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Mario Carotenuto, lo storico di Resina ed Ercolano
settembre 5, 2014
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Mario Carotenuto – è di lui che parliamo – ha messo a nostra disposizione un prezioso materiale documentario (libri, cartoline illustrate, opuscoli, ritagli di giornali, ecc.) raccolto in almeno due decenni di studi e ricerche, lo stesso peraltro che egli è servito per le sue numerose pubblicazioni, cominciando da copertinabisquell’ Ercolano attraverso i secoli (1980) su cui è bene spendere qualche parola.

Pur non risultando esente da problemi e difficoltà, come lo stesso autore ha sempre onestamente riconosciuto, quel volume rappresentò il primo tentativo di inserire in una visione unitaria le «sparte membra» di un corpus (il Vesuvio, gli scavi di Ercolano, le ville vesuviane del Settecento, il santuario di Pugliano) che andava invece studiato e fatto conoscere nel suo insieme.
Questa la recensione di Mario Forgione: <<In edizione curatissima ha visto la luce questo ponderoso volume di Mario Carotenuto (con prefazione di don Giuseppe Matrone), che è costato anni di studio e di ricerca al suo giovane e valoroso autore. Il giudizio sul grosso volume, a parte le stranissime brache imposte in copertina all’Ercole Farnese (ma qui c’è lo zampino malizioso del Gambardella, eccellente grafico e umorista eccellente) non può non essere positivo. Si tratta di un’ opera di notevole interesse che tutti gli ercolanesi dovrebbero leggere e conservare, “a futura memoria”, nella propria biblioteca e che va ben oltre gli interessi locali.

 È l’affresco di una città, su cui gli “specialisti” limitano il campo di ricerche alle ville barocche e agli scavi archeologici.
Sono senza dubbio gli elementi caratterizzanti della città vesuviana e del suo territorio, ma accanto ad essi c’è uno strepitoso patrimonio di cultura materiale che emerge, nel libro di Carotenuto, con precisi connotati. Ci sembra quindi meritato, allibro e al suo autore, il plauso di Marcello Gigante»

Tale, anche, il giudizio di Ciro Di Cristo: «Il libro, nato da- un “atto di amore” verso una città che affonda le sue radici in un passato lontano e ricco di storia, è apprezzabile nel suo complesso, ed è stato acquistato da appassionati di storia locale e di archeologia, nonostante il prezzo piuttosto alto; altri non dovrebbero lasciarsi sfuggire l’occasione per leggerlo e arricchire la loro biblioteca personale».

In un lettera spedita da Pompei il 23 settembre 1982 all’ «Egregio Scrittore Mario Carotenuto, presso il Rev.mo Parroco mons. Giuseppe Matrone, Piazza Pugliano, 80056 Ercolano», così si esprimeva il professore Michele D’Avino:
«Egregio Signor Carotenuto, ieri ho acquistato il vostro Ercolano attraverso i secoli. Bel libro, ottime l’impostazione e l’informazione. In appendice l’origine di alcuni cognomi. Manca Carotenuto. In una mia conferenza, che comparirà in un mio libro di prossima pubblicazione, avanzai un’ipotesi. Felicitazioni ed auguri. Michele D’ Avino».

Biagio Felleca, dopo avere più volte citato il libro di Carotenuto nel testo e nelle note, ne raccomandava la lettura a tutti quegli alunni di scuola media che volessero approfondire lo studio della fascia costiera vesuviana.

Nel frattempo, le pubblicazioni del Carotenuto erano aumentate di numero.
Occorre, perciò, citare Da Resina a Ercolano. Una città tra storia e cronaca, del 1983, con una “Presentazione” oltremodo gratificante di Antonio Zefiro. Anche in questo caso il libro fu oggetto di attenzione da parte degli studiosi, e noi ricordiamo – fra gli altri – di nuovo l’Alagi  e il Pappalardo.
Nel 1984 il nostro autore dava alle stampe Ercolano e la sua storia, un lavoro nato dall’ esigenza di rettificare quanto sostenuto in precedenza sull’ «origine classica di Resina e della sua storia bimillenaria». In realtà – si leggeva nella “Premessa” – «i fiumi di storia locale sono due: calato il sipario sulla scena del disastro evocato dal giovane Plinio, il primo sparì per sempre nei meandri degli infiniti mali (eruzioni, terremoti, devastazioni, epidemie, ecc.) che afflissero i dintorni di Napoli in tutto l’arco dell’alto Medio Evo; il secondo cominciò a serpeggiare solo intorno all’anno mille, quando le prime documentazioni diplomatiche registrano un casale col nome di Resina (al di fuori della metafora e neanche a farlo apposta, questo toponimo deriva, probabilmente, proprio dal nome di un torrente»).

