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Filmato istituto luce circumvesuviana nel dopoguerra
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Un bellissimo filmato d’epoca a cura dell’istituto luce con la emblematica voce narrante di Guido Notari che ripercorre il viaggio in circumvesuviana nell’immediato dopoguerra.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

fondalicampania associazione ercolanese a tutela del mare
fondali

Fondalicampania è un’associazione culturale senza fini di lucro, libera e apartitica che opera su tutto il territorio Campano, per la valorizzazione, la tutela e la salvaguardia dell’habitat marino e costiero della Regione Campania.
La nostra idea di valorizzazione intende mettere in atto un piano di promozione dell’ambiente marino e costiero, attraverso videorecensioni, interviste, eventi e progetti che abbiano lo scopo di sensibilizzare il pubblico sulle tematiche ambientali, legate alla salvaguardia della fauna e della flora marina, oltre che a stimolare il turismo e gli abitanti campani verso una migliore e più completa conoscenza del patrimonio costiero e marino della nostra ragione.
Tutti gli associati si impegnano costantemente attraverso operazioni di pulizia dei fondali e delle spiagge a tutelare e salvaguardare il patrimonio ambientale. Il servizio è  frutto della spontanea disponibilità degli associati, i quali con passione fruiscono risorse personali al fine di raggiungere questo nobile scopo.
Per far si che tali principi vengano portati avanti, si necessita del Vostro aiuto e della Vostra costante collaborazione. Fondalicampania nasce dalla grande passione per il mare e le bellezze che la costa Campana ha da offrire.
Diventa socio  Fondalicampania, il Tuo contributo è importante, iscrivendoti a “fondalicampania” potrai entrare a far parte di una grande famiglia che già conta un importante numero di associati, insieme possiamo continuare ad essere “Orgogliosi del Nostro mare.”

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Caffè letterario e centro culturale ex scuderie Villa Favorita
luglio 25, 2015
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Ubicate al Corso Resina, le Ex scuderie reali di Villa Favorita sono un piccolo gioiello fra i tanti nascosti lungo il miglio d’oro di Ercolano. Dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, la struttura, di proprietà demaniale, viene restaurata nel 2010 grazie a lavori di risanamento costati 1,7 milioni di euro di fondi UE per poi guadagnarsi il bollino rosso per essere ancora mancante di una destinazione d’uso. Finalmente il 20 Marzo 2013 il risultato tanto atteso: il Sindaco del Comune di Ercolano, Vincenzo Strazzullo, e il direttore regionale dell’Agenzia del Demanio, Dario Di Girolamo, siglano l’atto di trasferimento dell’immobile dallo Stato al Comune.

Grazie all’impegno delle istituzioni, viene sottoscritto l’accordo di valorizzazione delle ex scuderie tra la Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici della Campania, la Direzione Regionale del Demanio e il Comune di Ercolano, destinando l’immobile ad una nuova funzione culturale, sociale e turistica.

Il nuovo centro culturale di Corso Resina aspetta solamente la consegna materiale della struttura da parte del Comune e, una volta terminate le pratiche burocratiche, tra fine Luglio ed inizio Settembre, come spiega Patrizia Formisano, amministratrice di Ottocento Napoletano, si darà il via ad una nuova stagione anche per il Comune di Ercolano di arte, musica classica, letteratura e tutto il bello che la cultura ci offre nello scenario unico del Miglio d’Oro.

Le Ex Scuderie della Villa voluta da Ferdinando IV di Borbone dal 1° maggio 2015 sono le “Scuderie di Ottocento Napoletano“, un centro culturale pronto ad accogliere mostre, concerti di musica da camera, rassegne di film, cicli di conferenze, progetti didattico – educativi, spettacoli ed un “caffè letterario” dove promuovere manifestazioni enogastronomiche.

A pochi passi da villa Campolieto, regina delle ville vesuviane, e degli Scavi di Ercolano, il Caffè letterario nelle Scuderie di Villa Favorita ospita anche salette dove si possono ammirare mostre d’arte, organizzare eventi o convegni.

Dal 1 all’8 maggio, uno dei nostri partner, il Caffè Letterario “Scuderie di Villa Favorita” ospiterà la mostra di Pittura e Scultura patrocinata dal Comune di Ercolano e organizzata dal coordinamento ex allievi di Villa Favorita.
Il Caffè Letterario aprirà per la prima volta al pubblico proprio in concomitanza della suddetta esposizione,e tre delle sue stanze saranno adibite a galleria per l’occasione.

La collettiva mostrera’ le opere di 23 pittori locali (di Ercolano, Torre del Greco, Portici) e due scultori (da Città del Castello e Barcellona),tra i quali: Giuseppe APREA; Teresa BISOGNO; Salvatore BUONANDI; Giorgio CANGIANO; Piera CASTELLANO; Rosa COZZOLINO; Maria CUCINIELLO; Rita CUCINIELLO; Giovanni DEL MASTRO; Marco DI MAIO; Vanna DI VUOLO; Vittoria DONADIO; Gennaro EROICO; Carlo ESPOSITO; Tiziana ESPOSITO; Francesco FORMISANO; Antonio IRLANDA; Lilly LAURO; Dario MARTONE; Amedeo PALAZZI; Vincenzo PERNA; Mariarita RENATTI; Gelsomina SANNINO; Antonio SOLVINO.

L’organizzazione della mostra, che esporrà quadri a tema libero realizzati con tecniche differenti, e sculture, è partita dal coordinamento degli ex allievi di Villa Favorita (anni scolastici 1953 al 1966) provenienti da tutta Italia: dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.

Nel 2009 è partita una ricerca per ritrovare i quasi 700 ex alunni della Favorita (allora gestita dai salesiani di Don Bosco) orfani dei militari in carriera dell’esercito, e dal 2010 ad oggi sono stati già organizzati tre raduni con tanto di cerimonia dell’alza bandiera e silenzio fuori ordinanza, seguiti da una visita alla Villa.

fotomostraL’organizzazione della mostra è, infatti, proprio una manifestazione del legame affettivo degli ex-alunni per la struttura della Villa Favorita, nonché per il suo recupero e valorizzazione. La collettiva sarà visitabile tutti i giorni dalle ore 10,00 alle ore 19,00, nei pressi di Corso Resina 330/332, a titolo gratuito.

Dove c’è cultura c’è arte, nelle sue svariate e variopinte manifestazioni,e nulla più della creazione di eventi artistico-culturali è in grado di valorizzare al meglio il nostro territorio.

Il Caffè Letterario si propone, infatti, come centro culturale attivo pronto ad accogliere mostre, eventi, concerti , al fine di creare momenti culturali di aggregazione per l’area vesuviana.

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Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Amedeo Maiuri il grande archeologo e la rinascita degli scavi di ercolano nel novecento
maiuri

maiuri-amedeoNato a Veroli nel 1886, venne a reggere la Soprintendenza di Napoli nel 1924, nel pieno della maturità, dopo una giovinezza non certo felice trascorsa fra la Ciociaria e Roma, dove con grandi sacrifici aveva compiuto gli studi liceali e universitari. Era già in possesso di una vasta esperienza di lavoro acquisita nelle isole dell’Egeo, da giovanissimo a Creta e quindi a Rodi, dove per dieci anni aveva diretto la missione archeologica italiana istituita dopo l’epilogo della guerra italo-turca.

