le braccia, la testa o le gambe, e ogni mio sforzo è di restituire nella mente le parti perdute. Non dico che non sia poetico dedicarsi
a produrre questo effetto di sofferenza, come fanno certi scultori moderni; ma certo la rovina, che è, per decreto della Provvidenza, sempre alleata a un rinnovamento di fecondità, è così sentita e resa solo nella sua idea sadica e lacrimevole.

Ragioni che mi fanno vivamente desiderare non sia mai appagato il seguente voto, espresso dal Galanti nella sua Guida, del 1845: “Questo teatro, il più intatto di ogni altro dell’antichità, venga presto messo allo scoverto”. Si lascino queste buche lentamente incrostarsi d’un sangue lunare; e questo teatro, coll’ombra di guardia, acquisterà una profondità poetica unica.

Usciti a rivedere la luce, una luce meridiana, ma senza quella rabbia che a quest’ora fra un istante la farà soffrire, ci avviamo verso gli scavi nuovi. L’entrata, che potrebbe essere, con il suo muro ad archi svolazzanti, quella d’un campo per le corse, s’apre su un bel viale d’oleandri; e le rovine giacciono in una fossa; dal ciglio, su a 19 metri d’altezza, da un lato, davanti, si va verso il mare; intorno sono in vista folle di mandorli in fiore velati, e viti.

Il secondo augurio che nella sua Guida, faceva il Galanti, è stato esaudito: l’archeologo cerca oggi di restituire ogni casa secondo gli antichi scomparti, cogli oggetti rimessi, per quanto è possibile, al luogo loro. E un lavoro pazientissimo: in un mucchio di polvere sono scelti, per esempio, i frammenti di tre fregi diversi, che poi andranno dove è supponibile fossero. S’ottiene un effetto di toppe, specie quando si tratta di parti colorate. Rifanno anche i tetti, ricollocano le tegole; le teste di terracotta dei leoni e dei cani fanno di nuovo colla bocca aperta da gronde agli impluvi. Colla colata di gesso, dove si sente scavando che un oggetto consumato ha lasciato l’impronta del suo vuoto, si ritrova l’agonia d’un uomo, una porta, un sedile, una mela, che so
io. Certo a questo modo, riaccomodando tutto per benino, gli scavi perdono molto della loro grandiosità di testimonianze di una catastrofe riaffidate alle stagioni; non hanno più, non so, quell’aspetto funesto di un segreto violato, d’una tomba profanata; e la prepotenza della natura, per quanto è possibile, si tiene a bada.

Sono quasi case vuote in ordine, che aspettano gli inquilini, e non hanno quasi più che la desolazione d’essere disabitate; ci si potrebbe mettere su: Est locanda, e Ercolano potrebbe diventare una Via Margutta di gran lusso. Fuori di scherzo, questo metodo dà almeno risultati rispettabili guarantendo la conservazione di documenti non removibili; e, se fosse sempre stato applicato, tante cose d’incalcolabile valore per il sapere non sarebbero andate perdute. Vedo, nella “casa del tramezzo”, sotto vetro, travi carbonizzate. Devono starci per l’avvenire del sapere, e non certo per farmi l’effetto che mi fanno, d’essere capitato nel gabinetto d’un radiologo.
Qui le case – questa dozzina di case signorili tornate all’aperto non hanno, s’è detto, più nulla di terribile; ma i nomi sì: le chiamano spesso come indicavamo i luoghi di guerra: “Casa dello scheletro”, “Casa del tramezzo bruciato”; e qui, difatti, è passata una forza cieca come la guerra.

Guardando il movimento dell’architettura, il valore ornamentale del gesso, certi dipinti, certe figurine, in certe vedute prospettiche a semitoni graduati sino all’infinito, e, soprattutto, pensando a certi piccoli affreschi di figure muliebri trasportati al Museo di Napoli dagli scavi più anziani, ci viene fatto di pensare se lo storico dell’arte non avrebbe da rendere evidenti alcuni punti. È noto il gran chiasso che fecero nel mondo le prime scoperte d’Ercolano, è noto che nel 1755 fu fondata l’Accademia Ercolanense che in nove volumi in folio – senza contare i volumi dedicati ai papiri – descrisse, coll’aiuto d’incisioni stupende, le pitture murali e i bronzi rinvenuti. Ora mi domando:
quale influenza ha avuto Ercolano sulla moda, sulle arti plastiche, sulle lettere, sulle dottrine estetiche, nel periodo che va dal Direttorio alla Restaurazione? Se io guardo, nella scultura di questo periodo, quel valore gessoso dato al marmo, il ritrarsi e l’isolarsi delle ombre nei tratti, per accrescere il pallore dei piani; se guardo quelle pitture, o quelle stampe, e gli aciduli colorini che separano in precisi moduli geometrici il chiaro dall’oscuro; se guardo la solitudine dei contorni, perfettamente accademica, ma rilevata dal segno acuto e erotico; se penso al tempo che va da Paolina Borghese a M.me de Récamier – in quell’indirizzo che ebbe a precursore il Winckelmann, mi domando non solo quale fosse lo stimolo venuto da Ercolano, ma se l’ispirazione più gloriosa non vi sia stata scoperta da artisti italiani, dal Foscolo al Canova Ce, perché no? prima dal Parini).