Questa tesi convinse Giorgio Mancini, che la riportò in una sua monografia del 1989 . Altro motivo di soddisfazione per il Carotenuto fu l’aver visto il suo nome inserito nella corposa bibliografia che suggellò un bel volume di Sergio Brancaccio su Le coste in Campania.
«In considerazione della notevole diffusione dei due Suoi precedenti libri (Ercolano attraverso i secoli e Da Resina a Ercolano) – scriveva allo stesso autore l’Assessorato ai Beni Ambientali e Culturali del Comune di Ercolano, con nota n. 14777 del 28 settembre 1989 – si chiede alla S.v. la stesura di un nuovo libro sulla nostra città che funga da fusione dei due primi libri. Detta opera dovrebbe contemplare la storia di Ercolano fino ai nostri giorni».

L’invito non cadde nel vuoto. Nel dicembre dell’anno successivo vedeva la luce Ercolano e il Vesuvio. Luoghi, tradizioni, vicende, firmato stavolta con lo pseudonimo Mario Gaudio. Il Carotenuto, promosso da poco a funzioni direttive nelle scuole statali, compendiava in quelle pagine «i risultati di una lunga ricerca sul versante ercolanese del territorio vesuviano».

Nel biennio 1991-1992 due agili monografie, pubblicate a cura del Lions Club ERCOLANO HOST, arricchirono la produzione del nostro concittadino. La prima, Storia di Ercolano, era una sintetica rassegna degli avvenimenti che si sono succeduti nel territorio di riferimento, in un arco di tempo che abbraccia quasi 28 secoli. La seconda, distribuita agli studenti delle scuole di Portici, aveva per titolo Bellavista, luogo dell’anima, e per argomento i motivi di richiamo di un sito che aveva attirato in passato innumerevoli villeggianti.

Nel 1993 fu la volta di Via Trentola ad essere oggetto di una nuova pubblicazione, stimolata dal dibattito sulla necessità di salvaguardare un centro storico che forse è il più antico, articolato e ramificato della zona vesuviana.
L’interesse per la storia, quanto meno recente, della fascia costiera vesuviana trovò la sua più significativa espressione nel 1996, quando il Carotenuto offrì ai lettori alcune sue riflessioni sullo stato dei luoghi e la vita dei Paesi della costa vesuviana, da San Giorgio a Cremano a Torre del Greco, nel periodo che va dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento. Il volume, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Electa, La costa vesuviana nelle cartoline d’epoca (n. 8 dei “Paesaggi della memoria”), ottenne un successo immediato, e le copie andarono rapidamente esaurite.
Sullo stesso argomento, ma limitatamente a Portici, il nostro concittadino diede alle stampe nel 1998 Portici, paradiso perduto. Residenti e villeggianti di altri tempi (1860-1960), un gozzaniano viaggio nella memoria e nel sentimento materiato di nostalgia per un mondo irrimediabilmente scomparso. A riprova del gradimento ottenuto presso i lettori con quest’ ultima fatica, ecco il testo di una missiva spedita da Portici il 22 gennaio 2001 :

«Egregio Professore,
ho letteralmente … divorato il bellissimo libro “Portici, paradiso perduto” e desidero ora congratularmi con l’Autore che, per un certo tempo, invano ha cercato di rintracciare presso l’Editore [… ].
Sappia intanto, [… ], che ho molto apprezzato l’iniziativa, e non di meno, lo stile del discorsivo cui è improntata tutta l’opera che la rende moderna e piacevole e, per chi ne vuole capire il messaggio, stimolante.
La costruzione del nostro futuro passa necessariamente per la conoscenza del passato.
Nel formulare i migliori voti augurali di sempre maggiori successi editoriali, colgo l’occasione per inviarle i migliori auguri di buon anno nuovo. Suo, cordialmente, Carlo Arcari dei Baroni Zelo»

Altri scritti sono quelli che abbiamo volentieri ospitato in Chiese e cappelle di Ercolano , nonché in Ercolano. Profili e figure.
L’ultimo riconoscimento in ordine di tempo dei meriti del Carotenuto, «diventato una pregevole fonte di ricordi ed aneddoti, presentati nel suo stile colorito di ricercatore del folklore ercolanese», è quanto si legge in una recente pubblicazione di Antonio Irlanda, Noi, oratoriani di Resina, che accoglie un «gradito e appassionato contributo» dello stesso Carotenuto .
Anche noi vogliamo associarci al generale riconoscimento di tali meriti, pubblicando parte di un memoriale del nostro concittadino sui suoi ricordi di scuola:

Già ordinario di materie letterarie negli Istituti secondari superiori, nonché vincitore di concorso a preside nelle scuole medie statali, Mario Carotenuto compendia in questa pubblicazione i ricordi di una vita quasi interamente trascorsa tra le pareti scolastiche.
Il lavoro, che può considerarsi una rarità letteraria, offre uno spaccato di diverse epoche, dagli anni difficili del dopoguerra alla “contestazione” studentesca ed oltre. Particolarmente felici le pagine dedicate agli antichi compagni di classe, ai professori del liceo e dell’Università, ai colleghi nell’insegnamento.

