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Mestieri e mastri di Resina, ‘e maste cunusciute
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I maestri muratori

Il capomastro muratore è una figura mitica nella storia di Resina. I vecchi cultori di storia locale raccontano che molti di essi, in passato, in virtù della loro grande padronanza del mestiere, erano in grado di portare a termine la costruzione di interi palazzi, senza la guida dei tecnici preposti alla direzione dei lavori.
Ma quelli che si distinsero maggiormente per la loro valentia furono i maestri fabbricatori, che si succedettero a Resina, tra il 1765 e il 1760, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Ne ricordiamo i nomi: Nicola Civile, Innocenzo Torrese, Donato Quartucci e Nicola Pandullo. Quest’ultimo, in particolare, sottoscrisse un contratto che prevedeva che a sue spese dovessero andare anche i « materiali e magistero » Tra i vari materiali impiegati (la pietra della montagna, i mattoni, il lapillo della montagna, travi e chiancole per i solai, la tonica d’arena, le tegole e i canali di Salerno) c’era naturalmente anche il tufo napoletano, il materiale da costruzione più largamente usato nell’Italia meridionale, per due buoni motivi: l’abbondanza della materia prima e il basso costo.
Per secoli il tufo ha costituito il tessuto connettivo di tutti i palazzi signorili e delle case plebee del Mezzogiorno d’Italia. Erano tempi in cui le case erano costruite senza fretta ed abbellite a regola d’arte, e non esisteva la speculazione edilizia che, al giorno d’oggi, ha reso le abitazioni simili a tetre caserme, prive di gusto e di estetica.
Adesso la saturazione di tutti gli spazi edificabili, gli alti costi dei materiali da costruzione, !’inflazione e la crisi edilizia hanno quasi fatto sparire dalla circolazione la benemerita categoria dei muratori.
Ma, ancora oggi, quando ci capita di osservare quel bel materiale giallognolo che occhieggia dall’intonaco scrostato di muri e palazzi, non possiamo fare a meno di pensare alla patetica figura del fravecatore intento a lavorare su un andito, la cazzuola in mano e un berretto di carta, a forma di barchetta capovolta, sulla testa.

I maestri pipernieri

Fin da quando Resina si chiamava Ercolano, la nostra città ebbe valenti maestranze nel campo della lavorazione del marmo. Famosi sono rimasti i marmorari ercolanesi, che lavorarono alla pavimentazione delle case urbane e al rivestimento della scena dell’antico Teatro. Meno famosi, ma certamente abili e qualificati, furono gli artisti ercolanesi ai quali era ugualmente delegato il compito di decorare le case. E se a Pompei spetta l’incontestabile primato di offrire la più doviziosa documentazione della pittura parietale dalla fine del II sec. a. C. all’anno 79 d. C., tema dell’impegno dell’artista ercolanese fu anche il paesaggio: vedute di colli, di marine, di edifici all’aperto. Forse fu proprio un nostro lontano antenato l’autore del dipinto ç7) scoperto ad Ercolano nel 1779, poi scomparso, di cui però si ha una prima riproduzione nell’opera del Killian, Le pitture antiche di Ercolano, ecc., e in due riproduzioni, che gli Accademici Ercolanesi (18) pubblicarono lo stesso anno. Del resto, ancora nell’Ottocento, i pittori della celebre Scuola di Resina andarono famosi nel mondo per i risultati ottenuti nel campo della pittura del paesaggio vesuviano. Armati di tavolette e pennelli, essi si diedero a percorrere le località e le campagne alle falde del Vesuvio, in cerca di motivi originali per imporre una loro originale e interessante « pittura di avanguardia che si precisava con un’assidua ricerca di sintesi formale a macchia» (19). Fra quegli artisti si distinse, in modo particolare, Marco De Gregorio, nato proprio a Resina nel 1875.
Un’altra categoria che annoverò nei suoi ranghi i maggiori operatori del settore eO) è quella dei maestri pipernieri, segnalatisi anch’essi, insieme con i capomastri muratori, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. L’impegno di questi lavoratori, tra cui va ricordata la figura di Francesco Moscatiello, fu strettamente collegato con l’attività del già ricordato capomastro ( 1) Nicola Civile, soprattutto perché essi fornirono a quest’ultimo la materia prima per la costruzione, cioé la pietra vesuviana, cavata in sito o nei dintorni, con cui furono eseguite in gran parte le murature di fondazione, quelle del piano cantinato e varie altre in elevazione del palazzo. Nello stesso periodo, altri maestri pipernieri, Nicola e Giovanni Cibelli, presiedettero al taglio delle pietre dolci e dei pipemi di Sorrento, mentre Carmine Stizza s’incaricò di tagliare quello di piperno vero e proprio. Pasquale Cortese e Francesco Scodese assunsero, infine, l’incarico del taglio « delle pietre di fabbrica della cava di Vesuvio e lavori di detta stessa pietra, così lisci, così scorniciati, di bàsoli ‘” come per tutti l’altri lavori di piperno di Pianura … per l’assistenza e posa in opera de’ lavori fatti compiti dal fu Francesco Moscatiello, e non posti in opera.