PV0_0152II nome di Ercolano è anche legato alla conoscenza moderna di Epicuro; la quale ora è tornata d’attualità, a proposito d’una polemica abbastanza buffa intorno al pensiero di Leopardi. Nella villa dei Pisoni, ora risotterrata, furono ritrovati, dal 1760 al 1762, fra bronzi scelti con gusto, una grande quantità di rotoli di papiro. E sulle prime, erano stati scambiati per carbone. E fra essi, un frammento d’uno scritto dello stesso Epicuro e una parte dell’opera notevole del suo seguace Filodemo. E avanzandomi nell’ultima villa, dove gli ambienti si rinconono fra peristili, atrii, un giardino invernale con vetrate, triclini con giardini laterali, ecc., vedo, nella luce che in questa villa viene non solo dai chiostri, ma anche da finestre, e che facendosi sera, è dolcissima, appoggiato verso il mare, a una delle tante colonne, un uomo d’ombra. Fece fabbricare questa casa comoda per il suo piacere.
Svolge uno di quei papiri fragili, che costarono, nel ‘700, anni di fatica per essere aperti, decifrati, e trascritti; ma allora flessibili e chiari; e il suo sguardo si perde nel labirinto bianco e nero del mosaico ai suoi piedi. Pensa che il saggio deve sapere che l’universo nelle sue vicende è indifferente ai casi d’un individuo, il quale deve guardarsi dagli affetti per non rendersi dipendente dalla sorte degli altri, il quale deve accettare il piacere, ma un piacere dosato, che non vada fino a perturbare l’animo. Ecco: vivere con calma, un po’ assenti in sé, in pensieri armoniosi, fra le cose che li suggeriscono. Non è certo una filosofia vera»

Dopo la visita all’antica città di Ercolano, il 2 giugno successivo Ungaretti scalò il Vesuvio:

«Arrivo a Pugliano sull’ora di mezzogiorno. Una strada grigia, secca, disordinata, che è – col suo pozzo, con tre campane a portata di mano (nel vuoto di tre assi di muro sopra un tetto, pronte a suonare il martello) – piuttosto il cortile d’un casamento popolare. Due o tre venditori di ricotta – non ne hanno una gran quantità, basterà a spalmare sì e no una fetta di pane, e la tengono spalmata, bianchissima, incerte tasche di fibra moscia che direste custodie per falli pompeiani stanno lì aspettando il Messia, avvolti in vecchie mantelline da soldato, possibile siano ancora quelle della guerra?
Mi distrae un naccherare avanzante, e presto tutta la strada è un intrecciarsi di tacche-ticche. Sono arrivati i ragazzini dalla scuola con  i loro zoccoli, correndo non è facile, calzati a quel modo – e hanno tanta spensieratezza e vivacità che – guarda! guarda! alla mia età! avrei voglia di mettermi a saltare con loro.

Ci hanno chiusi nel vagone della funicolare e incominciamo a salire. Via via che avanziamo nella salita, la vegetazione si fa serrata.
Non sembrano piante attaccate alla terra; le direste, tanta è la violenza dell’umore che sale loro nelle fibre, sul punto di volare. Sono albicocchi ancora spogli di foglie, e in fiore; i fiori fittissimi che sembrano un immenso velo indiano posato sui rami. Fra gli albicocchi, a volte, un fico nudo, come un polipo di caucciù, con i tentacoli che cercano invano una libertà. Ed ecco che il mondo si spacca, e la piana senza fine ridente fra l’erbetta, ha il tempo di farci un piccolo saluto; è il posto detto Belvedere.
Domando al bigliettaio che cosa siano in cresta a trincee davanti a noi quei capelli ritti. Sono rami di castagni tagliati al ceppo, da farne .tutori per le viti..
L’ultimo segno di coltura; poi viene una rivoluzione di roba tormentata che sta tra il fango e la bava della ghisa.
Passiamo in un’ altra funicolare. Prendiamo una strada di cenere che fa corona, larga per tre persone; e uno grosso va avanti preceduto da due guide che lo afferrano ciascuna per una mano. Barcollano tutti e tre come ubriachi, per la forza d’inerzia del grosso; ma barcolliamo tutti per un vento di tramontana che ci volge addosso una coda di fumo; sotto, non più che a un’altezza d’uomo, il monte galleggia sopra un mare di buio: di visibile, non c’è che – nettissimo! – il collo del monte, come un gran sughero sopra il nulla; c’è anche il cielo freddo; quel collo fumante è come sotto una campana di vetro.