Ma fu a Napoli che la sua personalità “esplose” in un fervore di opere incessante, che lo portava a percorrere quotidianamente il territorio di una Soprintendenza allora vastissima, da Formia a Paestum, a Velia, alle zone impervie del Molise, del Sannio, dell ‘Irpinia, con centri di fama mondiale come Pompei, Ercolano, Cuma.

A Napoli Maiuri trovò una situazione non certo tranquilla. Dopo accese polemiche e ingiuste accuse era stato “silurato” Vittorio Spinazzola, benemerito scavatore della Via dell’Abbondanza a Pompei, uomo volitivo, ambizioso, brillante, che tuttavia non seppe ben difendersi dagli anatemi di Giulio De Petra e Antonio Sogliano, nonché da piccole e grandi invidie che avevano proVocato un’ inchiesta ministeriale, In questo ambiente Maiuri si accinse al difficile compito della pacificazione degli anni, alla sistemazione del Museo archeologico, alla ripresa dell’ atti vità di scavo in tutta la Campania e nelle zone aggregate del Molise e della Lucania.

Primo e grave problema, il Museo di Napoli: nel vecchio edificio già caserma di cavalleria e Università degli Studi per decenni erano affluiti reperti da tutto il Mezzogiorno, che avevano accresciuto il già cospicuo patrimonio di eredità borbonica, ampliato enormemente nel Settecento dal risultato degli
scavi di Pompei, Ercolano e Stabia. Il trasferimento della Biblioteca alla Reggia, voluto da Croce, aveva creato la possibilità di dare nuovo respiro alle collezioni e inizio alla sistemazione dell’ ingente materiale del deposito, da sempre “piaga” del Museo: e Maiuri, avvalendosi dell’opera di una tipica figura napoletana in servizio dai tempi del Pais, il caposquadra Gennarino, cominciò a far “camminare le statue”, a riordinare gli affreschi pompeiani ed ercolanesi che si trovavano sacrificati nelle sale dell’ ammezzato, a dare esposizione nuova e moderna ai bronzi, agli ori, agli argenti, che cospicuo incremento dovevano avere dalle sue personali scoperte. All’ opera di riordinamento Maiuri si dedicò con passione, imprimendovi non solo il sigillo della sua prorompente personalità, ma anche il tocco eroico di un trasferimento di guerra a Montecassino seguito da una sistemazione ex novo quando,era ancora claudicante per una ferita riportata in un bombardamento aereo sull’ autostrada Napoli – Pompei.
Contemporaneamente al Museo, gli scavi, dove la “dimensione” della sua attività ebbe davvero del prodigioso: Sepino, Minturno, Literno, Baia, Pozzuoli, Capri, Paestum, Velia diventarono, insieme con i centri di più vasrinomanza (Pompei, Ercolano, Cuma), meta quotidiana delle sue “passeggiate”, caratterizzate non solo da un fervore di ricerca rigorosamente condotta, m: da un’ intima esigenza di umano colloquio con gli antichi che egli, a parte 11 relazioni “ufficiali”, faceva rivivere in libri e articoli di rara bellezza e poesia.
È impossibile qui rievocare l’infaticabile e prodigiosa attività di Maiuri nei centri piccoli e grandi della Campania, del Molise, della Lucania, a parte II “passeggiate” fino al Gargano, a Sibari, Metaponto, Locri, Crotone, Ovunque egli giungeva, anche fuori dei confini già assai vasti della Sovrintendenza giungeva la voce di un Maestro, mai però profferita col tono del vate, ma con umiltà pari alla genialità delle intuizioni.

«Poiché, pur essendo diventato Maiuri un gigante della cultura italiana, nella quale più di ogni altro aveva contribuito a un’ opera di svecchiamento dell’ archeologia, trasformandola da scienza da sala anatomica’ regno spirituale dell’uomo, egli era rimasto individuo modesto e mite:
Noi lo ricorderemo – scrive Giuseppe Maggi, al quale dobbiamo queste note introduttive – con particolare rimpianto e commozione per il tono quasi dimesso con cui rendeva gli altri partecipi di un’enorme dottrina per gli aspetti semplici della sua vita quotidiana, per il suo antiaccademismo e anticonformismo, per la bontà che emanava dai suoi grandi occhi miopi, in una parola per la sua autentica, profonda umanità»

I vecchi resinesi lo ricorderanno soprattutto per la sua opera a favore di Ercolano. Chiamato a reggere la Soprintendenza napoletana nel 1924, il nostro archeologo non tardò ad avvedersi che il problema di Ercolano era giunto ormai al suo momento risolutivo. Il denso e popoloso abitato di Resina tendeva inevitabilmente ad espandersi sui terreni ancora liberi compresi nell’area dell’antica città, mentre nessun vincolo gravava su di essi. Occorreva quindi fare presto: di qui appelli continui alle autorità politiche nazionali. Finalmente, istituito nel 1925 l’Alto Commissario della provincia di Napoli con speciali poteri amministrativi e più larga disponibilità finanziaria, trovato nel ministro Fedele un valido patrono per la rinascita di Ercolano, fu possibile emanare un decretolegge (n. 344, del 17 febbraio 1927), che sanzionava la gestione giuridicoamministrativa dei nuovi scavi da parte dell’ Alto Commissario Castelli, restandone la direzione tecnica e scientifica al Ministero e alla Soprintendenza.

Il colpo di piccone inaugurale fu dato, il 18 maggio del 1927, da Vittorio Emanuele III. Ricorda lo stesso Maiuri:
«Si chiamarono le storiche giornate di Napoli e sembrò in verità che Napoli fosse pervasa da un grande vento di rinascita: inaugurazione della Litoranea, inaugurazione nel Museo, rinnovato e ampliato dopo il trasferimento della biblioteca a Palazzo Reale, del Salone degli arazzi con un aulico discorso del Ministro Pietro Fedele, la cui sonora e calda voce per le disgraziate condizioni acustiche di quella sala, si ripercuoteva e si moltiplicava in cento echi; restauri a S. Chiara, a S. Pietro a Maiella e a S. Brigida; scoperta della grotta della Sibilla a Cuma; la prima memorabile rappresentazione classica dell’Alcesti di Euripide al teatro di Pompei con Ettore Romagnoli e la Compagnia napoletana degli Illusi che eroicamente
affrontarono quel primo cimento teatrale; e, infine, il 18 maggio,l’inaugurazione solenne degli scavi di Ercolano.
Non occorse poco per allestire quella cerimonia: si dové procedere alla demolizione dei massicci muri di scarpata che rinserravano come in una fossa la stretta striscia dei precedenti scavi, tanto da aprire una via d’accesso al corteo delle autorità. Ma c’era l’uomo provvidenziale: il commendatore Ciro Esposito, il capo della nettezza urbana e l’uomo delle grandi risorse… In men che non si dica vidi sorgere sul terrapieno dello scavo una tribuna di stile neoclassico su cui torreggiava, ahimé, una cupola bulbare dello stesso tipo di quella che corona il mausoleo dello Schilizzi a Posillipo, con pennoni e orifiamme e una lunga scalea coperta di un tappeto purpureo che dalla tribuna scendeva al piano delle trincce. Era la cosa più buffa che potesse sorgere sull’area di un’ antica città; ma era, è doveroso riconoscere, intonata al gusto del tempo, dei luoghi e alle virtù scenografiche del bravo Ciro.

