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Enrico Marino il sindaco di inizio 900 ricordi di una sua bis nipote
enricomarino

Questi sono i ricordi alla mia prima infanzia e dunque i fatti di seguito narrati risalgono ai primi anni ottanta, in Corso Resina a Ercolano, nel palazzo dove abitavano i miei nonni materni, Dott. Ciro De Simone e Flora Marino, figlia del notaio ed ex-Sindaco di Ercolano Avv. Enrico Marino, al quale è dedicato un articolo di questo blog.

Firmato Onorina Sarlo bis nipote di Enrico Marino

Il palazzo, sito al numero 44 di corso Resina, si trova quasi di fronte al palazzo municipale e a quel tempo era occupato come segue.

Al pian terreno, con vetrine sulla strada, c’erano delle attività commerciali ai due lati del grande portone in legno: a sinistra un bar che credo sia ancora esistente e a destra una farmacia, poi trasferitasi poco più avanti, che aveva in  affitto sia il locale sulla strada, sia un locale all’interno del cortile adibito a deposito (locale che anticamente era stato con molta probabilità una stalla).

Il cortile era abbastanza ampio, pavimentato a “san pietroni “ di colore antracite, suppongo in pietra lavica. Varcato il portone, attraversando un porticato, si accedeva al cortile a cielo aperto. Dal cortile, sulla destra,  si accedeva  alla rampa di scale, dai gradini in pietra lavica, che conducevano ai piani superiori. Sulla sinistra, invece, un’altra breve rampa di scale conduceva all’abitazione dei Biondi, discendenti di un altro ramo della famiglia. Nel cortile, inoltre, vi era l’accesso al garage dei nonni  e, in fondo, visibile anche dalla strada, c’era il cancello in ferro battuto che consentiva l’ingresso al giardino.

corsoercolano1925

Al primo piano, con affaccio sul corso, abitavano i miei nonni e, fino agli sessanta anche mia madre Annamaria e i suoi fratelli Stefano ed Enrico. Il nonno, utilizzando l’ingresso molto ampio come sala d’attesa per i pazienti, aveva dentro casa anche il suo studio, dove esercitava la professione di medico. Era un “medico del popolo” e all’antica, di quei medici con una tale esperienza da poter fare una corretta diagnosi anche solo in base a una rapida occhiata.

A metà tra il primo e il secondo piano (sì, in quel palazzo c’era anche un piano “1 e mezzo” e molti altri luoghi strani e misteriosi per me, di cui parlerò tra poco) con affaccio verso il Vesuvio e sovrastante il giardino, c’era lo studio di mio zio Stefano, fratello maggiore di mia madre, medico specializzato in cardiologia.  Il suo assistente era un signore anziano ed allampanato, dal naso aquilino sulla punta del quale poggiavano  dei piccoli occhiali rettangolari; di nome faceva Saverio, ma da noi veniva chiamato rispettosamente “Don Saverio”… Ignoro il perché di quel buffo “Don”, ma ricordo bene che, nel mio immaginario di bambina delle elementari, quell’appellativo era un tutt’uno col nome e si scriveva così come si pronunciava, ossia “Don zaverio”.

fotosoffitto

Photo by Cira Riccardi

Il secondo piano del palazzo, dove molti anni prima avevano abitato i miei bisnonni e la sorella zitella del nonno, al tempo della mia infanzia era affittato al Comune e vi si trovava la succursale di una scuola, per cui nel nostro palazzo c’era un continuo andirivieni di scolari e di altra gente, nonché un bel po’ di fracasso, specie all’orario di entrata e di uscita da scuola.

A metà tra il secondo e l’ultimo piano, con affaccio verso il Vesuvio, c’era “la casa del pittore”, altro luogo per me misterioso e affascinante, proprio come il personaggio che vi abitava. Doveva trattarsi di un eremita o almeno di un solitario e comunque di un uomo di cui non si sapeva molto; io, in realtà, credo di non averlo mai visto, ma soltanto immaginato. Ricordo che una volta sola, con estrema cautela e discrezione, mia nonna, aprendo la porta con le proprie chiavi e, per qualche motivo che oggi ignoro, mi condusse nella casa del pittore. Era tutto in disordine, con tubetti di colore, tele e pennelli sporchi ovunque, un lettino disfatto e una sola grande finestra con meravigliosa vista sull’azzurro vulcano.

Poi c’era un appartamento all’ultimo piano, dove abitavano i pizzicagnoli della salumeria che stava sul corso, di rimpetto al nostro palazzo. Lungo le scale, tra un piano e l’altro, dietro porte di legno spesse venti centimetri che si aprivano con antichi chiavistelli, vi erano ampi ripostigli freschi e ombrosi come cantine. In questi luoghi simili a grotte i nonni tenevano le provviste di vino, olio e conserve di pomodoro, oltre alle cose vecchie che erano ormai dominio dei ragni.

Abbondavano anche le intercapedini, gli anfratti, le bizzarrie architettoniche stratificatesi nei secoli. Il palazzo, infatti, risaliva al ‘700 e la prova delle sue gloriose origini se ne è avuta molti anni dopo, quando è scaduto il contratto d’affitto con la scuola e si è finalmente liberato il secondo piano. Durante i lavori di ristrutturazione, sono emersi degli affreschi di fine fattura, nascosti per decenni sotto alcuni strati d’intonaco e risalenti proprio a quell’epoca.

Anche nel salone del primo piano, dove vivevano i miei nonni, si poteva ammirare, sotto l’altissimo soffitto a volta, un dipinto raffigurante una gigantesca musa delle arti, coperta solo di fluttuanti veli e corredata da un gentile amorino, che sedeva leggiadra su una rosea nuvola, sullo sfondo del cielo color acquamarina, che nei miei ricordi conferiva all’intera stanza una luminosità strana e irreale, come quella di una grotta sottomarin

Tutti questi posti suggestivi, per me che ero una bimba, sono stati fonte di curiosità e meraviglia. Il giardino dei miei nonni, in particolare, era e rimarrà sempre un luogo magico e denso di spiritualità, forse anche grazie a tutti quei ragionamenti filosofici che negli anni aveva assorbito dal nonno, essendone peraltro l’unico beneficiario.

Infatti, mio nonno Ciro, sebbene avesse vissuto molte avventure da raccontare (basti pensare che, come ufficiale medico, partecipò alla colonizzazione dell’Etiopia e che fu uno tra quei pochi che sopravvissero alla famigerata ritirata dalla Russia), e che pure era dedito alla lettura, dalla quale certamente scaturivano in lui abbondanti riflessioni sulle questioni del mondo, era tuttavia quasi completamente impenetrabile!

Non amava raccontare le storie della sua vita e nemmeno amava troppo esprimere le proprie opinioni, benché richieste. Eppure, non lo potrò mai dimenticare, i pensieri gli si dipingevano sul volto ormai rugoso ed io sapevo con certezza se lui approvava o disapprovava una certa cosa.

Inoltre, e questo era un aspetto che mi divertiva tantissimo, molto spesso parlava da solo. Nell’ultimo decennio della sua vita, in particolare, era solito trascorrere le fresche ore pomeridiane a curare le piante del suo piccolo giardino, così come aveva curato per quasi sessant’anni i suoi simili e, lavorando a testa bassa, intratteneva lunghe conversazioni con se stesso. Io, che ero molto curiosa sul suo conto, cercavo di ascoltare quello che diceva, ma erano parole farfugliate che si perdevano tra i baffi e le begonie.

C’erano, in quel piccolo giardino quadrato, misteri da scoprire, vari aneddoti e leggende da raccontare e persino angoli inesplorati su cui fantasticare.

Ad esempio, il muro di confine, dove erano incastonati i cocci di vecchie anfore romane emersi dal terreno durante la costruzione. Oppure, l’incursione degli scugnizzi che, dal cortile della scuola adiacente, si arrampicavano sul muro (sfidando le schegge di vetro infisse all’apice) per staccare dai rami più alti le arance ed i limoni del giardino, mentre mio nonno brandiva invano un manico di scopa per ricacciarli fuori, tra gli strepiti della nonna spaventata.

Nel giardino, poi, in primavera ed in estate, la nonna “riceveva”. Giungevano spesso persone in visita: gente del popolo legata ai nonni per lontani vincoli, per aver ricevuto qualche favore o per esser stati beneficiati dalle cure del nonno, oppure inquilini benvoluti che venivano a pagare la pigione, ma anche parenti, amici e “comari” varie.