Di fianco, si muove una parete calcitata; l’effetto di un sole che su di essa si diverta a scagliare e spaccare una grandine d’uova; un effetto mobilissimo: un arrugginirsi del giallo~ e un brillio nella tarlatura come d’una traccia di lumaca; e un raggrinzirsi fosco e stridente della parete.
Ci fermiamo un momento. Con il vento che fa, dobbiamo rinunziare a vedere il cratere. Ma le guide hanno qualche cosina da mostrarci.
La comitiva riparte. M’ero distratto a consolare una bambina belga, rimasta a piangere con la mamma, mentre il fratello era partito con gli altri per la grande avventura. Quando mi decido a partire anch’io, gli altri sono lontani. Giro a sinistra, e mi metto a correre sul lapillo in salita: è una fatica, col fumo che s’è fatto molto denso e pieno di esalazioni di zolfo, d’odore d’uova marce, quel pizzicore in gola, quel sapore di sangue che sale in bocca.

Ora li rivedo, i compagni. Sono in un avvallamento che da lontano si scambierebbe per un ‘;panettone croccante; e, quei compagni, sembra di assistere a una gara di corse nei sacchi. Vanno verso una fumarola, e arriva naturalmente prima il grosso, strascicato dalle guide, come una vacca stralunata.
Scendo anch’io. Il colore dell’ambiente è quello d’una zucca; la materia, come quella d’un granchio abbrustolito; e non vi lascia mai il timore che, crac!, il crostone si spezzi, e si resti inghiottiti; l’aspetto è quello d’un mucchio di budella.
Arrivo anch’ io alla fumaroletta. L’orifizio si presenta come un palato: una tumefazione cristallina che va dal senso del sangue a quello del verderame: simile è la bocca del coccodrillo addormentato; e quel poco fumo che ne esce la stuzzica come un frullo di moscerini.
L’uomo grosso non ci passerebbe. Dopo le macchie di spasimo dell’orlo, viene la perdizione a imbuto del vuoto buio della gola.

Risaliti in vagone, un vecchietto di Portici che m’è seduto accanto mi fa le sue confidenze:
“Le pare buono, il nostro vulcanello? L’avesse visto nel 1906, brrr!” E vuoI farmi vedere un’ infinità di cose, ma c’è quel benedetto lenzuolo di fumo che giù copre tutto, e le sue braccia che vanno a destra e a sinistra accompagnando un gran dimenarsi del capo, non m’indicano nulla.
“A Napoli c’è ancora sulle cornici delle case la cenere caduta allora.
Il vento la portò sino in Germania e in Francia. In un’ altra eruzione, mille anni fa, sino a Costantinopoli”.
Mi mostra la vecchia stazione della funicolare, colle putrelle tutte contorte e segni di fumo sopra un brandello di muro, domestici come macchie del focolare d’una casa di campagna.
“Si mise prima a brontolare come la pancia dopo una scorpacciata di fagioli. Mi sveglio e dico: “Qualche cosa bolle in pentola”. Seguì un rotolio e un fracasso quando agganciano i vagoni d’un treno merci;
sul fianco s’apre una bocca, e la lava si mette a scendere piano piano.
Il monte urlava, fischiava, si scuoteva tutto, soffriva… “.
“I dolori d’un parto titanico” faccio, per fare anch’io un’immagine spagnola.

“Sembrava sempre più preso in un interno ingranaggio stritolante.
Era tutto crepe, dalle quali usciva l’acqua fumante. Poi esplose un altro cratere, e la terra tremò, e tutti i vetri di Boscotrecase andarono in pezzi. Avesse visto la lava: era un fuoco bianco come il sole, e arrivò a Boscotrecase e l’incendiò. Fra boati si aprì un terzo cratere.
Dai crateri salivano i pini di fuoco di Plinio il Vecchio, alti mezzo chilometro…”

Il professore Malladra m’ha mandato incontro un carabiniere per accompagnarmi all’Osservatorio. L’Osservatorio si trova in una casa fabbricata un centinaio d’anni fa, in quello stile che non stanca gli occhi, dei libri stampati dal Bodoni. Il professar Malladra, colla sua magra persona, alta e svelta, e come di legno, i suoi passettini, i suoi occhi pungenti e ridenti, m’accoglie festoso. Ama le lettere. E nelle ariose sale affrescate vedo altri carabinieri. In questa casa dove l’ordine è esemplare, i carabinieri prestano aiuto in tante cose, nel tenere al corrente le schede della biblioteca, nella manutenzione degli apparecchi, ecc., ed hanno per l’uomo sapiente e coraggioso che la dirige, un affetto filiale. E saranno i primi ad accorrere in caso di pericolo.