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Oratore ufficiale il direttore generale Arduino Colasanti che a mo’ d’ammonimento concludeva:

” Se dovessimo compiere un’esplorazione per cui la città antica dovesse morire una seconda volta, meglio sarebbe lasciarla dormire sotto il duro strato di fango”.
Il rituale colpo di piccone fu dato dal Re con una piccozza d’arte su cui era inciso il motto esortativo: Herculaneum effodiendum est e, in tanto trambusto, non rammento se m’ebbi anch’io, come Giuseppe Fiorelli, cortesi parole d’incoraggiamento dalla Maestà del Re. Ma dopo quei discorsi, sbaraccate tribune e orifiamme, restai solo con i miei operai a combattere la dura battaglia contro il fango indurito di Ercolano»

Programma dei nuovi scavi era quello di scoprire in un primo tempo la parte della città antica su cui non sorgevano abitazioni di Resina, ed estendere successivamente lo scavo a quella parte dell’abitato della cittadina medioevale che, insistendo sul Foro di Ercolano, rappresentava per le sue malsane condizioni una necessità di risanamento. I risultati raggiunti tra il 1927 e il 1929 furono rilevanti: con una tecnica rivoluzionaria che atterrava trasversalmente dall’alto, si scavò tutta l’area compresa nell’insula III completando lo scavo della Casa dello Scheletro con il suo ninfeo sfavillante di mosaico in paste vitree, del cosiddetto Albergo e, avanzando lungo il decumano, riportando alla luce il gruppo delle abitazioni che s’affacciano sul cardine orientale, tra le quali la Casa del tramezzo di legno e la Casa a graticcio, famose per le loro strutture e il loro arredamento ligneo: in poco più di due anni di lavoro si mise allo scoperto un intero quartiere, a sud del cuore e del centro della città antica, vale a dire un’area eguale, se non superiore, a quella delle lunghe campagne precedenza  dal 1828 al 1855 e dal 1869 al 1875.

Successivamente (1929-1932) fu scavata tutta la superficie dell’insula con le due sontuose Casa dell’Atrio a mosaico e Casa dei Cervi, oltre ad altre otto abitazioni dal carattere più spiccatamente mercantile. In quello stesso periodo fu inaugurato il nuovo ingresso degli scavi: i lavori, cominciati il luglio 1929, furono ultimati il21 aprile 1930 con la spesa di 252.503 lire.
Negli anni 1931-34 furono l’i portati alla luce, a monte del decumano, l’intero edificio delle Terme (insula VI) e la metà inferiore dell’insula V con la Casa
sannitica, la Casa del mobilio, la Casa di Nettuno e la Casa di Anfitrite sul fronte occidentale, e la Casa dell’Atrio corinzio sul fronte orientale.

prima0Nel 1937-38 si completò lo scavo dell’insula V fino alla linea del decumano massimo: fu in questa fase dei lavori che, nella cosiddetta Casa del
Bicentenario, si scoprì un cubicolo e un segno cruciforme.
Nel 1939-40 si praticò lo scavo dell’insula VI portandolo a nord delle Terme, fin sotto le case di Resina: Casa del salone nero e Casa dei due atri.
Il periodo 1939-42 vide tornare allo scoperto una parte del muro di cinta che formava in origine terrapieno e bastione fortificato verso il mare: al di là di
queste mura si scoprì un secondo edificio termale (Terme suburbane), un’ara con sacello e un’ara commemorativa in onore di Marco Nonio Balbo.

Tuttavia, non fu possibile completare lo scavo degli edifici di questo settore, per la presenza di una copiosa falda d’acqua che non si riuscì a disciplinare.
Liberata dal grave ammasso di terra che la rinserrava da secoli, Ercolano rivelò così il suo vero volto: vie regolari pavimentate e fiancheggiate da marciapiedi, case conservate fino all’altezza del tetto, impalcature di legno ancora alloro posto, opere d’arte in marmo e in bronzo di pregevole fattura, pavimenti in marmi rari e policromi, pitture di singolare pregio decorativo, archivi privati con tabulae ceratae contenenti atti giudiziari e poi materie deperibili quali cibi e stoffe riemerse dal buio in virtù delle eccezionali condizioni di conservazione consentite dal banco di terreno indurito e consolidato. Ma quella feconda e irripetibile stagione segnò soprattutto il trionfo dello scavo della casa: case minime, racchiuse entro un angusto rettangolo invalicabile; residenze signorili, dotate di ogni confort, dove la vita non avrebbe potuto essere più serena; abitazioni del ceto medio, ciascuna con la sua impronta di nitore e di benessere.
Il messaggio di un’antica civiltà, affidato alle mute ma eloquenti testimonianze dei reperti ercolanesi, l’iaffiorò come per incanto, grazie all’opera appassionata e geniale di uno studioso per il quale la ricerca non era soltanto la fredda applicazione di un metodo scientifico, ma palpito di vita intensamente vissuta.

L’opera di Maiuri per Ercolano non vemle meno neanche durante il secondo conflitto mondiale, quando l’antica città corse il rischio di essere distrutta.
Nell’aprile del 1943 due o tre bombe caddero all’ingresso dei nuovi scavi, distruggendo le case che facevano da quinta fra lo scavo e l’abitato di Resina:
porte e finestre dell’ingresso sventrate; negli scavi vetri in frantumi; gli intonaci delle sale della Palestra staccati dalle pareti; un tramezzo della Casa a graticcio scheggiato; l’impannata in legno delle finestre del cenacolo di una delle taberna del Foro, scaraventata in frantumi sulla strada; a pezzi anche la transenna lignea che chiudeva una delle alae della Casa del Bicentenario; ovunque tetti e tettoie smantellati(4).
Ma, a parte ciò, l’area archeologica non subì soverchi danni, così come avvenne per Pompei, e si poté nel dopoguerra sviluppare il programma lavori interrotti dallo scoppio delle ostilità. Fin dal 1951, sia con i Cantieri di lavoro concessi dal Ministero del Lavoro sia con i primi finanziamenti come dalla Cassa per il Mezzogiorno, la Soprintendenza provvide a sgombrare e scavare gli unici edifici antichi su cui non sorgevano moderne abitazioni:
grandioso complesso delle terme suburbane, che presentò degli aspetti nuovi e singolari in campo architettonico e in quello degli impianti termali, e Palestra, scavata solo parzialmente perché sovrastata dal viale d’accesso agli scavi e che tuttavia diede un esempio grandioso degli impianti ginnici dell’antichità con i suoi colonnati e con la sua vasca centrale cruciforme al cui centro campeggiava un serpente bronzeo a più teste a guisa di fontana.