La nonna Flora, con la sua pelle vellutata come un petalo di camelia, i capelli argentei e le guance rosa pallido come quel corallo dei gioielli antichi, quando era finita la “controra”, ossia le prime ore del pomeriggio estivo che ella dedicava al rosario ed al riposo, si vestiva di tutto punto, spesso di bianco, si metteva una collana di perle e scendeva in giardino: lì se ne stava seduta in poltrona, eretta come una regina madre, ed aspettava le visite. Per inciso, non erano mai visite preannunciate, ma sempre e solo inattese; se si rendeva necessario offrire qualcosa agli ospiti, la nonna chiamava il ragazzo del bar a fianco e si faceva portare bibite o gelati.

Quando eravamo sole, invece, giocavamo come due bambine e, difatti, questa mia nonna era rimasta candida e genuina come una bambina. E ciò nonostante le traversie della vita, la perdita dell’amatissimo padre a soli tredici anni, e le due maternità in piena Guerra e senza il marito accanto! La nonna, a differenza del nonno, amava discorrere e mi raccontava spesso della sua infanzia felice e spensierata, trascorsa a giocare coi numerosi cugini nel cortile e nel giardino del palazzo Marino, confinante col nostro. Di quel lontano passato la nonna ricordava soprattutto il senso di sicurezza che le dava la figura paterna e l’agiatezza economica della sua famiglia, probabilmente scossa dalla prematura morte del mio bisnonno.

Ricordo pure che qualche volta la nonna mi portava a passeggiare nel giardino del palazzo Marino, che era ben più grande del nostro e si allungava verso il Vesuvio, fino alla casa del pollaio, antico inquilino dei miei bisnonni, che non perdeva occasione per regalarci uova fresche da bere a crudo. Di quel giardino ricordo vagamente delle piante secolari e delle altissime palme. Ma il luogo che ricordo meglio era il giardino del nonno, con un vialetto centrale che si diramava in due vialetti laterali. All’ingresso del giardino, oltre il cancello in ferro battuto verde, c’era un longevo glicine dallo spesso fusto attorcigliato. Il vialetto centrale, poi, passava sotto degli archetti sui quali erano cresciuti il gelsomino officinale e le roselline rampicanti di quella varietà antica coi petali dal colore rosa pallido, formando una galleria naturale che in primavera-estate risultava profumatissima.

Vi erano poi un altissimo pino argentato, una camelia anch’essa di circa 15 metri, coi fiori rosa fucsia e ai primi di marzo sotto i muri crescevano le violette. All’apice delle cose magiche della mia infanzia, comunque,  c’era senz’altro il pozzo.  Si trovava in un angolo di questo giardino, a ridosso del muro di confine e, anche perché gli adulti volevano tenercene lontani, costituiva da sempre un punto di irresistibile attrazione per me e per i miei cugini.

La botola di ferro che lo chiudeva era pesantissima e, quando il nonno non poteva fare a meno di alzarla, perché doveva innaffiare le piante, io ne approfittavo per sporgermi a guardare dentro. La prima sensazione che mi investiva era l’aria gelida e profumata di muschio che saliva da laggiù. Le pareti interne, scavate nella roccia, ospitavano piccole felci, tra cui delicatissime piantine di capelvenere, edere e muschi. Tre, quattro metri sotto il bordo, c’era l’acqua limpidissima. Secondo una teoria sostenuta dai miei zii, quell’acqua potrebbe appartenere ad un fiume sotterraneo e, in effetti, gli archeologi riconoscono che presso le mura dell’antica Ercolano scorreva un fiume, forse il Sebeto o un suo affluente, che poi fu sommerso e deviato dalla tragica eruzione del 79 a.C..

Il pozzo non era profondo e si poteva vederne il fondo, dove brillavano le monetine gettate negli anni dei sogni romantici, e dove, in seguito alla fine della seconda guerra, era stata ritrovata nientemeno che una spada! …Forse una spada gettata laggiù da un disertore in fuga! …chissà!

Photo by Cira Riccardi

 

Informazioni autore Onorina