Malladra mi parla di questo monte d’oro per le sue ricchissime risorse agricole e industriali: è una bestiaccia generosa: toglie uno e restituisce mille! Mi parla dei suoi predecessori nella direzione dell’Osservatorio, emuli di Plinio il Vecchio, di Luigi Palmieri che “durante l’eruzione del 1872, mentre le lave circondavano l’Osservatorio, studiava tranquillamente i fenomeni elettrici della cenere che oscurava il cielo”; di Raffaello Matteucci, l’eroe dell’ eruzione del 1906, che nell’ osservare la traiettoria dei proietti fu mortalmente colpito al ginocchio da un masso incandescente; di Giuseppe Mercalli che “dopo avere sfidato per trenta anni l’ira dei vulcani doveva soccombere carbonizzato da una stupida fiammella”.

“Il Vesuvio è il tipo del vulcano da laboratorio. L’uomo coi pozzi e le gallerie s’è reso signore della terra; con lo scandaglio e lo scafandro ha dominato l’acqua… Ha conquistato l’aria… Riuscirà ad impadronirsi del fuoco e ad agire liberamente nelle più alte atmosfere”.

Anche per quanto riguarda la prosa si può dire, forse, quanto ebbe a riconoscere la critica per la poesia di Ungaretti: una poesia «fulminea e nuova», carica di suggestioni formali, certamente innovativa rispetto alla nostra tradizione.

Giuseppe Ungaretti morì nel 1970. La nostra Resina fu uno dei primi comuni d’Italia ad intitolargli una scuola.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il viaggio di Stendhal e la sua gita ‘ncopp’ ‘o Vesuvio
stendhal

Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle (l783-1842) e noto esponente del romanticisnio francese, ebbe interessi artistici e musicali, come possiamo ricavare dalle pagine di Rome, Naples et Florence, diario di un suo viaggio in Italia compiuto nel 1817.

Henry Beyle (L 783-1842), più noto come Stendhal, fu romanziere e saggista francese fra i più significativi. Funzionario dell’ amministrazione napoleonica, partecipò alle campagne d’Italia, Austria e Prussia, poi, con la caduta del Primo Impero, soggiornò a Milano fino al 1821. Trasferitosi a Parigi, tornò in Italia come console (1830) a Trieste, poi per un decennio a Civitavecchia. Romantico per il gusto delle passioni violente, egli supera ogni determinazione di scuola nell’ analisi lucida, intelligente ed ironica di situazioni psicologiche ed ambientaIi.
Quella pubblicazione è ricca di pagine interessanti, come – ad esempio – il compendio di una visita al Museo Ercolanese di Portici:

«Mentre uscivo dal museo delle pitture antiche a Portici, ho incontrato tre ufficiali della marina inglese che vi entravano. Ci sono ventidue sale. Sono partito al galoppo per Napoli; ma, prima di essere al ponte della Maddalena, sono stato raggiunto dai tre inglesi, i quali la sera mi hanno detto che quei quadri erano ammirevoli e tra le cose più straordinarie dell’ universo. Hanno trascorso in quel museo dai tre ai quattro minuti.
Quei dipinti, tanto notevoli agli occhi dei veri amatori, sono affreschi tolti a Pompei e ad Ercolano. Non c’è affatto chiaroscuro, poco colore, abbastanza disegno e molta facilità Il Riconoscimento di Oreste e di Ifigenia in Tauride, e Teseo ringraziato dai giovani ateniesi per averli liberati dal minotauro, mi sono piaciuti.

C’è in essi molta nobile semplicità, e niente di teatrale. Assomigliano a brutti quadri del Domenichino, tenendo conto che in essi ci sono diretti di disegno, che in quel grande non si trovano. Si trovano a Portici, tra una serie di piccoli affreschi sbiaditi, cinque o sei pezzi essenziali, della grandezza della Santa Cecilia di Raffaello. Quegli affreschi adornavano una .stanza da bagno a Ercolano»

Sempre con. riferimento a Portici, ecco invece il resoconto di una serata mondana:

