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Promenade con vista scavi via alla rivoluzione Packard
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Con l’abbattimento di tre vecchie palazzine sono partiti i primi lavori del progetto per la riqualificazione dell’area urbana disegnata da via Cortili e via Mare e a sud ovest dagli Scavi e il riavvicinamento della città di Ercolano con l’antica Herculaneum, parte del più ampio sito Unesco. Nell’area dove fino a ieri sorgevano i fabbricati, liberati grazie a un accordo multilaterale e all’azione espropriativa del Ministero dei Beni Culturali, sorgeranno nuovi spazi pubblici con vista su tutto il Golfo e sulla città antica distrutta dalla furia dell’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo: a nord una piazza panoramica che ricollegherà finalmente il Miglio dOro con questa parte della città, offrendo spazi di gioco e sosta per residenti e turisti, più a sud un parco verde che insieme all’esistente passerella lungo la scarpata nord degli Scavi arricchiranno lesperienza dei visitatori creando un circuito alternativo per meglio comprendere il sito e il suo rapporto con la città. Ancora più a sud, inoltre, previsto labbattimento dell’alto muro di cinta che oggi nasconde il sito al quartiere di via Mare e che alla fine dei lavori verrà trasformato in una recinzione. Una piccola rivoluzione nel cuore del centro storico di Ercolano, in un’area fino ad oggi abbandonata dalle amministrazioni, mutilata dagli scavi novecenteschi, che hanno lasciato ruderi fatiscenti, zone incolte e un muro di cinta come unica vista dei residenti verso il sito archeologico. Le misure previste cambieranno potenzialmente tutte le dinamiche dei flussi di visitatori e promuoveranno nel tempo nuove iniziative sociali e commerciali. L’iniziativa “Via Mare” ha creato anche un piccolo miracolo collaborativo, con l’accordo siglato lo scorso anno tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, il Ministro per la Coesione Territoriale, la Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, la Soprintendenza Beni Architettonici e Paesaggistici di Napoli, il Comune di Ercolano e lIstituto Packard per i Beni Culturali, per la tutela e valorizzazione del sito archeologico di Ercolano e per la riqualificazione delle aree comprese tra Via Cortili e Via Mare.

comeracomeL’iniziativa venne avviata a partire dal 2006, su spinta del filantropo David Packard, con l’intento di estendere il progetto alle aree di confine con la città moderna, promuovendo la ricerca e la conservazione dei resti archeologici ancora parzialmente sepolti, garantendo la sicurezza delle scarpate e favorendo il miglioramento dell’interfaccia tra la comunità locale e la città antica. Proprio il coinvolgimento dei residenti della zona ha guadagnato riconoscimenti da parte della Direttore Generale di Unesco, Irina Bokova, in visita nellarea vesuviana nel 2012 per una valutazione delle opere in corso nei siti archeologici della zona. Del resto, fin dal suo arrivo in città, l’Herculaneum Conservation Project, braccio operativo del Packard Humanities Institute, rafforzato dall’iniziativa parallela dell’Herculaneum Centre ha provato a instaurare una collaborazione con i residenti del luogo. Numerosi i laboratori che sono nati proprio qui, in particolare con i residenti più giovani. Uno su tutti, quello che l’estate scorsa ha visto lavorare fianco a fianco gli operatori dell’Herculaneum Centre, i volontari di Radio Siani e i ragazzi del quartiere per riqualificare un’area abbandonata e adibirla a campo di calcetto.

Fonte Francesco Catalano – Il Mattino, 18 marzo 2015

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Hygeanopoli un progetto per Resina
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Nel 1893 a Portici venne inaugurata l’attuale via A.Diaz. La strada, larga e quasi rettilinea, saliva alla collina di Bellavista, dove fu realizzata la piazzetta (oggi piazza Poli) e l’albergo omonimi. La strada completò il programma di ammodernamento urbanistico avviato vent’anni prima dal sindaco, il veneto Gaetano Poli, con la realizzazione di corso Umberto I, piazza San Ciro e piazza S. Pasquale. Con questi interventi Portici acquisì un volto moderno, elegante e divenne una piccola ville lumiere ai piedi del Vesuvio, con caffè, teatri, bagni, uffici e negozi di qualità. Via Diaz rappresentava il prototipo urbanistico che si andava diffondendo in quegli anni in Europa e in Italia della strada “borghese”, ossia organizzata con un’ampia carreggiata, marciapiedi, elegante arredo urbano, servizi idrici e di fognatura, e accoglieva ai suoi lati quella tipologia abitativa destinata al ceto borghese emergente: il villino unifamiliare con giardino. Questo aveva una dimensione edilizia autonoma (come il vecchio palazzo nobiliare) ma più intima, più facilmente gestibile ma nondimeno priva di lusso e bellezza a cominciare dai cancelli e le aiuole a vista sulla strada. Fu il trionfo dello stile neogotico prima e dell’art nuveau – che in Italia fu chiamato “liberty” – poi.