Il lento e faticoso lavoro di penetrazione verso il Foro di Ercolano riprese poi nel 1958, grazie ad un’intesa intervenuta fra l’Istituto per le Case popolari della Provincia di Napoli, il Comune di Resina e la Soprintendenza alle Antichità, che permise che la zona malsana di Resina gravante sugli scavi fosse inserita fra le aree meritevoli delle provvidenze previste dalla legge 9 agosto 1954 n. 640 per il risanamento urbanistico delle zone malsane. Alle spese di esproprio, di demolizione e di scavo provvide la Cassa per il Mezzogiorno. Un complesso di 80 famiglie venne traslocato e sistemato altrove. Fu liberato, in questo modo, tutto il cardo III fino al decumano massimo, ma poi i lavori si dovettero arrestare davanti al limite invalicabile delle case della soprastante Resina.
La storia di quella feconda e irripetibile stagione di scavi nell’area di uno dei maggiori e più famosi centri archeologici internazionali fu poi affidata, dallo
stesso Maiuri, oltre che ad una doviziosa e pregevole serie di pubblicazioni, nelle quali non si saprebbe se apprezzare di più la rigorosa precisione dei dati scientifici oppure lo splendore di uno stile ineguagliabile, a un’opera monumentale, che rappresenta un po’ la summa dei lavori eseguiti ad Ercolano in oltre un trentennio di attività: Ercolano. I nuovi scavi (1927-1958).
Il nume tutelare delle fortune ercolanesi morì il 7 aprile 1963, ma il suo ricordo è ancora vivo nella mente e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne la genialità delle intuizioni, la grandezza della dottrina e la profonda umanità. Il 18 dicembre 1983, nel decumano inferiore di quegli scavi realizzati «dal lavoro dell’archeologo – duro, disperato, disumano – … », fu scoperta la seguente lapide:

«Qui, limite estremo degli scavi borbonici, il 18 maggio 1927
iniziarono gli scavi nuovi di Ercolano. Questo volle Amedeo Maiuri, soprintendente
alle antichità ed archeologo insigne, continuatore dell’opera del Fiorelli.
Con tenace appassionato lavoro restituì ai secoli futuri le strade e le adorne
case. In ricordo dell’evento, celebrato da ogni civile nazione, nel ventesimo
anniversario della morte del grande studioso, la Soprintendenza e l’associazione
internazionale “Amici di Pompei” posero».

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Alfonso Negro, il ricordo a cent’anni dalla nascita
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Assessore oculato e disinteressato, Negro ricoprì più volte -fino al 1975 -la carica di assessore , legando il proprio nome alle più importanti conquiste della città, a cominciare dal cambio del toponimo Resina in Ercolano.

Origini dell’antica Ercolano

Sull’origine dell’antica città, che affonda le radici in un passato che si muove tra storia e mito, le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi.
Il Chiarini affenna che «si è creduto trarre dal fenicio l’etimologia del vocabolo Herakleion, stante che in quella lingua Heracli vuoI dire ardens igne, e ciò per indicare la qualità vulcanica del suolo dove venne fondata».
Altri riconoscono il nome della città nel siriaco horah kalie, cioè «pieno di fuoco», e nei vocaboli etruschi significanti «vomito di fiamme» per la vicinanza del vulcano.
Alla venuta dei RodI in Campania si dovrebbe invece collegare il toponimo greco, divenuto Hereclena nella pronuncia osca, da cui Hereklanom e, nell’uso comune, Herculanum o Herculaneum.

Dionigi d’Alicarnasso, indulgendo all’ipotesi della saga erculea, ne attribuisce la fondazione al mitico eroe ellenico: questi avrebbe costruito la città che porta il suo nome nel luogo – tra Pompei e Napoli – dove la numerosa flotta, col carico di armenti tolti a Gerione, era approdata.
La leggenda, giunta a noi mutila e alterata, ricorda anche come la fondazione di-Ercolano fosse il frutto dello sfortunato amore di Ercole per Sebetide;figlia di Sebeto, nome tutelare del fiume omonimo. La ninfa, per sottrarsÌ agli assalti del mitico personaggio, abbandonò i giardini paterni
e dalle falde del Vesuvio fuggì verso la riva del mare, implorando l’aiuto di Nettuno. Il dio l’ascoltò: Sebetide fu trasformata in un sasso ricoperto di fiori. Ercole, colpito da quella repentina met~morfosi, diede allora il suo nome al sasso, sul quale crebbe, appunto, la nuova città, l’Herculea urbs.

Al di fuori del mito, ciò starebbe a indicare una città greca di nome e di fatto. I Greci, infatti, erano soliti tributare onori speciali ad Ercole, il loro eroe nazionale, e la storia degli Scavi di Ercolano è ricca di rinvenimenti che confermano quel culto. D’altra parte, è assai verosimile l’affermazione del Maiuri secondo la quale lo sviluppo della città si dovette alla necessità che i Greci della vicina Neapolis ebbero di potenziare i centri minori del golfo con una serie di baluardi costieri (infatti, Ercolano è indicata da Strabone come phrourion o castellum).

Sulla base della pianta di uno dei primi scavatori, nonché come appare con maggiore evidenza dagli scavi finora effettuati, è possibile anche farsi un’idea della sua topografia. La città era disposta su un terreno fortemente acclive, che sporgeva sulla sottostante scarpata con un brusco salto del promontorio.

Le case, distribuite a terrazzamenti e spianate artificiali, digradavano fino al ciglio del precipizio, permettendo la visione del mare anche a coloro che
ne erano più lontani. L’abitato, tuttavia, non si arrestava all’estremità della collina, ma si estendeva fino al porto attraverso fornici di passaggio, che
mettevano in comunicazione i cardines con il sobborgo marino.
I primi abitanti furono gli Osci od Opici (VIII secolo a.C.), che diedero a tutta la regione il nome di Opicia (<<terra di lavoro»). La città nacque come un pagus o vicus, cioè un aggregato di poche abitazioni, senza pianta preordinata, ma non tardò a subire, come detto, l’influenza dei vicini Greci di Neapolis.

Più tardi, nel sesto secolo, vennero gli Etruschi (ovvero i Tirreni di Strabone),cominciarono ad affiuirvi che «di molto si elevarono sopra gli altri popoli d’Italia nella cultura politica, religiosa, artistica». In questo periodo l’influenza commerciale della città, posta sul mare, aumentò ben presto e migliorò sensibihnente anche il tenore di vita dei suoi abitanti.
Nel 474 la flotta etrusca subì una tremenda sconfitta dai Greci, i quali stabilirono il loro dominio su tutto il territorio che da Cuma va fino a Punta Campanella.
La superiore civiltà degli Etruschi e dei Greci segnò una svolta importante nella storia della città, ma è innegabile che questa «rispecchia, per orientazione e distribuzione, la pianta di una città sicuramente greca di origine e d’impianto, cioè di Neapolis».
Anche i Sanniti, subentrati ai Greci nel quinto secolo, continuarono ad abbellire la città, introducendo nella struttura degli edifici interessanti elementi di novità. La casa osca, semplice e senza finestre, fu ampliata e arricchita; l’orto, che l’affiancava, divenne prima giardino e poi quadriportico, rivestito di decorazioni policrome; furono praticate aperture più ampie alle pareti; venne innalzato un primo piano (adibito a deposito di commestibili o destinato alla servitù), al quale fu spesso aggiunto anche un secondo.

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Era l’anno 89 a.C.: tutta la regione fu unificata sotto il segno di Roma. Anche Ercolano divenne un municipum romano. La città ebbe strade, fognature, palestre, basiliche, portici, splendidi monumenti ed un magnifico teatro. Attirati dalla pliniana amoenitas orae e dal clima salubre elogiato da Strabone,artisti,letterati,filosofi, consoli,senatoriopatriziromani,iqualinon lesinarono mezzi ed energie perché il loro soggiorno sul litorale ercolanese fosse il più confortevole possibile. Le case subirono trasformazioni notevoli nella distribuzione e nel numero degli ambienti, arricchendosi di giardini pensili, di balconi, del bagno e di molte opere d’arte.
Furono, infine, edificate ville sontuose nelle quali il culto delle nobili arti della grammatica, della retorica, della dialettica, della musica e della danza si potesse alternare alla serena contemplazione della natura, che in nessun altro luogo del circondario aveva un aspetto così fascinoso. Si spiega, così, la massiccia presenza ad Ercolano di retori e filosofi famosi di Roma, di Napoli, di Atene, di Rodi, di Alessandria, di Pergamo.