Mario Carotenuto è morto nell’ottobre del 2012 lasciando un vuoto profondo e tanti manoscritti ancora in cantiere in possesso della vedova. Si racconta che non amasse molto la tecnologia ed avesse abitudine di trascrivere tutti i suoi scritti a mano.

Siamo in attesa che il Comune di Ercolano lo ricordi nella maniera degna.

Informazioni autore

Studioso ed autore di molti testi su Ercolano e le sue tradizioni

Herculaneum conservation project, alcuni notizie
settembre 4, 2014
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Il nuovo volto di Ercolano

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Ercolano. L’Herculaneum Conservation Project (Hcp),che dal 2001 è espressione dell’impegno del mecenate americano David W. Packard nei confronti dell’area archeologica di Ercolano, è ora impegnato nellariqualificazione di Via Mare, al confine nord ovest degli scavi.
L’iniziativa, fondata sull’accordo tra il Mibact, le due soprintendenze, il comune dell’hinterland napoletano e la Fondazione Istituto Packard per i Beni culturali, con sede a Pisa dal 2013, è stata siglata già a gennaio 2014 con l’intento di acquisire un’area di 5.171 metri quadrati a nord ovest degli scavi, demolire gli immobili pericolanti e riqualificare la zona tra Via Cortili e Via Mare in modo da rendere visibile e fruibile la zona archeologica che ogni anno gode di circa 300mila visite, dalla città moderna.
Il progetto si avvale di un budget complessivo di 5,6 milioni di euro, ripartito tra  Packard (3 milioni) e il Fondo Europeo Sviluppo Regionale Fesr 2007-2013 (2,6 milioni) ed è destinato all’acquisto dei suoli, agli espropri (con risarcimento per i proprietari) e alla ristrutturazione dell’area di via Mare.

di Micole Imperiali

Fonte articolo : http://www.ilgiornaledellarte.com/arteimprese/articoli/2014/9/120693.html

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

I luoghi di Resina, come li conosciamo
settembre 2, 2014
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‘Ncoppe S. Austine.

È così chiamata la zona antistante la parrocchia di S. Maria della Consolazione, la prima che s’incontra, sulla destra, venendo da Portici. Il nome deriva dagli Eremitani Scalzi dell’ordine di S. Agostino, che vi costruirono la loro chiesa nei primi decenni del Seicento.

Fore S. Catarina

 È denominato in questo modo lo spiazzo che fronteggia l’omonima chiesa, centro vitale di commercio e di traffico, punto di confluenza tra il corso Ercolano, la via Dogana, la piazza Fontana e la salita di Pugliano.

Fore ‘o ponte

Il « ponte di Resina » (da cui la locuzione dialettale) è un toponimo usato localmente per indicare l’area antistante la settecentesca villa Aprile, e trae origine da un piccolo cavalcavia eseguito, al di sopra dell’alveo naturale per la raccolta delle acque piovane ivi esistente, in occasione dell’apertura (1562) della via regia delle Calabrie.

Fore ‘a croce

 Alla metà della salita di Pugliano, e precisamente all’altezza di una stradina laterale che porta alla Cuparella, i resinesi (all’indomani dei fatti d’arme del 1799) costruirono una Croce, in sostituzione dell’albero della libertà eretto dai francesi. Il sacro simbolo diede il nome alla traversa, nomecheil popolino estese successivamente all’intera zona.

‘O treno ‘e moggia

Storpiatura di Tironi di Moccia (o Torrioni di Moccia, come leggesi nella carta del La Vega),questo toponimoindicava una vasta area a nord -est dell’abitato, celebre territorio di caccia dei Borboni. L’attuale strada, che unisce la via IV Novembre alla via Marconi, conserva ben poco delle caratteristiche di un tempo, giacchè l’intensa urbanizzazione e un traffico caotico ne hanno notevolmente alterato l’aspetto.

Dint’ ‘a Cook

 Era l’espressione con cui i resinesi indicavano il piazzale antistante la stazione della ferrovia vesuviana, alla quale si accedeva da piazza Pugliano percorrendo un vialetto tuffato nel verde e ricco di aria balsamica. La nuova stazione, costruita nel 1913 dalla famosa ditta inglese Cook, fronteggiava quella della ferrovia circumvesuviana, per cui i rispettivi binari correvano paralleli. Se le due ferrovie avessero mantenuto lo stesso scartamento ridotto, le vetture del Vesuvio avrebbero potuto circolare fino a Napoli.

‘E cieuze

Fino a non molti anni fa la gente del popolo usava queste frasi:« Vado in mezzo ai gelsi, oppure vado dietro i gelsi». Ciò sarebbe quel tratto di strada che va dall’angolo di piazza Pugliano fino alla parte alta di via Trentola. Sia negli atti amministrativi, sia negli atti pubblici o privati, si trovava un tempo la locuzione Contrada dei gelsi, oppure Contrada dietro i gelsi: riferimento preciso ad un gelseto che sorgeva vicino al Palazzo Piccolomini (poi villa Irene).