«15 luglio. Serata dalla signora Tarchi Sandrini a Portici. Salotto delizioso a dieci passi dal mare, dal quale ci separa soltanto un boschetto di aranci. Il mare si rompe con un dolce rumore; veduta d’Ischia; i gelati sono eccellenti. Sono arrivato troppo presto; vedo arrivare dieci o dodici donne che sembrano scelte tra quanto Napoli ha di meglio. La signora Melfi ha condiviso per tre anni l’esilio del marito; ha trascorso tutti gli inverni a Parigi; è arrivata scortata da venti o trenta casse di roba all’ultima moda. La circondano, la ascoltano»

Naturalmente, a noi interessano maggiormente le impressioni di una gita al Vesuvio:

«Ieri sono salito sul Vesuvio: è la più grande fatica che abbia mai fatt9 in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita è spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata Bigot de Prémeneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita»

Meno laconico il contenuto di una lettera spedita il 14 gennaio del 1832 ad un amico napoletano:

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«Ieri, dunque, – traduciamo liberamente dal testo originale – alle ore due pomeridiane sono arrivato alla sorgente della lava e vi sono rimasto fino alle due di notte. C’era lassù un monello che vendeva del vino e delle mele, che faceva cuocere sul bordo della lava. Ero in compagnia del signor de Jussieu, che si scottò le mani e le caviglie per aver voluto percorrere un tratto composto di frammenti minuti di lava che si frantumavano sotto i piedi. La salita è orrenda: sono mille piedi di cenere con una pendenza di quarantacinque gradi. Trovando difficoltà ad arrampicarmi su quel piano inclinato, ho immaginato cinque o sei sistemi per rendere l’impresa meno ardua: il più comodo mi sembrerebbe una poltrona rimorchiata da una piccola macchina a vapore su dei tronchi di abete. Il Re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa bella invenzione»

Quarant’otto anni dopo, il 6 giugno 1880, s’inaugurava la ferrovia funicolare, costruita con tutt’altri sistemi che non quello primitivo escogitato e buttato giù da un letterato in un lampo di genio, ma secondo gli enormi progressi delle scienze meccaniche fatti in mezzo secolo, dall’ingegnere Oliveri di Milano. Se poi si aggiunge la ferrovia elettrica, vesuviana, inaugurata il 28 settembre 1903, che portava da Pugliano fino alla stazione della funicolare alla base del cono, si ha nel complesso un’opera grandiosa dell’ingegno umano, la quale rese non più «abominable» l’ascensione al Vesuvio, ma, come voleva lo Stendhal, «ce chemin commode».

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il Vesuvio e Resina sulle edizioni Baedeker le prime guide turistiche metà ottocento
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A Thomas Cook, organizzatore nel 1864 ciel primo viaggio in comitiva in [talia che’ sia stato mai organizzato, può essere fatto risalire l’inizio di una nuova era, l’atto cii nascita del turismo moderno Cl). In quei primi anni del regno d'[talia si verificò tutta una serie di eventi che rivoluzionarono l’arte del viaggiare: l’avvento, delle ferrovie, l’apertura dei trafori del Fréjus e del Gottardo, l’inaugurazione della cosiddetta “Valigia delle Indie”, l’apparizione dei grandi breviari del viaggio nella Penisola di John Ruskin e di Jacob 8urkhardt, nonché quella dei Baedeker.

Vintage_Baedeker_04bpopLa storica svolta si può anzi riassumere proprio con le parole di questo grande benemerito del turismo moderno: Karl Baedeker.

Non è un caso infatti che i tre volumi rossi, telati, tascabili, dedicati ali’Italia dal celebre editore di Lipsia, appaiano proprio in quegli anni, tra il 1863 e il 1867.

Scriveva il Baedeker nella prefazione: «Dai tempi più remoti e sino al giorno d’oggi l’Italia ha esercitato una potente attrazione sugli abitanti di regioni più settentrionali, e un viaggio in Italia è stato spesso l’agognato desiderio di innumeri aspiranti viaggiatori. Oggi questo desiderio può essere appagato con comparativa facilità. Il Nord Italia è congiunto da una strada ferrata diretta con la parte meridionale della penisola fino a Napoli e Brindisi, e presto il compimento della grande rete permetterà di penetrare nell’ interno di province mai sinora percorse dal1′ ordinario viaggiatore. La rapidità di locomozione non è tuttavia il solo vantaggio ottenuto. Un unico sistema monetario è succeduto alle numerose e incomprensibili varietà di monete prima in uso; le noie inseparabili da passaporti e dogane, da cui il viaggiatore era assalio a ogni frontiera e perfino dinanzi a insignificanti cittadine, sono state per la maggior parte abolite, ed energiche misure sono state prese al fine di por termine alle estorsioni di vetturini, facchini e altri membri di questa irritante categoria di persone…».