Nella città di Ercole era possibile attuare, nella pratica della vita quotidiana, i precetti della dottrina di Epicuro, che qui aveva uno dei suoi massimi rappresentanti, il greco-siriaco Filodemo di Gadara. Questo esimio filosofo-poeta aveva cominciato a villeggiare ad Ercolano verso il 70 a. Cr., vale dire ben 23 anni prima che giungessero a Napoli Virgilio, Lucio Vario Rufo, Quintilio Varo, Plozio Tucca ed Orazio. Nella cittadina campana egli riuscì ad attrarre tanti discepoli, tra i quari, forse, Tito Lucrezio Caro.
Tra gli ospiti più illustri di Ercolano va ricordato soprattutto Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console della Macedonia, nonché proprietario della più grande ed aristocratica residenza di Ercolano, quella Villa suburbana che sarebbe stata poi conosciuta in tutto il mondo per la preziosissima raccolta di studi epicurei e per la più ricca serie di ritratti, in bronzo ed in marmo, di pensatori, oratori, dinasti e strateghi in essa rinvenuti nel XVIII secolo.

Il Nobile, accennando alle ville fatte costruire dai poeti e filosofi che giungevano ad Ercolano, attirati dal fascino dell’intellettualità ellenica che vi si respirava, osserva, tra l’altro: «Cicerone, nelle sue lettere, parla della bellissime ville dei due Fabio; Seneca cita un palazzo dei Cesari, che Caligola tèce demolire perché in esso sua madre era stata tenuta prigioniera da Tiberio; Stazio vanta la sontuosità e principalmente il buon gusto che ne illeggiadriva i palazzi». In effetti, queste case signorili, sparse nella vasta area del suburbio, erano ricche e raffinate. I tablini e i triclini erano ariosi e decorati a stucco dipinto, talvolta con pannelli inclusi nella decorazione parietale come quadri, altre volte con veri e propri affreschi raffiguranti scene e personaggi della mitologia. Il mobilio era di legno, ma con i piedi di bronzo artisticamente cesellati. I pavimenti erano in mosaico. L’acqua era distribuita all’ interno da tubazioni. Il disimpegno delle stanze di soggiorno era assicurato dagli atri e dai peristili.

n benessere della città non fu però determinato, esclusivamente, dalla munificenza degli ospiti, che avevano fatto di Ercolano un centro -si direbbe oggi -di «esponenti dell’alta finanza». Altri fattori concomitanti, infatti, contribuirono ad elevare il tenore di vita degli abitanti: il porto sicuro, le acque pescose, i grassi agnelli celebrati da Plinio e l’abbondanza dei vigneti cantati da Marziale.
Questi benefici si spiegano anche col fatto che la coltivazione intensiva voluta dai Romani mirava a produrre in grande quantità grano, olio e vino eccellente. Commercianti di tutte le razze venivano ad Ercolano per acquistarvi grosse partite di quei prodotti che poi rivendevano nei più lontani porti d’Oriente e di Occidente. Perciò, considerata la fertilità del retroterra e la forte richiesta dei vini sul mercato, Catalano è portato a credere che la vita commerciale di Ercolano non dovette essere di scarso rilievo e tantomeno che la città fosse esclusivo richiamo di filosofi. Contro questa interpretazione osta, peraltro, la convinzione del Maggi: «I Borboni, che con accanimento hanno esplorato il sottosuolo, ci hanno disegnato una piccola città con tre decumani e cinque cardines. Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tale dimensione, sapendo dalle fonti che Ercolano non aveva la vocazione di crescere, soffocata com’era dal Vesuvio, da due fiumi e dal litorale: quindi, senza un retroterra agricolo, premessa di eventuali fortune fondiarie, di iniziative commerciali».

Sulla coltre dell’ antica città greco-romana sorgerà, però, più tardi, l’abitato di Resina, che le prime documentazioni diplomatiche fanno risalire all’anno Mille, quando dell ‘antica Ercolano si era persa addirittura la memoria.
Fu l’invenzione della stampa, avvenuta nel 1445, a operare un profondo rivolgimento nella storia della cultura. La sua influenza, sensibile in tutti i catnpi, coincise particolarmente con la fioritura degli studi umanistici. Non a caso in moltissimi libri stampati in quel tempo, quando cioè i dotti erano intenti a riscoprire i valori e le suggestioni della civiltà classica, ricorre spesso il nome di Ercolano.
Tuttavia, se frequenti erano le congetture o le fantasie letterarie sull ‘esistenza dell’antica città, nessuno contemplava la possibilità di eseguire ricerche o scavi dove Ercolano era sepolta. Per giunta si continuava ad ignorarne l’ubicazione.
Fu solo nel 1684 che un fornaio di Resina, volendo scavare un pozzo, invece di rinvenire acqua, trovò scalette e gradini semicircolari lavorati in pietra vulcanica. In effetti, il piccone aveva picchiato contro il duro sasso delle caveae dell ‘antico teatro di Ercolano. In prosieguo di tempo, il pozzo fu ampliato e perfezionato, e servì ad illuminare dall’alto una parte di quell’edificio.

La storia palese degli scavi, sia pure privati, comincia però con il principe d’Elboeuf, il quale, avendo bisogno di materiale da costruzione per la sua villa al Granatello di Portici, ordinò che si continuasse a scavare «a fior d’acqua di quel pozzo», cioè lateralmente. Si inaugurava così, nei primi anni del ‘700, il sistema dello scavo a cunicolo che, tranne che per una parte della città vicino al mare, sarà l’unico sistema seguito ad Ercolano, almeno fino all”800.

Carlo_di_Borbone_1716-1788Ma la storia ufficiale degli scavi comincia nel 173 8, per volere di Carlo III. Nonostante l’oscuramento e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di sopraelevazione, perforazione e trazione, i valenti collaboratori del sovrano contemplarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosidetta basilica), rintracciarono più templi e da ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la villa dei Pisoni (o «dei papiri»), riuscendo a portare alla superficie statue, buste, colonne, comici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico, ed altri reperti di pregevole fattura. La notizia della straordinaria scoperta dell’antica Ercolano corse attraverso tutta l’Europa.

Cominciarono così a calare all’ombra del Vesuvio i primi viaggiatori, avanguardie di un esercito che sempre più numeroso avrebbe invaso Ercolano negli anni successivi. Più degli altri, però, concorse a dare celebrità ad Ercolano, Johann Joachim Winckelmann. Da Dresda, dove si era meglio informati che altrove delle scoperte ercolanesi attraverso la figlia di Augusto III diventata poi regina di Napoli, lo studioso tedesco, che fin dalla giovinezza aveva mostrato uno speciale interesse per l’archeologia, giunse a Napoli, nel 1758, con l’intento di fare un reportage su]]e mirabolanti scoperte avvenute nell’antica cittadina campana.