Per la lavorazione de’ zoccoli, controzoccoli, gambe, soglie … e grada liscia con setti, ed ogni altro lavoro liscio … per tutte quelle pietre già tagliate dal detto fu Moscatiello e non ancora lavorate … per la lavorazione di pietre … da farsene ginelle, balconcini, base e gambe scorniciate, con zoccolo e dente nello spigolo e dente nell’estremo, in conformità che si stimerà dall’Architetto D. Mario Gioffredo, direttore dell’opera Sulla scia dei maestri pipernieri sorsero poi a Resina intere centurie di cavatori, basolari e scalpellini, che dalla lavorazione della pietra del Vesuvio trassero per secoli il necessario per vivere. Li si poté vedere all’opera fin verso la metà degli anni cinquanta, intenti a scalpellare pietre e a lastricare strade. Ma anche per loro venne il viale del tramonto: nel 1956 il Corso Ercolano fu completamente ripavimentato, e alla pietra vesuviana subentrarono i cubetti di fido. Col progredire della tecnica, poi, anche i cubetti diporfido hanno dovuto cedere il passo al più moderno mac-adam che, nel 1976, ha sostituito addirittura l’antica pavimentazione in pietra vesuviana di Via Pugliano. Era proprio la fine di un’epoca!

I maestri stuccatori

La decorazione a stucco, nata nell’antichità come necessario presupposto della decorazione dipinta, ebbe poi una propria funzione decorativa ornamentale e figurata. Lo stucco fu destinato a ingentilire le strutture esterne delle case, dei templi, degli edifici pubblici e privati.
A Ercolano furono decorati con stucco l’apodyterium, la sala (detta a stucchi), il calidarium e il tepidarium delle Terme suburbane.
Gli artisti resinesi seppero sempre farsi valere in questo genere di decorazione: ne è prova la splendida cappella di S. Maria del Pilar, un tempo proprietà privata della prospiciente Villa Sorge, definita dal Di Monda (23) « uno degli esempi più cospicui del rococò napoletano per la ricchezza ed il gusto degli stucchi ».
La loro presenza è segnalata, al pari dei capomastri fabbricatori e pipernieri, nei lavori di costruzione di Villa Campolieto. Qui ebbero modo di distinguersi alcuni tra i maggiori esponenti del ramo: Giuseppe Scarola, Girolamo Ferraro e Innocenzo Torrese (subentrato poi anche al posto di capomastro fabbricatore Nicola Civile).
In seguito, tutte le case signorili, le ville, gli edifici pubblici e privati, le chiese e le cappelle ebbero la loro decorazione a stucco. I costruttori facevano a gara nel procurarsi i servizi di questi abilissimi operatori, custodi di una tradizione che affonda le sue origini nel passato più glorioso della nostra Resina.

Gli stuccatori subentravano ai muratori, quando le strutture degli edifici erano già pronte, e si facevano valere sia come preparatori di superfici prima della lucidatura, tinteggiatura e verniciatura, sia come esecutori di motivi decorativi in rilievo su pareti
o soffitti.
Particolarmente apprezzata in questo campo fu l’opera di due artisti resinesi: Antonio Gargiulo, al quale si deve, tra l’altro, la decorazione delle pareti laterali e il fondo della Cappella marmorea di S. Rita da Cascia, nella Chiesa di S. Maria della Consolazione; e Ciro Carotenuto, detto Ciro ‘o stuccatore, abilissimo, tra l’altro, nel costruire presepi « classicheggianti».

Oggi, col mutare dei tempi, anche la figura dello stuccatore è stata relegata nel museo dei ricordi. La cosiddetta società dei consumi, distratta da ben altre occupazioni, non ha più interesse per le cose belle di una volta. Forse proprio per questo è resa ancora più struggente la nostalgia di un’epoca irripetibile della nostra storia, quando il fascino che si sprigionava dagli acanti di stucco di un’antica colonna corinzia, o dalle decorazioni in rilievo su pareti o soffitti dei palazzi, era ancora in grado di suscitare sensazioni ineffabili.

I cavatori

Il Vesuvio non è stato nei secoli solo l’elemento più spettacolare e simbolico del golfo di Napoli, ma anche un importante « datore di lavoro» per intere generazioni di cavamonti, basolari e scalpellini. La lava del nostro vulcano non era altro che la fusione di taluni corpi che compongono gli strati geologici verso il centro della terra. Essa era il principale elemento di ogni eruzione, e si presentava all’uscire dalle bocche di eruzioni come una materia fusa più o meno scorrevole, a seconda del pendio del suolo su cui era riversata. La sua temperatura, allo stato di elevata incandescenza, era superiore ai 1000 gradi centigradi, e si conservava per vari giorni a circa 700, se la massa di lava corsa era abbastanza spessa.
La materia eruttata dal cratere, e che non arrivava mai alla base del monte, veniva detta comunemente scoria. Queste scorie erano ordinariamente dello spessore inferiore ad un metro, larghe pochi metri, e si presentavano, appena raffreddate, come macerie di pietre spumose abbattute, di un colore nero lucido, e tutte cosparse di punte acuminate.
Le lave invece venivano vomitate da tutte le bocche di eruzione, sia dal cratere principale che da altri cunicoli, che si aprivano durante la fase eruttiva. Questa massa ignea raggiungeva talvolta parecchi chilometri di superficie, con uno spessore variabile tra i due e i venti metri e più.