 ‘A sagliuta ‘e Tizzone

È la breve salita (dal nome di un non meglio identificato personaggio) che fiancheggia dal lato destro il santuario di Pugliano, culminando nella parte iniziale di via Madonnelle, sulla destra dell’attuale Centro polidiagnostico Plinio (un tempo meglio conosciuto come albergo d’ ‘a pacchiana), là dove correvano i binari della linea tranviaria del 57 che portava a Bellavista. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso, questa salita era solo un sentiero che sfociava nella campagna, così come possiamo vedere nella stampa francese del 1822 e nella tavola quattordicesima annessa all’importante opera sul Vesuvio del Palmieri. Da qui erano scese le lave del vulcano, specie quella del 1631. Poi vennero i lavori ordinati dall’amministrazione Cacciottoli, con la denominazione di via Fevolella, e le ville fatte costruire nella zona dai signori napoletani, oggi ultima testimonianza di un’epoca irrimediabilmente lontana.

‘Ncopp’ ‘e capecatène

 Il vecchio e rovinoso sentiero della montagna intitolato a Luigi Palmieri, lungo il quale s’incanalarono in ogni tempo lave ed alluvioni, era fino a qualche: anno fa disseminato di dislivelli ondulati detti volgarmente capecatène. Con tale nome erano indicate le briglie ivi fatte costruire allo scopo di rallentare la discesa delle piogge torrenziali o delle lave del vulcano. Invece l’alluvione del 1911 dimostrò che tale sistema era decisamente insufficiente, per cui si decise di costruire dei collettori che meglio rispondessero alle esigenze della tutela della popolazione.

 A Croce ‘e monte

 Posta in territorio pedemontano, corrispondente ai Il Torrioni de’ monti” di cui leggesi nella carta del La Vega, questa località fu investita dal principale torrente dell’eruzione del 1771. Presenti all’avvenimento, immortalato da unagouache di Pietro Fabris (tav. 38 dei Campi Phlegraei di Sir William Hamilton), furono il re e la regina di Napoli, « che non avevano mai veduto nè correre i torrenti di fuoco, nè cadere i medesimi dall’alto»

‘A strada nova

Così era chiamata, fino a qualche anno fa,la via IV Novembre, della cui apertura si avvertì la necessità fin dal principio del secolo, anche allo scopo di costruire lungo la progettata arteria un edificio scolastico e il nuovo mercato. Così recita, infatti, l’ultima parte di una relazione (fatta dal consigliere avv. Gioacchino Evidente) approvata dal Civico Consesso nella tornata del 6 settembre 1906: « L’unica località che la Commissione concordemente opina da doversi scegliere, per la costruzione dell’edificio scolastico, è quella del nuovo Mercato, e precisamente quella in fondo del medesimo, nel territorio, cioè, del Sig. Carlo Carnier, e forse, in parte anche nel territorio di Ausiello. Talchè l’edificio scolastico sorgerebbe di fronte alla strada, che dal Corso Ercolano conduce al Mercato. Tale strada dovrebbe prolungarsi fino a raggiungere quella dei Tironi di Moccia, dirimpetto alla proprietà degli eredi Aveta.
Questa località, dal punto di vista igienico, è eccellente, trovandosi in mezzo ai campi, ove l’aria è saluberrima, e per la sua posizione è davvero incantevole; giacchè, a gara, intorno ogni cosa sorride. Inoltre la commissione fa rilevare che l’edificio scolastico sorgerebbe effettivamente nel punto più centrale del paese, e sarebbe di  facile accesso dalle diverse contrade, da quella di Pugliano, cioè, per le varie traverse, che la congiungono alla Via Trentola, e dalla Tironi di Moccia, e da quelle del Corso Ercolano, e da Via Mare, per la strada che dal detto Corso Ercolano porta al mercato».
Il progetto della strada fu realizzato, tuttavia, molti anni dopo, e solo dopo l’inaugurazione del moderno ingresso degli scavi di Ercolano (1930). La nuova arteria, i cui lavori sono documentati da una preziosa suite fotografica di proprietà dell’ing. Paolo Macera, fu completata nel 1934.

 

 

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.

Herculaneum e Resina, storia del territorio
settembre 1, 2014
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L’aspetto dei luoghi muta incessantemente. Se questo si può riscontrare in tutte le epoche e ad ogni latitudine, a maggior ragione vale per un territorio che vide la nascita, la sparizione e la ricomparsa di una splendida città, quell’Ercolano che l’opera congiunta della natura e dell’uomo aveva dotato di singolari e quasi irripetibili prerogative.
L’antica urbs greco – romana sorgeva su un promontorio a picco sul mare, esposta meravigliosamente al vento di libeccio, in una posizione ideale per il soggiorno e la villeggiatura. Qui, meglio che altrove, gli indigeni e i forestieri vivevano fra le delizie d’un vicus tranquillo e gli agi di una città ideale.
Poi venne l’eruzione vesuviana del 79 d. C. che, in tre giorni di furiose devastazioni, cancellò letteralmente Ercolano dalla faccia della terra. Fagocitati gli edifici pubblici e privati, coperte le strade, sommersi la rocca e il porto, la lava progredì nel mare per quasi mezzo chilometro, tutto e tutti racchiudendo in un’immensa bara di pietra.

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La vita, tuttavia, tornò a fiorire sul luogo sconvolto dal disastro. Ne farebbero fede le due ville rustiche di Rectina e Pollius, intorno alle quali si sarebbero sviluppati più tardi i centri abitati di Resina e Pugliano.
Seguirono i secoli bui e tremendi dell’al to medio evo, durante i quali eruzioni, alluvioni, guerre ed invasioni resero assai dura la vita agli sparuti abitanti del posto, discendenti degli scampati al disastro pliniano o coloni venuti da Napoli per disboscare le falde del Vesuvio.
Solo a partire dal decimo secolo, le prime documentazioni diplomatiche registrano un abitato col nome di Resina, la cui genesi è comune a quella degli altri casali vesuviani, «sorti manifestamente dall’essersi in quell’amena plaga fatti sempre più frequenti e l’una all’altra prossime le ville e i villini, così da riuscir quasi involontariamente a costituire intere strade e rioni» (Zappia, 1895 : 168).

Dai documenti pubbli~ati dal Capasso ricaviamo utili informazioni circa la topografia del primitivo villaggio.Venendo da Napoli, prima di giungere al ribus de Risina (un rigagnolo il cui corso doveva corrispondere, più o meno, all’attuale via Pugliano con il prolungamento in via Mare), s’incontrava un abitato denominato Terrenziano, con un monastero in titolato a S. Angelo. 0ltre il torrente, nella prossimità dell’odierna chiesa di S. Caterina, c’era S. Andrea a Sesto (chiesa o cappella intitolata a S. Andrea e posta nelle vicinanze del sesto miglio). Più in là ancora, tra Resina e l’attuale Torre del Greco, si trovava S. Pietro « at calistum ».

Per quanto riguarda la parte alta del nostro villaggio, c’erano le seguenti località: Nonnaria (ora detta le ”Novelle”), Adone e Arinianum .Qui sorgevano delle chiese o cappelle fatte costruire da monaci basiliani: S. Stefano ad Actonem (in una zona media, forse all’altezza di Pugliano); S. Maria de illa turre (a mezza costa, forse verso Torre del Greco); S. Maria allassamanica (anch’essa, forse, nelle vicinanze di Pugliano), Monastero di S. Basilio (probabilmente, poco lontano da S. Stefano ad Actonem e S. Maria allassamanica); Monastero del S. Salvatore « in monte Besubeo » (nella parte alta, forse nei pressi dell’attuale Osservatorio).

Escludendo il monastero di S. Angelo Terrenziano (del resto mal documentato) e S. Andrea a Sesto perchè troppo a valle, nonchè il monastero del S. Salvatore perchè troppo a monte, ognuna delle restanti chiese o cappelle poteva trovarsi nello stesso luogo in cui si trova oggi S. Maria a Pugliano.

Altre indicazioni riguardanti l’estensione della giurisdizione di Resina si ricavano dai capitoli dell’ Estaurita, nei quali è ricordato chegli amministratori di Pugliano disposero che tutti coloro che pescavano in un tratto di mare lungo mezzo miglio (spazio che corrisponderebbe alla distanza che separa l’attuale via Gabella del Pesce a Ercolano da via Marittima a Portici) e largo un miglio (da capo S. Margherita fino al largo) erano tenuti a dare un pugno di pesci per ciascuna rete adoperata. Il promontorio intitolato a S. Margherita prendeva il nome da una cappella costruita in quei pressi; tale cappella, particolarmente cara ai pescatori del luogo, era quasi completamente crollata alla fine del 1500 e scomparve del tutto all’ inizio del secolo successivo.
In quei tempi il territorio comunale era un vasto grumo boscoso, come ben evidenzia una pala d’altare che si conserva nella chiesa di Pugliano e nella quale l’autore volle fissare il panorama della città. Vi si vede il campanile che svetta su uno scenario verdeggiante e su un gruppo di case, primo elemento di novità nel paesaggio selvoso della zona.

A monte del santuario si stendeva la campagna punteggiata di fondi rustici e tenute agricole, solcato da fiumi e ruscelli, impreziosita da alberi e prati, ripe e palmenti. Il Vesuvio si era concesso un lunghissimo riposo dopo l’eruzione del 1139, sicchè era possibile ai feudatari di turno impinguarsi con i considerevoli proventi dell’abbondante caccia di allora e, a seconda delle stagioni, di cinghiali, caprioli, volpi, lepri, beccacce, pernici, quaglie, nonchè di selvaggina minore nell’estesa foresta che dai fianchi del Vesuvio scendeva fino al mare.

Con il parossismo vesuviano del 1631 il paesaggio muta di colpo. Un ramo di lava calò a Pugliano, divorando prati e colture, ma risparmiando miracolosamente il celebre tempio. La lingua di fuoco proseguì, poi, il suo cammino fino ad invadere e coprire la via regia delle Calabrie. In una celebre stampa del Perrey riproducente i misfatti del vulcano, si può osservare come tutto intorno al monte sia cambiato: scomparsi i boschi, persino l’Atrio del Cavallo (già prodigo di erbe per il pascolo) si è trasformato in una distesa arida e brulla.

 Quella tremenda eruzione, aggiungendosi alle precedenti, rialzò il livello di più di venti metri, adeguando tutte le irregolarità del terreno e ampliando la linea del litorale. La fisionomia dei luoghi ne risultò profondamente modificata. Si veda, a tale proposito, la carta topografica e altimetrica della costa vesuviana nell’opera del Le Hon, Histoire complète de la grande éruption du Vésuve del 1631 (Bruxelles, 1865).

Con il riscatto dal servaggio baronale del 1699 si pose, in termini perentori ed espliciti, la questione dei confini tra Resina e i paesi confinanti, Portici e Torre del Greco, questione che era già stata affrontata dai due tavolari Gallucci e Ruggiano con la loro relazione d’apprezzo della Castellania. La lite con Portici parve definita il 24 marzo 1691, ma si riaccese con maggiore virulenza nei primi decenni del Settecento.
In discussione erano il sito su cui si costruirono il Palazzo Reale di Portici e il Museo Ercolanese, nonchè il bosco delle Mortelle verso la spiaggia del Granatello, ove sorgeva il castello di Resina (torre di difesa eretta nel 1520 per fronteggiare le incursioni dei Saraceni). Un decreto della Regia Camera della Sommaria, emesso il 25 giugno del 1740, assegnava a Portici « tutto quanto il già Palazzo Reale ed il quale territorio pervenuto era nel demanio reale ». Persistendo tuttavia il contenzioso, un reale decreto di Ferdinando II « volle determinare in un modo stabile e inconcusso i confini di questi due comuni, e spegnere così il germe delle liti che potrebbero rinascere fra le rispettive loro popolazioni ». Ai sensi del citato decreto, emanato in data 25 novembre 1856, « il territorio del comune di Portici fu diviso da quello di Resina, per modo che il Forte del Granatello in una colle delizie e le proprietà della real Casa rimasero incluse nel territorio di Portici.

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I confini comunali furono definitivamente fissati in questo modo: a mezzogiorno, il mare; ad oriente, il territorio di Torre del Greco con una contestazione per un piccolo tratto montano; a settentrione, Ottaviano con Somma, S. Anastasia, Pollena, Trocchia e Cercola nell’Atrio del Cavallo, e S. Sebastiano; a occidente, i territori di S. Giorgio a Cremano e Portici.
Resina, nel frattempo, era diventata nota in tutto il mondo, almeno fin da quando, a partire dal Settecento, la notizia della straordinaria scoperta di Ercolano era corsa attraverso tutta l’Europa. Il viaggio a Napoli divenne di moda, e anche l’ignivomo monte acquistò una seconda celebrità.

Davanti agli occhi degli illustri ospiti (Goethe, Montesquieu, il presidente de Brosses, ecc. ), checalavano a frotte dalle brumedel nord, si squademava un paesaggio multiforme, ricco di opere d’arte eccezionali e di preziose testimonianze di un passato antichissimo.
Superba signora di questo reame era la diva Partenope, mollemente adagiata nel mezzo di quel grandioso arco naturale che dal capo Miseno corre fino a Sorrento.
Ma non meno belle di tanta regina erano le località della fascia costiera vesuviana: S. Giorgio a Cremano, Portici, Bellavista, Torre del Greco e, soprattutto, la nostra Resina alla quale i viaggiatori convergevano per visitare gli scavi e il Vesuvio.

La serenità del cielo e la purezza dell’aria erano tali da far esclamare al Giustiniani : « È difficile ritrovarsi altrove un luogo di tanta amenità e di delizia, quanto la Real Villa di Resina … ». E l’autore de Il Corricolo , tornando a casa dopo il soggiorno nelle nostre contrade, non poteva fare a meno di osservare: «Si converrà che bisogna essere proprio regalmente capricciosi per venire ad abitare Caserta, avendo, a Napoli, Capodimonte e Resina ».

Questi elogi incondizionati, se venivano a confermare la bontà delle scelte operate nel Settecento dall’aristocrazia borbonica lungo la fascia costiera del miglio d’oro, procurarono nell’Ottocento l’interesse per Resina dell’emergente borghesia.
Così i possidenti, gli uomini di cultura, i medici, gli scienziati, i professionisti di grido, punte avanzate della classe benestante, cominciarono a costruire le loro residenze in una zona compresa tra i dintorni del santuario di Pugliano e le prime falde del Vesuvio, verso il quale si arrampicava una più comoda strada aperta nel 1845. Sorsero, in quegli anni, splendide ville fomite di ogni genere di confort, dove i loro proprietari, oltre che trovare riposo alle membra e ristoro allo spirito, potevano giovarsi anche di un’eccellente « cura d’aria »