La visione di quei tesori d’arte gli fece esclamare che «lo spirito dell’arte greca si fa sentire persino nelle opere artigiane», e lo spinse altresì a pubblicare due lunghe lettere (indirizzate, rispettivamente, al conte di Briihl e al pittore Fuessly), che risultarono una cronaca vivace e appassionata dell ‘impresa voluta da Carlo III, nonché una relazione stimolante per le valutazioni critiche dei tesori dissepolti.
Le considerazioni del Winckelmann, espresse in queste ed in altre missive (scritte al consigliere Bianconi, medico del re di Sassonia), influenzarono notevolmente il mondo delle lettere orientando lo stile e il costume dell’epoca verso quelle forme che da lui e dalla scoperta di Ercolano si dissero neoclassiche. I suoi scritti, seguiti nel 1764 dalla monumentale Storia dell’arte presso gli antichi, acquistarono all’antica cittadina grecoromana la faIna meritata di felice punto d’incontro tra l’archeologia e l’arte.
La nuova teoria estetica partiva, infatti, da un centro in cui l’attivismo illuminato dei Borbone stava gettando le basi di una civiltà splendidissima. Sono di quel periodo, infatti, le famose Ville vesuviane, superbi complessi poliedrici dove la conformazione stilistica dell’impianto architettonico si poneva al servizio dell’ambiente.

La storia di quelle ville è nota. Fatte costruire dalle famiglie maggiorenti delle colonie straniere già all’epoca dell’ultimo viceregno, sorsero poi maggiormente -nel secolo XVIII -intorno alla Reggia di Portici. I Borbone, grandi cacciatori, amavano trattenersi nella nuova residenza che era anche un’ ottima casina da caccia, e le nobili famiglie che formavano la corte vollero tutte avere la villa vicina a quella reale.
La campagna vesuviana fu così punteggiata da edifici sontuosi, impreziositi da pitture sculture di pregio. In quegli anni «splendidi e fulgenti della metà del Settecento», sorsero a Barra il palazzo Bisignano; a San Giorgio a Cremano le ville Caramanico e Pignatelli di Montecalvo; a Portici la villa Buono e il palazzo Gravina, divenuto luogo -quest’ultimo -in cui si davano convegno la nobiltà napoletana e la stessa regina Carolina; a Torre del Greco il palazzo Vallelonga e la villa del Cardinale.

Da allora il nome di Resina fu sempre associato a quello di Ercolano, tale risultando il legame nei diari e nelle corrispondenze di viaggio dei visitatori di tutte le latitudini. Un legame produttivo, anche dal punto di vista economico. A questo proposito, va segnalata un’importante iniziativa, messa in essere nel 1957.

Designato a parlare quale oratore ufficiale sugli «interessi archeologici e turistici di Resina», in occasione della venuta nel nostro Comune di un centro

alfonsonegro010mobile di lettura disposto dal Ministero della Pubblica Istruzione, Virgilio Catalano, noto studioso di archeologia, pose l’accento sull’importanza e il valore degli scavi di Ercolano, da intendere principalmente come fonti produttive per un migliore avvenire economico di Resina. Occorreva, perciò, che all’intervento auspicato dello Stato corrispondesse una progressiva trasformazione del centro agricolo e marinaro di Resina in un moderno centro di economia turistica. Per questo graduale divenire economico, l’oratore auspicò il completo risanamento urbanistico di Resina, non disgiunto dal graduale ampliamento della zona archeologica, e ciò «per un domani sociale indubbiamente legato in gran parte alla fortuna dell’antica Ercolano».

La proposta, ormai, era lanciata, non potendo dilazionarsi ulteriormente la necessità, sociale ed economica, di «rivendicare a Resina l’antico toponimo di Ercolano». II vantaggio del!a estensione del toponimo Ercolano a tutto il territorio comunale sarebbe ·stato «evidentissimo», anche e soprattutto ai fini dell ‘utilizzazione turistica del cambio di denominazione. Infatti, sulle cartine turistiche e sui vari dépliants offerti ai visitatori, italiani e stranieri, non v’ era, accanto a Portici e a Torre del Greco, che Ercolano: Resina mancava. Ne avrebbe tratto giovamento anche l’antico santuario di S. Maria a Pugliano, noto agli storici e agli studiosi dell’arte, ma pressoché sconosciuto ai turisti.
I consensi ricevuti in quell’occasione incoraggiarono il Catalano a chiedere al sindaco del tempo di discutere in Giunta, e quindi nel Consiglio Comunale, la sua proposta. Questa fu recepita e fatta propria dalla Civica Amministrazione, la quale, nella seduta del 21 ottobre 1967, si riunì in seduta plenaria per discutere e deliberare il sospirato cambio di denominazione.
Aperta la seduta, il Presidente diede la parola ad Alfonso Negro, assessore al turismo e allo sport, il quale relazionò ampiamente il Consiglio sulla storia di Resina.

Dopo aver disquisito dottamente dell’antica Ercolano e delle origini della medioevale Resina, l’oratore sottolineò che la proposta in discussione portava ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema ercolanese, «una volta di squisita natura archeologica, oggi problema di natura sociale e, più precisamente, problema di politica urbanistica, di bonifica urbanistica». Ne riportiamo i punti salienti:

«Sono ancora troppi, come vedete e come sapete, gli edifici diruti -impossibileper la coabitazione umana -che incombono su Ercolano {. ..}.

E’ uno spettacolo veramente penoso che stringe il cuore a chiunque voglia bene a questa città, uno spettacolo che sorprende i turisti, che ci mortifica e che ci espone alle critiche di quanti purtroppo non conoscono le enormi difficoltà in cui si dibattono e la Sovrintendenza e l’Amministrazione Comunale per risolvere l’annoso problema della ripresa dei lavori di ampliamento degli scavi e quello di dare una casa decente agli abitanti dei pericolanti e malsani edifici di Via Mare.

Chiedere in nome di Ercolano, e non di Resina, la improcrastinabile realizzazione di questi progetti (di cui dovrebbe interessarsi afondo lo stesso Governo) sarà molto più incisivo, significativo ed efficace {. ..}.

Per logica conseguenza la città di Ercolano, ove converge l’élite intellettuale e culturale di tutto il mondo, potrebbe -anzi dovrebbe -usufruire delle provvidenze di una legge speciale {. ..}.

L’interesse archeologico è un interesse turistico’ {. ..}. L’interesse di Ercolano, anche senza le statue e le pitture custodite a Napoli e al! ‘estero, è notevolissimo.
Chi ha avuto la possibilità di conoscere i centri archeologici dell ‘Etruria, del Lazio, della Magna Grecia e della stessa Grecia, meglio può comprendere come nessuna città antica possa offrire al turista ciò che offre Ercolano, se si esclude Pompei; e con Ercolano è doveroso parlare del Vesuvio, legato ad essa da un vincolo tragico efatale di morte [. ..].
Ercolano e il Vesuvio sono due mirabiliproduttori di energia economica che non sono stati ancora adeguatamente sfruttati, due meraviglie della natura e della~’storia e dell’archeologia che vanno conosciute contemporaneamente [. ..].

Basta dirvi che, nel 1966, di fronte a 294.000 bigliettivenduti dalla seggiovia del Vesuvio stanno – stridente e sorprendente contrasto – i 75.000 venduti agli Scavi. E tutto questo perché la stazione della circumvesuviana, che è quella piùfrequentata dai turisti, non porta il nome di Ercolano, per cui migliaia di persone, non sapendo essere Resina la città degli scavi di Ercolano, una volta scese alla stazione di Pugliano, se ne vanno direttamente al Vesuvio e dal Vesuvio ritornano per andarsene a Napoli o proseguire per·Pompei.
Questo inconveniente sarà certamente eliminato quando i nomi di Resina e Pugliano -che attualmente compaiono sugli orari ferroviari, sulle carte geografiche, sui pullman e gli autobus di linea intercomunali -saranno sostituiti da quello di Ercolano. A tale proposito, è stato già richiesto, ricevendone assicurazione dallo stesso presidente della Circumvesuviana, che la nuova stazione, ormai quasi del tutto completata in via 4 novembre, porterà il nome di Ercolano.