La superficie delle lave, raffreddandosi, screpolava, ed a guisa di spuma si riduceva in minutissimi pezzi, i quali venivano chiamati ferrugine. In alcune eruzioni però la lava veniva eruttata meno liquida e più pastosa, e la superficie di essa presentava delle scorie come serpenti attortigliati, fornendo così una varietà di pietre nere che si usavano per formare scogli di fontane, bordi di viali, basamenti superficiali di edifici, ed altro ancora.

La parte che veniva immediatamente dopo la ferrugine sulle lave era chiamata cima; e si presentava come masso di colore rossastro scuro, che andava gradatamente ad unirsi alla pietra più compatta, e di color grigio bruno.
La superficie di queste cime era di ferrugine conglomerata, mista all’arena della stessa materia, la quale, in sezione « guartata »,
scendendo man mano nel corpo della lava, formava il primo strato di pietra dura, nerastra, che non si prestava ad alcun uso industriale, tranne che per gli scogli o blocchi a masso, usati lungo le spiagge per la difesa delle ferrovie dal mare, o per fondazioni di porti ed opere idrauliche.
I tecnici la chiamavano pietra moscia o svenata, o caranfolosa, a seconda di come si presentava: o come masso compatto, o a piccoli strati separabili fra loro o, infine, cosparsa di piccoli buchi che penetravano nel masso stesso.
Dopo, ossia sotto le cime, veniva la lava o pietra buona, che costituiva la pietra vesuviana adoperata negli svariatissimi usi dell’industria.
Questa pietra buona o corpo della lava si divideva’ordinariamente in due strati: uno superiore, detto di quadroni, ed uno inferiore, detto di pedicini.

Il taglio delle lave buone si faceva nelle cave vesuviane in due modi. Il primo, comune alla maggioranza delle cave, era detto a caduta: le cave, trovandosi al di sopra del livello del mare, permettevano l’escavazione del terreno sottostante, per procurare la caduta dei massi.
Altre cave, poi, trovandosi sul lido del mare, anzi essendosi le lave inoltrate nel mare, non consentivano il sistema a caduta, sebbene il taglio da sopra; cioè si cominciava con l’asportare, con mine o con ferri, le cime, e poi man mano si staccavano i diversi pezzi, sia quadroni sia pedicini, fino ad arrivare all’acqua.
L’industria della pietra vesuviana fu per molto tempo, come s’è detto, la più proficua e nota di Resina. Praticamente, non ci fu strada delle province meridionali dell’Italia che non fosse lastricata dalla pietra del Vesuvio, la quale peraltro fu un prodotto molto richiesto anche all’estero, soprattutto nei porti d’Oriente, dove ebbe un notevole sviluppo grazie all’attività dell’industriale Formicola.
Questi, al pari di molti altri imprenditori resinesi, aveva stabilito una cava (detta, appunto, Cava Formicola) quasi al centro delle Novelle di Resina, una zona già devastata in precedenza da piu’ colate successive.

Dalla Cava Formicola partivano le pietre ricavate dalle lave del Vesuvio (le più belle delle quali erano quelle del 1868) per invadere il mercato italiano ed estero. Tra le commesse più cospicue si ricorda quella ordinata alla nostra cava, al principio di questo secolo, dal governo del $udan: pietre e scalpellini (tra i quali il padre del sac. Gennaro Nenna) furono imbarcati su una nave per andare a lastricare le strade di quel lontano lembo d’Africa.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Riti,miti e strangianomme d”a gente ‘e Resina
pugliano1940

Il vicolo era dunque un variopinto microcosmo, un affollato teatro sul quale ogni giorno un’autentica Corte dei miracoli recitava l’eterno mistero della commedia umana. Antichi riti ‘vi si svol· gevano con il cerimoniale di sempre e la sceneggiatura del copione prevedeva atti e scene sempre uguali. Cambiavano i personaggi, è vero, ma la recita era quella che i figli avevano imparato dai padri, e i padri dai nonni.
L’ignoranza, l’analfabetismo, la promiscuità e il vivere porta a porta, a contatto di gomiti e di fiato col vicino, sviluppavano spesso l’intolleranza e il pettegolezzo. Sullo stesso ballatoio si aprivano tre o quattro porte che introducevano in altrettante abitazioni, composte di una sola stanza o, al massimo, di due. Di conseguenza, le persone che abitavano in fondo al ballatoio o in cima a una rozza scalinata di pietra, dovevano passare necessariamente davanti a tre o quattro famiglie, tutte numerose, tutte chiassose e tutte sporche. I motivi di contrasto erano frequenti e nascevano quasi sempre dallo schiamazzo dei bambini, dai latrati di un cane, da una radio sempre accesa e da mille altri futili motivi.

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Di qui dispetti e dispettucci, soprattutto fra le casigliane. Emblematici e tipici dell’irripetibile società di allora erano quelli trasmessi … a distanza. Ad esempio, se una radio trasmetteva allusivamente, in fondo al vicolo e ad alto volume, la canzone Malavicina cantata da Franco Ricci, la destinataria del … messaggio replicava con un altro disco le cui parole, amplificate da un volume ancora più alto, suonavano così: Hai truvato ‘a forma d”a scarpa toja. Dalle parole colorite e pregne di significato quelle brave donnette passavano spesso a vie di fatto, dando luogo a quelle esilaranti risse di donne descritte così icasticamente da Luigi Coppola (2) nell’aureo secolo del Romanticismo.
I contrasti, i dispetti e le risse di donne erano, comunque, solo delle varianti, un modo diverso di vivere insieme. Più spesso, infatti, le comuni necessità si traducevano in mille piccoli gesti di solidarietà, impensabili al giorno d’oggi. Era allora uno scambiarsi di visite fra le casigliane, un bussare alla porta della vicina per chiedere un po’ d’olio, una manciata di sale, un pizzico di pepe, uno spicchio di aglio, una fogliolina di basilico, un odore di prezzemolo, ecc. La stessa partita a tressette che gli uomini disputavano (seduti intorno ad un tavolo circondato da numerosi spettatori) sui marciapiedi di Pugliano, la bevuta di un quartino nell’osteria di Pisciagliera o la consumazione di una pizza di scarole nella trattoria di Ninina ‘a cantenera, l’affluenza al Cinema Ercolano o al Teatro di Vico Giardino per assistere all’Opera dei pupi, erano un pretesto per stare insieme, un esempio di vita comunitaria che oggi non esiste più. Anche la messa domenicale, le funzioni vespertine e i Ritiri di perseveranza costituivano un’occasione utile per ritrovarsi.

Ci si conosceva un po’ tutti e ci si chiamava con vezzeggiativi
o appellativi. Il cognome era solo un fatto di anagrafe e molti ignoravano perfino il casato dei loro vicini. Il fatto si spiega così: da tempo immemorabile era invalsa l’usanza di chiamare gli altri con il nome, accompagnandolo con un appellativo che derivava alla gente dalle caratteristiche fisiche (Ciro ‘0 zelluso, Armando ‘0 scartellato, Nicola ‘0 surdo) o morali (Antonio ‘0 buffone), dal mestiere (Pasquale ‘0 scupatore, Enrico ‘0 furnaro, Luisa ‘a capera) o da mille altre prerogative (Aniello ‘0 mericano, Betlina ‘e capone, Vicienzo ‘e galoppo). Questa specie di codice dava la possibilità ai casigliani di identificare tutti i parenti e gli affini dei vari capifamiglia; e così, per individuare una persona non occorreva il cognome: bastava citare il grado di parentela con uno di quei noti personaggi (esempio: ‘o figlio ‘e Ntunetta ‘a nduradora, ‘o nipote ‘e Giulietta ‘a nas’ ‘e cane, ‘o frate ‘e Carulina ‘a scugnata) e !’identificazione era fatta.

La vita era lenta e sonnacchiosa, a somiglianza dell’acqua di un fiume che scorre pigramente entro lo stesso alveo. E il teatro della commedia umana era popolato da personaggi che cambiavano la maschera (leggi il succedersi delle generazioni), ma le funzioni e gli atteggiamenti erano quelli di sempre.
Si nasceva? Ecco l’intervento della vammana. Ci si ammalava? Si faceva accorrere il dottore Russo, detto ‘o zuppariello; ma, per precauzione, si chiamava anche Teresenella ‘a fattucchiara perché esorcizzasse la malattia; e per le medicine era sempre disponibile la farmacia ‘e Scaramellino. Si faceva la spesa? Per la carne (che, come s’è detto, si mangiava solo la domenica) c’era la macelleria di Ciccillo ‘o chianchiere, per il pesce la carretta di Marittiello ‘o pisciavinnolo, per i salumi il negozio di Vicienzo ‘o babbuglio, per il pane e la pasta quello di Pasquale ‘a chitarra, per la frutta le postazioni fisse (dette ‘e puoste) di Assuntina ‘a vaccara e di Luigi ‘o fruttaiuolo, per le verdure il carretto di Pasquale ‘o cicoriaro, per lo zucchero e il caffè i negozietti di donna Rafiloccia e di Gennaro ‘e lec-lec. Si aveva bisogno del falegname? Ecco Girolamo ‘o mastrascio. Occorreva il marmista? Era sempre disponibile Giuvanne ‘o marmularo. Per i casatelli di Pasqua era inevitabile la processione al « santuario» di Annibale ‘o furnaro; per farsi tagliare i capelli si andava al «salone» di Teodoro ‘o barbiere; per comprare un gelato o una sfogliatella si entrava nel bar di don Giuvanne ‘e guastaferre. Insomma, il medico condotto, il farmacista (‘o spiziale) , il parroco, la levatrice (‘a vammana) , la pettinatrice Ca capèra), il falegname Co mastrascio), il ciabattino (‘o solachianielle), l’idraulico Co stagnino), lo stuccatore, il marmista Co marmularo), il fornaio, il pescivendolo Co pisciavinnolo), il carbonaio, il conciapiatti, lo straccivendolo Co sapunaro), il carrettiere, l’erbivendolo Co verdummaro) e perfino il becchino Co schiattamuorte), erano i personaggi tipici di quel tempo, i veri archetipi di una società irripetibile, membri di una stessa grande famiglia e depositari di una tradizione trasmessa da padre in figlio per intere generazioni.

Oggi quella società più non esiste, travolta dalla moderna civiltà industriale. La svolta si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta: furono aperte strade, furono costruite case e scuole; dovunque grandi lavori di sbancamento, dovunque in azione ruspe e bulldozers; i bambini cominciarono a frequentare in massa le scuole e i giovani furono avviati ai nuovi posti di lavoro nelle officine e nelle industrie napoletane; comparvero i primi detersivi; l’alimentazione si fece più ricca e la carne non venne consumata solo la domenica; l’abbigliamento divenne più ricercato; comparvero i primi televisori. Cominciò così pian piano, e poi si diffuse sempre più prepotentemente, l’era degli elettrodomestici: lavatrici, frigoriferi, ferri da stiro, televisori, aspirapolvere, cucine e forni elettrici invasero le case. Ma il segno più appariscente dei nuovi tempi fu l’avvento dell’automobile: prima della guerra c’era stata in giro solo qualche balilla; ora la corsa per l’acquisto dell’auto divenne un fenomeno diffuso e generalizzato, quasi nevrotico. In breve, la ripresa economica e civile di Resina
I si innestò in quella più generale del miracolo economico italiano, I che raggiunse il suo acme negli anni posti a cavallo tra il cinquanta e il sessanta.

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Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Quella temperie culturale, che era rimasta come immobile anche in mezzo ai più grandi sconvolgiment~ politici e sociali, fu travolta e spazzata via, come s’è detto, dalla rivoluzione edilizia e tecnologica della nascente civiltà dei consumi. Scomparvero usi e costumi, necessità e comportamenti consacrati da secoli di vita comunitaria. Svanirono i vecchi mestieri e molti artigiani, già troppo avanti negli anni e non sapendo o potendo adeguarsi ai dettami della nuova tecnologia, si trovarono come pesci fuor d’acqua in una società nella quale più non si riconoscevano. Anche il mondo rurale, tradizionalmente chiuso nelle sue leggi e nelle sue consuetudini, fu fagocitato dall’avanzata del progresso; le campagne, invase da un esercito di ruspe e di bulldozers, subirono un innaturale e violento processo di conurbazione. Nacque la speculazione edilizia: grandi edifici, grigi e insignificanti, simili in tutto a tetre caserme, spuntarono un po’ dovunque alla periferia del paese. E si verificò la più grande diaspora della storia di Resina: interi nuclei familiari si trasferirono nei nuovi quartieri, abbondonando quei ghetti dove avevano vissuto da sempre. Chiusi nelle nuove case, divisi dai nuovi vicini come da compartimenti stagni, quei moderni déracinés, se vennero a godere degli agi del moderno comfort, smarrirono per sempre un patrimonio inestimabile: il senso della comunità della solidarietà.

Nacquero così nevrosi ed egoismi. Spuntò una nuova classe diparvenus, avidi ed arroganti, pronti ad arrampicarsi sempre più in alto, non importa se a danno degli altri, meglio se a danno degli altri.
t:: come se una grande ventosa avesse risucchiato gli abitanti dei vecchi quartieri, specie di Pugliano, per rovesciarli nelle nuove zone della città. Ci si perse di vista. Si dimenticarono i vecchi appellativi. Si fece di tutto per acquistare una veste di perbenismo. Etichette con tanto di nome e cognome comparvero sulle porte delle case. Anche il mercato dei panni usati di Pugliano si adeguò ai tempi, sviluppando una cifra d’affari sconosciuta in passato: dal folklore del saponara alla massiccia organizzazione del settore, col suo bilancio di centinaia di milioni all’anno, divenne un centro di smistamento per tutta l’area del Mediterraneo. Molti venditori si trasformarono in grossi affaristi, gente capace di fornire merce alle migliori e più accorsate boutiques delle più grandi città italiane.

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Il mercato di resina va in cattedra, la svolta 2.0
articolomattino

Il Mercato di Resina diventa un caso di studio per la Facoltà di Economia dell’Università Federico II di Napoli. La storia della cooperativa fondata due anni fa da una quindicina di commercianti dello storico mercato di Pugliano è stato argomento di una lezione tenuta nelle aule del complesso di Monte Sant’Angelo dal professore Mauro Sciarelli, docente di Economia e Gestione delle Imprese. Nell’incontro organizzato dall’Università in collaborazione con la Confcooperative di Napoli, agli studenti è stato spiegato il percorso virtuoso e gli strumenti che hanno consentito ad un’attività tradizionale radicata nel tempo e sul territorio di diventare una cooperativa con sedici soci. Insieme al professore Sciarelli e a Marco Boenzi, direttore di Confcooperative, alla lezione sono intervenuti anche i rappresentanti della Cooperativa Mercato di Resina: «Abbiamo portato la nostra testimonianza sul lavoro svolto negli ultimi anni che ci ha consentito di metterci in regola con tutte le norme previste dalla legge – dice il presidente Antonio Cervero, presente a Monte Sant’Angelo con il vice Ciro De Gaetano  – e di come, pur mantenendo le nostre attività tradizionali, siamo riusciti a creare un sistema in cui tutte le merci sono monitorate e fatturate e in cui si sta provando a dare una nuova prospettiva di lavoro ai giovani del territorio».

 

 

La fama del Mercato di Resina è esplosa nel secondo dopoguerra, quando tra i vicoli di Pugliano cominciarono ad essere venduti pantaloni, giacche e camice provenienti da tutto il mondo. Un’altra delle chiavi del successo del mercato è legata ai jeans: Ercolano, infatti, fu una delle prime città d’Europa in cui vennero venduti i pantaloni in jeans, che arrivavano in città, prima grazie ai militari americani di stanza in Italia, e poi con balle di indumenti usati provenienti direttamente dagli Stati Uniti.

Già lo scorso anno, la cooperativa Mercato di Resina era stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in occasione del cinquantennale del documentario «Il Mercato delle Pezze» realizzato per la Rai da Sergio Zavoli nel 1963: «Questi appuntamenti accademici – confida il presidente Cervero – rappresentano un riconoscimento per la storia di Pugliano ma anche per il lavoro all’insegna della legalità e del rispetto delle regole che stiamo svolgendo in un territorio notoriamente difficile».

Con la costituzione della nuova cooperativa, la modernizzazione dello storico mercato non poteva non passare per internet: sono stati realizzati un nuovo sito (www.mercatodiresina.it), una pagina fan su Facebook ed alcuni operatori hanno già avviato vendite a distanze utilizzando il portale Ebay. E, la prossima settimana, alla Facoltà di Sociologia della Federico II verrà discussa la prima tesi di laurea proprio sulla svolta digitale del Mercato di Resina e sulla possibilità di integrare il commercio tradizionale con il social commerce: « In seguito a diversi studi di settore – spiega Emanuela Borrelli, laureanda in Culture digitali e della Comunicazione e autrice della tesi – ho stimato dei parametri potenzialmente positivi sia rispetto al contesto Italiano che a quello internazionale, che permetterebbe al mercato di Pugliano di interfacciarsi con le nuove esigenze che il 2.0 ha imposto nell’ambito della cultura di impresa».

 fonte il mattino di napoli a firma di Francesco catalano

Informazioni autore Francesco Catalano

Conte Francesco Matarazzo, l’imperatore del brasile
novembre 19, 2014
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Le origini della nobile famiglia Matarazzo risalgono al secolo XII.
Visse in quell’epoca il dotto Franciscus Matarantius, segretario della Repubblica di Perugia e autore di importanti pubblicazioni in latino.

      

È del 1536 il decreto del!’ imperatore Carlo V, che conferì al dr. Tiberio Matarazzo il titolo di Caballerus Auratus e quello di Nobile ai di lui discendenti.
Un ramo dei Matarazzo si trasferì poi da Procida a Castellabate, in provincia di Salerno. La nobile famiglia ebbe feudi e per numerose generazioni esercitò diritti di vassallaggio su non poche borgate, imparentandosi con altre cospicue famiglie del Reame napoletano.
Lo stesso padre di Francesco, Costabile Matarazzo, aveva sposato la nobildonna Mariangela ‘Iovane, di antichissima famiglia di Cava dei Tirreni.
Cultore di scienze giuridiche, egli avrebbe voluto trasmettere l’interesse per la cultura al suo rampollo, il quale, però, nutriva ben altre aspirazioni. In quel tempo l’ Ameri~a appari va agli stranieri come un vero e proprio Eldorado, pronto ad offrire i suoi tesori a chiunque mostrasse coraggio e spirito di injziativa.

Tranquillità e benessere, spiegò e giiustificò il consenso di lodi e di riconoscenza che, per mezzo di personalità spiccate, in campi anche avversi fra loro, in politica, nelle industrie, nelle professioni, fu prodigato nel 1934 al conte Francesco Matarazzo, nel suo 80° compleanno, per l’opera che egli continuava a compiere, con serenità e vigore eccezionali:
«Si può affermare, senza tema di errare, che in nessuna delle nostre maggiori collettività italiane all’ estero si è mai verificato uno spettacolo così grandioso e commovente come quello al quale abbiamo assistito in S. Paolo il 9 marzo scorso, quando la intera opinione pubblica del Brasile, da un capo all’ altro di questo sterminato Paese, attraverso la spontanea vibrante parola delle più alte autorità politiche, delle più notevoli personalità del commercio, dell’industria, dell’alta finanza, delle lettere,
delle arti, senza distinzione di nazionalità e di classe, si è mobilitata con fervente ammirazione e devozione per rendere onore, con eccezionale concordia di sentimenti, agli 80 anni di questo grande italiano che è il conte Francesco Matarazzo.
Perché ministri, generali, presidenti di tutti gli Stati, esponenti autorizzati di tutte le grandi associazioni, uomini di affari, di scienza e di cultura, diplomatici, giornalisti, letterati, siano stati spinti a tributare un plebiscito che non ha precedenti, ad elevare inni di simpatia e di gratitudine sgorgati liberamente dal cuore, ad indicare alle generazioni nuove il suo luminoso esempio, ad esultare per l’opera sua, a proclamarlo cittadino onorario e benemerito di questo Paese, bisogna che i riflessi della sua
vita e delle sue realizzazioni siano stati così profondi e benefici da superare qualsiasi preconcetto e da provocare la unanimità dei sentimenti e dei pensieri.
Non basta avere creato fabbriche ed accumulato ricchezze per meritare una così solenne manifestazione nazionale, in alto da parte dell’aristocrazia intellettuale e politica, in basso dalla moltitudine popolare: è necessario essersi elevati al di sopra della ricchezza ed avere compiuto una funzione sociale di pubblico interesse, di fronte alla quale tutti sentono il dovere di inchinarsi e della quale tutti si sentono debitori.


Così, mentre la nota del giorno nella stampa locale era dedicata, con insolita larghezza, alla celebrazione del suo 80° anniversario, mentre agli uffici della Casa Matarazzo ed alla residenza particolare affluivano in numero eccezionale gli ammiratori ansiosi di abbracciare l’illustre vegliardo e da ogni più lontano e remoto angolo del Brasile giungevano migliaia di telegrammi augurali, un superbo spettacolo si svolgeva per le vie di S. Paolo.
L’esercito degli operai addetti alle sue fabbriche, con le intere famiglie, colonne di donne e bambini, masse di popolani di ogni nazionalità, si dislocavano dai loro quartieri e, inneggiando al conte Matarazzo, si concentravano per presentargli collettive dimostrazioni di affetto, per salutarlo e per udirne la parola.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Adriano Tilgher, il filosofo acuto e geniale di Resina
novembre 12, 2014
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Quello di aver dato i natali ad Adriano Tilgher è uno dei titoli più prestigiosi che la nostra ,città possa vantare.

Adriano Tilgher, il più acuto e geniale studioso del teatro di Pirandello e uno dei più grandi critici letterari d’Italia nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, nacque  a Resina nel 1887.
Fin dagli anni del ginnasio, egli mostrò una spiccata tendenza per gli studi filosoiici.. Appena quindicenne, infatti, egli recensì il discusso volume di Cesare Lombroso Genio e follia in un saggio che lo stesso Lombroso ebbe a lodare. Ma l’interesse del giovane Tilgher era rivolto anche verso la lettura delle più famose opere letterarie straniere, che egli leggeva nella stesura originale.

Laureatosi in giurisprudenza, entrò subito dopo nella carriera delle biblioteche. Andò prima a Torino e poi a Roma, che fu la sua dimora definitiva. Qui attirò ben presto l’attenzione degli studiosi di filosofia con i suoi primi scritti, che nel 1911 furono raccolti nel volume Arte, conoscenza e realtà.
Collaborava già a varie riviste filosofiche, tra cui Italia nostra di Cesare De Lollis, ma cominciò ad essere più largamente conosciuto quando iu invitato dal senatore Frassati a diventare collaboratore de La Stampa: sul giornale torinese egli pubblicò elzeviri e saggi di indole sociale, <nei quali egli riversò il suo pessimismo apocalittico sul domani della nostra società e del mondo ». Il suo nome divenne, infine, popolare, cltiando Giovanni Amendola gli offrì la critica drammatica nel suo quotidiano Il Mondo.

In seguito, la sua collaborazione in riviste e giornali, tra cui Il Tempo, fu molto larga. Il suo temperamento versatilissimo e lo sfolgorante ingegno  gli permettevano d’impossessarsi delle materie più diverse, che egli sistemava mirabilmente dentro schemi filosofici.
Su questo terreno, artistico e concettuale, avvenne l’incontro col teatro di Pirandello, di cui Tilgher diede un’interpretazione molto personale, legata alle teorie del relativismo, che egli fu il primo ad approfondire e a diffondere in Italia nei seguenti saggi: Relativisti contemporanei, Filosofia delle morali e Casualismo critico.
I1 dramma di Pirandello consisteva, secondo Tilgher, nel << vedersi vivere », cioè nell’uscire da se stessi per guardarsi dal di fuori con gli occhi degli altri e considerare il contrasto che esiste tra la nostra realtà e la nostra maschera. I personaggi del teatro di Pirandello sono « maschere nude », prive cioè di una vera realtà che persista al di fuori delle apparenze, e dimostrano che la vera realtà dello spirito, ammesso che ci sia, non si conosce mai. Il dramma dei personaggi rappresenta, dunque, la crisi della fede tradizionale in un mondo dominato da interessi e da istinti che provocano la totale incomprensione tra gli esseri umani.

Nonostante il dissidio latente che la gelosia dei giovani commediografi cercava di alimentare tra il grande siciliano e il suo maggiore critico ed esegeta, lo stesso Pirandello riconobbe a Tilgher il merito di avere spiegato al pubblico << I’essenza e il carattere >> del suo teatro. Infatti, rispondendo in una lettera di Tilgher, il famoso scrittore siciliano così si esprimeva:
<< Roma 20.6.1923. Mio caro Tilgher, potete immaginare come e quanto io sia lieto della traduzione in francese dello studio mirabile che nel vostro libro avete dedicato a me e all’opera mia. Non avrei nessunissima difficoltà di dichiarare pubblicamente tutta la riconoscenza che vi debbo per il l’inestimabile e indimenticabile che mi avete fatto: quello di chiarire, in una maniera che si può dire perfetta, davanti al pubblico e alla critica che mi osteggiano in tutti i modi solo l’essenza ed il carattere del mio teatro, ma tutto quanto il travaglio, che non ha fine, del mio spirito ».

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L’epistolario l tra Pirandello e Tilgher rappresenta un capitolo a parte nella storia della nostra letteratura e indica il grado di profonda stima che legava i due scrittori ad onta dei pettegolezzi degli altri che cercavano di dividerli.
Altre due lettere del 1924 e del 1925 parlavano del nuovo teatro che Pirandello avrebbe diretto ed invitavano Tilgher a  sostenere questa impresa: << 6 aprile 1925 … Ho bisogno delI’aiuto di tutti gli amici dell’arte, per sostenere questa mia bella e disinteressata impresa. Bisogna scuotere l’apatia e I’indifferenza di questo pubblico romano, dandogli un po’ di controveleno per immunizzarlo dallo scetticismo, dalle facili ironie  con cui lo smontano i troppi che ci danno guerra … ».
Ma, oltre che per Ibpera di Pirandello, Tilgher ebbe interessi di varia letteratura. La sua doviziosa e pregevole produzione trattò, infatti, i più svariati argomenti con una competenza rara ed uno stile personalissimo. Ecco solo alcuni dei suoi saggi più noti: Teoria del pragmatismo trascendentale. Dottrina della conoscenza e della volontà (1915); Filosofi antichi (1921); La crisi mondiale e saggi critici di marxismo socialismo (1921); Voci del tempo. Profili di letterati e filosofi contempo- 1 ranei (192 1); Studi sul teatro contemporaneo (1 923); Ricognizioni. Profili di scrittori e movimenti spirituali contemporanei
italiani (1924); La scena e la vita. Nuovi studi sul teatro contemporaneo (1925); La visione greca della vita (1926); Storia e antistoria (1928); Saggi di etica e di filosofia del diritto (1928); Homo faber. Storia del concetto di lavoro nella civiltà occiden- 1 tale e analisi filosofica di concetti affini (1929); La poesia dialetttale napoletana 1880-1930 (1930); Julien Benda e il problema del « Tradimento dei chierici » (1 930); Teoria generale dell’attività artistica. Studi critici sull’estetica contemporanea (1931); Studi di poetica (1934); Studi sull’estetica di De Sanctis (1935); Antologia dei filosofi italiani del dopoguerra (1937); Filosofia delle morali. Studio sulle forze, le forme, gli stili della vita morale (1937); La filosofia di Leopardi (1940).
Era una produzione che si sarebbe certamente vieppiù arricchita se non fosse giunta precocemente la morte a sottrarlo all’ammirazione degli amici e alle cure amorose della moglie Livia, che gli fu sempre vicina in tutti i frangenti della vita.
Amrnnlatosi di fegato, quando aveva appena toccato la cinquantina, Tilgher morì la mattina del 2 novembre del 1941.
Ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria e nel cuore di quanti ebbero modo di apprezzarne le elevate doti di ingegno.
.In particolare, è da citare Liliana Scalero, che recensì con lunghi articoli i volumi filosofici di Tilgher, della maggior parte dei quali curò la ristampa, corredando ciascuno di essi di un’ampia e dotta prefazione. Quanto alle cronache teatrali del Nostro, esse furono raccolte in un volume da Sandro D’Amico per le Collane del Teatro Stabile di Genova.
Infine, per i tipi delle << Edizioni del Delfino P, Livia Tilgher ha pubblicato nel 1978 un opuscolo, Adriano Tilgher: com’era, in cui la moglie del nostro critico rievoca i momenti più significativi della vita di Adriano.

Nel 1991 con la costruzione del nuovo complesso scolastico di Via Casacampora il consiglio scaolastico scelse di intitolarlo a questo illustre concittadino.

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.