I “Baedeker” rappresentarono in effetti l’apparizione di uno strumento di viaggio di una completezza, razionalità e meticolosità senza precedenti: un prezioso condensato di esperienze nell’arte del viaggiare creato dall’autore a costo di cluro lavoro, percorrendo di persona ogni itinerario e annotando i più minuti dettagli per ua nuova specie di viaggiatori che il progresso aveva creato proprio allora: i turisti.

È ora il caso di ricordare anche il turismo degli italiani, che, com’è noto, sbocciò in ritardo rispetto a quello dei forestieri e per contraccolpo delle voghe straniere. Qui daremo la parola all’ abate Stoppani, per il quale bisognava «applicare alla nazione il nosce te ipsum che la sapienza dell’antichità ha posto come base della sapienza dell’individuo… Nelle condizioni politiche che resero per tanto tempo gli italiani stranieri all’Italia, le stesse persone colte e meglio educate, si trovano sovente in difetto delle nozioni più elementari sul bel Paese».

Stranieri in patria: questa sua celebre frase ci fa comprendere perché negli italiani migliori il turismo fu subito concepito in chiave nazionale. Non era cioè, come per gli stranieri, ricerca di una seconda piccola patria; ma conoscenza della grande patria comune, appena riunita e ancora mal conosciuta. E così, mentre i forestieri calavano da noi e spesso si facevano cittadini di elezione del nostro paese, il turismo nostrano doveva aiutarci a «fare gli italiani».
Uno dei maggiori protagonisti dello sviluppo del turismo italiano fu Luigi Vittorio BertarelIi, fondatore del Touring Club nel 1894. Sua iniziativa fu l’invio vio ai soci, nell’ agosto del 1927, di 400 mila esemplari della Guida di Napoli e dintorni, nella cui prefazione si poteva leggere: «Napoli e dintorni: vi è qualcosa di affascinante anche nella semplice enunciazione del titolo. Ma noi riteniamo che il contenuto superi l’aspettazione, sia perché il lembo d’Italia descritto è uno di quelli in cui più sono condensati bellezze e fenomeni di natura impareggiabili, sia perché l’esperienza affinata ormai con un lungo esercizio, ha consentito di mettere a profitto tutte le risorse che potevano concorrere alla migliore riuscita del lavoro».

Ecco gli itinerari previsti per la classica gita dell’ascensione del Vesuvio:

«L’ascensione si fa abitualmente: l°, da Ovest, partendo da Pugliano (parte superiore di Resina), sia con la ferrovia funicolare Vesuviana, che ivi ha la sua Stazione inferiore (ed è questo il mezzo più rapido e più comodo e la via più frequente) sia con la carrozzabile dell’Osservatorio e di là per mulattiera e sentiero -2°, da Sud, partendo da Boscotrecase, per carrozzabile e carreggiata, poi per mulattiera -3° e 4°, da Ottaiano e da Somma Vesuviana, cioè da Nord Est e da Nord, salendo alla Punta del Nasone, la cima più elevata della cresta del Monte Somma. Queste varie vie di salita si prestano a diverse interessanti traversate. Si consiglia di fare l’ascensione con bel tempo e quando non spira scirocco. Preferire i periodi nei quali il vulcano è in una fase un po’ accentuata di attività. L’ascensione da Ovest non richiede equipaggiamento speciale, che invece è necessario per le altre […].

Ascensione da Occidente, per due vie:
a) con la Ferrovia e Funicolare Elettrica Vesuviana “Thomas Cook and Son” (Uffici nella Galleria Vittoria, via Chiatamone, Napoli). L’escursione, andata e ritorno da Napoli, richiede circa 5 ore. Con la Circumvesuviana (partenza ogni ora; fino a Pugliano, I classe, lire 2,20; III, lire 1,45; col diretto di lusso, 5,50 e 2,50); oppure in vettura (percorso poco comodo per la lunghezza e per lo stato delle strade) a Pugliano in 21-31 minuti, donde con la ferrovia e funicolare in 55 minuti all’orlo del cratere. Il prezzo del biglietto da Napoli alla Stazione superiore della Funicolare e ritorno è di lire 94,30 […].
Sulla Ferrovia Vesuviana si hanno normalmente 4 corse giornaliere, in coincidenza coi treni della Circumvesuviana: alle 8,45 (diretto), alle 10 (omnibus), alle 13,45 (diretto), alle 15 (omnibus).

Al ritorno, breve sosta a Pugliano; così che i viaggiatori possono essere di ritorno a Napoli rispettivamente alle 13,53, 14,51, 18,08, 18,51. Dal 15 maggio al 15 settembre, ogni martedì, giovedì e sabato si fanno corse serali da Napoli al cratere, in partenza da Pugliano alle 17,15 e ritorno in tempo per prendere l’ultima corsa del tram (ore 22,20) per Napoli (piazza Municipio) –

A Pugliano la Stazione inferiore della Vesuviana è di fronte a quella della Circumvesuviana. La lunghezza totale della Ferrovia e Funicolare Vesuviana è di circa 9 chilometri. Il primo tratto della Ferrovia, di 4 Km., è a semplice aderenza, con una pendenza massima dell’8%; il secondo tratto, di 1500 metri, è dentato, con la pendenza del 18-25% (dislivello, m. 346); il terzo tratto, di 0,2 km., ritorna a semplice aderenza con pendenza dell’ 8% e porta alla Stazione inferiore della Funicolare: questa, rifatta nel 1909-10 un poco a sud della precedente, distrutta dall’eruzione del 1906, è lunga 820 metri (dislivello, m. 385), con pendenza del 49-55%. Le vetture della Ferrovia sono capaci di 32 viaggiatori; quelle della Funicolare, di 20.

Stazione Inferiore Pugliano Cook, m. 67.

La linea gira verso Nord, poi prende la direzione Nord Est salendo tra vigneti che producono il Lacryma Christi, tra ville e giardini e numerose case coloniche. Si arriva alla colata lavica del 1858, poi a quella del 1872. Km 4, Stazione Centrale (generatrice). La linea si svolge nel tratto dentato e nel versante del M. Canteroni, attraverso castagneti sul margine di profondi burroni. La vista si allarga sempre più sul golfo e la Campania. Km. 6, Stazione Eremo, m. 596. Hotel Eremo in magnifica posizione in mezzo ad un grande parco, frequentato l’estate come stazione climatica (sconto del 10% ai soci del T.c.!. per un soggiorno di 1-2 giorni). Qui di solito i viaggiatori si fermano un’ora per la colazione e per la visita del vicino Osservatorio Vesuviano (m. 608), una grandiosa costruzione di stile neo-classico (circondata da un caratteristico giardino), fatta erigere da Ferdinando II su disegno di Gaetano Fazzini (1841-44) sul Monte Canteroni, propaggine estrema verso Ovest del Monte Somma e che, per la sua posizione elevata, è stata finora rispettata dalla lava.

La linea, che ritorna a semplice aderenza, gira sotto l’Osservatorio, poi riprende la direzione Sud Est; a sinistra, il Colle Umberto, m. 888, formatosi nel 1895-99; a destra, le lave del 1895-99, del 1858, del 1867. Tutta questa zona si sta attualmente trasformando in una grandiosa pineta per cura dell’Istituto forestale di Napoli. Si arriva a km. 8, Stazione Inferiore della Funicolare, m. 754. Già di qui, vista panoramica di’ tutto il golfo coi Flegrei, la costa sorrentina, le isole. Qui si passa nella vettura della Funicolare, la quale posa su un muro costruito nel pendio Ovest -Sud Ovest del cono, con pilastri affondati nel terreno ora sabbioso ora di vecchie colata laviche. Le vetture sono azionate da motori propri come quelli delle carrozze tranviarie, ossia per semplice aderenza e agiscono di comune accordo, collegate da una fune. II percorso dura lO minuti. km. 9, Stazione Superiore della Funicolare, m. 1137. Un poco più in alto, a m. 1170 si vede, sull’orlo del cratere, un’ altra Stazione, che fu abbandonata in seguito ad una frana avvenuta il 12 marzo 1911 (essa abbassò l’altezza del cratere, da quel lato, di circa 40 metri e avvenne mentre il convoglio stava per salire, ma non vi furono vittime) e venne sostituita dall’attuale […].

Dalla Stazione Superiore si prende a destra una comodissima stradetta lunga 400 metri e larga più di 2 metri e in circa lO minuti si arriva alla Capanna Vedetta della R. Aereonautica (è affidata all’Osservatorio Vesuviano per osservazioni meteorologiche e aero10giche) quindi all’ orlo Sud del cratere, dove una breve spianata, m. 1165, permette di sostare per osservare lo spettacolo dell’attività della bocca eruttiva. Guardando verso Sud si vedono le varie colate laviche del 1906, la più estesa delle quali giunse in vicinanza del Cimitero di Torre Annunziata. Il panorama sul golfo è immenso e affascinante. Di qui discesa nel cratere.

b) per carrozzabile, poi’;a piedi. La carrozzabile, di circa 9 chilometri, è mal tenuta, specialmente nell’ attraversamento delle lave, ma percorribile con auto. La carrozzabile si stacca a 380 metri dopo la Villa Reale di Portici, a sinistra (targa: Strada che conduce al R. Osservatorio Vesuviano), che prima discende poi a sinistra sale fra le case di Resina a Pugliano, traversa la Circumvesuviana, passa a destra della chiesa di S. Maria a Pugliano (via Giuseppe Semmola) dirigendosi a Nord Est tra folta vegetazione e salendo vivamente a soprapassare la ferrovia Cook. Alla Villa Semmola. m. 140, si piega a sinistra a vvicinandosi alla ferrovia, poi a destra verso la Masseria Buongiardino poi, parallelamente alla ferrovia, si arriva alla chiesa di
S. Vito, dove si attraversano le lave del 1767 e poco dopo, dirigendosi verso Sud Est, quelle del 1858-60, interessanti per la loro struttura spugnosa e per la superficie a mammelloni e cordami. Più in alto lastrada entra negli antichi tufi del Somma, nei quali si possono trovare cristalli di idocrasia o vesuvianite (silicato di alluminio e calcio): La strada con vive serpentine piega verso Nord Est, giunge al Piano delle Ginestre e, presso le rovine della casa dell’Eremita, m. 520, incontra la lava del 1895, con formazioni bellissime a cordami e che contengono grossi cristalli di leucite, detta granato bianco del Vesuvio. Di qui si sale alI’ Hotel Eremo e all’ Osservatorio, dove termina la carrozzabile. Quindi proseguendo a piedi per mulattiera lungo la ferrovia, si arriva alla Stazione Inferiore della Funicolare, prima della quale sono le lave compatte del 1858, di struttura schiettamente basaltica. Poi, per il sentiero a svolte detto delle guide, tracciato attraverso le scarie, i lapilli, le sabbie e le ceneri che costituiscono in massima parte il cono, si sale alla cima di questo. Lungo la salita da S. Vito al cratere il panorama viene sempre ampliandosi»

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Annarita Amoroso la ragazza di Ercolano che fa tremare la Merkel
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Nel solito giro tra le eccellenze attuali che troviamo sul territorio vi raccontiamo la storia di una giovana neo laureata in Scienze Politiche un’orgoglio ercolanese ovvero la Dott.ssa Annarita Amoroso.

La Dottoressa Annarita Amoroso ha intrapreso una sfida non comune ai suoi coetanei: sfidare il colosso teutonico sul suo stesso terreno, i Trattati dell’Unione Europea.

La giovane Annarita inizia a fare ricerche sulla proposta del ministro dei Trasporti tedesco Alexander Dobrindt di introdurre il pedaggio sulle autobahn solo per i cittadini stranieri che percorrono la rete autostradale tedesca, realizzando così una palese violazione del “divieto di discriminazione basato sulla nazionalità”. Si tratta di una misura fortemente voluta dal Governatore della Baviera e che porterebbe alle casse dello Stato un guadagno di 500 milioni di euro l’anno. Annarita invia un’email alla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo, la sua petizione viene iscritta a ruolo e inizia il countdown. Poche settimane fa, la Commissione Europea invia un’email ad Annarita informandola di aver avviato la procedura di infrazione nei confronti della Germania. La notizia stuzzica l’interessa della stampa locale, Metropolis e Roma, fino ad essere oggetto di servizi in trasmissioni televisive e radiofoniche.

11205535_10207961298821005_6181565031900905447_nSi comincia con un servizio al Tg1 delle 20, in cui a Valentina Bisti la giovane spiega di non essere antitedesca ma di voler dimostrare che la Germania non può assurgere il diritto di definirsi paese europeista, quando le sue politiche dimostrano palesemente il contrario. Il giorno dopo Annarita è invitata alla trasmissione di Rai Tre Agorà Estate e si confronta con il Professor Mario Monti, che plaude alla sua iniziativa sostenendo che “lo stradominio della Germania può essere evitato soltanto se la Germania è vincolata da una serie di regole che impediscono le discriminazioni contro cui la signorina si è giustamente appuntata”. A fine luglio la giovane Annarita partecipa alla trasmissione radiofonica “Si può fare” : in quell’occasione ha la possibilità di dimostrare come il Sud Italia non solo è terra di giovani talenti ma anche che le Università del Mezzogiorno, nonostante i continui tagli alla Ricerca, sfornano eccellenze pronte a contribuire alla crescita del Sud per rilanciare un territorio da sempre ingiustamente considerato la zavorra d’Italia.

Verso la metà di agosto partecipa in diretta alla trasmissione UNO MATTINA ESTATE in rappresentanza dell’orgoglio italiano ed anche in quella occassione con grande eloquenza ha saputo richiamare all’attenzione gli europarlamentari italiani presenti in trasmissione.

Fotogallery rassegna stampa che hanno scritto su Annarita e sulla sua petizione

 

 

 Sfoglia gli atti del parlamento europeo in merito alla sua petizione.

 

 

Tutto il materiale ci è stato gentilmente fornito dall’interessata.

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Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.