Oggi Resina è purtroppo nota come il mercato degli stracci, ed in tale senso è stata più volte portata alla ribalta delle cronache televisive con una leggerezza {…] che dispiace a coloro che, nativi o cittadini di elezione, amano la città.
Comunque, questa notorietà sparirà definitivamente con il mutamento del nome della città in quello prestigioso di Ercolano, anche se auspichiamq che quel mercato -riordinato e organizzato alla stregua di’una grande fiera permanente non sia abolito, costituendo in prospettiva un richiamo utile e folcloristico per gli stessi turisti.

Resina non potrà essere mai considerata Azienda di soggiorno e turismo, se non assumerà il nome di ERCOLANO!
{…}.
Ed èper questo, per ristabilire una buona volta e per sempre la verità storica nonché per tutelare l’immenso patrimonio culturale della nostra città, è necessario cambiare il toponimo di Resina in Ercolano, specie se questo prowedimento dovesse affrettare i tempi dell’approvazione -da parte dei competenti ministeri-della creazione del! ‘Azienda di Soggiorno e Turismo, la cui istituzione è stata approvata fin dal 1966 dal Consiglio Comunale.
Signori consiglieri,
molto c ‘è dafareperché si operi una radicale trasformazione di mentalità in una città {…} destinata a diventare uno dei centri turistici più importanti del mondo, ma già si possono cogliere i primi dati positivi di un deciso rinnovamento in atto {. ..}.

Le realizzazioni edilizie di questi ultimi dieci anni hanno letteralmente trasformato il volto della cittadina {. ..}.
Da tempo sono stati istituiti regolari servizi di autobus; al Vesuvio è stata facilitata l’escursione con un servizio automobilistico e con una seggiovia; sono sorti e sorgono nuovi negozi, nuovi ambienti di ricezione turistica come ristoranti e bar, chioschi e rivendite di souvenirs; il corso pubblico è stato opportunamente illuminato, specie in alcuni tratti di Via 4 novembre, così come è stato illuminato l’ingresso famoso degli scavi con un artistico gioco di luci e ombre,’ la nuova stazioneferroviariadellaCircumvesuviana, chesaràproiettata soprattutto in funzione della propaganda degli scavi, è già pronta,’ è stato creato da tempo un ufficio turistico elegante e funzionale, che, decisamente voluto e realizzato da voi tutti, rappresenta un ‘autentica conquista di tutto il Consiglio Comunale e dimostra la prova più eloquente della grande volontà di incrementare e valorizzare il turismo.

Bisogna insistere, bisogna dare alla città un volto nuovo, e non soltanto nell’aspetto urbanistico ma anche nelle coscienze; adoperarsi per una maggiore diffusione dell ‘educazione civica e per una sempre maggiore mentalità turistica. Tutto qilesto sarà realizzato, se voi accoglierete la mia proposta di optare per il nome famoso e suggestivo di Ercolano, se voi deciderete
di buon grado di diventare “cittadini ercolanesi “.

Signor sindaco, signori consiglieri, rivendicare alla nostra città l’antico nome di Ercolano
non è soltanto un vantaggio sociale ed economico, ma anche e soprattutto un atto di autentica giustizia verso quegli antichi nostri concittadini che furono i cavamonti, autentici pionieri delle nostre attuali maestranze che sono apprezzate in tutta la Campania per intelligenza e laboriosità.
Signor sindaco, signori consiglieri, .
il libro che vi è stato presentato in condensato, scritto da Joseph Deiss così conclude: “Ercolano è il più flagrante esempio mondiale nel campo archeologico di un lavoro lasciato a mezzo, sicché il disseppellimento di Ercolano, una delle più ricche scoperte della storia, può dirsi appena cominciato. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, in nessun ‘altra parte della nostra terra esiste un luogo pari a questo, in cui il tempo è suggellato in uno scrigno che attende di essere aperto “.

Siate voi con una decisione illuminata, giusta e previggente, i primi ad aprire questo scrigno favoloso in cui è conservato l’inestimabile tesoro del benessere e della serenità futura dei vostrifìgli e delle generazioni future».

Dopo questa esauriente esposizione, accolta dagli applausi di tutti i presenti, il presidente dell’Assemblea apriva la discussione sull’argomento. Infine, metteva a votazione la proposta di cambiare il nome di “RESINA” in “ERCOLANO”, nell’intesa che, contemporaneamente, il nuovo stemma del Comune fosse rappresentato non più da una sirena che sorge dal mare, ma dalla figura di Ercole.
La proposta venne approvata dall’unanimità per alzata di mano.

Impegno totale per la città

Alfonso Negro non esaurì peraltro il suo compito nel recupero della prestigiosa Villa Campolieto, ma legò il proprio nome alle più importanti conquiste della città.
Grazie al suo entusiasmo, Ercolano ottenne infatti il nuovo stadio e un consultorio familiare, aspirazioni annose dei resinesi. Parallelamente al suo compito di amministratore, egli continuò poi a occuparsi di tutto ciò che era legato al mondo dello sport, il suo primo amore.
Costituitasi l’associazione nazionale «Azzurri d’Italia», egli ne fu eletto vice-presidente e, in tale veste, accolse il meglio degli atleti, giornalisti e conferenzieri nella principesca Villa D’Alessio (già Ravone), in Via Quattro Orologi. Questo centro di studi e di convegni sorse per l’iniziativa e il contributo della contessa Matarazzo e del consorte avv. Caramiello, entrambi molto legati a Negro fin da quando quest’ultimo aveva guidato l’Ercolanese verso i più importanti traguardi sportivi.

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Uno degli ospiti più graditi fu Annibale Frossi, compagno di squadra di Negro nella nazionale olimpica che nel 1936 aveva trionfato a Berlino nel torneo di calcio. Dopo quella splendida avventura e diventato calciatore di gran nome, Frossi aveva indossato la maglia dell’ Ambrosiana Inter, con la quale giocò 126 partite segnando 41 goal.

Nell’occasione Negro presentò l’oratore con accenti particolarmente commossi. Non poteva essere diversamente. Frossi apparteneva a quella comune famiglia di olimpionici del calcio il cui ricordo evocava ogni volta in lui sensazioni ineffabili.
Negro nominò tutti i membri di quella famiglia elencandone i meriti umani e sportivi e terminando il suo dire con un abbraccio caloroso all’ospite, tra gli applausi dei presenti.

Alle conferenze il Nostro alternava poi non pochi articoli su “Il Mattino” e “La Voce Vesuviana”, in cui rievocava -volta a volta -questo o quell’episodio della sua vita di giocatore e allenatore, non· disgiunto da considerazioni talvolta negative sull’involuzione del calcio in Italia, avviatosi a diventare un fenomeno di costume legato al business e, ahimè, alquanto lontano dai valori di un tempo.

La sua era una giornata piena come un uovo. Tra l’Assessorato, le interviste, le fatiche della clinica (dal 1978 era direttore e primario della clinica “Villa Maria” di Vico Equense), i numerosi incontri di lavoro e d’ufficio con i rappresentanti di varie istituzioni, i rapporti epistolari e telefonici con amici e colleghi di ogni parte d’Italia, non ultimo, l’impegno di consigliere dell’Associazione italiana per il Mezzogiorno, Negro aveva appena il tempo di scrivere nei ritagli di tempo qualche relazione, qualche comunicazione, qualche articolo, nonché di “divorare” il quotidiano stock delle notizie pubblicate dai giornali, aggiunte alle nuove pubblicazioni che andavano ad accrescere la sua cultura, che era ragguardevole.