 Il periodo che va dalla costituzione del Regno d’Italia (1861) alla fine della monarchia (1946) vide profonde trasformazioni sociali, urbanistiche e culturali. In primo luogo, fu inaugurata la prima funicolare del Vesuvio (6 giugno 1880), evento salutato con incredibileentusiasmo in tutto il mondo. In seguito venne la sistemazione dello spiazzo antistante il santuario e delle vie Cuparella, S. Elena, Bosco, Fevolella, Dragonetti, Arcucci, Patacca. La stessa chiesa di Pugliano, trasformata negli stucchi, fu pure ornata di pitture bellissime, di un pavimento in marmo, di colonne ad imitazione, ecc. Si provvide all’apertura (1894) della nuova strada comunale Resina S.Sebastiano. Si inaugurò la linea ferroviaria circumvesuviana Napoli – Poggiomarino (1904) con sosta a Resina, dove un’elegante stazione accoglieva i viaggiatori in arrivo e in partenza. Si costruì la ferrovia vesuviana Pugliano – Osservatorio – Stazione Inferiore (1913). Fu inaugurato il nuovo ingresso degli scavi di Ercolano (1929). Si progettò, subito dopo, la via Quattro Novembre, concepita per allacciare l’area archeologica all’autostrada Napoli – Pompei. Un nuovo e grande piazzale con tettoie
e casotti in muratura fu adibito a mercato agricolo. Degna di rilievo fu pure la costruzione di un imponente edificio scolastico a due piani, con un grande piazzale interno e una modernissima palestra.

A queste vicende diedero il loro contributo gli amministratori locali, i quali avevano provveduto a trasformare, tra l’altro, una villa del ‘700, sul corso Ercolano, nella nuova casa comunale, inaugurata il 24 luglio 1887, elegante edificio che constava di una bellissima sala consiliare di stile pompeiano, ornata nella volta da affreschi con decorazioni neoclassiche.

Sul piano della produzione e del reddito, va ricordata la lavorazione del cuoio, dcIle pelli e dei bottoni, nonchè le cave di pietra vesuviana, senza parlare dclla pesca e dell’agricoltura, chc continuavano a restare le attività più fiorenti dclla gente di
Resina. Particolarmente ricca era quella parte della campagna che si stende tra Pugliano e S. Vito. Percorrendola,il Malladra ne restò ammirato :« Siamo nella regione classica dclle albicocche, che in primavera presentano una spettacolosa fioritura, e in giugno una mcsse esuberante che fa piegare fino a terra, o spezzare, i rami stracarichi di frutti, più che altrove intensamente profumati e gustosissimi. Èuna produzione che va in gran parte all’estero e dà non comuni guadagni ai contadini di queste terre; si è parlato di un milione e più di lire annue, in sole albicocche … » (Malladra, 1933 : 44).
Per i meriti acquisti dai contadini nella produzione di questo frutto, la nostra città ebbe una sorta di riconoscimento ufficiale: la prima fiera delle crisòmmole della provincia di Napoli si celebrò proprio a Resina nell’anno 1939.

La seconda guerra mondiale segnò l’inizio di un processo involutivo che, a dispetto delle realizzazioni urbanistiche e sociali, che pure ci sono state, dura tuttora.
I bombardamenti, le distruzioni, le baracche di legno e lamiera in piazza Pugliano, la miseria, la fame, rappresentarono ben poca cosa rispetto ai danni morali provocati dal conflitto.

Sarebbe bello poter documentare, anche visivamente, tutte le tappe di questa evoluzione, cioè delle trasformazioni intervenute sul territorio fin da quando sorse il nostro Comune; ma un’impresa del genere, ammesso che fosse possibile, meriterebbe una trattazione particolare.
Per fortuna, non mancano le fonti alle quali attingere, essendosi occupati di Resina, città del Vesuvio e degli scavi di Ercolano, ingegneri, topografi e studiosi delle più varie estrazioni.
Il primo documento è la ricordata « Pianta del duca di Noja », con la splendida riproduzione grafica dei luoghi compresi tra il mare e la montagna (1775).
Altro importante reperto è la « Topografia dei Villaggi di Portici, Resina e Torre del Greco, e di porzione de’ loro territorj per quanto serve a rischiarar altra Carta dell’antico stato dell’agro Ercolanese », rilevata da Francesco La Vega e annessa alla Dissertatio isagogica (1797) del Rosini (v. anche Maiuri, 1958 : tav.l).
Del 1798 è la pianta del territorio vesuviano di Rizzi – Zannoni, in cui l’abitato di Resina figura in un contesto più vasto.
Va, poi, segnalata la « Pianta di Portici e Resina e del sottoposto Ercolano », disegno eseguito dal canonico Andrea De Jorio sulla scorta della carta precedente (De Jorio, 1827: tav. II).
Notevole pure la « Planimetria dell’abitato di Resina e della zona degli scavi d’Ercolano (1828 -1875) », rilievo di G. Tascone (fig. 1).
Molto interessante, infine, la topografia (1879) del Beloch, nella quale viene riportata la pianta di Ercolano in rapporto all’abitato moderno di Resina.

 

Nicoletta Cozzolino

Informazioni autore Nicoletta Cozzolino

Architetto e libero professionista. Già membro della commissione ambientale del Comune, ha partecipato ad alcuni progetti sul territorio. Membro dell'associazione VITRUVIO "Associazione Tecnici, Territorio e Ambiente", collabora con il blog dal 2014.

Libero Bovio, ‘o poeta d”e canzone se spose a Resina
settembre 1, 2014
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libero_bovio

Da un aneddoto raccontato da Giovanni De Caro nel suo volume Planetario napoletano, e che s’intitola “Bovio e Ercolano”, ricavinmo quanto segue.


Bovio doveva sposare una delle figliuole di Amedeo Maiuri e l’illustre archeologo volle che la cerimonia avesse luogo ad Ercolano, dove in quel tempo dirigeva gli scavi.
Durante il festoso banchetto, al quale presero parte in gran numero autorità, scrittori. scienziati ed anisti, Maiuri invitò Libero Bovio a pronunciare un discorso.
I! poeta, a disagio in un voluminoso tight, non si fece pregare. Si alzò. si guardò intorno e cominciò con comica gravità:
– Certamente tutti questi signori, nel vedermi. si saranno domandati; Dove diavolo Maiuri ha scavato quest’oratore…
L’episodio la dice lunga sull’ironia, che spesso era un’autoironia, di Libero Bovio. i cui rapporti  con la zona vesuviana datavano da un bel pezzo.
Parlare di tanto personaggio non è un’impresa facile, come del pari difficìle è comporre un preciso quadro delle sue molte attività nell’ambito della cultura napoletana, fra le quali primeggiano, oltre a quella di poeta, l’attività di drammaturgo, di editore, di giornalista e di novelliere. Fu inoltre brillantissimo parIatore, caustico, fantasioso: i suoi motti di spirito gli diedero lustro quasi quanto i suoi versi.

Limitatamente alla sua produzione poetica, così Gianni Cesarini ha lasciato
scritto:

Quando si concluse il primo periodo della canzone napoletana, quello aureo che abbraccia gli ultimi vent’anni dell’ottocento, un nuovo stuolo di musicisti e poeti seppe per almeno un trentennio tenere alto il prestigio della Napoli capitale mondiale dclla canzone.

Libero Bovio, Ernesto Murolo ed E,A. Mario furono in prima fila nel comporre una gran quantità di testi per canzoni in moltissimi cui
destinate a sfuggire all’oblio. Capace come pochi di accenti accorati e nostalgici, ineguagliabile nel genere drammatico, Libero Bovio ha lasciato moltissime canzoni (Aldo Bovio dice ohre 600 che ci piacerebbe studiare in manienl esauriente. anche perché si tratta di canzoni in cui meglio che in altre si evidenziano le capacità interprelative dei cantanti. Per nessun altro maestro della canzone è imponante il valore dell’interprete come avviene con Bovio, che non a caso usava scegliere con cura i cantanti cui affidare le proprie composizioni. Molte sue canzoni sono state cantate e incise dai maggiori interpreti. e l’ascolto comparato dalle varie versioni di una stessa canzone è avvincente sia per le emozioni che destano i grandi cantanti e sia perché si finisce col capire molto di più il mondo espressivo e poetico di Bovio I…].

La carriera di Bovio cominciò nel 1900 e si concluse verro il 1940. Nella prima decade del nuovo secolo Bovio si fece strada senza
cogliere rapidamente i primi consensi. Di canzoni come “Napulitana”, musicata da Falvo nel 1904, della idilliaca'” A muntanara”, scritta con De Curtis nel 1905, “Na cammarella” ancora con Falvo nel 1905. ‘”A furastiera” con Di Capua nel 1906 si è ormai perso il ricordo e non è facile trovare reperti discognr.fici (ad eccezione di “Na cammarella” cantata da Giuseppe Godono su un disco Pllonotype). Un raro disco Fonorono con “Viato a me!” magistralmente cantata da Pasquariello rappresenta il primo importante documento su una canzone del giovane ne Bovio. Scrilla nel 1906 con Falvo. “Viato a me!” conobbe un grande successo di pubblico. Una eanzone del 1907 da cui emerge in pieno il lana rassegnato di Bovio è “Si ehiagnere me sieme”, scritta in collaborazione con Ernesto Murolo e musieata dal geniale Salvatore Gambardella. Si tratta di un piccolo gioiello, impreziosilo ancor piu’ dall’accento sinceramente doloroso di Fernando De Lucia che ne ha lasciato un disco di rara reperibilità.

SEGUE PUBBLICAZIONE ALTRO MATERIALE…..

Informazioni autore

Resinese doc classe 1933. Ex Dirigente delle Poste in pensione e profondo conoscitore e memoria storica cittadina quale resinese prima ed ercolanese poi. Molto attivo come autore sul giornale locale LA VOCE VESUVIANA.