Tutto questo preambolo per dire che anche Resina ebbe una simile occasione, solo che non la sfruttò.

Tutto nacque dalla tragedia del colera del 1884 a Napoli e provincia che pose per la prima volta in maniera seria il problema del risanamento delle infime condizioni igienico-sanitarie esistenti nei quartieri popolari di Napoli. Il progetto di risanamento della città di Napoli fu voluto dal governo e portò allo sventramento dei luoghi più degradati dove era stato maggiore il contagio: furono aperte ampie strade sul modello dei boulevard parigini: corso Umberto I, Via Depretis, piazza Borsa, piazza Nicola Amore, via Duomo (fu allargata e rettificata la stretta via esistente), la galleria Umberto I, e con il materiale di risulta fu fatta la colmata a mare e realizzati il quartiere di Santa Lucia, via Caracciolo e via Partenope.  

Francesco_CrispiFrancesco Crispi, Primo Ministro e Ministro dell’Interno, nel 1887 aveva visitato Resina che tre anni prima fu uno dei comuni più colpiti dall’epidemia. Impressionato dal degrado igienico-sanitario dei vicoli del paese, il 16 agosto conferì un incarico all’arch. Giulio Melisurgo di redigere un piano urbanistico per il risanamento di Resina. Melisurgo, l’architetto che a Napoli aveva progettato via Caracciolo, Via Partenope e la ferrovia Cumana, un anno dopo, nell’agosto del 1888, presentò un piano denominato Hygeianopoli Ercolanese, un nome che evoca la dea greca della salute, Igea, a sottolineare la finalità di risanamento igienico, e la città antica di Ercolano.

Il piano complessivo prevedeva la realizzazione di nuovi quartieri a ridosso dell’esistente nucleo storico di Resina, un enorme triangolo tra Pugliano, Villa Campolieto e i confini con Portici, lungo la via regia. Dalla pianta emergono due aree: il quartiere che si estende ad est del centro antico e i quartieri residenziali a “isola” dislocati al di sotto dell’attuale corso Resina.

Il grande quartiere a est è il cuore di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Resina. Presenta un asse principale chiamato corso Francesco Crispi che parte da una zona a nord di Pugliano, pressappoco dov’è l’attuale via N.M.Venuti, e termina di fronte villa Campolieto. Lungo oltre un chilometro, è affiancato da grandi case quadrate e singole con giardino posteriore. A sinistra di esso altri due viali paralleli e di lunghezza simile ripresentano lo stesso schema, ma con abitazioni più piccole. A destra, uno spazio edificato con tipologie abitative miste, occupa l’area tra piazza Pugliano e via Ortora. L’intero quartiere è attraversato da viali longitudinali che connettono le parti appena descritte. Uno di questi viali, che incrocia l’asse principale più o meno a metà di esso, si allarga in un’ampia piazza ovale, denominata Foro Italico, a ridosso di via Trentola e via Dogana, e forma una piazza quadrata all’incrocio con l’asse principale. Questo termina dinanzi villa Campolieto con un’altra grande piazza quadrata, detta “Piazza della Favorita”.  

 

I quartieri al di sotto di corso Resina sono isolati tra loro ma collegati da viali che attraversano i campi o che incrociano il corso. Essi presentano due tipologie abitative che, probabilmente, sono destinate a distinte classi sociali: il quartiere disposto più ad ovest, tra gli attuali via Roma e vico Ascione, comprende file parallele di edifici di piccole dimensioni indicate come “case operai” con piccoli spazi aperti retrostanti e solo poche case quadrate con ampio verde; gli altri quartieri a isola, invece, sono occupati solo da case grandi e medie con ampi giardini. Altri quartieri con casette a  schiera, presumibilmente operai, sono dislocati a nord, su piazza Pugliano e in un’area corrispondente alle attuali via Semmola e via del Corallo.

Le ragioni della mancata realizzazione, anche parziale, dell’ambizioso progetto si potrebbero rinvenire tra le carte dell’archivio comunale. Il progetto viene citato come uno degli esempi – sia reali che utopistici – di urbanistica dell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento derivati dal modello parigino dei grandi boulevard di Haussmann e similmente coniugati in tutta Europa, da Vienna a Berlino, da Barcellona a Napoli, da Budapest a Firenze. Questi interventi presentavano molteplici chiavi di lettura: rompevano i centri antichi e il loro dedalo di vie strette e malsane, portando più aria e luce; permettevano operazioni militari e di polizia in aree precedentemente inaccessibili e facilmente barricabili in caso di tumulti popolari; davano lustro e spettacolarità al centro urbano con la realizzazione di importanti edifici secondo i moderni gusti del tempo; soprattutto, permettevano una lucrosa speculazione edilizia a vantaggio dell’aristocrazia che possedeva terreni o intere aree del centro e dell’alta borghesia che edificava i suoi palazzi e li fittava o rivendeva a prezzi moltiplicati.  

 Forse per la sonnacchiosa e artigiana Resina quella grande cementificazione ante litteram era eccessiva e non supportata dalle reali esigenze della popolazione; forse la classe politica del tempo non fiutò l’opportunità di cambiare volto alla città come stava avvenendo nella vicina e più frivola Portici.

La storia non si fa con i “se”, ma è lecito immaginare cosa sarebbe stata la nostra città se si fosse messo mano a quel progetto.

Per me, e qui invito architetti e urbanisti a esprimersi con maggiore cognizione rispetto alle mie suggestioni, è un progetto che avrebbe portato grandi vantaggi ma era carico anche di grandi incertezze e problematiche.

Sicuramente anche Resina avrebbe avuto un aspetto monumentale e scenografico di grande rilievo: questi progetti, infatti, prevedevano fughe ottiche, punti focali come statue, colonne, obelischi, fontane e quinte monumentali; le case avrebbero avuto un aspetto elegante, più austero o più frivolo, tra villini e palazzine, con festoni, bifore, torrette, vetrate policrome, cariatidi e così via secondo le mode e il gusto dei committenti. Nelle piazze avrebbero aperto caffè, teatri, banche, uffici, alberghi, sale da ballo, negozi alla moda, grandi magazzini. Una tale espansione edilizia avrebbe attratto la borghesia napoletana e stimolato quella locale, come accaduto a Portici; Resina avrebbe avuto un piccolo centro direzionale con funzioni sovracomunali e ospitato distaccamenti locali di uffici provinciali e nazionali; avrebbe avuto una classe di professionisti, imprenditori, artigiani che avrebbe richiesto una qualità di servizi, funzioni e necessità a cui la classe politica avrebbe dovuto far fronte. Una città così organizzata, con l’interesse turistico generato dagli scavi e dal Vesuvio, avrebbe potuto davvero essere una meta di soggiorno turistico come oggi lo è Sorrento, in quanto le esigenze e le necessità dei turisti stranieri coincidono quasi sempre con quelle delle classi più abbienti.

Ma emergono anche molte ombre. Innanzitutto il progetto non tiene assolutamente conto del tessuto urbano preesistente, se non in misura marginale. I punti di contatto con la città “vecchia” sembrano casuali se non irrispettosi. Ad esempio, la piazza della Favorita, che apre il grande viale Crispi da sud, è posta davanti villa Campolieto, ma la villa vanvitelliana è decentrata rispetto alla piazza, quasi fosse un elemento marginale e fastidioso; come è visibile in quella piazza, i nuovi edifici terminano bruscamente o “divorano” quelli preesistenti. Altrettanto dicasi per gli innesti su via Trentola e sul corso Resina. Ancora peggio, il quartiere centrale tra quelli al di sotto del corso sarebbe stato edificato proprio sull’area degli attuali Scavi, in quanto a quel tempo solo una piccola parte su via Mare era stata portata alla luce. In quel modo si sarebbe impedito per sempre lo scavo a cielo aperto dell’antica città.

Inoltre, il centro storico sarebbe rimasto così com’era: magari sarebbe stato alleggerito del peso demografico con il trasferimento di parte della popolazione nei quartieri operai, in case sicuramente più decorose e dotate di servizi, ma non avrebbe risolto i problemi atavici per i quali era stato pensato il progetto: lo abbiamo visto a Napoli, dove il Rettifilo è solo una quinta elegante che 

 nasconde lo squallore dei vicoli retrostanti o nella stessa Resina, dove dal secondo dopoguerra sono stati realizzati diversi quartieri popolari ma il degrado del centro antico non è stato risolto. Inoltre lo stato o il Comune avrebbero costruito le strade, i servizi e gli edifici pubblici, poi toccava alla borghesia locale e napoletana innalzare le proprie case e avviare le proprie attività: e se ciò non fosse avvenuto? Magari dal centro antico sarebbero partite ondate di occupazioni come successo tante volte nella storia di Resina (vedasi l’ospedale, la clinica Cataldo) rendendo le nuove zone meno appetibili, lasciate nel degrado o sviluppatesi secondo un modello più modesto e senza alcun vantaggio reale.

Fonti bibliografiche e fotografiche:

A.Vella e F.Barbera Il territorio storico della città vesuviana San Giorgio a Cremano 2008 p. 131

E.Manzo (a cura di) La città che si rinnova . Architettura e scienze umane tra storia e attualità: prospettive di analisi a confronto Franco Angeli Editore, Milano 2012

 

Domenico Maria

Informazioni autore Domenico Maria

Una storia del 1423 di Santa Maria a Pugliano
Pugliano inizio 800Pugliano inizio 800

Inter cetera Capitula existentia in libro visitationis factre in anno d(omi)ni millesi­ mo quatricentesimo vicesimo tertio, ponti­ficatus s(anctissi)mi in xpo (christo) p(at) ris d(omi)ni martini divina providentia papre quinti Die nono mensis madij primre in(dictio)nis per R(everendissi)mum ar­chiepiscopum Nic(olau)m Neap(olita)num per Not(ariu)m rogerium pappansognia scripta in libro in pergameno existente in posse m(agnific)lorum extauritario­ rurm ven(erabilis) ecc(les)ie et extaurite s(anc)tre marire appugliano de resina extatinfr(ascript)um capitulum: Item detti ostoritarie deveno appresentar lo Cappellano in vita; et darle vinti docati l’anno de detta ostorita à ditto Cappellano deve tenere in ditta ostorita Corpus domini nostri Jesu xpi (Christi) oleum sanctum, et sancta (sic) Crisma et deve battizare in det­ ta ostorita, et Communicare».
Questo documento, autenticato dal nota­ io Oliviero de Acampora e presentato nella Curia Arcivescovile di Napoli il 30 marzo
1593, si trova in un fascicolo manoscrit­to dal titolo «Acta concursus pareochia) lis Ecc(lesi)re s(anc)tre Marire à pugliano Villre Resinre Neap(oIitanre) dioc(esis).
1593»; fascicolo che si conserva nella Par­rocchia di S. Maria a Pugliano. Il nostro documento (che costituisce il foglio 14 del
ricordato fascicolo) ci fornisce diverse inte­ressanti notizie, che cercheremo di elencare brevemente.
lO – S. Maria a Pugliano fu visitata, il 9 maggio 1423, dal nostro Arcivescovo Nicola de Diano. Solo da pochi anni (1417) si era
conclusa la dolorosa vicenda dello scisma d’Occidente che, cominciato nel 1378, aveva trascinato la cristianità in una confusione ter­ribile, poichè riusciva enormemente difficile raccapezzarsi tra i vari Papi e Antipapi che si accapigliavano e si scomunicavano scam­bievolmente. Anche Nicola de Diana era stato trascinato dalla furiosa tempesta (Na­poli ebbe un ruolo di primo piano in quelle turbinose vicende, sin dali ‘ inizio), ma nel 1418 era stato confermato Arcivescovo dal legittimo (e finalmente unico papa) Martino V. La Santa Visita era una necessità, dopo lo scompiglio provocato dal lungo scisma; e Nicola de Diano vi si dedicò appunto nell’anno 1423, come ci fanno sapere gli storici della Chiesa di Napoli. Il Chioccarelli ci in­ forma anche che egli, in questa occasione si servì dell’opera di due notai:

Dionigi de Samo e Ruggiero Pappanso­ gna, il quale ultimo è appunto il notaio che scrisse i Capitoli del]’ Estaurita di S. Maria
a Pugliano. Trascrivo la notizia del Chioc­carelli (Antistitum prreclarissimre nrepo­ litanre ecclesire catalogus, Neapoli, 1643;
pag.271):
«Fuit autem Nicolaus diligentissimus pastor, et crebris visitationibus, et prreser­ tim anno 1423 omines eius dioecesis ec­clesias accurate, et solemniter visitavit, et singulis illarum fundationis historiam, red­dituum, censuum, bonorum, iurium, atque indulgentiarum inventarium, ac reliquias sacras scribi, illarumque privilegia repeti feci t, qure omnia per notarios Dionysium de Samo, et Rogeriurn Pappansugnam pa­tricios Neapolitanos describi curavit, ut ex eorundem actis, ac pubblicis monumentis clare liquet».
Purtroppo, gli Atti della S. Visita di Ni­cola de Diano sono scomparsi; come è da ritenersi scomparso il libretto con i Capi­toli della Estaurita di S. Maria a Pugliano, libretto che nel 1593 gli estauritari con­ servavano ancora, e dal quale fu estratto il Capitolo sopra riportato, secondo la autore­ vole testimonianza del notaio Oliviero de Acampora.

I Capitoli approvati nel 1423 furono compilati proprio allora, oppure esisteva­no già da un certo tempo? Difficile, e forse
impossible rispondere. Può darsi che esi­stessero già da tempo, e che, alla fine dello scisma, magari con qualche eventuale mo­difica, furono di nuovo approvati (pare che ciò sia conforme anche alla notizia che ci riferisce il Chioccarelli, secondo il quale l’Arcivescovo si preoccupò di raccogliere e ordinare e scrivere, magari, i diritti e i pri­vilegi ecc. già esistenti delle Chiese della sua diocesi ).
Resta, comunque, saldamente assodato che nel 1423 già esisteva con una fisiono­mia ben definita la Estaurita di S. Maria a
Pugliano.
2°_ Almeno sin dai 1423 in S. Maria a Pugliano c’ è stato il Battistero. n Cappel­lano aveva la completa cura delle anime e
aveva, tra gli altri obblighi, quello di «bat­tezzare in detta ostorita». Le parole del Ca­pitolo sono chiare ed inequivocabili. Biso­gna, dunque, ritenere certamente sbagliata la opinione di coloro che ritengono che sino al Concilio di Trento l’unico Battiste­ro della zona vesuviana si trovasse in Tor­re del Greco. n Di Donna (Foris fiubeum, Territorio plagiense. Tipografia poliglotta vaticana, 1939. Peg. 24) dice: «La chie­ sa di S. Maria dell’ Ospedale, dopo detta della SS.ma Trinità ed ora scomparsa con l’ eruzione del 1794, era sede dell’ Arci­pretura, ossia la chiesa maggiore dell’ex­ tra fiumen, perché solo li v’era il battistero di tutta la regione»: evidentemente, specie se si pretende estendere tale stato di cose sino alla «istituzione dei parroci in ogni centro di piccola estensione prescritta dal Concilio di Trento» (o. c., pago 22), tale affermazione ne deve essere riveduta. E se i Capitoli approvati nel 1423 sono sta­ti compilati prima di quella data (come è, del resto, assai probabile), la presenza del Battistero in Resina diventa accertata per un tempo anche più antico.

Del resto, la S. Visita fatta nel 1542 1543 (prima, dunque, del famoso Concilio), al tempo dell’arcivescovo Francesco Carafa,
ci assicura della esistenza del Battistero in molte chiese della nostra zona. Tra le altre, anche S. Maria «ad Pogliano» (FrancescoCarafa. voI. n. fol. 178 a terzo).

NOTA – Il Capasso (Le fonti della Storia delle provincie napolitane dal 568 al 1500, Napoli, 1902, a pago 142 sq.) dimostra una forte diffidenza per le cronache compilate dai notai Ruggero Pappan­ sogna e Dionisio di Samo; e anche il Mallardo (S. Candida. La Diaconia di S. Andrea a Nilo, Anno scolastico 1940-41. Peg. 106) ci mette in guardia per le falsificazioni del Pappansogna. Ne terremo conto, se ci interesseremo della leggenda della venuta di S. Pietro, della conversione di Ampellone, ecc. Nel caso dei Capitoli approvati nel 1423, e compilati dallo stesso Pappansogna, non abbiamo alcuna ragione di diffidare di lui. Era un imbroglione sissignore; ma nel nostro caso non poteva imbrogliare, nè aveva ragione di farlo.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Piazza Pugliano nei corso dei secoli
Pugliano 1771Pugliano 1771

Vi mostriamo alcune foto digitalizzate e recuperate da un bel volumetto intitolato RECUPERIAMO L’USO DELL’ANTICO BATTISTERO scritto dal Parroco di Santa Maria a Pugliano Sac. Franco Imperato.

 

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Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Carlo di Borbone, la rinascita degli scavi di Herculaneum
marzo 10, 2015
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Carlo_di_Borbone_1716-1788

L’arrivo di Carlo di Borbone (il futuro Carlo III di Spagna), figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, nel Regno e a Napoli (1734), segnò per il paese l’insperato ritorno – dopo oltre due secoli di “declassamento” istituzionale e di alterne fasi di dominio straniero  alle dimensioni dello stato nazionale e indipendente.
Scrive il D’Agostino: «… Tra alti e bassi si compiono i primi passi per affrontare, se non per risolvere, annose questioni: negli anni tra il 1739 e il 1741 (il “meriggio del tempo eroico”) sembrano realizzarsi più incisive e durevoli riforme sul terreno  economico e finanziario, su quello della legislazione generale, rispetto alla Chiesa romana (Concordato, 1741) e perfino nel campo, assai spinoso, dello strapotere baronale… È anche in virtù di ciò che la spirale regressiva si arresta, ed è anche questo il periodo in cui meglio brillano la tenuta e la ripresa del movimento degli intellettuali. La cultura napoletana a metà secolo, autentica “scienza ausiliaria per la trasformazione concreta della società”, si rinnova e ristruttura, preludio della successiva e più pregnante stagione di successi (Genovesi, Broggia, Intieri, Fragianni, Galiani, Galanti, Filangieri, ecc.).

Si riapre un dibattito che è tecnico e politico insieme e che coinvolge i nuovi saperi, il progresso civile, sociale ed economico».
In questa ottica va letto l’impulso dato alla rinascita dell’antica Ercolano, anche se «non si possono tacere limiti e inadempienze di questo sovrano, pur restauratore del Regno e artefice delle fortune della “terzogenita dinastia” Borbone»; nè «può bastare la magnificenza costruttiva, assai di facciata, peraltro, o la protezione, autogratificante se non adulatoria, a musei, biblioteche, raccolte d’arte, scavi archeologici, e neppure l’edificazione dell’ immenso Ospizio dei poveri, pur importante opera sociale».
Ad ogni modo, la storia ufficiale degli scavi comincia nel 1738, per volere di Carlo. Seguiamo il De Jorio:

«Nel 1738, avendo l’augusto Carlo III ordinato che gli si edificasse in Portici una casa di delizie, l’architetto D. Rocco Alcubierre nel rapportargli le ottime qualità del sito da S.M. prescelto, gli diede parte delle notizie ricevute dagli abitanti delle ricchezze di nuova specie esistenti, cioè di una antica città sepoltavi, non che delle preziose antichità di tanto in tanto estrattene. Appena informato il Re dell’indicato tesoro antiquario, ordinò che si facessero le più diligenti ricerche per assicurarsi del fatto. Il lodato Alcubier fatto diligel}ziare nel mese di Ottobre di detto anno 1738 il medesimo pozzo, dal quale Elboeuf si aveva procurati non pochi monumenti, ne ricavò gl’indizi delle antiche fabbriche descritte. ‘Dopo pochi giorni riuscì a cavarne una statua consolare. Questo bastò ad accendere il genio di quel Sovrano, e si diede mano allo scavo con energia e diligenza … ».

I lavori furono diretti da ingegneri militari: prima dall’Alcubierre, poi dal Bardet (fino al 1745), quindi dal Weber (dal 1750 al 1764), infine dal La Vega. Un labirinto di cunicoli e di pozzi forò il terreno per un’ estensione di circa 600 metri da nord-est a sud-ovest, e per più di 300 metri da Pugliano al mare. Lo scavo fu praticato dalle valorose maestranze di Resina (i cosiddetti cavamonti), che lavorarono al lume di torce in gallerie umide, alla profondità perfino di venti sette metri, col pericolo incombente delle frane e delle esalazioni di idro- geno solforato. Nel complesso, gli operai erano circa cinquanta, compresi alcuni forzati (ospiti del carcere annesso al convento di S. Pasquale al Granatello di Portici) e gli schiavi algerini e tunisini catturati nelle campagne contro i barbareschi.

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L’enorme cumulo di terra indurita in diciassette secoli, la mancata conoscenza dell’estensione di Ercolano, l’ignoranza delle più elementari nozioni di archeologia e l’agglomeramento delle case di Resina su tutta la superficie esplorata, non facilitarono di certo gli scavi. Ad aumentare le difficoltà contribuì molto anche la mancanza di direttive precise e coerenti. In tale situazione, molti rapporti degli scavatori andarono perduti, ed importanti opere d’arte abbandonate tra i rottami o disperse. I frammenti di tre o quattro statue equestri, rinvenuti nei primi tempi, vennero fusi per farne la statua della Concezione della cappella annessa al palazzo reale di Portici.

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Si andò avanti così, saggiando qua e là il terreno, sfondando muri, abbattendo colonnati, sforacchiando soffitti, usando persino la mina per vincere la resistenza della durissima coltre di tufo che copriva i tesori sepolti. Con questi sistemi i marmi preziosi, gli alabastri, i pavimenti e le colonne dei templi e delle case signorili furono cavati a ceste, a cumuli, in frammenti grandi e piccoli, e le schegge di marmo polverizzate e vendute agli stuccatori. Lo stesso Marcello Venuti, gentiluomo di Cortona, allora sottotenente di vascello ed “antiquario del Re”, si lamentò che «i cavatori rompevano e guastavano ogni cosa», e riferì che «col torso della prima statua equestre, che fu giudicato inutile, fu preso l’espediente … di formare due grandissimi medaglioni con su cornici di bronzo dell’ altezza di circa due braccia con i ritratti della Maestà del Re e della Regina»

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Eppure la diligenza e l’audacia di quei primi scavatori furono veramente ammirevoli, e il fiuto della ricerca addirittura incredibile. Nonostante l’oscurità e l’umidità delle gallerie, malgrado la mancanza assoluta di mezzi meccanici di perforazione, trazione e sopraelevazione, i valenti collaboratori di Carlo III completarono l’esplorazione del teatro, raggiunsero uno degli edifici pubblici (la cosiddetta Basilica), rintracciarono più templi e in ultimo, fra il 1760 e il 1765, esplorarono la Villa dei papiri riuscendo a portare alla superficie statue, busti, colonne, cornici di prezioso marmo, pavimenti in mosaico e quadri di pregevole fattura.
Conscio della responsabilità di fronte al mondo civile e dei diritti della cultura, il sovrano borbonico pensò di collocare i reperti archeologici nella reggia di Portici, e precisamente nella parte corrispondente al palazzo Caramanico, nel cui pianterreno furono sistemati i marmi, le iscrizioni, i bronzi, le lampade, le terrecotte, i vetri, gli utensili, le derrate, le medaglie, i cammei e i papiri; mentre al piano superiore vennero collocate le pitture. In questo modo si ebbe la possibilità di mettere insieme il materiale a mano a mano che veniva alla luce e inaugurare nel 1758 il Museo Ercolanese, alla direzione del quale fu posto Camillo Paderni.
Anche nella pubblicazione dei risultati degli scavi, che avevano rivelato quasi all’ improvviso un gran numero di opere d’arte, vi furono incertezze ed errori; ma alla leziosità di mons. Bayardi, già incaricato di redigerne il catalogo, Carlo III pose finalmente rimedio, istituendo nel 1755 l’Accademia Ercolanese. Lo scopo era di pubblicare, in grandi tomi in folio e con illustrazioni in rame dei maggiori incisori del tempo, quello che veniva alla luce dagli scavi e che restava più o meno nascosto nelle stanze del palazzo reale di Portici.
Gli accademici – collezionisti, giuristi, umanisti insigni, esperti in numismastica e qualche raro archeologo (l’archeologia era appena agli inizi) – lavorarono bene. Nel 1757 venne pubblicato il primo volume sotto il titolo Antichità di Ercolano esposte con qualche spiegazione, cui seguirono, fino al 1792, altri otto volumi, magnificamente illustrati, pubblicati per ordine e a spese di Carlo III.
Tutti questi volumi erano autentici gioielli di arte tipografica, tanto più preziosi perché sulla erudizione “superflua ed affastellata”, propria di tanti uomini di lettere di quel tempo, prevalse la dottrina ed il buon senso del canonico Alessio Simmaco Mazzocchi, filologo esperto in antichità greche, e di altri, fra i quali il marchese Tanucci (primo ministro di Carlo, già professore d’università), che molto sfrondò di inutile. I tesori che Ercolano restituì alla luce furono poi rimossi e trasportati, nel 1782, nel Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ed ora rappresentano una delle più formida-
bili attrattive della metropoli meridionale.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Antonio Battilo l’eroe ‘e Palazzo Capracotta
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Questa testimonianza ci è stata fornita direttamente dalla voce dell’interessato Antonio Battilo classe 1939 per il tramite di un nostro lettore del blog il caro amico Luigi Battilo.

La famiglia Battilo, pescivendoli ambulanti per tradizione familiare al Largo Santa Croce a Portici, per generazioni hanno sempre abitato a Palazzo Capracotta, meglio conosciuto come ‘O Palazzo e’ Peppe ‘e Catiello nonno del Dott. Saldamarco.

Ricordiamo ai nostri lettori che la struttura attuale con pianta a libro risale piu’ meno verso gli inizi del’700 appartenuto alla famiglia CAPECE PISCICELLI Duchi di Capracotta, ha rivestito nel corso dei secoli varie destinazioni d’uso prima sede della Curia, poi prigione e poi sede del Municipio in epoca Borbonica e post unitaria.

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Vi pubblichiamo anche due mappe una di fine ‘700 (Mappa de La Vega) ed un’altra di fine ‘800 dove si possono rilevare lo stato del palazzo all’epoca con la presenza del giardino al suo interno.

 

Ci racconta Antonio che lui e la sua famiglia vivevano primo piano insieme ad altre famiglie tra cui quella del Dott. Saldamarco . Le condizioni di vita erano al di sotto degli standards attuali ovvero c’erano bagni comuni ma comunque c’erano due fontane e due giardini su due livelli.

Il signor Antonio ha vissuto tutta la sua infanzia e la sua adolescenza fino al matrimonio nel Palazzo e ricorda con viva commozione i vari eventi che si sono succeduti. Ricorda le botteghe storiche che erano presenti sulla facciata del Palazzo ovvero botteghe di macelleria della famiglia Iodice detto ‘o signurino che erano anche proprietari nello stabile, al cortile interno c’era la bottega per le tende da paracadutista del sig. Armando Senatore e verso l’angolo della strada la bellissima salumeria dell’avvocato Coppola, con giardino interno,  padre del Dott. Gabriele Coppola.

Nel palazzo la famiglia battilo era molto numerosa e lo stesso Antonio ci raccontava che in una stanza del Palazzo vivevano in nove.

Ma l’episodio piu’ significativo della vita di Antonio avvenne all’incirca in un’estate forse del 1962 quando durante la notte senti un boato tremendo e si accorse che parte del solaio della sua stanza cadde sopra di lui. Non convinto vista il clamoroso boato si precipitò al piano di sopra in corrispondenza dell’appartamento della famiglia Iodice constatando che tutti loro erano rimasti sono una massa di detriti e calcinacci. Nonostante l’oscurità e la polvere sollevatisi riusci a trarre in salvo i genitori ed i figli che erano rimasti sotto. Intanto gli altri abitanti del palazzo avevano chiamato i vigili del fuoco ma l’improvviso intervento di Antonio riuscì sicuramente a salvare delle vite umane.

La conseguente inalazione della polvere provocò ad Antonio, una volta giunto sul ballatoio del palazzo, uno svenimento e furono necessari l’intervento di alcuni sanitari giunti sul posto.

L’accaduto fu ricordato su diverse testate giornalistiche nelle cronache locali (speriamo di trovare i giornali dell’epoca) ed Antonio Battilo fu convocato in Comune qualche settimana dopo per ricevere un encomio pubblico ed anche una somma in denaro.

Dopo quest’episodio e visto l’ormai stato di precarietà del palazzo stesso tutti gli abitanti furono trasferiti a Via Tironi di Moccia.

Quello che resta dell’ormai antico palazzo resta solo nella memoria di Antonio e di chi ci ha abitato o vissuto per un pò della sua vita.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.