E di questa vita Alfonso Negro viveva da molti anni.
Volle il consultorio familiare e il nuovo stadio. Nulla trascurò per restituire a Ercolano e al mondo della cultura la più preziosa gemma dell’età ‘tardobarocca. Nulla tralasciò; qualcosa, anzi, vi rimise dalle sue tasche…Infine,
«oggi ha operato il miracolo di un congresso. Ha parlato, ha brindato, ha organizzato) ha diretto, ha esibito agli studiosi e ai giornalisti di tutta Italia le acque di Castellammare) i castagni di Quisisana, le stufe di Agnana, il cielo di Capri, il turchino della Grotta, il fumo della Solfatara) la vista del Vesuvio) i vermicelli alle vongole, e quando, dopo una giornata sfacchinante) tutti lo credevano esaurito) s’è rimesso in auto e, sfogliando tutta la stampa nazionale dell’ultimo quarto d’ora, se n)è tornato fra il pacato verde dei Pini d’Arena a lavorare. Prima, però, lo hanno accolto sulla soglia di casa il sorriso dell ‘affettuosa consorte e l’abbraccio di Gabriella e Silvia, le sue adorate figliuole … ».

Come se tutto questo non bastasse, Negro aveva cominciato a scrivere da qualche tempo le sue memorie, partendo da lontano. Ne ho già parlato nel capitolo dedicato alle Olimpiadi di Berlino, ma forse accrescerà l’interesse del lettore riportare alcune considerazioni dell’autore omesse in precedenza.
Non c’è dubbio per lui che lo scoppio della seconda guerra mondiale rappresentò, non solo per l’Italia, uno spartiacque profondo tra il modo di giocare al calcio di una volta (il cosiddetto “metodo”) e quello affermatosi nel dopoguerra col non meno caratteristico “sistema”. Il primo era più compassato, magari più lento, ma anche più tecnico e spettacolare. Il secondo era molto più pratico e concreto, imponendo a tutti i giocatori l’applicazione “feroce” degli schemi studiati a tavolino, il controllo asfissiante dell’avversario, la teoria degli scambi tra difensori e attaccanti, le manovre per verticale e diagonale, il gioco sugli spazi liberi (cioè la tendenza a passare la palla nel punto più favorevole dello spazio libero), un’equa distribuzione di compiti e fatiche, e, soprattutto, velocità di gioco e di ritmo.

Il 7 novembre 1984, alla non tarda età di 69 anni, Alfonso Negro n10riva nella “sua” Firenze, che aveva raggiunto per sottoporsi a un intervento chirurgico, nemmeno troppo difficile.

Non so quali pensieri attraversassero la sua mente nei giorni che ne precedettero la dolorosa dipartita, ma mi piace pensare che, uomo di molte e dotte letture, ripetesse queste consolanti parole di Ippolito Nievo: «La mia esistenza temporale, come uomo, tocca ormai al suo termine; contento del bene che operai, e sicuro di aver riparato “per quanto stette in me al male commesso, non ho altra speranza ed altra fede senonché essa sbocchi e si confonda oggimai nel gran mare dell’essere. La pace di cui godo ora, è come quel golfo misterioso in fondo al quale l’ardito navigatore trova un passaggio per l’oceano infinitamente calmo dell’eternità».

Quando un uomo abbandona questo mondo, viene subito fatto di chiedersi quale ricordo lascia di sé. “Dimmi quello che lasci e ti dirò chi sei”: un assioma che vale anche e soprattutto per i potenti e gli uomini illustri.

Alfonso Negro lasciò alle figlie -oltre che il ricordo di un padre galantuomo, un gentiluomo di stampo antico, un autentico signore nel tratto e nei modi -il compito di dare alle stampe il manoscritto, completo di moltissime illustrazioni, che aveva preparato nei suoi ultimi tre anni di vita.

In tutto questo tempo Silvia e Gabriella Negro hanno coltivato il sogno (1 have a dream) di realizzare l’aspirazione patema, che non era né velleitaria né campata in aria. Il loro genitore era stato infatti testimone e, in qualche misura, protagonista di un avvenimento, le Olimpiadi di Berlino, memorabile nella storia del Vecchio Continente, importante non solo per il suo significato sportivo, ma politico, spettacolare, mediatico “ante litteram”. Tutto ciò egli aveva scritto con “intelletto d’amore”, e l’attenzione dell’autore si era soffermata particolarmente sugli aspetti umani delle vicende narrate. L’accenno, ad esempio, all’ospitalità offerta nel loro castello di Kassel da Filippo d’Assia e Mafalda di Savoia (fig. 45), due personaggi tra i più in vista dell’Europa di ieri, è una delle pagine più commoventi delle “Memorie”, e come tale andava ricordato e fatto conoscere, assieme ad altri episodi legati a molte altre persone incontrate da Negro (Vittorio Pozzo, Umberto di Savoia, Jessie Owens, Ondina Valla, ecc.), a chi aveva interesse per le vicende di quel periodo.

L’intento sembrava conseguito ad Ercolano nel 2008, quando le autorità cittadine sembrarono venire incontro alla proposta di Silvia Negro.
L’auspicio era il seguente: perché non intitolare una strada o una piazza del Comune a un Uomo che tanto lustro aveva dato alla Città? Si continuava nel frattempo a proporre per la toponomastica personaggi di altri lidi il cui solo titolo di merito era spesso l’appartenenza a questo o a quel partito pohtico, e si lasciava cadere nell’oblio una persona come Negro?

Affidato al sottoscritto il compito di preparare una monografia sull’illustre Scomparso, che avrebbe dovuto vedere la luce in concomitanza con l’auspicata e promessa intitolazione di una via o piazza ad Alfonso Negro, l’obiettivo sembrava davvero a portata di mano. [nvece, finora, le promesse si sono rivelate fallaci, deludendo le aspettative di chi aveva confidato nella sincerità e nella lealtà di certi personaggi. Fortunatam~nte, c’è stato qualcuno che negli ultimi tempi ha preso a cuore il problema di Silvia Negro, pagando di tasca propria le spese necessarie per la composizione e stampa della monografia.

Questa pubblicazione vuole rappresentare un doveroso atto di omaggio e di gratitudine verso Alfonso Negro, che alle «egregie cose» di foscoliana memoria dedicò tutta una vita generosa e feconda. Non lo dimenticheremo.

Tratto dal libro di Mario Carotenuto  ALFONSO NEGRO – campione nello sport e nella vita – Anno 2010

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Mostra fotografica “Fotogr….amando” di ferdinando scognamiglio
luglio 15, 2015
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Mostra fotografica “Fotogr….amando”

di ferdinando scognamiglio che si terrò presso le scuderie di villa favorita dal 28 luglio al 2 agosto 2015.

Tour fotografico che evidenzia i due volti di una Terra, la nostra, ricca di Arte, Storia e Cultura, ma al tempo stesso così fragile ed esposta all’incuria e all’inciviltà di chi non sa apprezzarla.
Le foto saranno esposte da martedì 28/07/2015 fino a domenica 02/08/2015.

Noi del blog in resina diamo la nostra disponibilità comunicativa.

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Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni